
Lucio Angelini [Portrait of the Artist as a Young Man:-)]
BLOG CHIUSO PER FERIE
(si riapre dopo ferragosto)
Lunedì parto per le vacanze. Vi lascio un paio di vecchie poesie (Andrea Barbieri ne sarà felice) e una mia foto della seconda metà del secolo scorso. Statemi bene. Spero di ritrovarvi sani e salvi dopo ferragosto. Un bacione:-/
ESERCIZI SULLA LETTERA A
Dal fiore al frutto
l'Allegagione non cessava
Tanti terribili tiranni
non facevano più
dell'Allitterazione di sempre
E venivano in mente
altre parole
comincianti per A:
Alloctono, Allogeno
Alloglotto
e la più terribile
di tutte: Alopecìa...
mentre
gli speaker della rai
non lesinavano
gli Anacoluti
sul nodo
alqaedico
LA FINE DEL MONDO
(ESERCIZI SULLA LETTERA Z)
Voleva uscire
Lo sconsigliai
il paesaggio
è desolato
spogliato
dai defolianti
Tu credi
che la nostra bella città
disegnata da architetti
e ingegneri gentili
piena di fiumi
canali
giardini
piante in filari
corti per bambini
sia sempre là?
Guarda che fuori - gli dissi -
non è più come prima
Il tordo alla finestra
non Zirla più
Il coniglio che Zigava
è morto
E la botte
ha perduto
per sempre
il suo Zipolo
Cioè, se non l'hai ancora
capito
siamo giunti alla lettera
Zeta
È la fine
del mondo
Il giorno
dell'ira
Vetrine garages
tassisti abusivi
friggitorie
tutto è andato distrutto
Solo melma e crateri
fumanti là fuori
ormai.

Mozziwharol
[L'immagine è tratta da: http://trenoetelefonate.clarence.com/archive/038474.html]
DUBITO, ERGO SUM
Che cosa è meglio?
E' meglio una poesia dove si capisce tutto?
E' meglio una poesia con gli uccellini e il vento?
E' meglio una poesia lunga quattrocento pagine?
E' meglio una poesia dove ci sono dei personaggi?
E' meglio una poesia che fa diventare tristi per due ore?
E' meglio una poesia giapponese?
E' meglio una poesia dove non c'è mai la lettera effe?
E' meglio una poesia che a guardarla bene non sembra neanche una poesia?
E' meglio una poesia che fa divertire i bambini?
E' meglio una poesia scritta da un vero poeta?
E' meglio una poesia con le parole antiche?
E' meglio una poesia che si può leggere anche stando in pigiama?
E' meglio una poesia d'amore scritta a pennarello sul muro della sala
d'aspetto della stazione ferroviaria di Porto Recanati?
E' meglio una poesia di Giacomo Leopardi?
E' meglio una poesia che si può leggere all'incontrario e sembra uguale?
E' meglio una poesia fatta con il computer?
E' meglio una poesia che si può cantare come una canzone?
E' meglio una poesia recitata ad alta voce in autobus mentre tutti fanno
finta di non sentire?
E' meglio una poesia che ho scritta io?
Che cosa è meglio?
[Giulio Mozzi, "poesia sulla poesia scritta in mancanza di meglio vicino a
Porto Recanati" in 'Fantasmi e Fughe', Einaudi]
Confesso che Giulio, di tanto in tanto, mi esilara.

PIERSANDRO PALLAVICINI, “Atomico dandy”.
(Prima puntata)
"Bevo solo metà del caffè, che è pessimo oggi più di ieri".
Che cos'è?
Semplicemente una delle prime informazioni che ci passa Vittorio Nuvolani, il protagonista (nonché io narrante) del nuovo libro di Piersandro Pallavicini, “Atomico Dandy”, Feltrinelli editore.
Di colpo - da pedante ex insegnante di lettere - mi distraggo per domandarmi: 'Si può dire 'più pessimo di ieri'?'; 'Si può dire - che è la stessa cosa - 'più cattivissimo di ieri'?". 'Ma sì', mi rispondo, 'la mimesi del parlato consente tutto'. E passo senza ulteriori indugi al secondo capitolo, dove Piersandro, pardon, Nuvolani, rievoca una mancata scopata tra uno studente imbranato (ma griffato Burberry, Pringle, Dior e Zegna) e una ragazza che veste - orrore degli orrori - Benetton e Superga. L'aggettivazione, fin da subito, è quella tipica di Pierpalla: "immenso, cool, oltraggioso, vintage*, forsennato, incommensurabile, abnorme..." La frase più bella? Questa:
"Io, allora, potente come un Silver Surfer cattivo, l'avevo staccata da me, le avevo preso il viso fra le mani e GUARDATA DA UNA MIA GALASSIA LONTANA" [il maiuscolo è mio] (p.23)
Nel terzo capitolo Nuvolani non è più imbranato, ormai sa dove infilare la lingua e anche il resto. Sì, sono passati gli anni e le cose "terribilmente mutate". Ma ecco che si profila all'orizzonte una suora...
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* Sostantivo aggettivato
(Fine della prima puntata)
(2° puntata)
Ma, amici lettori, insieme a Pallavicini (che salta continuamente dal 2002 al 1986), facciamo anche noi un bel salto indietro: un po' più lungo dei suoi, a dire il vero, perché ci trasferiamo sì negli anni Ottanta, ma dell'Ottocento. Ebbene, cosa resterà di quegli anni Ottanta afferrati già/scivolati via, ci domandiamo con Raf? La risposta, per comodità, ce la facciamo dare da un professore della Sorbona:
«Montesquieu, nelle sue "Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence" presentava la storia di un grande corpo politico che moriva per l'eccesso stesso della sua grandezza. Implicitamente paragonava alla decadenza dell'Impero romano quella della Francia del XVIII secolo. Gli uomini che vissero alla fine del XIX secolo fecero a loro volta questo paragone: Baudelaire parla nel suo saggio su Constantin Guys (1863) delle "decadenze", cioè di quelle epoche tormentate, transitorie, "in cui la democrazia non è ancora onnipotente e l'aristocrazia è ancora solo in parte vacillante e avvilita". Quella in cui egli vive appartiene a questo tipo ed egli si ritroverebbe perfettamente nel secolo di Apuleio. Il "Sâr"(1) Péladan (1859-1918) compone un vasto ciclo di romanzi, una "etopea", per rappresentare e condannare i costumi moderni corrotti dal materialismo: l'intitola "La décadence latine". Péladan condanna la decadenza. Altri, invece, provano per essa una invincibile attrazione. "Io sono l'Impero alla fine della decadenza" proclama Verlaine nel sonetto "Langueur" (1883). Tra questi due atteggiamenti il dandy si trova in una situazione ambigua. Cercando di sostituirsi all'"aristocrazia vacillante e avvilita", volendo dare alla sua epoca e grazie all'arte uno splendore che le manca, si oppone alla vita moderna. E tuttavia ne è il prodotto. Deve adorarsi o disprezzarsi? Questa è in fondo l'incertezza che circonderà il Des Esseintes di Huysmans, tipo, ma anche caricatura del "decadente" ("A rebours, 1884)... Per aver abusato dei piaceri che gli procurava la sua ricchezza, Jean des Esseintes, rampollo di una nobile famiglia in via di degenerazione, ha preso disgusto per la società e si è rinchiuso nella solitudine della sua dimora di Fontenay-aux-Roses dove assapora le sensazioni di una vita posta interamente sotto il segno dell'artificio (organo per liquori, fiori naturali che imitano i fiori finti)... ma, inseguito dalla sua nevrosi e costretto ad abbandonare la sua dorata esistenza di cenobita, Des Esseintes implora il dio dei cristiani: le sue tendenze verso l'artificio, i suoi bisogni di eccentricità, in fondo non erano forse nient'altro che "dei trasporti, degli slanci verso un ideale, verso un universo sconosciuto, verso una beatitudine lontana".» (Pierre Brunel, "Storia delle letteratura francese", Editrice Il Delfino, Bologna).
Tutte queste cose Vittorio Nuvolani, il protagonista di "Atomico Dandy", le sa benissimo e non fa nulla per nasconderle, anzi vi accenna più volte (pag 49, pag. 50, pag. 63...), non fosse che lui, come Rita Hayworth, è "atomico"...
(fine della seconda puntata)
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(3° puntata)
Mentre andavo avanti con la lettura, è uscita in Vibrissebollettino.net la meticolosa rece di Badimona (Bartolomeo Di Monaco), che come critico è senz'altro più serio e affidabile di me. Come dire: diffidate di queste mie noterelle e confidate piuttosto nelle sue. Io, purtroppo, tendo a stancarmi di ***quasi tutti*** i libri che pur comincio con le migliori intenzioni (compreso il pipernesco 'Con le peggiori intenzioni'). Dopo il primo centinaio di pagine - salvo casi eccezionali - cedo alla tentazione di saltare dapprima qualche periodo, poi delle mezze pagine, poi delle intere pagine e così via, sempre più impaziente di correre verso il finale e passare ad altro. Confesso che la storia di questo dandy un po' ridicolo (che pensa di assomigliare a Des Esseintes solo perché veste Ermenegildo Zegna e aborrisce i papillon con l'elastico... i PAPILLON? ma per piacere!) mi ha preso abbastanza poco. Ho ritrovato ingredienti e situazioni già utilizzate nel romanzo precedente ('Nostra Madre che Sarai nei Cieli'): il doppio voltaggio sessuale del protagonista, le triangolazioni amorose marito-moglie-negrone di turno, il mito per tutto ciò che è grosso e turgido (con particolare riferimento a capezzoli e cazzi: per Pallavicini, evidentemente, "SIZE DOES MATTER!": qui un negrone ce l'ha di 24 centimetri), la mania della filodiffusione, la vita perennemente scandita da sottofondi musicali ***come nei film*** (se poi si tratta di un bootleg dei Mott the Hoople è festa grande!), eccetera.
Il tentativo di inserire la vicenda in un contesto storico più ampio ed emozionante (scontri Libia-Usa, Chernobyl) mi è parso abbastanza inane a sua volta ("Gli stronzi Stati Uniti d'America, poi, avevano attaccato", "Le reazioni del libico Culatton Supremo e dei pazzi sovietici e peggio ancora dei cinesi...", "mentre Craxi lasciava il campo a una reazione proterva del vecchio De Mita"... eccetera).
La tanto attesa suora menzionata nella puntata n.1 ha uno sviluppo narrativo deludente: si chiama addirittura Consy, quasi come la Sconsy di Anna Maria Barbera, e semplicemente si dedica al recupero dei tossicodipendenti (fra i quali, tanto per movimentare un po' la vicenda, il figlio del prof. Sormani, boss di Nuvolani all'università).
Certo, Pallavicini scrive bene [salvo qualche passaggio sconcertante del tipo: "Mi ero ripetutamente masturbato fantasticando di accoppiarmi con GIOVANI neri, bianchi, asiatici, ***di sesso sia maschile che femminile*** "(p. 227)] e molte pagine appassionano. Interessante, per esempio, è il montaggio della vicenda, con salti indietro e in avanti nel tempo (ma il suo 2009 non è molto diverso dal 2005: la gente continua imperterrita a emailarsi, la filodiffusione a mandare "una musica pop italiana, struggente e anni '60, scelta dall'impiegato in time sharing audioleso e maleducato" e l'unica vera ***novità da premio Nobel*** è proprio quella inventata da Nuvolani: un computer molecolare o Chemputer).
Voto complessivo: 6 ½
P.S. Questa recensione mi attirerà l'odio degli scrittori: Jadelin Mabiala Gangbo, Raul Montanari, Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Dario Voltolini; degli editor Gabriella D'Ina e Alberto Rollo, degli scienziati Luigi Fabbrizzi, Jean-Pierre Sauvage e Jean-Marie Lehn; dei musicisti Dimitri from Paris, Bryan Ferry e Stephane Puompougnac, oltre che di Christian Patrick Mbondo e di Manola Dettori, moglie di Pallavicini, che li ringrazia in una pagina a sé (la 325) per aver contribuito - consapevolmente o inconsapevolmente - alla costruzione del suo romanzo. E naturalmente di Pallavicini stesso:-)

Giove e oltre l'infinito
So di dare un nuovo dolore ai tati Vincenzo e Basile, ma voglio ripubblicare sul mio blog un memorabile intervento di Federico Platania apparso prima in it.cultura.libri (5 ott. 2003), poi in Nazione Indiana (nei commenti, naturalmente). Di nuovo mi auguro che nessuno – lassù in alto - si offenda:-)
MORESCO OLTRE L’INFINITO
«Ieri, come tutti i sabati, compro "La stampa" col mezzo chilo d'allegati. Sull'allegato "Specchio" Voltolini (rileggete: Voltolini, uno degli scrittori più misurati e attenti dell'attuale panorama italiano) recensisce la seconda parte di "CANTI DEL CAOS " di Antonio Moresco. Nella recensione compare questa frase: "Colmo di visioni straordinarie e pervaso da una tensione crescente, il libro - tra le creazioni più alte
dell'attuale produzione letteraria - è assai leggibile".
Ci vuole uno scrittore capace come Voltolini per scrivere una frase assurda come questa. Che attira e respinge al tempo stesso. Parafrasi gastronomica: "Colmo di spezie straordinarie e pervaso da una cottura crescente, il piatto - tra le creazioni più alte dell'attuale produzione gastronomica - è assai digeribile". BURP!
Io non posso credere che uno scrittore tranquillo e artisticamente onesto come Voltolini scriva una cosa del genere: "Tra le creazioni più alte dell'attuale produzione letteraria". Faccio fatica, davvero. Vabbe' che dopo che Mozzi, editor di Sironi, ha strombazzato ai quattro venti che "Il suicido di Angela B." di Casadei edito da Sironi è un capolavoro, può succedere di tutto. Ma comunque faccio fatica. Poi nel pomeriggio capito in una libreria, in modo imprevisto. "Canti del Caos 2" è lì. Non resisto lo compro. Ma lo compro soprattutto perché ho fiutato il complotto e voglio cercare di vederci un po' più chiaro. In quarta di copertina ci sono gli strilli. Sapete cosa sono gli strilli, no? "Il libro che dice la verità sul caso Ustica" (La Gazzetta di Casalecchio di Reno), "Dopo aver letto questo libro non riuscirete a chiudere occhi" (Frank O'Reilly, The Daily Planet). Questi sono gli strilli. Mi chiedo in quale altro caso per la narrativa italiana non commerciale sono stati usati gli strilli. E ancora sono lì che cerco di rispondermi. E gli strilli dicono: "I Canti del caos spalancano interi universi" (Tiziano Scarpa). "Un libro illeggibile" (Angelo Guglielmi). Finezza questa fatta apposta per attirare i gonzi come me che hanno comprato la copia di Canti del Caos proprio perché hanno letto *questo* strillo. E, alla fine, "E' un libro incandescente, costruito su una struttura romanzesca possente" (Carla Benedetti).
Ma fin qui potrebbe anche andare. Poi nel risvolto di seconda di copertina c'è una cosa che ancora io non riesco a crederci. C'è scritto... No, aspettate. Vi ricordo che stiamo parlando di Rizzoli. Un grande gruppo editoriale, e dunque marcio fino alle midolla come tutto il potere del mondo, però che non fa cazzate così plateali. Invece in seconda di copertina c'è scritta una cosa che non può essere definita in altro modo
che una cazzata. In seconda di copertina c'è scritto: "Moresco è arrivato in un luogo che ancora nessuno conosce, che solo lui conosce, oltre i generi, oltre le storie, oltre i personaggi. Forse, dopo questo libro, qualcosa, in letteratura, non sarà più come prima". Io faccio fatica a credere a tutto questo. Io penso che ci sia una remota possibilità che Tiziano Scarpa, Carla Benedetti, Dario Voltolini e Antonio Moresco, quando fanno le riunioni di redazione per Nazione Indiana, eccedano, diciamo così, con il Lambrusco oppure con delle massicce dosi di pakistano tagliato male. Poi chiaramente escono fuori cose del genere. Ma mi incazzo, però, perché Scarpa e Moresco, almeno per quanto mi riguarda, sono tra quelli che hanno le idee più chiare su quello che sta avvenendo nel mondo della letteratura oggi. E poi tutto quello che leggo intorno a Canti del caos, testo, metatesto e paratesto, mi sembra nient'altro che una grossa candid camera ordita nei confronti dei lettori. "Scriviamo 'sta roba, vediamo che dicono. Aspetta, in quarta mettiamoci 'sta frase. Versamene un altro bicchiere Tizia'". Ecco, io penso questo, sono triste anche un po' smarrito. Il che, e lo dico, alla fine, non ha nulla a che vedere con il valore letterario del Moresco scrittore che - e lo ribadisco per l'ennesima volta qui attirandomi come al solito i digrigni di qualcheduno - esiste eccome. Moresco scrive bene (andatevi a rileggere l'introduzione al primo numero della rubrica "Le prove" su Fernandel. Cazzo se sa scrivere il Moresco. Poi magari spiegatemi come ci è finito a collaborare uno come Moresco con Fernandel. Ma questo è un altro discorso. Magari fa tutto parte del complotto, dell'infinite jest moreschiano). Moresco scrive bene, ragiona bene e, fino ad un certo punto, ha anche saputo costruirsi un personaggio-scrittore misuratamente snob, misuratamente eccentrico. Ma fino ad un certo punto. Ora il limite è passato. E chiudo con una nota per Lucio Angelini: Lucio, tu sostenevi che, in realtà, Antonio Moresco non esiste. È solo un attore che presta il volto mentre tutti i libri a firma Moresco sono in realtà scritti da Scarpa. Lucio, temo che la verità sia ancora più terribile. Adesso chiudo. Stanno bussando alla porta. Sento un forte odore di lambrusco e la voce roca di Voltolini che ringhia...
Aitjklg...
Federico»
[Nazione Indiana, Posted by un fake di angelini at 15.04.05 11:36]
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Quanto a me, ricordo che, parlando di 'Canti del caos' con il perplesso Giovanni Choukkadarian, ebbi a osservare:
"Guarda che, ridotto a 150-200 pagine e sfrondato di certi giovanilismi (i nomi Pompina e Ditalina, per esempio), non sarebbe privo di una sua allucinata... facciamo pregnanza? Ma sì! Vada per pregnanza:-)
VMO UNIDO JAMÁS SERÁ VENCIDO!
I loro detrattori già li chiamano i Lecciso della blogosfera. Franz Krauspenhaar li accusa alternatamente di petulanza e di flatulenza, ovvero di ostacolare i dibattiti in corso nello spazio-commenti del suo profondissimo blog. Beppe Iannozzi è ormai entrato d’ufficio (leggi: dalla porta dell’ufficio) nel loro olimpo, benché tenuto a rispettosa distanza dalla Sacra Trimurti Scarpa-Moresco-Benedetti. Sì, amici, stiamo parlando di loro: i simpatici Vincenzo e Basile della spericolata ditta VMO spa, la prima ad aver osato linkare il lucioangelini.splinder.com blog.
È con ammirazione e gratitudine, quindi, che ci accingiamo a spezzare un’arancia in loro favore, affinando una vecchia idea già apparsa in Nazione Indiana dopo l’epica battaglia di Torino, la Wounded Knee della Libera Lipperatura Italiana:
«Se la ricetta per contrastare la RESTAURAZIONE è quella di produrre libri che facciano al nemico più danno di una guerra persa, non c'è bisogno di scervellarsi a produrre tante MACINATRICI. Basta riadattare ai tempi nuovi la vecchia, gloriosa 'Capanna dello zio Tom', con Antonio Moresco al posto dello zio Tom. Potremmo intitolare il nuovo romanzo:
LA CAPANNA DELLO ZIO TONI
Ecco una possibile trama: “Lo zio Toni, dolente vittima della Restaurazione, serve fedelmente la famiglia del rivoluzionario editore Rizzoli. Per un improvviso dissesto finanziario del suo padrone è costretto ad abbandonare gli amici Scarpa e Benedetti e a imbarcarsi su un battello diretto in Sardegna. Qui fa amicizia con i gemelli Vmo, che convincono il loro boss Tiscali ad acquistare per pochi euro anche Toni. Quando i gemelli Vmo vengono uccisi a revolverate dal perfido Franz Spennacrauti, esaltato collezionista di vecchi film western, Tiscali non esita a sbarazzarsi di Toni e a cederlo all’ambiguo e liftingato Cavalier Azzurro, che ha intasato le coste sarde di faraoniche ville di grande impatto ambientale. Costui, per un futile motivo, lo fa frustare a morte dal suo stalliere mafioso. L'arrivo del figlio del suo ex padrone ‘buono’, che giunge con l'intento di riscattarlo e di rimediare a 'LO SBREGO', non cambia la situazione: egli riesce solamente a sentire le ultime parole di Toni che, nonostante il male ricevuto, perdona i suoi aguzzini e intona per loro degli struggenti canti del caos. Il Cavaliere Azzurro, molto scosso dall'accaduto, perde definitivamente i capelli, decide di cambiar vita e di regalare l’autore a Fanucci.”»
MAMA, COSSA GHE ZÉ
HAMLET: Now, mother, what's the matter?
QUEEN: Hamlet, thou hast thy father much offended.
HAMLET: Mother, you have my father much offended.
QUEEN: Come, come, you answer with an idle tongue...
AMLETO: Mama, cossa ghe zé, cossa gavìo?
REGINA: Ucio, te ghe ofendesto to popà.
AMLETO: Mami, gavì ofendesto me popà.
REGINA: Dai, dai, ste cuà le zé risposte ossiose...
Eccetera.
(Luigi Meneghello, "Trapianti", Rizzoli)
Oggetto: manoscritto non richiesto.
«Gentile Signora/Signore, la prego di scusarmi se non esprimo alcun giudizio sul suo manoscritto, che non ho alcuna intenzione di leggere. Non sono un talent-scout, non sono un agente letterario, non sono un consulente editoriale: sono semplicemente una persona che scrive e che fa già abbastanza fatica a concentrarsi sulla propria scrittura per doversi preoccupare anche di quelle altrui. Nonostante lei sembri credere il contrario, non dispongo di tempo libero ("libero" da che? dalla vita?) e se mai mi capitasse di averne preferirei impiegarlo in utili attività ricreative, quali dar da bere alle piante che agonizzano vistosamente sul mio pianerottolo, farmi un amante, riordinare i libri che tracimano dagli scaffali, farmi un amante, leggere tutti i classici che non ho ancora letto, farmi un amante, convincere i benjamina che se mi dimentico così spesso di loro non è per cattiveria e che comunque sarebbe più opportuno avvizzire con garbo e dignità, inutile che accartoccino fuori tutte quelle foglie gialle per cercare di dare nell'occhio di un possibile amante in transito: qui, se non li salvo io, non li salva nessuno. Come ogni scrittrice mediamente affermata ha dovuto imparare a proprie spese, gli amanti fanno perdere tempo anche di più degli aspiranti scrittori. Dato che siamo entrati da un pezzo nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte, non avverto alcun senso di colpa nel cestinare un manoscritto di cui lei, egregio Signore/Signora, può continuare a mandare in giro tutte le copie che vuole. Mi creda, farei lo stesso anche se ad aver avuto la malaugurata idea di spedire a me un libro in cerca di editore fosse un nuovo Proust o un nuovo Joyce. E forse lei lo è, chi può dirlo? Io no di certo. Le auguro miglior fortuna altrove, sinceramente. CC»
Questa divertente lettera appare tuttora nel sito della scrittrice Carmen Covito:
http://www.carmencovito.com/domande_risposte.html
dopo la premessa:
«Molti dei messaggi che ricevo sono, in realtà, accorati appelli sul tema "scrivo anch'io, ma come faccio a farmi pubblicare?". Per risparmiare a voi la fatica di chiedere e a me quella di rispondere, ecco una selezione di situazioni-tipo.»
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Aggiungo solo che a Giulio Mozzi, invece, il colpaccio riuscì. Inviò fiducioso un suo racconto allo scrittore Marco Lodoli, anziché all'indaffaratissima Carmen Covito, e nel giro di un mese si ritrovò in tasca un contratto di pubblicazione. Se avesse spedito il racconto a Carmen Covito non ci sarebbe stata risposta, oppure sarebbe diventato *solo* suo amante e magari avrebbero generato in sinergia un'intera nidiata di bruttini stagionati. Precisò, comunque, Giulio Mozzi in it.cultura.libri, nel thread che riportava la lettera della Covito (ottobre 2002):
«A Marco Lodoli va tutta la mia gratitudine. Alcuni suoi racconti mi avevano commosso fino al midollo; io avevo scritto un racconto che indubbiamente doveva loro più di qualcosa; e lo spedii, come forma di ringraziamento. Tra l'altro, era l'unico racconto che avessi mai scritto. L'esito della cosa - un contratto per fare un libro - mi stupì moltissimo). Anche per questo - perché una gentilezza che mi è stata fatta, va restituita – non condivido un ette di ciò che scrive Carmen Covito. So bene quanto è faticoso occuparsi della scrittura degli altri. Ma, perbacco!, in generale: è faticoso occuparsi degli altri. Soprattutto se si pensa che "gli altri" siano in generale "una fatica". Nell'esperienza della mia vita, "gli altri" sono un bene. (Non voglio negare l'esistenza dei rompipalle, eh!). Qui in parte ho una pila di cose da leggere. Sinceramente, non penso che dentro ci troverò un Proust o un Joyce.»
Il thread non sfuggì alla stessa Carmen Covito, che il 18 ottobre 2002 postò quanto segue:
«Immagino di non essere gradita in questa discussione e mi scuso per l'intervento, ma vorrei solo fare una precisazione: la lettera di cui avete parlato non e' mai stata spedita a nessuno. L'ho scritta per una pagina del mio sito web, insieme ad altre lettere fasulle, al puro scopo di strappare un sorriso ai visitatori. Evidentemente, in Italia l'ironia non è un genere letterario di successo. Cordiali saluti, Carmen Covito.»
Sergio Garufi confermò:
«L'ironia non è un genere letterario di successo? Decisamente. In compenso, le battute sessiste vanno via come il pane.»
E Lucangel:
«Alludi a quelle della Covito sul farsi l'amante? Ah, com'è vero. Viviamo ormai in un mondo di bamboli gonfiabili Usa&Getta.»

Rowling & Son
DAL VATICANO NEPPURE UN FIATO!
C'è chi dice che la magia non esiste. Provate a spiegarmi, allora, come può succedere che una sconosciuta casalinga a carico dello stato invii un manoscritto a un editore (uno dei tanti milioni di manoscritti che giornalmente arrivano nelle redazioni editoriali di tutto il mondo) e come per incanto diventi l’autrice più pagata e venduta di tutti i tempi, mettendo in moto tutto quello che - a livello internazionale - sta attualmente girando attorno a Harry Potter. Se non è magia questa! Le magie di Harry Potter, al confronto, fanno ridere i polli. Per giunta ci si mette anche Radtzinger a dare un’ulteriore spinta alle vendite, già esagerate di per sé. Avevo scritto a Jacopo De Michelis, nei commenti a “Ratzi vs. Harry” (www.marsilioblack.tk): “Magari Ratzinger lanciasse l'anatema sui miei libri (che Orietta Fatucci ha espulso per rancore da tutte le collane EL/Emme/Einaudi Ragazzi): il ritorno pubblicitario sarebbe una cuccagna! Purtroppo piove sempre sul bagnato (la Rowling è già fradicia di quattrini):-)"
E Jacopo: “Figurati che io ho pubblicato due libri in cui Gesù Cristo spaccia eroina e ammazza la gente, e dal Vaticano neppure un fiato... ;-)”
IL SUCCESSO DI UN UOMO L’Unesco ha proclamato il 2005 “anno della fisica” e anche “anno di Einstein”. Cade quest’anno, infatti, l’anniversario dei tre articoli che sconvolsero la scienza, come ci ricorda Sara Sesti qui:
http://www.universitadelledonne.it/einstein.htm
Si sa che Albert Einstein relativizzò le nostre categorie spazio-temporali. Pochi sanno, tuttavia, che egli relativizzò anche la nostra idea di SUCCESSO. Ecco le sue parole:
"One should guard against preaching to the young man success in the customary sense as the aim of life. For successful man is he who receives a great deal from his fellowmen, usually incomparably more than corresponds to his service to them. The value of a man, however, should be seen in what he gives and not in what he is able to receive."
“Bisogna guardarsi dal raccomandare ai giovani il successo - nell’accezione ordinaria del termine - come scopo della vita. Perché l'uomo di successo, [secondo tale accezione] è quello che riesce a farsi dare moltissimo dai propri simili, in genere incomparabilmente più di quanto corrisponda al servizio reso loro. Il valore di un uomo, al contrario, andrebbe visto in quello che egli dà, non in quello che riesce a FARSI DARE DAGLI ALTRI.”
(Da Einstein, “Sull’istruzione” in “Pensieri, idee, opinioni”, Grandi Tascabili Economici Newton, p.36. )
FERMO, Europe Festival 2005. Cecilia Gatto Trocchi parlerà di “Nostalgia del bene perduto. Andromaca ed Enea a confronto.”
Poi, lunedì 27 giugno, il resoconto:
http://www.ilquotidiano.it/articoli/index.cfm?ida=39389
«Nonostante il caldo, nonostante l'ora, la docente di antropologia dell'università di Chieti non delude. Anzi, il suo intervento a Monte Urano, sabato pomeriggio, per il festival di Europe-La Nostalgia, ha incantato il pubblico.
Cecilia Gatto Trocchi come sempre è molto esplicita e diretta: non ama Ulisse, lo considera un traditore; ama invece Enea, il vero eroe; ed apprezza Andromaca, ideale dell'amore fedele, colei che, moglie di Ettore e strappata via da Troia, ricostruisce una piccola e fedele copia della città natale in terra straniera. Ed ama Roma, il suo periodo aureo, quando i costumi erano morigerati e le virtù condivise. E, all'origine dell'Urbe e di quella forza vitale, c'è proprio Enea. Quel troiano che sfuggì ai greci invasori portando sulle spalle il padre Anchise e conducendo per mano il figlio Ascanio. Dove Anchise è la tradizione e Ascanio è il futuro. Immagine plastica degli dei Penati e della discendenza del sangue, che hanno reso grande Roma. Ed è stata la loro dimenticanza a condannarla alla decadenza, fa capire la docente universitaria. La forza delle civiltà è basata sulla tradizione che muove verso il futuro. Laddove la tradizione viene condannata all'oblio, è dimenticata o combattuta, e dove non c'è sguardo positivo per il futuro, ma solo nichilismo, le civiltà sono destinate prima o poi a marcire. Sembra di ascoltare Arnold Toymbee, che ammoniva come le grandi civiltà non muoiono assassinate, muoiono per suicidio. Un monito per l'Europa. Un monito per gli europei.»
- Infine, il 13 luglio:
Si è suicidata l'antropologa Cecilia Gatto Trocchi
ROMA - L’ultima apparizione pubblica due settimane fa a Monte Urano all’Europe Festival, per parlare di nostalgia
di Pierpaolo Pierleoni
Cecilia Gatto Trocchi
Un volo. Un salto nel vuoto per dire basta, placare per sempre il dolore di un’assenza. Cecilia Gatto Trocchi, 66 anni, antropologa, docente universitaria, saggista, è morta ieri, gettandosi dal quinto piano della palazzina in cui abitava a Roma. Aveva già tentato il suicidio in passato, straziata dalla scomparsa del figlio in un incidente stradale.
Era nota soprattutto per i fondamentali studi effettuati su magia ed esoterismo, capace di portare alla luce testimonianze straordinarie sul mondo dell’occulto. Era insegnante di Antropologia culturale all’Università di Chieti. Varie le partecipazioni ai più noti talk show televisivi, e numerose le pubblicazioni, tra cui Viaggio nella magia (1993), Storia del risorgimento esoterico (1997), Storia esoterica d’Italia (2000), Enciclopedia dei simboli (2004).
Cecilia Gatto Trocchi è comparsa per l’ultima volta in pubblico a Monte Urano, lo scorso 25 giugno, nell’ambito dell’Europe Festival, per una conferenza sulla “Nostalgia del bene perduto”. In un incontro avvincente, aveva raccontato di due personaggi classici che amava molto, Enea ed Andromaca. Il primo, nobile ed eroico, figura esemplare in un tempo senza radici né prospettive, che fuggiva dalla sua Troia in fiamme, portando sulle spalle il padre Anchise, la tradizione, e tenendo per mano il figlio Ascanio, la speranza del futuro. La seconda, distrutta dalla morte dell’eroe troiano Ettore e del figlio Astianatte, così vicina, così sorella in un dolore che poteva condividere. Aveva detto di detestare invece la figura simbolo di Europe: Ulisse. Lo considerava un traditore.
In quell’occasione, nonostante la bella lezione, chi la conosceva vide, nel suo sguardo e nelle sue parole, un senso di spossatezza insolito per una donna forte ed attiva. Forse già in lei era maturato il pensiero di un salto estremo: non come l’odiato Ulisse, a cercare l’ignoto, ma quasi ad inseguire quel bene perduto e impossibile. L’ultimo, folle, volo.

I FATTI DI LONDRA
DEL 2005
PREFIGURATI
DA GEOFF RYMAN
NEL 1995
Una decina d’anni fa Geoff Ryman, già autore di parecchi romanzi di successo, decise di abbandonare i tradizionali sentieri narrativi per battere una pista provocatoriamente nuova. E già che lavorava alla realizzazione di varie tipologie di siti web, decise di optare per un romanzo interattivo. L’idea gli era venuta in metropolitana, osservando gli sconosciuti che aveva attorno a sé. ‘Sarebbe bello poter entrare nella testa di ognuno di loro’, si era detto. ‘Sapere chi sono, che cosa pensano, che cosa fanno’. Poi l’occhio gli era caduto su una targhetta metallica: ‘Questa carrozza contiene 253 passeggeri’. Ed ecco la folgorazione: se 253 erano i passeggeri che un vagone della metropolitana di Londra poteva ospitare, ebbene, avrebbe descritto il punto di vista, i pensieri e la storia di ognuno di loro, e in 253 capitoli a loro volta composti di 253 parole ciascuno. Fu così che nacque ‘253’. Ma il bello stava in questo: che con l’aiuto dell’ipertestualità, il lettore avrebbe potuto scegliere il passeggero dal quale iniziare a leggere il suo racconto, e seguire come il protagonista interagisse con gli altri cliccando sui rispettivi link. In tal modo, avrebbe ricevuto l’impressione di dare personalmente forma al romanzo, seguendo un proprio percorso di link ogni volta diverso, e soddisfacendo il desiderio di scoprire realmente tutti i pensieri dei passeggeri. Nella home page del sito
l’autore chiedeva: ‘Hai mai voluto sapere chi sono gli estranei che ti circondano?’. Ebbene, il suo romanzo dava l’illusione di poterlo appunto scoprire, facendo sentire onniscienti come Dio. A patto, naturalmente, di ricordare che, una volta lasciato 253, non lo si sarebbe stati più. L’autore sì, invece… Insomma questo Ryman, nella sua ricerca di nuovi strumenti di narrazione, aveva deciso di concentrarsi direttamente sul ‘modo di produzione’ del suo racconto, che va ricordato soprattutto perché nacque in rete. Periodicamente, infatti, Ryman rese disponibile on line un ritratto su un sito dedicato, attendendo suggerimenti e commenti. Mano a mano si crearono dei link fra un capitolo e l’altro: un passeggero, per esempio, risultò legato al passeggero di un’altra carrozza per diversi motivi, altri passeggeri legati dallo stesso motivo o soggetto... Alla fine del processo, ecco ‘253’, un romanzo indiscutibilmente nuovo, che resta, se non il primo, senz’altro il libro premeditatamente concepito per esplorare le potenzialità della scrittura in rete. Aggiungo solo che, in ‘253’, il treno è destinato a schiantarsi alla fine della corsa... quasi prefigurando, cazzo!!!, i fatti di Londra del 2005…
P.S. Scrive Geoff Ryman, nel sito : “253 happens on January 11th 1995, which is the day I learned my best friend was dying of AIDS”.

Per pareggiare i conti con l’articolo di ieri sugli editori, recupero da Google/Groups un contributo di MARIA STROFA, una delle massime star di it.cultura.libri (periodo aureo): lo stesso Bartolomeo Di Monaco perse la testa per lei, pur sapendo che era un uomo. Su Maria Strofa i trolloni di Bynoi indagarono per mesi ricavandone lo sciocco e inesatto "mistero del BLU TROLL, l’angolo oscuro di usenet".
Si veda:
http://xoomer.virgilio.it/bynoi_mirror/blu/blu.html
Ma ecco l’articolo:
- I produttori di opere d'arte significative non sono semidei bensì uomini fallibili, spesso nevrotici e minorati. [Theodor Adorno - 1969]
- Non ho mai capito perché la gente mediocre dovrebbe smettere di essere mediocre solo perché sa scrivere. [Christian Morgenstern]
Questi due aforismi li sottoscrivo. Nondimeno, se a me fosse mai dato, in virtù di chissà quale sortilegio, di incontrare Dostoevskij, mi getterei ai suoi piedi e piangerei per ore e ore. Sarei disposta a sacrificare un'ovaia per Dosto e un'altra per Cervantes. E darei volentieri un rene (vedi Nisbet/Luca/Conti/Anna Martini) per Tolstoj. La mia adorazione per questi dèi è totale, incondizionata. Se incontrassi Gabo, bacerei la mano che ha scritto 'Cronaca di una morte annunciata', mi offrirei di fargli la sguattera gratis, ma se entrassi in confidenza, gli direi che è un testa di cazzo ad appoggiare Fidel Castro che ha fatto morire Reinaldo Arenas. Se potessi incontrare Dostoevskij, farei anche in modo che la nostra conoscenza finisse dopo questo tributo. Non vorrei stirargli i calzini e nemmeno frequentarlo fino al punto da annullare la magia che deve separarci. Non vorrei trovarlo 'noioso', 'cattivo', come so che lo troverei. Se mi fosse dato conviverci, magari arriverei al punto di annoiarmi, di accorgermi che non scopa bene... e gli farei anche le corna. La Verità che gli scrittori ci danno passa attraverso il momento magico della creazione. Lo scrittore è come l'albatro di Baudelaire (il re degli spazi, che, costretto a zampettare sulla tolda della nave, viene deriso dai marinai per i suoi movimenti sgraziati). 'Lo scrittore deve tacere quando ad aprire bocca è la sua opera': sic Nietzsche. I lettori sono esseri ripugnanti: vogliono avvicinarsi al loro 'dio' per distruggerlo, vogliono poter dire 'oh ma è una persona così simpatica, così alla mano', salvo poi trovare che gli puzza l'alito. Quando lo scrittore scende dal piedistallo per annullare democraticamente le distanze, i lettori non staranno sullo stesso piano: prima o poi finiranno con il seppellirlo (fattolo scendere dal piedistallo, lo collocheranno sottoterra). Uno scrittore deve essere bravo, ma non importa che sia simpatico, e tantomeno deve essere disponibile con i suoi lettori. Ciò che ha fatto lo ha fatto scrivendo il libro. I lettori sono esseri ripugnanti quando hanno la possibilità di avvicinare uno scrittore. Vogliono annullare la distanza che li separa dal loro idolo, vogliono analizzarlo, fargli un'autopsia in vita. Vogliono vedere dov'è il genio, se è sotto l'ascella o fra i peli pubici. Uno scrittore che accetta il dialogo con i lettori è un povero pazzo suicida. I lettori sono i peggiori nemici dello scrittore. Vanno disprezzati e tenuti a distanza. Il dialogo con i lettori lo si fa soltanto attraverso i libri: lo scrittore ha parlato, i lettori assentiranno o dissentiranno. Il resto o è ipocrisia o è demagogia o è promozione 'letteraria'.
maria strofa

GLI EDITORI
VISTI
DA VICINO
Tutti i giovani di belle speranze con manoscritto nel cassetto tendono a idealizzare gli editori, a immaginarli come Dei remoti e irraggiungibili, circonfusi di luce azzurrina. Ebbene, io ho avuto parecchi incontri ravvicinati del terzo tipo con loro. A questo proposito, anzi, ho recuperato un vecchio post del 2003 apparso su it.cultura.libri, che ripropongo a edificazione dei would-be writers:
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31 Gen 2003 07:36 |
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Newsgroup: it.cultura.libri |
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Da: "Lucangel" <nos...@nospam.it> |
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Data: Fri, 31 Jan 2003 06:36:24 GMT |
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Locale: Ven 31 Gen 2003 07:36 |
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Oggetto: Gli editori visti da vicino |
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«Ieri, alla fondazione Cini di Venezia, per il ventennale della 'Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri', c'era ovviamente TUTTA l'editoria italiana. Affascinanti gli interventi di Remo Bodei sugli 'uomini d'allevamento', di Umberto Eco sugli 'editori d'allevamento', di Amartya Sen su 'The idea of Identity' (si veda anche il paginone culturale di Repubblica di ieri). Ma mi sono anche divertito a sostare con gli occhi sui vari, mitici editori italiani: ebbene, panzuti anche loro, con nasi bitorzoluti, ciuffi di peli nelle orecchie, pelli incartapecorite, teste spelacchiate... insomma, visti da vicino, i Grandi Editori sembrano davvero Uomini Come Tutti gli Altri:-) »
Loreta Cerasi, la più bella scrittrice delle Marche, mi rispose:
«Dici bene Lucio, "come tutti gli altri" e non come noi che siamo molto meglio, grazie a Dio. Loreta»
E tale Bisonte Bianco:
«A me fece impressione la panza di Marco Tropea: mai vista una più grossa, giuro. b.b»
Altre indiscrezioni:
"il morbido plop. Il leggero sibilo gassoso. I piccoli grugniti involontari [...] Era questo il suo ambiente. Sei giorni alla settimana ci stava. Il sabato doppio turno. [...] Gli odori. Non chiedere degli odori. La differenza di odore fra certi uomini, la somiglianza dell'odore di tutti gli uomini. Ogni suono amplificato. I gemiti del prostatico [...] Le terrifiche laceranti esplosioni di gas e il rumore di qualcosa che colpisce l'acqua [...] Dove uomini agiati si tolgono le caccole dall'angolo degli occhi e si strizzano i pori, si soffiano il naso nei lavandini e se ne vanno senza sciacquare [...] Le belle porte delle latrine arrivano a trenta centimetri dal pavimento... perché mai? Perché questa tradizione? Discende dalle stalle degli animali? C'è un nesso fra le stalle e le latrine? [...] I flati e le tossi e gli schiocchi polposi. Defecazione, escrezione, espulsione, deiezione, purgazione, svuotamento [...] Il ticchettio occasionale di tagliaunghie o forbicine depilatorie. Efflusso. Emissione. Minzione, trasudazione, orinazione, scarica, vacuazione... quanti sinonimi [...] La collisione olfattiva di colonie, deodoranti, tonici per capelli [...] La puzza indolica di cibo putrefatto, l'afrore eccrino sui copriwater, la brezza uremica che segue ogni scarico [...] Uomini che trascinano la carta igienica fuori dalle latrine, come coda di cometa, la carta igienica ospitata nell'ano. Ano. La parola ano. Gli ani di benestanti schierati sull'acqua della tazza, a flettersi, corrugarsi, distendersi [...] Magnati che si scaccolano il naso col pollice. Filantropi che buttano la cicca del sigaro in terra. Villani rifatti che sputano nel lavandino. Ricconi sfondati che non tirano l'acqua e non si fanno scrupolo di lasciare che sia qualcun altro a farlo perché è letteralmente così che sono abituati... il vecchio detto Fai come se fossi a casa tua."
[D. F. Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, Einaudi, pagg. 90-93]:-)

BETTIN versus CACCIARI versus MINA
Dice Massimo Cacciari in “L’ARCIPELAGO” (Adelphi edizioni): “La destinazione d'Europa è far naufragio, tramontare. Abitiamo un arcipelago il cui centro è dappertutto, e quindi non c'è. Il destino dell'Arcipelago è inevitabilmente uno scacco, la sua meta il tramonto. La figura che meglio ci riassume è Ulisse, l'uomo deciso a giungere a destinazione, dove cioè lo conduce il DESTINO, strappandolo (da de-estanare) dalla quiete in cui aveva trovato provvisorio rifugio - o sradicandolo dall'isola originaria - per trascinarlo, senza traguardo o pace possibile (ahilui!), verso sempre nuove isole... ”
Gli risponde Gianfranco Bettin (per bocca di un suo personaggio, in “Nemmeno il destino”, Feltrinelli editore): “Non capisco come tu faccia a credere nel DESTINO e non invece in Dio. Dio si cura di noi, il destino, invece, no. Il destino non distingue, passa e basta, passa su di noi. Temi, dunque, il destino, ma non rispettarlo, poiché non ha rispetto di te.”
Vagamente frastornato dai due, Ulisse riprende la navigazione e approda a Rinascita, l'isola dell'homo democraticus che vuole temperare gli opposti. Ma ecco di nuovo Cacciari, sempre più barbuto e minaccioso: “O stolto”, gli ricorda, “non sai che la democrazia è un dono avvelenato, un beneficio che produce solo nuove sofferenze?”. Così al povero Ulisse non resta che riprendere il viaggio verso non importa dove, purché fuori da questo mondo, proiettarsi oltre ("Non siamo soli", recitava lo slogan pubblicitario di Incontri ravvicinati del terzo tipo) separandosi dalla folla, dalla massa, dalla gente...
Intanto, nel sottofondo, la voce di Mina incalza: “Nessuno, ti giuro, nessuno, nemmeno il destino...”
Dizionarietto cacciariano:
- Aigaios, Egeo: anziché di più, molto meno del pélagos (vedi), l'alba di una civiltà
capovolta nel tramonto in cui si invera il destino dell'Occidente, una rotta verso ovest, verso
Nessun-luogo (utopia), perché il tempo corre imperterrito verso ovest.
- Arcipelago: più e prima del mare (arché, l'origine: azzera l'identità acquatica a vantaggio di quella terrestre, ne rompe la continuità frastagliandolo in una pluralità di terre emerse). Nell'arcipelago il centro è ovunque e quindi non c'è. L'unica armonia possibile non è nel superamento della differenza, ma nel riconoscimento della sua ineluttabilità. Il destino dell'Arcipelago è inevitabilmente uno scacco, la meta è il tramonto senza altra scelta che il polemos, conflitto senza pace possibile.
- Homo democraticus: è il protagonista della perversa utopia che vuole imporre la volontà totalitaria della maggioranza.
- Oltreuomo: saranno gli uomini superiori a intraprendere il viaggio verso non importa dove, purché fuori da questo mondo, ad andare oltre: il superuomo diventa oltreuomo, che vuole tramontare per rigenerarsi, liberandosi dalla folla, dalla massa, dalla gente per aprirsi all'amicizia dell'assolutamente altro, del diverso.
- Pelago: plaga sconfinata e alla fine inconoscibile (sempre uguale e a un tempo imprevedibile).
- Ulisse: riassume l'avventura degli uomini decisi a giungere a destinazione, dove cioè li conduce il destino, strappandoli dalla quiete in cui hanno trovato provvisorio rifugio.

“IL PADRE NECESSARIO”
(memorie di un editore)
Uno dei temi più indagati della fine del secolo scorso fu la necessità di paterno. Ho ritrovato, per esempio, un articolo di Cacciari del novembre 1989 intitolato “Bisogna uccidere il padre”, in cui l’attuale sindaco di Venezia alludeva, ovviamente, alla caduta del comunismo internazionale. “I figli sono innocenti delle colpe dei padri - asseriva - solo quando ammazzano i loro padri. Oggi da noi assistiamo al rituale parricidio, ma è un PARRICIDIO decisamente tardivo. Si è aspettato che il padre stesso dichiarasse il collasso... mentre già Max Weber, agli inizi del secolo, aveva intuito che il progetto di Marx avrebbe generato la più fanatica delle dittature: quella della burocrazia marxista-leninista, incapace di produrre le condizioni del proprio superamento.”
Ricordo, poi, un interessante fondo di Eugenio Scalfari su “la Repubblica”: “IL PADRE CHE MANCA ALLA NOSTRA SOCIETA’”. “Qualcuno”, diceva Scalfari, “s’incomincia ad accorgere che è venuta meno la figura del padre e che questa lacuna di paternità è una delle cause non marginali della perdita di identità e della nevrosi diffusa che affligge gli ultimi anni del secolo morente... Il vuoto strutturale della moderna società occidentale proviene dall’assenza del padre... Poiché la natura non sopporta il vuoto, al posto del padre e della dialettica tra le generazioni si è insediata la cultura del branco, sorretta soltanto da motivazioni emozionali quali l’individuazione di un branco nemico e da una socialità negativa e distruttiva, basata sull’ideologia del più forte e su elementari valori di violenza, gregarismo, feticismo... Risorge, dunque, il bisogno di recuperare almeno alcune delle funzioni affidate alla figura paterna o di un’autorità fondativa che superi gli interessi settoriali e s’imponga in nome dell’interesse generale...: quella di indicare le regole basilari del comportamento, di amministrare la giustizia sulla base di quelle regole, di praticare la caritas e la pietas.”
“Ovviamente”, precisava Scalfari, “non si nasce padri: lo si diventa col vivere e solo se si riesce a comprendere l’Altro, superando le ristrettezze nelle quali l’Io ci racchiude. I figli sono i portatori dell’Io, i padri, invece, quelli veri, vivono per i figli.” “La funzione paternale”, aggiungeva infine, “non è legata al sesso. Ci sono e ci saranno sempre più donne in grado come e più degli uomini di darsi carico dell’altrui... ”
Come ex (effimero) editore, apparso e subito svanito alla fine degli anni Novanta, mi sono accorto che anche i primi titoli da me prodotti erano attraversati dal filo rosso del motivo del padre. In “Quel bruttocattivo di papà Cacciari!” il messaggio di fondo era sostanzialmente questo: per uccidere il padre bisogna prima averne uno, a costo di inventarselo, e solo dopo prenderne le distanze, emanciparsene. A Massimo Cacciari, opportunamente trasformato da personaggio politico in personaggio letterario, era affidato il delicato compito di esplicitare l’altro senso del racconto: la necessità per ognuno (e per ogni stato) di chiudere i conti con la parte più dolorosa del passato per poter guardare con fiducia al futuro (“Futuro Necessario” fu, in quegli anni, anche il tema di una delle edizioni di “Fondamenta”, manifestazione veneziana coordinata da Daniele Del Giudice!).
I n “Scoppi in aria: Schopenhauer e i Pink Floyd a Venezia”, il figlio di un ex sessantottino viene colto da una gran voglia di cambiare il mondo ed è proprio suo padre, curiosamente, a spiegargli che se ogni generazione accettasse tali e quali i modelli culturali di quella che l’ha preceduto, l’evoluzione culturale sarebbe lenta o compromessa. Il conflitto generazionale, insomma, non è uno strano sbaglio della natura, ma uno dei tratti più qualificanti della società umana.
“Pietà di me, per amor di Dio, mi salvi dalla distruzione!” (lettere del giovane Edgar Allan Poe al padre adottivo John Allan) racconta, anziché la solita storia di “formazione”, l’evolversi di una “deformazione”. Le lettere iniziali mostrano il giovane Edgar immerso nella turbolenta atmosfera del Virginia College di Charlottesville, ove conosce i primi eccessi di alcool, le prime disperazioni, i primi ‘cattivi compagni’, il gioco d'azzardo eccetera. I debiti che ha accumulato sono talmente esorbitanti (duemila dollari del tempo, pare) che John Allan, il padre adottivo, non solo non vuole saperne di farsene carico, ma l’anno successivo si rifiuta persino di rinnovargli l'iscrizione all'istituto, ferendolo nel modo più crudele. Edgar non glielo perdonerà mai. Seguono le lettere di Poe soldato semplice: i contrasti col padre si erano acuiti al punto che nel 1827 il giovane Poe si imbarcò per Boston, deciso ad arruolarsi volontario nell'artiglieria: per farsi accettare, fornì le false generalità di Edgar A. Perry e dette a credere di avere 22 anni anziché 18, salvo poi supplicare John Allan di pagare un volontario disposto a completare la ferma in sua vece. Nel giugno 1830 Poe sarebbe entrato come cadetto all'Accademia Militare di West Point, ma nemmeno lì avrebbe resistito a lungo: le gravi mancanze disciplinari ne avrebbero provocato l'espulsione nel febbraio l831. Le lettere di quel periodo ce lo mostrano di nuovo ingolfato nei debiti e perpetuamente supplicante il signor Allan di mandargli dell'altro denaro. Conclude la raccolta una lettera del 12 aprile 1833, contenente la straziante supplica utilizzata come titolo: “Pietà di me, per amor di Dio, mi salvi dalla distruzione!”, ma l'amato-odiato signor John Allan, che nel frattempo si era risposato e aveva avuto un vero erede, non l’avrebbe raccolta. Quando, anzi, l’anno dopo morì, non lo nominò nemmeno nel testamento.
“Il babbo che credeva a Babbo Natale”, un cartonato illustrato da John Betti, proponeva, infine, un insolito e provocatorio racconto di Natale. Ecco l’incipit:
“C'era una volta un signore che, malgrado non fosse più nel fiore degli anni, credeva ancora a Babbo Natale. Quando arrivava dicembre suo figlio, sorprendendolo a scrivere la letterina di rito, gli diceva: «Guarda che Babbo Natale è il tuo babbo!». «Ma se è morto!» ribatteva piccato il signore. E ripassava mentalmente la lista dei regali da chiedere per quell'anno. A dire la verità erano dieci anni, ormai, che i suoi desideri restavano regolarmente inevasi. La mattina del 25 dicembre il signore si alzava smanioso prima degli altri, scendeva in salotto in punta di piedi e si metteva a frugare nel mare dei doni natalizi, sperando di trovare il suo... no, non quello di sua moglie o di suo figlio o della sua segretaria o di sua madre (la poveretta era ancora viva). Cercava proprio il particolare dono lasciato espressamente per lui da Babbo Natale. Invece, come abbiamo detto sopra, da qualche anno la sua attesa finiva puntualmente delusa...”
Il volumetto, concepito per ragazzi dagli 8 anni in su, era comunque rivolto soprattutto ai loro genitori, ai quali ricordava quale importante regalo convenisse loro aspettarsi la mattina del 25 dicembre…
(Lucio Angelini)
DIFICIL
PERCEBER
di Luca Tassinari
[Il pezzo è stato postato anche nel ng it.cultura.libri col titolo
"Leonardo Colombati - Perceber (2) ]
- É difícil perceber por que estão tão preocupados -, direbbe Pessoa,
se fosse ancora vivo, ammesso e non concesso che sia esistito
veramente, Pessoa, perché Pessoa era così timido, ma così timido, che
quando scriveva una cosa, e ne ha scritte di cose, Pessoa, in cima al
testo al posto del suo nome ci metteva il nome di un altro, che forse
era un suo amico, forse uno che aveva sentito nominare di sfuggita al
bar, forse era un nome e basta, tanto che alla fine, a forza di vedere
libri scritti da Pessoa con un altro nome, uno può anche pensare che
Pessoa sia un nome inventato, un nome e basta.
- Sì, va be', Pessoa, ho capito, però mi spieghi perché in un post
intitolato Leonardo Colombati - Perceber(2), ti metti a parlare di
Pessoa? Cazzo c'entra?
- Scusa, ti spiace non dire cazzo? Non sopporto le parolacce.
- E Colombati?
- Colombati ce l'ha messo il suo nome sul libro, altrimenti perché
cazzo avrei intitolato il post Leonardo Colombati - Perceber(2)?
- Hai detto cazzo.
- Scusa. Non sopporto le parolacce.
- Fa niente, ma parliamo un po' di Perceber, il libro di Colombati.
- Preferirei di no.
- Perché?
- Perché! Perché! Non so perché!
- D'accordo, d'accordo, ma almeno spiega il titolo di 'sto
caa...ppero di post.
- Grazie.
- Grazie di cosa?
- Non hai detto cazzo, hai detto cappero.
- Non sopporti le parolacce, lo so.
- Il fatto è che non resta niente da dire.
- Scusa?
- Non resta niente da dire. L'ha detto Choukhadarian citando
Calvino che citava Beckett. Secondo me ha ragione.
- Chi ha ragione, santiddio, chi?
- Beckett, quindi anche Calvino, quindi anche Choukhadarian. Il
fatto è che su Perceber non resta niente da dire.
- Perché?
- Perché ha già detto tutto lui.
- Choukhadarian?
- No.
- E allora chi?
- Colombati. Ha già detto tutto lui. Ha detto come ha scritto il
libro, ha spiegato tutte le citazioni letterarie e non letterarie, ha
scritto un glossario dei termini, ha messo pure la mappa.
- La mappa?
- Sì, la mappa di Roma, nel caso a qualcuno sfuggisse che ogni
capitolo del libro, tranne un paio, è ambientato in un quartiere
diverso di Roma. E le note...
- Le note...
- Eh già, le note all'inizio di ogni capitolo, per spiegare bene
cosa sta succedendo. Sai mai che il lettore si distragga...
- Ma se sono note puoi anche saltarle, no? Chi ti obbliga a
leggerle?
- Colombati.
- Colombati?
- Sì.
- Perché?
- Perché le ha scritte.
- Sì, ho capito, ma sono note. Paratesto, peritesto, extratesto,
chiamalo come ti pare, ma se ti infastidiscono ignorale, no?
- Col cazzo!
- Stai diventando scurrile, sai?
- Scusa, mi è scappato. So che non sopporti le parolacce.
- Guarda che sei tu quello che non sopporta le parolacce.
- Perceber è un romanzo. Le note fanno parte del testo, non si
possono ignorare. Sarebbe come leggere i Racconti di Canterbury
saltando le descrizioni di personaggi, o Moby Dick saltando le
disquisizioni cetologiche, o Herzog saltando le lettere, o...
- ochei, ochei, mi fido.
- ... o Anna Karenina saltando la scena della mietitura, o...
- Ho detto che mi fido! Basta là!
- Solo che c'è una grossa differenza: le "note" di Melville o di
Bellow sono parti vitali del racconto, mentre quelle di Colombati sono
escrescenze, chiarimenti non richiesti, suggerimenti di lettura
impertinenti, offese gratuite all'intelligenza del lettore.
- Addirittura!
- Come nessuno, che sappia il fatto suo, in buona compagnia, si
azzarderebbe a dire tutto; - così nessun autore, che comprenda i
confini del decoro e della buona educazione, pretenderebbe di pensare
tutto: Il rispetto più autentico che possiate dimostrare
all'intelligenza del lettore consiste nel fare amichevolmente a metà,
e lasciargli qualcosa da immaginare, a sua volta, al pari di voi.
- Vuoi dire che...
- Che non resta niente da dire, come dice Choukhadarian citando
Calvino che citava Beckett, che forse citava qualcun altro, chissà.
- Ma se non resta niente da dire, mi spieghi perché stiamo qui a
parlare?
- Per le note.
- Per le note?
- Certo. Dato che sul libro non c'è più niente da dire, non resta
che parlare delle note, delle citazioni, del glossario. Ad esempio, tu
lo sapevi che gli aspi sono speciali mulinelli usati per il
rinverdimento delle pelli?
- No, ma non so neanche cos'è il rinverdimento delle pelli, se è
per quello.
- Vedi? Nelle note Colombati non dice tutto, lascia spazio
all'immaginazione del lettore. Sai cosa vuol dire "mah?" in ebraico?
- Cosa?
- Ah, questo lo sapevi.
- Cos'è che sapevo?
- Che "mah?" in ebraico vuol dire "cosa?".
- Ah, non lo sapevo.
- Prendi il mondo allegramente.
- Mah?
- Versi tratti da La gelosia non è più di moda, del Trio Lescano.
- Senti, maa...
- Cosa?
- Alla fin fine, questo libro qui, Perceber, me lo consiglieresti?
- Mah, non saprei. Nelle note non c'è scritto. Forse è meglio se lo
chiedi direttamente a Colombati.
Stop BushAnother world is neededWednesday, July 6th, George W. Bush, president of the United States, visits Copenhagen. Danish prime minister Anders Fogh has invited him, because "they talk so well together". But what they talk about is war - privatisations - big business deciding still more - all of it benefits only a privileged minority. We want to use this opportunity to say that: Bush is not welcome– and his world order is unwanted Protest rally
|
Støt StopBush.dkDet koster mange penge at organisere demonstration, lave plakater, løbesedler osv. – vi budgetterer med over 100.000 kr. Du kan støtte ved at: 1. Få organisationer og bevægelser du er med i / tæt på til at anbefale demonstrationen. 2. Få organisationer til at støtte økonomisk eller selv støtte. Alle bidrag er meget velkomne. Se konto-oplysninger. 3. Være aktiv med at opreklamere demonstrationen, så alle – i din omgangskreds, din skole eller arbejdsplads, din by eller bydel – får at vide, at demonstartionen finder sted, og at vi har brug for dem til at gøre protesten stor og synlig. |
Senest opdateret 3.7.05v

Dedicato al mio visitatore Alberto Giorgi:-)
Tutti attraversiamo la fase caratterizzata da un fortissimo bisogno di dipendenza (dalla madre, dalle cure parentali, eccetera). Poi, lentamente, ci avviamo verso l'autonomia e quell'antico bisogno sopravvive in forme solo sopite e attenuate (dipendenza da una donna, da un personaggio idealizzato, dal lavoro eccetera). In alcuni casi, però, l'antico bisogno di dipendenza si trasforma in un vero e proprio BISOGNO DI PENDENZA e allora non resta che avviarsi per piani inclinati, appunto pendenti, con lo sguardo rivolto alle cime:-)
"Il Giornale" non è esattamente il mio giornale, ma nel n. 161 dell'1.7.2005 è apparso un interessante articolo di Erri De Luca che copio-incollo:
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=11778
Negli abissi della montagna
Si muore maledettamente presto in montagna, come in tanti altri accidenti, ma con un malincuore in più. Perché si va a salire verso la preferita geografia e ci si affida, in cerca di accoglienza o di passaggio. Cadere per proprio errore e per forza maggiore è imbattersi in un tradimento. Si muore in montagna lasciando a chi resta il pensiero che quello era il miglior posto in cui perdere tutto. Ogni alpinista sottoscrive con se stesso una clausola di preferenza: consegnarsi lassù anziché in un letto di ospedale, in un groviglio di rottami su una strada, giù da un cantiere o, se soldato, di uranio impoverito. Ogni alpinista mette nel conto l'incidente, una volta per tutte poi non ci pensa più. La montagna si affaccia presto nei racconti dei popoli. I Greci e i Tibetani fissarono lassù dimore ai loro dèi, negandosi il diritto di andarli a disturbare,mapure con intento di separazione. La nostra scrittura sacra mischia di più l'alto e il basso, è volentieri alpinistica: l'Ararat su cui poggia il bastimento di Noè, il monte Moria dove Abramo sguaina il coltello sulla gola del figlio, il Sinai di Mosè, il Monte di Dio a Gerusalemme. La montagna si è accampata per tempo all'orizzonte, le salite prendono posto nei sogni. Quello di Giacobbe a Bet El è una scala da terra fino al cielo, già un desiderio di ascensioni. In quel sogno salgono e scendono solamente gli angeli, ma un uomo intanto sta a guardare e impara. Ho incontrato qualche scalatore di Himalaya. Non parlano di pericoli, raccontano difficoltà. Una tempesta in alta quota, fulmini a scroscio, calarsi per difesa in un crepaccio lasciando lontane le piccozze che possono attirare le scariche; resistere nella fessura di ghiaccio per ore, poi essere costretti a uscire sotto la tempesta che non smette, per evitare la notte e il gelo nel crepaccio. Un passaggio difficile di roccia sopra gli ottomila metri senza aiuto di ossigeno: gli ultimi metri del canale terminale del Lhotse sulla via degli Svizzeri, sotto i piedi duemila metri di parete e di vuoto: parlano di difficoltà gli alpinisti, non di pericoli. Cosa trascina così lontano da valle, dai bordi accoglienti della vita elettrica e a motore? C'è dentro la specie umana il granello di pepe di andare a esplorare, a frugare i deserti della terra emersa. Quando le mappe furono complete, cominciò l'alpinismo. Lassù c'era posto senza traccia di uomo. E ci sono ancora più di cento cime sopra i settemila metri non ancora raggiunte. Hans Kammerlander, che ha scalato tredici dei quattordici giganti sopra gli ottomila metri, non ha voluto chiudere la serie. Questo atto di rinuncia è per me il più profondo omaggio alla natura schiacciante di quelle quote. È un atto di umiltà che si prolunga, ogni anno che passa lui rinuncia. Ma non è solo il granello di pepe di trovarsi nelle vastità più alte del pianeta. C'è in un alpinista il desiderio di staccarsi da mura e rimettersi nella corrente dei viaggi a piedi con la casa in spalle. Tornare nomadi, accamparsi ogni sera in una tappa diversa. Si restringono i bisogni al necessario minimo, comprese le parole che sono tutte utili a un dafarsi. Si scioglie neve su un fornello a gas per procurarsi acqua, si scava una piazzola per piantare una tenda, ancorarla robusta contro il vento. E ancora, alpinismo è arte della fuga. A valle si celebrano le cime raggiunte, non quelle mancate, forzati a rinunciare da ostacoli improvvisi, minacce scatenate da vento, nebbia, fulmini, valanghe. Allora l'alpinista deve ammettere in tempo la partita persa, anche se sta a un tiro di sasso dalla cima e mettere ogni forza per tornare indietro. L'alpinismo è spesso più avventuroso e micidiale in discesa.
L'uomo di montagna deve allora essere stratega ed eseguire l'arte della fuga, una ritirata in ordine perfetto perché non sia una rotta precipitosa, sbaragliata. Infine c'è il carato della bellezza che si rivela a forza di aumentare di quota, forzare l'orizzonte. Allora di notte le stelle stanno intorno e addosso, non solo sul soffitto. In cerca del carato di bellezza si avviano su pendii scoscesi, su pareti a strapiombo i volontari della scala di Giacobbe, che fanno le veci terrene degli angeli del sogno, salendo e scendendo gli infiniti gradini, sbucando al di là delle nuvole.
L'articolo di Erri De Luca, scrittore con la passione dell'alpinismo e ottimo climber, è ospitato con il titolo «Ma in montagna vince l'arte della fuga» nel nuovo numero della rivista 'Vita e pensiero' in edicola e in libreria da lunedì 4 luglio.
Dal newsgroup it.sport.montagna copio-incollo, infine, un commento di Luca Signorelli:
"Erri De Luca non è certo fra i miei scrittori preferiti, ma questo articolo, nonostante la dubbia provenienza:-), è apprezzabile. Interessante la vaga toccata contro una certa antropomorfizzazione ‘in positivo’ delle montagne e della natura in generale: è strano come molta gente tenda a non ricordarsi che le montagne non sono né "buone" né "cattive", ma cieche e indifferenti, e che del nostro amore (fortunatamente) non sanno che farsene.

Anni fa, in un attacco di romanticismo post-moderno, scrissi la seguente poesia:
IL BACIO
E finalmente
i palpitanti orli
delle fessure
d'ingresso
dei loro
tubi
digerenti
aderirono
saldamente
nella luce
purpurea
del crepuscolo
UN PAIO DI GIORNI FA, IL 4 LUGLIO 2005, HO TROVATO SULL'AUTOREVOLE "IL GAZZETTINO" UN ARTICOLO CHE AGGIUNGE SCIENTIFICITA' ALLA MIA STRUGGENTE INTUIZIONE.
FRANCIA Uscito il primo manuale su tutto quello che c’è da sapere sull’incontro di due bocche, scienza, storia e geografia comprese
Il bacio? Sentimento, 27 muscoli e milioni di germi
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Parigi Altro che apostrofo rosa tra le parole «t'amo», come declamava Cyrano de Bergerac! Altro che «sublime ebbrezza di una bocca zuccherina», come recitava Paul Verlaine! Quando si bacia, quando una bocca si unisce ad un'altra, si mettono più o meno in movimento - dipende dalla passione, dalla intensità, dalla concentrazione - 27 muscoli, di cui 17 sono quelli della lingua, 9 milligrammi d'acqua, 0,18 di sostanze organiche, 0,7 di materie grasse, 0,45 di sale, centinaia di batteri e milioni di germi. Chi bacia? Quando, come, dove, perché? E cosa succede al corpo di chi bacia o a quello di chi si bacia? È un libro di un professore di fil osofia, esperto di letterature comparate, Alain Montandon, appena uscito in Francia - «Le baiser. Le corps au bord des levres» - che cerca di ricostruire origini, storia e storie, luoghi e geografie del bacio , di tutti i baci. Non è un trattato, ma un libretto agil e, leggero, di 122 pagine - l'autore ha già scritto una "Poetica dei luoghi" - attento a scoprire modi o curiosità del bacio nella letteratura etnografica e nella letteratura tout court. Ma non solo letteratura: il bacio è indagato, analizzato attraverso l'antropologia, la psicologia, la fil osofia, la religione, la storia dell'arte. Perché - dice Montandon - è una psicanalisi semplificata quella che fa risalire il bacio al ricordo delle poppate dal seno materno. Così lo spessore simbolico del bacio oltrepassa la sua dimensione sensoriale, sensuale o sessuale, e sfida ogni interpretazione. Il bacio è messaggio senza parole - e dunque dai mil le significati contraddittori - è linguaggio, espressione del corpo e, naturalmente, dell'anima: trasfusione di anima, di anime, scambio di soffi, respiri, di vita, di vite. Ogni bacio - sottolinea Montandon - è «un mondo da esplorare». Si bacia il sacro - un altare, una statua, una tomba - si bacia per salutare, per rendere omaggio, per tradire, per perdonare e naturalmente per manifestare tenerezza ed amore. Ma quando si vende il proprio corpo per fare l'amore non si bacia. C'è una cronologia dei baci: il primo, che non ha eguali e che non si scorda mai, l'ultimo, che in realtà non esiste. E una geografia: sotto la pioggia, sulla spiaggia, sul marciapiede di una stazione, in un atrio. Da qualche parte del mondo si baciano le ciglia, da un'altra il naso, ci si bacia all'europea. Ci sono i baci mai ricevuti, sognati, quelli inviati - per cartolina, per e-mail , o soffiando sulla mano - e che non si è mai sicuri che giungano a destinazione. Perché - diceva Franz Kafka - «sulla strada li bevono i fantasmi». |
A integrazione dell'articolo di ieri sulla Via Francigena, riprendo da:
L'Unità di venerdi' 13 maggio 2005
la testimonianza di
Stefania Scateni
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(Camminare serve a vivere? L'esperienza spirituale e corporale e
il racconto del pellegrinaggio sulla Francigena, antica via medioevale
che univa il Mare del Nord alla tomba di San Pietro insieme ai fedeli
e all'equipe di un programma RAI).
C'è una scena nel terzo episodio di "Ritorno al futuro" nella quale
Doc, malato d'amore, parla del futuro ai cow-boy.
Lui, scienziato scaraventato nell'Ottocento per via di un incidente
alla sua macchina del tempo, racconta ai vaccari seduti davanti al
loro bicchiere di whisky di com'è (come sarà) la vita cent'anni più
avanti.
Tra le mirabilia descritte da Doc l'unica che suscita l'ilarità del
pubblico è l'automobile.
Ridicolo pensare che l'uomo non camminerà più perché per spostarsi
ci saranno delle macchine costruite appositamente.
E ancora più ridicola la spiegazione che Doc dà agli attoniti cowboy:
"Nel futuro gli esseri umani cammineranno e correranno -per
divertimento-".
Della naturalezza e necessità del camminare ci siamo scordati da un
pezzo, in effetti, Roland Barthes lo diceva meglio: "Camminare è
forse, mitologicamente, il gesto più comune, e quindi più umano".
Credo che sia stato anche per cercare quella naturalezza che ho
accettato l'invito di RadioTre a percorrere a piedi un tratto della
Via Francigena per una trasmissione dedicata ai pellegrinaggi (andrà
in onda ancora per qualche giorno: oggi alle 18,00, domani alle 19,50
e alle 18 e domenica alle 10,50).
Trasmissione che l'anno scorso ha ripercorso la via di Santiago de
Compostela e quest'anno, invece, ha scelto un'antichissima strada che
collegava il Mare del Nord alla tomba di San Pietro.
Riscoprire la naturalezza del camminare (riscoperta che, per chi ha
avuto la fortuna come me di crescere quasi in campagna, si accompagna
spesso anche al ricordo) è anche scoperta di una spiritualità alla
portata di tutti perché viene dai piedi e dal respiro e rende il
camminare sinonimo di meditazione.
Partito da Novalesa il 3 aprile, il programma ha impegnato ogni
settimana due conduttori-camminatori che hanno percorso un tratto di
strada e raccontato via radio la loro esperienza.
A "intellettuali" e giornalisti, compreso il direttore di RadioTre
Sergio Valzania, che è anche l'ideatore del programma, il compito di
fare ogni giorno una radiocronaca di quarantacinque minuti del loro
cammino.
La tappa che ho percorso insieme al collega Gigi Riva dell'Espresso,
penultima delle sei settimane dell'intero cammino, ci ha portati da
Buonconvento, in Toscana, a Montefiascone, nel Lazio: centocinquanta
chilometri a piedi in sette giorni percorsi per valli e monti, su
sentieri di campagna e qualche tratto di asfalto, immersi nei colori e
negli odori della terra e del cielo.
Abbiamo camminato dalle cinque alle sei ore al giorno, da paese a
paese, ogni tappa un luogo diverso e un letto diverso.
E abbiamo visto tutti i verdi e i marroni della campagna senese,
falchi, poiane e farfalle, chiese che aveva visitato prima di noi
Carlo Magno, rocche dove si era riposata santa Caterina, castelli
"finti" e "veri", compreso quello del bandito "gentile" Ghino di
Tacco; abbiamo guadato piccoli fiumi, attraversato distese e distese
di vigneti, disceso le rocce calcaree formate dalle acque solforose
delle sorgenti termali, valicato passi, percorso sentieri in boschi
da favola, ritrovato resti umani della seconda guerra mondiale,
calpestato il basolato romano della Cassia antica, visitato borghi
medioevali, piccoli cimiteri e chiese che nascondevano tesori.
Ci ha assistito uno staff eccezionale, che ha reso possibile il
cammino, composto da Chiara Galli, Giovanna Savignano e Maurizio
Lepri.
"Di tutto quello che ho imparato sulla Via Francigena" - mi ha detto
Gigi una volta tornato a Roma - una frase mi e' tornata molto spesso
in mente: "Si può".
Si può camminare per centocinquanta chilometri, si può decidere di
andare al ritmo del passo dell'uomo, si può prendere del tempo per
sé, staccare, e rendersi conto, al ritorno, di non aver perso niente.
Penso al nostro lavoro di giornalisti, alla velocità che ci assilla.
Ma dove ci porta tutta questa velocità?
È il prendere tempo che rende possibile vedere e capire quello che
ci succede e non è un caso che ora il giornalismo abbia ceduto il
passo nel raccontare la realtà alle arti.
Penso al cinema, per esempio, alla sua natura documentaria e alla sua
lentezza di realizzazione rispetto a quella di un giornale".
Pellegrini laici su una strada calpestata nei secoli da migliaia e
migliaia di pellegrini credenti, Gigi e io eravamo senza rosario né
coltello né "baculum" (il bastone del pellegrino) e, quindi, vicini
ad essere dei perfetti imbecilli (Gigi non me ne vorrà perché sa che
"imbecille" vuol dire -senza baculum-), almeno per quello che riguarda
le questioni religiose.
Ma le vie del signore sono infinite. O meglio, lo sono le vie dello
spirito e dei piedi.
Infinite quasi come i diverticoli della Francigena, che non è
strettamente una -strada- ma un sistema viario con molte alternative
e varianti, - anche se un'ipotetica unitarietà può essere desunta
dal diario di viaggio dell'arcivescovo di Canterbury Sigerico che,
nel 990, di ritorno da Roma, annotò le 79 tappe del suo cammino verso
Canterbury in un percorso preciso anche nella descrizione dei punti
di sosta.
La Francigena comunque rimane un'ipotesi più che una strada:
nonostante Sigerico, non c'è un tracciato sicuro, nei secoli il
percorso è stato spostato più a est o più a ovest per motivi
geopolitici, lo stesso percorso cambiava a seconda delle stagioni, e
di recente molti tratti sono stati oscurati e soppiantati da campi
coltivati, costruzioni o asfalto.
Per questo siamo sempre stati accompagnati da guide.
Guide della Giovane Montagna che "cercavano" la Francigena mentre noi
la "fissavamo", come due "Pollicini" del terzo millennio, in una carta
virtuale attraverso il GPS, un'apparecchiatura elettronica che grazie
al satellite segna la strada.
Mai avevo camminato su un'ipotesi (mai un'ipotesi mi aveva fatto
venire le vesciche) e mai avevo contribuito a segnare una strada.
Un onore che comporta anche enormi responsabilità, come mi ha
spiegato il geografo e filosofo Franco Farinelli che legge in questa
operazione la fine definitiva della modernità - di una cultura
costruita sullo spazio, sul concetto di confine e su parametri di
vicinanza e lontananza ormai obsoleti - e l'ingresso in una cultura
ancora tutta da costruire.
Camminare è prendere il proprio tempo, procedere al ritmo del respiro
e delle gambe, conquistare la lentezza giusta per vivere, guardare e
metabolizzare ciò che ci circonda e ci succede.
Camminare, insomma, non e' solo una metafora del tempo ma anche una
metafora del vivere.
La nostra guida diceva spesso, per rincuorarci nei momenti di fatica,
che al terzo giorno di cammino cambia anche la nostra mentalità.
A dire la verità, per prima e' cambiata la mia "corporeità": le gambe
procedevano autonomamente come se fossero dotate di cervello, passo
dopo passo, lunghe falcate in salita, più corte in discesa.
Mi hanno detto che faccio il contrario di quello che si fa di solito,
perché in genere si accorcia il passo in salita e si allunga in
discesa.
Dev'essere per via delle radici contadine che mi hanno lasciato in
eredità testa dura e resistenza..
Al terzo giorno di cammino (avevamo già percorso una settantina di
chilometri) ho sognato di camminare senza vestiti e Gigi mi toglieva
dall'imbarazzo in cui mi trovavo rassicurandomi che andava tutto bene.
È stato così, con un sogno, che ho cominciato a capire quello che
stavamo facendo e che ci stava succedendo.
Ci stavamo asciugando: nonostante i panorami splendidi che scorrevano
davanti agli occhi come film al -ralenty-, la fatica e il dolore dei
muscoli, le storie fantastiche (e vere) di re, sante, briganti e
cavalieri che le guide ci raccontavano, il camminare toglieva a
poco a poco qualcosa dai nostri corpi e dalle nostre menti.
Ci spogliava, come scriveva il viaggiatore Nicolas Bouvier.
Spogliati del sovrappiù che ci carichiamo nel quotidiano, frenetico,
del lavoro, dei tempi e dei valori che gli impegni e la civiltà ci
impongono e che spesso adottiamo in maniera automatica, diventa più
chiaro cosa siamo e quali sono le gerarchie della vita.
Si semplificano i valori.
Diventa chiaro cosa è importante per noi, diventa diretto e intenso
anche il rapporto con gli altri.
E diventa chiaro quello che dicono i cristiani, che il tempio è il
corpo, e quel che fanno i buddisti, pregare camminando.
Abbandonando le riflessioni spirituali, lo dico in un altro modo:
diventa chiaro che il tempo naturale di un essere umano non coincide
con il tempo della -civiltà-, che prendere il proprio tempo camminando
al ritmo del respiro ci permette di sentire il proprio tempo e che
sentire il proprio tempo è vivere nel mondo.
Semplificare la vita, vuol dire rinunciare al superfluo, pensare
positivo: il pellegrinaggio è anche uguaglianza e accoglienza
dell'altro, non c'e' niente da perdere a incontrare "l'altro", non ci
sono beni, territori ne' merci da difendere.
Non c'è consumismo né tecnologia (a parte il GPS), non c'è casta
né denaro.
Camminare una settimana sulla Via Francigena è stato come camminare
sulla Luna e guardare il mondo da lontano. Eppure non mi sono mai
sentita cosi' dentro al mondo come sulla Via Francigena.
Mi viene in mente ancora un film di cassetta. Si intitola "Tutte le
manie di Bob" e uno dei protagonisti è Bill Murray che interpreta il
Bob del titolo, paziente multifobico e rompiscatole di Leo Marvin un
celebre psicoanalista (l'attore è Richard Dreyfuss).
Marvin è tronfio, pieno di sé, ambizioso e un po' antipatico, ma ha
un consiglio da dare a Bob: "passi di bimbo", raccomanda, un passo
alla volta e la paura passo dopo passo se ne va.
E' incredibile come si possa avere delle epifanie anche nelle
scemenze americane.

Susanna Tamaro
ed Enea Fiorentini
sulla Via Francigena.
Copio incollo da www.viafrancigena.com
«La Via Francigena che da Canterbury portava a Roma è un itinerario della storia, una via maestra percorsa in passato da migliaia di pellegrini in viaggio per Roma. Fu soprattutto all'inizio del secondo millenio che l'Europa fu percorsa da una moltitudine di anime "alla ricerca della Perduta Patria Celeste". Questa via attesta infatti l'importanza del pellegrinaggio in epoca medioevale:
Dal 3 aprile al 14 maggio di quest’anno Radio 3 ha dedicato collegamenti quotidiani ai gruppi di camminatori che la percorrevano a piedi. Conduttrice della seconda settimana è stata Susanna Tamaro, che ha dichiarato:
"Ho sempre amato camminare e affrontare le cose in modo estremamente lento. Vivo sul percorso della Via Francigena, al confine tra il Lazio e l'Umbria e nel 2000 ho visto passare davanti a casa mia moltissime persone che andavano a piedi a Roma, per il Giubileo. Per anni, inutilmente, ho cercato un amico che mi accompagnasse nell'avventura così adesso, che mi si è offerta l'occasione, non me la lascio certo scappare.”
L’annuncio della Tamaro (insieme a dei consigli su
come farsi pubblicare il primo libro) è qui:
http://www.susannatamaro.it/esclusive/main.html
“Il 10 di aprile 2005 prenderò parte a una tappa di una settimana del cammino della Via Francigena, insieme a Alessandro Cannavò per Radiotre, Rai. www.laviafrancigena.rai.it Vi relazionerò ogni sera alle 18 dai microfoni di Radiotre Rai. Sto facendo le valigie. Sono piuttosto perplessa sulle mie possibilità di sopravvivenza, visto il mio scarso anzi nullo allenamento nella marcia. Vi terrò aggiornata sul mio stato di usura, tutti i pomeriggi dalle 18 alle 18.45, dai microfoni di Radiotre. Spero di farcela.”
Il mio amico Enea Fiorentini, grande alpinista, grande camminatore e scrittore (co-autore di una delle guide della Via Francigena, “Il sentiero del pellegrino”, a cura della Giovane Montagna), era uno degli accompagnatori dei giornalisti RAI sulla Via Francigena, dal confine italo-francese (dall’abbazia di Novalesa nei pressi del valico del Moncenisio, in Alta Valle di Susa – Piemonte, a Roma), per un percorso di oltre 800 km lungo i sentieri storici della Via Francigena di Sigerico
Gli ho scritto per chiedergli se avesse conosciuto la Tamaro. Mi ha risposto:
“Ciao Lucio,
purtroppo non ho fatto in tempo a conoscere Susanna Tamaro, poiché camminava con il giornalista Alessandro Cannavò in un tratto del percorso francigeno (tra Emilia-Romagna e Toscana) dove non ero io la guida ma un amico del CAI di Sarzana. Ho conosciuto invece David Riondino a Roma, in Piazza San Pietro in Vaticano, lo scorso 14 maggio, alla fine della camminata, in occasione della cerimonia finale. Un tipo simpatico, all'apparenza scorbutico, ma poi molto alla mano. Nel percorso che ho guidato io ho conosciuto Stefania Scateni (giornalista de L'unita') e Gigi Riva (giornalista dell'Espresso), due simpatici giornalisti con i quali ho fatto circa 150 km in 7 giorni, poi loro hanno ceduto il passo a Sergio Valzania (Direttore di RAI-Radio2 e di RAI-Radio3) e a Lorenzo Sganzini (Direttore di Radio2 della Radio Svizzera Italiana), con i quali ho proseguito il cammino fino a Roma. In totale io ho camminato per circa 300 km (11 tappe su 40). Molte altre guide (anche di altre associazioni) si sono precedentemente alternate aiutando altri giornalisti (questi sono stati in totale 12) in un cammino durato 6 settimane (dal 3 aprile al 14 maggio 2005) per circa 800 km a piedi.
Ogni giorno i 2 giornalisti raccontavano le loro sensazioni, in diretta sulle frequenze di Radio3, dalle ore 18 alle 18,45 in una radiocronaca giornaliera. Foto e cronache sono tuttora contenute sul sito RAI-Radio3, all'indirizzo:
http://www.radio.rai.it/radio3/laviafrancigena/
Queste radiocronache verranno replicate, sempre su Radio3, dal 23 luglio al 14 agosto 2005, a partire dalle ore 10,50, in ogni sabato e domenica mattina. Sto cercando di scrivere la Cronaca di questa camminata del 2005 con i giornalisti RAI, così complessa (una vera avventura), per le molte associazioni coinvolte insieme con la GM. Le sezioni GM di Pinerolo e di Torino sono state coinvolte nella revisione
dei percorsi in Piemonte (attraverso la Val di Susa, partendo dall'abbazia di Novalesa) e poi nella guida delle loro 4 tappe, mentre noi della GM di Roma siamo stati coinvolti nella verifica e poi nella guida sulle nostre 13 tappe finali da Siena a Roma, accompagnando non solo i giornalisti RAI e i loro amici ma anche un folto gruppo di amici e soci GM (di Venezia, Modena, Roma) che variava giornalmente tra le 25 e 35 presenze. Parlare di noi non è semplice, parlare del coinvolgimento di altri (guide, giornalisti, partecipanti vari, ecc..) e' arduo... :-)) Ma piano piano riuscirò a confezionare qualcosa, per ricordare questo evento. Forse, finalmente, sta per uscire (previsione 5 luglio '05) la nostra nuova guida francigena: "I Sentieri lungo la Via Francigena, da Siena a Roma" che illustra - con testi, mappe, foto, informazioni varie-, oltre alle tappe del percorso di Sigerico, anche molte altre interessanti varianti laziali. Mi chiedi di inviarti qualcosa di scritto sulla "Via Francigena". Non saprei fare una scelta! Se dai un'occhiata sul mio sito, nella sezione "Aggiornamenti su attivita' francigena", all'indirizzo:
<!--[if !supportLineBreakNewLine]-->
<!--[endif]-->
http://www.eneafiorentini.it/ifranagg/ifranagg.html
troverai pagine e pagine scritte sull'argomento. Le cose più belle, per me, sono le "cronache" delle varie camminate che abbiamo continuato a fare sui vari tratti della "nostra" Via dal 1999 ad oggi. Alcune di queste "cronache" sono state scritte da me, altre da soci di altre sezioni GM, ma tutte hanno trovato posto in questa sezione del mio sito, corredate da molte foto, per dare un segno di continuita' ad un lontano progetto, ad una speranza di valorizzazione di un importante itinerario storico-culturale italiano. La cronaca della camminata del 2004 (alla quale hai partecipato anche tu) e' stata scritta da Bruno Romanelli (sez. GM di Venezia), ma anch'essa e' pubblicata sul mio sito. Molti brani di testo e molte foto, che ho inserito per completare il testo di Bruno, sono miei. Un'altra bella "cronaca", scritta a quattro mani (mie e di Giuliano Borgianelli Spina) descrive le vicende relative alle camminate in Toscana nel 2003, in Valdinievole e in Valdelsa. Di questa cronaca esistono due versioni: una seriosa e una piu' divertente, tradotta da Giuliano in un "ipotetico" linguaggio dei pellegrini medioevali. Se dai un'occhiata a queste pagine sicuramente ti divertirai. L'indirizzo della versione "medievale" è:
http://www.eneafiorentini.it/ifranagg/ifranagC2.html
Tra le pagine della sezione citata, c'e' un poema di vago sapore mitologico,
una vera poesia scritta in dialetto romanesco dal nostro poeta-filiosofo-camminatore: Giuliano Borgianelli Spina che si diletta e ci diletta in questo tipo di racconti che prendono lo spunto, spesso, da fatti realmenti accaduti durante le nostre escursioni.
Il "poema" si chiama: "La Ballata della Scrofa Falisca" e prende lo spunto proprio da eventi capitatici nella camminata sulla Via Amerina del 2000. Con noi c'era un folto gruppo di camminatori, tra cui veneziani, modenesi, piemontesi, ecc.. e stavamo inaugurando un percorso nuovo in una zona di forre selvagge a nord di Roma..
Sono convinto che la "Ballata" meriti di essere conosciuta. La puoi leggere (e divertirti) sulla pagina del mio sito, nella stessa sezione su indicata, all'indirizzo:
http://www.eneafiorentini.it/ifranagg/ifrabafa.html
Insomma, trova un po' di pazienza, dai un'occhiata a questi testi e poi fammi sapere....!!
Al di fuori delle "Cronache" francigene, ho scritto qualche altra cosa... Un contributo per il gruppo di Ufficiali degli alpini, ex-allievi della SMAlp (Scuola Militare Alpina di Aosta) in occasione del 40° anniversario del nostro 40° Corso AUC, che presto vedrà la luce in un libretto fuori commercio. Ma anche molti racconti, che parlano di montagne o che hanno come sfondo le stesse o ambienti naturali. Questi li puoi trovare nell'apposita sezione: "I miei racconti", all'indirizzo:
http://www.eneafiorentini.it/iracc/gen_irac.html
Alcuni di questi sono già stati pubblicati su alcuni siti "online", altri solo sul mio. Di questi, non ti saprei indicare quello che preferisco poiché ognuno mi ricorda momenti particolari. Forse per l'ultimo racconto, dal titolo: "Libro di Vetta", ho una certa predilezione poiche' l'ho scritto un po' per salutare il Gran Sasso e le sue vette, alla vigilia di lasciarlo (dopo 30 anni di assidua frequentazione) per fare ritorno in Valle d'Aosta. Questo racconto presenta un interessante link ad un archivio di frasi e citazioni, ricavati dai vari libri di vetta recuperati dalla cima piu' alta del Corno Grande (la Vetta Occidentale m.2912 slm). Il recupero, la sostituzione e la gestione dei libri di vetta di questa cima sono curati dalla GM di Roma. Questo racconto, un po' curioso, si trova all'indirizzo:
http://www.eneafiorentini.it/iracc/irac_vetta.html
Spero di averti stuzzicato un po' la curiosita'... :-))
A presto! Un saluto da Enea
Gianni Celati
vince il
Supercampiello
Shakespeare, nel IV atto de “La Tempesta”, fa dire a Prospero: "Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata dal sonno". Pedro Calderon de la Barca, in “La vita è sogno” fa trasportare il principe Sigismondo (addormentato) dalla torre in cui è prigioniero alla corte di re Basilio, suo padre, che vuole metterlo alla prova. Sempre nel sonno lo fa poi ricondurre al luogo da cui era stato prelevato, dove Sigismondo crederà di aver sognato tutto. Poiché, tuttavia, il sogno gli apparirà verosimile quanto la realtà a cui è tornato, ne dedurrà che anche questa sia mera illusione: "La vita non è che un sogno dal quale ci si risveglia con la morte."
Il tema di ‘Fata morgana’ di Gianni Celati, vincitore del prossimo Supercampiello (così leggo nella mia sfera di cristallo:-) ), è un viaggio nell'ignoto paese dei Gamuna, che, shakesperiani pure loro, considerano la vita da svegli come 'la grande allucinazione del mondo'; mentre, quando dormono, hanno la sensazione di entrare in una dimensione meno ingannevole, molto più reale.
Nell’incontro con il pubblico al Future Centre di Venezia, Celati ha confessato di aver scritto “Fata Morgana” ben 19 anni fa, ma di averlo considerato “maturo per la pubblicazione” solo di recente. Ha aggiunto, anzi, di averlo capito fino in fondo quando lo ha riletto nelle bozze di stampa. L’intervistatore Renato Pestriniero ha esordito dicendo: “So che lei insegna letteratura anglo-american… ". E Celati: “Errato, non insegno più”. “Sì, ma lei, professore… ". E Celati: “Non sono più professore, ma solo ex-professore”. “Be’, allora non so come chiamarla”. Risposta: “Mi chiamo Gianni Celati”, eccetera. Poi, prendendo la parola, il vincitore del prossimo Supercampiello ha ricordato di essere affascinato da sempre dai libri di viaggio, soprattutto se fantastici, di averne tradotti molti, per esempio Gulliver, di aver desunto la concezione della vita come illusione da suo padre, di aver sempre pensato che la letteratura non serva tanto a far esprimere gli autori, quanto ad aiutare gli uomini a studiare la vita. Si è dichiarato appassionato di fantascienza, il cui futuro – assicura - starà soprattutto nell’indagare il nostro spazio interiore, più che l’outer space. A differenza della narrativa tradizionale, che funziona in base al meccanismo dell’identificazione del lettore con i personaggi, la fantascienza sfrutta il meccanismo contrario, quello dello straniamento, in base al quale il lettore deve prendere soprattutto atto dell’estraneità/ difformità di un personaggio rispetto a se stesso. Nella sua produzione narrativa, come nella sua attività di lettore e traduttore, il suo interesse ricorrente è sempre stato “l’avventura alla scoperta dell’altro, il distacco comico dal mondo delle certezze e delle percezioni ordinarie”.
P.S. Quando gli ho porto una copia del libro per l'autografo, visto che esitava dopo aver scritto "Lucio", gli ho suggerito di aggiungere "a non lucendo". E così ha fatto:-)
… e al primo starnuto fu subito Big Bang.” La battuta non è mia, ma di Ennio Cavalli, giornalista della Rai (pure lui!) in odore di Campiello. Per l’esattezza, è quello che intervista i vincitori del Nobel nelle cerimonie ufficiali di consegna dei premi. La battuta, dicevo, appartiene al volumetto La Bibbia in lattina, che ha per sottotitolo ‘versetti a strappo’. In esso il Vecchio Testamento è raccontato da un sacerdote cinico. Pare che Fellini amasse molto sia Cavalli, sia la sua scrittura, e così anche Sergio Zavoli. Il pubblico intervenuto alla presentazione di “Quattro errori di Dio” (questo il titolo dell’opera finalista al Campiello, Aragno editore), invece, è parso entusiasmarsi molto meno all’elenco delle cantonate prese dall’Ente Supremo. Cavalli, a dire il vero, teneva a mantenere una certa suspence sul contenuto del libro, ma l’intervistatore Giuliano Tamani, docente di Filologia ebraica all'Università Ca' Foscari di Venezia, non si è peritato di rompergli le uova nel paniere spiattellando tutti e quattro gli errori. Eccoli in disordine: 1° errore) IL DILUVIO UNIVERSALE. Nelle reali intenzioni di Dio avrebbe dovuto trattarsi soltanto di una Grande Nevicata Purificatrice, non fosse che poi la neve si sciolse con le conseguenze che sappiamo. (Vi fa ridere? A me non tanto.). Comunque gli uomini, benché fatti a IMMAGINE E SOMIGLIANZA di Dio (3° errore), avevano bisogno di una lezione per i vizi manifestati - contro le ingenue aspettative del loro Creatore -, soprattutto nei seguenti campi: il sesso (praticato in specialità quali la ‘piramide di Noè’), i soldi (ottenuti con ossa di animali, con conseguente strage di questi ultimi), la violenza (il peccato più grosso era togliere la fiducia nel futuro ai bambini costringendoli ad assistere a crimini efferati). Vi fa ridere? A me non tanto. Il 2° errore fu quello di scegliere un certo Khaled tra i 200 che avrebbero dovuto pronunciare il nome di Dio per assicurare all’umanità una serena evoluzione. Khaled, purtroppo, si intestardì e si rifiutò di farlo. Vi fa ridere? A me non tanto. Il 4° errore, infine, fu quello di inventare i dinosauri DOPO l’uomo. I dinosauri avrebbero dovuto frenare gli uomini, e invece furono da essi frenati e non solo, ma addirittura sterminati alla radice. Vi fa ridere? A me non tanto. Per il primo errore, ha precisato Cavalli, si potrebbe accusare Dio di strage meramente colposa, anziché dolosa. Vi fa ridere? A me non tanto. “In realtà”, ha aggiunto, “il mio libro vuole essere una satira contro tutti i fondamentalismi. Oserei definirlo un ‘ethic thriller’ o anche una ‘fiaba visionaria’”.
Non è finita. La vera origine dei tre grandi MONOTEISMI, secondo Cavalli, è questa: Mosè era orfano di padre, Maometto pure, Gesù dotato solo di un padre putativo. Fu così che tutte e tre le personalità, in tempi diversi e ciascuna a suo modo, nella loro freudiana ricerca di un padre finirono con il postulare l’esistenza di un Padre Supremo, rispettivamente D-o (nelle scritture sacre dell’Ebraismo il nome della divinità viene scritto così per rispetto), Dio (Cristianesimo) e Allah (Islamismo). (A molti spettatori è tornata subito in mente l’affermazione di papa Luciani: “Dio è anche madre”). Pare che in “Quattro errori di Dio”, che confesso di non essere troppo impaziente di leggere, a un certo punto Dio si proclami addirittura Primo Ateo, adducendo che per credere in Dio bisogna essere uomini. Vi fa ridere? A me non tanto.
Come fuoco d’artificio finale Ennio Cavalli ha definito la sua opera una sorta di via di mezzo tra il Fellini di “E la nave va” e l’Hitchcock de “Gli uccelli”. Vi fa ridere? A me non tanto…