(ALLA MANIERA DI WUMING1)
da "NEW THING"
ROWDY-DOW
Nella seconda metà degli anni Cinquanta arrivò la new thing, che per noi fu la liberazione dei suoni. La vittoria di Franca Raimondi al festival di San Remo con Aprite le finestre di Pinchi-Panzuti era stata ingiusta. Solo il secondo posto – cazzo! - per Tonina Torrielli nel 1956. Eppure il suo pezzo, Amami se vuoi, era firmato Panzeri-Mascheroni.
GREEN MAN
Il duello Raimondi-Torrielli era stato una sorta di rissa tra cani, anzi, gli istanti che precedono una rissa tra cani. Li senti da dietro l’angolo e t’immagini la scena, i padroni che tirano i guinzagli e chiamano i cani, e quelle due che azzannano l’aria, cercano di avventarsi l’una sull’altra, strattonano, ringhiano, latrano, sbavano, e le voci dei padroni che ordinano di smetterla, fanno lavorare i bicipiti, parlano ai cani manco fossero cristiani ma in fondo non ci credono, recitano. La verità è che sono fieri della forza e dei coglioni delle loro bestie, ridono sotto i baffi…
ROWDY-DOW
Quello che soprattutto mi strizzava i lombi, a proposito della Torrielli, era il fatto che la chiamassero “la caramellaia di Novi Ligure”. Per noi era “la musica”, punto. Panzeri e Mascheroni ce l’avevano messa tutta a cucirle addosso il pezzo. Vittorio Mascheroni aveva conosciuto il primo successo con "Arturo e Lodovico" (1928), cui aveva fatto seguito "Bombolo" (1932). Mario Panzeri invece, si era messo in evidenza con l’inquietante “Maramao perché sei morto”. La voce della Torrielli dette la stura alle nostre orecchie. "È proprio un sogno, un sogno particolarmente dolce essere qui a Sanremo, cantare per questo immenso pubblico, sentire gli applausi, poter indossare questi bei vestiti”, dichiarò confusa e felice la bombonaia di Novi Ligure. Durante la sua esibizione erano state provocatoriamente distribuite delle caramelle al pubblico. "Non ero stata avvertita, e rimasi molto stupita", confessò Tonina ai giornalisti. I versi di “Amami se vuoi” divennero per noi una sorta di manifesto della new thing:
“Amami se vuoi,
tienimi se puoi,
io son l'amor che svanisce,
ma dei baci miei
non fidarti mai,
io son l'amor che ferisce...
e quando fra le braccia
mi stringi dolcemente
ancor più dolcemente ti dirò...
Amami se vuoi,
tienimi se puoi,
perché io son così.”
BLOOD WILL TELL
Nel 1957, però, la Torrielli scivolò pericolosamente al terzo posto con “Scusami”, di Biri-Malgoni-Perrone, forse perché aveva dovuto cantarla in coppia con Gino Latilla. La vittoria arrise al kinguccio Claudio Villa, spalleggiato dal napoletano Nunzio Gallo con Corde della mia chitarra, di Fiorelli-Ruccione. Villa, peraltro, si accaparrò anche il secondo posto con Usignolo di Martelli-Castellani-Concina, presentata in tandem con Giorgio Consolini, che appena tre anni prima, con la coraggiosa “Tutte le mamme” (“Son tutte belle le mamme del mondo quando un piccino si stringono al cuor!”), era arrivato primo. Ma per me la voce di Tonina restava il suono della Creazione. Era primordiale. Se Dio c’era, me lo figuravo come una caramella fatta da lei. Poi, la tragedia. Nel 1960 Tonina Torrielli sposò Mario Maschio, allora batterista dell'Orchestra Angelini.
GREEN MAN
Il 1964 fu l’anno del “risveglio spirituale”, l’anno di Gigliola Cinquetti. Gigliola era nata a Cerro Veronese il 20 dicembre 1947 e si era fatta notare l’anno prima al concorso di voci nuove di Castrocaro. Gigliola era Michelangelo, scolpiva l’aria, toglieva tutto ciò che non somigliava alla musica che aveva in testa. “Non ho l'età non ho l'età /per amarti non ho l'età/ per uscire sola con te”, era il suo sconvolgente refrain. Cavalcava accordi che non capivi cos'erano, note che sembravano giocare a nascondino e sbucare da dietro il pianoforte per sorprendersi a vicenda. “E non avrei,/ non avrei nulla da dirti/ perché tu sai/ molte più cose di me”. Ma Gigliola capiva, sì, e creava sculture con il suo gorgheggio, faceva spuntare ora un braccio, ora una gamba. Una specie di sonar, le note rimbalzavano su oggetti invisibili e ne rivelavano i contorni. La sera mi perdevo in quei miraggi, dormivo al massimo tre ore per notte ma stavo da dio, mi mettevo a lavorare e non perdevo un colpo, cazzo, il mondo appeso a un filo.
ROWDY-DOW
Dentro la nostra musica c'erano troppe cose per un solo paio d’orecchie. Il mare che separa dall’Africa, conchiglia sull’orecchio e sentirla là in fondo, l’Africa. Per me il 1964 fu soprattutto l’anno di “Abbronzatissima” di Edoardo Vianello. Fu allora che decisi di diventare "nero": "Say it loud, I'm tanned and I'm proud!"
A Abbronzantissima
sotto i raggi del sole,
come è bello sognare,
abbracciato con te.
A Abbronzantissima
a due passi dal mare,
come è dolce sentirti
respirare con me.
Accettare il color bronzo della faccia, diventare – insomma - una “faccia di bronzo”, superare il complesso d'inferiorità: "Nero è bello". I Marcellos Ferial implorarono Edoardo di scrivere un pezzo tutto per loro. Edoardo, che dietro la maschera, il fucile e gli occhiali, era un buono, li accontentò. “Sei diventata nera” divenne l’inno del Tanned People di tutta Torvajanica: “Sei diventata nera nera nera/ Sei diventata nera/ Come il carbon!”. Madre Natura si scrollava di dosso la musica di Nilla Pizzi con le sue carinerie di merda (“Grazie dei fior, grazie dei fior, grazie dei fior... ”). La musica di Edoardo era la musica dei Watussi, era i versi dei babbuini e delle bertucce, era il gibbone che urla appeso al ramo.
Eccetera
Hans Christian Andersen: “Il violinista".
Fazi Editore, pagg. 364. Euro 16,50.
Bartolomeo Di Monaco ha letto e chilometricamente recensito
(in ben TRE puntate) ‘Il violinista’
di Hans Christian Andersen.
La recensione integrale è qui:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/09/hans_christian_3.html
Mi sono permesso di riassumerla per voi:
“Se questo romanzo del 1837, uno dei sei scritti da Andersen (1805 – 1875), è tornato in Italia, dopo tanti anni dalla sua prima ed unica uscita, avvenuta da noi nel 1879, lo si deve all’insistenza con la quale il traduttore e curatore Lucio Angelini ha difeso presso l’editore Fazi la validità ancora oggi di un testo come questo, scritto da quell’Andersen che ormai deve la sua fama mondiale esclusivamente alla qualità e al successo delle sue fiabe. Straordinario melange di realtà e finzione, Il Violinista è l'unione di più storie, alcune inventate alcune vere, che nel loro intrecciarsi cercano di dare conto del processo creativo. Così, la scelta di un dittatore fittizio di assumere un sosia s'interseca con i diversi ruoli che lo scrittore assume mentre crea una storia. E un personaggio inventato può lentamente fruire verso una persona reale, o viceversa, che regalerà dei tratti al personaggio; e il personaggio, a propria volta, si modificherà ancora in questo continuo, inevitabile incrocio tra realtà e fantasia. Solo la sensibilità letteraria di Hans Chrisian Andersen, l'arte di narrare e la capacità di comprendere e compatire l'umano potevano dare un frutto così compiuto e insieme radicalmente innovativo. Il violinista è un romanzo composito per i temi e la struttura, aperto per la molteciplità di punti di vista che si snodano in una narrazione insieme sinuosa ed avvincente dove finzione e autobiografismo, invenzione e vissuto si legano e si intrecciano in uno scambio continuo. Dal tema del sosia a quello della comunicazione (volendo, anche usenettiana), è una riflessione sui ruoli, sulla vita come beffardo gioco di maschere, come vano inseguimento di una identità. Ma è anche un raffinatissimo metaromanzo, riflessione del romanzo su se stesso, sugli imponderabili fattori che contribuiscono alla nascita dei personaggi e delle storie.”
Riassunto del riassunto. “Energia narrativa senza pause, vertiginosa libertà d'invenzione, un ritmo incalzante che alterna paura, comicità, orrore, parodia, mistero.”
Bart: grande!!!!, !!!!:-)

ALLA DERIVA
NEL PRESENTE
Per Philippe Daverio il Telecom Italia Future Centre di Venezia è ormai diventato una seconda casa. È sempre là, anche se spesso non da solo. Il pomeriggio del 26 ottobre, per esempio, aveva intorno a sé la psicoterapeuta rossa Maria Rita Parsi (rossa di capelli, intendo), il direttore responsabile del quotidiano “Libero” Alessandro Sallusti (rosso nemmeno un po’ e in nessun senso), il co-vincitore del premio Campiello ANTONIO SCURATI (nato a Napoli, cresciuto a Venezia, ma ormai trapiantato a Milano) , politicamente rosé.
Il tutto all’interno di Contrasti, ciclo di dibattiti imperniati su opposizioni elementari quali “Vecchi/Giovani” (tema del giorno), o “Uguali/Diversi” (la prossima volta), per dire.
Vd: http://www.futurecentre.telecomitalia.it/eventi/contrasti.shtml
Sempre mercoledì 26, in un’intervista rilasciata al Gazzettino, alla domanda se ‘Il Campiello’ cambi la vita, Scurati aveva risposto: “Be’, abbastanza, grazie anche alla combinazione fra il capitale culturale accumulato e sancito in quella serata e la polemica con Bruno Vespa… ma la televisione fatalmente tende a screditare gli intellettuali che ci vanno, come accelera – stando a Sennet – il declino dell’uomo pubblico… Ho ben presente che, andandoci, si diventa uno degli attori di questo sistema, e che c’è il rischio incombente di sperperare la propria credibilità. Non a caso, ho detto no a tanti inviti, accettando di partecipare solo a trasmissioni selezionate… [cut] Anche se non sono mai stato comunista, io mi sento di appartenere come discendenza culturale alla scuola di Francoforte, che fa coincidere una visione critica sulla società con una prassi operativa che impedisce all’intellettuale di confinarsi nella teoria. E questa prassi oggi passa quasi esclusivamente attraverso i media. È una delle contraddizioni in cui siamo imbozzolati: lo scrittore che si propone come elemento critico per questo ambiente sociale diventa al tempo stesso parte di quella bolla delirante di dibattiti e commenti sul mezzo televisivo promossi dal mezzo stesso… [cut]… UNA OFFENSIVA COME QUELLA DEL ’68 SAREBBE VIVIFICANTE PER TUTTI, ANCHE PER CHI DOVESSE SUBIRNE LA CONCORRENZA.” (Mio commento: “Cazzarola!”)
Ma torniamo al nostro dibattito su VECCHI/GIOVANI:
Daverio ha subito accennato all’imperante giovanilismo attuale, aggravato da una sorta di diffuso misoneismo (paura del nuovo). Tutti si sbattono per apparire il più giovani possibile, sottoponendosi a tal fine anche a dolorosi e non sempre migliorativi interventi estetici (si pensi all’ormai raccapricciante Maria Giovanna Elmi dell’ Isola dei famosi, che le treccine non ringiovaniscono affatto, anzi rendono ancora più grottesca).
Scurati ha accusato la cultura attuale di appiattirsi su un presente fine a se stesso, incapace di ricordare il passato e di progettare il futuro. Se ogni cultura è una RIDUZIONE DI COMPLESSITÀ (Levi-Strauss), ogni cultura dovrebbe anche elaborare un proprio codice attraverso il quale interpretare e comprendere il mondo. Noi, invece, oggi, non operiamo più alcuna riduzione del genere, ma ci limitiamo a galleggiare in un mare di cose simultanee. E una cultura schiacciata sull’immediato, che si accolla solo progetti a brevissimo termine, non può che risolversi in mera sopravvivenza, senza immaginare alcun domani. (È un po’ il tema del suo romanzo ‘Il sopravvissuto’). Nessuno progetta più nulla che resti nel tempo. “Si prenda Andreotti”, ha esemplificato Scurati, “grande vecchio della politica italiana: ha forse legato la propria ultracinquantennale presenza nelle stanze del potere a qualche grande OPERA che possa sopravvivergli?”
Il direttore Sallusti di Libero ha ricordato che il presente attuale, malgrado le lamentazioni dei nostalgici, è pur sempre migliore dei ‘presenti’ del passato: la scolarizzazione è più estesa, il benessere più diffuso, le invenzioni hanno ridotto la fatica e semplificato molti problemi. Certo, c’è un gruppo di VECCHI al potere che controlla l’economia e l’informazione, ma in fondo non si sta poi così male e soprattutto non si intravede alcuna classe di GIOVANI sufficientemente determinata a sostituirli alla guida della società e ad imprimere ad essa svolte creative. Tiè!
Scurati gli ha risposto che il giovanilismo è appunto una malattia tipica del giornalismo, abituato a occuparsi solo dei fatti del giorno. Tiè.
A quel punto Maria Rita Parsi ha scosso la rossa chioma e si è incazzata: il POTERE, ha detto, piace da sempre perché è il più potente antidoto che l’uomo conosca contro la paura della morte (“più potere ho, più posso ‘non morire’”, si illudono i potenti), ma se i giovani se ne stanno così buoni è solo perché li si è privati di ogni possibilità di pensare ad altro che a vivacchiare o sopravvivere. Nessuno ha investito in opportunità da offrire loro affinché possano mettere a frutto la propria creatività. Nessuno ha investito nella RICERCA. Da un lato è vero che anche la società, come gli individui, ha un suo inevitabile dna, fatto della storia, dei valori, dei progressi accumulati, dall’altro solo una società che sappia sviluppare CREATIVITÀ e ARTE può ricombinare il meglio del passato con le migliori suggestioni del presente per proiettarsi con vitalità verso il futuro.
Torniamo al nostro SCURATI, unico giovane (trentacinquenne, a dire il vero) invitato al tavolo del dibattito su ‘Vecchi e Giovani’. Io il suo libro (“IL SOPRAVVISSUTO”) non l’ho ancora letto, ma l’argomento mi sembra interessante. Lo copio dal sito della Bompiani:
Aggiungo una serie di giudizi apparsa in IBS
nico (03-10-2005)
Giap, il 4 luglio, scrive che questo è il peggior libro in circolazione. E' un opinione, certo. Dovessi trovarmi nei suoi panni, magari, direi «non mi è piaciuto per niente», non so... ripeto... questione di opinioni. Per quello che mi riguarda il libro mi ha letteralmente entusiasmato, per come Scurati cerca di penetrare a fondo nel malessere che ci circonda. Non solo giovanile (leggiamo attentamente quello che si dice a proposito degli insegnanti alle pagine 280 / 281). Ci meravigliamo dei «giovani d'oggi»? Ma cosa volete che esca con i genitori e gli insegnanti che ci sono in giro? Non tutti, beninteso... Mio figlio ha 13 anni e io non chiedo altro che fare il papà, il meglio possibile. Al diavolo il lavoro, al diavolo la scuola, al diavolo il mondo. Voglio stare con i miei figli, e che non mi si venga a parlare di malessere e disagio se non dopo un accurato esame di coscienza. Bel libro, Scurati. Leggiamolo tutti (insegnanti, ragazzi, genitori) e poi fermiamoci un po' a pensare. nico (03-10-2005) Voto: 5 / 5
Giorgio ghettobox@hotmail.com (10-06-2005)
A me il romanzo è piaciuto parecchio. Ha il raro pregio di saper porre le domande giuste, si impegna in un intreccio di tematiche tanto importanti quanto trascurate dalla maggior parte degli scrittori di successo..delinea forme e colori del mondo post 11-settembre, un mondo in cui siamo tutti vittime di un potenziale attacco. è scritto bene, con uno stile lucido, composito ed elaborato (a tratti, è vero, eccessivamente cerebrale..). Oltre a tutto ciò è assolutamente notevole la costruzione del personaggio di Vitaliano.. Quanto al "succo della storia" da te esposto, Silvia, secondo me ti sbagli. Non lo devi analizzare da un punto di vista così ristretto..la morale finale non si spegne nella vita di Marescalchi, al suo fallimento nella vita..è un messaggio di più largo respiro. Respiro che Scurati ossigena nelle dotte e acute riflessioni scritte nelle pagine e che si risolve con lo sforzo finale..col proviamoci nonostante tutto..(ma vai a vedere in che giorno Marescalchi ritorna nella aule per insegnare storia e filosofia..non è un giorno come gli altri.) Voto: 4 / 5
SILVIA LO GIUDICE 111159@libero.it (29-05-2005)
Ho comprato il libro convinta dalla entusiastica recensione di Sergio Pent su Tuttolibri. Salvando alcune pagine, il romanzo è inutile: non dice niente che non si sappia sul mondo della scuola nè soddisfa il lettore nella curiosità di sapere per quale motivo il ragazzo, destinato a una seconda bocciatura, ha massacrato la sua commissione d'esame, tranne il suo insegnante prediletto. Lo stile, inoltre, è ridondante, ingiustamente prolisso. 370 pagine sono decisamente troppe per un romanzo che offre solo dei barbagli momentanei. Il succo della storia sembra essere questo: alla fine delle elucubrazioni del solerte professore Marescalchi, che tutto dà e tutto consente al suo alunno prediletto in nome di una fiducia in lui incondizionata, non c'è nessun motivo valido per cui l'assassino ha ucciso, e lui, il sopravvissuto, è un fallito nell'insegnamento e nella vita che non può far altro che continuare a vivere "giorno per giorno, e solo di fronte al cielo". (A. Camus, citato a pagina 366). Voto: 2 / 5
Marco (19-09-2005)
Il libro ha vinto il Premio Campiello. Auspico anche per questo che si possa aprire un dibattito pubblico vero e libero sui temi che il libro tocca con un linguaggio ricco e articolato: la scuola, lo scontro generazionale, la assenza di ideali, la incapacità di capire e di riflettere sul ns destino. La predominanza del sistema massificante della televisione tritura la realtà in un indistinto appiattimento che sacrifica tutto sull'altare dell'audience e del business. Non c’è una voce intellettualmente forte che schiuda le coscienze sullo spirito dei tempi in cui l'unica verità è quella che emerge dai mezzi per riprodurre la realtà, in cui tutto è pilotato sagacemente, mistificato e deformato per un qualche interesse di parte, la gente non ha piu' un opinione né informazioni vere e dirette ma solo mediate. In questo scenario apocalittico la scrittura di Scurati si fa sempre più acuta e grottesca, in un crescendo disperante di ricerca delle causa del male. Prima che sia troppo tardi, prima che tutti entrino nel vortice vorace e distruttivo che ha travolto Vitaliano (l'assassino protagonista), ma il seme del male è già dentro di noi e saremo.. carnefici, vittime di noi stessi o forse c’è una soluzione? Voto: 5 / 5
E giro a voi la domanda: come vi è parso? L’avete trovato prescindibile o imprescindibile? Lento o rock?

LA NONNA DI GIAMBOJET e IL MESTIERE DI SCRIVERE
Rubo da http://giambojet.splinder.com/ due post impagabili:
- Elora, gheto deciso queo che te voi fare de lavoro?
- E ciò! A voio fare el scritore.
- El scritore, ma sito mona? No sarà mina un lavoro fare el scritore?
- Certo che xe un lavoro... varda che xe fadiga scrivare!
- Fadiga? Scrivare? Va a contargheo a un muradore.
2) La Leciso (featuring me nona)
- Ciò Carlo, ti che te sè, chi xea sta Leciso?
- La xe na vaca... la xe so moiere de Albano.
- Albano Carisi? Ma nol gera sposà co Romina Pauer?
- Eh, tempo fa. 'Desso i ga divorsià... ciò, ma no te la vardi la television?
- Cossa vuto ca varda la television ca so orba. Al massimo 'scolto Radio Maria.

PASOLINI E I FRITTI CORSARI
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Per il TRENTESIMO ANNIVERSARIO della morte di Pasolini c’è chi ha proposto dei flash-mob [ http://www.bravuomo.it/2005/10/10/il-2-novembre-2005/ : “il 2 novembre propongo quindi di trovarsi tutti nella piazza principale della propria città, muniti di megafoni, altoparlanti, microfoni, o anche solo voci spiegate, muniti inoltre di una copia in buono stato di “scritti corsari”, e a una data ora da concordare, aprire la suddetta copia a pagina 88 (circa, 88 sull’edizione che tengo io), e leggere tutti insieme in coro forte che tutti sentano “io so. io so i nomi dei responsabili…” eccetera], chi commemorazioni più paludate.
Il sito www.pasolini.net segnala che a MADRID “tra il 15 settembre e il 30 ottobre 2005 il Círculo de Bellas Artes si unisce alle commemorazioni per il trentesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922-Roma, 1975), e lo fa dedicando al grande intellettuale italiano l'omaggio più completo e prestigioso di quanti se ne celebreranno il prossimo autunno in Europa, Italia compresa. Un omaggio straordinario e generoso - com'è dovuto -, poiché si tratta di un artista che, malgrado la fama raggiunta, riserva tuttavia molte "sorprese" al pubblico spagnolo. Il nucleo centrale degli eventi programmati è la mostra Pier Paolo Pasolini. Palabra de corsario (Sala Goya, dal 15 settembre al 30 ottobre), un insieme di circa 500 documenti, tra cui: manoscritti di poesie, di saggi e di articoli: una selezione di 30 disegni originali; 130 fotografie, provenienti per la maggior parte dall'archivio personale dell'artista; una selezione di libri della sua biblioteca privata annotati; prime edizioni delle sue opere; quaderni di appunti; una selezione di riviste che Pasolini promosse, diresse o con le quali collaborò; traduzioni; poesie scritte in una "lingua inventata" [quasi castigliano]; poesie in friulano; esemplari d'epoca di quotidiani su cui Pasolini pubblicò i suoi saggi polemici, le sue critiche e riflessioni su letteratura, arte, politica, società, ecc.; copioni cinematografici; lettere a Pasolini; un montaggio audiovisivo di interviste con l'artista; il sito pasolini.net in rete... La Mostra, che sarà la più grande finora realizzata su Pasolini, ha contato sulla consulenza scientifica e la generosità di Graziella Chiarcossi, cugina, erede e studiosa di Pasolini.”
Qui a Venezia, invece, a Pasolini si allude solo di striscio nello slogan di una serie di incontri tra scrittori, artisti, vignaioli ed esperti di cucina: “FRITTI CORSARI E LIBERE INCURSIONI TRA CUCINA E CULTURA”. L'idea è di Flavio Birri, la curatrice del programma Irina Freguia. Prendo da “Il Gazzettino” di ieri 25 ottobre:
“L’osteria VECIO FRITOLIN, in calle della Regina a San Cassiano, era il più antico ‘fritolin’, nato agli inizi del secolo scorso e proseguito, con uguale ispirazione, fino al 1970. Poi un periodo di tramonto e ora il rilancio, anche se i tempi, ovviamente, sono molto mutati… Il locale è ricco d storia, situato in una calle veneziana dove ebbe i natali la regina di Cipro Caterina Cornaro e il suo nome rimanda alla tradizione dei ‘fritolini’, dove si poteva acquistare il pesce fritto per mangiarlo a casa o sul posto di lavoro. E così Irina Freguia ha fatto rivivere la tradizione del ‘scartosso de pesse’, anche, se lo si desidera, da passeggio... Giovedì 17 novembre è previsto un incontro sul tema: ‘DEI DELITTI E DELLE CENE’.”

ORFANI E' MEGLIO?
SCORPACCIATA DI SCRITTORI
AD ALTA VOCE
Ne ha dato notizia anche librialice:
http://www.librialice.it/news/primo/adaltavoce.htm
Vedi anche:
http://www.adaltavoce.it/index.php?pag=venezia
"
L’anno scorso, oltre 5 mila amanti dei libri di tutte le età avevano seguito in città le letture di “Ad alta voce”, promossa da Coop Adriatica in collaborazione con il Comune di Venezia e il supporto dell’Actv e del Centro internazionale del libro parlato Adriano Sernagiotto. L’edizione 2005 della maratona vedrà importanti ritorni – come quelli di Roberto Bianchin, Ferruccio Brugnaro, Ugo Cornia, Diego De Silva, Giovanni Del Ponte, Enrico Palandri, Massimo Palladino, Paolo Puppa, Helga Shneider, Patricia Zanco – e molte novità, a partire da Dacia Maraini, Carlo & Giorgio, Paolo Maurensing, Federico Moro, Livio Vinello. Come ogni anno - per sottolineare che la lettura non è un’attività per pochi e che nessuno dovrebbe esserne escluso - “Ad alta voce” si svolgerà in scenari diversi e inconsueti: alle Poste centrali, in Stazione, ma anche in carcere, alla Mensa Caritas Betania, nelle case di riposo, in vaporetto.
Complessivamente, sono oltre 70 i poeti, scrittori e attori protagonisti delle tre tappe di “Ad alta voce”, che il 29 ottobre approderà anche Bologna con le letture, tra gli altri, di Roberto Citran, Michele Serra, Giovanna Zucconi, Umberto Orsini, Lella Costa, Pino Cacucci, Grazia Verasani e Nico Orengo, e per i più piccoli Geronimo Stilton. Il giorno prima, venerdì 28 ottobre, farà da palcoscenico alla maratona anche Cesena [Barbieri, non mancare!, n.d.A.], dove sono previste dieci letture in quattro luoghi."
Vi dico quello che ho assaggiato io: alle 12.30 alla stazione ho visto e ascoltato soprattutto Neri Marcorè, che ha scelto brani da Nabokov (l’addio a Lolita, più frammenti di Frammenti di un discorso amoroso di Barthes). Piccola folla plaudente. Come dimenticare il suo Conte Swarosky all'Ottavo nano televisivo e le recenti parodie del ministro Gasparri? L’annunciata Melissa P. era in forte ritardo aereo da Francoforte (quelli che contano sono tutti là alla Buchmesse, in questi giorni, mica a farsi le seghe nei blog come noi) e l’appuntamento con lei rinviato al pomeriggio. In compenso c’era Stefano Tassinari, che si è buttato sui desaparecidos. Mi sono chiesto se sia parente di Luca Tassinari...
Alle 1800 sono andato al teatro Toniolo di Mestre per la grande scorpacciata finale di autori: presentava Roberto Bianchin, corrispondente veneziano di La Repubblica. Davide Riondino ha fatto letture alla Paolo Poli (su certi fiori sporcaccioni), Melissa P (finalmente giunta: piccoletta, castana, in calzoni attillati) si è buttata su Agata Kristof (agghiaccianti brani dalla Trilogia). Se l’è cavata dignitosamente. Enrico Brizzi ha letto Ingeborg Bachmann, con voce grave, chiarendo che non crede all’ispirazione (come è di moda a Bologna dopo Wu MingJ, bensì al lavoro artgianale: yawn). La più applaudita (per le sue doti di attrice, soprattutto) Patricia Zanco, che somigliava curiosamente a Tiziano Scarpa (forse per via della testa pelata): ha letto un pezzo struggente su una certa Macabea da un romanzo sudamericano ormai irreperibile e purtroppo fuoristampa, ha lamentato.
Prima di andare al Toniolo ero passato alla Feltrinelli di Mestre dove:
1) non ho trovato l’Anno Luce di Genna;
2) ho acquistato New Thing di WuMing1 (14 euro, 200 pagine)
Al rientro a casa, New Thing era già stato rapidamente scorso sui vari mezzi di trasporto alternati tra andata e ritorno: gran lavoro documentario, certo, ma nel complesso, e LO DICO CON DOLORE perché stimo Roberto Bui, non mi ha acchiappato nemmeno un po’. Artigianale, cazzo, troppo artigianale… e quasi per niente ispirato, malgrado un piccolo omaggio ad Allan Poe. Ma la conclusione è bella. Sentite:
Sonia è là fuori nel grande ovunque. [cut]…
Puoi cercarla, trovarla… Legare zavorra al suo nome, imbrigliare le storie in un reticolo di rughe. Non te lo impedirà, è stanca, lo dice l’epistola di Lucilio.
Oppure puoi lasciarla libera, leggenda spinta dal vento, sorella dei cespugli del deserto: li vedi rotolare e raccogliere polvere, ossicini, cartacce, insetti morti…
Nessuno sa dove vadano a finire.
Sono come libri che raccontano distanze.
FINE
Vi pare il caso di sprecare un così bel finale per un romanzo così algido?:- )

> È una cosa insensata volere immortalare in un libro la breve vita di un figlio?
Un libro, oggi, non IMMORTALA proprio nessuno (escono oltre 60.000 nuovi titoli l'anno). Dura lo spazio di un mattino e il più delle volte scompare senza lasciare traccia. Costruisci, piuttosto, un album di fotografie e di ricordi ***per te*** e per quanti l'hanno conosciuto.
RISPOSTA della signora Nisco6:
> Con tutto il rispetto per il tuo dolore, mi sembra un'idea demenziale commissionare ad altri l'espressione di sentimenti che solo tu hai potuto provare.
Se volevi scoraggiarmi, ci sei riuscito in pieno. Tuttavia, non ho ritenuto "dementi" quelli che lo hanno fatto, raccontando il loro personale dolore per la perdita e considerando che non è la storia a essere importante bensì il messaggio che vuole trasmettere. Giuliano era un ragazzo "speciale" (forse per ogni mamma il proprio figlio lo è ). Era bravo, buono, intelligente, studioso, responsabile, ma soprattutto era un ragazzo con un'immensa voglia di vivere. Ma speciale forse lo è diventato quando si è ammalato, e con lui speciali tutti quei bambini e ragazzi che hanno provato il calvario di una così devastante malattia che li ha portati inesorabilmente a vivere consapevolmente e lucidamente la fine della loro ormai fragile vita. E siccome è stato un eroe un' “Opera letteraria” la meriterebbe, ma conoscendolo bene, si accontenterebbe di molto meno!
Comunque grazie lo stesso per la tua opinione.
> Tuttavia, non ho ritenuto "dementi" quelli che lo hanno fatto
Chi può negare il valore di 'Cronaca familiare' di Pratolini (anche nella trasposizione cinematografica di Zurlini), o di 'Pianto antico' del Carducci? Demenziale, secondo me, è l'idea di ricorrere a un ghost-writer. Quanto alla 'morte per tumore' o per Aids o per qualsiavoglia altra malattia, è un ingrediente già ampiamente sfruttato in letteratura e nel cinema (‘Love story’, ‘Anonimo Veneziano’...)
> tutti quei bambini e ragazzi che hanno provato il calvario di una così devastante malattia che li ha portati inesorabilmente a vivere consapevolmente e lucidamente la fine della loro ormai fragile vita.
Certo, ma perché volerne fare A TUTTI I COSTI dei personaggi anche letterari?
ALESSANDRO MAIUCCHI A NISCO6
> Se volevi scoraggiarmi, ci sei riuscito in pieno.
Non devi scoraggiarti. Spetta solo a te decidere come commemorare al meglio la vita di tuo figlio. Se per validi motivi tuoi ritieni che sarebbe giusto farlo attraverso un libro, e persino che questo libro debba scriverlo un altro, fallo e basta. Fai tesoro dei consigli che ti vengono offerti su questo gruppo, al quale hai fatto bene a rivolgerti, ma senza lasciarti scoraggiare al punto da rinunciare al tuo progetto. Considerali semplici consigli tecnici.
> un'Opera letteraria" la meriterebbe, ma, conoscendolo bene, si accontenterebbe di molto meno!
Io nel tempo libero scrivo. Mio padre è morto (tumore al pancreas, ancora oggi il peggiore) quando avevo 18 anni, ora ne ho 37. La sorella di una mia amica, che ho visto praticamente nascere, è morta a 13 anni per la stessa malattia. Questo per dirti che mi rendo conto di cosa parli, e so di non arrivare a comprendere un decimo di quello che provi e spero di non doverlo provare mai. Detto questo, a mio avviso dovresti scrivere tu, con le tue forze, senza aiuti esterni. In questo modo curerai te stessa scendendo a patti con quello che è successo. Quando lo avrai fatto, e se ancora ne sarai convinta, contatta un editor e chiedi cosa ne pensa. Solo a quel punto - eventualmente - scenderà in campo uno che scrive per vivere, che renderà fruibile ciò che tu avrai scritto. Quanto all'insensibile Lucangel, a Roma si dice ‘Speriamo che quando il Male mio e' vecchio, il male tuo e' giovane...’. A te dico: ti sono vicino. Sfoga la tua rabbia e il tuo dolore, perché altrimenti ti devasteranno dentro. Sfogarsi scrivendo lo ritengo un'ottima cura. Se ti serve un aiuto letterario o umano, scrivimi.
LUCANGEL A MAIUCCHI
> Quanto all'insensibile Lucangel
Ci avrei giurato che qualche cretino in malafede non avrebbe tardato a deprecare la mia mancanza di ipocrisia. Ho ben chiarito (vai a rileggere) di essere sensibile, sì, al suo dolore, ma non alla sua pretesa di trasformarlo a tutti i costi in opera letteraria (cito le parole di Nisco: “pur non sapendo nemmeno da che parte incominciare”). Invece di ASSOLDARE un ghost-writer (ad esempio l'inedito Maiucchi), Nisco6 farebbe meglio - chessò io? - a destinare una somma a favore di un bambino povero, o di un ente di ricerca per la cura dei tumori ...
ANNA LAMBERTI BOCCONI A LUCANGEL
> Ci avrei giurato che qualche cretino in malafede non avrebbe tardato a deprecare la mia mancanza di ipocrisia.
Ma chi sei tu per dire cosa farebbe o non farebbe meglio a fare una persona? E che razza di moralismo fai mettendo in maiuscolo la parola "assoldare"? Poi: non si tratta di creare a tutti i costi un' "opera letteraria", ma di dare voce scritta e sensibile a un ricordo, di mettere Su carta il ritratto di una persona. Nisco6 invece dimostra umiltà come valore e purezza d'animo, riconoscendo che vorrebbe un libro su suo figlio, ma non sa scriverlo, e chiedendo aiuto; la pretenziosità sta da
ben altre parti. Poi non mi piace la sfumatura di sufficienza in quel "l'inedito Maiucchi". Abbiamo gente "edita" che non vale una cicca, gente inedita molto sensibile e brava, gente edita che non va in giro a vantarsene e quindi non è nota e la si può scambiare per inedita. In sostanza: "cretino in malafede" puoi dirlo a tuo nonno. Per il resto ciao
LUCANGEL AD ANNA LAMBERTI BOCCONI
> di mettere su carta il ritratto di una persona.
Veramente Nisco6 ha usato il verbo "IMMORTALARE": comprensibile, nel suo stato, il desiderio di prendersi una rivincita (l'***immortalità*** del personaggio letterario contro la brevità dell'esistenza del personaggio reale), ma oggettivamente non assecondabile:-/
> Nisco6 invece dimostra umiltà come valore e purezza d'animo, riconoscendo che vorrebbe un libro su suo figlio, ma non sa scriverlo, e chiedendo aiuto;
Nisco6 è perfettamente in grado di scrivere un quaderno di ricordi, se l'uso dev'essere quello dello sfogo personale. Se il suo obiettivo, invece, è l'immortalità, è liberissima di illudersi che potrà perseguirla assoldando uno scrittore, ma anch'io di farle capire che non sarebbe la strada giusta. Perché, poi, un libro, e non un quadro o una scultura? Potrebbe più agevolmente rivolgersi a un ritrattista, o a uno scultore (Beneforti?), a mio avviso:-/
> Poi non mi piace la sfumatura di sufficienza in quel "l'inedito Maiucchi".
Se la pretesa è quella dell'immortalità, un autore inedito rende ancora più difficoltoso il perseguimento dell'obiettivo. Dopo il CERCO AUTORE, Nisco6 si vedrebbe ineluttabilmente costretta a un nuovo appello: CERCO EDITORE, a meno che non fosse disposta a ricorrere - anche in quel caso - a un editore A PAGAMENTO. Ma dalla padella - ahimè - cadrebbe nella brace: più che l'immortalità gli editori a pagamento, infatti, assicurano lauti introiti a se stessi e nessuna circolazione delle opere stampate.
> In sostanza: "cretino in malafede" puoi dirlo a tuo nonno.
A mio nonno? E perché poverino? Insensibile!!!
MAIUCCHI A LUCANGEL
> Ci avrei giurato che qualche cretino in malafede non avrebbe tardato a deprecare la mia mancanza di ipocrisia.
Non sono cretino né in malafede. Tu sei poco sensibile.
LUCANGEL A MAIUCCHI
> Tu sei poco sensibile.
Oh, come hai ragione. Se solo avessi avuto un briciolo di sensibilità, non avrei dovuto esitare ad esclamare: "Signora Nisco6, che bell'idea! L'Italia è piena di pennivendoli (benché curiosamente deserta di lettori), smaniosi di cogliere qualunque pretesto pur di esibire i propri muscoli letterari. Gli editori a pagamento, poi, sono già tutti schierati in tua attesa. Volendo, ci sarebbero anche delle sensibilissime maghe (tipo quelle segnalate a Striscialanotizia), capaci di metterti in comunicazione diretta con il tuo sfortunato figliolo. Non lesinare i milioni, dunque: l'immortalità non ha prezzo!!!
NISCO6
Prima di tutto volevo ringraziare tutti voi per l'interessamento al mio problema. Durante tutto questo mio percorso di sofferenza oltre ad immergermi nella lettura di libri e saggi relativi al dolore, ho dato libero
sfogo scrivendo appunto, cercando di esprimere a parole quello che oso
definire la "vera tragedia della mia vita". E se dicono che scrivere (lo sostiene anche il mio psicologo) sia terapeutico, non mi basta perché io sento il bisogno di realizzare concretamente qualcosa per lui, per Giuliano che ha dato molto in questa vita e non ha preso niente. Scrive SALVATORE NATOLI: “A UN EROE”
«Ciò che è più alto nel dolore è il pudore. Il pudore inteso come segno di dignità. Non è per nulla facile infatti nascondere la propria sofferenza: quando è forte segna, incide e si vede. Quando non è di grande entità, perché la si veda occorre in qualche modo dichiararla, quando è potente invece non la si può nascondere: il dissimularlo esige dunque una capacità non comune di contegno e per questo è indice di virtù. E lo è principalmente per due ragioni: il rispetto di sé e la pietà per gli altri. Chi soffre celando il dolore deve trarne da sé il massimo di energia: nel darsi contegno riesce a preservare la sua forma, quella stessa che il dolore disfa in uno con la vita. Il contegno gli permette di mantenerla integra almeno all'esterno. Il pudore, così considerato, non è dunque forza esibita, ma eroismo silenzioso:quello di chi vuole, fino a che può, tenere in mano le redini della vita e non essere vittima del "patetismo compassionevole", quello di coloro che passano accanto e dicono "poveretto" più con il sollievo di essersela scampata che per un sentimento di pietà per chi soffre. A questi sguardi non bisognerebbe mai esporsi, perché il farlo rende più deboli. Il pudore è dunque di mantenersi, di durare,è un modo nobile di proseguire. Ma il pudore scaturisce anche da un sentimento di pietà verso gli altri, e soprattutto quelli che ci amano e a cui si vuole bene. Si vuole nascondere la sofferenza ai loro occhi per evitare che essi soffrano con noi,non li si vuole coinvolgere nella propria pena. Anche se l'eroismo non è, ne può mai essere vanità: è certo coraggio, resistenza, ma insieme consapevolezza dell'avere bisogno. Ma a chi rivolgersi, a chi svelare la propria sofferenza? A quegli stessi a cui la si vorrebbe nascondere e che tuttavia sono coloro che più la possono considerare e accogliere, capire e condividere. Ma costoro, verosimilmente, il dolore lo hanno già conosciuto e tacciono per non mettere a disagio chi soffre...»
Ecco, è così che mio figlio ha vissuto il suo dolore (solo 17 anni) e Salvatore Natoli scrivendo questo sul dolore sembra che lo abbia conosciuto. Capisci, Lucangel, perché trovo riduttivo l'album fotografico? D'altronde non tutti hanno la capacità di costruire e strutturare adeguatamente una storia, cosa del resto non semplice. E poi sei così sicuro che molti libri non abbiano dietro un oscuro ghost-writer?
LUCANGEL A NISCO6
Cara Nisco6, credo che ***l'esperienza dell'ingiustizia***, nelle sue varie forme e dosi (e a te, indubbiamente, è stata riservata la più crudele), sia il momento clou delle nostre esistenze. Come i personaggi dei romanzi, possiamo uscirne migliorati o peggiorati, in ogni caso mai più gli stessi di prima. Consolati pensando che il bene che hai voluto a Giuliano, glielo hai voluto PER SEMPRE. Lo diceva, in qualche modo, anche il prof. Panikkar ieri pomeriggio ad Architettura. Forse, ripeto, la soluzione migliore è fare qualcosa per altri bambini in suo nome. Tre quarti dei bambini del mondo è alla fame. Nessuno di loro ha chiesto di nascere. Ti abbraccio.
SERGIO GARUFI
> Consolati pensando che il bene che hai voluto a Giuliano, glielo hai voluto PER SEMPRE.
c'era quel biglietto lasciato da mary vetsera, la donna di rodolfo d'asburgo (il figlio dell'imperatrice Sissi), scritto poco prima di togliersi la vita assieme al suo uomo (il doppio suicidio di mayerling), che diceva: "è bello poter dire a qualcuno ti amerò sempre, e sapere che è vero"
> Lo diceva, in qualche modo, anche il prof. Panikkar ieri
panikkar è un grande
JOE
> È una cosa insensata volere immortalare in un libro la breve vita di un figlio?
Secondo gli psicoterapeuti, il fatto di voler render omaggio nel tempo ad un caro scomparso è naturale e persino salutare. Detto questo, non formalizzerei troppo sul significato del termine 'immortalare' come inteso da te. Spetta a te trovare il modo migliore per celebrare tuo figlio nella tua memoria, se non in quella degli altri. Se tu non l'avessi già fatto, mi permetto di raccomandarti la lettura del libro 'L'elaborazione del lutto', di Ursula Markham, Oscar Mondadori, 1997. È un libretto poco voluminoso, dalla scrittura semplice e concisa, che si legge in un soffio. A mio parere un'ottima lettura consigliabile proprio a tutti, e non solo a scopo terapeutico o preventivo. Ti segnalo in particolare l'ultimo capitolo in cui viene fornita una spiegazione sul bisogno di celebrare la vita della persona scomparsa, ed alcuni suggerimenti sul come farlo. Cito dall'edizione in mio possesso (1997):
"... prima di fare qualsiasi cosa, fermatevi a chiedervi perché sentite il bisogno di commemorare la vita che non c'è più. Scoprirete probabilmente due motivi: il primo è quello di rendere più sopportabile la perdita per voi stessi; il secondo di fare qualche cosa per la persona che è morta. Non c'è nulla di sbagliato in quello che alcuni potrebbero considerare l'aspetto 'egoista' di questa circostanza. La morte è avvenuta, voi avete perso una persona che amavate. Perché non dovreste provare a rendere la perdita più facile da accettare? E la commemorazione sarà più appagante - e il miglior tributo alla persona morta - se avviene nel modo che le sarebbe piaciuto e come lei avrebbe voluto. Qui di seguito troverete qualche suggerimento su come celebrare e ricordare una vita, ma sono sicura che ne troverete altri per conto vostro... " (p. 121)
I suggerimenti indicati di seguito non riguardano esplicitamente lo scrivere. In un altro capitolo, però, si parla proprio della possibilità di lenire il dolore scrivendo, specie se tale dolore fosse acutizzato da eventuali sensazioni di rimpianto:
"Se c'è qualcosa che vorreste aver detto o non detto, fatto o non fatto, provate a scrivere una lettera alla persona morta. La lettera può essere corta o lunga, dipende da come vi sentite in quel momento. Non è obbligatorio scriverla tutta in una volta; a volte è meglio scriverla poco alla volta, nell'arco di più giorni. L'importante è che, mentre la scrivete, siate sinceri fino in fondo e diciate tutto quello che avete nel cuore. In ogni caso, non farete del male a nessuno (...). Risulterà, invece, molto terapeutico per voi, e talvolta vi sorprenderete di vedere i vostri scritti
su un foglio..." (pp. 51-52).
Aggiungo di mio che nel tuo caso, invece di scrivere alla persona defunta, potresti forse scrivere della persona defunta a qualcuno che stimi in modo particolare e che non ha avuto modo di conoscerla. Non è detto che poi tu la lettera debba imbucarla per forza. Potresti addirittura anche scrivere a qualcun altro che non c'è più. Resto a disposizione per altre citazioni dal libro se ve ne fosse bisogno. Sincere condoglianze, Joe
PICCOLI EDITORI
A MANTOVA
Si è molto parlato, in questi giorni, di piccoli editori (vibrisse, lipperatura eccetera). Quale non è stata la mia sorpresa, ieri, andando al cinema controvoglia, nell’imbattermi nelle vicende di un piccolo editore milanese in trasferta a Mantova nei giorni del festival della letteratura?
Ebbene sì, lo confesso, ho visto MONAMOUR, il nuovo film di Tinto Brass. Avevo giurato di soprassedere per sempre, poi sono passati a chiamarmi degli amici e mi sono lasciato trascinare all’anteprima veneziana della nuova opera del regista sedicente grande escluso dall’ultima mostra del cinema di Venezia. Il film, ovviamente, è il solito susseguirsi di patinate immagini di fiche, cazzi e culi fino alla noia. Il culo, dice Brass, è lo specchio dell’anima. “Galeotto – ha spiegato il regista - è stato il Palazzo Te con gli affreschi di Giulio Romano. La loro sensualità pagana mi metteva a mio agio". È appunto in questo palazzo che Marta, la moglie del piccolo editore, interpretata dalla uzbeca Anna Jimskaya, incontra Leon da cui si lascia prendere davanti e di dietro, mentre il povero marito è occupato a seguire i suoi autori negli incontri del festival della letteratura.
Mi vergogno tantissimo di aver visto questo film, ma ormai è successo. “MONAMOUR”, come è noto, è la crasi fra mona (fica in veneziano) e amour. Sola cosa divertente è l’uso, nella colonna sonora, del vecchio hit di Craig McLachlan “Mona”, il cui rtornello fa, tanto per cambiare:
“Hey Mona/ Ooh Mona/Hey Mona/Ooh Mona”
Fra le battute più pregnanti del film:
"LE DONNE, DAGLI UOMINI, VOGLIONO ESSERE PRESE, NON COMPRESE!"
Da evitare accuratamente:- )

"LA TIGRE
E LA NEVE" Ah, se diventare maturi e adulti significasse imparare a dire la verità! Se non altro - nel nostro piccolo - sapremmo qualcosa su Ustica, Piazza Fontana, le bombe di Bologna e via dicendo. Il burattino Pinocchio, per esempio, è un personaggio rivoluzionario proprio perché impara a dire la verità, NON perché diventa ubbidiente (l'ubbidienza non è quasi mai una virtù). Per questo non mi era piaciuto granché il ‘Pinocchio’ di Benigni del 2002, in cui il Roberto nazionale sottolineava soprattutto il passaggio all'obbedienza, anziché l'altro aspetto. Senza contare che trovavo faticoso accettare la convenzione di un bambino - per giunta di legno – con la faccia, il fisico e le movenze di un cinquantenne. Insomma Benigni, reduce da un Oscar, secondo me avrebbe dovuto giocare con maggiore coraggio sulla trasformazione del burattino bugiardo in un bambino che impara a dire la ***VERITA'***, più che a essere obbediente. Ancora più melenso, secondo me, è questo “La tigre e la neve”, di cui Mariarosa Mancuso del ‘Foglio’[NOTA BENE: scelgo di proposito una recensione di destra, benché personalmente io sia di sinistra, proprio perché i critici di sinistra, a mio avviso, in questa occasione si sono dimostrati eccessivamente riguardosi nei confronti di Benigni] ha scritto: «Formula che vince non si cambia. Dopo il flop di Pinocchio (troppo vecchio il burattino, troppo stucchevole la Fata Turchina, troppo gialla la parrucca di Geppetto, troppo crudele la trama di Collodi per un regista buonista) Roberto Benigni rifà “La vita è bella”. Se pubblico e critica ci sono cascati una volta, la trappola può funzionare ancora. Basta trovare un’altra sciagura, condirla di speranza e di poesia, metterci l’amore che muove il sole e le altre stelle (più i due stagionati piccioncini: Nicoletta Braschi e consorte non smetteranno di sbaciucchiarsi fino all’età del pannolone e del riporto). Zuccherare abbondantemente e passare all’incasso. La sciagura che fa da sfondo al nuovo Benignimovie è l’Iraq… [cut]… La vita è bella anche in Iraq, oltre che nei campi di concentramento nazisti. Basta un verso, e già tutti si sentono meglio. Basta una rima, e i bimbi già sorridono. Basta un sonetto, e i litiganti si placano. Un poema intero, e la pace trionfa. Noi sciocchi e poveri di spirito pensavamo invece che la poesia venisse dopo il cibo, l’acqua, i vestiti puliti, le medicine e magari le elezioni. Noi sciocchi e poveri di spirito pensavamo inoltre che la poesia non fosse esattamente sinonimo di “parole in libertà” o di “cuoricini che battono forte forte”. Sbagliavamo anche su questo. A sentire Benigni, “la nuda poesia” (ma non era la filosofia che se ne andava in giro povera e spogliata?) provoca strani effetti. Per esempio, mostra “in un granello di sabbia un’esplosione di vita”. Il poeta, da parte sua, è uno che si incanta “a vedere un sasso per venti minuti”. Insomma, qualcosa a metà tra l’imbambolamento e l’allucinazione. I poeti risponderanno per conto loro (e sarebbe questo il momento, per tutelare la categoria)… »
Confesso che mi sento un po’ come Claudio Barabba di News Settimanale, che nel n. 21 del 12 ottobre 2005 ha scritto:
“A differenza dei 'falchi', antipatizzanti anche per motivi ideologici (Panorama la settimana scorsa ha raccolto un bel mucchietto di stroncature preventive), sono dispiaciuto e spero di sbagliarmi (altri magari si commuoveranno)…
per aggiungere subito dopo:
… ma La tigre e la neve mi sembra un racconto inerte, retorico e ostentato nel suo inno alla gioia di esistere. E come se Benigni, dopo il trionfo della Vita è bella e le ripetute letture del Paradiso di Dante, volesse amare tutti e da tutti volesse essere amato. Così nel suo Iraq da presepio tutti sono buoni, i soldati americani (se fanno paura con le armi spianate, è solo per inesperienza) e gli abitanti di Baghdad, con gli angelici dottori in testa. La storia, scandita dall’affannosa ricerca delle medicine per salvare la povera addormentata scorre lenta e prevedibile, salvo una piccola (lieta e rassicurante) sorpresa nel finale. C’è la guerra certo, ma sembra che non ci siano conflitti, tensioni, corpi o anime straziate. In questo magma zuccherato, persino un tragico suicidio perde di senso e d’intensità. L’ottimismo invade anche l’aldilà. «Sono contento di essere nato. Mi piace così tanto esserci: sono sicuro che anche quando sarò morto mi ricorderò di quando ero vivo», mormora Attilio con un luminoso sorriso davanti a un cielo magicamente stellato, annullando con un colpo di spugna l’angoscioso dolore degli spettri condannati all’eterno rimpianto. Senza ritmo e senza frenesia come regista, Benigni purtroppo è un protagonista pietrificato, una maschera inespressiva. Soltanto quando si dimentica di questo presente da letterato missionario e libera senza paura la perduta comicità da folle burattino senza fili (nel già citato balletto fra le mine e nella fermata buffa al posto di blocco), l’attore ci fa intuire che le sue elettriche virtù non sono scomparse, che volendo potrebbero risorgere lampeggiando. Il momento comunque resta difficile e pericoloso.”
E Natalia Aspesi su la Repubblica:
“Pensando probabilmente al mercato degli Stati Uniti, i soldati americani, a parte una sola azione di rastrellamento incruento, appaiono dei bonaccioni che difendono l’ospedale e che se non abbassano le armi davanti a un italiano, lo fanno per un poeta.”
E a voi il film è piaciuto? Vi siete commossi? Non l’avete trovato stucchevole, furbino e tediosetto?
(Federico Platania)
N.B. La recensione è apparsa anche in it.cultura.libri
Illustr. da http://www.surlalunefairytales.com/illustrations/sevendwarfs/images/newell_dwarfs1.jpg
SETTENANO A ME?
SETTENANO SARÀ LEI!!!
Copio-incollo da
http://www.thesun.co.uk/article/0,,2-2005480080,00.html
PANTOS of Snow White And The Seven Dwarfs are being censored — to outlaw the word DWARF.
A shocked village drama group sent off for a script and found Dopey and his pals — played by kids — had to be called “gnomes” instead.
Ray Lionet, 73, of the Coxheath Players in Kent, said the ban was to avoid offending short people. He said: “It’s madness.
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In pratica, i soliti cazzutissimi paladini della “political correctness” hanno preteso la sostituzione della parola “nano” con “gnomo” in “Biancaneve e i sette nani” per non offendere, appunto, i nani. Giusto ieri citavo la delicata poesia di Benigni sul nostro “gnomo” politico:- )
Per chi avesse difficoltà a capire “Dopey and his pals”, allego utile tabella con i nomi dei sette nani in varie lingue. Dopey è Cucciolo.
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English
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German (Deutsch)
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Danish (Dansk)
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Swedish (Svenska)
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Norwegian (Norsk)
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Italian (Italiano)
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Portuguese
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French (Français)
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Finnish (Suomi)
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Hungarian
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Doc
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Chef
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Brille
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Kloker
|
Brille
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Dotto
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Mestre
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Prof
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Viisas
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Tudor
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Grumpy
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Brummbär
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Gnavpot
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Butter
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Sinnataggen
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Brontolo
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Zangado
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Grincheux
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Jörö
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Morgó
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Happy
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Glücklich
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Lystig
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Glader
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Lystig
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Gongolo
|
Feliz
|
Joyeux
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Lystikäs
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Vidor
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Sleepy
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Schlafmütz
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Søvnig
|
Trötter
|
Søvnig
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Pisolo
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Soneca
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Dormeur
|
Unelias
|
Szundi
|
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Bashful
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Pimpel
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Flovmand
|
Blyger
|
Blygen
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Mammolo
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Dengoso
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Timide
|
Ujo
|
Szende
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Sneezy
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Hatschi
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Prosit
|
Prosit
|
Prosit
|
Eolo
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Teimoso / Atchim
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Atchoum
|
Nuhanenä
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Hapci
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Dopey
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Seppl
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Dumpe
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Toker
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Dopey / Minsten ??
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Cucciolo
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Dunga
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Simplet
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Vilkas
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Kuka
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Da http://home.swipnet.se/~w-10744/disneyania_e/dwarfnames.htm
Già che ci sono, rubo dalla rete anche l'articolo "Morte dei sette nani": una megera moralista, convinta che Biancaneve se la faccia con tutti e sette i nani, decide di porre fine alla scandalosa situazione. Spalleggiata da due robusti uomini, si reca alla casa e vi fa irruzione. I sette nani, pardon, gnomi, vengono uccisi e i loro corpi bruciati nel gardino di fronte alla casa, cui viene appiccato fuoco. Nulla si sa della fine di Biancaneve.
On a high plain between Brugg and Waldshut, near the Black Forest, seven dwarfs lived together in a small house. Late one evening an attractive young peasant girl, who was lost and hungry, approached them and requested shelter for the night. The dwarfs had only seven beds, and they fell to arguing with one another, for each one wanted to give up his bed for the girl. Finally the oldest one took the girl into his bed.
Before they could fall asleep a peasant woman appeared before their house, knocked on the door, and asked to be let inside. The girl got up immediately and told the woman that the dwarfs had only seven beds, and that there was no room there for anyone else. With this the woman became very angry and accused the girl of being a slut, thinking that she was cohabiting with all seven men. Threatening to make a quick end to such evil business, she went away in a rage.
That same night she returned with two men, whom she had brought up from the bank of the Rhine. Together they broke into the house and killed the seven dwarfs. They buried the bodies outside in the garden and burned the house to the ground. No one knows what became of the girl.


Edgar Allan Poe
(da http://www.biografiasyvidas.com/biografia/p/fotos/poe.jpg )
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Il 7 ottobre scorso ricorreva il centocinquantase(ie)nario (???) della morte di Edgar Allan Poe. Vi propino la lettera che lessi pubblicamente all’Ateneo Veneto qui a Venezia nell’ottobre 1999, in occasione del Poe Memorial da me ideato e appoggiato dal Comune. Gli scrittori di oggi sono un po’ tutti figli di papà Edgar, o per lo meno “anche” di papà Edgar. La lettera non è una novità. In rete la si trova anche altrove. Non voglio far incazzare Wu Ming 1, che non crede all’esistenza dei genii, ma E.A. Poe, secondo me, apparteneva proprio a quella razza lì.
LETTERA A
EDGAR ALLAN POE
Venezia, 7 ottobre 1999
Caro Edgar,
sono molto contento che il Comune di Venezia abbia appoggiato l’idea di un Poe Memorial. A centocinquant’anni dalla tua morte non c’è più chi disconosca l’eccellenza del tuo coraggio e dei tuoi esiti letterari, o la paternità dei generi a cui desti vita (fra i tanti, il poliziesco). E tuttavia, apprendendo del più agghiacciante di tutti i racconti, ovvero la storia della tua vita, non c’è nemmeno, credo, chi possa darsi ragione del fatto che tu abbia dovuto pagare con tanta sofferenza, tanta incomprensione, tanta solitudine, tanta atroce miseria materiale l’espressione del tuo genio.
Ho sempre vissuto con un profondo senso di ingiustizia il fatto che certi immensi talenti (il commercio delle cui opere muove montagne di miliardi DOPO la loro morte), siano stati condannati in vita agli stenti più mortificanti. Ed è sorprendente constatare come nemmeno i più penosi sacrifici o difficoltà riescano a distogliere chi si sente, suo malgrado, vocato o, si potrebbe dire, condannato all’espressione, dal mettere su carta o su tela o su marmo o su qualunque altro supporto il frutto del proprio talento.
Per Baudelaire tu sei addirittura un santo del martirologio delle lettere. “Voi tutti che avete aspirato all’infinito”, dice, “pregate per Poe che vede e che sa: intercederà per voi.”
Quando, per fare un esempio, dopo penosissimi anni di indigenza e malattia, nel 1847 morì tua moglie, l’adorata Virginia a cui dedicasti l’accorata “Ulalume”, in casa tua non c’era nemmeno un lenzuolo in cui avvolgerne le povere spoglie. Dovette provvedervi la signora Shew, un’amica di famiglia.
Il funerale si svolse in un giorno desolato e tetro, sotto un cielo pesantemente cinerino. Tu fosti costretto a indossare il vecchio mantello militare, utilizzato, nei giorni delle più aspre tribolazioni, per coprire il letto di Virginia dopo che le poche coperte rimaste erano state vendute. Rimpiangevi la tua perduta “Lenore”. La tua esistenza proseguì solitaria e amara. Di rado ti spingevi oltre il recinto della casetta di Fordham, immersa nel lutto. Spesso sedevi sotto un vecchio ciliegio a osservare i movimenti degli uccelli. La delicata attenzione con cui curavi le dalie e gli altri fiori del giardino era assolutamente in contrasto con il carattere tetro e grottesco dei tuoi racconti. Ti eri affezionato a una gatta, Catarina, che spesso, dall’alto della tua spalla, approvava con fusa compiacenti - almeno lei! - il tuo lavoro letterario.
Nel maggio del 1849 scrivesti a Helen Richmond (la tua “Annie”): “Sono pieno di oscuri presentimenti. Niente mi rallegra o conforta. La mia vita mi appare una landa desolata. Il futuro un vuoto angoscioso”. La mattina del 27 settembre partisti da Richmond per Baltimora in battello. Che cosa sia avvenuto di preciso durante i sette giorni seguenti non lo sappiamo. Nessun Auguste Dupin, il geniale investigatore da te creato, potrà mai spiegarcelo. Il 3 ottobre 1849 Baltimora, terza città degli Stati Uniti, era in piena campagna elettorale. Si votava per mandare un rappresentante dello stato del Maryland al Congresso. La lotta fra i partiti democratico e repubblicano era senza quartiere. La città pullulava di ladri, borsaioli, scrocconi d’ogni specie. La macchina politica era ancora piuttosto rozza, non c’erano schede elettorali, né elenchi di votanti: bastava presentarsi a un seggio e giurare, in presenza di testimoni degni di fede, di non avere ancora fatto il proprio dovere di cittadini. Gruppi di procacciatori di voti sequestravano forestieri, contadini, persone sole per ingozzarle di alcol nelle miserabili bettole che fiorivano, proprio a tale scopo, attorno ai vari seggi, e le portavano in giro da un seggio elettorale all’altro, facendole votare a ripetizione per questo o quel candidato. Fatta loro smaltire la sbronza in un locale buio, le gettavano poi in strada. Il 3 ottobre tu fosti trovato a terra, privo di sensi, in un rigagnolo presso High Street, da un tipografo del Baltimore Sun. Eri probabilmente incappato in una di queste bande organizzate di agenti elettorali. Il tipografo corse a chiamare il dottor Snodgrass, l’unico nome che riuscì a farsi biascicare da quel mucchio di stracci che eri. Il dottore ti trovò “non lavato, gli occhi torvi e gonfi, senza giacca né cravatta, il davanti della camicia stazzonato e sudicio”. Eri in uno stato di ebetismo assoluto. Ricoverato d’urgenza al Washington Hospital alle cinque del pomeriggio, rimanesti senza conoscenza sino alle tre del mattino successivo, ma nemmeno allora riuscisti a spiegare quel che ti era accaduto. Sopravvivesti fino alla domenica. Ti sentivi tremendamente abbattuto, ti accusavi di avere sprecato le tue facoltà. Forse ti pareva di scendere nel Maelström, di naufragare in mari lontani. La notte di sabato cedette alla mattina di domenica 7 ottobre. Alle tre ti accasciasti. Due ore dopo movesti il capo e dicesti: “Il Signore aiuti la mia povera anima!”, e spirasti. La morte aveva affrancato il tuo spirito spossato. Non più di dieci persone seguirono la tua bara. Le tue spoglie vennero inumate nel cimitero presbiteriano di Baltimora, quasi di nascosto. Sulla tomba venne posto un blocco di arenaria senza nome. Vi appariva solo il numero 80. Nient’altro. Due giorni dopo uscì sulla “New York Tribune” a firma apocrifa (Ludwig) l’articolo tristemente famoso del reverendo Rufus Griswold: “Edgar Poe è morto... questa notizia sorprenderà molti, ma pochi ne rimarranno addolorati”. “Non esiste dunque in America” protestò Baudelaire, “una norma che vieti ai cani l’ingresso nei cimiteri?”.
Tu, il più grande poeta americano dell’Ottocento, avresti dovuto aspettare ben ventisei anni prima che i letterati del tuo paese si ricordassero di te e ti erigessero una tomba più decorosa. E quando, finalmente, lo fecero durante il Poe Memorial del novembre 1875, fu di un francese, il poeta Mallarmé, il sonetto più commosso, e di un inglese, Swinburne, la lettera più vibrante.
Scrisse Mallarmé: “Turbati e importunati dai tanti misteri insolubili emananti per l’eternità dal BUCO DI TERRA dove da più di un quarto di secolo giacciono le spoglie abbandonate di Poe, gli americani l’hanno pensata bella: con la scusa di onorarlo con un troppo ritardato e inutile monumento funebre, hanno SIGILLATO la sua tomba con una pietra immensa, informe, pesante, deprecatoria, quasi a voler ben serrare il luogo da cui egli potrebbe esalare verso il cielo come una pestilenza, a giusta rivendicazione di un’esistenza di poeta da tutti rifiutata.”
Nemmeno il monumento funebre eretto nel 1875 pareva degno di te. A quasi cent’anni di distanza dalla morte di Poe, ecco la tua sepoltura nella descrizione che ne fece Emilio Cecchi nel 1940: “La tomba è all’incrocio delle vie Greene e Fayette: un cippo di marmo col capitello a grondaia, con sopra scolpita la cetra, fogliami di acanto e il medaglione di un ritratto ridicolo. Quando, a due o tre metri di distanza, i pesanti carrozzoni tranviari frenano e cigolano sulla discesa di via Fayette, LE OSSA DI POE SALTELLANO DENTRO LA FOSSA E IL TESCHIO BATTE I DENTI. Un grandioso cartello arancone e vermiglio sovrasta il cimiterino devastato, e lo infastidisce col riflesso dei colori stridenti. È la pubblicità di certi panini, soffici e lievemente indolciti, che vanno benissimo per colazione e col tè.”
La tua morte era avvenuta nel decennio precedente la guerra civile americana. I nordisti puritani avrebbero identificato la vittoria militare col trionfo dei loro forti principi morali sui vizi del dissoluto Sud. Tu, scrittore del Sud, cantore dei vinti e dei viziosi, andavi dunque cancellato definitivamente dalle tavole della letteratura per la salvezza morale dell’umanità. I cronisti letterari inglesi e scozzesi, in un’ondata di fanatismo morale, arrivarono persino a rimproverare a Griswold di non avere detto abbastanza contro quel “paria delle lettere, quello scellerato di marca, quel mendicante, quel vagabondo”. Così scrisse il cronista della “Rivista di Edinburgo” nel 1858, che concluse il suo pezzo con queste parole: “Il più profondo abisso dell’imbecillità morale non era mai stato raggiunto prima che Poe apparisse per servire da avvertimento ai tempi futuri”.
Noi, che apparteniamo a quei tempi futuri, intendiamo esprimerti il nostro piccolo grazie, qui da Venezia, nel centocinquantenario della tua morte. Grazie, Edgar, per aver frugato con tanto coraggio e spregiudicatezza nei sotterranei della nostra psiche, fra le angosce e le paure che insidiano l’instabile compattezza della ragione umana. Grazie per i tuoi STRAORDINARI versi, per i tuoi STRAORDINARI racconti, per aver tenuto duro, in nome della Letteratura e della Bellezza, in mezzo a incomprensioni e difficoltà che avrebbero distrutto chiunque.”
Lucio Angelini
Copyright Edizioni Libri Molto Speciali 1999
(Anche VIBRISSE di Giulio Mozzi ha abbracciato l’iniziativa di Alberto Giorgi)
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VAI ALBERTO!!!
L’altro ieri Alberto Giorgi nel suo blog
http://www.albertogiorgi.blogs.com/
ha annunciato un’iniziativa che vale la pena diffondere: naturalmente è meglio che inviate direttamente a lui commenti e adesioni.
mercoledì, 12 ottobre 2005
L’Idea si trasforma in Iniziativa
Siamo partiti da questo post ( e relativi commenti) nel quale viene esposta un’idea.
Ora possiamo illustrare l’Iniziativa.
Di seguito potete leggere la bozza, ripeto bozza, di Manifesto. Sono graditissimi commenti, integrazioni e critiche; se non vi basta lo spazio commenti mandatemi una mail, io le raccoglierò e le pubblicherò in un post.
Bisogna ancora decidere il nome dell’Iniziativa. Deve essere una frase breve e concisa, un claim, che possa essere integrato nel logo. Ci pensate voi? Si dai...
Bene, ora potete procedere con la lettura della bozza…
Bozza di Manifesto dell'Iniziativa
Finalità dell'Iniziativa
Fornire ai lettori le informazioni necessarie per orientarsi tra gli scrittori esordienti e tra le case editrici di piccole dimensioni allo scopo di favorirne la crescita e la diffusione.
Da quali considerazioni nasce questa Iniziativa
Il mercato del libro è dominato dalle grandi case editrici che, per comprensibili ragioni economiche, privilegiano l'autore già conosciuto, garante di grossi volumi di vendita (e della vendita di grossi volumi).
Viceversa, all'autore esordiente viene data raramente la possibilità di far conoscere le proprie opere: le grandi realtà editoriali, di norma, non accettano manoscritti se non espressamente richiesti.
L’entità potenzialmente in grado di far emergere nuovi autori è la casa editrice medio-piccola che, un pò per vocazione e un pò per necessità, si rivolge agli autori esordienti. Apparentemente tutto bene. I problemi iniziano ora: la piccola casa editrice non ha la forza ne per distribuire adeguatamente un volume, ne per promuoverlo sul mercato. Perchè?
A parte le ovvie considerazioni sul budget, una parte della colpa ce la dobbiamo addossare anche noi lettori. A questo punto alcuni di voi sbufferanno, convinti del contrario, cioè che sia il mercato a guidare le scelte dei lettori.
D'accordo, questo succede e non possiamo nasconderlo. Però dobbiamo anche riconoscere che quando vengono diffuse adeguate informazioni, la gente le usa. Quali informazioni?
Le nuove uscite delle piccole case editrici, le critiche positive o negative sulla qualità del loro prodotto, le recensioni. Paradossalmente anche l’esistenza stessa della casa editrice. Teniamo conto di un altro fenomeno: il lettore medio è diffidente.
Si tratta di un comportamento “naturale” che si esplica in tutti i mercati di stampo consumista, dalla letteratura alla musica, dal cibo alle medicine e via elencando.
La qualità di un prodotto non pubblicizzato può essere elevata?
In giro nessuno parla di questo prodotto. Sarà scadente?
Provo a prenderne uno. Ho sfiga e fa schifo. Mi si rafforza l’idea che un prodotto “minore” debba per forza essere di cattiva qualità.
Queste sono le dinamiche da correggere.
Esiste un canale informativo che può essere determinante per questa Iniziativa: la Rete ovviamente.
Nella fattispecie le decine, centinaia, di blog e di siti che si occupano, anche solo parzialmente, di letteratura, di recensioni e di fare girare le notizie del settore.
Come fare?
Sono un Blog/Sito :
Sono una casa editrice medio/piccola :
Sono un lettore :
Sono una libreria :
Strumenti
Chiaroscuro attrezzerà un’area web sulla quale si potranno reperire:
Per comparire nelle liste bisognerà mandare una mail a Chiaroscuro quando vi darò il via.
Per il futuro
Se l’Iniziativa riuscirà a diffondersi e a prosperare si potrà pensare di aprire un sito dedicato, di ampliare gli strumenti a disposizione (forum, blog aggregator...), di creare un comitato di gestione dell’Iniziativa e via discorrendo.
Nota importante
Questa Iniziativa non desidera che si boicottino le grandi case editrici ma vuole solo riequilibrare una situazione che attualmente danneggia tutti, in primis la cultura italiana. Se l’Iniziativa avrà successo anche la casa editrice di dimensioni medie o grandi potrà trarre beneficio dalla nascita di nuovi e apprezzati autori italiani.
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Sulle potenzialità della rete, copio-incollo un post fresco di nottata di Wu Ming1 apparso in Lipperatura:
"La rete non è solo i blog, né basta aprire un blog e scrivere di libri per dire che si sta facendo buon uso della rete.
Non si può dire che la rete sposta "poco" se non se ne sono comprese appieno le potenzialità e possibilità. Ad esempio, io continuo a non capire come mai autori ed editori italiani non adottino il copyleft (come principio e come prassi), benché l'esempio nostro, di Girolamo De Michele, di Cory Doctorow e svariati altri autori abbiano dimostrato che il download gratuito fa vendere di più. Oltre a essere eticamente giusto, è grande ed efficacissima guerriglia-marketing.
La maggior parte degli operatori culturali italiani (editori, scrittori etc.) che hanno fama di essere "presenti" in rete e sui blog sta usando la rete e i blog al 5% delle loro attuali possibilità. Noi stessi, con tutto lo sbattimento, non siamo oltre il 30-40%. Dobbiamo ancora imparare a usare al meglio gli rss, sul sito abbiamo ancora tantissime pagine "fossili" da aggiornare, siamo ancora al palo per quanto riguarda il video, aggiorniamo troppo di rado la sezione audio, la newsletter in portoghese è poco più di una serie di annunci relativi al sito etc.
Se non si capisce questa cosa, se non si parte da questo dato di fatto, non ha senso nessun discorso su cultura e rete. La rete ha una sua specificità. Non si può ritenere un uso adeguato della rete aprire siti o blog che hanno gli stessi difetti e le stesse rigidità delle riviste letterarie su carta."
ASPETTANDO IL NOBEL
Proprio oggi dovrebbero comunicarmi, con una fastidiosa settimana di ritardo, se anche per quest’anno sono stato escluso dal premio Nobel per la Letteratura, malgrado il mio GGG (“Grande, Grosso e Giuggiolone”, EL edizioni) abbia reso penoso e risibile, al confronto, il GGG di Roald Dahl. Da un lato non mi faccio illusioni: so per certo che, dopo “L’incredibile storia della Fata Fatuccia e della Strega Forestana”, Orietta Fatucci di Einaudi Ragazzi e Margherita Forestan (allora editor di Mondadori Ragazzi), fecero un paio di telefonate definitive in Svezia ai miei danni, dall’altro la speranza non è mai morta e quindi attendo con un certo nervosismo la notizia… Ma bando alle chiacchiere e lasciate che, intanto, vi copi-incolli da
http://www.corriere.it/speciali/ignobel/ignobel.shtml
la pagina sui premi IgNobel già assegnati. Vi evidenzio, in particolare, quello all’autore della sveglietta che cammina per la casa e si nasconde sotto il letto: semplicemente GENIALE!!!
Assegnati gli ironici riconoscimenti per le ricerche più improbabiliPremi igNobel, quando la scienza fa ridere
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2005/10_Ottobre/07/ignobel.shtml
Dall'università americana di Harvard
Assegnati gli IgNobel, i premi da ridere
Studi sulla defecazione dei pinguini, sui testicoli artificiali per cani castrati, su attività cerebrale di cavallette che guardano Star Wars
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CAMBRIDGE (Usa) - Gli «Ignobili», i premi Nobel (IgNobel, in inglese) per i peggiori, i più assurdi e i più inutili studi scientifici dell'anno, sono stati assegnati per il 2005 dal'università americana di Harvard, una delle più prestigiose istituzioni accademiche degli Stati Uniti.
Il premio per la medicina è stato assegnato all'americano Gregg Miller per uno studio sui testicoli artificiali destinati ai cani maschi castrati e depressi. Sono disponibili in tre misure e li ha chiamati «neuticles».
Per l'economia il premio è andato a una giovane studentessa del Mit di Boston, Gauri Nanda, che ha inventato una sveglia infernale, che quando suona cade per terra e si nasconde sotto il letto se si cerca di spegnere la suoneria. E non smette di suonare finché non ci si alza per cercarla e... probailmente fracassarla contro un muro.
07 ottobre 2005 |

HOARDING
Scrissi il 15 gennaio 2001 su it.cultura.libri [adoro antologizzarmi:- )]
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"Il prof. Randy Frost, docente del Massachusset, ha studiato per primo il cosiddetto 'hoarding', ovvero le persone (hoarders) che accumulano in casa così tanto materiale da fare difficoltà a viverci. L'accumulo, ovviamente, va distinto dalla collezione. L'hoarder accumula oggetti senza più riuscire a disfarsene, per una sorta di paura di perdere le cose o di scegliere. Ebbene, io sto accumulando tanti di quei libri in casa da non saper più dove metterli. E tuttavia non oso liberarmi di nessuno di essi. Che sia un hoarder anch'io? Vittima anch'io della cultura dell'eccesso e dell'abbondanza? Dove trovare la forza di buttar via un po' di libri? "
E il 4 luglio 2002
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"Sono sempre più deciso a semplificarmi la vita. Ho eliminato i pesci rossi (finiti nella grande vasca del giardino di un'amica), sto eliminando piante su piante (il terrazzo era ormai una giungla) e adesso vorrei cominciare a eliminare un po' di libri (molti di quelli che mi intasano gli scaffali sono assolutamente PRESCINDIBILI), portandone fuori di casa uno al giorno e abbandonandolo da qualche parte (un muretto, una panchina...). Insomma vorrei diventare una sorta di anti-LucaConti. Non il piacere e l'ossessione dell'accumulo, ma il sollievo del rilascio, finalmente. Un giorno, poi, forse sposerò Madonna Povertà."
Rispose, lo stesso giorno, la mitica MARIA STROFA:
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"Il libro comincia a vibrare, le sue pagine sono in fibrillazione, come se volessero sfogliarsi da sole; poi... ecco... il libro si apre... e si capovolge a mo' di tettuccio, spicca il volo come una rondine, vola, vola, vola, e infine... oh... infine... si posa dolcemente sul capo di petulia [petulia = iciellina particolarmente assidua nella lettura, n.d.r.]. 'Finalmente a casa!', dice il libro."
Ma il 5 luglio tale Strangedays propose un altro finale:
> ... infine... si posa dolcemente sul capo di petulia.
personalmente avrei preferito un finale meno poetico e più Poe, qualcosa tipo… "il libro finisce dolcemente - aperto con le pagine scritte rivolte verso l'altro -, tra i piedi del suicidando che stava giusto cercando un rialzo per arrivare a infilare la testa nel cappio appena preparato. Sale sul tomo, infila la testa nel canapo e compie un passo indietro. Appena i piedi smettono di toccare le pagine, si sente un rumore interno di ossa spezzate all'altezza del collo. In un lampo ha il ripensamento tipico dei suicidi, determinato forse dall'istinto di conservazione. Forse non è troppo tardi. Prova ad allungare un piede e a rimetterlo sul libro, ma questo, sospinto dalla stessa brezza che lo aveva portato sotto i suoi piedi, si sposta beffardamente di pochi centimetri. Sono quelli che bastano. La testa non più sostenuta è adesso pendula in avanti. L'ultima immagine che vedono i suoi occhi è quella del libro aperto sul racconto Il Gatto Nero di E.A. Poe. Un'ultima macabra speranza prima della morte."

A proposito, devo precisare che, da ALLORA, sono riuscito a liberare la casa di appena una ventina di volumetti:-(
PRIMI VAGITI
DI UN '68
Cantava ANTONELLO VENDITTI NEGLI ANNI NOVANTA DEL SECOLO SCORSO:
“Ma Paolo e Francesca, quelli io me li ricordo bene
perché, ditemi, chi non si è mai innamorato
di quella del primo banco,
la più carina, la più cretina,
cretino tu, che rideva sempre
proprio quando il tuo amore aveva le stesse parole,
gli stessi respiri del libro che leggevi di nascosto
sotto il banco?
…
...
Mezzogiorno, tutto scompare,
"avanti! tutti al bar".
Dove Nietsche e Marx si davano la mano
e parlavano insieme dell'ultima festa
e del vestito nuovo, fatto apposta
e sempre di quella ragazza che filava tutti (meno che te)
e le assemblee e i cineforum i dibattiti
mai concessi allora
e le fughe vigliacche davanti al cancello
e le botte nel cortile e nel corridoio,
primi vagiti di un '68
ancora lungo da venire e troppo breve, da dimenticare!
E il tuo impegno che cresceva sempre più forte in te...
Seguiva l’angoscioso interrogativo finale:
"Compagno di scuola, compagno di niente
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”
Deve essersene ricordato Kalle Blomqvist (uno dei più garbati e ironici frequentatori di it.cultura.libri) il 3 ottobre scorso quando ha inviato al niusgruppo un post intitolato:
"Ma Paolo e Luca, quelli io me li ricordo bene"
(ce l’aveva con gli iciellini Luca Tassinari e Paolo Beneforti, sorpresi sempre più spesso, negli ultimi tempi, a sconfinare nel blog della Lipperini e in quello curato da giuliomozzi).
Ed ecco il corpo del messaggio:
"Compagno di icl, compagno di niente, ti sei salvato o sei finito su VIBRISSE[1] pure tu?”
Per chi non conosce i due niusgruppari, riporto un tipico post di ciascuno dei due:
TASSINARI
"A Mozzi non piace icl" (16 gennaio 2005)
Dice Giulio Mozzi, intervistato da Michele Governatori sull'ultimo numero di Fernandel:
«Non capisco il discorso su it.cultura.libri. Ho abbandonato quel luogo perché mi sembrava una stanzetta chiusa, un'osteriuccia frequentata da quattro gatti.»
Apperò! Un vero signore, questo Mozzi Giulio. Il quale - sia detto a suo ulteriore disdoro - democristianamente aggiunge:
«Naturalmente posso sbagliarmi: posso non aver capito che cos'era, che cos'è it.cultura.libri.» Mozzi, ma vaffanculo, va'.
Ciao. Luca ------
PAOLO BENEFORTI
Post ricorrente (qualsiasi data):
"Impara a quotare, bestia!"
[1] Vibrisse, bollettino di letture e scritture, a cura di giulio mozzi. Il nome vibrisse è stato trovato da Mauro Mongarli.
ONAN IL BARBARO
"La masturbazione è la più alta espressione di libertà – dietro alla quale si piazza soltanto la letteratura (che purtroppo ha regole troppo ferree e impedienti per reggere il confronto) – che il mio organismo abbia saputo concedersi negli ultimi trentatré anni. Una libertà che supera persino la sfrenata sessuomania di certe rockstar, rispetto alle quali ho il vantaggio di poter scopare simultaneamente, o nell’arco di quegli elettivi dieci minuti fuori dalla Storia, con donne decedute da anni come Marilyn Monroe senza correre il rischio di passare per un necrofilo, con vecchie compagne di scuola senza per questo sentir parlare di passatismo, con starlettine della TV senza dover diventare a mia volta celebre, con le mogli dei miei amici senza per questo tradirli, con la sorella che non ho mai avuto senza commettere incesto, con studentesse universitarie senza compiere alcun abuso, con vergini beate senza indulgere in blasfemia, con undicenni lolite senza violare il codice penale, con prestanti giovanotti senza cambiare sponda… Tutto questo dalla mia confortevole tribuna domestica, protetto dall’inebriante anonimato dei Giusti.”
Visto che molti considerano l’onanismo un “disordine”, se non sono CANTI DEL CAOS questi… !!!
Aggiungo, per completezza d’informazione, un piccolo capolavoro sconosciuto di Mark Twain:
A speech delivered to the Stomach Club,
a society of American writers and artists,
Paris, 1879
by Mark Twain
My gifted predecessor has warned you against the "social evil — adultery." In his able paper he exhausted that subject; he left absolutely nothing more to be said on it. But I will continue his good work in the cause of morality by cautioning you against that species of recreation called self-abuse — to which I perceive that you are [too] much addicted.
All great writers upon health and morals, both ancient and modern, have struggled with this stately subject; this shows its dignity and importance. Some of these writers have taken one side, some the other.
Homer, in the second book of the "Iliad", says with fine enthusiasm, "Give me masturbation or give me death!"
Caesar, in his "Commentaries", says, "To the lonely it is company; to the forsaken it is a friend; to the aged and [to the] impotent it is a benefactor; they that [be? / are?] penniless are yet rich, in that they still have this majestic diversion." In another place this [excellent? / experienced?] observer has said, "there are times when I prefer it to sodomy."
Robinson Crusoe says, "I cannot describe what I owe to this gentle art."
Queen Elizabeth said, "It is the bulwark of virginity."
Cetewayo, the Zulu hero, remarked that, "a jerk in the hand is worth two in the bush."
The immortal Franklin has said, ["Masturbation is the mother of invention." He also said,] "Masturbation is the best policy."
Michelangelo and all the other old Masters — old Masters, I will remark, is an abbreviation, a contraction — have used similar language. Michelangelo said to Pope Julius II, "Self-negation is noble, self-culture [is] beneficent, self-possession is manly, but to the truly great and inspiring soul they are poor and tame compared to self-abuse."
Mr. Brown, here, in one of his latest and most graceful poems refers to it in an eloquent line which is destined to live to the end of time — "None know it but to love it; None name it but to praise."
Such are the utterances of the most illustrious of the masters of this renowned science, and apologists for it. The name of those who decry it and oppose it is legion; they have made strong arguments and uttered bitter speeches against it — but there is not room to repeat them here, in much detail.
Brigham Young, an expert of incontestable authority, said, "As compared with the other thing, it is the difference between the lightning bug and the lightning."
Solomon said, "There is nothing to recommend it but its cheapness."
Galen said, "It is shameful to degrade to such bestial use that grand limb, that formidable member, which we votaries of science dub the 'Major Maxillary' — when they dub it at all — which is seldom. [It would be better to decapitate the Major than to use him so.] It would be better to amputate the os frontis than to put it to such a use."
The great statistician, Smith, in his Report to Parliament, says, "In my opinion, more children have been wasted in this way than in any other." It cannot be denied that the high [authority? / antiquity?] of this art entitles it to our respect; but at the same time I think [that] its harmfulness demands our condemnation."
Mr. Darwin was grieved to feel obliged to give up his theory that the monkey was the connecting link between man and the lower animals. I think he was too hasty. The monkey is the only animal, except man, that practices this science; hence he is our brother; there is a bond of sympathy and relationship between us.
Give this ingenious animal an audience of the proper kind, and he will straightway put aside his other affairs and take a whet; and you will see by the contortions and his ecstatic expression that he takes an intelligent and human interest in his performance.
The signs of excessive indulgence in this destructive pastime are easily detectable. They are these: A disposition to eat, to drink, to smoke, to meet together convivially, to laugh, to joke, and tell indelicate stories — and mainly, a yearning to paint pictures. The results of the habit are: Loss of memory, loss of virility, loss of cheerfulness, loss of hopefulness, loss of character, and loss of progeny.
Of all the various kinds of sexual intercourse, this has the least to recommend it. As an amusement it is too fleeting; as an occupation it is too wearing; as a public exhibition there is no money in it. It is unsuited to the drawing room, and in the most cultured society it has long since been banished from the social board. It has at last, in our day of progress and improvement, been degraded to brotherhood with flatulence. Among the best bred, these two arts are now indulged only in private — though by consent of the whole company, when only males are present, it is still permissible, in good society, to remove the embargo [upon? on?] the fundamental sigh.
My illustrious predecessor has taught you that all forms of the 'social evil' are bad. I would teach you that some of those forms are more to be avoided than others. So, in concluding, I say, "If you must gamble [away] your lives sexually, don't play a [Lone Hand? / lone hand] too much." When you feel a revolutionary uprising in your system, get your Vendome Column down some other way — don't jerk it down. [Bracketed sections denote differences observed between various on-line texts.]
See also: Boroson, Warren, "Introduction to 'Some Thoughts on the Science of Onanism' by Mark Twain." Fact, 9(2):19-21, March-April 1964. B404
"Suppressed since 1879, a minor masterpiece by America's greatest humorist is here published for the first time . . . In the entire history of bawdy literature, perhaps no work has been the subject of such high-handed suppression and such shamefaced secrecy."
E infine un approfondimento enciclopedico:
http://www.bway.net/~hunger/alpha3.html
onan-ism /'o-na-ni-zem/ n (c. 1741) 1. masturbation. 2. self-gratification.
Baseball? Forget it. The national pastime is masturbation, both in its literal and figurative forms. Mankind makes Pee-Wee Herman look like an Augustinian ascetic. The sheer volume of material directed towards sexual self-gratification of one kind or another could fill a dump the size of Jupiter, without leaving room enough for a Jerry Springer guest's sense of shame.The male gender is to blame for the lion's share, of course, and much as we'd like pornography to disappear, the corner newsstand will always have a copy of Penthouse lying around. For all the years of sensitivity training to which men in the post-Friedan age have been subjected, there's still no doubt that their primary goal in sexual intercourse is to please themselves. Most women I suspect would be perfectly happy if men would do so without women's participation.The female gender can be left to itself, which, with the advent of the Cult of the Female Orgasm and the marketing of vibrators, means it can amuse itself. Pornography for women is more insidious, however. Fashion magazines like Vogue have always specialized in turning women into sexual beings, fetishizing weight and shape and pose. Now that all women see themselves as sexual beings, they perversely buy the magazines to stare at their own images, emaciated ideals of themselves, provocatively spread to the viewer's eyes. As a man I'm glad I don't understand this syndrome.
Men and women turn to onanism because, deep down, unconscious and unspoken, they realize that their bodies, to the opposite sex, are more liable to provoke laughter than desire. The human body bulks and bulges, appendages ridiculously flapping in the breeze, the sex organs located near the excretory organs as a crass obscene cosmic joke. The question finally is whether masturbation deserves to be taboo. It is in fact a perfectly logical response to reality.
FUORI DALLA METAFORA, ADESSO!!! STUDIAMO SENZA INUTILI PREGIUDIZI
O FALSI HATU' LA
QUESTIONE OMVerica,
PARDON, VMOerica!!!
La tradizione classica attesta che la più antica redazione del blog vmo.splinder fu realizzata nel XXI secolo d.C. a Cagliari da due pastori transumanti in città: i famosi cowgay del flm Gennargentu Mountain, Vincenzo Maria Ostuni e Basile Pesaro Borgna. Si trattava di quella che potremmo definire una sorta di edizione ufficiale, che ebbe infine il sopravvento – come ha dimostrato la filologa Babsi - sulle innumerevoli altre già esistenti. A partire dalla tarda estate 2005 fino alla prima decade d’ottobre si susseguirono e moltiplicarono gli studi critici sull’opera del fantomatico duo. Presero posizione trombadour bolognesi come Roberto Bui dei WuMing, cazziologhe letterarie di La Repubblica come Loredana Lipperini e web-pippaioli del calibro di Andrea Barbieri, tutti attivamente impegnati nella dissipazione delle rispettive energie lavorative in futili bighellonaggi sulla rete. Tali filologi si preoccuparono di ripartire le creazioni di Vincenzo e Basile in due opere distinte, ciascuna in ventiquattro videate, esattamente quante erano le lettere del nuovo alfabeto cagliaritano, ed impiegarono i colori dell'arcobaleno per la prima opera e un sobrio argento & oro per la seconda: le comodità di consultazione, di citazione e di rimando furono subito evidenti. Il lavoro di questi studiosi consistette sostanzialmente in un'opera di rigorosa conservazione, volta a mantenere inalterate nel testo le parti di indubbia autenticità, che furono contrassegnate mediante un segno grafico speciale, l’obelos (o belìn). Intere équipe di cultori della materia si dedicarono invece al delicato lavoro di atetesi, cioè di espunzione dei passi spuri. Alle due di notte del 16 luglio 2005 il morescologo forlivense Andrea Barbieri così si espresse su Nazione Indiana in occasione di un confronto con l'ermeneuta Melloni:
andrea barbieri Says: July 16th, 2005 at 02:17
“Melloni, quella di VMO non è satira perché non smaschera nulla, mette/ono solo alla prova la pazienza delle persone, e personalmente non sento il bisogno che in continuazione la mia pazienza sia messa alla prova, cosa che fa perdere solo tempo a me e a loro. Quindi prima di agire per un raptus, cancellerei - proprio come si fa su NI e su Uffenwanken - lucidamente i loro commenti.”.
Ma alle 9 del mattino del 5 ottobre - in Lipperatura -, il Barbieri appariva decisamente più frastornato:
“VMO è nato dopo la crisi della prima Nazione Indiana, quindi ormai da mesi, per punire Moresco, la Benedetti e Scarpa. Sono raffinatissimi nel portare avanti la loro missione. Il loro sfottò è un capolavoro di intelligenza basato sul principio delle arti marziali difensive (quello che WuMing ha sempre teorizzato), cioè usano l'energia dell'avversario per farlo cadere. Non è vero come scrive qualcuno che sono dei "buontemponi": sono dei casseur raffinati con uno scopo preciso: mettere alla berlina tre persone. Sono molto amati perché fanno ridere e soprattutto perché molta gente pensa che Moresco, la Benedetti e Scarpa meritino di essere messi alla berlina. Io penso che dopo tanti mesi continuare a tirare colpi senza farsi vedere in faccia sia vergognoso e che chi li trova dei "buontemponi" sia in malafede o perché gli va bene il loro gioco o perché non vuole guai con loro." (Scritto da: andrea barbieri | 05/10/05 a 09:14 )
[Come non condividere il grido di Barbieri? VERGOGNA! VERGOGNA! SCHIFOSI!, n.d.r.]
Se da un lato gli scandagli epistemologici di fine autunno 2005 risultarono fondamentali per la preservazione del discusso lavoro, dall’altro contribuirono a distruggerne definitivamente l’originario carattere di presa per i fondelli dei web-minchioni in transito per la blogosfera. Dalla coesistenza di questi due elementi, oltre che dall’incertezza dei dati sulla composizione, ed insomma da tutta la serie di problemi connessi all'origine e all’individuazione del vero autore della menata, prese avvio e venne a svilupparsi la cosiddetta questione vmoerica, che, malgrado l’intervento critico dei migliori acquacaldologi, resta a tutt’oggi un problema in gran parte insoluto.
POMPINI
A CAPOTE

Il giovane Truman Capote
Già nel dicembre 2004 la stampa mondiale aveva dato notizia del ritrovamento di un romanzo inedito di Truman Capote:
"Il manoscritto del primo romanzo di Truman Capote, mai pubblicato (secondo il volere dello stesso scrittore) e ritrovato in una scatola di vecchi documenti, andrà all'asta venerdì da Sotheby's a New York. Si tratta del manoscritto completo di "Summer Crossing", un'opera che sembra essere "preparatoria" per la successiva "Colazione da Tiffany", come ha dichiarato Julian Caldwell, vice-presidente per la sezione libri e manoscritti di Sotheby's: circa 200 pagine con altre 89 tra correzioni e materiale supplementare, per un valore stimato di 60.000-80.000 dollari".
Di questi giorni la notizia della pubblicazione:
A breve per Random House il primo romanzo di Capote
"Il primo romanzo di Truman Capote, riscoperto l'anno scorso dopo che a lungo era stato considerato perduto, sarà pubblicato entro ottobre da Random House. L'interesse del pubblico sullo scrittore americano è catalizzato anche dall'uscita del film Capote diretto da Bennett Miller, la storia vera della nascita di A sangue freddo, che inaugurò un nuovo genere letterario la "non-fiction novel". Gina Centrello, editor della Random House, ha ricordato che il manoscritto di Summer Crossing, che l'autore iniziò nel 1943, è stato ritrovato tra i documenti conservati in un box e messi in vendita da Sotheby's nel 2004 [cfr. Alice News 2-12-2004] da una parente della governante dello scrittore. Questo ritrovamento e la successiva vendita scatenò polemiche legate alla volontà di Capote di distruggere il manoscritto. In Italia sarà pubblicato da Garzanti."
Bighellonando su Google/Groups (it.cultura.libri), ho trovato questo scampolo di conversazione tra un certo Lucio Angelini e un sedicente “capote” alle prese con giuliomozzi, a cui stava chiedendo:
"scusa, perché a un certo punto dici: 'la tipa ci guarda'? perché 'ci' e non
'mi'?
Posted by capote at 25.02.04 16:17
Per Capote. Come osi profanare il nome del mio scrittore di culto? Ma tu, almeno, ci sei stato a Westwood, Los Angeles? Lui è lì, vicinissimo alla tomba di Marilyn Monroe.
Posted by Lucio Angelini at 25.02.04 16:32
io ero il suo marchettaro. gli facevo i po*pini a truman. come osi tu!
Posted by capote at 25.02.04 16:56
Blow jobs a Truman? Così «a sangue freddo» non direi proprio che le tue siano mai potute essere «preghiere esaudite» in tal senso. Al massimo ti
avrà concesso di strimpellargli qualche nota all'«arpa d'erba».
Posted by Lucio Angelini at 25.02.04 17:26
ah, questa è musica per le mie orecchie. musica per camaleonti!
Posted by capote at 25.02.04 18:05
Io, invece, penso ad altre voci, altre stanze, e non mi curo se i cani
abbaiano. Tu, però, vacci piano (Go lightly), sbruffoncello d'un Holly, se
non vuoi che ti mandi a fare colazione, anziché da Tiffany, con giuliomozzi al caffè Pedrocchi.
Posted by Lucio Angelini at 25.02.04 19:03
oh, ma lo sai che lavoro faccio io? intaglio bare a mano!
Posted by capote at 25.02.04 19:06
Ho capito subito che baravi:-/
Posted by Lucio Angelini at 25.02.04 19:09
Per Capote: la tipa guarda nel cestino. Quindi "ci" guarda.
Posted by giuliomozzi at 25.02.04 19:38
Truman Capote (meno giovane)
(Lo scrittore Gianni Biondillo nel caratteristico costume di Quarto Oggiaro)
GIANNI BIONDILLO E IL PROBLEMA DEL
SOVRAFFOLLAMENTO DEMOGRAFICO
Scrive Gianni Biondillo nel pezzo attualmente in tournée per tutta la blogosfera (“Quarto Oggiaro è un luogo comune”):
“Siamo una nazione che invecchia, in evidente decadenza, che ha deciso di non avere figli, di non investire nel futuro. Ma il futuro è dei popoli giovani, che hanno, cioè molti figli, molti più figli che padri, o nonni, o figli adulti che non vogliono diventare padri. È degli indiani, dei pakistani, dei cinesi, dei magrebini. Degli immigrati, che hanno un solo capitale, la prole. Dei proletari, in pratica. Questa è la mutazione che a me interessa.”
Gli giro tre documenti:
1) Il rapporto esistente tra incremento demografico e degrado ambientale può essere facile da capire, ma l'impatto economico e sociale di quello stesso incremento è spesso più difficile da percepire. A prima vista, fame, povertà, malattia e disoccupazione, come pure mancanza di casa, criminalità, migrazioni e guerre possono non apparire logicamente collegati all'aumento della popolazione; ma se ricordiamo l’esempio dello scacciaspiriti, possiamo renderci conto che questi problemi sono tra loro strettamente correlati. Infatti, più persone significano più bisogni: ogni persona in più ha bisogno di più cibo, più acqua, più case e più lavoro. L'aumento della popolazione richiede anche un aumento delle infrastrutture: trasporti, energia, sistema di smaltimento dei rifiuti… Più persone richiedono anche più servizi, dalla protezione della polizia all’assistenza sanitaria. Quando le risorse sono insufficienti per la popolazione (o quando la popolazione cresce più velocemente rispetto alla capacità di fornitura di servizi e risorse) le risorse iniziano a scarseggiare. Se il cibo scarseggia, la popolazione ha fame, se le case scarseggiano, le persone rimarranno senza dimora, e se i posti di lavoro sono insufficienti, le persone resteranno disoccupate. La scarsità di risorse dovuta alla pressione della popolazione (e ad un’iniqua distribuzione delle risorse) causa un gran numero di problemi: obbliga le persone ad emigrare, aggrava le tensioni sociali, religiose ed etniche e provoca guerre e rivolte. Di fatto, tutti i più seri problemi che oggi ci troviamo a dover affrontare sono causati o aggravati dalla crescita demografica. A meno che questa crescita non venga controllata, sarà difficile - e forse anche impossibile - risolvere questi pressanti problemi. (Da http://www.difrontealfuturo.net/6impatto.htm)
2) “Se potessero, piante e animali mangerebbero il nostro cibo, ci farebbero morire di fame. Nella prigione del sole è in atto una lotta per l'esistenza. Il sole rilascia energia che le piante trasformano in carburante, ma i rifornimenti sono limitati, come anche la superficie su cui crescono le piante. Per tanta luce solare, solo tanto carburante. Chiunque voglia usufruirne deve conquistarlo. Tutte le creature terrestri - noi umani inclusi - adottano la medesima strategia. L'obiettivo di una iena è mangiare quanti più erbivori le riesca, per produrre più iene possibili. Crescere di numero è una sorta di assicurazione. È la strada del successo, quella che conduce alla vittoria. Se la terra non si è riempita di iene non è colpa loro. Ci provano continuamente, ma incontrano delle barriere: le strategie degli altri animali per conseguire gli stessi obiettivi. Le iene seguono il proprio impulso quando si moltiplicano, si espandono e uccidono per sfamare la prole, mangiano più animali possibili nel proprio territorio, solo che così le prede diminuiscono. Col tempo, la pressione costante verso l'incremento delle specie sposta le barriere con armi nuove. È una guerra per l'accrescimento. Le piante, sul loro fronte, attirano gli animali perché mangino i loro frutti e spargano i semi, alleandosi ad uccelli e ad altri animali. I virus invadono i nostri corpi, occupano il nostro stesso sistema immunitario. In poche ore si moltiplicano in centinaia di copie. Evoluzione, mutazione e resistenza sono la base della loro strategia. L'istinto a moltiplicarsi ha creato la diversità e la varietà. La crescita non è sempre positiva. Noi siamo una minaccia per gli altri esseri viventi. Dovremmo proprio smetterla di cercare di espanderci.”
[da una puntata di QUARK :- )]
3)
UNA RISPOSTA ALLEGRA
Madre Natura
ha già trovato
una propria
risposta
al problema
mondiale
del sovraffollamento
demografico,
una risposta
allegra,
oltretutto:
una risposta gay...

(Vincenzo e Basile di www.VMO.splinder.com)
CHI SCRIVE BLOG…
LO FA SOLTANTO PERCHÉ NON…
Oh, my God, vado su http://journal.splinder.com/
e trovo: 03/10/2005 Le segnalazioni blog di Ottobre
Provate a cliccare su “chi scrive blog”:- )
Come dire che prima di stasera
“Cazzeggi letterari”
avrà raggiunto le sue prime
DIECIMILA

VISITE!!!
No, basta così. Non venite più. Andate da Iannozzi. Lasciatemi in pace. Fanculo a tutti:-) P.S. Le foto sono tratte da
http://www.spitting-image.net/archives/images/blogger.jpg
http://www.public.iastate.edu/~jhale/Soc134/Crowd.jpg

Slobodan Milošević
ESERCIZI DI TRADUZIONE: dal diplomatichese allo schiettese
Copio-incollo da www.librialice.it
Lun 03 ottobre 2005
Albo professionale per i traduttori
Il giorno 24 settembre 2005 si è costituita con atto pubblico l'Associazione "Comitato Altrinit", il cui unico scopo sociale è l'istituzione dell'Ordine Professionale dei Traduttori e Interpreti, traendo motivazione dalle oltre 1300 firme raccolte fino ad ora a sostegno della proposta di legge C. 766 presentata dall'On. Angela Napoli e attualmente in Commissione Cultura della Camera dei Deputati, di cui si chiede la sollecita calendarizzazione. Che cos'è Altrinit? Una sigla che raggruppa trasversalmente traduttori e interpreti, clienti, professionisti, docenti, neolaureati e studenti che chiedono che venga istituito l´ordine professionale dei traduttori e interpreti.
Link: Il sito per le adesioni
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Essendo io stesso un traduttore (letterario, non tecnico), propongo un libero esercizio di traduzione in cui mi cimentai alla fine del secolo scorso: dal diplomatichese allo schiettese. Il 10 aprile 1999 i quotidiani veneti e nazionali riportarono un appello dell’(anche allora) sindaco di Venezia Massimo Cacciari a Milosevic:
“Eccellenza, forse ricorderà come già l’anno scorso mi sia rivolto a Lei e ad altre autorità della Federazione per invitarVi a visitare la mia città con spirito di dialogo, di amicizia e di pace. Tutti auspicavamo che si potesse trovare un terreno di accordo e invece è proseguita una spirale di inaudite violenze. Vorrei scongiurarLa di compiere ogni sforzo per porre fine all’attuale conflitto e lavorare immediatamente per condizioni di pace eque per tutti. La Sua proposta di tregua pasquale è stata da molti considerata insufficiente; io vorrei vedervi comunque un segno di disponibilità al dialogo. Vorrei pregarLa di fare tutto il possibile affinché questa disponibilità si espliciti fino in fondo. Lei certo è consapevole di come la pace, alla fine, sia ineluttabile. Ma i modi e i tempi che si percorreranno per raggiungerla, saranno decisivi per il destino di tutta l’area. Nel rinnovarLe l’invito a vedere in Venezia la sede forse ideale per riprendere i colloqui di pace per tutta l’area balcanica e con l’auspicio di Suoi rapidi e decisivi interventi a favore della pace, La saluto
Massimo Cacciari.
Ecco la mia traduzione:
“Eccellenza nel Male
(o anche 'Brutto pazzo, coglione & criminale'), mi rivolgo a Lei senza alcuna effettiva fiducia nelle Sue capacità di dialogo. Come confidare in qualcuno che si abbandona senza alcuna risonanza emotiva alla più atroce delle attività umane, la "pulizia etnica"? Forse ricorderà come già l'anno scorso io abbia perso del tempo prezioso invitando Lei e altre autorità a visitare la mia città con quello spirito di dialogo, di amicizia e di pace di cui Vi sapevo perfettamente privi. Naturalmente la spirale di inaudite violenze già in atto non solo non si è interrotta, ma ha toccato impensati vertici di intollerabilità.
Ah, come sarebbe bello se una sola bomba superintelligente potesse centrarla in pieno cervello, ponendo fine a tante inutili devastazioni e sofferenze. Purtroppo il mio ruolo politico e un residuo barlume di fede nei miracoli mi impongono di non lasciare nulla di intentato: eccomi dunque pronto a scongiurarLa un'ultima volta di compiere ogni sforzo per risalire la china, porre fine all'attuale conflitto e lavorare immediatamente per condizioni di pace eque per tutti. Nel rinnovarLe l'invito a vedere in Venezia la sede forse ideale per riprendere i colloqui di pace per tutta l'area balcanica e con l'auspicio di un Suo (in realtà improbabile) recupero di umanità, intelligenza e buon senso comune, La saluto
Massimo Cacciari

(Roberto Bui a passeggio per Bologna)
IL BUI
OLTRE LA SIEPE
"Roberto Bui a.k.a. Wu Ming 1 is a member of the Wu Ming contingent of novelists and radical mythographers.
He was a founder and member of the Luther Blissett Project and of the much-talked about www.VMO.splinder.com blog. "Luther Blissett" was (and in a way still is) a multi-use name which could be adopted by anyone interested in constructing the subversive reputation of an imaginary character, allegedly the virtual leader of an open community thriving on media pranks, myth-making, subversive writings, radical performance art and communication guerrilla..."
da
http://wizards-of-os.org/index.php?id=1073&L=3
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INTERVISTA ESCLUSIVA rilasciata a Lucio Angelini
Domanda: "Roberto Bui, che ne pensi della mia fiaba sulla M.?"
Risposta: "La tua fiaba sulla merda è bellissima."

(in una sua simpatica imitazione di Stan Laurel)
"QUESTO È L'OCCHIO BELLO"
(Una fiaba di Lucio Angelini)
La ministra Moratti ricordava perfettamente la filastrocca Questo è l'occhio bello, che sua madre soleva ammannirle quand'era molto piccola.
"Questo è l'occhio bello", le diceva toccandole un occhio. "E questo è suo fratello", proseguiva toccandole l'altro. "Questa è la boccuccia", riprendeva posandole un dito sulle labbra. "... e questo è il campanello. Drin drin drin!!!!!", concludeva dopo una manciata di secondi di suspence, schiacciandole fastidiosamente il naso e scoppiando a ridere come una matta.
"Quando sarò grande e mi occuperò di riforma della scuola", reagiva la futura ministra nella sua piccola mente in formazione, "non ne vorrò minimamente sapere di queste antiquate metodologie didattiche del cazzo. Ho dei progetti tutti diversi. Aspettate che cresca e vedrete!"
Il Ministro Letizia Moratti
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inizio legislatura
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metà legislatura
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rimpasto
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(da www.scuoladitutti.it/ pag1/pagmora3.htm)