Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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sabato, dicembre 31, 2005

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(immagine da http://www.rhip.utexas.edu/pictures/ev17-end-full.gif 

CHE NE DITE DI QUESTO EXPLICIT?  

Voglio dedicare l'ultimo post dell’anno a uno scrittore di Fano, Luciano Anselmi, di cui ero molto amico. Morì nel 1996. Tra i suoi libri, quello che mi ricapita più spesso in mano è “Un viaggio”, sua terza opera narrativa dopo “Niente sulla piazza” e “Gramignano”. Ve ne propongo l’EXPLICIT:  

Prima che le tenebre scendano su di te (io lo so: un giorno, all'inizio della primavera, una cornacchia si poserà sull'ulivo e fisserà il suo sguardo all'ovest, donde vengono le tempeste invernali) fatti forza, raduna tutte le tue memorie, la fotografia di tuo padre morto, e va: deciditi per quella strada ch'è la sola che possa salvarti; te lo dico io che sono tua madre; poche cose essenziali bastano a un uomo per intraprendere un viaggio. Sospirò un poco e aggiunse:


                                   FINE
(1966-1967)

Luciano Anselmi, Un viaggio, Cappelli Editore, 1969

postato da: Lioa alle ore 06:53 | link | commenti (9)
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venerdì, dicembre 30, 2005

PER ME CHE SONO NULLITA'

Una canzone di Don Backy che - vai a capire perché! - mi piaceva all'inizio della sua carriera era "L'ombra nel sole". Il testo, non esattamente abissale, iniziava così:

"L'ombra nel sole
ti porterà
un po' di me
in un sogno d'or."

Il cantautore, poi, conobbe il successo ma, col girar della ruota della fortuna, lo perse. Per riacciuffarlo le provò tutte, per esempio posò nudo davanti al Colosseo, spiegando:

"... Rispondo al perché di quel gesto con una domanda: 'Che fare quando senti di poter ancora dare molto e non riuscire a farlo perché lobby e potere non ti introducono nella loro sfera d'interessi negandoti le occasioni, e relegandoti a vivere un ruolo vissuto 30/40 anni prima?' E' per provocazione - quindi - che un giorno ho posato nudo di fronte al Colosseo, elevato a simbolo (Ave Caesar morituri te salutant ecc. ecc.). Lo feci scientemente per far parlare di me, visto che i soli argomenti artistici - per alcuni - non servono più."

Il successo non tornò comunque. Don Backy non si arrese e partecipò a un'edizione de "La Talpa", ma fu subito eliminato. Il successo, nuovamente, NON tornò. Adesso ne ha pensata un'altra. Non avendo ancora AN scelto l’inno per la convention di Fini del prossimo febbraio, Don Backy ha ritirato fuori dalla manica il suo vecchio asso "L'immensità", "canzone che sembra fatta apposta per scaldare la platea di Fini. Verrei volentieri a cantarla per voi…” (Così la Repubblica del 28.12.05).

Però c’è quella strofa che dice “Un giorno troverò un po’ d’amore anche per me, per me che sono nullità nell’immensità”…

Nullità nell’immensità? Vogliamo scherzare?

A quelli della destra rischia di sembrare decisamente riduttivo, soprattutto a chi ha ancora nell'orecchio esortazioni quali:

"Vincere! Vincere! Vincere!
E vinceremo in terra, in cielo, in mare!
E' la parola d'ordine
d'una suprema volontà!
Vincere! Vincere! Vincere!
Ad ogni costo, nessun ci fermerà!"

Altro che nullità!

Si potrebbe suggerire a Don Backy, così ansioso di fare da testimonial ad An, la seguente variazione:

“AN è solo IMMENSITÀ/nessun la fermerà!" 

postato da: Lioa alle ore 00:11 | link | commenti (3)
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giovedì, dicembre 29, 2005

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(Andersen ritoccato per Carmillaonline) 

 

FERRO E ACCIAIO:

L’ARTISTA SOFFRE, ECCOME!!!

 

(checché ne dicano a Bologna:- ) ) 

 

Il mal di denti fu un supplizio che accompagnò Andersen per tutto il corso della sua vita. Per lui, anzi, il mal di denti diventò addirittura simbolico di ciò che soffriva come artista. Nella FIABA ‘Zia Maldidenti’ i due dolori vengono esplicitamente associati: 

   “La zia Mille è stata ed è l’amica che ha mostrato più comprensione verso i miei spasimi poetici, e quelli del mal di denti: soffro infatti di tutti e due”, dichiara nel secondo paragrafo del racconto il giovane protagonista, uno studente con il vizietto della scrittura. “ ‘Butta giù sulla carta i tuoi pensieri, - mi diceva – e riponili nel cassetto della scrivania; così faceva Jean-Paul, e lui è diventato un gran poeta, che a me veramente non piace molto, perché non appassiona. Tu devi appassionare, ci riuscirai!’” 

       Altri consigli di zia Mille:  

“Basta che tu butti giù sulla carta quello che dici, e non sarai da meno di Dickens. A me sembra, anzi, che tu sia molto più interessante! Tu dipingi quando parli! A sentirti descrivere la tua casa, par di vederla! C’è da rabbrividire! Ma continua la tua opera! Poni in quel che hai descritto qualche essere vivente, delle creature adorabili, meglio di tutto se infelici!

  

Qualche riga più giù, lo studente racconta:

  

La notte seguente mi svegliai tra il desiderio e il pianto; dovevo e volevo diventare il grande poeta che la zia presentiva e vedeva in me; ebbi una vera crisi di spasimi poetici. Vi sono però spasimi peggiori, quelli del mal di denti, e io ne ero oppresso e prostrato: mi contorcevo come un verme, col sacchetto delle erbe aromatiche e l’impiastro sulla guancia.”

  

In una notte di tempesta, infine, il MAL DI DENTI si materializza in Sua Terribilità Satania infernalis, che dice allo sbigottito studente:

  

“Ebbene, tu dunque sei poeta. Ci penserò io a farti salire per tutta la gamma poetica del dolore! Ti metterò in corpo FERRO E ACCIAIO, non lascerò stare un solo nervo!” 

 

E anche: 

 

“Ti insegnerò io a far versi! A gran poeta, gran mal di denti, a piccolo poeta, piccolo mal di denti!

  

Lo studente supplica la creatura di andarsene e di non tornare mai più. Ma Sua Terribilità lo ammonisce: 

 

Se rinuncerai a essere poeta, a metter versi su carta, su lavagna o su qualsiasi altro materiale adatto a scriverci su: allora ti lascerò in pace, ma se ti metterai a far poesie ritornerò!” 

 

Lo studente capisce l’antifona:

Te lo giuro! Basta che non ti veda e che non ti senta mai più!”

 

Invano, perché la creatura incalza:

 

Mi vedrai sì, ma più in carne, sotto l’aspetto di una persona che ti è più cara di me. Mi vedrai sotto forma della zia Mille, e allora ti dirò: ‘Mio caro ragazzo! Tu sei un gran poeta, forse il più grande che abbiamo!’. Ma credi a me, se comincerai a scriver poesie ci penserò io a metterle in musica, a suonartele sulla chiostra dei denti! Caro ragazzo, ricordati di me quando vedrai la zia Mille!”

 

Il mattino dopo, infatti, la zia Mille compare puntualmente per tentarlo: 

 

“Scommetto che non hai scritto nulla ieri sera, dopo che ci siamo dati la buona notte! Magari lo avessi fatto! Tu sei il mio poeta, lo diventerai!” 

 

Lo studente crede di vederla sorridere sardonicamente e non sa più se si tratti della zia Mille vera, quella che gli vuole tanto bene, o della terribile creatura che l’ha tormentato nottetempo…

 

     N.B. I passi citati sono tratti da “Fiabe”, di Hans Christian Andersen, trad. di Alda Manghi e Marcella Rinaldi, Einaudi, Torino 1992.
postato da: Lioa alle ore 07:20 | link | commenti (2)
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mercoledì, dicembre 28, 2005

(Fano, fontana della Fortuna)

Ed eccomi a Fano, ombelico del mondo, per un paio di giorni. Fano, città romana, prende il nome da un antico tempio dedicato alla dea Fortuna (FANUM FORTUNAE) "forse inizialmente solo un piccolo sacello a ricordo della famosa battaglia del Metauro che nell’anno 207 a.C. vide sbaragliato dalle legioni romane l’esercito del cartaginese Asdrubale, intorno al quale si sarebbe poi sviluppato l’abitato: all’inizio non più di un conciliabulum là dove la consolare Flaminia - aperta nel 222 a.C. -, ormai prossima al mare, volgeva a nord in direzione di Rimini". La statuetta della Fortuna nella fontana della piazza è fasulla. Quella vera (be', solo della fine del Seicento) è al museo. Ma se si mettono le dita nell'acqua della fontana, il 2006 non potrà che essere fantastico. Il Teatro, invece, per cambiare un po', si chiama Teatro della Fortuna... 

Per altre notizie storiche: http://www.comune.fano.ps.it/pagina.asp?pag=782

In più a Fano c'è la mia mamma:-) sempre pronta a farmi i cappelletti. Ecco la ricetta:

CAPPELLETTI IN BRODO ALLA FANESE

Il segreto è nell'impasto: 1/3 di carne di vitello magro, 1/3 di magro di maiale, 1/3 di carne di petto di pollo. Cuocere il tutto con burro, sale. Fare a pezzi, macinare e impastare con abbondante parmigiano grattugiato (100 grammi ogni kilo di impasto), + noce moscata + un niente di buccia di limone + 2 uova intere ogni kilo di carne usata. A parte si sarà preparata la sfoglia (1 uovo ogni etto di farina). Ritagliare la sfoglia a cerchietti con apposito strumento o anche con un semplice bicchierino rovesciato. Mettere al centro di ogni dischetto una porzione di impasto e chiuderlo in forma di piccolo cappello (cappelletto). Il brodo in cui cuocere i cappelletti, naturalmente, dovrà essere *buono*, non di dado:-/

postato da: Lioa alle ore 06:05 | link | commenti (3)
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martedì, dicembre 27, 2005

VALERIO EVANGELISTI

 IL COLLARE DI FUOCO

“Pare che gli Stati Uniti stiano per proteggere San Marino. Quando un grosso paese si mette a proteggerne uno piccolo, regolarmente non si tratta che di guai. La loro protezione è un collare di fuoco.” (Justo Sierra). Questa la citazione che giustifica il titolo dell’ultima fatica di Evangelisti. Va subito detto che se, da un lato, l’opera è piuttosto ponderosa, dall’altro la si legge come un romanzo. Anzi, è un romanzo. Siamo nel settembre del 1859. Marion Saltstreet Gillespie (non si sa se antenata di Dizzy) fatica a convivere con i quattro schiavi negri al suo servizio. Ma ancora più repellenti trova i messicani che si ostinano a vivere a Brownsville (“a truly international city located in a semi-tropical paradise where two cultures meet to create a unique land of exotic sounds, flavors, history and natural beauty found nowhere else in the U.S.”: così in www.brownsville.org ). Per quanto disgustosi, i suddetti messicani chiamano il Texas “Tejas” da tempi non sospetti, ovvero fin da prima della sua indipendenza e annessione agli Stati Uniti. Ma veniamo al dunque. Benché siano le quattro inoltrate del mattino, Marion non dorme. È preoccupata? Macché. Sta solo intrattenendo sul divano un certo William Robertson Henry, detto “Big Bill”, che le sta succhionando i seni. Big Bill è ormai sul punto di sfilarsi i pantaloni, quando – fanculo! - si odono degli spari. Subito il romanzo si movimenta. La dissoluta vedova è costretta a far rientrare di colpo nelle coppe del busto le proprie protuberanti esuberanze, o esuberanti protuberanze, che è lo stesso, mentre dalla quarta di copertina Valerio Evangelisti assiste  basito alla scena [impressionante la foto a tutta pagina, che ben ne coglie l'espressione di severa condanna]. Ma vediamo che cosa sta succedendo giù in strada. Si inneggia, ebbene sì, per giunta in spagnolo, alla “república méxicana” e a tale Chino Cortina, un possidente messicano dei paraggi con il vizietto della politica. L’uomo, infatti, si è da poco messo alla testa di una rivolta contro le discriminazioni a cui sono sottoposti i suoi connazionali. 

La vedova Marion decide di svegliare “quei poltroni dei negri” affinché sbarrino le porte, ma è in malafede: i quattro sono perfettamente svegli e hanno già barricato motu proprio porte e finestre, anzi, la stanno aspettando in piedi alla base delle scale al piano di sotto. Sono solo quattro, si diceva: un uomo anziano, due donne grasse e una ragazza di diciott’anni. Ma c’era stato un tempo, ci avverte il Narratore, in cui la Gillespie aveva posseduto una quindicina di schiavi, tutti in buone condizioni fisiche e con i denti sani. Allora suo marito era in vita e anche un piccolo appezzamento rendeva bene, non come adesso! (Si confronti Bob Dylan: “The Times They Are A-changin’”).  

L’interruptus Henry recupera il cinturone con la massiccia Walther e lo allaccia alla vita. Raccoglie la giacca posata sull’orlo di una poltrona e per prudenza ne stacca la stella di latta racchiusa in un cerchio dei Rangers del Texas, quindi la ripone al sicuro nella tasca dei pantaloni, dove ha già nascosto la foto di sua moglie Consolación.  

I testicoli non svuotati gli facevano un male del diavolo”, ci informa Evangelisti. Ma ancora più male gli faranno (mettendosi a girare all’impazzata) quando, abbandonata la casa, Big Bill scoprirà che Brownsville è percorsa da una cinquantina di invasori invasati che gridano: “¡Mueran los gringos! ¡Libertad para el Tejas!”. Insomma non si tratta dei soliti banditi o di uno schiamazzo di ubriachi. L’operazione ha tutta l’aria di essere un atto politico. Da cosa, naturalmente, nasce cosa e la vicenda si dilata fino ad abbracciare la lotta di Benito Juárez contro Massimiliano d’Austria, la dittatura di Porfirio Díaz, la modernizzazione forzata del paese, le rivolte contadine, le stragi e le deportazioni di indigeni. Poi, arrivata al 1890, si arresta di colpo. Filo conduttore, come si sarà facilmente intuito (in caso contrario ce lo ricorda il risvolto di copertina), è il rapporto contraddittorio, di odio e amore, tra Messico e Stati Uniti. Il romanzo si chiude con una serie di istantanee su degli universitari intenzionati a fare la rivoluzione, tutti malinconicamente arrestati all’alba. “La rivoluzione? Non sarete certo voi intellettuali che la farete!”, sospira il peone Tepepa, con lo stesso tono con cui un visitatore del blog “Unità di crisi” si rivolgerebbe a Babsy Jones, Roquentin & Company. In quello stesso istante Porfirio Diaz sta concionando in piazza: “Il paese si è da tempo avviato sulla via [non bada alle ripetizioni, il Porfirio] della laboriosità e del progresso. Si tratta solo di completare l’opera, uniti e solidali sotto la bandiera della patria. Garantirò con mano ferma l’ordine necessario. Di una cosa potete stare certi: l’epoca delle violenze e delle rivolte con oggi si chiude per sempre. Inizia per il Messico una nuova era: quella del benessere e della vera libertà”. Sembra un discorso di Cofferati ai bolognesi. Ma proprio un altro bolognese, Franco Berardi detto Bifo, ne trarrà spunto per un disincantato opuscoletto subito ripreso da Evangelisti in www.carmillaonline.com  

postato da: Lioa alle ore 01:59 | link | commenti (11)
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lunedì, dicembre 26, 2005


(Il gomito di Antonio Bois, di Blogdiscount.org)

da http://static.flickr.com/3/2403165_0d5d509e45_m.jpg

 

Cazzo, quelli di Blogdiscount non mi hanno dato neanche un premio Blog-Aworse, con tutta la fatica che ho fatto a cazzeggiare quotidianamente, sia come conduttore di questo blog (dal lontano giugno scorso a oggi), sia come commentatore di altri blog (Lipperatura, Nazione Indiana, Vibrisse Bollettino eccetera) da ancora più tempo. Sentite, per esempio, a chi hanno dato il premio “peggior commentatore di lit-blog”: 

 

Premio Peggior commentatore da lit-blog:

 Wu Ming 1
perché ha sempre la ragione in tasca, c’ha gli scagnozzi che scendono dalla montagna in caso di flame e sputa commenti ex cathedra lunghi anche tre schermate.
  

Nominati dalla giuria:
Giuseppe Iannozzi
perché ci ficca sempre le sue preferenze in materia di letteratura e di sesso (e ne azzeccasse una che fosse una)

 Georgia Mada
Perché gEorgia con la E
 

[Meno male che Roberto Bui - ormai - sa perfettamente quanto Madre Natura (e in particolar modo il gabbiano Larus Ridibundus)  sia indifferente ad ogni affaccendarsi degli umani blogger.] 

E il premio “teoria della Lipperatura”? 

Premio speciale Teoria della Lipperatura:

 Roquentin
Per essere il miglior specialista della nuova disciplina che si spera rimanga confinata nel risibile raggio della lit-blogosfera
 

Vediamo il Premio Peggior commentatore di Blogdiscount

 

Ataru
per esserci stato sempre fedele, attraverso tutte le liti, i flame storici e i cambi di dominio, commentando sempre, immancabile, nonostante gli si risponda una volta su mille

 

Nominati dalla giuria:
Paolo Beneforti
per le domande vispe, sempre acute ed intelligenti che pone agli autori del blog
Kekule
il nostro primo commentatore, e c’è ancora e non ha perso un colpo, solo una persona davvero malvagia può arrivare a tanto

 

[Certo, Pavlov Beneforti è il classico commentatore che si è fatto da sé, dopo anni di dura gavetta in it.cultura.libri (dove ripete con la meccanicità del cagnetto suo omonimo: “Impara a quotare, impara a quotare, impara a quotare...”)] 

 

Però, che invidia!

 

Non mi resta che consolarmi interiorizzando l’Ungaretti più natalizio:

 

Non ho voglia 

Di tuffarmi 

In un gomitolo

Di calli*      [*così le strade a Venezia, N.d.A.].

Ho tanto

Rosicume

Sulle spalle. 

Lasciatemi così 

Come un 

Blogger

Posato

In un 

Angolo

E dimenticato. 

postato da: Lioa alle ore 04:55 | link | commenti (11)
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domenica, dicembre 25, 2005

************

REBUS

DI NATALE

(6+2+5+8)

************

con aiutino (la seconda e la terza ve le dico io) 

 

Au  

 

da Lucio

  

(il cognome nell’immagine) 

 

P.S. Azz. Ho un dubbio atletico. Forse il plurale di guru non è guri…  

-------------------------------------------------

L’mmagine dei piccoli angeli (o angelini) è tratta da

http://www.elyblu.it/07-317.jpg

postato da: Lioa alle ore 05:12 | link | commenti (7)
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sabato, dicembre 24, 2005

FASSINO PRECISINO 

 

(“RILASSARSI LO RENDE NERVOSO”) 

 

Non posso non rubare (ehm… copia-incollare) dal blog di Daniele Luttazzi (www.danieleluttazzi.it ) questo spassoso “ritratto al telefono” di Piero Fassino:  

“28 giugno, ore 16,10.
Anna Fassino telefona a Della Valle.
Anna: ” Piero passa ore a tagliare buoni sconto dalle riviste, poi li usa per comprare dozzine di cose che non ci servono e si vanta di aver risparmiato 4 euro! (…) Quando si rompe qualcosa, lo mette da parte per i “ricambi”, non si sa mai. La cantina è un cimitero di elettrodomestici rotti. Tv, radio, frigo, lavatrici, tostapane. (… ) In cucina è sempre lì a dirmi:-Aspetta. Lascia che ti mostri come si fa.- Se sto sbucciando un'arancia o sbattendo delle uova, lui deve mostrarmi che ha un modo migliore. Più efficiente. Più facile. Mi fa infuriare. Rilava piatti che ho già lavato, riorganizza scaffali che ho già ordinato, riempie cassetti che ho già vuotato. Una volta ho spostato una caffettiera per avere più spazio per cucinare. Cinque minuti dopo, l'aveva già rimessa al suo posto. (…) Al momento del dolce, devo scucchiaiare il gelato dalla terrina in modo che la superficie resti orizzontale, niente buche o collinette. (…) Mi prepara la lista della spesa ogni mattina. Poi la firma con le sue iniziali. PF. Come se altrimenti non sapessi chi l'ha scritta. (… ) Deve verificare tutto quello che dico. Mi chiede:-Il latte è finito?- Rispondo di sì. Ma lui guarda lo stesso nel frigo. Dico che sta piovendo, va a vedere alla finestra se è vero. Mi chiede cosa sto cucinando, ma non gli basta che glielo dica. Guarda nella pentola. (…) Non riesce a rilassarsi. E' sempre lì a scrocchiarsi le nocche, tamburellare con le dita, giocherellare coi pollici, piegare le ginocchia, rigirarsi l'anello, aggiustare la cravatta. Non sta fermo un attimo, neppure nel sonno. Rilassarsi lo rende nervoso. E se gli faccio un complimento, scoppia a piangere.”

(seguono altri  pseudo-rodariani “Ritratti al telefono” non meno divertenti).

postato da: Lioa alle ore 06:58 | link | commenti (3)
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venerdì, dicembre 23, 2005

     

 

IL PARALIPOMENO DEI WU MING 

 

Il racconto si apre con una ferma condanna dell’antropocentrismo (= Crede forse l’uomo che tutto ciò che esiste sia a sua disposizione? Stolto!). Seguono 1) una breve annotazione sull’indifferenza della natura verso le inani pretese umane (si confronti il motivo leopardiano della natura matrigna, che tutto affatica e spegne “indefatigata”); 2) una breve scheda sul gabbiano Larus ridibundus. Tale uccello, si precisa, vive nell’America settentrionale… Non lo si nomina, dunque, a caso, ma affinché - sulle sue ali - il lettore possa volare prima nello spazio (baia di Boston), poi indietro nel tempo (primavera inoltrata del 1775). Boston è assediata e tira la cinghia, ma il gabbiano Ridibundus sghignazza sornione, tanto sa che, a differenza degli assediati, non avrà nessuna difficoltà a “mettere insieme pranzo e cena”. [Che lo possino!]. Ma veniamo al Chi-Dove-Quando-Come-Perché. La situazione è presto detta: l’esercito di Sua Maestà Giorgio III [Attenzione, svista ortografica! Va eliminato il cerchietto alto dopo III!] deve affrontare i bostoniani ribelli, stanchi di vessazioni, smaniosi di autonomia e incazzati neri contro il Parlamento che impone balzelli da tremila miglia di distanza, fa gli interessi degli indiani e pare voglia addirittura liberare gli schiavi negri.

Al grido di “Tutti a Boston!”, un’accozzaglia di straccioni  si raduna da ogni dove a dar man forte ai ribelli. Tale esercito, pur variegato nell’aspetto e nell’equipaggiamento, è in compenso unitario negli intenti, tanto che il Narratore [di qui in avanti: N.] si pone la domanda assiale, ancorché retorica, del testo: “Forse che il cane, pur avendo quattro zampe, si muove in quattro diverse direzioni?”. Dopo alcune divagazioni geografico-paesaggistiche sulla baia di Boston, il N. passa a evidenziare lo sconforto dei georgiani. Nel loro immaginario i ribelli addirittura “mangiano i bambini” (un po’ come i comunisti di un paio di secoli dopo). Dalla madrepatria, per fortuna, arrivano i rinforzi. In men che non si dica i bostoniani erigono un fortilizio sulla collina chiamata – benché priva di bunker - di Bunker, probabilmente dal cognome del proprietario. Il tempo di una fugace considerazione sul fucile - “arma la cui azione parte dall’Aldiqua, ma si conclude metafisicamente nell’Aldilà”- e subito il N. addita al lettore da un lato la trasandatezza del look degli uomini del colonnello Prescott,  orribilmente sudici e  refrattari a ogni “infemminamento” (certo, fra loro circola anche qualche puttana, ma le condizioni complessive delle loro mutande non ne risultano affatto migliorate, semmai peggiorate), dall’altro l’impeccabile nettezza della loro bandiera rosso-bianco-blu. Negli accampamenti inglesi, per contro, non mancano lavandaie, sartine e cuoche, ma  la bandiera – si è tentati di supporre per ragioni chiasmiche – dovrebbe essere come minimo bucherellata e spruzzata di sugo.

Visto che i cannoni delle navi non possono essere inclinati verso l’alto, l’assalto ai ribelli della collina parte in manual mode. Il N. non si perita, a questo punto, di devolvere l’8 per mille della sua pietas anche alla sfiga delle giubbe rosse (“un quarto di globo lontani da casa per quattro scellini alla settimana, nessuna certezza del futuro”… un po’ come i giovani precari di oggi, per intenderci; si confronti, inoltre, Giuseppe Giusti, “Sant’Ambrogio”: “Costor, dicea tra me, re pauroso,/schiavi gli spinge per tenerci schiavi;/gli spinge di Croazia e di Boemme,/come mandre a svernar nelle maremme.”), dopodiché ce le mostra (le giubbe rosse) nell’intrepidezza dell’azione. I primi due attacchi vengono neghittosamente respinti. Al terzo assalto, purtroppo, “sbocciano fiori di sangue”. E tuttavia per la perfida Albione  si tratta della classica vittoria di Pirro. Da un lato ha vinto, dall’altro ha incassato (= messo in cassa da morto) ben 226 cadaveri contro i 140 del nemico. Agli alti ufficiali inglesi non resta che mugugnare: “Non è più tempo di scaramucce. Occorre procedere a una vera guerra”. Ed è così che “il male entra come un ago e s’allarga come un tronco di quercia”. Giorgio III si guarderà bene dal fare troppo lo schizzinoso nell’arruolare nuove soldataglie ad hoc. Ingaggerà, anzi, senza batter ciglio le peggiori canaglie d’Europa, pur di tenersi stretta l’America. Epperò noi sappiamo dai nostri studi matti e disperatissimi (= i nostri sudati Bignami) come andò a finire:- /  

 

Tutto ciò in “BREED’S HILL, 17 giugno 1775”, 1° paralipomeno non alla Batracomiomachia, bensì al nuovo futuro romanzo dei Wu Ming. Leggibile nel loro sito, scaricabile, copyleftabile eccetera come strenna natalizia da metà dicembre 2005.

postato da: Lioa alle ore 00:30 | link | commenti (10)
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giovedì, dicembre 22, 2005

LETTERATURA DI GENERE   

I LIBBRI DE' PAURA  

Vi *****PERPLIME***** [verbo fighissimo - da perplimere - lanciato da Corrado Guzzanti, come ricorda l'Accademia della Crusca qui: http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4409&ctg_id=44 ] l’attuale dibattito sulla letteratura di genere? Siete convinti che essa debba sapersi reinventare continuamente, se vuole sopravvivere?  

Ebbene, avete ragione. Prendiamo i libbri de' paura, per esempio. Possibile che ci si debba fossilizzare sul solito, striminzito, ripetitivo, arci-sfruttato repertorio di appena una mezza dozzina di paure? Mai nessuno che si occupi, che so io?, di CATASTASIOFOBIA (paura di cadere dal letto)...  

Scrittori di libbri de paura, NON ABBIATE PAURA: sbrigliate la fantasia, fate vedere chi siete! Visitate:

http://www.ojohaven.com/fun/phobias.html

oppure 

http://www.madvero.it/articoli/paurefobieedintorni.asp  

e provate a lavorare su qualche paura nuova. Eccone alcune:

PAURE  

ablutofobia paura di fare il bagno
acluofobia paura del buio
acusticofobia paura del rumore
acrofobiapaura dei luoghi elevati
agorafobia paura degli spazi aperti
ailurofobia paura dei gatti
alectorofobia paura dei polli
allodoxafobia paura delle opinioni degli altri
amatofobia paura della polvere
androfobia paura degli uomini
anemofobia paura del vento
apifobia paura delle api
aracnofobia paura dei ragni
aurofobia paura dell'oro
automisofobia paura di essere sporchi
aviofobia paura di volare
bhacillofobia paura dei microbi
bibliofobia paura dei libri
bufonofobia paura dei rospi
carcinofobia paura di ammalarsi di cancro
catisofobia paura di sedersi
chemofobia paura dei composti chimici
chinofobia paura della neve
colerofobia paura della collera
crometofobia paura dei soldi
cromofobia paura dei colori
cibofobia paura del cibo
cinetofobia paura del movimento
cinofobia paura dei cani
claustrofobia paura degli spazi chiusi
climacofobia paura delle scale
coprofobia paura delle feci
coulrofobia paura dei clown
ciclofobia paura della bicicletta
decidofobia paura nel prendere decisioni
dendrofobia paura degli alberi
dentofobia (o odontofobia) paura del dentista
dermatofobia paura delle lesioni della pelle
didascaleinofobia paura della scuola
dichefobia paura della giustizia
dipsofobia paura di bere
disabiliofobia paura di spogliarsi di fronte a qualcuno
dromofobia paura dei mezzi di locomozione
dismorfofobia paura di non avere un aspetto normale
ecclesiofobia paura delle chiese
eisoptrofobia paura degli specchi o di vedervisi riflessi
electrofobia paura dell'elettricità
eleuterofobia paura della libertà
eliofobia paura del sole
emetofobia paura del vomito
emofobia paura del sangue
enofobia paura del vino
entomofobia paura degli insetti
equinofobia paura dei cavalli
eremofobia paura della solitudine
ergofobia paura del lavoro
ereutofobia (o eritrofobia) paura di arrossire
erpetofobia paura dei rettili
eufobia paura di sentire buone notizie
falacrofobia paura di diventare calvo
farmacofobia paura delle medicine
filofobia paura di innamorarsi
fobofobia paura delle fobie
fonofobia paura dei rumori
frigofobia paura del freddo
gamofobia paura del matrimonio
gefirofobia paura nell'attraversare i ponti
glossofobia paura di parlare in pubblico
gimnofobia paura della nudità
ginofobia paura delle donne
iatrofobia paura del medico
idrofobia paura dell'acqua
ittiofobia paura dei pesci
keraunofobia paura dei tuoni
leucofobia paura del colore bianco
mastigofobia (o rabdofobia) paura delle punizioni
melofobia paura della musica
menofobia paura delle mestruazioni
micofobia paura dei funghi
musofobia paura dei topi
necrofobia paura della morte
nefofobia paura delle nubi
neofobia paura delle novità
nictofobia paura della notte
nosocomefobia paura degli ospedali
odinofobia paura del dolore
ofidiofobia paura dei serpenti
oicofobia paura della casa
ombrofobia paura della pioggia
ommetafobia paura degli occhi
omofobia paura dell'omosessualità
ornitofobia paura degli uccelli
pagofobia paura del ghiaccio
papafobia paura del papa
papirofobia paura della carta
parassitofobia paura dei parassiti
patofobia paura delle malattie
pedofobia paura dei bambini
pirofobia paura del fuoco
plutofobia paura della ricchezza
radiofobia paura delle radiazioni
sciofobia paura delle ombre
scolecifobia paura dei vermi
scotomafobia paura di diventare ciechi
scriptofobia paura di scrivere in pubblico
selenofobia paura della luna
sfecsofobia paura delle vespe
siderodromofobia paura dei viaggi in treno
siderofobia paura delle stelle
staurofobia paura dei crocifissi
stenofobia paura degli spazi stretti
simmetrofobia paura della simmetria
tacofobia paura della velocità
tafofobia paura dell'essere sotterrato vivo
tecnofobia paura della tecnologia
talassofobia paura del mare
tanatofobia paura della morte o di morire
termofobia paura del caldo
tossifobia paura di essere avvelenati
triscaidecafobia paura del numero 14
tripanofobia paura delle iniezioni
tropofobia paura del muoversi, del cambiare luogo
uranofobia paura del cielo
urofobia paura dell'urina
vaccinofobia paura delle vaccinazioni
venustrafobia paura delle belle donne

verbofobia paura delle parole
xantofobia paura del colore giallo
xenofobia paura degli stranieri
zoofobia paura degli animali
 

postato da: Lioa alle ore 07:29 | link | commenti (8)
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mercoledì, dicembre 21, 2005

(immagine da: http://www.robespierre.it/images/arresto_di_robespierre.jpg)

TERMIDORO

“La Restaurazione, quella vera, si combatte combattendo Termidoro”, scrive Tommaso De Lorenzis su Carmilla (“Note sulla letteratura di genere”).

Non è chi non veda - a questo punto - la necessità di qualche APPROFONDIMENTO.

1)

Per prima cosa va notato l'audace accostamento di De Lorenzis tra vicende della letteratura di genere e vicende della Rivoluzione francese:-). Con "Termidoro" egli ci rimanda inequivocabilmente alla riforma del calendario repubblicano decretata il 4 Frimaio. Sintetizzo da internet (http://www.dervio.org/qd/gloss/calen/fran.htm):

“La Convenzione nazionale, dopo avere sentito il proprio comitato di istruzione pubblica, decreta quanto segue:  

L'era volgare è abolita per gli usi civili.  Ogni anno comincia a mezzanotte, nel giorno in cui cada l'equinozio vero di autunno per l'osservatorio di Parigi. Il primo anno della Repubblica francese ha avuto inizio a mezzanotte il 22 settembre 1792, e ha avuto fine a mezzanotte, separando il 21 dal 22 settembre 1793. Il secondo anno ha avuto inizio a mezzanotte il 22 settembre 1793, essendo arrivato l'equinozio vero di autunno quel giorno per l'osservatorio di Parigi alle ore 3, 11 minuti, 38 secondi della sera.
Il decreto che fissava il principio dal secondo anno al 1 gennaio 1793, è riportato; tutti gli atti datati l'anno secondo della Repubblica, passati nella corrente dal 1 gennaio al 21 settembre inclusi, sono visti come appartenenti al primo anno della Repubblica. L'anno è diviso in dodici mesi uguali, di trenta giorni ciascuno: dopo i dodici mesi seguono cinque giorni per completare l'anno ordinario; questi cinque giorni non appartengono a nessuno mese.[sic]
Ogni mese è diviso in tre parti uguali, di dieci giorni ciascuna chiamata Decade.
I nomi dei giorni della decade sono: Primidi, Duoidi, Tridi, Quartidi, Quintidi, Sextidi, Septidi, Octidi, Nonidi, Décadi,,.
I nomi dei mesi sono: per l'autunno, Vendémiaire, Brumaire, Frimaire. Per l'inverno, Nivose, Pluviose, Ventose.
Per la primavera, Germinale, Floréal, Prairial. Per l'estate, Messidor, Thermidor, Fructidor.
I cinque ultimi giorni si chiamano Sansculotides.
 

Nota. Per un decreto dei 7 Fructidor anno 3, la Convenzione ha riportato questa disposizione, e ordinato che gli ultimi giorni del Calendario repubblicano porterebbero il nome di giorni complementari, al posto di quello di Sansculotides. L'anno ordinario riceve un giorno di più, a seconda che la data dell'equinozio lo comporti, per mantenere la coincidenza dell'anno civile coi movimenti celesti. Questo giorno, chiamato giorno della Rivoluzione, è posto alla fine dell'anno, e forma il sesto dei Sansculotides. Il periodo di quattro anni alla fine della quale questa addizione di un giorno è abitualmente necessario, è chiamata il Franciade, in memoria della rivoluzione che, dopo quattro anni di sforzi, ha condotto la Francia al governo repubblicano. Il quarto anno del Franciade è chiamato Sextile.  Il giorno, da mezzanotte a mezzanotte, è diviso in dieci parti od ore, ogni parte in dieci altre, così via fino alla più piccola porzione commensurabile della durata. La centesima partita dall'ora è chiamata minuto decimale; la centesima partita dal minuto è chiamata secondo decimale. Questo articolo non sarà di rigore per gli atti pubblici che a contare del 1 Vendémiaire, anno 3 della Repubblica. Il comitato di istruzione pubblica è incaricato di fare stampare, in diversi formati, il nuovo calendario, con un'istruzione semplice per spiegarne i principi e l'uso.
Il calendario così come l'istruzione saranno demandati ai corpi amministrativi, alle municipalità, ai tribunali, ai giudici conciliatori ed a tutti gli ufficiali pubblici, agli eserciti, alle società popolari ed a tutti i collegi e scuole. Il consiglio esecutivo provvisorio lo farà passare ai ministri, consoli ed altri agenti della Francia nei paesi stranieri.
Tutti gli atti pubblici saranno datati secondo la nuova organizzazione dell'anno. 
 

I professori, i maestri e maestre, i padri e madri di famiglia, e tutti quelli che dirigono l'educazione dei ragazzi, si affretteranno a spiegar loro il nuovo calendario, conformemente all'istruzione che è annessa.  

[Può essere un utile spunto per la Moratti?] Tutti i quattro anni, o tutti i Franciades, al giorno della rivoluzione, saranno celebrati dei giochi repubblicani, in memoria della rivoluzione francese...  

 

Dio, che mal di testa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 

2)

 

TERMIDORO, COLPO DI STATO DEL
(9 termidoro, 27 luglio 1794). Rovesciamento del governo giacobino durante la rivoluzione francese. Il Comitato di salute pubblica fu privato dei suoi poteri e Robespierre e i suoi seguaci, accusati di ambizione e dispotismo di fronte alla Convenzione, furono arrestati e decapitati il giorno successivo. Al successo della congiura antigiacobina avevano contribuito le vittorie riportate sui nemici interni ed esterni della rivoluzione che avevano reso inutile il regime del  Terrore. Inoltre si erano allentati i legami tra il governo rivoluzionario e i sanculotti, scontenti per il calmiere sui salari e per le esecuzioni dei seguaci di Hébert Infine, il gruppo dirigente aveva perduto l'appoggio della Convenzione dopo l'alleanza tra i moderati della Palude e i cosiddetti "terroristi", rappresentanti in missione nelle province, richiamati da Robespierre a Parigi a causa dei loro misfatti.
 

(http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/t/t025.htm

 

3)

“Il Termidoro storico fu uno dei regimi più corrotti che si siano mai avuti nell'Europa moderna e rivaleggiò con il Terrore del Tribunale di salute pubblica instaurando un Terrore reazionario che non aveva nulla da invidiarvi. ((Eugenio Scalfari, L’Espresso: 

http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=o&m2s=null&idCategory=4789&idContent=753983)

4)

TERMIDORO 

1 nel calendario rivoluzionario francese, undicesimo mese dell’anno che andava da luglio ad agosto
2 nella Francia rivoluzionaria, la giornata del 27 luglio 1794 (9 termidoro anno II), nella quale i membri della Convenzione rovesciarono il governo di Robespierre segnando la fine del Terrore
(De Mauro: http://www.demauroparavia.it/119652 

Termidoro: dal greco therme (calore) e doron (dono). Nome del mese di agosto nel calendario della prima repubblica francese  

5) ARAGOSTA ALLA TERMIDORO  

http://www.alfemminile.com/w/ricetta/r721/aragosta-alla-termidoro.html 

 

Ingredienti :
2 kg di aragosta
500g di zucchine tagliate a rondelle
500g di dadini di pomodoro
50g di cipolla
250g di pasta sfoglia
20g di burro
1CC di cerfoglio tritato
1 CC di timo tritato
2 CC d'olio d'oliva
Brodo (acqua, vino bianco, aceto, aromi)
Sale e pepe

Ricetta :
Prendi la pasta sfoglia e taglia 4 cerchi di 10 cm di diametro.
Falli cuocere al forno per 15 minutes e lasciali raffeddare.
Dentro una pentola di acqua bollente salata, fai cuocere le zucchine per circa due minuti, poi scolale.
Dentro il brodo fai cuocere l'aragosta per 15/20 minuti.
Nel frattempo, in una pentola con un cucchiaio d'olio d'oliva metti le cipolle, i pomodori, sale e pepe, e lasciali cuocere per 15/20 minuti.
Metti questo composto sulla pasta sfoglia e a raggiera le zucchine.
Insaporisci con del timo e dell'olio d'oliva poi metti il tutto nel forno per circa 30 minuti a 180°.
Spela l'aragosta e tagliala a fette.
Mettila poi in una pentola con una noce di burro e falla cuocere per circa 2 minuti a fuoco basso.
Insaporiscila con il cerfoglio.
Disponi la pasta sfoglia e l'aragosto su di un piatto e servi caldo.

Consigli :
Vino consigliato:
- Alsazia: Riesling, Gewurstraminer
- Bordeaux: Château Carbonneux
- Borgogna: Saint Véran, Pouilly fuissé, Meursault
- Loira: Sancerre, Pouilly fumé
- Provenza: Bandol
- Reno: Tavel 
 

(da http://www.ristoreggio.it/index.php?option=content&task=view&id=110&Itemid=278) 

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martedì, dicembre 20, 2005

 

   

IL BRAVO RAGAZZO

E il CATTIVO RAGAZZO 

 

Il primo era un ragazzo posato:

aveva i piedi per terra

la testa sul collo

(senza traccia di grilli)

il sorriso sulle labbra

lo sguardo franco [ehm… giulio].

E poi era tutto d'un pezzo.

Diceva pane al pane

e vino al vino.

Sapeva il fatto suo

e soprattutto

sapeva stare al suo posto. 

 

Il secondo era un ragazzo sospeso.

Aveva i piedi per aria

la testa sotto il collo

(invasa dai grilli)

il sorriso sul naso

lo sguardo giuseppe.

Era diviso in più pezzi.

Diceva pane al cane

e vino al pino.

Sapeva il fatto altrui

e soprattutto

usurpava continuamente

il posto degli altri.

                            (Lucio Angelini)

Nota bene: l'immagine del cattivo Iannozzi è tratta da http://chatterly.splinder.com

postato da: Lioa alle ore 05:24 | link | commenti (10)
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lunedì, dicembre 19, 2005

Regalino: la canzone dei cammellieri del deserto del Negev "Orcha Bamidbar". Cliccare su AU.

Da http://www.jnf-canada.org/jnf/songcamel.html

 

Camels' Caravan in the Desert


Listen to the Song
To see the animation Reload this page.
Yamin usmol, rak chol vachol
Yatzhiv midbar le'lo mish'ol

Rak kav, kif'at ye'arim kchad
Tzilo al peney ha'ofek yat

Orkcha overa, orkcha na'ah
Kidmoot kchalom sham mufla'ah

Hed tzlil oleh, yored katzuv
Gmalim pos'im be'nof atzuv

Ze akchar ze, yishrey pesia'ah
Ke'kchorshey nir, yekchtzu tzia

Lin-lan lin-lan, mi'yam el yam
Kol ni'ah kal, kol tza'ad tam

Shma'h kol ha'tzlil, ke'tzav matok
Halokch us'et, halokch ushtok

Lin-lan lin-lan, ze shir handod
Rak kal litz'od, rak kal litz'od

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domenica, dicembre 18, 2005

(Edvard Collin)
 

STEFANO BOLOGNINI SU ANDERSEN:  

 

“UN ANATROCCOLO GAY” 

 

"...  [cut] non è palese che la fiaba Il brutto anatroccolo racconti il difficile percorso dell'omosessuale che cerca i propri simili e le sue enormi difficoltà nel farsi accettare? Quanti omosessuali giovanissimi sono stati sbeffeggiati e derisi? Quanti hanno provato sulle proprie “piume” un senso infinito di solitudine pari a quello del brutto anatroccolo? Quante volte abbiamo provato il senso di essere sbagliati e fuori posto? Quante volte la fuga, o purtroppo la morte, ci sembrava l'unica soluzione alla nostra diversità? E quante “anatre” abbiamo dovuto incontrare prima di trovare “cigni” simili a noi? Quanta gioia di stare anche tra i propri simili mostrando anche ai bambini le proprie piume?
Siete scettici e vi sembra che stia prendendo lucciole per lanterne?
In effetti la novella potrebbe parlare genericamente di diversità e quindi descrivere perfettamente la sofferta condizione di un omosessuale non accettato. Solo la prova che l'autore fosse omosessuale potrebbe essere garanzia che lo stesso abbia voluto parlare proprio di questo.
Una enciclopedia che ho tra le mani dice genericamente che… [cut] tutta la sua opera è pervasa da "una sottile vena di malinconia" e riecheggia i suoi "amori infelici" per alcune donne. Donne? Non solo. L'enciclopedia dimentica che già in passato si vociferava sulla presunta omosessualità dell'autore e soprattutto sulla sua amicizia contrastata con Edvard Collin. Andersen, in occasione del matrimonio dell'amico, scrisse La Sirenetta che - forse per caso? - narra le vicende di un essere metà donna e metà mostro, innamorata perdutamente di un principe irraggiungibile. La stessa affronterà ostacoli insormontabili senza riuscire a conquistarlo. Inoltre i diari e le lettere dell'autore sono cosparsi di sottointesi “espliciti” sulla sua sessualità. Ecco uno stralcio da una lettera di Hans a Edvard: "Io languo per te come una bella ragazza di Calabria... i miei sentimenti per te sono come quelli di una donna... La femminilità della mia natura e la nostra amicizia devono restare un mistero”. Edvard Collin dichiarerà nelle sue memorie postume: "Mi trovavo nell'impossibilità di rispondere a questo amore e la cosa fece soffrire molto la natura profonda di Andersen”. Altri amori rimasti platonici furono pure quelli per il giovane duca di Weimar e per il ballerino danese Harald Scharff". Signe Toksving, in una biografia castigata, giunge ad affermare: "Egli stesso [Andersen] era questa sirena che cerca di conquistare l'amato, irraggiungibile principe mortale, sebbene incontri ogni ostacolo, come trovatella, come schiava, come diversa... perdeva il principe conquistato da un’altra... Era una confessione della propria debolezza il fatto che qui Andersen si incarnasse in un personaggio femminile". A nostro parere non era una confessione di debolezza, ma l'espressione sincera della sua essenza di diverso, di soldatino di stagno senza una gamba, di cigno solo e beffeggiato e di sirena sofferente… [cut]… Omosessuale, omosessuale represso, bisessuale, casto o altro? Queste dispute lasciamole ai critici letterari. Ci basti il suo invito a cercare i nostri simili e a mostrare le nostre splendide piume. È l'invito di un uomo, come dice Mayer, che "non descriveva più infelicità e felicità, ma l'incurabile diversità della sirena, del soldatino di stagno mal riuscito, del cigno nello stagno delle anatre, che tuttavia deve vivere nello stagno, dove non si riconosce...” (STEFANO BOLOGNINI)

da http://www.gay.it/view.php?ID=13653 

 

Sull'omosessualità di Andersen si sofferma lo stesso sito  www.hca2005.com sorto per il bicentenario della nascita dello scrittore.

Ecco cosa leggiamo qui: http://www.hcandersen2005.net/Life+_+Work/FAQ/Homosexuality

"... Wullschlager, who speaks of Edvard Collin (of all people!) as Andersen's "lover", maintains the following in a long footnote (p. 382): "The silence of Danish commentators, from Andersen's own time until the present day, on the subject of his homosexual relationships, is remarkable. Andersen's diaries leave no doubt that he was attracted to both sexes; that at times he longed for a physical relationship with a woman and that at other times he was involved in physical liaisons with men [JdM's italics].

Nevertheless, the matter has been discussed several times in Denmark, for example in Elias Bredsdorff's biography of Hans Christian Andersen (1974) and in Johan de Mylius's H.C. Andersen. Liv og værk 1805 - 1875 (H.C. Andersen, Life and Work) (1993, new edition 1998 with the title H.C. Andersens liv. Dag for dag (H.C. Andersen's life. Day by day). The latter has furnished documentation that indicate very warm feelings indeed from Andersen for Henrik Stampe and Harald Scharff (on a poem by the latter, see also the introduction to Johan de Mylius's edition of Andersen's Samlede digte (Collected poems) 2000). Andersen's very strong (but altogether platonic, also entirely asexual and, in addition, unreciprocated) feelings in his youth for Edvard Collin and Ludvig Müller are well-known.

It must be stressed that there is no evidence to support the idea that Andersen should ever have had what Wullschlager calls "physical liaisons" with men. It is likewise doubtful whether he ever had physical contact with a woman - in spite of several visits to brothels.

It might be said that Andersen's feelings did not have any gender. His sexuality indeed did (as appears from many passages in almanacs and diaries, for example in the diary from 11 July 1842: "Sensual, a passion of the blood, which was almost animal, a wild urge for a woman to kiss and embrace just as when I was in the Mediterranean", an exclamation, which no homosexual would make). To a large extent, Andersen was a spiritually androgynous person or, as Søren Kierkegaard put it in Af en endnu Levendes Papirer (1838; Early Polemical Writings 1990): he is "like those flowers where the male and the female sit on one stalk").

To conclude, it is correct to point to the very ambivalent (and also very traumatic) elements in Andersen's emotional life concerning the sexual sphere, but it is decidedly just as wrong to describe him as homosexual and maintain that he had physical relationships with men. He did not. Indeed that would have been entirely contrary to his moral and religious ideas, aspects that are quite outside the field of vision of Wullschlager and her like."  

 

postato da: Lioa alle ore 01:28 | link | commenti (3)
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sabato, dicembre 17, 2005

"Mamma! - mormora la bambina,
mentre piena di pianto ha gli occhi -
per la tua piccolina non compri mai i balocchi,
mamma, tu pensi soltanto a fare il tuo blog!

... Esile, agonizza la bambina;
or la mamma non è più ingrata:
corre a vuotar tutta la vetrina
per la sua figliola malata.
"Amore mio bello,
ecco i balocchi per te..."
"Grazie!" mormora la bambina!
Vuole toccare quei balocchi.
Ma il capo già reclina e già socchiude gli occhi.
Piange la mamma, pentita, stringendola al cor!"

(E.A. Mario, "Balocchi e profumi")

IL FIGLIO DEL BLOGGER

Mi ha impressionato oltremisura l'appello lanciato da Blogdiscount.org il 13 dicembre scorso sul caso di un ragazzino trascurato dalla mamma crudele, che dedica tutto il suo tempo al blog e al sogno di diventare una blogstar (anche le mamme sognano...). Cito:

"...  Blogdiscount riceve tanta posta (”manica di stronzi”, “rosiconi di merda”, “quand’è che chiudete!”). E il suo cuore (di Blogdiscount) ha palpitato quando è venuto a conoscenza di un fenomeno in crescita esponenziale (press’a poco quella, la crescita, dei blog su Splinder, per dare un’idea), un autentico dramma sociale di cui ancora troppo pochi sono consapevoli. Ecco una terribile testimonianza sul problema dei figli di blogger (Cliccate sull’immagine per sentire l’agghiacciante intervista in file audio mp3).

Mandando un sms all’associazione “Care for bloggers’ kids” (Ong), potrete fare qualcosa per i poveri angeli (con 1 euro garantisci un piatto caldo al giorno e una lezione di ortografia una tantum a un figlio di blogger, con 79 euro paghi la connessione tutto-internet fibra ottica per un mese a un papà blogger, con 365 euro curi una mamma blogdipendente per un anno). Il messaggio più bello riceverà per premio un iPod usato."

postato da: Lioa alle ore 08:54 | link | commenti (4)
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venerdì, dicembre 16, 2005

 Scrive MINA su "La Stampa" dell'8 dicembre:

"Era la metà di dicembre di qualche anno fa. Tornavamo verso casa, era sera e guardavamo il cielo con le prime stelle sbriluccichine che sembravano pulsare, da tanto vento che c’era. Chiesi a mio nipote Axel e al suo amico Ale che cosa avessero chiesto a Babbo Natale. Con il tono serissimo che hanno i bambini, quando vogliono dimostrare di essere già un po’ grandicelli, Ale scoppiò in una risata: «Ma Babbo Natale non esiste». Axel lo zittì immediatamente e sottovoce, per non farmi sentire, con la punta dell’indice appoggiata a quella del naso, gli disse: «Ssss, lei ci crede»... [eccetera]"

Be', anch'io, nel mio piccolo, anni fa scrissi il racconto "Il babbo che credeva a Babbo Natale", poi illustrato da John Betti (il fanese Giovanni Luca Giombetti:- ) ).

In coda a quel racconto, ce n'era un altro - brevissimo - intitolato:

          IL FIGLIO DI BABBO NATALE

      Due bambini litigavano animatamente.

“Come fai a credere ancora a Babbo Natale?”, stava dicendo il primo con aria saputa. “Non hai ancora capito che Babbo Natale è il tuo babbo?”

“Appunto!”, rispose stizzito il secondo.

“Appunto che cosa?”

“Appunto!”, si limitò a ripetere il secondo. E si allontanò.

      Si trattava, in effetti, proprio del figlio di Babbo Natale. Aveva capito da un pezzo, di conseguenza, che Babbo Natale era il suo babbo.

  

 (da "Il babbo che credeva a Babbo Natale", Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia) 

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giovedì, dicembre 15, 2005

(Stephen King) 

STEPHEN KING E IL NOVELLINO  

 

(NOVELLA 89: edizione filologica a cura di Lucio Angelini)

«QUI CONTA D’UN UOMO DI CORTE, CHE COMINCIÒ UNA NOVELLA IL CUI MISTERO NON VENIA MAI MENO

 

Brigata di cavalieri cenavano, una sera, in una gran casa fiorentina; ed avéavi un uomo di corte, Stephen King, il quale era grandissimo favellatore. Quando ebbero cenato, cominciò una novella, “Colorado Kid”, il cui mistero non venía mai meno. Uno donzello della casa, che servía, e forse non era troppo satollo, lo chiamò per nome e disse:

“Quelli che t’insegnò cotesta novella, non la t’insegnò tutta.”

Ed elli rispose: “Perché no?”. Ed elli rispose: “Perché non t’insegnò lo svelamento del mistero.”

Onde quelli dapprima lo guardò stortamente, poi disse: 

“Cretino d’un donzello, non hai capito un cazzo. Il mio non è uno dei soliti racconti mystery a cui magari sei abituato tu, ma un ben più raffinato meta-mystery, o mystery-about-mystery, in cui il mistero di chi abbia ucciso chi e perché non conta proprio nulla rispetto al mistero di cui il narratore, spiazzando tutti, di punto in bianco circonda le proprie intenzioni.” 

“E ’sti cazzi?”, avrebbe voluto rispondere il donzello, ma subito si vergognò e si tacque.

 

Altre versioni:

------------------

89] Qui conta d'uno uomo di corte che cominciò una novella che non venia meno. 

Brigata di cavalieri cenavano una sera in una gran casa fiorentina; et aveavi un uomo di corte, il quale era grandissimo favellatore. Quando ebbero cenato, cominciò una novella che non venia meno. Uno donzello della casa, che servia e forse non era troppo satollo, lo chiamò per nome e disse: "Quelli che t' insegnò cotesta novella non la t' insegnò tutta."  Et elli rispuose: "Perché no?"  E que' disse: "Perché non t' insegnò la ristata." Onde quelli si vergognò e ristette.

-------

“In una bella casa di Firenze stava cenando una sera un gruppo di amici. Verso la fine della cena uno di loro cominciò a raccontare una novella lunghissima, che non finiva mai.
Allora un servo, che forse aveva voglia di andare a mangiare anche lui, lo chiamò per nome e gli disse:
"Guarda che quello che ti ha raccontato questa storia non te l'ha insegnata tutta!"
"E perché no?" domandò il chiacchierone.
"Perché non ti ha insegnato come finisce" rispose il servo.
E così il chiacchierone si vergognò e rimase buono e zitto tutto il resto della serata.”  

(Traduzione in italiano recente di Roberto Tartaglione, da http://web.tiscali.it/scudit/mdnovellino1_7.htm) 

 

postato da: Lioa alle ore 00:18 | link | commenti (12)
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mercoledì, dicembre 14, 2005

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COLORADO KID e IL GIGANTE DELLE STORIE

In vari blog ed e-zine si sta recensendo “Colorado Kid”, che non sarebbe un mystery book (troppo banale) bensì un libro sul mystery (volete mettere?), incurante di agnizioni o svelamenti di sorta. Ebbene, qualche tempo fa mi fu regalato un originale e raffinato volumetto per ragazzi: “The Story Giant”, di Brian Patten, HarperCollinsPublishers, London, 2001. Fra le varie storie raccontate – appunto - dallo Story Giant, c’era anche la bizzarra “The unfinished story”. Ve la propino in traduzione estemporanea (il classico “semilavorato”):

 “C’era nel nord dell’Inghilterra un vecchio canale profondo e invaso dalle alghe”, iniziò il Gigante delle Storie. “Da anni nessuno lo utilizzava più. Un giorno un bambino camminava per la strada alzaia che correva lungo il canale quando dall’acqua, all’improvviso, si levò una figura di donna alta e scheletrica, avvolta in cenci verdastri, che lo chiamò.” 

L’immagine dello scheletro che emergeva dal canale creò un senso di disagio nei suoi giovani ascoltatori, che subito si disposero ad ascoltare il resto. Ma il Gigante rimase in silenzio.  

“E allora che cosa accadde?”, lo sollecitarono a un certo punto.  

                  “Non accadde nulla”, rispose il Gigante.  

                  “Nulla?”  

                  “Assolutamente nulla.”  

                  “Oh bella!”, esclamò Betts. “Qualcosa dovrà pur essere successo.”

“Ve l’ho detto, non accadde nulla. Non sempre nella vita le vicende hanno delle precise conclusioni.  E anche nelle storie può capitare la stessa cosa.”  

                  Hasan, che prendeva appunti sprofondato in un enorme divano di pelle, si grattò la punta del naso. “Certo, ma a me questa particolare storia sembra semplicemente non finita. Perché una storia funzioni occorre che abbia una fine.”  

“Su questo sono d’accordo con Hasan”, osservò Betts. “Se un lettore sapesse in partenza che non gli verrà detta la fine di una storia, si guarderebbe bene dall’iniziare a leggerla.”  

 

(I ragazzini troveranno più tardi quella odd little story - bizzarra storiellina non-finita - even more disturbing delle altre… proprio perché still out there, waiting to complete itself).

--------

Secondo voi STEFANO RE (che potrei tradurvi alla meno peggio come STEPHEN KING:-/ ) ebbe modo di leggere “The unfinished story” (ben diversa dalla più nota The neverending story - La storia infinita, divenuta anche un film di successo)?

postato da: Lioa alle ore 00:35 | link | commenti (8)
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martedì, dicembre 13, 2005

 

 immagine da http://www.gac.culture.gov.uk/gac_images/Fullsize/16567.jpg

 

 

UN ALTRO MONDO È POSSIBILE  

 "Quando Franco Enna lo intervistò per l’antologia Il meglio della fantascienza (edita da Longanesi verso la metà degli anni Sessanta), Robert Sheckley si mostrò più che disincantato nei confronti del genere che gli aveva dato fama e fortuna. Ma cosa vuole che sia, la fantascienza, disse più o meno. Contro una manciata di idee originali e azzeccate, dobbiamo assistere a una pletora di ripetizioni e mediocri tentativi di rinsanguare l’utopia. Voi credete che la fantascienza possa spaziare in un numero di argomenti illimitato, ma non è vero: in realtà si fa presto a esaurirli, non è affatto un pozzo dei miracoli. E quando pretende di fustigare i costumi? Ah, è allora che il genere mostra il suo vero volto: all’apparenza liberale o addirittura anarchico, in realtà superficiale e vanesio."

(Giuseppe Lippi in http://www.lastoria.org/lippit.htm)

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Spesso i racconti  di SF sono caratterizzati da CATASTROFISMO. La terra vi viene rappresentata DOPO una guerra nucleare, l’impatto di un meteorite eccetera. Vediamone uno:

Robert Sheckley, Il magazzino dei mondi (in “Il giardino del tempo”, Einaudi 1983)

Il signor Tompkins è il proprietario del magazzino dei mondi. Ognuno vi può scegliere liberamente il mondo dei propri desideri più segreti e viverci grazie a un’iniezione che libera la mente, ma comporta un tremendo sforzo per il sistema nervoso,  tanto da accorciare la vita di dieci anni (un po’ come con la droga, per intenderci).

Il signor Wayne accetta le condizioni, pur di “lasciare per un po’ questa Terra”. Con la tecnica della violazione delle aspettative del lettore, l'autore ci fa poi scoprire che i più sfrenati e segreti desideri del signor Wayne non sono quelli di una vita eccezionalmente felice, ma di un apparentemente monotono menage coniugale alla vecchia maniera (con lui e Janet che uscivano in barca a vela dopo che i bambini si erano addormentati: una dimensione ormai perduta). Nel frattempo, infatti, la terra è precipitata nelle più spaventevoli condizioni post-atomiche...

 

Forse Sheckley voleva solo ricordare ai lettori  che il segreto della felicità sta, in fondo, nel desiderare ciò che si ha… memore del vecchio monito “il peggio non è mai morto” (variante: "Al peggio non c'è mai fine"):-/

 

Consoliamoci con questo esilarante video sul modo in cui Bush recluta i propri soldiers:-/


http://www.americancomedynetwork.com/FLASH/soldiers.htm

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lunedì, dicembre 12, 2005

In origine avevo deciso di proporlo come libro “a quattro mani”, quelle di H.C. Andersen (nome in grande) e quelle del misterioso “Solingo Augellin” (in piccolo).  

        HANS CHRISTIAN ANDERSEN    

                                    &

                          Solingo Augellin

LA FIABA DELLA SUA VITA 

Augellin, naturalmente, ero io (da Angelini ad Augellin il passo è breve:- ) ). Quanto alla composizione a quattro mani, non era da intendersi come somma del lavoro di un vivente con quello di un defunto invitato a collaborare per via medianica (le famose “sedute spiritiche”), ma semplicemente come opera di un vivente che utilizzava una scelta dei ricordi veri di Andersen, ovvero quelli evocati nella lunghissima-issima-issima autobiografia ‘Mit livs eventyr’ (‘La fiaba della mia vita’). L’idea di fondo, infatti, era questa: un adolescente riceve le visite del fantasma di HCA che, un po’ alla volta, gli racconta la storia della sua vita. Il mio voleva essere un omaggio al Danese in occasione del bicentenario della sua nascita. Invece, poi, l’editore contattato preferì pubblicare la traduzione di un romanzo ancora pressoché sconosciuto in Italia (ora non più), “Il violinista”, lasciando cadere la proposta del racconto lungo. Poiché l’anno anderseniano sta per concludersi, ho deciso di far uscire comunque (in rete, al momento)  “La fiaba della sua vita”, approfittando dell’ospitalità di  Carmilla” e degli amici che la curano. Li ringrazio di cuore. Trovate qui la prima puntata: 

 http://www.carmillaonline.com/archives/2005/12/001599.html  

(Il nuovo titolo, fuori dai giochi, è “Il fantasma di Andersen”)

 

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domenica, dicembre 11, 2005

 

“ZUCKER!... Come diventare ebreo

in 7 giorni”, di Dani Levy 

Ne avevo letto di recente, mi aveva incuriosito, sono andato a vederlo. Non l’ho trovato eccelso, non mi è piaciuto il finale, ma mi ha divertito abbastanza. La situazione iniziale ricorda curiosamente quella de "L'anno luce" di Genna: su una persona in coma per grave trauma psichico incombono due infermieri bricconcelli:- ). Ecco la storia. Un ebreo laico e totalmente “deregolato” deve far pace – dopo quarant’anni di rottura  - con suo fratello invece ortodossissimo e meticolosamente ligio a regole e riti dell’Halachà (la legge rabbinica). Al ripristino dell’armonia, tuttavia, non lo spinge uno slancio o un soprassalto del cuore, ma un mero calcolo. Solo riconciliandosi con suo fratello e rispettando per sette giorni le regole del lutto ebraico potrà accedere all’eredità lasciata ad entrambi dalla madre morta. Certo, il poveretto avrà un bel da fare a tentare di infarinarsi velocemente in una materia di cui non sa praticamente nulla...  

Scriveva tempo fa Yasha Reibman - portavoce della Comunità ebraica di Milano a Sergio Romano, opinionista del Corriere della Sera:

 

“A dire la verità, quanti di noi hanno potuto seguirla negli ultimi anni ricordano… ad esempio che l'Halachà, la Legge rabbinica, fu da lei definita come «la dittatura delle fastidiose regole ebraiche, un catechismo fossile di una delle più antiche, controverse e retrograde fedi religiose mai praticate in Occidente».

 

http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=517

 

Ai non ebrei, in effetti, i riti ebraici possono apparire decisamente complicati e complicanti… la vita, ma chi è senza riti, religiosi o laici, scagli la prima pietra!

 

Approfondimento webbico:

Rito.  Norma o insieme delle norme di culto esterne, oppure azione caratterizzata da sequenze di gesti e dall’uso di forme verbali codificate dalla tradizione e volte a instaurare una forma di comunicazione particolare e privilegiata tra umano e divino. Affini alle rappresentazioni drammatiche, i riti, dai quali le prime certamente derivano, non hanno una funzione ricreativa: sono manifestazione di un desiderio o di una paura, e l’obiettivo che ci si pone praticandoli si ritiene raggiungibile grazie all’intervento di divinità, spiriti o altre forze invisibili.”

( da www.riflessioni.it/enciclopedia/rito.htm )

 

Spigoliamo ora tra le recensioni del film: 

 

“Ecco allora, tra gustosi riferimenti allo shabbat, allo shivà e alla cucina kosher, la storia di Jakob Zuckermann (Henry Hubchen) e di suo fratello Samuel: l'uno, ex comunista dell'Est e già famoso telecronista sportivo, ridotto a vivacchiare nelle sale di biliardo, in attesa di finire in galera per debiti; il secondo, fuggito per tempo all'Ovest, imprenditore di un certo nome (così almeno pare) ed ebreo rispettoso delle tradizioni. Due mondi apparentemente inconciliabili; invece la morte dell'anziana madre, condita dalla promessa di un'ingente eredità, li spinge a riconciliarsi obtorto collo, con effetti esilaranti. Soprattutto allorché Jacob, alle prese con un cuore ballerino e una decisiva partita di biliardo, dovrà fingersi ebreo devotissimo. Precisa il regista: «C'è chi mi ha accusato di raccontare una famiglia “disfunzionale”, piena di estremi: una figlia lesbica, un figlio sessualmente bloccato, un altro bigotto, eccetera. Ma credo che stia proprio qui la forza dell'umorismo ebraico. Solo partendo da episodi dolorosi o sgradevoli si può sorridere della nostra condizione umana».”  

Da http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?Id=30195&ut=2 

 “Così l'incontro tra i due fratelli avviene ed è un'esplosione di contrasti e opposizioni tra laicismo ed ebraismo, ortodossia e indifferenza, moderazione e intolleranza ma, soprattutto, tra Est e Ovest, scomparsi sulla carta ma, chissà per quanto ancora, incancellabili. E ciò che più conta sta nel fatto che quell'esplosione è una risata agrodolce, umoristica, autoironica, a tratti irresistibile e sempre temerariamente anticonvenzionale. Perché da quanto aspettavamo di vedere al cinema un ebreo tedesco (anche se la sua mamma nel '39 fuggi in Svizzera e lui a Berlino ritornò solo nell''80) che ride e fa ridere degli ebrei, sul solco dell'umorismo tipicamente ebraico che gioca sulle contraddizioni e su se stesso? Dani Levy lo ha fatto in questo Zucker!, che arriva sui nostri schermi dopo aver trionfato in patria e avere vinto ben sei "German Film Awards" (i tedeschi "David di Donatello"). 

(Silvia Di Paola http://www.reflections.it/film/Z/zucker/recensione.htm 

 “E in effetti, nel film, il sarcasmo si esercita soprattutto su situazioni e personaggi tipicamente ebraici. Come quando il nipote super-osservante del protagonista, di fronte all'infarto dello zio nega, alla famiglia l'autorizzazione a telefonare in ospedale, perché in contrasto coi precetti religiosi. O come quando Jaeckie, arrivato in ritardo a un torneo di biliardo e dunque squalificato, non esita ad accusare di antisemitismo l'organizzatore, nel tentativo di essere riammesso alla gara. Citando anche l'Olocausto, pur di muoverlo a compassione.” 

(Claudia Morgoglione in http://www.repubblica.it/2005/k/sezioni/spettacoli_e_cultura/zucker/zucker/zucker.html  )

E adesso un bel fuori-tema (off-topic) come quelli sempre più frequenti nello spazio-commenti di Lipperatura:-/

Al ritorno dal cinema mi aspettava una lieta sorpresa. Vado a curiosare nel sito dei Wu Ming per vedere se è apparso il nuovo numero di Nandropausa e - oh meraviglia! - mi ritrovo citato per ben due volte. La prima volta a proposito de “L’anno luce” di Genna, la seconda di “Essere John McEnroe” di Tim Adams. Udite:  

“Checché ne dicano certi scrittori 'postmoderni' (delusi da Mac perché vorrebbero tout le monde imbambito dalla loro 'sindrome di Peter Pan'), lo scopo della vita è crescere. Storie e miti aiutano a crescere, favole e fiabe aiutano a crescere. Capita, poi, che certe fiabe si 'ribellino' a chi le racconta, prendano torsioni inattese, si rendano inenarrabili (in senso letterale). Anche la loro "rivolta" aiuta a crescere (cfr. Lucio Angelini, Grande, Grosso e Giuggiolone). La favola del 'superbrat' - il McEnroe bizzoso e isterico, carne da macello per la gutter press, venduto al mercato sponsor dopo sponsor e infine gettato via come un calzino bucato - si è ribellata contro chi era pronto a sfruttarla. I cantastorie tonti se ne risentono, quelli intelligenti - come Tim Adams - se ne rallegrano, e attaccano una nuova strofa.” 

 http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa9.htm#mac  

Se nel lontano 1994 (anno di uscita del volumetto) qualcuno mi avesse detto che di lì a undici anni, nel dicembre 2005, "Grande, Grosso e Giuggiolone" sarebbe stato citato dal "Robin Bui Hood dell'età dell'informazione che organizza beffe, spaccia notizie false ai media, coordina eterodosse campagne di solidarietà a vittime della repressione etc." in un articolo su "Essere John McEnroe" di Tim Adams, giuro che non ci avrei creduto. Ma la realtà, al solito, ha superato la fantasia:- )
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sabato, dicembre 10, 2005

 

http://www.erickson.it/erickson/repository/images/11_ins.jpg 

 

L’INSEGNANTE DI SOSTEGNO  

Vedete, bambini cari,
il vostro compagno è solo
un po' dislessico,
disgrafico,
disfemico,
dislalico,
dislogico,
autistico,
epilettico,
enuretico,
oligofrenico,
pollachiurico,
schizofasico,
tachifemico,
anoressico
e anche
un po' licantropo,
ma voi,
mi raccomando!,
fate finta
di niente. 

       (Lucio Angelini)   

La poesia fu così  recensita da Piero Sorrentino il 30 novembre 2002:

"Lucangel"  ha scritto   

> L'INSEGNANTE DI SOSTEGNO 

 

Rotfl!

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(Ma perché nessuno mi prende mai sul serio?????) 

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venerdì, dicembre 09, 2005

 

  Come liberarsi del 90% delle eccedenze di  gas intestinale.   

[Chorus]
I can't get no satisfaction
[x2]
'cause I try and I try and I try and I try
I can't get no, I can't get no 

 

Non riesco a trovare nessuna soddisfazione [x2]
Perché io provo e io provo e io provo e io provo
Ma non riesco a trovarne, non riesco a trovarne
 

 

Visto che i vecchi Rolling Stones si sono rimessi in circolo, dovrebbero quantomeno aggiornare il testo del loro maggior successo (“I can’t get no satisfaction”) in cui l’Io narrante si professa orribilmente scoglionato dalla pubblicità radio-televisiva. 

 

“When I’m drivin’ in my car
And that man comes on the radio
And he’s tellin’ me more and more
About some useless information
Supposed to fire my imagination. 
...

[cut]...  

When I’m watchin’ my tv
And that man comes on to tell me
How white my shirts can be.  
 

(Quando guido nella mia macchina
E quell'uomo parla alla radio
E mi dice sempre più cose
Riguardanti informazioni inutili
che dovrebbero accendermi l’immaginazione…

Quando guardo la televisione
E quell'uomo viene a dirmi
Quanto bianche possono essere le mie camicie 
 

(traduzione da http://www.newsky.it/musica/autori/_rollingstones/satisfaction.htm) 

 

Ebbene, non è chi non veda come il problema del martellamento radio-televisivo sia ormai da considerarsi obsoleto e fatiscente rispetto a quello, ben più attuale e insidioso, dello spam elettronico. 

 

Eccovi una delle più tremende junk mail che abbia mai ricevuto (l’ho salvata per la sua esemplarità):

 

DO YOU FREQUENTLY SUFFER FROM DISCOMFORT DUE TO THE FOLLOWING:-  

Flatulent
Excessive Intestinal gas
Stomach wind
Bloating
Difficulty in farting

[e sottolineo farting ( = SCORREGGIARE)!!!] 

 

Niente paura. A tutto c'è una soluzione. Eccola:

 

“A special method that involved simple positioning and movement of your body to expel excess wind by inducing farting. A method that will get rid almost 90% of excess intestinal gas in the comfort of your own home... Very simple procedure, perfectly safe. Only takes about 3 - 5 mins per session once it has been done properly. And it only cost you $5 . A price that is worth a lifetime of cure and cost less than a box of medication.” 

 

Capite? Comodamente a casa vostra e per appena 5 dollari!  

Questa volta sì che si può cantare: “I can get satisfaction!... sì sì sì!”

 

Purtroppo, smaltite le eccedenze gassose di cui sopra, i desideri non si esauriscono. Ne resta, infatti, un’infinità di altri, fra cui quelli sessuali, discretamente ossessivi… ma niente paura di nuovo. Ecco pronta un’altra mail rincuorante: 

 

-Icrease Your Sexual Desire and Sperm volume by 500%
-Longer orgasms - The longest most intense orgasms of your life
-Rock hard erections - Erections like steel
-Ejaculate like a porn star - Stronger ejaculation
-Multiple orgasms - Cum again and again
-SPUR-M is The Newest and The Safest Way of Pharmacy
-100% Natural and No Side Effects - in contrast to well-known brands.
-Experience three times longer orgasms
-World Wide shipping within 24 hours

Riguardo alla prima promessa, qualcuno potrebbe obiettare: “Che mi frega di aumentare il volume del mio sperma del 500%?”. Ma come restare insensibili al secondo allettamento (“longer orgasms”), soprattutto se si pensa a certe statistiche diffuse di recente?

Le riprendo da Repubblica.it:  http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scienza_e_tecnologia/ricor/ricor/ricor.html 

BERLINO - Se si potessero riunire tutti gli orgasmi che una persona in media ha nella sua vita si otterrebbe un "attimo" di piacere lungo sedici ore. Ben poca cosa rispetto ai nove mesi (che poi è anche il tempo di una gravidanza) passati a stirare e lavare.

Sono alcuni dei numeri che emergono da una ricerca condotta dalla rivista tedesca "Geo Sapere", anticipata oggi dal quotidiano popolare Bild Zeitung.

Partendo da una vita media calcolata statisticamente in 78 anni, la rivista ha stabilito che uomini e donne in Germania passano in media due settimane in preghiera, sei mesi in fila nel traffico, cinque anni a mangiare e bere, 24 anni e nove mesi a dormire.

Per quanto riguarda il sesso, sempre secondo esperti di "Geo Wissen", nell'arco di una vita a ciascuno spettano in media, oltre alle 16 ore di orgasmo, anche un "bonus" di sei settimane da dedicare ai preliminari erotici.
(17 ottobre 2005

Capite? Appena sedici ore... un'assoluta miseria, francamente:-/ 

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giovedì, dicembre 08, 2005

 

immagine da http://www.ciccsoft.com/images/Blogsfera.JPG   

L’AVANZATA DEI ROMPIBALLE   

Sta dilagando il dibattito su ordine costituito e disordine minacciato (dai cosiddetti rompiballe) nella blogsfera. Spiegavo ieri a Lucis, che dice di fare il moderatore di forum da una decina d’anni:

«Non ho mai frequentato niusgruppi moderati. Mi secca aspettare ore e ore o addirittura giorni prima di poter vedere se lo sceriffo telematico di turno, che magari è più cretino di me, ha deciso di accogliere benignamente il mio intervento e pubblicarlo o no. Preferisco i ng NON MODERATI da NESSUNO, se non dal codice penale (falsificazione di indirizzi e firme & simili). Beppe Grillo riceve giornalmente nel suo blog centinaia di msgg farneticanti [si veda il thread ‘La nonna di Himmler’ del 3 dicembre], ma li lascia lì, in quanto sputtanano soprattutto chi li invia. Sono d'accordo con Platania, questa volta, mentre non sopporto i tromboni che dicono "Tu sì, tu no". Purtroppo c'è un ducetto nascosto in ognuno di noi, compresi i migliori... altro che fanciullino pascoliano! E va tenuto costantemente a freno.»

 

Nel lontano 2002 il mitico p.bianchi , in it.cultura.libri, imputava le risse e il crescente caos telematico del ng soprattutto agli scrittori:  

Se tutti voi scrittori, famosi e sconosciuti, in atto e in potenza, in pectore e in bucum culi (moto a luogo), pubblicati e inediti, speranzosi di essere letti e orrorosi di essere profanati, ma ripeto TUTTI, ve ne andaste una buona volta in blocco e all'unisono fuori dai coglioni, lasciando il campo a chi i libri si limita a consumarli-e-basta, qui smetteremmo di colpo gli offtopic, le flamme, i penosi confronti fra lunghezze dell'ego, insomma buona parte di tutte le mortificanti cazzate INTRINSECHE alle discipline indecidibili. Fateci caso, siete SEMPRE voi i peggio flammosi e offtopari. 

VIA TUTTI. Lo so che NON siete tutti uguali, il buon Dio riconoscerà i suoi." 

Riprendo, adesso, da www.blogdiscount.org un intervento di Rebecca Tomasevskij:

“… I rompiballe vengono così chiamati (dall’esimia prof. Tomaševskij, ovviamente, ma non solo) perché rompono le balle alle blogstar nei seguenti modi:

1- infestando i loro commenti con pensierini inutili di mezza riga, giusto per racimolare qualche accesso e lasciare ricordo di sé (la volta successiva saliranno alle labbra della blogstar le tipiche parole: “Ancora sto rompiballe!”, da cui la denominazione);
2- occupando spazio nella loro classifica;
3- reputandosi alla pari con loro (quando non lo sono, diomio, sti pezzenti, che oltraggio) e degni di essere definiti a loro volta blogstar**;

… [cut]… Ma allora, in che modo possono le vecchie blogstar e la vecchia blogsfera difendersi e non confondersi con loro? Come possono salvarsi dalla miscela mortale? 

Un primo metodo è quello di isolarsi completamente nei propri blog-castelli e porre severe restrizioni all’ingresso di nuovi cortigiani, non rispondendo a commenti e mail degli sfigati, non commentandoli, non nominandoli (linkandoli) mai per nessun motivo nei post, minimizzando la portata delle classifiche, e similari.
In questo modo si creeranno due blogsfere ben distinte e separate: quella dei fighi, che anche gli sfigati (e i rompiballe) conosceranno e riconosceranno, e quella dei rompiballe che conosceranno e riconosceranno solo gli sfigati.
Questo sta già accadendo, ma è ovvio che non basta perché i rompiballe sono tenaci come rampicanti velenosi e cercano disperatamente di entrare e mimetizzarsi nella blogsfera dei fighi.

Un altro metodo sarebbe quello di mantenere un livello dei post (per contenuti, forma ed interesse) sempre piuttosto alto, in modo che il connubio fra le due blogsfere non sia possibile nemmeno per sbaglio. Ma ciò è molto difficile. A parte che si fa un sacco di fatica a scrivere sempre post belli (e noi fatica non vogliamo farne, giusto?), c’è un’evidenza innegabile: pur presenti, le diversità tra l’una e l’altra blogsfera, sono sempre troppo scarse da rendere possibile un tanto evidente salto di qualità (in poche parole: tra l’intelligenza media della blogsfera 1 e quella medio-bassa della blogsfera 2, non passa poi così tanta differenza)… [eccetera]

*che non sia “me stesso” “il mio gatto” “la mia chicca” “Albano e Loredana”. Qualsiasi altro argomento è rilevante.
**tipica, a questo proposito, la tattica da me già illustrata dei falsi modesti, del tipo “Non chiamatemi blogstar” “Non sono una blogstar, grazie” e roba simile.»
 
 

postato da: Lioa alle ore 09:31 | link | commenti (1)
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mercoledì, dicembre 07, 2005

 

  

   

EDITORIA E CENSURA 

 

Mario Infelise, ex-direttore del dipartimento di studi storici dell’Università di Venezia e docente di storia dell’editoria, ieri pomeriggio all’Ateneo Veneto ci ha piacevolmente intrattenuti sul tema “Editoria e censura a Venezia nel Cinquecento”. Sintetizzo per voi.

 

Nei primi decenni successivi all’invenzione della stampa (metà del Quattrocento), nessuno si preoccupò del fatto che insieme ai libri camminassero anche le idee. L’editoria era libera, ognuno poteva aprirsi una stamperia senza bisogno di particolari permessi. Non c’erano provvedimenti o istituzioni limitativi della libertà di stampa (libertà, peraltro, ancora perfettamente “inconsapevole”). Tale libertà era anche “di movimento”: i grandi editori veneziani venivano quasi tutti dal di fuori (si pensi all’attività di Aldo Manuzio, ideatore dei caratteri tipografici da lui detti ‘aldini’).

 

La grande novità che fece sorgere il problema della censura (o meglio del controllo) dei testi in circolazione fu la predicazione di Lutero, con lo spavento prodotto dai suoi effetti: rivolte contadine, minaccia al potere della Chiesa e quant’altro. Va precisato che le opere di Lutero ebbero subito un’ampia e capillare diffusione. Nel 1520 a Venezia erano regolarmente in vendita tre trattati di Lutero. Il clima generale cambiò bruscamente. Già nel gennaio 1515, poche settimane prima di morire, Aldo Manuzio, in una prefazione al “De rerum natura”, si era sentito in dovere di precisare che Lucrezio, benché grande, era in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa, e andava quindi considerato “autore falso e menzognero” (dopodiché, fino al 700, Lucrezio non sarebbe stato ristampato più). L’effetto-Lutero, insomma, generò la consapevolezza della potenza delle opere a stampa rispetto ai manoscritti. È del 1515 una prima bolla  con cui Leone X auspicò un preventivo controllo pontificio sull’editoria. Nel 1527 la stessa repubblica si pose il problema da un’angolatura politica. Il  famoso volume “Beneficio di Christovenne edito a Venezia dallo stampatore Bernardino de Bindonis nel 1543, uscendo in una forma anonima (alcuni riformatori conoscevano bene l'identità dell'autore e del revisore, ma solo nel 1566, sotto tortura, Pietro Carnesecchi confessò all'Inquisizione che l'autore era Benedetto Fontanini da Mantova.), ed ebbe un successo clamoroso: venne ristampato più volte e, secondo Pier Paolo Vergerio in sei anni ne furono prodotte almeno 40.000 copie (secondo altre fonti fino a 80.000 copie). [Si veda anche: http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/c.html].

 

Il salto di qualità avvenne nel 1559 con l’apparizione dell’ Index librorum prohibitorum, che vietò addirittura la lettura della Bibbia in volgare, oltre che le opere di vari autori come Rabelais, Boccaccio, Erasmo eccetera. Nel 1564 un Nuovo Indice (“Tridentino”, frutto del Concilio di Trento) mitigò gli atteggiamenti censori riammettendo alla stampa diversi libri purché EXPURGATI (cambiati o persino riscritti). Il Decameron, ridotto a 28 novelle ritoccate, fu “assassinato” per l’occasione dal Salviati. Nel 1571 fu istituita la Congregazione dell’Indice, che discusse se proibire persino Ludovico Ariosto. Alla fine del Cinquecento la convinzione della necessità della censura era ormai ampiamente condivisa. Nel 1596 Botero, nel suo “Della ragion di stato”, dichiarò che la religione era il miglior collante per un buon governo. Paolo Sarpi fu il peggior nemico del controllo ecclesiastico sull’editoria, ma solo per tirare l’acqua verso il mulino del controllo statale (1613, “Sopra l’officio dell’Inquisizione”). Nei primi anni del Seicento la scure si sarebbe poi abbattuta sulle opere di scienza (Copernico, Galileo eccetera).

 

Fin qui Infelise.

Adesso a me gli occhi. Passiamo alla “voglia di censura” elettronica:- ) 

 

… di fase in fase, il problema è arrivato fino ai giorni nostri, in cui alle forme tradizionali di censura si è aggiunta anche quella commerciale (ciò che è poco vendibile, non si stampi!). Naturalmente, dopo gli altri media, il problema del controllo ha investito anche la RETE. In essa – e in particolare all’interno di certi forum e lit-blog NON MODERATI - qualcuno si è cominciato a chiedere se sia il caso di garantire il diritto di parola proprio a tutti (odio quel che dici ma… eccetera) o se non sia preferibile filtrare una parte degli interventi. Vediamo un breve dibattito avvenuto in it.cultura.libri tempo fa: 

 

Federico Platania l’8 febbraio 2002 

Tira una brutta aria su ICL. Monica si becca turpiloqui vergognosi (per chi li fa, non per lei), Alfio molla, altri tentennano. Beh, dico la mia. Non saranno quegli stronzi che ultimamente galleggiano su ICL a farci andare via. Noi siamo migliori di loro e più forti di loro. Ma sono contro la **moderazione**, termine che da solo mi mette i brividi. È una forma di censura per decerebrati. Io non ho bisogno di essere moderato da nessuno e non ho bisogno di moderare nessuno. Qualcuno ha detto che la censura non va applicata perché "un cattivo libro non si combatte bruciandolo. Si combatte scrivendo un buon libro". Ebbene. I cattivi partecipanti non si combattono censurandoli, si combattono essendo dei buoni partecipanti. Se pensate che io me ne vada per colpa degli stronzi avete capito male. Gli stronzi, in quanto tali, si puniscono da soli. C'è un sacco di roba meravigliosa di cui parlare. Dove eravamo rimasti?   

A lui il mitico p.bianchi

 

> Non saranno quegli stronzi che ultimamente galleggiano su ICL a farci andare via. Noi siamo migliori di loro e più forti di loro.

1/3 dei post sono di troll, 1/3 solo gli utenti che si parlano addosso fra di loro, a parlare di libri ne resta 1/3.  

> Ma sono contro la **moderazione**, termine che da solo mi mette i brividi. È una forma di censura per decerebrati 

Ma per favore, la mia esperienza è che una  moderazione appena decente può fare solo bene. Se la vedi solo nei termini del maestro che dalla cattedra ti accorda benevolmente la parola, certo è frustrante. Ma  quella non è la moderazione come è intesa nel senso telematico, è la conduzione del
dibattito marxista (una cosa pilotata). La moderazione telematica sono solo filtri umani che confrontano il messaggio col manifesto e tagliano via spammer, trolloni, quotatori pazzi (100 righe e poi sotto: "sono d'accordo") e offtopari incalliti. Tutto il resto passa, senza entrare nel merito. Si tratta solo di mettere giù una policy (o manifesto) chiaro e scegliere moderatori che hanno tempo da buttare. Il limite è il fattore umano, il msg arriva al moderatore che lo deve accettare. Si possono fare dei robot che rigettano i messaggi tecnicamente malfatti (es. troppi quote), si possono fare delle white list, si può fare un pool di moderatori intercambiabili, tutti autorizzati a valutare la lista dei msg. in attesa e autorizzarli. Poi ci saranno sempre e comunque gli scazzi, tipo la valutazione di se, quando e quanto accettare messaggi offtopic. Ci saranno sempre i malumori e le accuse ai mod di essere una cricca esaltata dal potere. Ma almeno internet permette a tutti di farsi dei ng paralleli, chi si sente maliziosamente escluso ha facoltà di coagulare consensi e fondare il suo ng concorrente alla cricca, così si vede quale è più bello.
 

 

> Ebbene. I cattivi partecipanti non si combattono censurandoli, si combattono essendo dei buoni partecipanti. 

Non è vero. Al tuo whishful thinking oppongo la legge del Bertolazzo che dice che "il messaggio cattivo scaccia quello buono". Uno attacca la deriva offtopara, e tutti dietro, perché il vizio è più divertente della virtù. L'offtoparo da quel momento offtoperà sempre  più spesso, pur di esserci e conseguire una sua riconoscibilità. Non parliamo di spammer e troll e flamewaristi, che esistono apposta ed esclusivamente per cercare di demolire i gruppi. Certo bisogna tenere i nervi saldi e filtrare, skippare, razionalizzare, ignorare e così via. Ma c'è sempre chi non riesce, chi gli saltano i nervi, chi quota, e anche se non vedi la merda, la puzza finisce che aleggia lo stesso e impregna. Quanto credi che si possa resistere? In guerra, sei impavido e resisti da eroe al primo, al secondo, al terzo bombardamento. Al decimo impazzisci anche tu. Qui, meno cruentemente: dopo un po' che legge solo ed esclusivamente cazzate, uno molla e si dedica ad altro. Normalissimo, il PC è un elettrodomestico, si stacca la spina. 

 

> C'è un sacco di roba meravigliosa di cui parlare. Dove eravamo rimasti? 

Non sottovalutare il problema, non è dando una rosa al barbiere che ti ricresce la gamba 

Lucangel:-)  a p. bianchi  

> Non sottovalutare il problema, non è dando una rosa al barbiere che ti ricresce la gamba. 

 

Ti sei dimenticato di spendere due righe su chi debba controllare i controllori: una volta consegnata la delega, sarà poi facile farsela restituire?

postato da: Lioa alle ore 00:04 | link | commenti (15)
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martedì, dicembre 06, 2005

L'ISOLA DELL'ANGELO CADUTO

Come dimenticare il misterioso (be', mica poi tanto)

p. bianchi

uno dei recensori più trasgressivi e divertenti mai apparsi in it.cultura.libri?

Mi va di rendergli omaggio recuperando la sua ormai mitica rece de

"L'ISOLA DELL'ANGELO CADUTO" di Carlo Lucarelli

Chi è l'angelo caduto? lucifero, il diavolo. Che isola è? una piccola, con dentro un carcere, èra fascista, tipo il confino su Ponza. Cosa c'entra? a un certo punto ci sono dei riti satanici sull'isola. E' quello il clou della storia? ma no, e poi un clou vale l'altro.

Ci ho messo un mese ma l'ho finito, volontà alfieriana. 219 pagine, 7900 lire, edito nel 99 da einaudi e ripreso nel 2000 da Mondadori che l'ha messo subito nei "Miti", a me sembra un po' prematuro, ma se lo dicono loro...

Trama: commissario perbene arresta squadristi per omicidio e viene l'indomani trasferito su isoletta sperdutissima. Moglie piomba  in depressione, poliziotto simpatizza con medicolegale ebreo confinato
(implausibile, ebrei ante 38 simpatizzavano regime). Iniziano i morti, 1) miliziano gigolo' 2) spia  3) telegrafista Regie Poste.
Spiegazione interinale: si danno riti satanici da parte di inglesi eccentrici (1 scopata + 2 morti accidentali). Spiegazione finale: perché bisogna sapere che questo capomanipolo della Milizia che comandava la colonia penale, nato e cresciuto nei boschi dell'appennino toscoemiliano, forse pistoiese, vera ed assoluta bestia bovina, fisico taurino, capa feroce, ex ardito assassino, squadrista omicida, animale rivestito, analfabeta sudoroso e puzzolente (ecc.), questo personaggio non aveva mai visto il mare. E quando lo trasferiscono sull'isola vede il mare e si "perde" dentro questa immensità e capisce che il mare è per lui e lui è per il mare  e sta così bene ma così bene che quando arriva il telegramma  "colonia chiude, tutti in continente" fa mandare un telegramma di risposta "traghetto affondato, tutti morti" e da due anni vive pirandellianamente essendo creduto morto e ammazzando bestialmente tutti quelli che potrebbero tornare indietro e potrebbero parlare, come per es. il federale e la di lui porca signora (altri due morti, e fanno sette). 

Perplessi? Anch'io. Dopo l'asserito naufragio chi paga gli stipendi? Chi paga la luce? chi paga la sussistenza? possibile no inchiesta, possibile venuto nessuno a mettere il lucchetto a casa circondariale? Pensioni, assicurazioni, il bollo del traghetto... ? No telefono? Vabbe', sono artisti, sospendiamo l'incredulità.

La bestia sta per far fuori anche il commissario con un falso telegramma che lo richiama in terraferma ma solo per sgozzarlo comodamente sulla lancia di trasbordo, ma il comm. di notte fa una triplice autopsia estemporanea a mani nude con l'anatomopatologo israelita, mangia la foglia, e non voglio rivelarvi il finale per non privarvi, come suol dirsi,  del piacere della lettura.

Ora voi direte che la storia è 'nu pocoriello sgangherata e quindi sarà stata trattata con la dovuta leggerezza guascona e irriverente.
Macché! Questo è il bello.

Il tono è lirico e ispirato, l'aggettivazione abbondante, il trucchetto cinematografico di prenderla alla lontana, fare inquadrature estetizzanti ed elaborate e dopo un'ora di violini ecc. consistere infine sui piedi del cadavere di turno, perseguita  con convinzione. Al punto che quando attacca con quel tipo di descrizioni, uno si gratta e chiede, miii chi sarà morto adesso?

"Un luogo fuori dal tempo, un enigma senza soluzione" dice uno strillino in copertina, facendo il verso ai mitici "prossimamente" del cinema dell'oratorio. Il nostro retroterra è questo, cinema da oratorio, gli americani avevano l'hard boiled, noi abbiamo la stracotted, del resto già il caposcuola Scerbanenco  (niente da dire) per campare scriveva roba strappalacrime sui rotocalchi femminili, e l'imprinting si paga.

il bello scrivere, che brutto limite.

ciao

P. Bianchi
NB: levate i calzini per rispondere in email.

postato da: Lioa alle ore 08:50 | link | commenti (14)
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lunedì, dicembre 05, 2005

                                                                                                 

Secondo voi l'ornamento è delitto? Anche nei romanzi? E i romanzi stessi sono delitti? Be', leggete Loos e... meditate, gente, meditate:- )

ADOLF LOOS

“ORNAMENTO E DELITTO” (1908)  

L'embrione umano attraversa nel corpo materno tutte le fasi di sviluppo del regno animale. Quando l'uomo nasce, le sue impressioni sensoriali sono uguali a quelle di un cucciolo. La sua infanzia passa attraverso tutte le trasformazioni che seguono la storia dell'umanità. A due anni egli vede le cose come un Papua, a quattro come un antico Germano, a sei come Socrate, a otto come Voltaire. Quando ha otto anni, acquista coscienza del colore violetto, il colore che fu scoperto nel secolo diciottesimo, poiché prima la viola era azzurra e la murice era rossa. Il fisico ci indica oggi certi colori dello spettro che già possiedono un nome, ma la cui conoscenza e riservata alle generazioni future.
Il bambino è amorale. Anche il Papua lo è, per noi. Il Papua uccide i suoi nemici e se li mangia. Non è un delinquente. Se però l'uomo moderno uccide e divora qualcuno, è un delinquente o un degenerato. Il Papua copre di tatuaggi la propria pelle, la sua barca, il suo remo, in breve ogni cosa che trovi a portata di mano. Non e un delinquente. Ma l'uomo moderno che si tatua è un delinquente o un degenerato. Vi sono prigioni dove l'ottanta per cento dei detenuti è tatuato. Gli individui tatuati che non sono in prigione sono delinquenti latenti o aristocratici degenerati. Se avviene che un uomo tatuato muoia in libertà, significa semplicemente che è morto qualche anno prima di aver potuto compiere il proprio delitto.
L'impulso a decorare il proprio volto e tutto quanto sia a portata di mano è la prima origine dell'arte figurativa. E’ il balbettio della pittura. Ogni arte è erotica.
Il primo ornamento che sia stato ideato, la croce, era di origine erotica. Esso fu la prima opera d'arte, la prima manifestazione d'arte che il primo artista scarabocchia su una parete, per liberarsi di una sua esuberanza. Un tratto orizzontale: la donna che giace. Un tratto verticale: il maschio che la penetra. L'uomo che creò questo segno provava lo stesso impulso di Beethoven, era nello stesso cielo nel quale Beethoven creò la Nona.
Ma l'uomo del nostro tempo, che per un suo intimo impulso imbratta i muri con simboli erotici, è un delinquente o un degenerato. E’ naturale che questo impulso assalga con maggior violenza l'uomo che presenta tali manifestazioni degenerate quand'egli si trova al gabinetto. Si può misurare la civiltà di un popolo dal grado in cui sono sconciate le pareti delle latrine. Nel bambino è una manifestazione naturale: scarabocchiare le pareti con simboli erotici è la sua prima espressione artistica. Ma ciò che è naturale nel Papua e nel bambino è una manifestazione degenerata nell'uomo moderno. Io ho scoperto e donato al mondo la seguente nozione: l'evoluzione della civiltà e sinonimo dell'eliminazione dell'ornamento dall'oggetto d'uso. Credevo di portare con questo nuova gioia nel mondo, ma esso non me ne è stato grato. Tutti ne sono stati tristi e hanno chinato il capo. Provavano un senso di oppressione di fonte all'idea che non si possa più produrre un ornamento nuovo. Ma come, ciò che può fare ogni negro, che hanno potuto fare tutti i popoli e tutti i tempi prima di noi, e precluso soltanto a noi, uomini del secolo diciannovesimo? Tutto ciò che l'umanità ha creato senza ornamenti nei millenni passati e stato gettato via senza riguardo e votato a distruzione. Noi non possediamo più nessun banco da falegname dell'età carolingia, ma qualsiasi cianfrusaglia che recasse anche il minimo ornamento e stata raccolta, ripulita e palazzi sontuosi sono stati costruiti per ospitarla. E allora gli uomini si aggiravano tristi tra le vetrine e si vergognavano della loro impotenza. Ogni età ha avuto il suo stile e solo alla nostra dovrà essere negato uno stile? Per stile s'intendeva l'ornamento. Dissi allora: non piangete! Guardate, questo appunto costituisce la grandezza del nostro tempo, il fatto cioé che esso non sia in grado di produrre un ornamento nuovo. Noi abbiamo superato l'ornamento, con fatica ci siamo liberati dall'ornamento. Guardate, il momento si approssima, il compimento ci attende. Presto le vie delle città risplenderanno come bianche muraglie! Come Sion, la città santa, la capitale del cielo. Allora sarà il compimento.
Ma taluni uccelli del malaugurio non hanno potuto sopportare tutto questo. L'umanità doveva continuare ancora per lungo tempo ad ansimare nella schiavitù dell'ornamento. Gli uomini si erano già spinti cosi avanti da non sentire più nessuna eccitazione dei sensi venire dall'ornamento, cosi avanti che l'impressione estetica di un volto tatuato non esaltava il piacere estetico, come nel Papua, ma lo sminuiva. Cosi avanti da compiacersi di un portasigarette tutto liscio e da non volerne più comperare, neppure allo stesso prezzo, uno decorato. Essi erano felici degli abiti che portavano e si rallegravano di non dover andare in giro in pantaloni di velluto rosso filettati d'oro, come le scimmie alle fiere. E io dicevo: guardate, la camera dove mori Goethe è ben più signorile di tutto lo sfarzo del Rinascimento e un mobile liscio e più bello di qualsiasi pezzo da museo intarsiato e scolpito. La lingua di Goethe è più bella di tutti i vezzi di pastorelli arcadici.
Ma gli uccelli del malaugurio ascoltavano queste cose con dispetto e lo Stato, che ha il compito di frenare i popoli nel loro progresso culturale, fece suo il problema della ripresa e dello sviluppo dell'ornamento. Guai a quel paese dove sono i consiglieri aulici a sovrintendere alle rivoluzioni! Presto fu dato vedere, nel museo viennese di arte applicata, un buffet che si chiamava ‘la ricca pesca’, presto comparvero degli armadi che portavano il nome di ‘principessa incantata’, o uno simile, riferito sempre all'ornamentazione che ricopriva quei mobili sventurati. Lo Stato austriaco assolve il suo compito con tale precisione che provvede a non lasciar scomparire dai confini della monarchia austro-ungarica le pezze da piedi. Esso costringe ogni uomo civile sui vent'anni a portare per tre anni di fila pezze da piedi in luogo di calze. Perché in fondo e pur vero che ogni Stato parte dal presupposto che un popolo dal basso livello civile è tanto più facile da governare.
Ebbene, l'epidemia decorativa e ammessa dallo Stato e viene anzi sovvenzionata con denaro statale. Ma per conto mio io vedo in ciò un regresso. Per me non ha valore l’obiezione secondo cui l’ornamento può aumentare la gioia di vivere in un uomo colto, per me non ha valore l'obiezione che si ammanta nella frase: "Però, se l'ornamento è bello ...!". In me e in tutti gli uomini civili l'ornamento non suscita affatto una più grande gioia di vivere. Se io voglio mangiarmi un pezzo di pan pepato me ne sceglierò uno che sia tutto liscio e non uno di quelli in forma di cuore o di bambino in fasce o di cavaliere, completamente ricoperti di ornamenti. L'uomo del quindicesimo secolo non mi comprenderà. Ma tutti gli uomini moderni mi comprenderanno benissimo. Il difensore dell'ornamento crede che il mio slancio verso la semplicità equivalga ad una mortificazione. No, illustrissimo professore della Scuola di Arti Applicate, io non mi mortifico affatto! E’ che a me piace di più cosi. Le composizioni culinarie dei secoli passati, che esibivano tutti gli ornamenti possibili per far apparire più appetitosi i pavoni, i fagiani e le aragoste, provocano in me l'effetto opposto. E’ con orrore che io mi aggiro in una mostra gastronomica, se mi passa per la mente l'idea di dover mangiare quelle carogne imbalsamate. Io mangio il roast-beef.
I danni immensi e la desolazione che il risveglio dell'ornamento produce nello sviluppo estetico potrebbero anche venir sopportati, dato che nessuno, neppure l'autorità statale, può arrestare l'evoluzione dell'umanità. Si può solo ritardarla. E noi possiamo attendere. Ma è un delitto contro l'economia del paese, perché con ciò si distruggono lavoro umano, denaro e materiali. E a questi danni il tempo non potrà portare rimedio.
Il ritmo dello sviluppo culturale è disturbato dai ritardatari. Io forse vivo nel l908, ma il mio vicino nel l900 e quell'altro nel l880. Ed è una sventura per un paese quando la cultura dei suoi abitanti si distribuisce su un così lungo lasso di tempo. Il contadino di Kals vive nel secolo dodicesimo. E al seguito del corteo per il Giubileo si videro popolazioni che sarebbero apparse incivili anche al tempo delle migrazioni barbariche. Beato il paese che non ha di questi ritardatari, di questi predoni. Beata l'America! Persino nelle città vi sono tra noi degli uomini non moderni, dei ritardatari del diciottesimo secolo, che inorridiscono davanti a un quadro dalle ombre violacee solo perché loro il color viola non lo vedono ancora. A loro piace di più il fagiano su cui un cuoco abbia lavorato per giorni interi, a loro piace di più il porta-sigarette con ornamenti Rinascimento che non quello liscio. E come stanno le cose in campagna? Abiti e suppellettili appartengono completamente al secolo scorso. Il contadino non e un cristiano, è ancora un pagano.
Questi ritardatari rallentano il progresso culturale dei popoli e dell'umanità, poichè l'ornamento non soltanto è opera di delinquenti, ma è esso stesso un delitto, in quanto reca un grave danno al benessere dell'uomo, al patrimonio nazionale e quindi al suo sviluppo culturale. Quando abitano l'una accanto all'altra, due persone che hanno gli stessi bisogni, le stesse esigenze nei confronti della vita, lo stesso reddito, ma appartengono a culture diverse, possiamo osservare il processo seguente: l'uomo del secolo ventesimo si arricchisce sempre di più, mentre l'uomo del diciottesimo secolo diventa sempre più povero. Io faccio l'ipotesi che ambedue seguano le loro inclinazioni. L'uomo del ventesimo secolo può soddisfare i propri bisogni impiegando un capitale di molto inferiore e realizza in tal modo dei risparmi. La verdura secondo il suo gusto va semplicemente cotta nell’acqua e condita con un po di burro L’altro resta veramente soddisfatto soltanto se è stata cotta per ore e ore e ad essa sonostati aggiunti miele e noci. I piatti molto ornati sono anche molto costosi, mentre le stoviglie bianche, che usa l’uomo moderno, sono economiche. L’uno risparmia, l’altro fa debiti. Questo vale per intere nazioni. Guai a quel popolo che resta indietro nello sviluppo culturale! Gli Inglesi diventano sempre più ricchi e noi sempre più poveri...
E ancor più grande è poi il danno che l'ornamento arreca a quelli stessi che lo producono. Siccome l'ornamento non e più una produzione naturale della nostra civiltà, e rappresenta quindi un fenomeno di arretratezza o una manifestazione degenerativa, cosi avviene che il lavoro dell'operaio che lo fa non vien più pagato al suo giusto prezzo.
Sono note le condizioni di lavoro degli intagliatori e dei tornitori in legno, le paghe da fame delle ricamatrici e delle merlettaie. Il decoratore deve lavorare venti ore per giungere alla paga di un operaio moderno che ne lavora otto. L'ornamento, di regola, fa aumentare il costo dell'oggetto, tuttavia avviene che un oggetto ornato, realizzato con materiale dello stesso prezzo e che richiede, come si può dimostrare, un tempo di lavoro tre volte superiore, venga offerto a un prezzo che è la metà di quello di un oggetto liscio. L'assenza di ornamento ha come conseguenza un minor tempo di lavoro e un aumento del salario. L'intagliatore cinese lavora sedici ore, l'operaio americano otto. Se io pago per una scatola liscia lo stesso prezzo che pago per una ornata, la differenza si ritrova nel tempo di lavoro occorso all'operaio. E se non vi fossero più ornamenti a questo mondo -fatto che si realizzerà forse tra millenni- l'uomo dovrebbe lavorare quattro ore e non otto, dato che oggi metà del lavoro umano è perso nell'ornamento.
L'ornamento è forza di lavoro sprecata e perciò è spreco di salute. E cosi è stato sempre. Ma oggi esso significa anche spreco di materiale, e le due cose insieme significano spreco di capitale.
Dato che l'ornamento non ha più alcun rapporto organico con la nostra civiltà, esso non ne è neppur più l'espressione. L'ornamento realizzato oggigiorno non ha nessun rapporto con noi, non ha in genere nessun rapporto con gli uomini, nessun rapporto con l'ordine del mondo. Esso non è suscettibile di sviluppo. Che cosa è successo degli ornamenti di Otto Eckmann, di quelli di Van de Velde? L'artista è sempre stato pieno di forza e di salute alla testa dell'umanità. Ma il decoratore moderno è un ritardatario o un fenomeno patologico. Dopo tre anni egli stesso condanna i suoi prodotti. Per gli uomini colti essi sono insopportabili dal primo giorno, per gli altri lo divengono solo dopo anni. Ma dove sono mai oggi i lavori di Otto Eckmann? Dove saranno tra dieci anni le opere di Olbrich? L'ornamento moderno non ha predecessori né ha discendenza, non ha un passato né avrà un futuro. Uomini incolti, per i quali la grandezza del tempo nostro è un libro chiuso da sette sigilli, lo salutano con gioia al suo apparire, per sconfessarlo poi dopo breve tempo.
L'umanità oggi e più sana che mai, pochi sono i suoi malati. Questi pochi però tiranneggiano l'operaio, il quale è cosi sano che non è capace di inventare un solo ornamento. Essi lo costringono ad eseguire nei materiali più diversi gli ornamenti che loro stessi inventano.
I cambiamenti nello stile ornamentale hanno per conseguenza una rapida svalutazione del prodotto. Il tempo usato nel lavoro e il materiale impiegato sono capitali che vengono sprecati. Io ho coniato questo concetto: la forma di un oggetto resiste tanto a lungo, vale a dire che viene sopportata tanto a lungo, quanto a lungo dura fisicamente l'oggetto. E cercherò di spiegarmi: un abito muterà più frequentemente di forma che non una preziosa pelliccia. Il vestito da ballo della donna, destinato a vivere solo una notte, muterà più presto di forma che non una scrivania.
Ma guai se si dovrà cambiare scrivania altrettanto presto quanto il vestito da ballo, perché la sua forma e diventata insopportabile! In tal caso il denaro speso per quella scrivania sarebbe denaro perduto.
I decoratori ben lo sanno e i decoratori austriaci si studiano di prendere questa magagna per il suo lato migliore. Essi dicono: "Un consumatore che possiede un arredamento che già dopo dieci anni gli riesce insopportabile, e che perciò e costretto ogni dieci anni a cambiarlo, ci piace di più che non quell'altro che si compra un oggetto solo quando quello vecchio e usato fino in fondo. E’ l'industria che lo vuole. Sono milioni che entrano in movimento attraverso questi rapidi cambiamenti." Sembra che sia questo il segreto dell'economia nazionale austriaca; e quanto è frequente sentir dire, quando scoppia un incendio: "Dio sia lodato, adesso la gente avrà di nuovo qualcosa da fare". Ma allora io conosco un ottimo rimedio: si dia fuoco ad una città intera, si dia fuoco a tutto l'Impero e tutto e tutti nuoteranno nel denaro e nel benessere. Si facciano dei mobili che dopo tre anni si possono buttare nella stufa, si facciano ferramenta che dopo quattro anni si devono far fondere, perché neppure in un'asta se ne può cavare la decima parte del costo di lavoro e di materiale, ed ecco che diverremo sempre più ricchi.
La perdita non colpisce solo il consumatore, colpisce in primo luogo il produttore. Continuare a ornare gli oggetti che grazie al progresso si sono sottratti all'ornamentazione, vuol dire forza di lavoro e materiali sprecati. Se ogni oggetto potesse essere sopportato per tutto il tempo della sua durata fisica, il consumatore potrebbe pagare per esso un prezzo tale da consentire al lavoratore maggior guadagno e minore lavoro. Per un oggetto che sono sicuro di poter utilizzare appieno e consumare fino in fondo, spendo volentieri quattro volte di piu che per un oggetto scadente, sia nella forma che nel materiale impiegato. Di buon grado sborso quaranta corone per i miei stivali, sebbene io li possa avere in un altro negozio per dieci corone soltanto. Ma in quelle industrie che languono sotto la tirannia dei decoratori non costituisce un problema il fatto che alla fine il risultato sia buono oppure scadente. Quando nessuno intende pagare il lavoro secondo il suo giusto valore, È la sua qualità che ne risente per prima.
Ed è bene cosi, perché questi oggetti ornati sono sopportabili solo se eseguiti nel modo più vile. Rimango meno colpito dagli effetti di un incendio, quando vengo a sapere che sono bruciate solo cianfrusaglie senza valore. Mi posso rallegrare della festa degli artisti alla Kiinstlerhaus, perché so che essendo occorsi pochi giorni per metter su le decorazioni, tutto viene demolito in un sol giorno. Ma divertirsi a lanciare pezzi d'oro invece di ciottoli, accendere una sigaretta con una banconota, polverizzare e quindi bersi una perla, questo è antiestetico.
Un effetto decisamente antiestetico producono gli oggetti ornati quando sono stati realizzati con i migliori materiali, con la massima cura e hanno richiesto molte ore di lavoro. E’ vero che ho posto come principale esigenza la qualità del lavoro, ma va da sé che non mi riferivo agli oggetti suddetti.
L'uomo moderno, che celebra l'ornamento come espressione dell'esuberanza artistica di epoche passate, riconoscerà immediatamente l'aspetto forzato, tortuoso e malato dell'ornamento moderno. Nessun ornamento può più essere inventato oggi da chi vive al nostro livello di civiltà.
Altrimenti avviene per quegli uomini e quei popoli che non hanno ancora raggiunto questo livello.
Io qui mi rivolgo all'aristocratico, mi riferisco cioè a colui il quale si trova al vertice dell'umanità e che tuttavia dimostra la più profonda comprensione per la spinta esercitata da coloro i quali si trovano in una posizione inferiore e per le loro esigenze. Il Cafro che, seguendo un ritmo particolare, inserisce nel tessuto certi ornamenti che sono riconoscibili soltanto quando il tessuto viene disfatto, il Persiano che annoda il suo tappeto, la contadina slovacca che ricama il suo merletto, la vecchia signora che lavora all'uncinetto cose stupende con perline di vetro e seta, tutti questi hanno la sua totale comprensione. L'aristocratico li approva, egli sa bene che sono ore felici quelle del loro lavoro. Il rivoluzionario andrebbe da loro e direbbe: "Tutto questo non ha senso". Allo stesso modo com'egli trascinerebbe via la vecchina intenta davanti al crocefisso dicendole: "Dio non esiste". Un aristocratico ateo, invece, porterebbe la mano al cappello passando davanti a una chiesa.
Le mie scarpe sono tutte ricoperte di ornamenti, formati da dentelli e forellini, lavoro questo che è stato eseguito dal calzolaio e che non gli è stato pagato. Vado dal calzolaio e gli dico: "Per un paio di scarpe lei chiede trenta corone. Io gliene darò quaranta". In questo modo ho portato quest'uomo al settimo cielo ed egli mi ricambierà con un lavoro e un materiale che, quanto a bontà, non avrà rapporto con il maggior compenso. Egli è felice. E’ raro che la felicità entri nella sua casa. Egli si trova di fronte a un uomo che lo capisce, che apprezza il suo lavoro e non dubita della sua onestà. Con l'immaginazione vede già dinanzi a sé le scarpe finite. Sa dove trovare oggi il cuoio migliore, sa a quale lavorante affidare le scarpe, e le scarpe porteranno esattamente tanti dentelli e tanti punti quanti se ne trovano in una scarpa elegante. A questo punto io aggiungo: "Però pongo una condizione. La scarpa deve essere completamente liscia". Ora, dal settimo cielo l'ho precipitato nel Tartaro. Egli avrà meno lavoro, ma gli ho tolto tutta la gioia che esso gli dava.
Io predico agli aristocratici. Sono disposto a sopportare gli ornamenti persino sul mio corpo, se fanno la gioia dei miei simili. In questo caso essi fanno anche la mia gioia. Sopporto gli ornamenti dei Cafri, dei Persiani, della contadina slovacca, gli ornamenti del mio calzolaio, poiché essi non possiedono alcun altro mezzo per esprimere se stessi nel modo più elevato. Noi possediamo l'arte che ha eliminato l'ornamento. Noi ci trasciniamo nell'affanno quotidiano e ci affrettiamo per andare ad ascoltare Beethoven o ad assistere al Tristano. Cosa questa che il mio calzolaio non può fare. Se pero uno va ad ascoltare la Nona e poi si mette a fare il disegno per una tappezzeria, allora e un truffatore oppure un degenerato.
L'assenza di ornamento ha fatto raggiungere alle altre arti altezze impensate. Le sinfonie di Beethoven non avrebbero mai potuto essere composte da un uomo vestito di seta, di velluto, di merletti. Chi oggi indossa una giacca di velluto non è un artista, ma un pagliaccio o un imbianchino. Siamo diventati più fini, più sottili. Gli uomini che vivevano in branco dovevano vestirsi di vari colori per differenziarsi gli uni dagli altri; l'uomo moderno usa il suo vestito come una maschera. La sua individualità ha una forza talmente enorme che essa non può più essere espressa dagli abiti che egli indossa. L'assenza di ornamento è una prova di forza spirituale. L'uomo moderno usa ornamenti di età passate o di popoli stranieri a suo piacimento. Il proprio spirito inventivo egli lo concentra su altre cose.

(1908)
Adolf Loos

postato da: Lioa alle ore 07:55 | link | commenti (5)
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domenica, dicembre 04, 2005

  

(G. Doré, Dante al Limbo)   

MA QUALE LIMBO E LIMBO!!! 

  

Copio-incollo un riassunto dalla Rete:- )  

“Riprendendo i sensi, Dante si ritrova nel primo cerchio dell’Inferno, il limbo, dove dimorano le anime di coloro che morirono prima di ricevere il battesimo o che vissero prima dell’era cristiana e che quindi, benché non siano prive di meriti, non possono aspirare alla salvezza. Fra questi si trovavano anche i patriarchi dell’Antico Testamento prima che Cristo, subito dopo la resurrezione, venisse a liberarli per condurli con sé nell’Empireo. Da una zona di luce che interrompe le tenebre si fanno avanti le anime di Omero, Orazio, Ovidio e Lucano per accogliere con tutti gli onori il loro compagno Virgilio, e Dante si accoda, nella finzione narrativa e nella legittimazione letteraria, alla compagnia dei poeti. I sei passano insieme in rassegna gli spiriti magni dell’antichità, i poeti, i filosofi e gli eroi che si distinsero per le loro opere e che nel limbo occupano un luogo privilegiato, un castello difeso da sette cinte murarie; quindi Dante e Virgilio riprendono il viaggio.” (Da http://www.italica.rai.it/principali/dante/riassunti/a_inf04.htm)  

Ed ecco un assaggio di testo:

 

“Così si mise e così mi fé intrare

24     nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,

non avea pianto mai che di sospiri

27     che l’aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri,

ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,

30     d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: "Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi?

33     Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,

non basta, perché non ebber battesmo,

36     ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,

non adorar debitamente a Dio:

39     e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,

semo perduti, e sol di tanto offesi

42     che sanza speme vivemo in disio".

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,

però che gente di molto valore

45          conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.” 

 

Devo dire che “fin da piccino”, nel pensare ai bambini smistati senza tante cerimonie giù nel LIMBO (= esclusi dal Paradiso solo perché nessuno li aveva battezzati), mi veniva una gran rabbia, tanto la cosa mi pareva ingiusta. Quale non è stata la mia soddisfazione, di conseguenza, l’altro giorno, nell’apprendere dalla stampa il grande annuncio?  

Riprendo il copia-incolla:

 

E IL LIMBO NON C’ È PIU’

Qualche dubbio lo aveva avuto lo stesso Wojtyla, di qui l’invito ai teologhi di Ratzinger a riflettere e a proporre soluzioni: il Limbo che cosa è davvero, è sufficientemente confortato dalla Dottrina? Adesso, con Ratzinger Papa, l’interrogativo è stato sciolto: la Chiesa cancelli il Limbo. Aveva già sostenuto, Ratzinger nel lontano ’84: “ Il Limbo non è mai stata una verità definita di fede. Personalmente, parlando come teologo e non come prefetto della Congregazione ( ex Sant’Uffizio – ndr ), lascerei cadere questa che è soltanto un’ipotesi teologica. Si tratta di una tesi secondaria, al servizio di una verità che è assolutamente primaria per la fede e la salvezza: l’importanza del battesimo“. A Roma, trenta super-teologhi di tutto il mondo, si apprestano a giubilare questa sotto-verità, non rivelata per altro. E i bambini morti senza battesimo, che fine faranno, se la loro, come dire, residenza ultraterrena verrà abolita? Nessun timore, la salvezza è garantita dalla misericordia di Dio. Com’è noto, nel Limbo si trovano, stando a quanto si è detto finora, anche i profeti e i patriarchi d’Israele vissuti prima di Cristo. La destinazione di essi non è ancora chiara. La cosa che più colpisce gli uomini di fede e gli studiosi, è la dizione “ ipotesi del Limbo “. Quali altre ipotesi di verità sono sotto discussione? A porte chiuse, gli studiosi cattolici dibattono anche sulla teologia come scienza della fede e sulla legge morale naturale. Potrebbero uscirne novità clamorose.

(http://www.rassegna.it/2005/esperti/cartevaticane/articoli/aborto2.htm

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La Chiesa pronta ad abolire il "limbo".   

Dunque, il Limbo non esiste più; con decreto divino di papa Benedetto XVI è stato ufficialmente abolito dalla triade costituente i regni dell´Altromondo. Da oggi i bambini morti senza battesimo voleranno direttamente in Paradiso senza dover più restare parcheggiati per l´eternità in quella "bolla" a loro destinata, in virtù della precedente Bolla di un altro papa, in attesa di non si sa cosa.
Risparmiata l´attesa ai neonati nell´aldilà, adesso essa riguarderà nell´aldiquà la moltitudine di giovani regolarmente battezzati e cresimati che aspettano un lavoro che non verrà mai e la conseguente acquisizione della dignità umana ad esso connessa. Però ad attendere questi al termine della lunga anticamera non sarà il Paradiso, ma il Nulla di una vita non vissuta per colpa di un Potere che garantisce il "paradiso" (quello terrestre, s´intende) soltanto ai suoi zelanti servitori.
Meglio avrebbe fatto papa Benedetto, non ad eliminare il Limbo, ma a collocarlo, sempre con decreto divino, su questa terra quale sede assegnata a quei milioni di anime "sospese" condannate senza colpa ad attendere una "luce" che per loro non ci sarà mai.
 (da http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=5662)

Nuova Agenzia Radicale, supplemento quotidiano di Quaderni Radicali 

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Roma - 28 novembre 2005 - Per la tradizione è il luogo dove finiscono i bambini che muoiono prima di ricevere il battesimo, i quali non avendo mai visto la luce di Dio sono nati e poi morti con il solo debito del peccato originale, che nella fede cattolica è eliminato, appunto, solo al fonte battesimale. Il "limbo", spazio astratto ai margini del Paradiso in cui hanno trovato posto anche i santi patriarchi e i profeti di Israele vissuti prima di Cristo, tuttavia non esiste. E' quello che si appresta a ribadire la Commissione teologica internazionale, un organismo costituito dal Vaticano in seno alla Congregazione per la dottrina della fede - la stessa presieduta da Joseph Ratzinger prima della sua nomina al soglio pontificio - i cui teologi hanno individuato una diversa sorte per i bimbi non battezzati; li si troverebbe cioè non nell'inesistente "limbo", parola che peraltro non esiste nella Bibbia, bensì "nel contesto del disegno salvifico universale di Dio, dell'unicità della mediazione di Cristo e della sacramentalità della Chiesa in ordine alla salvezza". Già ora, del resto, il catechismo della Chiesa cattolica nella versione varata nel 1992 da papa Giovanni Paolo II prevede una sorte rasserenante per i bambini morti senza battesimo. "La Chiesa - si legge al punto 1.261 - non può che affidarli alla misericordia di Dio; infatti la grande misericordia di Dio (il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati - 1 Tm 2,4) e la tenerezza di Gesù verso i bambini, che gli ha fatto dire: "Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite" (Mc 10,14), ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo". Ratzinger, che condivideva la linea della Commissione - quella che da sempre è portata avanti dai teologi conciliari - ai tempi in cui era alla guida della Congregazione, dovrà ora esprimersi come Papa sull'eliminazione definitiva del "limbo", che era invece previsto dal catechismo di Pio X, varato nel 1904: "I bambini morti senza battesimo vanno nel limbo, dove non godono Dio ma nemmeno soffrono, perché avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l'inferno e il purgatorio"; ma se sulla cancellazione del termine "limbo" non sembrano esservi particolari obiezioni - tant'è che la Chiesa non ne parla ormai più da anni - resta però la necessità di un chiarimento sulla questione che sta dietro quel termine... Una questione anche dogmatica, legata com'è al peccato originale e alla purificazione che solo il battesimo può dare. Una prima bozza di documento su questa materia sarà sottoposta a Ratzinger dal suo successore alla guida dell'ex Sant'Uffizio, William Josef Levada, che da oggi e fino al 2 dicembre presiede per la prima volta una sessione dei lavori della stessa Commissione. La commissione teologica internazionale è nata da una proposta del sinodo dei vescovi che Papa Paolo VI ha poi provveduto ad attuare nel 1969. Il suo compito è quello di aiutare la Santa Sede nell'esame delle questioni dottrinali di maggior importanza. La Commissione, presieduta dal Cardinale prefettizio, è composta da teologi di diverse scuole e nazioni, eminenti per scienza e fedeltà al Magistero della Chiesa. I membri - di numero non superiore a 30 - sono nominati dal Papa ad quinquennium su proposta del Cardinale Prefetto della Congregazione e dopo la consultazione con le Conferenze Episcopali. La Commissione si raduna "in assemblea plenaria" almeno una volta all'anno, ma può svolgere la sua attività anche per mezzo di sottocommissioni. I risultati degli studi vengono sottoposti al Papa e consegnati per la opportuna utilizzazione alla Congregazione per la dottrina della fede (Corriere della Sera.it)

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                                                           È sparito il "Limbo".

Per la tradizione è il luogo dove finiscono i bambini che muoiono prima di ricevere il battesimo, che non avendo mai visto la luce di Dio sono nati e poi morti con il solo debito del peccato originale, che nella fede cattolica è eliminato, appunto, solo al fonte battesimale. Il «limbo», spazio astratto ai margini del Paradiso in cui hanno trovato posto anche i santi patriarchi e i profeti di Israele vissuti prima di Cristo, tuttavia non esiste. È quello che si appresta a ribadire la Commissione teologica internazionale, un organismo costituito dal Vaticano in seno alla Congregazione per la dottrina della fede - la stessa presieduta da Joseph Ratzinger prima della sua nomina al soglio pontificio -, i cui teologi hanno individuato una diversa sorte per i bimbi non battezzati.

Potenza della fede, ieri c'era e domani no, puff come un battito di ciglia si opera un trasloco mai attuato prima. Domani a chi toccherà, al Purgatorio? Il mondo cambia e la religione cerca di adattarsi, dimostrando, oggi, clemenza per le anime dei bambini non battezzati.

tratto da: zonalibera

 

postato da: Lioa alle ore 09:13 | link | commenti
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sabato, dicembre 03, 2005

(Beppe Grillo)

BEPPE GRILLO

E LA NONNA DI HIMMLER

Il 29 Novembre 2005 nel blog di Beppe Grillo www.beppegrillo.it  è apparso il testo “CRIMINI ELETTORALI”, che ha suscitato un ampio dibattito (quasi duemila interventi nei commenti: da svernarci sopra!). Eccolo:

“La scorsa settimana è stata stuprata una ragazza a Bologna da un extracomunitario.
La scorsa settimana è stata uccisa con sette coltellate e investita con la macchina una ragazza a
Biella da un italiano.
La scorsa settimana è stata uccisa davanti alla figlioletta una donna italiana dall’ex marito italiano con due colpi di pistola alla testa a
Chivasso
 

Le reti televisive e i giornali hanno dedicato un grande spazio all’episodio di Bologna e uno marginale a quelli di Biella e di Chivasso.   

Lo stupro di un extracomunitario fa più notizia di un omicida italiano.   

Lo stupro extracomunitario è elettorale.
Un omicida italiano non è elettorale.  
 

Gli sbarchi in Sicilia sono elettorali
Le decine di omicidi da inizio anno di mafia, ndrangheta, camorra non sono elettorali.  
 

Le rapine in villa da parte di extracomunitari sono elettorali.
Il pizzo chiesto dal racket in tre quarti dell’Italia non è elettorale.  
 

Le donne italiane segregate in casa da parte di mariti maghrebini sono elettorali.
Gli omicidi di donne italiane separate da parte degli ex mariti italiani non sono elettorali.  
 

Gli attentati (potenziali) da parte di islamici in Italia sono elettorali.
La mafia (reale) non è elettorale.  
 

Un candidato onesto è elettorale.
Un candidato prescritto o condannato in via definitiva non è elettorale.” 
 

 

Ed ecco quattro commenti a caso:- ) 

            1)  dal nome avrete capito che sono un Nazista. sento molti dire . . . ah se ci fosse ancora lui! . . se ci fosse ancora il baffetto! . . tutti questi mussulmani li brucerebbe nei forni crematori! si sbagliano! vi sbagliate tutti! non conoscete il Nazismo, le uniche formazioni delle SS non appartenenti alla razza ariana erano composte da Mussulmani, lo stesso Hitler era contento dei figli di Allah, "un dio che ti apre le porte del paradiso se muori combattendo, questa è un'ottima religione" queste le sue parole. Cosa unisce Nazismo e Islam? odio per gli ebrei, portatori di povertà per chi li circonda; il capitalismo, il consumismo, il comunismo, tutte loro invenzioni. L'odio per l'America imperialista, eterna alleata dei Sionisti, anzi controllata e comandata a muovere guerra contro i nemici di Israele, un tumore che deve essere estirpato. ma non c'è bisogno di mettere una svastica (dà troppo nell'occhio) per dire certe cose, oggi basta uno striscione della pace, una bandiera comunista, o una bandiera palestinese e puoi dire le cose che ho detto qui senza rischiare un insulto, anzi scappa pure qualche applauso. allora dico viva l'islam, viva la palestina,viva l'Iran, viva i Mussulmani, perchè riusciranno dove noi Nazisti abbiamo fallito !! . . . . . . VOGLIO VEDERE SE QUALCUNO HA IL CORAGGIO DI RISPONDERE IN MANIERA GARBATA, MA DECISA ALLE MIE AFFERMAZIONI !!

postato da    Heinrich Himmler il 01.12.05 08:58

 2) Caro Heinrich Himmler.
spero solo che tu non debba mai provare direttamente sulla tua pelle (e tu non debba prima vederlo sulla pelle dei tuoi cari) il risultato delle metodologie adottate dalle persone che con tanto entusiasmo osanni, anche se purtroppo temo sarebbe l'unico sistema per farti ragionare.
Odio guerra e rancore non portano da nessuna parte... come le scritte in maiuscolo nel blog. 
 

 

Postato da: Ciccio Graziani il 01.12.05 09:13  

3) Garbatamente ma fermamente ti rispondo caro Himmler, che è ovvio che una svastica susciti sentimenti decisamente di astio visto quello che quel simbolo ha significato nella nostra storia e che quindi chi dica qualsiasi cosa sotto quel simbolo, venga considerato meno di zero. Sotto il simbolo della pace non vengono dette le stesse cose che asserisci tu, mi spiace per te e per questa tua visione un po' miope della vita e della storia. Dio ci ha dato un comandamento che vale e praticamente rende inutili tutti gli altri :"ama il prossimo tuo come te stesso". Questa è l'unica molla che deve spingere il mondo. Se davvero tutti amassero e seguissero questo comandamento non ci sarebbero conflitti, odi o qualsiasi cosa scaturisce dal voler prevalere su qualcun altro, dal voler imporre il proprio pensiero come unico e giusto. Bisogna imparare ad amare chi hai di fianco, bianco, rosso, verde, giallo che sia. Se vuoi farti del bene guarda dentro te stesso e cerca di capire qual è l'ansia che ti distrugge la vita. Forse allora ti renderai conto delle sciocchezze che hai detto.
Luca. 

Postato da: Luca Vitali il 01.12.05 09:19 

4) Spero che gli sfoghi nazisti di H.Himmler sul blog gli servano come terapia. Spero che scrivere quello che scrive serva a sedare i suoi istinti al punto che non senta il bisogno di uscire dalla sua cameretta e mischiarsi con il resto della gente. Spero anche che prima o poi H.Himmler riesca - per il suo e nostro bene - a chiarirsi con sua nonna cosi' da capire che non e' stato picchiato perche' era un brutto bambino, che nonna non ce l'aveva con lui se si faceva la pipi' addosso, che mamma non e' andata via per colpa sua.  Sig.ra nonna di H.Himmler, porti un po di serenità a questo ragazzo malato. Lo aiuti a smettere di indossare autoreggenti e girare a passo d'oca per il corridoio. Gli spieghi che l'impotenza si cura e le donne non sono cattive solo perché sua mamma lo ha abbandonato.   

Postato da: antonio bignamini il 01.12.05 10:45

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venerdì, dicembre 02, 2005

Il 30 giugno del 1998 Piersandro Pallavicini fu travolto dall'improvviso desiderio di contattare Hanif Kureishi. Ce lo dice Google/Groups, che – come è noto - non perdona :- )

Newsgroup: uk.adverts.books/Da: Piersandro Pallavicini  *****/Data: 1998/06/30/  

Oggetto: Hanif Kureishi - a contact?

“I'm an italian novelist and journalist. Need a contact with UK writer Hanif Kureishi (e-mail, or snail mail). Any one could help? If so, thanks from the deep of my heart!"(Piersandro Pallavicini ).

Non so se il nostro atomico Pierpalla riuscì a beccarlo. Fosse ancora interessato, sappia comunque che  – carramba che sorpresa! – oggi… Kureishi è… quiiiiiiiii! (Qui a Venezia, intendo):- ) 

 

(Hanif Kureishi)

La complessità è il marchio di fabbrica di Hanif Kureishi. In tutti i suoi romanzi le conflittualità sociali e personali vengono a galla fino a deflagrare in grandi storie di persone. Dopo aver smontato il terribile periodo tatcheriano con "My Beautiful Laundrette" e "Sammy e Rosie vanno a letto" (entrambi di Stephen Frears), e aver visitato i conflitti della periferia londinese di "Buddha Of Suburbia" e ancora raccontato i rapporti sessuali di "Intimacy"; questa volta gioca con i sentimenti di una vedova alla riscoperta della passione. "The Mother", il film dal forte impatto emotivo diretto da Roger Mitchell; il geniale scrittore anglopakistano ha sfatato (almeno al cinema) un ultimo tabu: la sessualità travolgente tra una sessantottenne della medium-class ed un giovane operaio. Una storia tenera e scioccante che naturalmente farà parlare di sé. Ed è proprio di questo che intavoliamo il discorso con lo Hanif Kureishi, per una volta nei panni di sceneggiatore.”(Segue intervista) (Roberto Leggio in http://www.reflections.it/interviste/2004/hanif_kureishi/text.htm

 

 Ed ecco, dalla stampa locale (il solito Gazzettino), la ghiotta notizia per gli estimatori dello scrittore:

Lo sceneggiatore anglo-pakistano Hanif Kureishi a Venezia per una mostra e una rassegna di film

VENEZIA - Lo scrittore e sceneggiatore anglopakistano Hanif Kureishi sarà nei prossimi giorni a Venezia per l'inaugurazione alla Galleria d'Arte Traghetto di "Nightlight", mostra di dipinti dell'artista veneziana Serena Nono ispirati al racconto omonimo del narratore anglo-pakistano. Nell'occasione il Circuito Cinema Comunale gli rende omaggio con una rassegna dei suoi principali lavori cinematografici. La rassegna, dal titolo "Hanif Kureishi , scrittore di cinema", prenderà il via questa sera al Giorgione con la presentazione di "Intimacy - Nell'intimità" di Patrice Chéreau, preceduta alle ore 21 da un'intervista all'autore della giornalista Irene Bignardi, critico cinematografico e fino a pochi mesi fa direttrice del Festival di Locarno (ingresso a pagamento). Il ciclo proseguirà successivamente alla Videoteca Pasinetti con "My Beautiful Laundrette" di Stephen Frears (lunedì 5 dicembre ore 17.30/21), "Sammie & Rosie vanno a letto" ancora di Frears (mercoledì 7 dicembre ore 17.30/21), "Mio figlio il fanatico" di Udayan Prasad (venerdì 9 dicembre, ore 17.30/21) e infine "The Mother" di Roger Michell (lunedì 12 dicembre ore 17.30/21). Ingresso soci Pasinetti. La mostra "Nightlight" sarà inaugurata alla Galleria d'arte Traghetto (Campo Santa Maria del Giglio) venerdì 2 dicembre alle 18, presenti Serena Nono e Hanif Kureishi . Resterà aperta sino al 10 gennaio, nei giorni feriali, dalle 15 alle 19, con ingresso libero.

 

Riguardo alla mostra di Serena Nono, ex fidanzata di Cacciari, si veda:

 

http://www.comune.venezia.it/cinema/News/2005/109.pdf

postato da: Lioa alle ore 06:29 | link | commenti
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giovedì, dicembre 01, 2005

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PAGARE PER ESISTERE

Il 28 novembre u.s. Luca Tassinari di www.letturalenta.net  pubblicò l'interessante articolo che ripropongo qui sotto. Bart Di Monaco commentò: "Sarebbe simpatico farlo circolare". E Luca: "Bart, io ci ho provato a farlo circolare, ma il layout di 'sto blog è irrimediabilmente rettangolare."

Così ho deciso di tentare io la cerchiatura del quadrato.

Ecco il pezzo:

"Gli editori lamentano le poche copie vendute; i librai soffrono l’assottigliamento dei margini economici; gli autori rinnovano in mille modi l’antico aforisma: carmina non dant panem; i traduttori denunciano la scarsa visibilità del loro lavoro; i critici criticano la scarsa attenzione alla critica. Nella gran macchina della produzione letteraria tutti si considerano sottostimati, sottovalutati, sottopagati. No, dico, va bene che l’erba del vicino è sempre più verde, che l’uomo è pessimista per natura, che il mondo è crudele, ma allora io - il lettore - cosa dovrei dire?

Insomma, dico, dovrei sempre stare zitto e buono ad ascoltare le lamentele altrui? Eh no, cavolo, per una volta mi lamento io. Voglio gustare anch’io, e fino in fondo, l’universale panica esperienza del piagnisteo letterario.

Io - il lettore - esisto, sì, ma solo in quanto numeretto in coda per acquistare, spendere, consumare, mentre le mie maravigliose e indiscutibili doti creative sono completamente ignorate. All’editore e all’autore interesso solo come fonte potenzialmente inesauribile di vile pecunia. Che legga o non legga per loro è perfettamente indifferente, purché io compri. Lo si vede da quello che fanno: pubblicano decine, centinaia di nuovi titoli ogni mese. Roba che per leggerne un decimo toccherebbe avere due scanner ad alta velocità al posto degli occhi.

Me lasso! Vago confuso per luoghi ormai più simili a gran bazar che a librerie, circondato da pile e pile di libri-fuffa a loro volta circondate da gadgettini e puttanatine d’ogni specie: calendari, magliette, agende, giochi di società: trovare un libro vero là in mezzo è un’impresa disperata. A volte mi avvicino timidamente a un commesso, chiedo informazioni, ma solo per essere guardato in tralice come un povero mentecatto o spedito come una biglia da un reparto all’altro, senza metodo, senza cortesia: La novella del grasso legnaiuolo, dice? Provi un po’ al reparto hobby e tempo libero.

Ahi sorte ria! ahi mondo ingrato! Già, la gratitudine.

L’altro giorno sul domenicale del Sole ho letto un articolo di Stefano Salis che satireggiava sulla moda di mettere i ringraziamenti in coda ai libri: grazie alla mamma per avermi allattato, alla moglie o al marito avermi sopportato, all’editor per avermi editato, all’editore per avermi pubblicato, e via così. Poteva essere un bell’articolino, spiritoso e simpatico, se non fosse stato per un sottotitolo a dir poco offensivo: Da Egger a Baricco infuria l’omaggio a editor, agenti e persino lettori. A parte il fatto che qualcuno dovrebbe spiegarglielo, al titolista, che Dave Eggers si chiama Eggers e non Egger, a parte questo dico, come sarebbe a dire persino lettori? Ma chi sono io? il figlio della serva? Ringraziare gli altri è comico, mentre ringraziare me è scandaloso?

Ecco come mi trattano tutti. Io - il lettore - considerato alla stregua di un paria! Il lettore, dico, ovvero la colonna portante della letteratura mondiale di tutti i tempi. Perché hai voglia tu a scrivere, autorevole autore; hai voglia a pubblicare, pubblicano d’un editore; hai voglia a tradurre, o transeunte traduttore; hai voglia a esporre la tua merce, libresco libraio, ma se io non leggessi andreste tutti a pelare patate! In cambusa! altro che gloria letteraria!

Ma questo sarebbe niente, o lettore che mi leggi (sia pure talvolta - va detto - con deprecabile guizzo velocista), condividendo così la mia infelice sorte per la durata di questo post. Questo sarebbe niente. In fondo alle avversità si fa il callo, come natura vuole, grazie alla formidabile capacità di adattamento alle avversità propria dell’umano genere. Ma come posso tollerare le lamentele altrui sulla scarsa redditività del loro ruolo? Non ci danno una lira, lamentano i traduttori; non ci caviamo manco le spese, ribattono i librai; vendiamo troppo poco, incalzano gli editori; di scrittura non si vive, aggiungono gli autori.

Ma io, santa pazienza, cosa dovrei dire? Cosa dovremmo dire noi lettori di tutto il mondo? Noi, i pilastri della letteratura, dobbiamo addirittura pagare per esistere!" (LUCA TASSINARI)

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