CERCASI BOIA
29.06.2005 The Copenhagen Opera is searching for a very muscular gentleman to serve as an executioner in an upcoming opera staging
The Copenhagen Opera has a vacancy open for an executioner. The main requirement is a massively muscular body, although a musical ear and a dramatic flair will not be frowned upon, daily newspaper Politiken reported on Wednesday.
The Opera said it was searching for a 180-centimetre high bodybuilder to play the part of an executioner in its upcoming staging of Puccini's Turandot.
Turandot's eponymous villain/heroine is a cold-hearted Chinese princess, who mercilessly has her suitors beheaded if they fail to answer her three riddles. The executioner can thus expect to be kept busy throughout the performance.
The opera will be performed in Copenhagen's new Opera House in October and November. Aspiring executioners can expect to participate in ten rehearsals, beginning on 27 September, as well as nine performances from 14 October till 8 November.
Executioner wanted
http://www.cphpost.dk/get/88945.html
RAFFAELE NIGRO A VENEZIA
Oggi pomeriggio al Future Centre della Telecom di Venezia Raffaele Nigro, finalista del Campiello con “Malvarosa”, si è presentato perfettamente tranquillo, tanto lui il Campiello già lo vinse nel 1987 con “I fuochi del Basento”. In più, pur essendo uscito da tre-quattro mesi, “Malvarosa” ha già fatto incetta di premi: per esempio il Flaiano, il Mondello, ma soprattutto quello che a Bartolomeo Di Monaco risulterà il più gradito di tutti (Bart, mi stai leggendo?): il Lucca dei Lettori.Raffaele Nigro è caporedattore Rai nella sede di Bari e parla volentieri di sé e del sostrato che soggiace alla sua sontuosa scrittura. Una svagata domanda dell’intervistatore (Giovanni Alliata, del Direttivo Fondazione Giorgio Cini) sulla punteggiatura ha dato la stura a un vero torrente di parole, in cui Nigro ha parlato della cultura orale di cui si nutrì da bambino a Melfi, dove nacque nel 1947, dei quaresimalisti dell’Irpinia che vi arrivavano con le loro storie di santi, della coralità dei racconti in cui il tempo non veniva frantumato e ridotto a spezzoni di presente, come succede oggi, ma conteneva sempre passato e futuro, di stereotipi meridionalisti e della realtà, molto più viva, da lui osservata, di metaforiche celle (in ‘Malvarosa’ interloquiscono due prigionieri, uno della sponda nord del Mediterraneo, l’altro della sponda sud) che sono a un tempo anche torri d’avvistamento, e di Eustà (Eustacchio, come il santo protettore di Matera), il protagonista di Malvarosa. Nigro ha precisato che a lui non interessa parlare del Sud in quanto Sud, ma dell’uomo in quanto uomo, a qualunque latitudine si trovi, e se ambienta le sue storie tra Lucania, Calabria, Puglia lo fa solo perché quelli sono i luoghi che meglio conosce e meglio sa rappresentare. Mentre in ‘Fuochi del Basento’ aveva inteso imprimere alla sua prosa un effetto-tumulto mutuando la struttura “a pieni e vuoti” tipica dei proverbi, in Malvarosa ha voluto ricreare la consunzione e la morte di un mondo attraverso l’olfatto, puntando su sinestesie ben note ai simbolisti francesi. Così la sua scrittura assume i colori del barocco mediterraneo, l’odore delle zagare che si disfano e dei sudari, del sangue dei macelli... anche se nel microcosmo di ‘Malvarosa’, ha precisato l’intervistatore, “lo sconquasso si mescola continuamente al divertimento”.
Prima della conclusione dell’incontro, dalle file degli spettatori è uscito – vero colpo di teatro - il tunisino Majid El Houssi, deuteragonista del romanzo.
Ed ecco la scheda presente in
http://www.premiocampiello.org/finalisti.htm
C’è chi mi crede informatissimo sugli scrittori italiani viventi, in realtà ne conosco e seguo appena qualche dozzina (sono MIGLIAIA, aiuto!!!). Confesso, per esempio, che del triestino Pino Roveredo, dal nome così silvestre (come ha osservato l’intervistatrice Mariangela Carone del TG3) ignoravo completamente l’esistenza.
Ma procediamo con ordine. Dal 27 giugno al 1 luglio qui a Venezia, al solito Future Centre di Telecom Italia, nel tardo pomeriggio vengono presentati alla cittadinanza, uno alla volta, i finalisti del premio Campiello. Domani toccherà a Raffaele Nigro, venerdì a Gianni Celati… oggi, invece, era il turno di questo misterioso Pino Roveredo, entrato per ultimo nella cinquina dei finalisti con il libro “Mandami a dire”, Bompiani editore. Poiché transitavo da quelle parti, mi sono detto: ‘Be’, vediamo che persona è’. E devo dire che l’incontro è risultato interessante. Il finalista, intervistato dalla suddetta giornalista, ha raccontato esperienze di vita tutt’altro che melense: figlio di due genitori sordomuti, ha appreso prima il linguaggio dei gesti che quello delle parole, ha sperimentato la violenza di vari istituti, saggiato l’esperienza della dipendenza alcolica, dopo vent’anni della quale è finito a lavorare in una fabbrica di tappi per bottiglie di vino (quando si dice l’ironia della sorte!) e oggi “collabora” con vari centri specializzati nel recupero della devianza giovanile (tossicodipendenti, carcerati, emarginati eccetera). Insomma ha continuamente a che fare con il disagio. Fra le sue esperienze più importanti, un travolgente innamoramento per una vecchina di 96 anni (a cui ha dedicato il libro ‘Ballando con Cecilia’), conosciuta in un manicomio dov’era ricoverata da oltre 60 anni perché vedeva ombre. Le sue proteste avevano ottenuto il solo risultato di allungarle a vita il ricovero psichiatrico (prebasagliano, bisogna dire). L’approccio con la vecchina era stato difficile, ma Pino l’aveva poi conquistata offrendole cioccolate di cui Cecilia andava, tanto per cambiare, pazza:-/
Roveredo ha insistito più volte sul concetto di rispetto per il dolore della gente.
Fra le sue più amare esperienze, quella della cella d’isolamento in carcere. A questo proposito ha raccontato di aver trovato sotto uno stipetto, in quella circostanza, un giallo con cui aiutarsi a ‘far passare il tempo’. Peccato, ha aggiunto, che al libro mancasse proprio l’ultima pagina. Il suo predecessore l’aveva strappata.
Ha poi raccontato che a Trieste, dopo l’uscita dei primi libri con l’editrice Lint (‘Una risata piena di finestre’, La bela vita’, ‘Capriole in salita’, ‘Centro-diurno. Le fa male qui?’), aveva scritto una lettera aperta agli scrittori triestini, manifestando il desiderio di conoscerli. Solo Claudio Magris aveva risposto e accettato di incontrarlo, diventandogli poi, a poco a poco, amico.
Per stima - e NON per amicizia- Claudio Magris firma oggi la prefazione di “Mandami a dire”. Si tratta di una raccolta di racconti, in uno dei quali, per esempio, l’ucraino Succo d’Aceto si impicca a Trieste in piazza Italia a un’impalcatura. Non si tratta di un personaggio inventato, ma del protagonista di un fatto di cronaca che Roveredo ha voluto salvare dall’oblio. In un altro racconto ‘L’uomo dei coperchi’ il protagonista, addetto alla collocazione dei coperchi sui barattoli di vernice, si salva dall’alienazione grazie ai colori.
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A integrazione del discorso di ieri sugli incontri nel bosco nero:
HORROR
Datemi tanti viscidi
squamosi trucidi
verdastri orribili
(ma riconoscibili,
ma affrontabili)
bavosi mostriciattoli
perché io possa
attribuire volti
e assestare colpi
ai fantasmi informi
che mi porto dentro.

IL PRIMO VIAGGIO IMPORTANTE
Facciamo il nostro PRIMO VIAGGIO IMPORTANTE da piccoli, quando, ascoltando una fiaba, ci identifichiamo nell’eroe che si allontana da casa in cerca di AVVENTURE e soprattutto - fuori dai simboli - IN CERCA di se stesso. L’eroe che PARTE si perde spesso in un BOSCO o in un'immensa e tenebrosa FORESTA, dove non manca di incontrare orchi, streghe, animali feroci, maghi, fate... Smarrirsi in una foresta irta di pericoli significa, infatti, abbandonare la sicurezza dell'infanzia e affrontare l'oscurità interiore, per cominciare a comprendere chi si voglia essere. L'immagine e la sensazione di essersi persi in una fitta e oscura foresta sono indimenticabili. I viaggi degli eroi delle fiabe sono viaggi all'interno della mente, nei territori dell'inconsapevolezza e dell'inconscio. Ma nelle fiabe le ansie INFORMI dei bambini (il loro bisogno di essere amati; la paura di essere abbandonati; i loro tentativi di restare aggrappati ai genitori anche quando venga il momento d'affrontare il mondo da soli...) prendono FORME comprensibili e LIBERATORIE. Per un bambino, infatti, le paure senza nome e senza volto che si porta dentro sono le più difficili da sopportare: meglio tradurgliele in creature ben precise, per quanto raccapriccianti, in modo che, attraverso dei processi di equivalenza simbolici, i suoi più feroci nemici interiori possano diventare, a seconda dell’età, il lupo cattivo, l’orco, il fantasma, il vampiro, il mostro, lo zombie e così via. Una volta trovata la via d'uscita dal bosco – ovvero la strada per diventare se stesso - l’eroe ne emerge con un'umanità più sviluppata. “Perduta l'innocenza dell'infanzia e affrontati i pericoli in agguato dentro se stessa e nel mondo” ci ricorda Bruno Bettelheim, “Cappuccetto Rosso viene estratta dal lupo e rinasce a un livello superiore d'esistenza, raggiungendo la saggezza che soltanto chi ‘nasce due volte’ può possedere.” I viaggi delle fiabe esprimono, in qualche modo, dei riti de passage. La morte metaforica di un’individualità vecchia e inadeguata serve a farla rinascere a un livello di esistenza superiore. Attraversando il bosco insieme all’eroe di una fiaba, un bambino impara che, se vuole diventare padrone del proprio destino e conquistare il regno di una personalità autonoma, è necessario che prima sopporti privazioni, pericoli, avversità impreviste, anche se spesso IMMERITATE.
Ci sono, nelle fiabe, due ingredienti importantissimi:
1) le peripezie (o prove da superare),
2) il LIETO FINE (vittoria dell'eroe).
I bambini hanno assolutamente bisogno di consolidare la propria capacità di speranza, di fortificare un automatismo che li spinga a considerare ogni batosta solo momentanea, accessoria, non pregiudizievole del successo finale, una sorta di inevitabile scotto da pagare, semmai, per averlo. Identificandosi nell'eroe di una fiaba, il bambino si allena da un lato a incassare (insieme a quello) tutta una serie di scacchi, dall'altro a considerarli irrilevanti ai fini del successo complessivo. Nelle fiabe nessuno si arrende al proprio destino e i brutti anatroccoli diventano regolarmente degli splendidi cigni. I personaggi delle fiabe vivono una vita intessuta di desideri che si realizzano ad onta di qualunque ostacolo di partenza o incidente di percorso (una famiglia poverissima, un padre che li porta a perdere nel bosco, delle prove da superare... ). Finché si è piccoli, poco strutturati, si ha assolutamente bisogno di fare un bel pieno di fiducia. Poi, quando si è preso coraggio, si abbandonano le fiabe e si fa il gran salto nella realtà, ma, e qui sta il punto, ARMATI DI SPERANZA.
BEVILACQUA
Non siamo i soli ad avere Bevilacqua. Ce l'hanno anche in America, benché in
versione femminile. Il nostro si chiama Alberto, la loro Carol. Alberto
Bevilacqua scrive soprattutto di e per sua madre. Carol DRINKWATER (sic!) di olio
d'oliva. Fra i suoi titoli "The olive season", "The olive farm: a memoir of
life, love and olive oil in the south of France".
SIMONA VINCI
È USCITA
DAL NIUSGRUPPO
Di recente nella blogosfera si è più volte disquisito di nick. Oggi, si sa, non c’è scrittore che non abbia un proprio blog (magari di rinforzo al libro appena uscito: vedi Perceber o l’atomico Pallavicini) e che non si lasci “amichevolmente” (a volte per suggerimento dell’editore) contattare via email da chiunque. Anni fa non era così. Gli amanti della lettura si frequentavano telematicamente soprattutto nei cosiddetti niusgruppi, peraltro ancora esistenti, e se qualche scrittore edito vi faceva capolino firmandosi con nome e cognome, il prestigio del niusgruppo ne usciva sicuramente rinforzato. Prendiamo il caso di Icl (It.cultura.libri). L’interessante di questo niusgruppo era che, fra i tanti appassionati di libri che lo bazzicavano, vi postava appunto – con brivido degli altri frequentatori - una nutrita rappresentanza di scrittori: Simona Vinci, Eraldo Baldini, Carlo Lucarelli, Giulio Mozzi e chissà quanti altri più o meno infingardamente celati dietro nick di comodo. Ebbene, nel marzo del 2001, a partire da una richiesta in sé abbastanza innocua, andò sviluppandosi una polemica di discreta veemenza intorno all’opportunità, da parte degli scrittori, di intervenire a viso scoperto o mascherato da nick. In poche ore il thread si infoltì di oltre un centinaio di risposte (tutte ancora perfettamente guglizzabili) di cui, in una sorta di gioco al COME ERAVAMO, mi piace adesso collazionare le più significative. Se da un lato il titolo “Simona Vinci è uscita dal niusgruppo” spoilerizza cinicamente la conclusione del dibattito, dall’altro non ne pregiudica i gravi interrogativi di fondo, fra i quali:
SARÀ IL POST (PISTOLOTTO TELEMATICO) IL GENERE LETTERARIO PIÙ PRATICATO DEL FUTURO?
Ma andiamo con ordine. Tale Massimo avviò il thread “Simona Vinci” ponendo la seguente stringata richiesta:
Mi date un giudizio sincero e obiettivo sull’ultimo libro di Simona Vinci, per favore??? Grazie.
Uno dei primi a sbilanciarsi in favore della scrittrice fu ERALDO BALDINI, che affermò:
Sinceramente e oggettivamente, Simona è molto brava. Nel suo ultimo libro ha
raffinato ulteriormente il linguaggio, le atmosfere, le suggestioni, e alcuni di quei racconti sono davvero indimenticabili. E crescerà ancora (non di statura, quello non più, anche se lei lo vorrebbe...). Attendo che Simona mi risponda: ‘Senti chi parla!’. Controrisposta: ‘Simò, io sono alto dentro. Ah, se tu vedessi una mia ecografia!’ EB
Subito dopo si fece avanti KORK (aka Piero Ciampi):
Prova a immaginare: stai leggendo e a poco a poco ti senti molle, invertebrato. Quando cominci a sentire che la spina dorsale e le costole sono ormai flaccide e impotenti, dalle parole del libro esce un braccio molto determinato che si ficca nella tua gola, ti afferra la caviglia da dentro e ti rivolta... sglap! ... sei lì... il libro è dentro di te insieme ai tuoi occhi... e se riesci a guardarti in uno specchio ti vedi come una massa di roba pulsante e fetente, ricoperta di merda ma viva, vedi il sangue che gira attraverso i tuoi organi, appesi come ad un albero di natale a quell'essere informe che sai essere te stesso. ti fai schifo ma cominci a riconoscerti, vedi il cuore sgonfiarsi proprio nell'istante in cui il tuo cervello lo sente battere, vedi i fasci di nervi contrarsi al pensiero che ti sta nascendo in testa. ecco cosa ti fa: ti racconta da dentro. se tutto ciò sia sincero e oggettivo proprio non saprei. ciao.
Poi ancora CARLO LUCARELLI:
A me i suoi libri piacciono molto e non è un mistero. Non è una difesa d'ufficio, ho trovato “Dei bambini non si sa niente” un romanzo che riesce ad essere lirico e tremendo allo stesso tempo e ho trovato i racconti di ‘In tutti i sensi come l'amore’ scritti con grandissima cura e profondità.
PIERO SORRENTINO fu il primo a manifestare diffidenza verso le opere della scrittrice, ma lo fece indirettamente, ovvero appoggiandosi a un Ipsedixit:
“Il gioco di specchi, l'emozione citata più che vissuta, una terribilità tutta di testa ci sembra prevalere anche nel romanzo ‘Dei bambini non si sa niente’, di quella Simona Vinci nata, come Galiazzo (Matteo, n.d.r.), nel 1970, e ‘cannibale’ di seconda istanza, cioè inclusa in ‘Anticorpi’ (antologia Einaudi, n.d.r.). Anche nelle pagine di questa scrittrice si avverte una scrittura narcisistica, che rafforza la generale impressione di concentrazione dell'io su di sé piuttosto che sul dolore rappresentato (il che non significa che ci si aspettasse necessariamente ‘pietà’: poteva anche essere lo scandalo dell'artista satanico). Insomma, siamo alla meticolosa, calligrafica ricostruzione di un dolore e di un male orecchiati, più che alla vibrazione, che alla rielaborazione autentica e sofferta nell'io dell'autore.” (Francesco Dragosei, "Letteratura e merci", Feltrinelli 1999)
La sua citazione fece girare un cincinino le scatole a SIMONA VINCI:
Caro Piero,
mica volevo intervenire in questa discussione (l'argomento mi è troppo vicino perché io riesca a metterlo a fuoco in modo obbiettivo, potrei solo giustificarmi, e sarebbe del tutto inutile, a me e ai lettori); però, la trafila di stronzate in bella forma (oddio, bella no. A me pare orrenda) che hai riportato citando tal Dragosei (mi scusi l'interessato, ma non so chi sia), ha dato un brivido in più alla mia serata solitaria. Volevo solo dirti che sono felice che NON siano parole tue! ;))) Buona notte.
Quale non dovette essere la sorpresa di Simona nel trovare in Icl, il mattino dopo, l’attacco – questa volta diretto - di PAOLO BENEFORTI, scultore di Pistoia?
> Simona Vinci scripsit: > la trafila di stronzate
brutta reazione. ancora di più dato che l'autore della rece non è chi ne ha postato un brano, e quindi manco può rispondere. che c'è? brutta giornata? mangiato pesante? Cmq piglio l'occasione per dire che invece, secondo me, questo pezzetto di recensione mette il dito proprio nelle piaghe peggiori dei tuoi lavori (il che spiega la reazione). Che i tuoi libri non mi dicano granché l'ho già detto più volte (e non per moralismo; anzi, mi pare di averli difesi da quel tipo di accusa qualche volta). Cmq ho letto - vaiassapettuperché - "Dei b. non si sa niente" e "In tutti i s. come l'a." (ehm, quest'ultimo non ce l'ho fatta a finirlo-irlo-irlo proprio tutto, confesso! -yawn-). La cosa peggiore che ci ho trovato, imho, è la pretenziosità, il mostrare continuamente, drammaticamente, enfaticamente di voler dire chissà che, senza poi riuscirci mai. Questo limite, questa montagna che partorisce topolini ciechi uno dopo l'altro, è tragicamente sottolineato dalla scelta stilistica: esprimersi con quello stile asciutto, essenziale, fatto di frasi brevi e lapidarie, senza maieppoimaicascasseilmondo un filo d'ironia o di leggerezza o di *umiltà*, questo crea un'intelaiatura dentro la quale non si può non aspettarsi di trovare fatti, cose, vicende o considerazioni un minimo non superficiali, un po’ intense; un arrosto degno di tanto fumo retorico, insomma. Cosa che disgraziatamente in questi libri non succede mai. Anzi, là dove potrebbero annidiarsi dei contenuti (nelle pieghe delle vicende, nei caratteri, nella scarnezza delle trame), proprio da là finiscono per saltar fuori solo banalità, retorica, luoghi comuni generazionali e non. E poi c'è l'altra caratteristica negativa (che, combinata con la suddetta, genera una miscela micidiale, ancorché talvolta soporifera): il voler sempre toccare fatti estremi, situazioni dolorosamente drammatiche e tragiche – con la ciliegina dell'immancabile descrizione splatter da B-horror di quart'ordine (ehm, da D-horror, quindi... ;-)) - senza riuscire a farlo in modo non artificioso e non falso.
E SIMONA di rimando:
> che c'è? brutta giornata? mangiato pesante?
Macché, io veramente mi ero divertita. Se dovessi prendermela tutte le volte, considerata la mole di recensioni che mi arrivano da ogni parte del globo (alcune buone, altre ottime, altre cattivelle e altre ancora orrende) mi sarei dovuta suicidare da un pezzo. Fa tutto parte del gioco. Un gioco bruttino, perché per me scrivere era un esercizio zen e adesso è diventato un gioco al massacro che mi rende infelice.
> Cmq piglio l'occasione per dire che invece secondo me questo pezzetto di
recensione mette il dito proprio nelle piaghe peggiori dei tuoi lavori (il
che spiega la reazione).
La mia reazione era divertita. Semplicemente perché trovo spesso ridicolo il tono tronfio e infarcito di frasi fatte che utilizza la gran parte dei critici letterari. (categoria per quel che mi riguarda totalmente inutile). Ci sono rimasta molto peggio a leggere le tue, di parole. Certo non perché non ti sia lecito pensarle, ma perché penso che a questa discussione non aggiungevano granché. La tua era solo voglia di punzecchiare, e di far male. Direttamente, a me. Non sono un superautore lontanissimo. Non sono incensata da critica e pubblico. Non vendo il mio fumo a milioni di persone. Me ne sto nella mia nicchia. E sono sempre pronta ad imparare. I miei limiti li vedo anch'io. Cosa credi? Sono qui e mi metto in discussione, già questo dovrebbe farti intendere che forse di ironia ne ho poca, ma di umiltà invece sì. Il tuo acume critico dovresti provare a indirizzarlo a quelli che non si mettono in discussione mai, e sono i più, anche dentro questo piccolo/sterminato spazio virtuale. La gente come te mi fa tanta tristezza. Te lo dico, caro Paolo, senza nessuna acrimonia. Lo giuro. Simona
PAOLO BENEFORTI:
Simona Vinci scripsit:
> I miei limiti li vedo anch'io. Cosa credi? Sono qui e mi metto in discussione, già questo dovrebbe farti intendere che forse di ironia ne ho poca, ma di umiltà invece sì
e allora di che ti stai a lamentare? qui si parla appunto di limiti e pregi
degli autori e delle loro opere (per lo più, ehm). se vuoi leggere solo
pareri adulatori ti conviene fondare it.fan.simonavinci (moderato): ce la puoi fare, guarda, non è difficile.
Risposta di SIMONA:
Io non discuto nulla di ciò che hai scritto sul mio lavoro. Ne hai ogni diritto. Certe cose, tra quelle che hai sottolineato, le conosco bene e cerco di lavorarci sopra per quanto posso. Io discuto solo il modo. A volte, basta una piccola parola per riuscire a non ferire chi hai di fronte. E tu, quella piccola parola non riesci mai ad usarla. Buona notte. S.
Anche GIULIO MOZZI prese le distanze dalla reazione di Simona:
> l'argomento mi è troppo vicino perché io riesca a metterlo a fuoco in modo obbiettivo, potrei solo giustificarmi, e sarebbe del tutto inutile, a me e ai lettori
Secondo me sarebbe utile. Che cosa c'è di male nello spiegare le ragioni delle proprie scelte, se qualcuno te lo chiede? Bisogna dare adito al sospetto di non saperlo fare?
> la trafila di stronzate in bella forma (oddio, bella no. A me pare orrenda) che hai riportato citando tal Dragosei (mi scusi l'interessato, ma non so chi sia), ha dato un brivido in più alla mia serata solitaria
Brutta e scortese retorica: 1) l'insulto ("stronzate"); 2) il ribaltamento dell'accusa ("in bella forma": e la critica di Dragosei è essenzialmente un'accusa di leziosità), 3) il tentativo di screditare un'opinione per mezzo della poca fama di chi l'ha espressa ("tal Dragosei", "non so chi sia").
SIMONA a Giulio:
Hai scritto:
> Secondo me sarebbe utile. Che cosa c'è di male nello spiegare le ragioni delle proprie scelte, se qualcuno te lo chiede? Bisogna dare adito al sospetto di non saperlo fare?
Forse, Giulio, davvero non lo so fare. O forse, lo avrei fatto se qualcuno me lo avesse chiesto, ma così non è stato. Un conto è rispondere a delle perplessità, un conto è giustificarsi quando qualcuno attacca il tuo lavoro. Ha tutto il diritto di farlo, solo c'è modo e modo. E comunque non sono d'accordo con te che le proprie scelte, quando si scrive, si dipinge o si produce un'opera d'arte con qualsiasi altro linguaggio vadano motivate. Vorrebbe dire che hai fallito, visto che dovrebbe essere l'opera stessa a parlare
> Brutta e scortese retorica...
Chiedo scusa. Però, come Dragosei pensa che io scrivo male, posso pensare anche io lo
stesso di lui? Togliamo la parola 'stronzate’. Quella era solo la piccola ira del momento a parlare per me. Ciao.
GIOVANNA
simona vinci ha scritto:
> A volte, basta una piccola parola per riuscire a non ferire chi hai di fronte.
su questo niusgrup si fa molto male a fare del buonismo. è ridicolo. a obiezioni chiare si risponda chiaramente. buttarla sul sentimentale è una sciocchezza. io sto ancora aspettando che qualcuno mi spieghi cosa vuol dire 'accettare il dolore degli altri'. che il tuo pensiero, simona, e di seguito la tua scrittura - o la tua scrittura e di sotto il tuo pensiero - manchi di spessore è un dubbio che viene - mi permetto perché di mestiere fai la scrittrice e non la parrucchiera, e hai una responsabilità pubblica rispetto a quello che scrivi. in fondo ti mantengo io, comprando i tuoi libri, ho il diritto di dirti che non mi piace quello che fai, e se mi sembra che te la prendi troppo comoda. lo faccio anche col mio parrucchiere per come mi taglia i capelli. senza metterlo in crisi, peraltro.
RICCARDO MORI
a mio avviso l'autore, quando partorisce, deve tagliare egli stesso il cordone ombelicale.
P. BIANCHI a Riccardo:
Non si può. L'autore è coinvolto, il libro è un pezzo di lui, non è possibile che mantenga il distacco, a meno che sia un bestsellerista mirante solo a limare il prodotto per ottimizzare cinicamente le vendite. L'autore è un marchio, trovarselo lì in carne e ossa a chiederti conto esplicitamente o implicitamente se ti piace la sua mercanzia è impossibile, troppo ingombrante, troppo imbarazzante. Mi vedo Lucarelli dire: “Ma allora io non posso partecipare alle vs (peraltro) cazzate? Qs. è limitativo della mia libertà.” Ebbene un po’ sì, d'altronde se frequenta diventa limitativo della libertà nostra, se lo lodi sembri leccaculo, se critichi il libro diventa automaticamente una critica alla persona, non se ne viene fuori se non tacendo, ma tacere in un mezzo fatto per parlare richiede una propensione all'ossimoro. Simona Vinci (anch'io non ho mai letto nulla, tranne quello che scrive qui: e qui mi sembra una gran tenerona) può presentarsi tranquillamente come SV in un niusgrup di computer o di giardinaggio, a discutere della soundblaster o di innesti di ciliegio. Non dovrebbe andare in un ng di lettori, che possono discutere dei suoi libri. Almeno non col suo nome, idem per Lucarelli, sono troppo ingombranti, devono fare come i preti nel bordello, travestirsi e spassarsela solo sotto mentite spoglie. Le critiche di Beneforti a me sembrano argomentate e suonano plausibili, se le avesse dette parlando di Ugo Foscolo non fregava niente a nessuno, cioè in tal caso il vero oggetto di valutazione sarebbe stato non il Foscolo né la oggettiva validità delle critiche ma solo la coerenza interna alle argomentazioni benefortiane, come accade in qualunque accademia letteraria. Invece parlando della Vinci tutti i guardoni si girano subito per vedere come la prende la Vinci, se tace è una snobba, se si incazza è una permalosa, se glissa è una cinica, per il fatto di esserci ha già perso, l'unica cosa sarebbe se rispondesse con una flammona telematica memorabile ma 1) questo le darebbe dei punti come polemista e non come romanziera 2) qualche stronzo di giornalista lurkone ne approfitterebbe per far colare un po’ di merda sui giornaletti. Non se ne esce, il difetto è a monte, l'autore è un marchio che deve stare al suo posto e cioè sulla copertina del libro, oppure nel niusgruppo "l'autore risponde". Qui deve venire sotto falso nome.
ERALDO BALDINI al niusgruppo:
P. Bianchi ha sollevato un problema serio, scrivendo che gli autori su un NG
che parla di loro e dei loro libri sono "ingombranti, imbarazzanti". Sono insomma fuori luogo, a meno che non si scelgano uno pseudonimo con cui intervenire sotto mentite spoglie. Premetto che a me sembra una soluzione peggiore del male. Se l'autore ha quella sorta di "responsabilità" a cui altri hanno accennato in precedenti post, ebbene, se la deve assumere a viso scoperto. Con uno pseudonimo potrebbe "guidare" di nascosto le discussioni, e questo sì che, a mio avviso sarebbe fuori luogo. A parte ciò, ripeto, il problema esiste. "Non se ne esce", ha scritto P. Bianchi, perché si attua un condizionamento nei confronti dei frequentatori del group. E allora, che fare? Io sono entrato da poco, sono entrato perché adoro i libri, perché lurkavo da tanto tempo e mi pareva più serio uscire dall'ombra. Di me e dei miei libri non si è parlato, per cui per fortuna non ho dovuto affrontare direttamente il problema; se succedesse, credo che interverrei solo se mi fossero posti esplicitamente dei quesiti. Ma penso che a questo punto chi frequenta il NG dovrebbe dire la sua. Se gli autori sono ingombranti, io non ho problema a farmi da parte. Vi seguirò in silenzio, come facevo prima, e non ve ne vorrò di certo, perché quanto dice P. Bianchi va preso in seria considerazione. Un caro saluto a tutti. Eraldo Baldini
SIMONA a Eraldo:
Gli autori non sono ingombranti per gli altri frequentatori del newsgroup. Il problema è tutto loro. E sta a loro decidere. Per quel che mi riguarda, io qua dentro mi sono divertita molto certe volte e altre mi sono incazzata. Ci sono persone che sento vicine e delle quali mi piace il modo di discutere, altre che trovo presuntuose ed arroganti; fin qui, tutto normale. È così dappertutto. E ognuno può dire quello che gli pare su chiunque. Il problema, come dicevo, è dell'Autore. Se un giorno sì e uno no c'è qualcuno che ti dice che ce l'hai piccolo, che non sai scopare, che ti puzza il fiato e che perdi i capelli, che sei obeso, antipatico e garrulo, (e anche se chi te lo dice lo fa in modo intelligente e argomentato) prima o poi ti incazzi o quantomeno ci resti male. È umano, no? O si pretende che gli scrittori siano dei santi, testa china e schiena scoperta pronta alle frustate? Oppure che siano lì tutti vogliosi di spiegarsi, giustificarsi e argomentare le loro operine? Oltretutto, uno che ha la superbia di scrivere dei libri (perché un po’ di superbia c'è in chiunque si esponga, in qualsiasi campo) è anche abbastanza narciso da non tollerare troppo a lungo di essere messo in discussione. Ce n'è già abbastanza altrove di rompipalle. È giusto che chi lo fa (cioè mettere in discussione chi gli pare e come gli pare) continui a farlo; per me, è giusto prendermi una vacanza. Baci a tutti. Specialmente ad alcuni.
LUCIO ANGELINI
Sospetto da sempre che pbianchi sia uno scrittore sotto mentite spoglie, e uno scrittore coi fiocchi, per giunta. Se poi non lo è (intendo se non ha ancora pubblicato), qualcuno dovrebbe assolutamente affrettarsi a ingaggiarlo. Ciò non toglie che la soluzione da lui additata (= intervenire sotto nick) non sia né migliore né peggiore di altre, nel senso che ognuno deve sentirsi libero di agire come crede. A me, personalmente, fa solo piacere trovare in Icl i post della Vinci, di Lucarelli eccetera. C'è, però, un rischio reale: chi bazzica i forum letterari ha spesso delle frustrazioni personali (ha un manoscritto nel cassetto e non ha trovato gli estimatori giusti, si sente molto più bravo della Tamaro e così via...) e può arrivare a sfogare la propria amarezza attaccando chi è stato più fortunato di lui.
SIMONA VINCI
"p. bianchi" wrote:
> Simona Vinci può presentarsi tranquillamente come SV in un niusgrup di computer o di giardinaggio, a discutere della soundblaster o di innesti di ciliegio. Non dovrebbe andare in un ng di lettori, che possono discutere dei suoi libri. Almeno non col suo nome,
idem per Lucarelli, sono troppo ingombranti, devono fare come i preti nel bordello, travestirsi e spassarsela solo sotto mentite spoglie. Non se ne esce, il difetto è a monte, l'autore è un marchio che deve stare al suo posto e cioè sulla copertina del libro, oppure nel niusgruppo "l'autore risponde". Qui deve venire sotto falso nome.
Hai assolutamente ragione. Sono entrata qui con il mio nome semplicemente perché pensavo di poter essere un lettore come un altro, di poter parlare dei libri che leggo e di cogliere consigli e opinioni di altri. Ho sbagliato. Ho peccato come sempre di ingenuità. Ogni atteggiamento di fronte a critiche o lodi, attacchi o difese, può essere scambiato per ciò che non è ed è comunque discutibile. L'unica cosa che mi sento davvero di dire è che a me, di parlare o sentir parlare dei miei libri, non me ne frega un beato cacchio. Scrivo. Punto. A volte non scrivo. Faccio tante altre cose. Come tutti. E soprattutto leggo, come voi. Le mie giustificazioni, le mie scelte di scrittura, le mie insicurezze o la mie convinzioni in ciò che faccio, non le vengo a discutere qui come se questo fosse un gruppo di autoaiuto o uno studio di psicoanalisti associati specializzati nei problemi del linguaggio. Ci ho provato a fare il lettore qualunque. Non è possibile. Amen. Vorrà dire che farò più giri in bici e che telefonerò di più agli amici. Un abbraccio a tutti quelli con cui ho parlato in questi mesi. E non scannatevi troppo. Fa male alla salute.
ENRICO BRIZZI (in realtà un troll)
Cazzo, mi è venuta l’ispirazione per un nuovo best-seller: “Simona Vinci è uscita dal niusgruppo”!
PIERSANDRO PALLAVICINI a P. Bianchi
Insomma, secondo te, si deve parlare dell'opera e non dell'autore... oppure si può parlare anche dell'autore, ma solo se questo non c'è? O se ci sono degli autori possiamo parlare di altri autori ma non di quelli che ci frequentano perché se no... se no si fanno delle piaggerie? Se no questi autori rispondono e parlano dei propri libri? Se no invece si offendono perché qualcuno li tratta male a sproposito (Beneforti, Beneforti!)? O, addirittura, se ci sono "scrittori all'ascolto" c'è chi scrive delle cose su Cendrars, Isherwood o D'Arzo consapevole dell'ascolto dello scrittore e allora, chissà, magari cerca di farsi notare, ingraziarselo di sponda, insultarlo di rimbalzo (capacità parassite in elettronica, effetti cooperativi in chimica)? Ma dico: e allora?!? E anche: sono pazzo a dire che a me diverte veder prender corpo questo tipo di "interazioni"? Che rendono un po’ spumeggiante un disastro di ng? Che mi interessa sentir parlare un autore dei propri libri e dei libri degli altri, e, forse più ancora, degli altri autori (che uno scrittore conosce, un lettore no). Mi interessa il sentimento che provano gli autori per i propri libri, i meccanismi di difesa che per le loro creature fanno scattare, i veli di autoironie (vere o false) che gli autori stendono, il limite fino al quale sono disposti a scendere a patti coi lettori (fino a dove sopportarne le piaggerie, fino a dove accettarne con garbo le critiche), le difese che mettono in atto per i loro "scrittori di riferimento", cosa leggono quando e perché... Per morbosa curiosità, forse, ma non tanto verso le loro persone quanto verso la pratica della scrittura. Interessa solo me? Non so: credo che interessi molti...
P. BIANCHI a Piersandro:
Se l'autore non c'è si può dire tutto quello che si vuole sia di lui sia della sua opera (quella zoccola poetastra dell'aleramo), senza problema. Se l'autore c'è, anche attenendosi strettamente alle sue opere, è come se stessimo facendo apprezzamenti su di lui come persona. E quando si va sul personale si rischiano sempre o la flamma, o il puci puci, o il roccolo conventicolare.
> O se ci sono degli autori possiamo parlare di altri autori ma non di quelli che ci frequentano perché se no... Se no si fanno delle piaggerie?
Esattamente, si fanno delle piaggerie. Spettacolo tipo la massaia che si bagna sotto perchè vede da vicino il signor Maic...
> sono pazzo a dire che a me diverte veder prender corpo questo tipo di "interazioni"?
Te lo appoggio senza meno. Perché quanto tu dici significa esattamente sfruttare i vantaggi del ng, dove le distanze sociali si azzerano e hobbisti elettronici dialogano col responsabile area PC della fu-Olivetti, e cose del genere. E un po’ insegni e un po’ impari, cose che magari sui giornali o sui libri non ci sono, ecc. L'unico che qui aveva e ha le mani in pasta a livello editoriale e lanciava (sempre meno) sprazzi di visuale sull'editoria dal di dentro, dal suo osservatorio privilegiato, è l'utente per lo più noto come silvio. Che però ICL si guarda bene dal prenderla sul serio :-) Tolto lui, il grosso rischio è che in presenza dell'autore si instauri il meccanismo detto del fanzinaro brufoloso: il fanzinaro scodinzola e l'autore benevolmente si concede. Orrrroooore. Il ng che funziona (e in qs. senso funzionano soprattutto quelli tecnici) funziona producendo un travaso di competenze, offre un equilibrio dinamico fra chi chiede e chi spiega, oggi chiedo e domani spiego, che presuppone non l'uguaglianza ma l'equilibrio di ruoli fra i partecipanti. Chi chiede impara, chi spiega fa bella figura. Domani le parti si invertono. Qui no, in presenza dell' A. i ruoli sono fissi. L'hobbista e l'ingegnere capo della Olivetti non sono uguali ma il loro dialogo può funzionare se condividono una comune passione per diciamo l'elettronica. Se al capo ingegnere scappa detto una volta di più la parola Olivetti, a un certo punto si innesca la spirale polemica in cui lui dopo interviene solo per dire quanto è buona la roba Olivetti, e la gente lo cimenta solo più per dire che la Olivetti fa schifo, a quel punto l'equilibrio si rompe. L'esempio è reale, risale a 5-6 anni fa in un'area Fidonet ed è prevedibilmente finito che l'ing. Olivetti non si fece più vedere... [cut] La Vinci è un pretesto dei fanzinari per esercitare la propria scodinzolaggine e dell'uomo superiore per esibire la propria inimpressionabilità. È strumentalizzata. L’ingombrante presenza dell'autore catalizza questi atteggiamenti per il solo fatto di esserci. E siccome né l'uno né l'altro atteggiamento sono un bello spettacolo, non potendo ammazzare la folla, io propongo più economicamente di ammazzare l'idolo. Con te non c'è problema, da quando ho capito che i tuoi libri houellebecquianofili forse non mi sarebbero piaciuti, ho smesso di cercarli e fatto voto di non leggerli :-)
MEI
Qualcuno che abbia voglia di contrattaccare i post di paolo, adottando gli stessi strumenti senza perdere di vista il vero soggetto: la scrittura?
LUCIO ANGELINI a Mei:
Non raccontiamoci palle: quelle di Paolo sono mere *impressioni* ("Ogni volta mi aspetto chissà che e poi la montagna partorisce puntualmente un topolino!") a cui chiunque può tranquillamente opporre: "Ogni volta NON mi aspetto pressoché niente e poi, di colpo, ecco che il topolino partorisce una montagna!... (vedi il finale di DBNSSN). Il solo fatto che una distratta domanda iniziale ("Chi mi dice qualcosa di S. Vinci?", Massimo) abbia prodotto oltre CENTO (100) risposte in poche ore la dice lunga sull'impatto narrativo della Vinci, che, come tutti gli outsider o personalità NON comuni, può piacere moltissimo ad alcuni e meno che poco ad altri. Dimostrare che i libri della Vinci (o persino le sculture di Paolo Beneforti) siano OGGETTIVAMENTE belli o brutti è impossibile. Ma l'attenzione critica (nazionale e internazionale) suscitata, nel bene e nel male, dalla Nostra basta da sola a testimoniare del suo non comune 'spessore’. Credo che il sogno segreto di ogni artista sia proprio quello di accendere divisioni e discussioni, piuttosto che quello di mettere d’accordo tutti quanti.
IMPORTANTE SCRITTORE
Salve, mi presento. Sono un importante scrittore in incognito, come forse il mio nick suggerisce. Dopo aver seguito con attenzione la polemica in atto, ho deciso di non mettervi a parte del mio vero nome e cognome per non contribuire ad alterare la spontaneità dei vostri comportamenti. Vi bastino le sacre auree di cui già appaiono circonfuse le figure di Lucarelli, Baldini & Company. Non vorrei mai che il fanciullone Matteo Filippi, non sapendo bene come reagire, mi si mettesse a uggiolare/scondinzolare davanti prima ancora di aver letto i miei libri, o che l'intemerato/impavido Beneforti si sentisse indotto ad attaccare i miei capolavori solo per far vedere che - fosse dipeso da lui - col cavolo che avrei avuto successo! Desidero, inoltre, che P. Bianchi mantenga nei miei confronti lo stesso sangue freddo che se scoprisse di avere come vicina di pianerottolo Wanda Osiris, anzi no (è morta), facciamo Gina Lollobrigida, o la incrociasse davanti al cassonetto del condominio con in mano un prosaico sacchetto della spazzatura. Non aspettatevi, dunque, indizi di sorta sulla MIA personale produzione letteraria. Il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà.
SILVIO
"Importante Scrittore" ha scritto:
> Non aspettatevi indizi di sorta sulla MIA personale produzione letteraria. Il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun sapra'.
E a me che 'mme ne 'mporta, come aggiungerebbe Renato Carosone (consiglio la sua recente autobiografia, scritta con Federico Vacalebre). Saluti silvio
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N.B. I passi citati sono autentici, come anche i personaggi estrapolati/strappolati dalla rete.
E' troppo facile dire che i minori nelle nostre strutture sono vittime solo del "disagio familiare", in realtà sono vittime di una catena di inadempienze che vanno quasi sempre nella direzione di tutelare i rapporti del bambino/a con la famiglia d'origine, anche quando la stessa non è in grado di svolgere il proprio ruolo e nei fatti abbandona il figlio/a. I bambini stranieri entrati nel nostro paese, in seguito ad un'adozione, dal 16 novembre 2000 al 12 dicembre 2003 sono stati 6.064, a fronte di 18.602 decreti di idoneità trasmessi alla Commissione per le adozioni internazionali alla stessa data, cioè solo un terzo degli aspiranti genitori già idonei sono riusciti ad adottare in quel tempo.Le nostre leggi e soprattutto le loro applicazioni, finiscono per assurdo per condannare migliaia di bambini a crescere fuori dalla famiglia, facendone dei disadattati.L'istituto dell'affidamento, in ambito nazionale, potrebbe parzialmente riequilibrare la situazione, ma le famiglie affidatarie, a cui si chiede il massimo della oblatività, non sono considerate né dal punto di vista economico né dal punto di vista giuridico: è nota la barbarie per cui si continuano a porre in affidamento bambini anche piccolissimi presso famiglie che, se il bambino diviene adottabile, non possono successivamente adottarlo. E' di questi giorni il caso di una piccina posta in una famiglia affidataria appena nata, con accordi di affidamento brevissimo, e lasciata lì per 13 mesi: ora è stata dichiarata adottabile e sembra doversi staccare dalle figure genitoriali e fraterne con cui è cresciuta nel primo, delicatissimo, anno di vita. Non si è ancora imparato ad evitare questi errori, utilizzando le coppie idonee all'adozione e capaci di accettare il rischio giuridico. Ancora si fanno crudelmente pagare ai bambini simili sbagli per paura di mettere in discussione la divisione rigida tra l'affidamento e l'adozione, per i quali i requisiti richiesti agli adulti sono diversi. In questa situazione dell'infanzia nel nostro paese, con migliaia di offerte di disponibilità all'adozione inevase, si consiglia la gente di adottare ipotetici bambini anziché ricorrere alla fecondazione medicalmente assisitita. E si fa un gran parlare di difesa e tutela degli embrioni. Ricordo qui che gli embrioni appena concepiti vengono naturalmente espulsi dal corpo della madre, in misura del 92\% , prima che la madre sappia di avere concepito (dato offerto da Lucia Bartoloni del dipartimento di genetica medica dell'università di Ginevra). Per tutelare incerte vite in potenza, costituite da una decina di cellule, si scomodano le gerarchie dello stato del Vaticano, per tutelare i bambini già nati non si riesce a fare leggi realistiche ed esigibili o almeno ad applicare le leggi vigenti. C'è un filo invisibile tra le due questioni, è il filo per cui si vieta l'adozione internazionale a chi non è sposato anche se il paese d'origine del bambino lo permette, è il filo per cui l'adozione è vista come seconda nascita e si ritiene negativo che il bambino sappia da dove proviene, è il filo per cui si rifiuta da anni l'adozione "aperta" in Italia, è il filo per cui ogni attenzione alla nuova realtà famigliare esistente è negata in nome della famiglia tradizionale, che è in via di rapida trasformazione, ci piaccia o no. Un'idea di famiglia condiziona le adozioni, un'idea di vita condiziona la possibilità di servirsi dei progressi della medicina per generare nuove vite.
Carla Forcolin
Premetto che 'L'arpa d'erba' di Truman Capote è da sempre
il mio libro di culto. Lo considero un romanzo perfetto. Nell'originale,
tuttavia, gli strampalati protagonisti si arrampicano e vanno ad abitare
su un "China Tree", ovvero su un esemplare di Melia Azebarach
o Albero dei Rosari o dei Padrenostri o dei Paternostri. Il pur bravissimo
traduttore Bruno Tasso , invece, li fa arrampicare su un "sicomoro",
l'albero dell'evangelico Zaccheo. Certo, in italiano 'sicomoro' suona bene,
ma perché fare di ogni albero un fascio?