Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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giovedì, giugno 30, 2005

CERCASI BOIA

29.06.2005   The Copenhagen Opera is searching for a very muscular gentleman to serve as an executioner in an upcoming opera staging  

The Copenhagen Opera has a vacancy open for an executioner. The main requirement is a massively muscular body, although a musical ear and a dramatic flair will not be frowned upon, daily newspaper Politiken reported on Wednesday.

The Opera said it was searching for a 180-centimetre high bodybuilder to play the part of an executioner in its upcoming staging of Puccini's Turandot.

Turandot's eponymous villain/heroine is a cold-hearted Chinese princess, who mercilessly has her suitors beheaded if they fail to answer her three riddles. The executioner can thus expect to be kept busy throughout the performance.

The opera will be performed in Copenhagen's new Opera House in October and November. Aspiring executioners can expect to participate in ten rehearsals, beginning on 27 September, as well as nine performances from 14 October till 8 November.

Executioner wanted
http://www.cphpost.dk/get/88945.html

postato da: Lioa alle ore 13:59 | link | commenti
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mercoledì, giugno 29, 2005

RAFFAELE NIGRO A VENEZIA

 

Oggi pomeriggio al Future Centre della Telecom di Venezia Raffaele Nigro, finalista del Campiello con “Malvarosa”,  si è presentato perfettamente tranquillo, tanto lui il Campiello già lo vinse nel 1987 con “I fuochi del Basento”. In più, pur essendo uscito da tre-quattro mesi, “Malvarosa” ha già fatto incetta di premi: per esempio il Flaiano, il Mondello, ma soprattutto quello che a Bartolomeo Di Monaco risulterà il più gradito di tutti (Bart, mi stai leggendo?): il Lucca dei Lettori.Raffaele Nigro è caporedattore Rai nella sede di Bari e parla volentieri di sé e del sostrato che soggiace alla sua sontuosa scrittura. Una svagata domanda dell’intervistatore (Giovanni Alliata, del Direttivo Fondazione Giorgio Cini) sulla punteggiatura ha dato la stura a un vero torrente di parole, in cui Nigro ha parlato della cultura orale di cui si nutrì da bambino a Melfi, dove nacque nel 1947, dei quaresimalisti dell’Irpinia che vi arrivavano con le loro storie di santi, della coralità dei racconti in cui il tempo non veniva frantumato e ridotto a spezzoni di presente, come succede oggi, ma conteneva sempre passato e futuro, di stereotipi meridionalisti e della realtà, molto più viva, da lui osservata, di metaforiche celle (in ‘Malvarosa’ interloquiscono due prigionieri, uno della sponda nord del Mediterraneo, l’altro della sponda sud) che sono a un tempo anche torri d’avvistamento, e di Eustà (Eustacchio, come il santo protettore di Matera), il protagonista di Malvarosa. Nigro ha precisato che a lui non interessa parlare del Sud in quanto Sud, ma dell’uomo in quanto uomo, a qualunque latitudine si trovi, e se ambienta le sue storie tra Lucania, Calabria, Puglia lo fa solo perché quelli sono i luoghi che meglio conosce e meglio sa rappresentare. Mentre in ‘Fuochi del Basento’ aveva inteso imprimere alla sua prosa un effetto-tumulto mutuando la struttura “a pieni e vuoti” tipica dei proverbi, in Malvarosa ha voluto ricreare la consunzione e la morte di un mondo attraverso l’olfatto, puntando su sinestesie ben note ai simbolisti francesi. Così la sua scrittura assume i colori del barocco mediterraneo, l’odore delle zagare che si disfano e dei sudari, del sangue dei macelli... anche se nel microcosmo di ‘Malvarosa’, ha precisato l’intervistatore, “lo sconquasso si mescola continuamente al divertimento”.

Prima della conclusione dell’incontro, dalle file degli spettatori è uscito – vero colpo di teatro - il tunisino Majid El Houssi, deuteragonista del romanzo.

 Ed ecco la scheda presente in

http://www.premiocampiello.org/finalisti.htm

 

 
Sequestrati vicino Tagaste da un gruppo di guerriglieri algerini Eustachio Petrocelli e l’amico tunisino Majid El Houssi dividono la stessa cella. Nel buio della prigione Eustà racconta della sua terra, Metaponto, della varia umanità di amici, donne, santi e farabutti: un bestiario vivido ed esilarante che gli ruota attorno. Vince su tutti la sua famiglia, perennemente in subbuglio e agitata dal bigottismo di mamma Cettina che riempie la casa di Madonne e snocciola rosari; dalle stravaganze di zia Sinforosa che si lava solo nello Jonio per paura di annegare nella vasca da bagno; dalle imprecazioni di nonno Fedele che dalla sua sedia a rotelle inveisce contro il mondo, mentre ricorda nostalgicamente il Ventennio fascista. Quella di Eustachio è una vita movimentata, soprattutto per il suo olfatto prodigioso capace di individuare odori impalpabili e finissimi. È addirittura ossessionato dalle esalazioni del sangue e dei cadaveri dimenticati sotto cumuli di terra, quelli antichi del mondo magnogreco, quelli recenti della delinquenza organizzata. Con l’amico Renato, detto Che Guevara, decide di sfruttare la sua strana dote mettendosi alla ricerca di antiche necropoli da saccheggiare. 
 
Ma non sono i soli a essere impegnati in questa attività. Presto si troveranno coinvolti in una guerra fra bande subdola e spietata. Al grido “Cantami o diva del peloso Achille” il ruvido Masciopinto guida un’immaginaria fazione dei greci contro Eustà che diventa Ettore e i loro scontri danno vita a una privatissima Iliade che occupa le terre tra Taranto e Cosenza, un grande affresco sul tema dell’identità e della memoria nella tempesta delle stagioni di passaggio. Nel buio della prigione algerina si confrontano senza indulgenza l’anima cristiana e quella islamica di un Mediterraneo che è “un accumulo di culture, come un muro tappezzato di manifesti, sovrapposti e scrostati”.
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martedì, giugno 28, 2005

PINO ROVEREDO

 C’è chi mi crede informatissimo sugli scrittori italiani viventi, in realtà ne conosco e seguo appena qualche dozzina (sono MIGLIAIA, aiuto!!!). Confesso, per esempio, che del triestino Pino Roveredo, dal nome così silvestre (come ha osservato l’intervistatrice Mariangela Carone del TG3) ignoravo completamente l’esistenza.

Ma procediamo con ordine. Dal 27 giugno al 1 luglio qui a Venezia, al solito Future Centre di Telecom Italia, nel tardo pomeriggio vengono presentati alla cittadinanza, uno alla volta, i finalisti del premio Campiello. Domani toccherà a Raffaele Nigro, venerdì a Gianni Celati… oggi, invece, era il turno di questo misterioso Pino Roveredo, entrato per ultimo nella cinquina dei finalisti con il libro “Mandami a dire”, Bompiani editore. Poiché transitavo da quelle parti, mi sono detto: ‘Be’, vediamo che persona è’.  E devo dire che l’incontro è risultato interessante. Il finalista, intervistato dalla suddetta giornalista, ha raccontato esperienze di vita tutt’altro che melense: figlio di due genitori sordomuti, ha appreso prima il linguaggio dei gesti che quello delle parole, ha sperimentato la violenza di vari istituti, saggiato l’esperienza della dipendenza alcolica, dopo vent’anni della quale è finito a lavorare in una fabbrica di tappi per bottiglie di vino (quando si dice l’ironia della sorte!) e oggi “collabora” con vari centri specializzati nel recupero della devianza giovanile (tossicodipendenti, carcerati, emarginati eccetera). Insomma ha continuamente a che fare con il disagio. Fra le sue esperienze più importanti, un travolgente innamoramento per una vecchina di 96 anni (a cui ha dedicato il libro ‘Ballando con Cecilia’), conosciuta in un manicomio dov’era ricoverata da oltre 60 anni perché vedeva ombre. Le sue proteste avevano ottenuto il solo risultato di allungarle a vita il ricovero psichiatrico (prebasagliano, bisogna dire). L’approccio con la vecchina era stato difficile, ma Pino l’aveva poi conquistata offrendole cioccolate di cui Cecilia andava, tanto per cambiare, pazza:-/

Roveredo ha insistito più volte sul concetto di rispetto per il dolore della gente.

Fra le sue più amare esperienze, quella della cella d’isolamento in carcere. A questo proposito ha raccontato di aver trovato sotto uno stipetto, in quella circostanza, un giallo con cui aiutarsi a ‘far passare il tempo’. Peccato, ha aggiunto, che al libro mancasse proprio l’ultima pagina. Il suo predecessore l’aveva strappata.

Ha poi raccontato che a Trieste, dopo l’uscita dei primi libri con l’editrice Lint (‘Una risata piena di finestre’, La bela vita’, ‘Capriole in salita’, ‘Centro-diurno. Le fa male qui?’), aveva scritto una lettera aperta agli scrittori triestini, manifestando il desiderio di conoscerli. Solo Claudio Magris aveva risposto e accettato di incontrarlo, diventandogli poi, a poco a poco, amico.
Per stima - e NON per amicizia- Claudio Magris firma oggi la prefazione di “Mandami a dire”. Si tratta di una raccolta di racconti, in uno dei quali, per esempio, l’ucraino Succo d’Aceto si impicca a Trieste in piazza Italia a un’impalcatura. Non si tratta di un personaggio inventato, ma  del protagonista di un fatto di cronaca che Roveredo ha voluto salvare dall’oblio. In un altro racconto ‘L’uomo dei coperchi’ il protagonista, addetto alla collocazione dei coperchi sui barattoli di vernice, si salva dall’alienazione grazie ai colori.

postato da: Lioa alle ore 21:59 | link | commenti (4)
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EDGAR ALLAN POE, "FIGLIO DI VOLONTÀ"


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Edgar Allan Poe, "Figlio di volontà"

(in "Pietà di me, per amor di Dio, mi salvi dalla distruzione!", edizioni LIbri Molto Speciali, Venezia.)
“Figlio di volontà”, più noto come (anzi, finora noto solo come) “William Wilson” è un racconto sulla dualità della natura umana e di quella di Poe in particolare. Narra la storia di un un giovane malvagio perseguitato da un doppio buono, sempre pronto a sventarne le scelleratezze. Ma il WW cattivo ucciderà in duello quello buono. La quarta di copertina evidenzia la frase rantolata dal William buono morente tra gli spasmi dell’agonia: “Tu hai vinto, e io soccombo, ma tu pure, da questo momento, sei morto... sei morto al Mondo, al Cielo, alla Speranza! In me tu esistevi, e ora, nella mia morte, in questa immagine che è la tua, guarda come hai definitivamente assassinato te stesso!”
Il racconto è stato inserito nel volume per varie ragioni: perché è parzialmente autobiografico e pertanto contribuisce a completare il quadro delle esperienze giovanili dell’autore, gettando luce anche sul rapporto tra Edgar Allan Poe e il padre adottivo così come emerge dalle lettere a lui inviate tra i diciassette e i ventiquattro anni. Ma soprattutto perché riguarda quei conflitti irrisolti, quella mancata integrazione fra le diverse componenti della personalità che segnarono per sempre la vita e, di riflesso, anche l’opera di Edgar Allan Poe.
Naturalmente il titolo italiano (“Figlio di volontà”) è anche la traduzione letterale del cognome inglese “Wilson”, ma non è certo questa la ragione per cui ho deciso di utilizzarlo come tale. Nessun traduttore meno che imbecille si sognerebbe mai di tradurre i cognomi dei personaggi, se non in presenza di una ragione del tutto particolare. E comunque, a parte il titolo, anche nel testo italiano il protagonista del racconto continua a chiamarsi tranquillamente William Wilson come nell’originale.
C’è un passo-chiave all’inizio del racconto in cui il narratore afferma, parlando della propria infanzia:
“Divenni ostinato, dedito ai più sfrenati capricci e preda delle più incontrollabili passioni... a un’età in cui pochi figli hanno già abbandonato le proprie dande* mi ritrovai alla mercé della mia stessa volontà, divenendo in tutto, fuorché nel nome, il padrone delle mie stesse azioni.
Attiro la vostra attenzione su quel “fuorché nel nome”: sia il nome che il cognome del protagonista del racconto contengono il termine WILL: volontà.
Il cognome Wilson contiene anche SON (figlio), ovvero: “figlio di volontà”. Will, naturalmente, è anche l’ipocoristico di William, il cui lontano etimo onomastico è il germanico Willihelm, composto di wilja (volontà) e helma (elmo, protezione): “elmo della volontà”, “volontà che protegge” (così in Dizionario dei nomi italiani di Emidio De Felice, alla voce Guglielmo). Ma tanta volontà - come abbiamo sentito - non funge affatto da elmo per il povero William, né da sua guida o protezione. Lo trascina, invece, in un deserto di errore, rendendo il suo cognome “oggetto di sdegno, di orrore e di abominio” per la sua “stirpe di cui i venti hanno sparso fino alle più remote regioni del globo l’ineguagliata infamia”.
Nel racconto “William Wilson”, ripeto, il tema della volontà, sviluppato come opposizione tra “essere padroni della propria volontà”(Willmaster) o solo “figli della stessa”(Wilson), (responsabili o irresponsabili delle proprie azioni e del loro corso) è centrale. Ed è un’opposizione che rimanda immediatamente a un’altra: quella tra l’essere artefici del proprio destino o meri automi predeterminati/giocati dallo stesso.
Lo scopo del racconto (premette il narratore) è proprio quello di spingere chi legge a pensare che William Wilson non fu così totalmente colpevole della propria INFAME condotta, ma - almeno in piccola parte - preda di circostanze particolarmente sfavorevoli, VITTIMA di tentazioni al di sopra dell’umano controllo. “Nessuno [protesta] era mai stato TENTATO così prima di me!”. Quanto a lui, farebbe volentieri a meno di raccontare le sue vicende, precisa, se non fosse spinto dal desiderio di indurre chi legge a individuare qualche possibile OASI di fatalità, in mezzo a tanto DESERTO di errore, proprio per ammorbidire il giudizio di infamia rimasto appiccicato al proprio nome, ed evidenziare quante più possibili attenuanti.
 “I miei genitori”, racconta Wilson, “erano irresoluti e minati da debolezze analoghe alle mie. Non poterono fare che poco (“osarono solo fiacchi e mal diretti tentativi), di conseguenza, per arginare le malvage tendenze che andavo manifestando.” E fu così che egli si ritrovò troppo presto “alla mercé” della sua stessa volontà, padrone delle sue stesse azioni, fin troppo libero di sceglierne il corso secondo i dettami del freudiano principio di piacere, anziché essere indirizzato ad adeguarsi progressivamente al principio di realtà, quando compito dei genitori sarebbe proprio quello di proteggere i figli non solo dai pericoli del mondo esterno, ma anche da quelli derivanti dalle loro stesse tendenze.
Alla fine del racconto, il narratore dice che cercò invano di fuggire dal proprio persecutore perché il suo cattivo DESTINO (“evil destiny”) lo inseguì dovunque, fino alle estreme regioni della terra, come trionfante. L’altro Wilson, il suo doppio, il persecutore è, dunque, identificato esplicitamente con il destino. Fin allora, dice, “mi ero sempre passivamente sottomesso al suo imperio” (“I succumbed supinely to this imperious domination”), ma poi mi feci sempre più insofferente (“more and more impatient of control”): iniziai a opporre resistenza. Con l’aumentare della mia fermezza, parve diminuire quella del mio tormentatore. Alla fine decisi di non accettare più di essere schiavizzato dal mio doppio (“to be enslaved”) e tentai di ucciderlo, ma fu proprio nel duello finale che scoprii - carramba che sorpresa! -, che il mio persecutore, ovvero il mio destino, aveva i miei stessi lineamenti... che il destino ero io stesso! Il messaggio del racconto, a questo punto, esplode in tutta la sua positività (a dispetto di quanti considerarono le opere di Poe profondamente immorali e corruttrici): Siamo noi stessi il nostro destino. Non è lui a plasmarci, ma noi stessi a plasmare lui. Dipende da noi, da una nostra eventuale lotta coraggiosa, la possibilità di costruirci una vita migliore. Come nelle fiabe, anche nei racconti di Poe la vittoria (o la sconfitta) finale non è mai sugli altri, ma solo su se stessi e sulla propria componente di malvagità. Se non vogliamo, come WIlson, morire alla speranza, restare lacerati e distrutti dalle nostre stesse ambivalenze, è necessario che le integriamo per rinascere a un livello superiore di maturazione.
postato da: Lioa alle ore 08:27 | link | commenti (2)
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lunedì, giugno 27, 2005


postato da: Lioa alle ore 08:49 | link | commenti (4)
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COME ASCENDERE


"Sono passati già quaranta giorni..." constatò Gesù. "Mi tocca ascendere."
Il sentiero cominciava a salire, non si poteva guardare dalla parte di
Betania...
Uno degli apostoli gli si era accostato, gli stava dicendo qualcosa,
sottovoce.
"Sapevo da sempre che questa battuta sarebbe stata pronunciata..." mormorò Gesù passandosi una mano sulla fronte....
Erano ormai arrivati quasi in cima.
"Come posso tenerle, le mani?" si ricordò di chiedersi Gesù. "Non tutte e
due incrociate sul petto come un bambolotto, ma neppure stecchite lungo i
fianchi... A tenerle tutte aperte e allargate ai lati della testa assumerei
un aspetto insopportabilmente pretenzioso durante l'ascensione... Ecco...
potrei forse tenerle dietro la schiena, con le dita intrecciate, la testa
leggermente inclinata da una parte, le spalle un po' strette... Potrei
grattarmi d'un tratto un angolo della bocca, o di un occhio, volendo, per
minimizzare un po' la cosa..."
Non sentiva già più il terreno sotto i piedi, gli apostoli dovevano già
arrovesciare la testa per vederlo, sulla cima del colle che oscillava.
"Forse non ci sarà più nessuno ad aspettarmi..." si disse ancora Gesù,
"troverò tutto vuoto e deserto, abbandonato, le luci spente, cartacce che
volano, sedie rovesciate..."

(Antonio Moresco, "Gli esordi", Feltrinelli)


postato da: Lioa alle ore 08:45 | link | commenti
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sabato, giugno 25, 2005



Il primo libro non si scorda mai:-/

postato da: Lioa alle ore 07:03 | link | commenti (3)
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venerdì, giugno 24, 2005

A integrazione del discorso di ieri sugli incontri nel bosco nero:


HORROR



Datemi tanti viscidi

squamosi trucidi

verdastri orribili

(ma riconoscibili,

ma affrontabili)

bavosi mostriciattoli

perché io possa

attribuire volti

e assestare colpi

ai fantasmi informi

che mi porto dentro.

postato da: Lioa alle ore 07:39 | link | commenti (3)
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giovedì, giugno 23, 2005





                    IL PRIMO VIAGGIO IMPORTANTE

 

Facciamo il nostro PRIMO VIAGGIO IMPORTANTE da piccoli, quando, ascoltando una fiaba, ci identifichiamo nell’eroe che si allontana da casa in cerca di AVVENTURE e soprattutto - fuori dai simboli - IN CERCA di se stesso. L’eroe che PARTE si perde spesso in un BOSCO o in un'immensa e tenebrosa FORESTA, dove non manca di incontrare orchi, streghe, animali feroci, maghi, fate... Smarrirsi in una foresta irta di pericoli significa, infatti, abbandonare la sicurezza dell'infanzia e affrontare l'oscurità interiore, per cominciare a comprendere chi si voglia essere. L'immagine e la sensazione di essersi persi in una fitta e oscura foresta sono indimenticabili. I viaggi degli eroi delle fiabe sono viaggi all'interno della mente, nei territori dell'inconsapevolezza e dell'inconscio. Ma nelle fiabe le ansie INFORMI dei bambini (il loro bisogno di essere amati; la paura di essere abbandonati; i loro tentativi di restare aggrappati ai genitori anche quando venga il momento d'affrontare il mondo da soli...) prendono FORME comprensibili e LIBERATORIE. Per un bambino, infatti, le paure senza nome e senza volto che si porta dentro sono le più difficili da sopportare: meglio tradurgliele in creature ben precise, per quanto raccapriccianti, in modo che, attraverso dei processi di equivalenza simbolici, i suoi più feroci nemici interiori possano diventare, a seconda dell’età, il lupo cattivo, l’orco, il fantasma, il vampiro, il mostro, lo zombie e così via. Una volta trovata la via d'uscita dal bosco – ovvero la strada per diventare se stesso - l’eroe ne emerge con un'umanità più sviluppata. “Perduta l'innocenza dell'infanzia e affrontati i pericoli in agguato dentro se stessa e nel mondo” ci ricorda Bruno Bettelheim, “Cappuccetto Rosso viene estratta dal lupo e rinasce a un livello superiore d'esistenza, raggiungendo la saggezza che soltanto chi ‘nasce due volte’ può possedere.” I viaggi delle fiabe esprimono, in qualche modo, dei riti de passage. La morte metaforica di un’individualità vecchia e inadeguata serve a farla rinascere a un livello di esistenza superiore. Attraversando il bosco insieme all’eroe di una fiaba, un bambino impara che, se vuole diventare padrone del proprio destino e conquistare il regno di una personalità autonoma, è necessario che prima sopporti privazioni, pericoli, avversità impreviste, anche se spesso IMMERITATE.

                     Ci sono, nelle fiabe, due ingredienti importantissimi:

 1) le  peripezie (o prove da superare),

 

 2) il LIETO FINE (vittoria dell'eroe).

        

 I bambini hanno assolutamente bisogno di consolidare la propria capacità di speranza, di fortificare un automatismo che li spinga a considerare ogni batosta solo momentanea, accessoria, non pregiudizievole del successo finale, una sorta di inevitabile scotto da pagare, semmai, per averlo. Identificandosi nell'eroe di una fiaba, il bambino si allena da un lato a incassare (insieme a quello) tutta una serie di scacchi, dall'altro a considerarli irrilevanti ai fini del successo complessivo. Nelle fiabe nessuno si arrende al proprio destino e i brutti anatroccoli diventano regolarmente degli splendidi cigni. I personaggi delle fiabe vivono una vita intessuta di desideri che si realizzano ad onta di qualunque ostacolo di partenza o incidente di percorso (una famiglia  poverissima, un padre che li porta a perdere nel bosco, delle prove da superare... ). Finché si è piccoli, poco strutturati, si ha assolutamente bisogno di fare un bel pieno di fiducia. Poi, quando si è preso coraggio, si abbandonano le fiabe e si fa il gran salto nella realtà, ma, e qui sta il punto, ARMATI DI SPERANZA.

postato da: Lioa alle ore 00:07 | link | commenti
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mercoledì, giugno 22, 2005



MAMMA LI SARDI!!!


È NATA UNA STELLA O UNA STALLA?

Blogstella o blogstalla nascente? Presto leggenda anch'io del mio pianerottolo?
Sentite che cosa scrive di me il simpaticissimo Basile Pesaro Borgna (anche a nome del suo compagno Vincenzo Maria Ostuni) nei
commenti a "Le regole del condominio" (Lipperatura di ieri 21 giugno):

«Approfitto di questo blog per complimentarmi con Lucio Angelini, che seguo
da tempo come traduttore e come scrittore dell'infanzia (non "per"
l'infanzia, che sarebbe banale). Il blog non soddisfa ancora pienamente il
mio senso estetico un po' "camp" - io e il mio compagno abbiamo una piccola
web agency, possiamo dare qualche consiglio, anche se nemmeno il nostro blog
è ancora allo stato ottimale, abbiamo poco tempo per lavorarci quanto
vorremmo, però quando lavoriamo per altri siti facciamo meglio, come questa
intro in flash:
http://www.movimentomosessualesardo.org/
Però ci piace molto come scrive Angelini, quel tono di sarcasmo lucido e
tagliente, molto bello il post su Simona Vinci che lascia il newsgruppo,
altro che il buonismo lipperiniano, tutto un colpo al cerchio e uno alla
botte, sembra sempre il comico di Foligno che c'era ieri sera al programma
di Lillo e Greg, che diceva: "Meglio Fuligno, ma certo anche Milano... ma
certo anche Torino... ma certo anche Roma". Sicuramente linkeremo il blog,
un'altra nota di controcanto rispetto al coro restaurativo che in rete copre
ogni voce dissenziente, come un muro del suono anzi, una muraglia di
nicknames. Noi ci firmiamo col nostro nome e cognome, e anche Angelini,
perché, come ripete Carla Benedetti: "Che ragione c'è di filtrare la nostra
identità? Non sarà questa una procedura imposta dai nuovi poteri? Sì, quelli
che producono questa bella orizzontalità in cui il mondo sta sguazzando
prima dell'apocalisse assicurata. Il nome è uno dei vincoli col mondo e con
la collettività. Perché la maggiranza dei bloggers è così contenta di
disfarsene?" (Carla Benedetti)
Un caro saluto ad Angelini, allora, e speriamo in uno scambio di link.»
Postato da Basile Borgna il 2005-06-21 14:07:30.0

Come non bastasse, tale ANO Nemo ha aggiunto:

«Proclamo quello di Angelini e quello dei gay cagliaritani i due blog più
DELIRANTI in lingua italiana. E' appropriatissimo che si linkino tra loro, e
spero collaborino, d'ora in avanti.»
Postato da ano nemo il 2005-06-21 14:13:53.0

Poi, però, insieme alla verità, è venuto a galla anche un uomo che sostiene di rappresentarla:

«parliamo di angelini. un mito. ma che dico? un supermito. uno che è uscito
dal niusgruppo, ha rotto i coglioni a tutti via blog altrui, ha praticamente
indotto antonio moresco, tiziano scarpa e carla benedetti a lasciare Ni in
mano a una banda di barbari scrittori incazzati neri e sicuramente di
estrema destra (;-)); e ora, finalmente ha il suo ponte di comando, dal
quale guarda l'orizzonte internettico col suo sguardo a 475 gradi, con il
clap clap obbligatorio (lo pagano) di bart di monaco, l'uomo delle 400
stagioni del web, l'uomo claque alla coque, la coquette da grande slap in
procinto di vincere il grande slam, il bruno vespa del web. angelini è
l'urlo ginsberghiano di liberazione nazionale, è il tarzan interpretato da
raimondo vianello, è un apostrophe rosa sulla parola chiavo... angelini se
non ci fosse bisognerebbe inventarlo a fumetti, nei fantastici 4 farebbe il
quinto, quello che non si vede ma si sente (eccome si sente!), anzi si legge
(scemi chi). un grande glande del web. onore e causa al dott. angelini che
fa un po' di casino in mezzo al revanscismo rebound del kaiser e del
bonhoff... roquentin sta ad angelini come la puzza da piedi sta al
roquefort. e insomma, angelini piace a tutti, grandi e piccini, trombatori
trombadori e ora pure gay(ssss) cagliaritani aprés pecoroni...»

Postato da l'uomo della verità il 2005-06-21 14:38:46.0
 
Sono certo che, dopo una giornata simile, Orietta Fatucci di Einaudi Ragazzi,
pentita di avermi trattato come una pezza da piedi, 
non tarderà a venirmi a raccattare con i guanti:-/
postato da: Lioa alle ore 07:11 | link | commenti (8)
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martedì, giugno 21, 2005


A CIASCUNO IL SUO


BEVILACQUA


Non siamo i soli ad avere Bevilacqua. Ce l'hanno anche in America, benché in
versione femminile. Il nostro si chiama Alberto, la loro Carol. Alberto
Bevilacqua scrive soprattutto di e per sua madre. Carol DRINKWATER (sic!) di olio
d'oliva.
Fra i suoi titoli "The olive season", "The olive farm: a memoir of
life, love and olive oil in the south of France".

postato da: Lioa alle ore 08:08 | link | commenti
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lunedì, giugno 20, 2005

     

 
SIMONA VINCI


È USCITA


DAL NIUSGRUPPO

     

  
Di recente nella blogosfera si è più volte disquisito di nick. Oggi, si sa, non c’è scrittore che non abbia un proprio blog (magari di rinforzo al libro appena uscito: vedi Perceber o l’atomico Pallavicini) e che non si lasci “amichevolmente” (a volte per suggerimento dell’editore) contattare via email da chiunque. Anni fa non era così. Gli amanti della lettura si frequentavano telematicamente soprattutto nei cosiddetti niusgruppi, peraltro ancora esistenti, e se qualche scrittore edito vi faceva capolino firmandosi con nome e cognome, il prestigio del niusgruppo ne usciva sicuramente rinforzato. Prendiamo il caso di Icl (It.cultura.libri). L’interessante di questo niusgruppo era che, fra i tanti appassionati di libri che lo bazzicavano, vi postava appunto – con brivido degli altri frequentatori - una nutrita rappresentanza di scrittori: Simona Vinci, Eraldo Baldini, Carlo Lucarelli, Giulio Mozzi e chissà quanti altri più o meno infingardamente celati dietro nick di comodo. Ebbene, nel marzo del 2001, a partire da una richiesta in sé abbastanza innocua, andò sviluppandosi una polemica di discreta veemenza intorno all’opportunità, da parte degli scrittori, di intervenire a viso scoperto o mascherato da nick. In poche ore il thread si infoltì di oltre un centinaio di risposte (tutte ancora perfettamente guglizzabili) di cui, in una sorta di gioco al COME ERAVAMO, mi piace adesso collazionare le più significative. Se da un lato il titolo “Simona Vinci è uscita dal niusgruppo” spoilerizza cinicamente la conclusione del dibattito, dall’altro non ne pregiudica i gravi interrogativi di fondo, fra i quali:
 

         SARÀ IL POST (PISTOLOTTO TELEMATICO) IL GENERE LETTERARIO PIÙ PRATICATO DEL FUTURO?

      

       Ma andiamo con ordine. Tale Massimo avviò il thread “Simona Vinci” ponendo la seguente stringata richiesta:

      

       Mi date un giudizio sincero e obiettivo sull’ultimo libro di Simona Vinci, per favore??? Grazie.

      

       Uno dei primi a sbilanciarsi in favore della scrittrice fu ERALDO BALDINI, che affermò:

      

       Sinceramente e oggettivamente, Simona è molto brava. Nel suo ultimo libro ha

     raffinato ulteriormente il linguaggio, le atmosfere, le suggestioni, e alcuni di quei  racconti sono davvero indimenticabili. E crescerà ancora (non di statura, quello non più, anche se lei lo vorrebbe...). Attendo che Simona mi risponda: ‘Senti chi parla!’. Controrisposta:  ‘Simò, io sono alto dentro. Ah, se tu vedessi una mia ecografia!’ EB

     

         Subito dopo si fece avanti KORK (aka Piero Ciampi):

      

       Prova a immaginare: stai leggendo e a poco a poco ti senti molle, invertebrato. Quando cominci a sentire che la spina dorsale e le costole sono ormai flaccide e impotenti, dalle parole del libro esce un braccio molto determinato che si ficca nella tua gola, ti afferra la caviglia da dentro e ti rivolta... sglap! ... sei lì... il libro è dentro di te insieme ai tuoi occhi... e se riesci a guardarti in uno specchio ti vedi come una massa di roba pulsante e fetente, ricoperta di merda ma viva, vedi il sangue che gira attraverso i tuoi organi, appesi come ad un albero di natale a quell'essere informe che sai essere te stesso. ti fai schifo ma cominci a riconoscerti, vedi il cuore sgonfiarsi proprio nell'istante in cui il tuo cervello lo sente battere, vedi i fasci di nervi contrarsi al pensiero che ti sta nascendo in testa. ecco cosa ti fa: ti racconta da dentro. se tutto ciò sia sincero e oggettivo proprio non saprei. ciao.

      

    

       Poi ancora CARLO LUCARELLI:

      

       A me i suoi libri piacciono molto e non è un mistero. Non è una difesa d'ufficio, ho trovato “Dei bambini non si sa niente” un romanzo che riesce ad essere lirico e tremendo allo stesso tempo e ho trovato i racconti di ‘In tutti i sensi come l'amore’ scritti con grandissima cura e profondità.

      

       PIERO SORRENTINO fu il primo a manifestare diffidenza verso le opere della scrittrice, ma lo fece indirettamente, ovvero appoggiandosi a un Ipsedixit: 

      

       “Il gioco di specchi, l'emozione citata più che vissuta, una terribilità tutta di testa ci sembra prevalere anche nel romanzo ‘Dei bambini non si sa niente’, di quella Simona Vinci nata, come Galiazzo (Matteo, n.d.r.), nel 1970, e ‘cannibale’ di seconda istanza, cioè inclusa in ‘Anticorpi’ (antologia Einaudi, n.d.r.). Anche nelle pagine di questa scrittrice si avverte una scrittura narcisistica, che rafforza la generale impressione di concentrazione dell'io su di sé piuttosto che sul dolore rappresentato (il che non significa che ci si aspettasse necessariamente ‘pietà’: poteva anche essere lo scandalo dell'artista satanico). Insomma, siamo alla meticolosa, calligrafica ricostruzione di un dolore e di un male orecchiati, più che alla vibrazione, che alla rielaborazione autentica e sofferta nell'io dell'autore.” (Francesco Dragosei, "Letteratura e merci", Feltrinelli 1999)

      

          La sua citazione fece girare un cincinino le scatole a SIMONA VINCI:

       

       Caro Piero,

       mica volevo intervenire in questa discussione (l'argomento mi è troppo vicino perché io riesca a metterlo a fuoco in modo obbiettivo, potrei solo giustificarmi, e sarebbe del tutto inutile, a me e ai lettori); però, la trafila di stronzate in  bella forma (oddio, bella no. A me pare orrenda) che hai riportato citando tal Dragosei (mi scusi l'interessato, ma non so chi sia), ha dato un brivido in più alla mia serata solitaria. Volevo solo dirti che sono felice che NON siano parole tue! ;))) Buona notte.

       

       Quale non dovette essere la sorpresa di Simona nel trovare in Icl, il mattino dopo, l’attacco – questa volta diretto - di PAOLO BENEFORTI, scultore di Pistoia? 

      

       > Simona  Vinci scripsit:  > la trafila di stronzate

      

       brutta reazione. ancora di più dato che l'autore della rece non è chi ne ha postato un brano, e quindi manco può rispondere. che c'è? brutta giornata? mangiato pesante? Cmq piglio l'occasione per dire che invece, secondo me, questo pezzetto di recensione mette il dito proprio nelle piaghe peggiori dei tuoi lavori (il che spiega la reazione). Che i tuoi libri non mi dicano granché l'ho già detto più volte (e non per moralismo; anzi, mi pare di averli difesi da quel tipo di accusa qualche volta). Cmq ho letto - vaiassapettuperché - "Dei b. non si sa niente" e "In tutti i s. come l'a." (ehm, quest'ultimo non ce l'ho fatta a finirlo-irlo-irlo proprio tutto, confesso! -yawn-). La cosa peggiore che ci ho trovato, imho, è la pretenziosità, il mostrare continuamente, drammaticamente, enfaticamente di voler dire chissà che, senza poi riuscirci mai. Questo limite, questa montagna che partorisce topolini ciechi uno dopo l'altro, è tragicamente sottolineato dalla scelta stilistica: esprimersi con quello stile asciutto, essenziale, fatto di frasi brevi e lapidarie, senza maieppoimaicascasseilmondo un filo d'ironia o di leggerezza o di *umiltà*, questo crea un'intelaiatura dentro la quale non si può non aspettarsi di trovare fatti, cose, vicende o considerazioni un minimo non superficiali, un po’ intense; un arrosto degno di tanto fumo retorico, insomma. Cosa che disgraziatamente in questi libri non succede mai. Anzi, là dove potrebbero annidiarsi dei contenuti (nelle pieghe delle vicende, nei caratteri, nella scarnezza delle trame), proprio da là finiscono per saltar fuori solo banalità, retorica, luoghi comuni generazionali e non. E poi c'è l'altra caratteristica negativa (che, combinata con la suddetta, genera una miscela micidiale, ancorché talvolta soporifera): il voler sempre toccare fatti estremi, situazioni dolorosamente drammatiche e tragiche – con la ciliegina dell'immancabile descrizione splatter da B-horror di quart'ordine (ehm, da D-horror, quindi... ;-)) - senza riuscire a farlo in modo non artificioso e non falso. 

      

       E SIMONA di rimando:

       

          > che c'è? brutta giornata? mangiato pesante?

      

     Macché, io veramente mi ero divertita. Se dovessi prendermela tutte le volte, considerata la mole di recensioni che mi arrivano da ogni parte del globo (alcune buone, altre ottime, altre cattivelle e altre ancora orrende) mi sarei dovuta suicidare da un pezzo. Fa tutto parte del gioco. Un gioco bruttino, perché per me scrivere era un esercizio zen e adesso è diventato un gioco al massacro che mi rende infelice.

      

       > Cmq piglio l'occasione per dire che invece secondo me questo pezzetto di

     recensione mette il dito proprio nelle piaghe peggiori dei tuoi lavori (il

      che spiega la reazione).

      

     La mia reazione era divertita. Semplicemente perché trovo spesso ridicolo il tono tronfio e infarcito di frasi fatte che utilizza la gran parte dei critici letterari. (categoria per quel che mi riguarda totalmente inutile). Ci sono rimasta molto peggio a leggere le tue, di parole. Certo non perché non ti sia lecito pensarle, ma perché penso che a questa discussione non aggiungevano granché. La tua era solo voglia di punzecchiare, e di far male. Direttamente, a me. Non sono un superautore lontanissimo. Non sono incensata da critica e pubblico. Non vendo il mio fumo a milioni di persone. Me ne sto nella mia nicchia. E sono sempre pronta ad imparare. I miei limiti li vedo anch'io. Cosa credi? Sono qui e mi metto in discussione, già questo dovrebbe farti intendere che forse di ironia ne ho poca, ma di umiltà invece sì. Il tuo acume critico dovresti provare a indirizzarlo a quelli che non si mettono in discussione mai, e sono i più, anche dentro questo piccolo/sterminato spazio virtuale. La gente come te mi fa tanta tristezza. Te lo dico, caro Paolo, senza nessuna acrimonia. Lo giuro. Simona

       

         PAOLO BENEFORTI:

    

       Simona Vinci scripsit:

      

       > I miei limiti li vedo anch'io. Cosa credi? Sono qui e mi metto in discussione, già questo dovrebbe farti intendere che forse di ironia ne ho poca, ma di umiltà invece sì

      

     e allora di che ti stai a lamentare? qui si parla appunto di limiti e pregi

     degli autori e delle loro opere (per lo più, ehm). se vuoi leggere solo

     pareri adulatori ti conviene fondare it.fan.simonavinci (moderato): ce la puoi fare, guarda, non è difficile.

    

      

          Risposta di SIMONA:

    

     Io non discuto nulla di ciò che hai scritto sul mio lavoro.  Ne hai ogni diritto. Certe cose, tra quelle che hai sottolineato, le conosco bene e cerco di lavorarci sopra per quanto posso. Io discuto solo il modo. A volte, basta una piccola parola per riuscire a non ferire chi hai di fronte. E tu, quella piccola parola non riesci mai ad usarla.  Buona notte. S.

      

               Anche GIULIO MOZZI prese le distanze dalla reazione di Simona:

      

       > l'argomento mi è troppo vicino perché io riesca a metterlo a fuoco in modo obbiettivo, potrei solo giustificarmi, e sarebbe del tutto inutile, a me e ai lettori

      

     Secondo me sarebbe utile. Che cosa c'è di male nello spiegare le ragioni delle proprie scelte, se qualcuno te lo chiede? Bisogna dare adito al sospetto di non saperlo fare?

      

          > la trafila di stronzate in  bella forma (oddio, bella no. A me  pare orrenda) che hai riportato citando tal Dragosei (mi scusi l'interessato, ma non so chi sia), ha dato un brivido in più alla mia  serata solitaria

    

         Brutta e scortese retorica:  1) l'insulto ("stronzate"); 2) il ribaltamento dell'accusa ("in bella forma": e la critica di Dragosei è essenzialmente un'accusa di leziosità), 3) il tentativo di screditare un'opinione per mezzo della poca fama di chi l'ha espressa ("tal Dragosei", "non so chi sia").

    

          SIMONA a Giulio:

    

          Hai scritto: 

    

          > Secondo me sarebbe utile. Che cosa c'è di male nello spiegare le ragioni delle proprie scelte, se qualcuno te lo chiede? Bisogna dare adito al sospetto di non saperlo fare?

    

     Forse, Giulio, davvero non lo so fare. O forse, lo avrei fatto se qualcuno me lo avesse chiesto, ma così non è stato.  Un conto è rispondere a delle perplessità, un conto è giustificarsi quando qualcuno attacca il tuo lavoro.  Ha tutto il diritto di farlo, solo c'è modo e modo. E comunque non sono d'accordo con te che le proprie scelte, quando si scrive, si dipinge o  si produce un'opera d'arte con qualsiasi altro linguaggio vadano motivate. Vorrebbe dire che hai fallito, visto che dovrebbe essere l'opera stessa a parlare

    

       > Brutta e scortese retorica...

    

     Chiedo scusa. Però, come Dragosei pensa che io scrivo male, posso pensare anche io lo

     stesso di lui? Togliamo la parola 'stronzate’.  Quella era solo la piccola ira del momento a parlare per me. Ciao.

    

        GIOVANNA

    

     simona vinci ha scritto:

    

      > A volte, basta una piccola parola per riuscire a non ferire chi hai di fronte.

    

     su questo niusgrup si fa molto male a fare del buonismo. è ridicolo.  a obiezioni chiare si risponda chiaramente. buttarla sul sentimentale è una sciocchezza. io sto ancora aspettando che qualcuno mi spieghi cosa vuol dire 'accettare il dolore degli altri'.  che il tuo pensiero, simona, e di seguito la tua scrittura - o la tua scrittura e di sotto il tuo pensiero - manchi di spessore è un dubbio che viene - mi permetto perché di mestiere fai la scrittrice e non la parrucchiera, e hai una responsabilità pubblica rispetto a quello che scrivi. in fondo ti mantengo io, comprando i tuoi libri, ho il diritto di dirti che non mi piace quello che fai, e se mi sembra che te la prendi troppo comoda. lo faccio anche col mio parrucchiere per come mi taglia i capelli. senza metterlo in crisi, peraltro.

    

    

     RICCARDO MORI

    

     a mio avviso l'autore, quando partorisce, deve tagliare egli stesso il cordone ombelicale.

    

    

     P. BIANCHI a Riccardo:

    

     Non si può. L'autore è coinvolto, il libro è un pezzo di lui, non è possibile che mantenga il distacco, a meno che sia un bestsellerista mirante solo a limare il prodotto per ottimizzare cinicamente le vendite. L'autore è un marchio, trovarselo lì in carne e ossa a chiederti conto esplicitamente o implicitamente se ti piace la sua mercanzia è impossibile, troppo ingombrante, troppo imbarazzante. Mi vedo Lucarelli dire: “Ma allora io non posso partecipare alle vs (peraltro) cazzate? Qs. è limitativo della mia libertà.” Ebbene un po’ sì, d'altronde se frequenta diventa limitativo della libertà nostra, se lo lodi sembri leccaculo, se critichi il libro diventa automaticamente una critica alla persona, non se ne viene fuori se non tacendo, ma tacere in un mezzo fatto per parlare richiede una propensione all'ossimoro. Simona Vinci (anch'io non ho mai letto nulla, tranne quello che scrive qui: e qui mi sembra una gran tenerona) può presentarsi tranquillamente come SV in un niusgrup di computer o di giardinaggio, a discutere della soundblaster o di innesti di ciliegio. Non dovrebbe andare in un ng di lettori, che possono discutere dei suoi libri. Almeno non col suo nome, idem per Lucarelli, sono troppo ingombranti, devono fare come i preti nel bordello, travestirsi e spassarsela solo sotto mentite spoglie. Le critiche di Beneforti a me sembrano argomentate e suonano plausibili, se le avesse dette parlando di Ugo Foscolo non fregava niente a nessuno, cioè in tal caso il vero oggetto di valutazione sarebbe stato non il Foscolo né la oggettiva validità delle critiche ma solo la coerenza interna alle argomentazioni benefortiane, come accade in qualunque accademia letteraria. Invece parlando della Vinci tutti i guardoni si girano subito per vedere come la prende la Vinci, se tace è una snobba, se si incazza è una permalosa, se glissa è una cinica, per il fatto di esserci ha già perso, l'unica cosa sarebbe se rispondesse con una flammona telematica memorabile ma 1) questo le darebbe dei punti come polemista e non come romanziera 2) qualche stronzo di giornalista lurkone ne approfitterebbe per far colare un po’ di merda sui giornaletti. Non se ne esce, il difetto è a monte, l'autore è un marchio che deve stare al suo posto e cioè sulla copertina del libro, oppure nel niusgruppo "l'autore risponde". Qui deve venire sotto falso nome.

    

     ERALDO BALDINI al niusgruppo:

      

     P. Bianchi ha sollevato un problema serio, scrivendo che gli autori su un NG

     che parla di loro e dei loro libri sono "ingombranti, imbarazzanti". Sono insomma fuori luogo, a meno che non si scelgano uno pseudonimo con cui intervenire sotto mentite spoglie. Premetto che a me sembra una soluzione peggiore del male. Se l'autore ha  quella sorta di "responsabilità" a cui altri hanno accennato in precedenti post, ebbene, se la deve assumere a viso scoperto. Con uno pseudonimo potrebbe "guidare" di nascosto le discussioni, e questo sì che, a mio avviso sarebbe fuori luogo. A parte ciò, ripeto, il problema esiste. "Non se ne esce", ha scritto P. Bianchi, perché si attua un condizionamento nei confronti dei frequentatori del group. E allora, che fare? Io sono entrato da poco, sono entrato perché adoro i libri, perché lurkavo da tanto tempo e mi pareva più serio uscire dall'ombra. Di me e dei miei libri non si è parlato, per cui per fortuna non ho dovuto affrontare direttamente il problema; se succedesse, credo che interverrei solo se mi fossero posti esplicitamente dei quesiti. Ma penso che a questo punto chi frequenta il NG dovrebbe dire la sua. Se gli autori sono ingombranti, io non ho problema a farmi da parte. Vi seguirò in silenzio, come facevo prima, e non ve ne vorrò di certo, perché quanto dice P. Bianchi va preso in seria considerazione. Un caro saluto a tutti. Eraldo Baldini

    

    

       SIMONA a Eraldo:

      

       Gli autori non sono ingombranti per gli altri frequentatori del newsgroup. Il problema è tutto loro. E sta a loro decidere. Per quel che mi riguarda, io qua dentro mi sono divertita molto certe volte e altre mi sono incazzata. Ci sono persone che sento vicine e delle quali mi piace il modo di discutere, altre che trovo presuntuose ed arroganti; fin qui, tutto normale. È così dappertutto. E ognuno può dire quello che gli pare su chiunque. Il problema, come dicevo, è dell'Autore. Se un giorno sì e uno no c'è qualcuno che ti dice che ce l'hai piccolo, che non sai scopare, che ti puzza il fiato e che perdi i capelli, che sei obeso, antipatico e garrulo, (e anche se chi te lo dice lo fa in modo intelligente e argomentato) prima o poi ti incazzi o quantomeno ci resti male. È umano, no? O si pretende che gli scrittori siano dei santi, testa china e schiena scoperta pronta alle frustate? Oppure che siano lì tutti vogliosi di spiegarsi, giustificarsi e argomentare le loro operine? Oltretutto, uno che ha la superbia di scrivere dei libri (perché un po’ di superbia c'è in chiunque si esponga, in qualsiasi campo) è anche abbastanza narciso da non tollerare troppo a lungo di essere messo in discussione. Ce n'è già abbastanza altrove di rompipalle. È giusto che chi lo fa (cioè mettere in discussione chi gli pare e come gli pare) continui a farlo; per me, è giusto prendermi una vacanza. Baci a tutti. Specialmente ad alcuni.

    

    

       LUCIO ANGELINI

      

       Sospetto da sempre che pbianchi sia uno scrittore sotto mentite spoglie, e uno scrittore coi fiocchi, per giunta. Se poi non lo è (intendo se non ha ancora pubblicato), qualcuno dovrebbe assolutamente affrettarsi a ingaggiarlo. Ciò non toglie che la soluzione da lui additata (= intervenire sotto nick) non sia né migliore né peggiore di altre, nel senso che ognuno deve sentirsi libero di agire come crede. A me, personalmente, fa solo piacere trovare in Icl i post della Vinci, di Lucarelli eccetera. C'è, però, un rischio reale: chi bazzica i forum letterari ha spesso delle frustrazioni personali (ha un manoscritto nel cassetto e non ha trovato gli estimatori giusti, si sente molto più bravo della Tamaro e così via...) e può arrivare a sfogare la propria amarezza attaccando chi è stato più fortunato di lui.

              

           SIMONA VINCI

      

        "p. bianchi" wrote:

      

       > Simona Vinci può presentarsi tranquillamente come SV in un niusgrup di computer o di giardinaggio, a discutere della  soundblaster o di innesti di ciliegio. Non dovrebbe andare in un ng di lettori, che possono discutere dei suoi libri. Almeno non col suo nome,

     idem per Lucarelli, sono troppo ingombranti, devono fare come i preti nel  bordello, travestirsi e spassarsela solo sotto mentite spoglie. Non se ne esce, il difetto è a monte, l'autore è un marchio che deve stare al suo posto e cioè sulla copertina del libro, oppure nel niusgruppo "l'autore risponde". Qui deve venire sotto falso nome.

      

     Hai assolutamente ragione. Sono entrata qui con il mio nome semplicemente perché pensavo di poter essere un lettore come un altro, di poter parlare dei libri che leggo e di cogliere consigli e opinioni di altri.  Ho sbagliato. Ho peccato come sempre di ingenuità. Ogni atteggiamento di fronte a critiche o lodi, attacchi o difese, può essere scambiato per ciò che non è ed è comunque discutibile.  L'unica cosa che mi sento davvero di dire è che a me, di parlare o sentir parlare dei miei libri, non me ne frega un beato cacchio. Scrivo. Punto. A volte non scrivo. Faccio tante altre cose. Come tutti. E soprattutto leggo, come voi. Le mie giustificazioni, le mie scelte di scrittura, le mie insicurezze o la mie convinzioni in ciò che faccio, non le vengo a discutere qui come se questo fosse un gruppo di autoaiuto o uno studio di psicoanalisti associati specializzati nei problemi del linguaggio. Ci ho provato a fare il lettore qualunque. Non è possibile. Amen. Vorrà dire che farò più giri in bici e che telefonerò di più agli amici. Un abbraccio a tutti quelli con cui ho parlato in questi mesi. E non scannatevi troppo. Fa male alla salute.

    

    

       ENRICO BRIZZI (in realtà un troll)

      

       Cazzo, mi è venuta l’ispirazione per un nuovo best-seller: “Simona Vinci è uscita dal niusgruppo”!

      

    

         PIERSANDRO PALLAVICINI a P. Bianchi

    

     Insomma, secondo te, si deve parlare dell'opera e non dell'autore... oppure si può parlare anche dell'autore, ma solo se questo non c'è? O se ci sono degli autori possiamo parlare di altri autori ma non di quelli che ci frequentano perché se no... se no si fanno delle piaggerie? Se no questi autori rispondono e parlano dei propri libri? Se no invece si offendono perché qualcuno li tratta male a sproposito (Beneforti, Beneforti!)? O, addirittura, se ci sono "scrittori all'ascolto" c'è chi scrive delle cose su Cendrars, Isherwood o D'Arzo consapevole  dell'ascolto dello scrittore e allora, chissà, magari cerca di farsi notare, ingraziarselo di sponda, insultarlo di rimbalzo (capacità parassite in elettronica, effetti cooperativi in chimica)? Ma dico: e allora?!? E anche: sono pazzo a dire che a me diverte veder prender corpo questo tipo di "interazioni"? Che rendono un po’ spumeggiante un disastro di ng? Che mi interessa sentir parlare un autore dei propri libri e dei libri degli altri, e, forse più ancora, degli altri autori (che uno scrittore conosce, un lettore no). Mi interessa il sentimento che provano gli autori per i propri libri, i meccanismi di difesa che per le loro creature fanno scattare, i veli di autoironie (vere o false) che gli autori stendono, il limite fino al quale sono disposti a scendere a patti coi lettori (fino a dove sopportarne le piaggerie, fino a dove accettarne con garbo le critiche), le difese che mettono in atto per i loro "scrittori di riferimento", cosa leggono quando e perché...  Per morbosa curiosità, forse, ma non tanto verso le loro persone quanto verso la pratica della scrittura. Interessa solo me? Non so: credo che interessi molti...

    

    

     P. BIANCHI a Piersandro:

    

     Se l'autore non c'è si può dire tutto quello che si vuole sia di lui sia della sua opera (quella zoccola poetastra dell'aleramo), senza problema. Se l'autore c'è, anche attenendosi strettamente alle sue opere,  è come se stessimo facendo apprezzamenti su di lui come persona. E quando si va sul personale si rischiano sempre o la flamma, o il puci puci, o il roccolo conventicolare.

    

        > O se ci sono degli autori possiamo parlare di altri autori ma non di quelli che ci frequentano perché se no... Se no si fanno delle piaggerie?

    

     Esattamente, si fanno delle piaggerie. Spettacolo tipo la massaia che si bagna sotto perchè vede da vicino il signor Maic...

    

        > sono pazzo a dire che a me diverte veder prender corpo questo tipo di "interazioni"?

    

     Te lo appoggio senza meno. Perché quanto tu dici significa esattamente sfruttare i vantaggi del ng, dove le distanze sociali si azzerano e hobbisti elettronici dialogano col responsabile area PC della fu-Olivetti, e cose del genere. E un po’ insegni e un po’ impari, cose che magari sui giornali o sui libri non ci sono, ecc.  L'unico che qui aveva e ha le mani in pasta a livello editoriale e lanciava (sempre meno) sprazzi di visuale sull'editoria dal di dentro, dal suo osservatorio privilegiato, è l'utente per lo più noto come silvio. Che però ICL si guarda bene dal prenderla sul serio :-) Tolto lui, il grosso rischio è che in presenza dell'autore si instauri il meccanismo detto del fanzinaro brufoloso: il fanzinaro scodinzola e l'autore benevolmente si concede. Orrrroooore. Il ng che funziona (e in qs. senso funzionano soprattutto quelli tecnici) funziona producendo un travaso di competenze, offre un equilibrio dinamico fra chi chiede e chi spiega, oggi chiedo e domani spiego, che presuppone non l'uguaglianza ma l'equilibrio di ruoli fra i partecipanti. Chi chiede impara, chi spiega fa bella figura. Domani le parti si invertono. Qui no, in presenza dell' A. i ruoli sono fissi. L'hobbista e l'ingegnere capo della Olivetti non sono uguali ma il loro dialogo può funzionare se condividono una comune passione per diciamo l'elettronica. Se al capo ingegnere scappa detto una volta di più la parola Olivetti, a un certo punto si innesca la spirale polemica in cui lui dopo interviene solo per dire quanto è buona la roba Olivetti, e la gente lo cimenta solo più per dire che la Olivetti fa schifo,  a quel punto l'equilibrio si rompe. L'esempio è reale, risale a 5-6 anni fa in un'area Fidonet ed è prevedibilmente finito che l'ing. Olivetti non si fece più vedere... [cut] La Vinci è un pretesto dei fanzinari per esercitare la propria scodinzolaggine e dell'uomo superiore per esibire la propria inimpressionabilità. È strumentalizzata. L’ingombrante presenza dell'autore catalizza questi atteggiamenti per il solo fatto di esserci. E siccome né l'uno né l'altro atteggiamento sono un bello spettacolo, non potendo ammazzare la folla, io propongo più economicamente di ammazzare l'idolo. Con te non c'è problema, da quando ho capito che i tuoi libri houellebecquianofili forse non mi sarebbero piaciuti, ho smesso di cercarli e fatto voto di non leggerli :-)

    

    

     MEI

    

     Qualcuno che abbia voglia di contrattaccare i post di paolo, adottando gli stessi strumenti senza perdere di vista il vero soggetto: la scrittura?

    

     LUCIO ANGELINI a Mei:

    

     Non raccontiamoci palle: quelle di Paolo sono mere *impressioni* ("Ogni volta mi aspetto chissà che e poi la montagna partorisce puntualmente un topolino!") a cui chiunque può tranquillamente opporre: "Ogni volta NON mi aspetto pressoché niente e poi, di colpo, ecco che il topolino partorisce una montagna!... (vedi il finale di DBNSSN). Il solo fatto che una distratta domanda iniziale ("Chi mi dice qualcosa di S. Vinci?", Massimo) abbia prodotto oltre CENTO (100) risposte in poche ore la dice lunga sull'impatto narrativo della Vinci, che, come tutti gli outsider o personalità NON comuni, può piacere moltissimo ad alcuni e meno che poco ad altri. Dimostrare che i libri della Vinci (o persino le sculture di Paolo Beneforti) siano OGGETTIVAMENTE  belli o brutti è impossibile. Ma l'attenzione critica (nazionale e internazionale) suscitata, nel bene e nel male, dalla Nostra basta da sola a testimoniare del suo non comune 'spessore’. Credo che il sogno segreto di ogni artista sia proprio quello di accendere divisioni e discussioni, piuttosto che quello di mettere d’accordo tutti quanti.

    

    

     IMPORTANTE SCRITTORE

    

     Salve, mi presento. Sono un importante scrittore in incognito, come forse il mio nick suggerisce. Dopo aver seguito con attenzione la polemica in atto, ho deciso di non mettervi a parte del mio vero nome e cognome per non contribuire ad alterare la spontaneità dei vostri comportamenti. Vi bastino le sacre auree di cui già appaiono circonfuse le figure di Lucarelli, Baldini & Company.  Non vorrei mai che il fanciullone Matteo Filippi, non sapendo bene come reagire, mi si mettesse a uggiolare/scondinzolare davanti prima ancora di aver letto i miei libri, o che l'intemerato/impavido Beneforti si sentisse indotto ad attaccare i miei capolavori solo per far vedere che - fosse dipeso da lui - col cavolo che avrei avuto successo! Desidero, inoltre, che P. Bianchi mantenga nei miei confronti lo stesso sangue freddo che se scoprisse di avere come vicina di pianerottolo Wanda Osiris, anzi no (è morta), facciamo Gina Lollobrigida, o la incrociasse davanti al cassonetto del condominio con in mano un prosaico sacchetto della spazzatura. Non aspettatevi, dunque, indizi di sorta sulla MIA personale produzione letteraria. Il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà.

    

    

      SILVIO

    

      "Importante Scrittore" ha scritto:

    

       > Non aspettatevi indizi di sorta sulla MIA personale produzione letteraria. Il mio mistero  è chiuso in me, il nome mio nessun sapra'.

    

     E a me che 'mme ne 'mporta, come aggiungerebbe Renato Carosone (consiglio la sua recente autobiografia, scritta con Federico Vacalebre). Saluti  silvio

    

----------------------

 

     N.B. I passi citati sono autentici, come anche i personaggi estrapolati/strappolati dalla rete.

    

     

            

postato da: Lioa alle ore 09:28 | link | commenti (3)
categorie:
domenica, giugno 19, 2005




UN REGALINO


AL MILLESIMO VISITATORE


Se il millesimo visitatore di questo blog appena nato mi segnalerà il proprio indirizzo in email (lucioangelini@infinito.it) gli manderò un regalino librario per posta:-/

[L'archivio segnala anche gennaio e aprile, ma ho iniziato a dedicarmi al blog con assiduità solo a giugno]
postato da: Lioa alle ore 20:38 | link | commenti (5)
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sabato, giugno 18, 2005


POOR COLOMBATI!

Non dev'essere stato piacevole, per l'autore di PERCEBER, leggere sul Corriere
di ieri l'opinione di Giorgio De Rienzo: "Uno scrittore può abolire ogni regola,
accumulare - come accade con Colombati - spezzoni di storie e anche magari abbandonarle al
loro destino, mescolare stravaganze e variazioni di linguaggio, sovrapporre
moduli espressivi, creare una struttura in cui la direttiva principale
diventi quella di una continua divagazione. Ma allora perché Colombati sente
il bisogno di sorreggere la sua anarchia espressiva da una «mappa»
precostituita di orientamento per il lettore e da una serie di note che
giustificano il caos a posteriori? La realtà è che l'autore, creato un
vuoto, si sente autorizzato a vomitarvi dentro liberi pensieri sparsi, a
esibire la sua cultura (cioè mettere insieme brani di canzonette e pillole
di cosmologia, fatti di cronaca e scampoli del Talmud, svelte diagnosi
psichiatriche e coriandoli di filosofia), con una scrittura torrenziale
generalmente sciatta che finge di accettare tutti gli stili, per non saperne
creare uno originale. Potrei sbagliare, ma credo onesto avvertire il lettore
che questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e
vanità pseudo culturali".

E povero anche Giulio Mozzi, suo talent-scout, che proprio ieri compiva 45 anni
(vedi www.vibrissebollettino.net).
Speriamo che l'abbia presa a sua volta con svelte diagnosi psichiatriche e qualche coriandolo di filosofia:-)

P.S. Una cosa che mi sono sempre chiesto è perché Giulio Mozzi, che si è sempre definito scrittore di ***racconti*** (il racconto, come è noto, è una forma bonsai di romanzo, ovvero un romanzo di poche pagine), come editor si lasci impressionare soprattutto dagli scrittori-fiume, rutilanti e roboanti, dalle cinquecento pagine in su a opera, per intenderci (Avoledo, Colombati ecc.).
Insomma lui ce l'ha piccolo (il fiato narrativo), ma dagli altri lo vuole grosso:-/
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venerdì, giugno 17, 2005




UN VERO BUGIARDO
 
 
Nel 1990 tradussi per Mondadori "This boy's life", di Tobias Wolff. Uscì con il titolo italiano "Memorie di un impostore" e purtroppo NON divenne un best-seller.
Nel 2003 mi suonarono alla porta e - sorpresa! - il postino mi consegnò tre copie di "Un vero bugiardo" (Vita di un ragazzo nell'America degli anni '50), edizioni Einaudi-Stile libero. Autore, libro e traduttore erano rimasti gli stessi, solo l'editore era cambiato. Mi augurai che, in tale nuova veste, il romanzo potesse ottenere il successo che meritava, anche se a me, naturalmente, non sarebbe venuto in tasca un centesimo. Il traduttore, come è noto, è pagato una volta sola, un tot a cartella: che il libro venda cinquanta copie o un milione di copie, per lui è la stessa cosa... sul piano economico. Non così su quello affettivo. Se ha amato il libro, infatti, gli fa davvero piacere che siano in molti a leggerlo. Nel caso di questo romanzo, purtroppo, nemmeno al secondo tentativo di distribuzione si è avuta la risposta sperata, anche se il libro è ancora in libreria. Sarei un vero bugiardo se dicessi che non mi auguro un improvviso guizzo di interesse per questa magnifica opera di Tobias Wolff:-)

postato da: Lioa alle ore 22:20 | link | commenti
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ATOMICO


DANDY (3)



[PER LEGGERE LE PUNTATE PRECEDENTI CLICCARE SU ARCHIVIO/GIUGNO]

Mentre andavo avanti con la lettura, è uscita in Vibrissebollettino.net la meticolosa rece di Badimona (Bartolomeo Di Monaco), che come critico è senz'altro più serio e affidabile di me. Come dire: diffidate di queste mie noterelle e confidate piuttosto nelle sue. Io, purtroppo, tendo a stancarmi di ***quasi tutti*** i libri che pur comincio con le migliori intenzioni (compreso il pipernesco 'Con le peggiori intenzioni'). Dopo il primo centinaio di pagine - salvo casi eccezionali - cedo alla tentazione di saltare dapprima qualche periodo, poi delle mezze pagine, poi delle intere pagine e così via, sempre più impaziente di correre verso il  finale e passare ad altro. Confesso che la storia di questo dandy  un po' ridicolo (che pensa di assomigliare a Des Esseintes solo perché veste Ermenegildo Zegna e aborrisce i papillon con l'elastico... i PAPILLON? ma per piacere!) mi ha preso abbastanza poco. Ho ritrovato  ingredienti e situazioni già utilizzate nel romanzo precedente ('Nostra Madre che Sarai nei Cieli'): il doppio voltaggio sessuale del protagonista, le triangolazioni amorose marito-moglie-negrone di turno, il mito per tutto ciò che è grosso e turgido (con particolare riferimento a capezzoli e cazzi: per Pallavicini, evidentemente, "SIZE DOES MATTER!": qui un negrone ce l'ha di 24 centimetri), la mania della filodiffusione, la vita perennemente scandita da sottofondi musicali ***come nei film*** (se poi si tratta di un bootleg dei Mott the Hoople è festa grande!), eccetera.
Il tentativo di inserire la vicenda in un contesto storico più ampio ed emozionante (scontri Libia-Usa, Chernobyl) mi è parso abbastanza inane a sua volta ("Gli stronzi Stati Uniti d'America, poi, avevano attaccato", "Le reazioni del libico Culatton Supremo e dei pazzi sovietici e peggio ancora dei cinesi...", "mentre Craxi lasciava il campo a una reazione proterva del vecchio De Mita"... eccetera).
La tanto attesa suora menzionata nella puntata n.1 ha uno sviluppo narrativo deludente: si chiama addirittura Consy, quasi come la Sconsy di Anna Maria Barbera, e semplicemente si dedica al recupero dei tossicodipendenti (fra i quali, tanto per movimentare un po' la vicenda, il figlio del prof. Sormani, boss di Nuvolani all'università).
Certo, Pallavicini scrive bene [salvo qualche passaggio sconcertante del tipo: "Mi ero ripetutamente masturbato fantasticando di accoppiarmi con GIOVANI neri, bianchi, asiatici, ***di sesso sia maschile che femminile*** "(p. 227)] e molte pagine appassionano. Interessante, per esempio, è il montaggio della vicenda, con salti indietro e in avanti nel tempo (ma il suo 2009 non è molto diverso dal 2005: la gente continua imperterrita a emailarsi, la filodiffusione a mandare "una musica pop italiana, struggente e anni '60, scelta dall'impiegato in time sharing audioleso e maleducato" e l'unica vera ***novità da premio Nobel*** è proprio quella inventata da Nuvolani: un computer molecolare o Chemputer).
Voto complessivo: 6 ½
 
P.S. Questa recensione mi attirerà l'odio degli scrittori: Jadelin Mabiala Gangbo, Raul Montanari, Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Dario Voltolini; degli editor Gabriella D'Ina e Alberto Rollo, degli scienziati Luigi Fabbrizzi, Jean-Pierre Sauvage e Jean-Marie Lehn; dei musicisti Dimitri from Paris, Bryan Ferry e Stephane Puompougnac, oltre che di Christian Patrick Mbondo e di Manola Dettori, moglie di Pallavicini, che li ringrazia in una pagina a sé (la 325) per aver contribuito - consapevolmente o inconsapevolmente - alla costruzione del suo romanzo. E naturalmente di Pallavicini stesso:-)

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giovedì, giugno 16, 2005


POOR ANDERSEN!


«Danish companies are lining up to use H.C. Andersen to sell their
products. Scholars accuse foundation of abusing the famed storyteller´s
name.

H.C Andersen Wine. H.C. Andersen Beer. H.C. Andersen Perfume. Danish
consumers can hardly miss the 200-year jubilee of their beloved fairytale
author in 2005, as every imaginable kind of consumer product is launched
in his name.

The H.C. Andersen 2005 Foundation, established to raise awareness about
the jubilee in Denmark as well as abroad, says companies are queuing up to
market products under their label.

"We´re signing up new Danish companies all the time," Camilla Jensen, a
public relations project leader for the foundation told daily newspaper
Jyllands-Posten. "Firms see the enormous exposure of H.C. Andersen on the
market - also for tourists - as a chance to sell their products."

But scholars engaged with the author´s works are not as exhilarated at the
thought of H.C. Andersen umbrellas, watches and toys.
"The commercialization of Andersen isn´t a new phenomenon, but is has
escalated recently," said Johan de Mylius, leader of the Southern Danish
University´s H.C. Andersen Center. "A lot of people want a piece of the
cake. Not only do private businesses want to exploit his name, Denmark
itself is supposed to make money on it. H.C. Andersen has been turned into
a big brand or trademark which we are encouraged to use."

Mylius said this year´s big jubilee celebration focused more on exploiting
H.C. Andersen´s advertisement potential rather than celebrating the life
and work of a great author.

"The cultural aspect has been completely overshadowed by the concept of
marketing," he said. "Of course, genius will always have mercantile
effects, but putting them first is way out of line."

Lars Seeberg, secretary general of the H.C. Andersen 2005 Foundation, said
he did not agree with Mylius´ perception.
"If the only thing we did was about products, that would be bad," he said.
"But our budget is primarily aimed at artistic, cultural and educational
projects. We cooperate with the companies we want to be connected to and
have a global reach."
Seeberg said the companies helped the foundation to draw attention to the
jubilee, as well as funding a project meant to fight illiteracy in the
world.

But Mylius said commercial attempts to turn H.C. Andersen into a trademark
could damage his legacy in years to come.
"The problem is that they openly say that H.C. Andersen is a trademark,"
he said. "You wouldn´t say that about Shakespeare or Mozart. But for some
reason you are allowed to say that about Andersen. The negative effect
could be that people get so tired of hearing his name that nobody wants to
read or study his work in the future.»

da
http://www.cphpost.dk/get/85967.html
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mercoledì, giugno 15, 2005


postato da: Lioa alle ore 23:49 | link | commenti
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IN VACANZA CON ANDERSEN,

L'AUTORE DE "IL VIOLINISTA" (Fazi editore):-)


http://www.andareinvacanza.it/articoli.asp?sez=1&art=17&sezione=home&titolo=
%22C'ERA+UNA+VOLTA+ANDERSEN%22
postato da: Lioa alle ore 23:01 | link | commenti
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PICCOLI EDITORI

"MORTE DI UN


ELEFANTE A VENEZIA"

[CANOVA EDIZIONI, TREVISO]


Durante il carnevale del 1818-19 a Venezia, sulla riva degli Schiavoni
"arrivano e si posizionano i casotti degli animali, tra i quali quello di un
elefante".

In breve: finito il carnevale, le altre bestie del serraglio si imbarcano
per nuovi lidi, ma lui no, si rifiuta. Invano si tenta di caricarlo su una
"barcazza". L'elefante scappa per le calli e si rifugia nella chiesa di
Sant'Antonin, dove "sposta con la proboscide alcune panche verso l'altare
della Madonna, costruendo una specie di barricata".
Nel frattempo ha sollevato in aria e calpestato a morte un custode.
Vengono chieste le autorizzazioni religiose e militari per sparargli col
cannone. Una palla gli entra dal deretano e lo trapassa. L'elefante crolla
in un lago di sangue.
Sono le 7 del mattino del 16 marzo.

Lo scrittore Pietro Buratti dedica all'episodio "L'elefanteide", ove
satireggia pesantemente l'operato della polizia. Pagherà le sue
spiritosaggini con un mese di carcere.

Viene proibita, nello stesso periodo,  la pubblicazione di un altro opuscolo
satirico dedicato all'avvenimento: "L'elefanticidio", di Pietro Buonmartini.

Il 18 settembre di quello stesso anno il governo proibì a Emanuele Cicogna
di porre in luogo pubblico una lapide con epigrafe latina a ricordo
dell'elefante, eseguita a spese di due gentiluomini.


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martedì, giugno 14, 2005



LELLO  VOCE


SI LAMENTA



 
... non dello scarso, anche se ***scelto pubblico*** (per esempio c'ero io) accorso ad ascoltarlo al Telecom Italia Future Centre qui a Venezia stasera alle 21.00, ma perché "lai" (lamentazioni) si chiamano, appunto, i testi da lui presentati.
"Il 'lai' ", ha spiegato Lello Voce (tutto vestito di nero, con foularino e scarpette neri e bianchi) dopo il primo pezzo, "è una forma di poesia molto antica, significa lamento, e io mi sono appena lamentato del presente". Al "Lai del ragionare lento" è seguito il "Lai del ragionare intenso", poi il "Lai del ragionare caotico" e infine il "Lai del ragionare esperto". L'esecuzione era accompagnata da sofisticate partiture di tecno-jazz, con tappeto sonoro creato da uno STRAORDINARIO Michael Gross, ex tromba di Frank Zappa. Lello Voce ce l'ha messa tutta (aveva la crapa pelà imperlata di sudore) e si è anche dondolato tutto il tempo, mentre diceva cose come "linkati alla finestra del dolore" o "leccàvo l'ìncavo del gomito" o spiegava che ogni violenza è diversa dalla precedente, ma comunque perdente. Di Giacomo Verde le immagini proiettate nei vari schermi e monitor. Insomma uno spettacolo multimediale, come si dice qui a Cannaregio.
 
Titolo dell'evento: "FAST BLOOD" (ovvero la poesia che si fa canto e performance, collocandosi in quella nicchia di mezzo tra il mondo musicale e quello poetico chiamata "spoken word").  'Sciapó!", avrebbero detto in Francia.
postato da: Lioa alle ore 23:09 | link | commenti (5)
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ATOMICO DANDY (2)
 
Ma, amici lettori, insieme a Pallavicini (che salta continuamente dal 2002 al 1986), facciamo anche noi un bel salto indietro: un po' più lungo dei suoi, a dire il vero, perché ci trasferiamo anche noi negli anni Ottanta, sì, ma dell'Ottocento.
Ebbene, cosa resterà di quegli anni Ottanta afferrati già/scivolati via, ci domandiamo con Raf?
La risposta, per comodità, ce la facciamo dare da un professore della Sorbona:

«Montesquieu, nelle sue "Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence" presentava la storia di un grande corpo politico che moriva per l'eccesso stesso della sua grandezza. Implicitamente paragonava alla decadenza dell'Impero romano quella della Francia del XVIII secolo. Gli uomini che vissero alla fine del XIX secolo fecero a loro volta questo paragone: Baudelaire parla nel suo saggio su Constantin Guys (1863) delle "decadenze", cioè di quelle epoche tormentate, transitorie, "in cui la democrazia non è ancora onnipotente e l'aristocrazia è ancora solo in parte vacillante e avvilita". Quella in cui egli vive appartiene a questo tipo ed egli si ritroverebbe perfettamente nel secolo di Apuleio. Il "Sâr"(1) Péladan (1859-1918) compone un vasto ciclo di romanzi, una "etopea", per rappresentare e condannare i costumi moderni corrotti dal materialismo: l'intitola "La décadence latine". Péladan condanna la decadenza. Altri, invece, provano per essa una invincibile attrazione. "Io sono l'Impero alla fine della decadenza" proclama Verlaine nel sonetto "Langueur" (1883). Tra questi due atteggiamenti il dandy si trova in una situazione ambigua. Cercando di sostituirsi all'"aristocrazia vacillante e avvilita", volendo dare alla sua epoca e grazie all'arte uno splendore che le manca, si oppone alla vita moderna. E tuttavia ne è il prodotto. Deve adorarsi o disprezzarsi? Questa è in fondo l'incertezza che circonderà il Des Esseintes di Huysmans, tipo, ma anche caricatura del "decadente" ("A rebours, 1884)...   Per aver abusato dei piaceri che gli procurava la sua ricchezza, Jean des Esseintes, rampollo di una nobile famiglia in via di degenerazione, ha preso disgusto per la società e si è rinchiuso nella solitudine della sua dimora di Fontenay-aux-Roses dove assapora le sensazioni di una vita posta interamente sotto il segno dell'artificio (organo per liquori, fiori naturali che imitano i fiori finti)... ma, inseguito dalla sua nevrosi e costretto ad abbandonare la sua dorata esistenza di cenobita, Des Esseintes implora il dio dei cristiani: le sue tendenze verso l'artificio, i suoi bisogni di eccentricità, in fondo non erano forse nient'altro che "dei trasporti, degli slanci verso un ideale, verso un universo sconosciuto, verso una beatitudine lontana".»  (Pierre Brunel, "Storia delle letteratura francese", Editrice Il Delfino, Bologna).

Tutte queste cose Vittorio Nuvolani, il protagonista di "Atomico Dandy", le sa benissimo e non fa nulla per nasconderle, anzi vi accenna più volte (pag 49, pag. 50, pag. 63...), non fosse che lui, come Rita Hayworth, è "atomico"...
 
(fine della seconda puntata)
[PER LEGGERE LA PRIMA PUNTATA CLICCARE SU ARCHIVIO/GIUGNO]
 
(1) Nome di mago orientale che si diede Joséphin Pédalan, uno dei più curiosi personaggi dell'epoca simbolista.
postato da: Lioa alle ore 17:29 | link | commenti (2)
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lunedì, giugno 13, 2005



"Bevo solo metà del caffè, che è pessimo oggi più di ieri".

Che cos'è?

Semplicemente una delle prime informazioni che ci passa Vittorio Nuvolani,
il protagonista (nonché  io narrante) del nuovo libro di

Piersandro

Pallavicini:


ATOMICO


DANDY(1)




Feltrinelli editore

Di colpo - da pedante ex insegnante di lettere - mi distraggo per domandarmi:
'Si può dire 'più pessimo di ieri'?'; 'Si può dire - che è la stessa cosa -
'più cattivissimo di ieri'?".
'Ma sì', mi rispondo, 'la mimesi del parlato consente tutto'. E passo senza
ulteriori indugi al secondo capitolo, dove Piersandro, pardon, Nuvolani,
rievoca una mancata scopata tra uno studente imbranato (ma griffato
Burberry, Pringle, Dior e Zegna) e una ragazza che veste  - orrore degli
orrori - Benetton e Superga. L'aggettivazione, fin da subito, è quella
tipica di Pierpalla: "immenso, cool, oltraggioso, vintage*, forsennato,
incommensurabile, abnorme..."
La frase più bella?
Questa:

"Io, allora, potente come un Silver Surfer cattivo, l'avevo staccata da me,
le avevo preso il viso fra le mani e GUARDATA DA UNA MIA GALASSIA LONTANA" [il maiuscolo è mio] (p.23)

Nel terzo capitolo Nuvolani non è più imbranato, ormai sa dove infilare la lingua e anche il resto. Sì, sono passati gli anni e le cose "terribilmente mutate". Ma ecco che si profila all'orizzonte una suora...
---
* Sostantivo aggettivato

(Fine della prima puntata)

postato da: Lioa alle ore 21:58 | link | commenti (1)
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Tutta colpa della pecora Dolly!


In realtà tutti noi del sì sapevamo in partenza che il referendum sarebbe stato un insuccesso. Non si può da un lato raccomandare l'acquisto dei prodotti agricoli biologici (= senza concimi chimici e manipolazioni varie), dall'altro i figli ottenuti con strane alchimie genetiche... alla fine la gente non capisce più nulla, pensa alla triste pecora Dolly nata vecchia e si astiene:-/
postato da: Lioa alle ore 16:21 | link | commenti (3)
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Libri sperimentali


SCOPPI


SCHOPENHAUER!




Ha fatto il giro della blogosfera "Se quel bloggér io fossi"
[http://herzog.splinder.com/1117579345#4913891]
con la famosa sparata:
"Se io gestissi un blog letterario, riconosciuto come mediatore di cultura,
non recensirei libri editi o comunque facilmente reperibili.
Per quello ci sono già i media tradizionali o il libraio di fiducia.
Il blog, dico, deve andare oltre, laddove gli altri non osano. Deve saper
definire, rispetto ad altri percorsi, nuovi riferimenti.
Io, verosimilmente, recensirei solo libri rifiutati dagli editori, libri che
per misteriosi motivi i lettori non leggeranno mai, libri che forse non sono
mai stati neppure scritti (questi ultimi, senza dubbio, i migliori)."

Ebbene, considerando l'annunciata esibizione dei Pink Floyd al Live 8 londinese del 2 luglio,
voglio dare il buon esempio segnalando un librino ormai quasi
introvabile:

"Scoppi in aria:


Schopenhauer


e i Pink Floyd a Venezia"


[prego notare le assonanze Scop/Schop; aria/hauer]. Autore: Anonimo Veneziano,
Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia.
Si tratta di un "collage" di frammenti di oltre settanta autori, il cui
"cucitore" si è trincerato dietro l'anonimato per pudore, avendo deciso di
devolvere le royalties all'ente indicato nella quarta di copertina e che si
occupa di bambini di strada a Bombay. C'è chi dice si tratti di un
giornalista del Gazzettino. Ecco la trama. Due fratelli seguono vocazioni
contrapposte: all'autodistruzione attraverso la droga il primo, all'impegno
per il bene comune il secondo che, sospinto da un'improvvisa voglia di
cambiare il mondo, decide di cominciare a fare qualcosa nel vicino,
adoperandosi per le sorti della propria città (Venezia): una risoluzione che
matura nei giorni del famoso concerto dei Pink Floyd (luglio 1989) a
Venezia, ricostruiti con meticolosa precisione.
È il primo romanzo-Arlecchino della letteratura italiana, ottenuto, ripeto,
per circa il 90% cucendo assieme (ma senza che si vedano le suture)
 "ritagli" di stoffa letteraria di oltre settanta autori.

ISBN 88-87645-01-9. Pagine 76.
Forse c'è ancora in internetbookshop.it:-/
postato da: Lioa alle ore 13:10 | link | commenti
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Per leggere: 'Nascere da un uovo di cigno' su Andersen romanziere, cliccare su archivio/aprile:-/

postato da: Lioa alle ore 07:14 | link | commenti
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CRITICI E GALLINE

 
«Fu grazie alle galline», ci ricorda Danilo Mainardi nel recente "Arbitri e galline. Le sorprendenti analogie tra il mondo animale e il mondo umano", Saggi Mondadori, «che si scoprì il fenomeno etologico della gerarchizzazione. In poche parole: un gruppo di galline può vivere in pace, senza scoppi di aggressività, perché ogni pollo possiede, all'interno del suo gruppo, un definitio stato sociale. Ogni individuo è in grado di identificare tutti gli altri, ricorda qual è la sua posizione gerarchica nei loro confronti  perciò sa come comportarsi. Così la vita del gruppo va avanti senza disordini né esplosioni aggressive. Tutto ciò si realizza, però, solo in natura e nei pollai tradizionali, mentre va spesso in crisi nei grandi allevamenti industriali. Il motivo è semplice: una gallina può memorizzare le caratteristiche individuali e lo stato sociale soltanto di un modesto numero di sue simili; quando si trova immersa in una folla non sa più che fare. La sua mente va, come si dice, in tilt e il suo comportamento pure.»
È un po' quello che succede ai critici letterari oggi: costretti a razzolare in allevamenti di capolavori prodotti industrialmente a getto continuo, vanno presto in tilt e non riescono più a gerarchizzare libri gialli, libri galli, libri galline.

postato da: Lioa alle ore 07:07 | link | commenti
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sabato, giugno 11, 2005




LA


GABBIANELLA


E ALTRI


ANIMALI



(www.lagabbianella.org)

Scrive la mia amica Carla Forcolin (autrice di "Figli che aspettano", Feltrinelli editore, e presidente dell'associazione 'La gabbianella e altri animali') sul Gazzettino di ieri:

La data di chiusura delle strutture assistenziali per minori (i vecchi orfanotrofi) in Italia è prevista per il 31-12-2006. Vi si arriverà nella migliore delle ipotesi, con tutte le strutture assistenziali (quasi sempre di ispirazione religiosa) "riverniciate", secondo i nuovi parametri, ma non eliminate nella sostanza. Non si vedono infatti aumentare in modo consistente le dichiarazioni di adottabilità; né i controlli dei Procuratori della Repubblica, previsti dalla nuova legge e forse ignorati, hanno modificato una situazione ormai cronica nel nostro paese che vede circa 30.000 minori fuori della famiglia, di cui solo 10.000 in affidamento.

E' troppo facile dire che i minori nelle nostre strutture sono vittime solo del "disagio familiare", in realtà sono vittime di una catena di inadempienze che vanno quasi sempre nella direzione di tutelare i rapporti del bambino/a con la famiglia d'origine, anche quando la stessa non è in grado di svolgere il proprio ruolo e nei fatti abbandona il figlio/a. I bambini stranieri entrati nel nostro paese, in seguito ad un'adozione, dal 16 novembre 2000 al 12 dicembre 2003 sono stati 6.064, a fronte di 18.602 decreti di idoneità trasmessi alla Commissione per le adozioni internazionali alla stessa data, cioè solo un terzo degli aspiranti genitori già idonei sono riusciti ad adottare in quel tempo.Le nostre leggi e soprattutto le loro applicazioni, finiscono per assurdo per condannare migliaia di bambini a crescere fuori dalla famiglia, facendone dei disadattati.L'istituto dell'affidamento, in ambito nazionale, potrebbe parzialmente riequilibrare la situazione, ma le famiglie affidatarie, a cui si chiede il massimo della oblatività, non sono considerate né dal punto di vista economico né dal punto di vista giuridico: è nota la barbarie per cui si continuano a porre in affidamento bambini anche piccolissimi presso famiglie che, se il bambino diviene adottabile, non possono successivamente adottarlo. E' di questi giorni il caso di una piccina posta in una famiglia affidataria appena nata, con accordi di affidamento brevissimo, e lasciata lì per 13 mesi: ora è stata dichiarata adottabile e sembra doversi staccare dalle figure genitoriali e fraterne con cui è cresciuta nel primo, delicatissimo, anno di vita. Non si è ancora imparato ad evitare questi errori, utilizzando le coppie idonee all'adozione e capaci di accettare il rischio giuridico. Ancora si fanno crudelmente pagare ai bambini simili sbagli per paura di mettere in discussione la divisione rigida tra l'affidamento e l'adozione, per i quali i requisiti richiesti agli adulti sono diversi. In questa situazione dell'infanzia nel nostro paese, con migliaia di offerte di disponibilità all'adozione inevase, si consiglia la gente di adottare ipotetici bambini anziché ricorrere alla fecondazione medicalmente assisitita. E si fa un gran parlare di difesa e tutela degli embrioni. Ricordo qui che gli embrioni appena concepiti vengono naturalmente espulsi dal corpo della madre, in misura del 92\% , prima che la madre sappia di avere concepito (dato offerto da Lucia Bartoloni del dipartimento di genetica medica dell'università di Ginevra). Per tutelare incerte vite in potenza, costituite da una decina di cellule, si scomodano le gerarchie dello stato del Vaticano, per tutelare i bambini già nati non si riesce a fare leggi realistiche ed esigibili o almeno ad applicare le leggi vigenti. C'è un filo invisibile tra le due questioni, è il filo per cui si vieta l'adozione internazionale a chi non è sposato anche se il paese d'origine del bambino lo permette, è il filo per cui l'adozione è vista come seconda nascita e si ritiene negativo che il bambino sappia da dove proviene, è il filo per cui si rifiuta da anni l'adozione "aperta" in Italia, è il filo per cui ogni attenzione alla nuova realtà famigliare esistente è negata in nome della famiglia tradizionale, che è in via di rapida trasformazione, ci piaccia o no. Un'idea di famiglia condiziona le adozioni, un'idea di vita condiziona la possibilità di servirsi dei progressi della medicina per generare nuove vite.

Carla Forcolin

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venerdì, giugno 10, 2005


VAFFANCULO


GIULIOMOZZI!
 

"Care voi, cari voi" - scrive Giulio Mozzi il 25 maggio u.s. nel messaggio di pre-congedo dal blog
 www.giuliomozzi.com -, "due anni fa iniziavo a scrivere questo diario in rete. Oggi non mi sento come uno che interrompe: mi sento come uno che si sposta. Il primo post, due anni fa, s'intitolava: 'Un inizio'. Qusto post non si intitola: 'Una fine', bensì: 'Un termine'. Cioè: 'Un confine, un segnale". Questo post è un cartello che dice: "Guardate che mi sposto". Mi sposto innanzitutto in www.vibrissebollettino.net...[eccetera]
Poi, due giorni dopo, il congedo vero e definitivo (salvo colpi di scena):
 
"Giuseppe Genna mi ha regalato questo banner. Grazie a tutti voi".
 
Scelgo tra i commenti:
 
1) non ce la fai a lasciarci, eh? ;)
Posted by monica at 29.05.05 10:59
 
2) Laciate un VAFFANCULO come finale non scrivete più!
Posted by MrVaffa at 01.06.05 15:23
 
3) agli ordini mister vaffa ogni suo desiderio è un ordine
Posted by gianni at 01.06.05 21:16
 
4) vaffanculo
Posted by max at 01.06.05 21:40
 
5) Specchio riflesso!
Posted by Marco at 02.06.05 07:37
 
6) Vaffanculo
Posted by MrVaffa at 02.06.05 16:02
 
7) Che inglorioso epilogo...Sigh!
Posted by sigh at 02.06.05 18:34
 
Un epilogo davvero inglorioso, povero Giulio... se si pensa a tutto quello che aveva fatto per noi... [direbbe Cornacchione:-)]
 
 
 
 

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L'EMBRIONE


DEL


FILOSOFO


Copio incollo da:

http://www.larivistadeilibri.it/2005/05/bacchini.html
L'embrione del filosofo
FABIO BACCHINI

EMANUELE SEVERINO, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa,
Milano, Rizzoli, pp. 294, ?20,00

Il problema della filosofia, nel nostro paese, è che non ci sono filosofi.
Molti di quelli che vengono definiti "filosofi" - e intervistati in quanto
"filosofi" - sono invece soltanto professori universitari di storia della
filosofia. Cosí come c'è una grande differenza tra essere storici della
medicina ed essere medici (vi fareste operare da uno storico della
chirurgia?), c'è una differenza abissale tra chi passa la vita a fare
lezioni sulla Critica della ragion pura e chi, oltre a ciò, sviluppa un
proprio pensiero originale. Un vero filosofo dovrebbe dare contributi
innovativi alla riflessione critica, e non solo conoscere i contributi dati
da altri; dovrebbe appropriarsi del testimone della staffetta per correre la
propria frazione di gara, e non solo starsene in poltrona a commentare le
registrazioni di gare corse da Fichte e da Giordano Bruno secoli fa;
dovrebbe insomma fare filosofia, e non filologia della filosofia, storia
della filosofia, riesumazione della filosofia e autopsia della filosofia. Un
vero filosofo è scattante, non polveroso; e le università italiane sono
zeppe di archeologi dell'Illuminismo e di burocrati della lectio
difficilior, mentre mancano di eroici, autentici filosofi.

Quando viene pubblicato un libro che, nel risvolto di copertina, definisce
il proprio autore «il nostro maggiore filosofo», è ovvio che la cosa desti
interesse. Sarà davvero il nostro maggiore filosofo? Sarà almeno un
filosofo? L'autore del libro con quel risvolto di copertina è Emanuele
Severino; e il saggio più corposo del volume è il testo di una conferenza
tenuta all'Ambasciata d'Italia a Mosca, in cui Severino sceglie
disinvoltamente di parlare di «alcuni tratti centrali del mio discorso
filosofico». Caspita! Finalmente uno che ha un suo proprio discorso
filosofico. Sarebbe straordinario. Vale la pena di approfondire; e speriamo
di non rimanere delusi come al solito.



Il pensiero di Severino è come un fiume che nasce sonnacchioso e tranquillo,
e si trasforma poi in cascata del Niagara, in inondatore di tutte le nostre
certezze, in giudizio finale. L'avvio è la constatazione che le forze della
tradizione occidentale (cristianesimo, capitalismo, democrazia, socialismo
reale) poggino tutte sull'idea di una verità assoluta che domina il
divenire, che lo constata ma lo trascende. Furono i greci a inventare questa
verità-baluardo, chiamandola epistéme. La istituirono allo scopo di ridurre
l'angoscia che ci deriva dal pensare a noi stessi come a esseri effimeri,
che appaiono dal nulla e che subito sono rifagocitati dal nulla. Fin qui,
Severino non ci sconvolge. E neanche ci coglie di sorpresa la sua mossa
successiva, consistente nel sostenere la tesi che Nietzsche, Gentile
(Gentile?) e Leopardi abbiano preso a spallate la Storia, smascherando la
finzione e sancendo che, se il divenire esiste, nulla davvero può esistere
che lo sovrasti: né la verità, né alcun valore supremo, né Dio. Dio, secondo
Severino, è morto da tempo; le forze della tradizione occidentale sono
cadaveri ambulanti. Il cristianesimo «è una grande foglia secca». D'accordo,
commentiamo noi: suggestivo, ben formulato, ma risaputo. Quindi, a
posteriori, rimarchiamo un fatto: il precipizio del Niagara severiniano non
ci è stato annunciato da alcuna accelerazione della corrente, da alcuna
turbolenza dell'acqua, da alcuna ondina sospetta. Niente. Lo strappo è
brusco, e ci coglie di sorpresa. Dice Severino che il dilemma fra
l'illusione dell'epistéme e l'inestinguibilità della nostra angoscia di
fronte alla insensatezza del divenire può essere evitato.

In che modo? Semplice: basta capire che il divenire non esiste. Come sarebbe
a dire che non esiste? Non esiste. Infatti - ci spiega - se il divenire
esistesse, ciò implicherebbe che la legna, quando brucia, cessi di essere
legna, e diventi cenere. Ma allora la legna giungerebbe a essere diversa da
se stessa, e a essere identica a ciò che è diverso da essa (cioè alla
cenere). Poiché ciò è evidentemente impossibile, il divenire non può
esistere. Dobbiamo ammettere: questa non ce l'aspettavamo. Siamo storditi -
è stato un bel salto, ci gira la testa. Ma allora cosa esiste?, domandiamo
con voce incrinata. Severino non si tira indietro: «ogni stato del mondo è
eterno», e «appare la successione degli stati del mondo. Appare dapprima la
legna spenta, poi la legna accesa, poi la legna incandescente, poi la
cenere». «Il divenire è il sopraggiungere degli eterni nella totalità
manifesta degli eterni e il loro uscire da questa totalità». Quando capiremo
che le cose stanno cosí, smetteremo finalmente di esercitare la nostra
volontà. Infatti, non avrà più senso volere che qualcosa si trasformi in
qualcos'altro, dal momento che sapremo che niente si trasforma. Il
cambiamento, per le nostre vite, sarà «inaudito», epocale. Vivremo nella
Gioia.

Via via che ci asciughiamo e ci riprendiamo dalla brutta avventura, iniziamo
a organizzare le nostre obiezioni. Tanto per non perdere tempo: cos'è questa
Gioia? Come vivremo? Passeremo le giornate in casa senza desiderare
alcunché? Non toccheremo cibo, moriremo d'inedia? O continueremo a voler
mangiare, a voler pubblicare libri? Questa non sarà allora volontà di
trasformare il mondo in certi modi precisi? E quando cucineremo, non faremo
divenire minestrone le verdure? A che serve dire che il minestrone che
mangeremo è eterno e preesiste da sempre alla sua apparizione sulla nostra
tavola, se poi occorre dire - come Severino fa - che gli eterni ci appaiono
entrando «nella totalità manifesta degli eterni» (ovvero in una specie di
palcoscenico degli eterni) e che scompaiono alla nostra vista uscendovi?
"Entrare" o "sopraggiungere", cosí come "uscire", non sono infatti forme del
divenire? Un eterno che si trovava fuori dalla totalità manifesta degli
eterni, e che vi entra, non è forse un eterno che da
eterno-fuori-della-totalità-manifesta diventa un eterno-dentro-la-totalità?

Quando al liceo abbiamo incontrato per la prima volta la celebre
dimostrazione del fatto che Achille non supererà mai la tartaruga, ne
abbiamo scherzato con i compagni, ma non ci siamo certo affrettati ad
aggiornare la nostra visione del mondo immettendo il dato che "il movimento
non esiste". L'argomento di Zenone ci insegna cose importanti sul
ragionamento deduttivo umano, sull'infinito e sul continuo, ma nulla
(proprio nulla) sul se e come e quando i mammiferi superano i rettili nelle
gare di corsa. Il modo corretto di intenderlo è questo: esso inferisce il
falso, quindi è una metadimostrazione del fatto che i concetti che utilizza,
e i passi inferenziali attraverso i quali procede, sono fallaci. Questo è
lavoro per i matematici e i logici, non per gli zoologi e per i fisici.
Bertrand Russell, nei Principi della Matematica (1903; tradotti, è doveroso
ricordarlo, da Ludovico Geymonat nel 1950), dedica pagine attentissime a
Zenone, affermando fra l'altro che i suoi non sono sofismi, ma
«argomentazioni tutte smisuratamente sottili e profonde». In effetti, per
disinnescare gli argomenti di Zenone c'è bisogno di Cantor e Weierstrass;
purtroppo, per spuntare le armi di Severino credo basti meno: un po' di
analisi del linguaggio.

Zenone vide correttamente che, per ogni istante in cui la tartaruga occupa
una certa posizione, anche Achille (che parte più indietro) occupa una certa
altra posizione; e viceversa. Dunque la serie delle posizioni occupate dalla
tartaruga ha un numero di termini uguale al numero di termini della serie
delle posizioni occupate da Achille. Se Achille raggiungesse la tartaruga,
la serie delle posizioni della tartaruga diventerebbe una parte propria
della serie delle posizioni di Achille. Ma, si sa (eppure questo è l'errore
di Zenone), «una parte ha meno termini di un tutto in cui essa è contenuta e
col quale non è coestensiva». Dunque, Achille non può raggiungere la
tartaruga. La riconciliazione tra matematica e realtà è fornita dalla
dimostrazione cantoriana della tesi che un tutto infinito ha un numero di
termini uguale ad alcune sue parti proprie (per esempio, i numeri naturali
dispari, cosí come i numeri naturali ottenibili iniziando a contare da 15
anziché da 1, sono tanti quanti tutti i numeri naturali; i punti di un
segmento possono essere posti in corrispondenza biunivoca con i punti di una
retta infinita; e cosí via).

Mentre Zenone è molto più raffinato di Parmenide (almeno per quanto sappiamo
di quest'ultimo), lo stesso non possiamo dire di Severino. Parmenide
procedette a colpi d'ascia: l'essere è unico, perché se fosse molteplice
esisterebbe un vuoto fra un ente e l'altro, e il vuoto è non-essere, e il
non-essere non può esistere; l'essere è ingenerato e incorruttibile, perché
se avesse un inizio e una fine proverrebbe dal non-essere, e si dirigerebbe
verso il non-essere; l'essere è immobile e immutabile, perché se si
trasformasse, esisterebbero stati in cui esso non sarebbe più. Come si vede,
Parmenide giunge a negare la realtà di tutto ciò che vediamo non, al pari di
Zenone, mediante ragionamenti eleganti e ricercati, ma attraverso un'inerme
prostrazione ai dettami manichei del verbo "essere". Severino cosa fa?
Esattamente ciò che fa Parmenide. Severino nega che esista il divenire
perché lo dice il verbo "essere". Tutto ciò è triste. Concludere che il
divenire non esiste perché altrimenti la legna sarebbe non-legna è tanto
ingenuo quanto concludere che la casa è fatta di quattro lettere.

In primo luogo, Severino non sembra molto originale: quel che egli dice l'ha
già detto Parmenide. La distinzione severiniana fra Gioia e Follia è pari
pari la distinzione parmenidea fra Verità e Opinione, privata di
impeccabilità e imbrattata di cipria emozionale, di psicanalisi e di enfasi
novecentesca. In secondo luogo, la sua scarsa originalità è tanto più grave
in quanto egli è un tardissimo epigono di Parmenide (il maestro visse fra il
VI e il V secolo a.C., mentre l'akmé di Severino, secondo il cronografo
Apollodoro, può essere collocata nel 1969), e ciò gli ha permesso di leggere
(o forse solo di avere la possibilità di leggere) tutta la buona filosofia
prodotta tra Parmenide e Severino stesso; tanto più che Zenone ha mostrato
al mondo che non occorre nascere molto tempo dopo Parmenide per essere un
allievo innovativo di Parmenide. In terzo luogo, Parmenide cadde
clamorosamente vittima delle trappole del linguaggio con cui le idee sono
espresse; e può essere scusato solo per il fatto di essere stato il primo.
Da allora, tutti sanno che, a colpi di essere e non-essere, si può
dimostrare pressoché qualunque cosa: l'inesistenza del divenire, del
movimento, della nascita, della morte, della finitezza, del molteplice, del
tempo, dello spazio, di Dio, della filosofia, di Severino e del mondo. A che
serve giocare a un gioco cosí facile?

Severino ci ha dunque deluso. Tuttavia esiste un lato ostinato, pignolo e
temerario della chimera filosofica che egli è (testa di Parmenide, corpo
aristotelico), il quale può essere salvato. Quando Severino non indulge a
edificare il proprio pensiero, egli si diletta a mettere in crisi quello
degli altri. In questa attività destruens egli è più misurato, perché è meno
personalmente coinvolto; le parole lo ingannano meno spesso, ed egli sa
correttamente identificare una deduzione che raggiunge conclusioni
inaccettabili, chiamandola in modo proprio reductio ad absurdum.

Ai cattolici che in Parlamento hanno votato contro la liberalizzazione della
fecondazione eterologa, sulla base del fatto che essa creerebbe disagi
mentali e affettivi nei nascituri, Severino risponde con inappuntabilità:
concede le premesse, e fa notare che dunque la non esistenza permanente,
secondo questi cattolici, è un buon rimedio per scongiurare la violazione
del diritto a nascere senza disagi mentali e affettivi. Ma poiché anche
nascere per effetto di un adulterio, è ragionevole concederlo, significa
nascere in condizioni assediabili da disagi mentali e affettivi, allora
quegli stessi cattolici, coerentemente, dovrebbero votare in Parlamento a
favore dell'illegalità dell'adulterio. Questo ragionamento è stringente: se
qualcuno desidera vietare la fecondazione eterologa ma non anche
l'adulterio, deve riuscire a presentarci una ragione a favore del divieto
della fecondazione eterologa che non sia, anche, una ragione a favore del
divieto di adulterio. Quando Severino fa questo lavoro di controllo logico,
fa un lavoro ammirevole.

Secondo Severino, i cattolici sono costretti a sostenere che per chiunque è
sempre meglio nascere che non nascere: infatti qualunque sofferenza terrena
è finita, ed è quindi surclassata dalla beatitudine infinita che chi nasce e
vive potrà eternamente provare, dopo la morte, nel Regno dei Cieli. Ciò
significa che un cattolico dovrebbe essere incline a far nascere il maggior
numero di persone: non solo condannando contraccezione e aborto (come già
fa), ma liberalizzando la fecondazione eterologa, e perfino riducendo se
stesso e gli altri «a forsennati della creazione e della generazione di
tutti i possibili esseri umani». Qui Severino sembra ineccepibile, ma non lo
è. Un cattolico (cosí come un non cattolico) potrebbe benissimo sostenere
che, per coloro che esistono, iniziare a esistere sia stato un bene, senza
dover anche impegnarsi con la tesi, apparentemente legata alla prima, che
per coloro che non esisteranno mai sia stato un male non iniziare a
esistere. È solo da questa seconda posizione che deriva un obbligo morale a
mettere al mondo più individui possibile. L'accusa di implicare l'obbligo
morale a una procreazione ossessiva andrebbe dunque rivolta non a tutti i
cattolici, né a tutti coloro che ritengono che esistere è un bene, ma solo a
chi pensa che per le persone potenziali possa essere un male non iniziare
mai a esistere: tipicamente, ai cattolici che sostengono che qualcosa che
sia una persona potenziale, per questo ha diritto di diventare una persona
attuale.

Ahimè, questa analisi è preclusa a Severino, che è allergico al concetto
stesso di "potenziale": non appena lo incontra nella sua trattazione, egli
precipita infatti in una nuova crisi affabulatoria parmenidea, con
abbondante espettorazione di "non" e di trattini (diffidate dei filosofi che
mettono trattini fra le loro parole e perfino dentro le loro parole. Sono
per lo più tecniche incantatorie). L'idea di Severino è che «il costrutto
"metafisico" di "potenza" è un grandioso e radicale assurdo» (ci si stupisce
sempre: quanto è bravo Severino a stanare le assurdità degli altri!), e che
quindi sia insensato anche considerare l'embrione come un essere umano in
potenza. Se infatti diciamo che l'embrione è un essere umano in potenza,
stiamo dicendo che esso può diventare un essere umano in atto. "Può" non
significa "deve": l'embrione che può diventare un essere umano in atto, può
anche non diventarlo. Ciò significa che l'embrione, se è un essere umano in
potenza, «è in potenza anche un esser-già-non-uomo»: e ciò che in potenza è
sia uomo che non-uomo non può essere già un uomo, cosí come un colore che
sia insieme rosso e non-rosso non può essere un colore rosso (come si vede,
questo è puro Aristotele. Severino è fermo al IV secolo a.C., e ha lo strano
destino di vivere fra i propri posteri. D'altronde, il tempo non trascorre,
e tutto è eterno!). «Sia pure inconsapevolmente, ad affermare che l'embrione
non è un essere umano . sono dunque proprio coloro che dell'embrione, alla
luce dell'idea di "potenza", intendono essere gli amici più fedeli.»

Severino ragionerebbe bene, se non fosse che a volte si lascia prendere per
mano da quelli che lui ritiene essere i propri «amici più fedeli», l'essere
e non-essere parmenidei e l'uomo e non-uomo aristotelici, che - come il
gatto e la volpe - lo portano a seppellire i suoi soldi di lucidità e
approvabilità nel campo dei miracoli. Proviamo ad affrontare questa faccenda
dell'embrione senza impacci vecchi di venticinque secoli. Alcuni affermano
che "l'embrione è persona", snaturando il significato del termine "persona".
Non varrà a nulla, contro di essi, far notare che le nostre pratiche
linguistiche ci indicano che "persone" sono soltanto gli individui capaci di
stati mentali coscienti e intenzionali (credenze, desideri, paure) e, forse,
perfino di autocoscienza. Non varrà a nulla rilevare che non chiamiamo
"persone" entità molto più evolute degli embrioni, come i nostri cani
domestici o le scimmie del circo - per quanto possiamo essere affezionati a
queste creature. Per questi revisori del linguaggio, l'embrione va blindato
(forse perché lo prescrive la Chiesa): e asserire dogmaticamente che
"l'embrione è persona" è il miglior modo per farlo che è venuto loro in
mente. In questo senso, se una nuova setta religiosa volesse proteggere gli
spermatozoi o i gerani, potrebbe trovare vantaggioso proclamare che gli
spermatozoi sono persone, e che i gerani sono persone.

Esistono poi individui meno approssimativi che, pur desiderando blindare
l'embrione, non sono disposti a usare le parole a proprio piacimento.
Costoro asseriscono perciò che "l'embrione è umano", cioè che "l'embrione
appartiene alla specie homo sapiens"; questo è corretto, ma anche i nostri
capelli vi appartengono (e sono altrettanto vivi), eppure non siamo immorali
quando li tagliamo per futili motivi. Costoro asseriscono allora che
"l'embrione è una persona potenziale" (a differenza dei capelli). Intendono
dire che, se lo lasciamo sviluppare, l'embrione diventerà una persona. Si
può loro rispondere che, in primo luogo, anche lo spermatozoo (nonché tutti
i suoi antecedenti causali), se gli confezioniamo un futuro di un certo
tipo, diventerà una persona: eppure, nessuno desidera sacralizzare gli
spermatozoi. In secondo luogo, disporre oggi di certe proprietà potenziali
non dà titolo oggi a vedersi riconoscere i diritti che derivano dal possesso
attuale di quelle proprietà: io potrei diventare, un giorno, presidente
della Repubblica, ma non per questo ho diritto oggi a una limousine; e
mentre i vandali che sfregiano le opere d'arte vanno puniti, l'amico che
passa a trovare Picasso e gli propone di interrompere il lavoro e di andare
a fare insieme quattro passi non va condannato in tribunale per aver
distrutto un capolavoro potenziale.

I difensori dell'embrione si appelleranno allora all'unicità del patrimonio
genetico che, in seguito al concepimento, si è irripetibilmente costituito
per crossing over a partire dai genomi paterno e materno. Ora, diranno, lí
c'è una persona precisa e senza uguali, benché composta ancora di poche
cellule; eppure i giochi sono fatti (questa è l'idea). Non è difficile
pescare dalla libreria una pila di autorevoli testi di biologia che spiegano
l'abbaglio contenuto in questo argomento. Il nostro corredo di geni, una
volta formatosi, non è in grado di specificare per filo e per segno chi
saremo. Il determinismo genetico è falso: i geni sono solo istruzioni
incomplete per la nostra fabbricazione fisica, e i fattori ambientali ed
esperienziali sono altrettanto fondamentali (si pensi, tanto per dire, alla
teoria della selezione darwiniana dei gruppi neuronici di Gerald Edelman o
alle lucide critiche del riduzionismo genetico formulate su queste pagine da
Richard Lewontin).1 Quando un embrione, a differenza di un ovulo o di uno
spermatozoo, diventa dotato del proprio pacchetto di geni specifico, ha
soltanto mosso un piccolo passo in più verso la lontana meta dell'essere un
giorno una persona attuale. Un embrione appena concepito è un po' meno (una
persona) potenziale di uno spermatozoo che sta per fecondare un ovulo, cosí
come uno spermatozoo prossimo a un ovulo è un po' meno (una persona)
potenziale di uno spermatozoo ancora nell'uretra (se gli spermatozoi
veicolassero tutta l'informazione genetica utilizzata dal futuro embrione, e
gli ovuli fossero ricettacoli geneticamente silenti, per questo dovremmo
salvaguardare tutti gli spermatozoi?).

Quando coloro che lottano per "la vita" e per gli embrioni ci dicono che
ritengono doveroso e bello rendere attuale ogni persona potenziale, perché
condannare le persone potenziali all'inesistenza permanente è una crudeltà
che partecipa della inammissibilità dell'omicidio, è qui che possiamo
rispondere che il nostro impegno andrebbe profuso non solo a favore di tutti
gli embrioni, ma a favore di tutti gli ovuli e di tutti gli spermatozoi; più
vastamente, di tutte le persone potenziali che genereremmo se ci
accoppiassimo con tutti i nostri partner sessuali possibili. È solo contro
questi paladini della potenzialità che è pertinente l'obiezione in base alla
quale dovremmo lanciarci in sforzi riproduttivi continuati e promiscui. In
particolare, coi cattolici che ricorrano a questo argomento dovremmo
lagnarci del fatto che i cardinali, le suore e i sacerdoti lascino
nell'inesistenza una gran massa di persone potenziali: che crudeltà.

La verità è che, mentre iniziare a esistere (cioè, iniziare a essere una
persona) può essere un bene (o un male) per chi inizia a esistere
(l'eventualità che possa essere un male apre lo scenario dei diritti di non
esistere, tirati in ballo a sproposito dagli oppositori della fecondazione
eterologa), non iniziare a esistere non può essere un male (o un bene) per
nessuno, perché non esisterà mai qualcuno per cui possa essere un male (o un
bene). Come scrive Derek Parfit in Ragioni e Persone (1984): «A differenza
del non esistere mai, incominciare a esistere e cessare di esistere sono
entrambe cose che accadono alle persone reali».2 Se non fossi stato mai
concepito, ciò per me non sarebbe mai potuto essere un male. Analogamente,
se fossi stato abortito o se fossi stato usato, da embrione, per fornire
cellule staminali ai ricercatori, per me ciò non sarebbe mai potuto essere
un male, perché non sarei mai esistito. Sarebbe stato tuttavia un bene per
Severino, perché non l'avrei mai recensito. Ma avrebbe egli potuto godere
dell'assenza della mia recensione, se non avesse mai saputo della sua
esistenza potenziale?

1 . R.C. Lewontin, "Dopo il genoma: e ora?", la Rivista dei Libri, ottobre
2001, pp. 7-8.

2 . D. Parfit, Ragioni e persone, Milano, Il Saggiatore, 1989 (ed. orig.
1984), p. 620.

FABIO BACCHINI insegna Epistemologia del Progetto presso la Facoltà di
Architettura dell'Università di Sassari. È autore di La mente esiste
(Meltemi, 2000) e di Il diritto di non esistere (McGraw-Hill, 2002). Assieme
a Chiara Lalli ha curato l'antologia di saggi Che cos'è l'amor (Baldini
Castoldi Dalai, 2003). Scrive su l'Unità.

postato da: Lioa alle ore 11:48 | link | commenti
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giovedì, giugno 09, 2005

Premetto che 'L'arpa d'erba' di Truman Capote è da sempre
il mio libro di culto. Lo considero un romanzo perfetto. Nell'originale,
tuttavia, gli strampalati protagonisti si arrampicano e vanno ad abitare
su un "China Tree", ovvero su un esemplare di Melia Azebarach
o Albero dei Rosari o dei Padrenostri o dei Paternostri. Il pur bravissimo
 traduttore Bruno Tasso , invece, li fa arrampicare su un "sicomoro",
l'albero dell'evangelico Zaccheo. Certo, in italiano 'sicomoro' suona bene,
ma perché fare di ogni albero un fascio?



L'arpa d'erba



Quando ho sentito parlare

per la prima volta de

"L'arpa d'erba"?

Forse molto

prima di quell'autunno

in cui lessi


"Il Barone Rampante"


(ho sempre pensato


che Calvino fece


arrampicare sugli alberi


ANCHE il suo personaggio


dopo aver  letto Truman

Capote).


So solo che a tutt'oggi,


se dovessi essere costretto a


scegliere un solo libro


da portare con me in un'isola


deserta,


non prenderei la Bibbia,


né "Quella bruttacattiva della

mamma!",


né "Il Giovane Holden",


né "Grande Grosso e

Giuggiolone",


né "Il Giovane Törless"...


ma


"L'Arpa d'erba".


Ne conosco a memoria


l'incipit:


"Quando ho sentito parlare

per la


prima volta dell'arpa d'erba?


Molto tempo prima di quell'autunno


in cui


andammo ad abitare sul

sicomoro.


In un autunno molto


remoto, dunque;


e certo fu Dolly a parlarmene,


perché


nessun altro avrebbe pensato


a quel nome:


L'arpa d'erba."


postato da: Lioa alle ore 19:56 | link | commenti
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THE VERONA AND TRIESTE
WITCHES PROJECT

Un promettente scrittore per ragazzi, da poco entrato nel

bosco della letteratura giovanile, scompare misteriosamente. L'unica traccia

da lui lasciata è il manoscritto "The Verona and Trieste witches project",

contenente inquietanti allusioni a due leggendarie abitatrici del bosco:

Margherita Forestan, direttrice editoriale di Mondadori Ragazzi, VERONA, e

Orietta Fatucci, direttrice editoriale di Einaudi Ragazzi, TRIESTE. Le

ricerche dello scrittore scomparso proseguono serrate, mentre una serie di

inspiegabili incidenti  ritarda la pubblicazione del manoscritto presso le

edizioni LIBRI MOLTO SPECIALI di Venezia (www.librimoltospeciali.com).


postato da: Lioa alle ore 19:24 | link | commenti (3)
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EVIL-MINDED

FROM HIS YOUTH?



L'uomo

è cattivo

fin dall'inizio?

Per quel che mi riguarda

potrei dire

senz'altro

di no

Da piccolo

- anzi -

ero talmente buono

da essere

scambiato

spesso

per un bambino

coglione.

postato da: Lioa alle ore 19:07 | link | commenti
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mercoledì, giugno 08, 2005

Dunque: visito Miserabili.com e trovo Giugenna su di giri. Recensisce il nuovo Parente ("La macinatrice") in questi termini: "Esso è visionario, gigantesco, immane, enorme, ciclopico, titanico, immenso, devastante, iperuranico, ultremo, irredimibile, oltreumano, grandissimo, illimitato, infinito, multidimensionale, plurilivello, universale, cosmico, iperbolico, incontenibile, superfetante, ineffabile, inimitabile, incredibile, superno, divino, supremo, inarrivabile, debordante, tracimante, eccessivo, metafisico, estremo, illimitato, bello. Il motivo è che Parente è l’erede designato di Antonio Moresco, la cui interpretazione definitiva è stata data, con una lotta di impressionante virulenza, dalla medesima Carla Benedetti, dopo la quale non è più possibile parlare dell’opera di Moresco in altri termini".
 
Come trattenere uno stracco: "Yawn e poi yawn!"? Molto più divertente, devo dire, Giuseppe Genna è quando mette in bocca alla Morasso le battute su Andersen:-/
 
Conclude Giugenna: "Chi non gli piace, è culo. Oppure cospira contro di noi, che siamo parte di uno tsunami immenso, esploso, fiorito, profumato."

Apro la mia mail box e trovo una lettera con uno strano titolo: "Tsunami presents suppliers with huge contract opportunities".
"Cazzo!", mi dico, "mi ha scritto Giugenna."
Apro e leggo: "Hello Lucio Angelini, we are looking for companies to
participate in the Reconstruction and Relief Programs for the Tsunami
Disaster Affected Areas. Do you own, work for, or know of a company that can
supply goods or services for major relief and rebuilding programs?"
[Eccetera].

"Cazzo!", mi dico, "quasi quasi gli segnalo il sito di Giuseppe Genna.":-)

postato da: Lioa alle ore 09:34 | link | commenti
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domenica, giugno 05, 2005

Eccomi di ritorno dallo Yorkshire,

dove ho coronato l'antico sogno di

visitare il Brontë Parsonage Museum

(la canonica in cui vissero le sorelle

Brontë, fiancheggiata da un plumbeo

cimitero) ad Haworth, sotto la

 brughiera omonima.

Ho osservato il divano su cui,

appena trentenne, tirò

gli ultimi Emily Brontë

("Cime Tempestose"), cui erano già morte la madre

(di  cancro),

le sorelline Maria ed Elisabeth (11 e 10 anni) e il fratello oppiomane

Branwell (31 anni). Emily aveva preso freddo, appunto, al funerale di

Branwell. Ho visto la stanza riservata alle amatissime oche Adelaide e

Victoria e quella in cui dormiva Charlotte, la più longeva (morì a ben 39

anni). La terza sorella scrittrice, Anne Brontë, malata anch'essa, era stata

invano, nel frattempo, portata al mare a Scarborough (ricordate la canzone

di Simon & Garfunkel?) dove era morta a 29 anni. La sua tomba è fuori la

chiesa di St. Mary, sotto il castello di Scarborough. Ho visitato anche

quella.

postato da: Lioa alle ore 20:08 | link | commenti
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