Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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martedì, gennaio 31, 2006

Letture n.623 gennaio 2006 - Copertina  

Fulvio Panzeri segnala le più importanti novità librarie in arrivo nel corso del 2006 qui:

 

http://www.stpauls.it/letture/0601let/0601le06.htm 

 

Ne scelgo un paio a caso:- )

“A novant’anni dalla morte di Henry James, Fazi Editore propone in prima edizione assoluta al pubblico italiano The Outcry, un’effervescente commedia sull’incontro-scontro tra il denaro e il dinamismo tipici degli americani e l’arte e le buone maniere europee, temi che hanno costituito il nucleo centrale di tutta la sua opera e che lo hanno reso uno degli scrittori più prestigiosi del XX secolo ancora attuali.

E sempre Fazi, dopo Il violinista, presenta un altro romanzo di Hans Christian Andersen, O.T. un romanzo danese, una storia che si avvale di un magistrale tratteggio dei paesaggi e delle atmosfere danesi, in cui i personaggi si muovono alla ricerca di una identità perduta, ma fortemente desiderata. 

A proposito di Andersen, da qualche giorno è uscita la quarta puntata del romanzo “IL FANTASMA DI ANDERSEN” qui: http://www.carmillaonline.com/   

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 4a puntata  

di Lucio Angelini [I ricordi di Andersen non sono inventati da L.A., ma tratti di peso dalla sua stessa autobiografia.]   

Posted in Carmilla on line on Gennaio 27, 2006 12:59 AM 

 

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 3a puntata 

Posted in Carmilla on line on Gennaio 13, 2006 03:34 AM 

 

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 2a puntata

 Posted in Carmilla on line on Dicembre 21, 2005 08:30 PM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 1a puntata

 Posted in Carmilla on line on Dicembre 12, 2005 12:54 AM

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Gli editori interessati possono avanzare le loro proposte indecenti:- )

postato da: Lioa alle ore 06:56 | link | commenti (6)
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lunedì, gennaio 30, 2006

Munich
di Steven Spielberg
 
Ho visto "Munich", il nuovo film di Spielberg, definito dal regista "una preghiera per la pace", ma non ho ancora deciso se mi sia piaciuto davvero e se mi sia effettivamente sembrato una preghiera. «Il peggior nemico non è né palestinese né israeliano. Il peggior nemico è l'intolleranza che regna in quella regione», ha dichiarato Spielberg. Alcuni protagonisti della sua storia si pongono domande del tipo: "Chi stiamo uccidendo esattamente? Si può trovare una giustificazione? Questo fermerà il terrore?". Negli Stati Uniti il film ha suscitato reazioni opposte: Ehud Danoch, console d'Israele a Los Angeles, ha definito il regista "presuntuoso". Gli ex dirigenti del Mossad hanno sentenziato che la ricostruzione contenuta nella pellicola è "improbabile". Su posizioni diametralmente opposte il "Time"', che ha intervistato il regista e dedicato a "Munich" la copertina ("È un capolavoro"), il "New York Times" e l'ex inviato speciale di Clinton in Medio Oriente, Dennis Ross. Divisi anche gli arabi residenti in America. Un film scomodo, che sembra non sia piaciuto alle alte sfere di Hollywood.

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Attingo al blog "Camillo" di Christian Rocca:

 

«La politica giusta, ha detto Spielberg a Time, dovrebbe essere quella del dialogo. L’editorialista del New York Times David Brooks ha scritto che “Munich” è un “nuovo tipo di film anti guerra” e, in questo, innovativo, sofisticato e intelligente, “ma, quando diventa politico, Spielberg deve distorcere la realtà per farla adattare ai suoi preconcetti. In primo luogo, scegliendo una storia ambientata nel 1972, Spielberg consente a se stesso di ignorare il veleno che permea il medio oriente: il radicalismo islamico. Nel medio oriente di Spielberg non ci sono né Hamas né Jihad islamico. Non c’è alcun fervente antisemita, nessun negazionista dell’Olocausto come l’attuale presidente dell’Iran, nessuno zelota che vuole sterminare gli israeliani. Soprattutto non c’è il male. E questo è il centro della favola di Spielberg. Nella sua rappresentazione della realtà non ci sono persone così dedicate a un’ideologia assassina e quindi impermeabili al tipo di compromesso e di dialogo in cui Spielberg nutre una gran fiducia. Non ammettendo l’esistenza del male, come esiste realmente, Spielberg racconta una realtà sbagliata. Comprensibilmente non vuole rappresentare i terroristi palestinesi come i cattivi dei cartoni, ma non li ritrae per niente”. Secondo Brooks, l’agente israeliano che nel film si pone i dubbi sulla missione e sul sionismo è l’immagine americana di ciò che un eroe israeliano dovrebbe essere, ma i veri combattenti israeliani tendono a essere più duri perché invece sono a conoscenza dell’ideologia sterminatrice dei loro nemici. Brooks conclude sostenendo che “nel medio oriente di Spielberg l’unico modo di ottenere la pace è rinunciare alla violenza, ma nel medio oriente reale l’unico modo di ottenere la pace è attraverso una vittoria militare sui fanatici accompagnata da compromessi tra gli elementi ragionevoli delle due parti”.»

(da http://www.ilfoglio.it/uploads/camillo/munich.html)

Sentiamo, inoltre, che cosa ne dicit ipse, ovvero il Mereghetti:- )

 
"Il film di Spielberg potrebbe sembrare a prima vista un film molto semplice e diretto: racconta l'operazione di ritorsione organizzata dal governo israeliano (presieduto da Golda Meir) e dal Mossad per rispondere con la medesima logica all'attentato compiuto da Settembre Nero durante le Olimpiadi di Monaco del 1972, che avevano portato alla morte di 11 atleti israeliani. Per vendicare quegli undici morti Tel Aviv decise di eliminare undici responsabili della resistenza palestinese coinvolti in azioni terroristiche e incaricò un gruppo sotto copertura di cinque uomini di portarlo a compimento.
Ma la chiarezza che si chiede a un film di ricostruzione storica finisce quasi subito per confondersi e ingarbugliarsi dietro le scelte stilistiche e narrative volute dal regista e soprattutto dietro il richiamo all'oggi che l'inquadratura nel finale delle Torri Gemelle non può far passare inosservata. Diversamente dal passato e dai film che affrontavano temi dichiaratamente storici, come Schindler's List, Amistad o Salvate il soldato Ryan, lo scopo di Spielberg qui non sembra essere (solo) la sollecitazione della memoria dello spettatore, a cui sottoporre un momento del suo passato che forse ha dimenticato, ma piuttosto essere lo spunto di una riflessione che sappia trarre una lezione per l'oggi.
Da una parte, infatti, Spielberg “smonta” la ricostruzione dell'attentato di Settembre Nero in tanti piccoli episodi che usa durante la ricostruzione della ritorsione, come a voler continuamente ricordare allo spettatore le ragioni di quella stessa ritorsione, lo spunto che le ha dato inizio e la giustifica. Ottenendo così il risultato di ribadire una diversità “cronologica” se non proprio ontologica delle due violenze, quella palestinese e quella israeliana: durante tutto il film non si può mai dimenticare che c'è una violenza che viene prima e una che viene dopo, che una è la causa e una è l'effetto (anche se poi la violenza “effetto” sarà a sua volta causa di altre reazioni violente da parte dei palestinesi).
Dall'altra parte, il film porta i componenti del commando a interrogarsi sul senso delle proprie azioni, ma poi si ferma a un livello individual-psicologico che limita la portata dell'autocritica (sempre che si possa chiamare così) ai soli membri del commando e non arriva mai a interrogare i reali responsabili politici e morali dell'operazione (e quanti, anche oggi, predicano e difendono la medesima politica). Perché Golda Meir si vede quando decide di dare inizio alla rappresaglia ma poi sparisce dal film? E ancora: seguendo le azioni di Avner, il responsabile israeliano del gruppo sotto copertura che dopo sette assassini decide di abbandonare la missione e “rifugiarsi” a New York, verrebbe come da pensare che la ragione che ha fermato quella missione ritorsiva non sia tanto una qualche riflessione sul suo valore, sull'utilità o l'inutilità di mettere praticare la legge del taglione nei confronti del palestinesi (che pure affronta, anche se in maniera piuttosto superficiale), ma piuttosto il richiamo irrinunciabile della sacralità della famiglia (che nel cinema di Spielberg si rivela sempre di più come l'unico vero movente delle azioni umane e come la realtà da difendere a ogni costo).
Lo sottolinea la scena più discutibile (e più brutta) del film, quella con Avner e sua moglie che fanno l'amore mentre nella testa di lui si accavallano le immagini del momento più tragico dell'attentato di Monaco, quando all'aeroporto i terroristi uccisero gli atleti palestinesi. A questo punto il film ha ormai perso la sua forza e la sua “chiarezza”. Confonde tutte le strade percorse fino allora per non arrivare a nessuna vera conclusione. Un po' come il suo protagonista, che cerca riparo lontano da chi lo aveva armato, così il film abdica a portare fino in fondo la sua riflessione morale sull'uso della violenza, dopo aver rinunciato da tempo a percorrere solo la strada del film d'azione o della ricostruzione storica. Lasciando nello spettatore che non sia preventivamente schierato per una parte o per l'altra l'impressione che Spielberg non abbia il coraggio di trarre tutte le conseguenze che quella storia gli imporrebbe di trarre e che, come una specie di struzzo, finisca per nascondere anche lui la testa sotto la sabbia. (Paolo Mereghetti, Corriere della Sera)
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A Mereghetti si può obiettare che sì, certo, la sacralità della famiglia è un tema importante in Spielberg ( fin dai tempi di ET "Telefono casa..."), ma sempre di più insieme a quello della "sicurezza del futuro", ovvero della possibilità di allevare i propri figli in un paese in cui non si rischi di saltare in aria ad ogni piè sospinto...:-/
postato da: Lioa alle ore 06:32 | link | commenti (2)
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sabato, gennaio 28, 2006

(Goffredo Fofi)                                

"LA GRANDE ZIA"

 

(Goffredo Fofi a Venezia)

 

Come ogni anno alla fondazione Cini di Venezia si è tenuto il seminario di perfezionamento della Scuola per Librai “Umberto e Elisabetta Mauri”. Alla giornata conclusiva partecipa, in genere, TUTTA L’EDITORIA ITALIANA e così è stato anche quest’anno, a parte qualche defezione dovuta all’inclemenza del tempo. Alle 9.00 Angelo Tantazzi ha iniziato le sue “Anticipazioni sul futuro”, improntate a un cauto ottimismo. Seguivano due interventi di assoluto rilievo: quello di Goffredo Fofi sulla scuola, definita “la grande zia”, e quello d Tullio De Mauro “Se un giorno di primavera un governante…”, di cui dirò domani. Dopo un coffee break è stata la volta di Maria Nadotti in conversazione con Layla Chaouni (editrice marocchina), Ying Hong (scrittrice cinese) e Dubravka Ugresic (scrittrice croata). Tediosissima la Nadotti, che, con le sue ormai datate e lunari domande sulla “scrittura al femminile” (“Chi scrive per chi?”) sembrava Gigi Marzullo. Ricca colazione alle 13 nel refettorio della fondazione e infine la lectio magistralis di ROGER CHARTIER “Leggere. I modi insospettabili per entrare in un libro”. 

 

Sintetizzo, per oggi, l’intervento di Fofi. Ha subito chiarito che, secondo l’insegnamento di Franco Fortini,  anche lui sente la necessità di “parlare di corda a casa dell’impiccato”. Prendendo spunto da un misterioso messaggino telefonico senza firma arrivatogli il giorno prima (“È nata Rosa”), si è domandato: “In che mondo è venuta a cadere la nostra Rosa? Che cosa l’aspetta? Chi la educherà alla democrazia e alla pace? Chi l’aiuterà a crescere, facendole scoprire la bellezza del mondo e il campo delle sue potenzialità, ma anche – cercando di non truffarla - aiutandola a difendersi dalle aggressioni del mondo, tra le quali possiamo oggi considerare in tutta tranquillità anche la scuola, i giornali e la televisione, le mille forme della pubblicità diretta e indiretta in cui si manipola e si indirizza la volontà dei singoli illudendoli di ragionare con la propria testa quando invece li si costringe a ragionare con la testa di chi comanda e chi vende?”

Il nostro, ha affermato Fofi, è un mondo minacciato dall’avidità (e dall’invisibilità o capacità mimetica dei pochi che guidano l’economia e la scienza, oscuro connubio che produce le massime trasformazioni nei confronti del futuro) e dalla irresponsabilità nei confronti del futuro. Per aiutare Rosa tornano ancora necessari due o tre discorsi un tantino "vetero" sui quali si può e si deve discutere. Arte ed educazione devono tornare ad assumere un valore centrale per l’esperienza umana dei “sopravissuti” alle mutazioni imposte dal potere, e il libro per bambini è o deve essere considerato come una forma d’arte. La nostra pedagogia ha vissuto una grande stagione nei vent’anni tra il 1943 e il 1963, sperimentando nuovi metodi tesi allo sviluppo di una cosciente autonomia del bambino e del ragazzo, alla sua possibilità di diventare un individuo completo e pensante, libero e consapevole, in grado di contribuire con i suoi personali modi e talenti a una società democratica, aperta, solidale con gli umili e con gli ultimi. Questa pedagogia è stata sconfitta ed è oggi dimenticata e tradita dai professori che si dichiarano pedagogisti: è diventata “scienza della formazione”, un’arte burocratizzata nelle tecniche e trasformata in mestiere dentro un mercato. Oggi non è più la scuola a educare i nostri figli, ma cento altre agenzie e luoghi: le scuole di danza e di teatro, i divertimenti, gli amici, i media spettacolarizzati, le risse televisive, le discoteche, gli stadi, le interviste con i ricchi e famosi, gli stilisti e via di seguito. La scuola funziona semmai come il luogo di una socializzazione secondaria, che non assolve bene nemmeno ai compiti dell’apprendimento fondamentale…L’editoria per ragazzi è occupata da una quantità di opere brutte, leziose, che si imitano l’un l’altra, e che si inquadrano in pochi generi ripetitivi che imitano perlopiù quelli adulti e accettano il nuovo nelle forme dell’interattivo, del fantasy più schizoide o insulso, di uno pseudo mimetismo del linguaggio che gli autori credono tipico degli adolescenti e di dieci altre banali variazioni. Fantasy e detection dominano il campo del “non realistico”, i modi del serial televisivo realistico dominano quello del “realistico”. Le case editrici propongono dozzine di sciocchezze in infinite copie e varianti...

Una volta, secondo Peter Bichsel, c’erano al mondo “più zie che lettori”, perché erano le zie a regalare i libri ai bambini per le prime comunioni, per i compleanni, per le promozioni scolastiche. E poiché sceglievano i libri secondo i propri gusti ne risultava che i bambini si disgustavano dei libri e il numero dei lettori non poteva certo aumentare. Oggi non è più così, le zie sembrano contare di meno, ma contano sempre di più i gusti di altre “zie” non meno ottuse delle prime e certamente più prepotenti e saccenti, le e gli insegnanti di scuola, i redattori e redattrici di case editrici e collane specializzate, i tanti che lavorano agli adattamenti cinematografici di libri di successo e ai gadget che a loro volta ne derivano… Il numero dei lettori è cresciuto, ma  non la qualità di ciò che essi leggono, e contemporaneamente è cresciuto anche il numero delle zie, che rischiano di diventare, orwellianamente, televisivamente, una sola onnipossente “GRANDE ZIA”… Dobbiamo difendere Rosa e i suoi fratelli e sorelle dal Grande Fratello e anche dalla Grande Zia, praticare e pretendere il rispetto della loro fantasia, della possibilità che potrebbero avere di diventare migliori di noi, “più felici più autonomi più saggi più sapienti più giusti di noi”.  

(Immagine da http://www.rivistaorigine.it/fofi.jpg ) 

postato da: Lioa alle ore 06:59 | link | commenti (4)
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venerdì, gennaio 27, 2006

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           IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI        

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Uffa, già mi infliggevo quasi quotidianamente una nevrotica scorsa a una mezza dozzina di blog e adesso scopro che da oggi, per motivi di par condicio (= per non far torto agli indiani dissidenti rispetto a quelli più pacioccosi), mi toccherà visitarne anche un altro, nuovo di zecca. Ma andiamo con ordine. 

1) Dall’11 al 14 dicembre del 1817 Giacomo Leopardi fu turbato dalla presenza in casa di una cugina del padre, l’ospite Geltrude Cassi. Si invaghì senza speranza di lei e le dedicò la poesia “Il primo amore”. Ecco l’incipit:  

“Tornami a mente il dì che la battaglia

D'amor sentii la prima volta, e dissi:

Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!” 

 

Ne parlò anche nel Diario:

 

Io cominciando a sentire l’impero della bellezza, da più d’un anno desiderava di parlare e conversare, come tutti fanno, con donne avvenenti, delle quali un sorriso solo, per rarissimo caso gittato sopra di me, mi pareva cosa stranissima e meravigliosamente dolce e lusinghiera; e questo desiderio della mia forzata solitudine era stato vanissimo fin qui. Ma la sera dell’ultimo Giovedì, arrivò in casa nostra, aspettata con piacere da me, né conosciuta mai, ma creduta capace di dare qualche sfogo al mio antico desiderio, una Signora Pesarese nostra parente più tosto lontana… ” 

 

2) Passarono circa 186 anni e arrivò il luglio 2003. Un gruppo di intellettuali capeggiato dalla triade Moresco-Scarpa-Benedetti si invaghì non già di una novella Geltrude (eccheccassi!), bensì dell’idea di creare un blog collettivo (www.nazioneindiana.com ), in cui ciascun collaboratore potesse pubblicare autonomamente ciò che voleva senza passare attraverso alcun filtro redazionale e alcun tipo di mediazione. Avrebbe precisato, in seguito, Antonio Moresco:

 

L’idea era di fare qualcosa che si muovesse nella dimensione del combattimento e del sogno, cioè di un movimento unico che tenesse indissolubilmente uniti dentro di sé sia il conflitto delle idee e l’aspirazione all’apertura di spazi che l’amore per l’oggetto e la cosa in sé, sia la responsabilità intellettuale radicale che l’incandescenza, l’intransigenza e l’integrità artistica e di conoscenza.”

 

3) Il sito ebbe successo, ma meno di un biennio dopo, per l’esattezza il 27 maggio 2005, Antonio Moresco improvvisamente esclamò: Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!”. Aggrottò la fronte e aggiunse: 

 

Bisogna prendere atto che solo una parte di N.I. è disposta a esporsi e a condurre certe battaglie, mentre un’altra ha evidentemente aspirazioni diverse e un’altra ancora, di fronte ai passaggi più impegnativi e quando si tratta di allungare il passo, non partecipa e non dà segni di vita.”(da http://www.nazioneindiana.com/archives/001283.html#more ). 

 

Abbandonò deluso Nazione Indiana e trascinò con sé un manipolo di duri e puri. 

 

4) Veniamo adesso al corrente gennaio 2006. Moresco e i suoi fedelissimi, assaliti dal ricordo del PRIMO AMORE (l’idea di fare qualcosa che si muovesse nella dimensione del combattimento e del sogno e bla bla bla) provano acute fitte di nostalgia (“Oh come viva in mezzo alle tenebre sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi la contemplavan sotto alle palpebre!”, sospirano unanimi). Sopraffatti, fondano il sito www.ilprimoamore.com 

 

Ne dà notizia Gian Paolo Serino nel quotidiano “Il giornale” di ieri:  

 

“Hanno perso le piume, ma non certo lo spirito da guerrieri. Sono i ‘dissidenti’ di Nazione Indiana, il blog letterario che per anni è stato tra i punti di riferimento della discussione culturale italiana su Internet. Loro, che chiameremo per comodità i ‘dissidenti’, per la scelta di dividersi dalla Nazione hanno suscitato un autentico vespaio e non solo sul Web: il popolo dei bloggers è caduto per giorni in fibrillazione, mentre alcune terze pagine hanno colto l'occasione per dimostrare come la letteratura su Internet non possa lasciare tracce visibili. La risposta dei dieci ‘dissidenti’ - tra i quali la critica letteraria Carla Benedetti, gli scrittori Antonio Moresco, Tiziano Scarpa, Dario Voltolini e il fotografo ed editore Giovanni Giovanetti - è l'apertura di un nuovo sito internet che sarà visibile da oggi: www.ilprimoamore.com. Sin dal nome e dalla grafica, espliciti rimandi alle cantiche leopardiane, gli ex indiani vogliono ribadire la necessità di uno spazio che non si limiti al virtuale ma che persegua «una coerenza che in Nazione Indiana spesso si perdeva». 

«Più che incoerenza - sottolinea Tiziano Scarpa - si sentiva mancanza di radicalità e la sensazione di comportamenti ambigui e troppo cautelati. Nessun pregiudizio contro Nazione Indiana, che da questa querelle rimbalzata di blog in blog ha trovato nuova linfa e nuovi validi collaboratori, ma soltanto la nascita di un nuovo sito che, nelle intenzioni, vuole esprimere posizioni più radicali».

Dichiara Antonio Moresco:

«Per quanto mi riguarda, vedo le mura e gli archi e le colonne e i simulacri e l'erme torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi i nostri padri antichi. Or fatta inerme, nuda la fronte e nudo il petto mostra, ahimè, la patria mia!»

«I navigatori di Internet - spiega invece Giovanetti - da oggi troveranno la nostra prima azione dimostrativa: firmare l’appello per la riapertura del processo sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Questo il primo atto di un sito internet che non funzionerà come un blog: non si accetteranno commenti diretti, ma si pubblicheranno senza censura tutti gli interventi pervenuti via mail. Questo per chiarire come per i “dissidenti” di Nazione Indiana l'ascia di guerra sia nuovamente dissotterrata.»

Dell'indirizzo email, ovviamente, nessuna traccia:- )

 

postato da: Lioa alle ore 00:02 | link | commenti (7)
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giovedì, gennaio 26, 2006

QUANDO MOBY DICK VOMITA LA GAMBA DI ACHAB

Panta Rei. Tutto scorre. Tutto si trasforma.  Dal male nasce il bene. Dal bene il male. Moby Dick divora la gamba di Achab. Una famiglia australiana trova un vomito di balena... 

Dai quotidiani di ieri:

"Una famiglia australiana ha scoperto su una spiaggia una quantità eccezionale di vomito di balena, il cui valore può superare i 600 mila euro. La sostanza, conosciuta come ambra grigia, è molto ricercata dai produttori di profumi. I 14,75 chili di escrezione di capodoglio sono stati trovati dalla famiglia mentre passeggiava lungo una spiaggia sulla costa occidentale dello Stato. Rimasti sorpresi dall'aspetto della sostanza, simile a "'cera", hanno chiesto informazioni ad esperti che ne hanno scoperto la natura."

(immagine da: http://www.mathematicianspictures.com/authorspictures/posters350w/THUMB_300W_26_JPEG_MEL1.JPG

Per associazione di idee mi è tornato in mente un vecchio post di Sergio Garufi, che recupero da Google/Groups (31 agosto 1999) e riproduco:

***Qualche anno fa apparve per i tipi di Baldini e Castoldi un documentatissimo libro dal titolo "Era una notte buia e tempestosa...", nel quale i due
curatori elencavano, analizzavano e catalogavano 1430 incipit di romanzi famosi. L'inizio di un romanzo è importante per molti versi....è importante perchè è un segnale di narratività, che ci rivela o ci nasconde le sue finalità (finzione o realtà, racconto fantastico o saggio storico?), ed è importante per una motivazione estetica, perchè deve prenderti, deve darti il ritmo, il respiro di tutta l'opera. Garcìa Marquez dichiarò in un'intervista che la stesura della frase iniziale di "Cent'anni di solitudine" gli prese moltissimo tempo, perchè si trattava "di trovare il tono...il materiale lo avevo tutto, perchè esisteva, anche il metodo lo avevo inquadrato, ma mi mancava il tono: quando lo trovai, Cent'anni di solitudine divenne un romanzo".
E difatti, l'inizio è irresistibile, una prolessi che informa di sé tutta l'opera e che definisce la struttura ciclica del romanzo, così come notava Cesare Segre. Nella prefazione al sopracitato libro sugli inizi, Umberto Eco si augura che venga scritto pure un elenco dei finali dei romanzi...anche i finali sono importanti, e spesso un finale memorabile riesce a riscattare un andamento tentennante. Se non l'avete ancora capito, vi sto invitando a postare i finali più memorabili, non solamente in senso positivo, dei romanzi che avete letto. A me vengono in mente quello cinematografico del "Viaggio al termine della notte", con il rimorchiatore che si allontana sul fiume,  e con l'ultima frase bellissima e tautologica ("e che non se ne parli più"), quello struggente di "Danubio" di Claudio Magris, che usa un verso di Biagio Marin con lo stesso ritmo che aveva la sua prosa saggistica in quel momento ("Fa che la morte mia, Signor, la sia como 'l score de un fiume in t'el mar grando"). Ma anche il finale sorprendentemente fantasy de "Le particelle elementari", con l'ultima frase che non significa niente e vuol dir tutto ("Questo libro è dedicato all'uomo"); o ancora il finale noir apocalittico di provincia de "L'avvocata delle vertigini", il bel romanzo del brizzolato esordiente Piero Meldini (a proposito, proprio nessuno che l'abbia letto?), e per ultimo il finale ironico-ciclico di "Vita standard di un venditore provvisorio di collant" di Aldo Busi, dove una battuta stupida smorza una tensione che sembrava preludere a un omicidio, e tutto ricomincia con l'ennesimo lunedì. Insomma, resto in attesa di conoscere i vostri finali memorabili, e non è detto che non si possa in seguito raccoglierli in volume e catalogarli con ICL come curatore...***

Tale Giò gli rispose il 2 sett 1999:

***Il finale di "Il ventre di Parigi" e' di quelli che restano in mente. Il protagonista viene fatto arrestare da una sua parente ricca e assai "per bene", che vuole semplicemente garantirsi il proprio quieto vivere. Il finale e' tagliente e dà senso a tutto il romanzo: "Che canaglie quelli per bene!"

Ma è rara probabilmente un'accoppiata incipit/finale efficace come quella di Moby Dick, dove inizio e fine, ambedue memorabili, sono incentrati
sull'io narrante: "Chiamatemi Ismaele" // "Era la bordeggiante Rachele che, nella sua ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano."***

Adesso la famiglia australiana ha trovato un nuovo explicit al capolavoro di Melville:- ).

postato da: Lioa alle ore 07:01 | link | commenti (2)
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mercoledì, gennaio 25, 2006

 

"LO ZIO COSO" 

Varie e numerose le manifestazioni programmate dal Comune di Venezia per celebrare il Giorno della memoria 2006: http://www.comune.venezia.it/news_home/news.php?id=366 . Fra gli eventi promossi dal Coordinamento cittadino vi è stata la presentazione, lunedì pomeriggio, allo spazio eventi della libreria Mondadori di Venezia, del libro di Bianca Schlesinger
'Con i lupi alle spalle' (Edizioni dell’Arco 2005). 

Ieri pomeriggio, invece, è stata la volta del fiorentino Alessandro Schweb che, intervistato dal giornalista Sergio Frigo, si è effuso sul suo recente e tragicomico “Lo zio Coso”. Alessandro Schweb è il vero nome di Giga Melik , colonna portante della rivista satirica “Il male” di qualche anno fa. Il romanzo affronta satiricamente argomenti come il revisionismo e il negazionismo, e fa ridere a denti stretti su temi attualissimi. Ecco l’argomento: 

“Viaggiando su un treno diretto in Ungheria per far visita a uno zio miticamente scampato alle persecuzioni naziste, Melik apprende che la Seconda guerra mondiale non c’è mai stata. Glielo spiega il  dottor Oscar, un veterinario che prende posto di fronte a lui nello scompartimento, sedendosi sul sedile che viaggia in direzione contraria al senso di marcia del treno. È proprio da qui che si dipartono i due binari opposti e paralleli che legano le vicende narrate. Quello antistorico del veterinario nazista che procede a ritroso cancellando e ricomponendo la realtà e quello dei ricordi del protagonista ebreo, che si protende tra passato e presente avanzando per accumulo di memorie familiari vivide, eppure indefinite. Quando il treno è ormai già entrato nella campagna ungherese, Melik riceve una bastonata sulla testa. E a questo punto, oltre alle verità storiche anche i vocaboli per raccontarle scompaiono dalla sua mente confusa. Si ride tanto e si ride amaro seguendo le acrobazie revisioniste di Oscar: dalla immensa rappresentazione scenica che sarebbe stato il bombardamento su Londra, con migliaia di insuperabili attori nella parte delle vittime alla inesistente guerra lampo di Danzica, che sarebbe stata il frutto fantasioso di una disputa cabalistica tra due studenti del seminario di Cracovia. Meno male che il treno dei ricordi e della speranza non arriverà mai a destinazione dallo zio Coso ungherese... “ 

(da http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?idlibro=1497&titolo=LO+ZIO+COSO 

Ed ecco alcuni giudizi: 

 

"Non so come sia possibile scrivere un romanzo straordinario in cui convivono il Pinocchio di Collodi, il Candido di Voltaire, il Come risolvere la questione della fame in Irlanda di Swift e i racconti dei fratelli Singer. È riuscito ad Alessandro Schwed nel romanzo Lo zio Coso."
Fabrizia Ramondino, L’Espresso

"Esilarante, tagliente e mai concluso viaggio attorno al problema dell’identità."
Pier Mario Fasanotti, Panorama

"... un’epopea buffa e a volte struggente, densa di pagine irresistibili e di altre che fa male anche solo a leggerle."
Elena Loewenthal, Tuttolibri

"... un libro che, miracolosamente, sa accordare le note d’una straordinaria levità alla musica più cupa e sorda del secolo che è appena trascorso."
Massimo Onofri, La Nuova Sardegna

"... segno di una fantasia che si rifà alla narrazione yiddish, alle favole dello shtetl, a quella commistione tra farsa, malinconia e romanticismo che è una delle cifre più riconoscibili della cultura ebraica europea... Il romanzo... è una sorpresa, uno scarto. In ogni caso un’invenzione."
Edmondo Berselli, la Repubblica

 

Schweb ha confessato di aver impiegato sette anni a scrivere il libro. Alla fine della presentazione un signore del pubblico gli ha chiesto se, secondo lui, non sarebbe il caso di istituire, accanto alla giornata della memoria, ormai così “istituzionalizzata, strumentalizzata e, tutto sommato, retorica”, anche una giornata dell’oblio, tesa a far dimenticare odi e rancori del passato. Schwed ha dichiarato di non poter rispondere, avendo già dimenticato la domanda:-) 

Nel sito www.shalom.it, e precisamente qui: http://www.shalom.it/modules.php?name=AvantGo&op=ReadStory&sid=609  c’è un interessante articolo che inizia: 

“Da un po’ di tempo non riesco più a ridere di gusto per testi e spettacoli ‘umoristici’, perché smaschero troppo facilmente le tecniche usate per stimolare il sorriso; sono stato quindi felice di leggere il libro ‘Lo Zio Coso’, opera di uno dei migliori autori di satira italiani, con il quale avevo lavorato anni fa. Ma quando ho iniziato a scorrere le prime pagine mi è apparso subito chiaro che il libro era scritto da due persone diverse: quella che - professionalmente parlando - conosco piuttosto bene, ed un’altra che avevo incontrato, di rado ma con piacere, nei pochi momenti in cui si esce dalla frenesia lavorativa e ci si ferma a chiacchierare e a riflettere su tutto, un po’ come quando da ragazzi in campeggio si cerca di capire il mondo e la vita… il convivere delle due personalità nella stessa scatola cranica, ha fatto in modo che, in questo suo libro, ad ogni capitolo divertentissimo di Giga si alternasse un capitolo di profonda riflessione di Alessandro con picchi di alta poesia. Ciò non significa che il ritmo di lettura ne risenta, anzi: in un continuo crescendo, fino al colpo di scena finale, si viene trascinati in un turbinìo di sensazioni che – dal riso al pianto - tocca tutta la gamma prevista in letteratura.”

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martedì, gennaio 24, 2006

LA RIVOLTA DI PESCHE

Peaches Geldof si ribella, basta con i nomi ridicoli ai figli delle celebrità.

"Il primo nome è la prima operazione di immagine/marketing/definizione di sé che i genitori fanno sui figli, e farla strana è come investire in azioni ad alto rischio. Tenere presente. Copiare con cautela i nomi dei figli di celebrità, se proprio piacciono molto. Ricordare che — specie in caso di figlia femmina — il nome copiato andrà di moda solo per un breve periodo, la poveretta sarà sempre anagraficamente identificabile, non potrà mai calarsi gli anni. Consultare molte persone e desistere se viene giudicato ridicolo. E poi valutare le incongruenze: spesso i genitori dei Keanu e delle Swami hanno cani di nome Betta e Ugo. Nel dubbio, optare per i nomi dei cani." (Maria Laura Rodotà, 23 gennaio 2006,qui: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2006/01_Gennaio/23/_rodo_.shtml )

La ribellione di Pesche Geldof mi ha spinto a chiedermi, per associazione di idee: "Chissà quanti personaggi letterari, se potessero, si rivolterebbero contro i propri autori?"

Facendomi un esame di coscienza, non ho potuto non pensare ai tre protagonisti del mio GGG, ovvero: "Grande, Grosso e Giuggiolone", dove Grande, Grosso e Giuggiolone sono - appunto - i nomi dei tre poverini:- ) 

Fra i personaggi storici, invece, ho subito rivolto un pensiero commosso e solidale a CASTRUCCIO CASTRACANE. Che dire, infine, dei vari Azzo degli Azzoni nella famiglia dei conti Azzoni Avogadro?

postato da: Lioa alle ore 04:09 | link | commenti (7)
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lunedì, gennaio 23, 2006

 

 

 

Scrivevo mesi addietro (nei giorni della mostra del cinema di Venezia):

 

sabato, settembre 10, 2005

EVVIVA, HANNO VINTO

I COW-GAY

DI ANG LEE!

(Brokeback Mountain

è il Wuthering Heights

dei nostri tempi)

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E il 29 settembre 2005 (vedi archivio): 

TORNANO IN CARTACEO I COWGAY DEL WYOMING 

LOVE IS A FORCE OF NATURE

Ecco che mi ritocca parlare di quel furbone un po' snob, ma indubbiamente abile, di Alessandro Dalai, mio ex vicino di casa qui a Venezia nel secolo scorso e adesso a capo della possente Baldini Castoldi Dalai editore di Milano. Nel 1999 aveva pubblicato una raccolta di racconti di E. Annie Proulx: "GENTE DEL WYOMING". Ebbene, adesso gli è venuta l’idea di estrapolarne uno a caso:- ), per l’esattezza quello da cui è stato tratto il clamoroso Brokeback Mountain, vincitore del Leone d’Oro alla recente Mostra del Cinema di Venezia. Dalai ne ha fatto uno smilzo, elegante volumetto a sé, da far circolare in concomitanza con l’uscita della versione italiana del film. In copertina, naturalmente, i due cowgay di Ang Lee.

Il racconto, benché stampato grosso, è di appena 47 pagine (da pag. 5 a pag. 52). Alla scena clou si arriva quasi subito, ovvero a pag. 14:

"Vieni qui sotto. Il sacco a pelo è grande abbastanza”, disse Jack con voce irritata, impastata di sonno. Era grande abbastanza, caldo abbastanza, e di lì a poco approfondirono notevolmente la loro amicizia. Ennis andava a tutto gas su tutte le strade, che si trattasse di sudarsela o di spassarsela, e non volle saperne quando Jack gli prese la mano sinistra portandosela sull’uccello eretto. Ennis strappò via la mano come se avesse toccato il fuoco, si sollevò sulle ginocchia, slacciò la cintura, si abbassò i calzoni, mise Jack a quattro zampe e, con l’aiuto dei fluidi suoi e di un po’ di saliva, gli andò dentro, cosa mai fatta prima ma non occorreva un manuale di istruzioni. Se la fecero in silenzio salvo per qualche ansito e il soffocato 'sto partendo' di Jack, poi fuori, giù, a dormire... "

E poco più giù:

"Non parlarono mai della cosa, lasciavano che accadesse… salvo una volta che Ennis disse: “Mica sono  un finocchio” e Jack subito: “Neanch’io. Mai capitato prima. Riguarda solo noi.”(La traduzione è di Mariapaola Dèttore).

Be', a distanza di mesi sono tornato a vedere il film nella versione italiana. Il giudizio resta immutato: si tratta di una grande ed emblematica storia d'amore, che coinvolge non tanto due uomini, quanto due solitudini.

Scrisse Roberto Pugliese sul Gazzettino del 3 settembre 2005 (art. "Ang Lee sfida le regole"): "Accade che due giovani mandriani, incontratisi per caso alla ricerca di lavoro e costretti all'isolamento e alla promiscuità  nella custodia del gregge, s'innamorino perdutamente l'uno dell'altro. Una passione 'oggettiva', e oggettivizzata dal taglio immediatamente neoromantico, lirico, nauralistico del regista; che si guarda bene dal fare un film di "militanza" gay (i due protagonisti non lo sono, in senso stretto), ma vuol fare invece un puro, semplice e disarmato FILM D'AMORE... ma il taiwanese Lee sfida le regole, sociali e cinematografiche, del rude mondo di mandriani, cowboy e rodei..."; Natalia Aspesi in Repubblica del 3 settembre ("Jack e Ennis, due cowboy in cerca delle parole per dirlo"): "Ennis e Jack sono INCONSAPEVOLI di cosa li spinga uno verso l'altro... non conoscono le parole per dirlo, per dirselo, per avere finalmente il coraggio di essere liberi di vivere COME NON OSANO NEPPURE SOGNARE". E il regista Ang Lee: "Ognuno di noi nasconde una Brokeback Mountain da qualche parte dentro di sé" (cito a memoria).

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sabato, gennaio 21, 2006

  

IO E PATRICIA 

Fra le oltre 100 opere letterarie da me tradotte c’è anche una Patricia Cornwell d’annata, quella di “Oggetti di reato”, il primo dei suoi libri a essere pubblicato in Italia (Mondadori, 1992). Il genere a cui la Cornwell deve la sua fama è il cosiddetto “poliziesco medico legale” (l’eroina della serie è Kay Scarpetta, di professione – appunto -, medico legale). 

La traduzione di quel libro ebbe su di me due effetti:

 

1) mi mise addosso una voglia pazza di andare in vacanza a Key West;

 2) mi fece balenare nella mente la domanda: “Perché non provi anche tu a scrivere un giallo, se non medico legale, almeno medico?”.

 Dopo aver riflettuto a lungo partorii il seguente titolo:  

"SANGUE!!! (nelle urine)”  

 

(Lo spunto mi venne da un problemino di una zia)

 

Poco dopo anche la soluzione del caso:  

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(spoiler) 

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… un caso di ematuria risolto con una settimana di antibiotici (la colpevole era una semplice cistite):-/.

Non andai oltre, naturalmente.

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venerdì, gennaio 20, 2006

UNITED COLORS OF BENETTON : 

IL TRIANGOLO ROSA

Ieri pomeriggio alle 18.00 alla libreria Mondadori di Venezia Lorenzo Benadusi e Jean Le Bitoux, intervistati dal giornalista francese François Caunac di Radio Transculture, hanno messo a confronto le loro ricerche sulla persecuzione degli omosessuali sotto i regimi fascisti e nazisti e ricordato la tragedia dei "triangoli rosa" nei campi di concentramento, una pagina della storia dimenticata e persino negata. Per chi non ne fosse a conoscenza, si ricorda che ogni prigioniero rinchiuso nei campi aveva un simbolo che designava la ragione per cui era stato internato: triangolo verde per i criminali comuni, , triangolo rosso per i prigionieri politici, la stella di Davide formata da due triangoli gialli sovrapposti per gli ebrei, il triangolo nero – o marrone – per le popolazioni Rom e Sinti e per le persone devianti in generale, un triangolo color porpora per i Testimoni di Geova. Gli omosessuali morti nei campi di concentramento furono alcune decine di migliaia. Molti di più quelli incriminati e processati in applicazione del paragrafo 175. Il triangolo rosa rovesciato (ovvero con la punta in su) è stato anche utilizzato da Act Up (una delle più note organizzazioni di lotta all’Aids).

Nella sua introduzione Franca Bimbi (parlamentare della Margherita, docente di sociologia all’università di Padova, assessore del comune di Venezia per le Politiche partecipative e dell’accoglienza, le Politiche giovanili, il Centro pace, la Cittadinanza delle donne, la Cultura delle differenze) ha ricordato come si esista in quanto si ha memoria e come tale memoria valga anche per le esperienze e le rappresentazioni di sé che gli omosessuali hanno dato nel tempo. Lorenzo Benadusi è autore de “Il nemico dell’uomo nuovo. L’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista”, Feltrinelli

"L’ideologia fascista [recita la scheda] affermava il primato assoluto dello stato totalitario e corporativo, della nazione organizzata gerarchicamente in vista di una politica di potenza e di conquista. In questa visione il mito dell’'uomo nuovo' occupa un posto fondamentale: l’italiano fascista non doveva avere nulla in comune con l’italiano del passato, il quale era il prodotto di un lungo periodo di decadenza politica, militare e morale. L’italiano imbelle, cioè borghese e liberale, o antifascista, cioè traditore della patria, andava cancellato per lasciare il posto all’italiano virile, capace di combattere per la nazione e lo stato fascisti. Questo progetto di rivoluzione antropologica coinvolse il partito, lo stato, la cultura e tutte le organizzazioni del regime. La storia dell’omosessualità sotto il fascismo è importante proprio per l’enfasi posta dal regime sulla virilità come caratteristica dell’uomo nuovo. L’omosessuale infatti rappresenta il negativo del modello fascista di virilità."

Si veda anche:

http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazioneomo.htm 

Benadusi ha comunque ricordato la maggiore indulgenza mostrata verso l'omosessuale attivo rispetto a quello effeminato o passivo. Ha citato in proposito il caso del pittore e incisore Ottone Rosai (squadrista, dotato di modi virili e fisico da granatiere) decisamente meno osteggiato dello stravagante pittore De Pisis, oggetto di ostracismo da parte della società civile. La politica fascista tese non solo alla repressione (attraverso confino, carcere e manicomio) dell'omosessualità, ma soprattutto all’occultamento di tale repressione.

Jean Le Bitoux presentava per la prima volta in Italia il suo lavoro di ricerca sulle radici e sulle infrastrutture sociali e culturali dell'odio e del pregiudizio, radicate e ossessive nel corpo dell'Europa e culminate negli anni dell'occupazione e del collaborazionismo francese. Un saggio rigoroso, che ricostruisce retroscena, scelte politiche e legislative, nel tentativo di riportare alla memoria una tragedia troppo spesso rimossa. In Italia l'editore Manni ha pubblicato nel 2003 il suo libro "Il triangolo rosa. La memoria rimossa delle persecuzioni omosessuali". 

  

Il libro è recensito da Stefano Bolognini qui: http://www.culturagay.it/cg/recensione.php?id=10239  

Una esaustiva trattazione dell'argomento è ripresa qui: http://www.olokaustos.org/argomenti/homosex/index.htm 

Il nazismo aveva un suo preciso progetto: l'uomo doveva combattere, la donna generare. Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi. L'omosessualità era, pertanto, vista come il sabotaggio alla crescita della nazione tedesca. Non erano tanto questioni di morale borghese quanto problemi di ideologia a rendere nazismo e omosessualità incompatibili.

Come ho più volte suggerito, se in epoche e regimi durante i quali si incoraggia la natalità (= produzione della cosiddetta "carne da cannone"), i comportamenti omosessuali sono aspramente combattuti come "antisociali", forse un giorno, quando gli abitanti della terra avranno raggiunto un insopportabile numero di miliardi, non si esiterà a varare campagne di segno contrario, volte a favorire la diffusione dell'omosessualità quale utile strumento per contenere l'incremento demografico:-/ 

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giovedì, gennaio 19, 2006

40_V_e R_VIGNOTTO Venezia_s.jpg27_Venezia_s.jpg

(immagini di Venezia da http://www.areamediafiamma.it/giorno39)

“IL GENE DELLE NEVI”
(The Legend is back in concert)

Lunedì sera al teatro Malibran di Venezia c’era “Il Gene delle nevi”, concerto-spettacolo (per giunta gratuito fino a esaurimento dei posti) con Gene Gnocchi nella parte di un mitico “Johnny Legend”, accompagnato da una vera e propria rock band. Devo dire che mi sono divertito da pazzi. Gene Gnocchi presentava di volta in volta l’argomento dei pezzi (poi cantati in un inglese rigorosamente maccheronico) dicendo cose quali “Questa canzone racconta una storia tristissima. Parla di due fratelli siamesi che litigavano furiosamente senza che  i loro genitori riuscissero a dividerli”. Ha introdotto “Purple Rain” raccontando come erano andate effettivamente le cose: lui stava andando in autobus alla Siae a depositare il pezzo quando, mentre lo fischiettava soprappensiero, si è accorto che seduto lì vicino c'era Prince. Ha subito interrotto l’involontaria esecuzione, ma ormai era tardi. Prince è sceso alla prima fermata, si è messo al volante della sua Prinz e ha raggiunto la sede della Siae prima di lui, fregandogli i diritti della canzone. Come cantante Gene Gnocchi, intonatissimo, era INDISTINGUIBILE (anche nella gestualità) da qualunque altra vera rockstar, perfettamente all’altezza della situazione. Si è persino esibito in un mezzo spogliarello, denudandosi il torso e parte di una coscia, dopo aver narrato le sue sofferenze di sex-symbol che non riesce a smaltire più di qualche pullman al giorno di ammiratrici in perpetuo arrivo da ogni dove. Poi si è ricomposto velocemente perché gli era stata segnalata, ha detto, la presenza in sala di Cecchi Paone (battutaccia, questa). Insomma chiacchiere esilaranti e canzoni ma… che centra tutto questo con un lit-blog? C’entra. Udite. La serata era organizzata da Italgas, fornitore ufficiale dei XX Giochi Olimpici Invernali di Torino 206 e partner ufficiale dei Paralimpiadi. Prima dello spettacolo, infatti, è stato presentato il libro di Italgas “La fiamma e la neve”, pubblicato da Motta editore e scritto dallo stesso Gnocchi. Il volume raccoglie i manifesti che, a partire dagli anni Venti, hanno illustrato le campagne pubblicitarie dell’industria del gas, coinvolgendo i grandi nomi dell’arte contemporanea da Fortunato Depero a Folon. Insomma non è vero che pubblicare un libro sia così difficile. Basta diventare prima showman e comici televisivi e il gioco è fatto. Il pomeriggio del giorno dopo, oh coincidenza!, Venezia è stata attraversata dai tedofori. La fiamma olimpica è approdata incolume (= senza i soliti assalti dei no-global) a San Marco dopo un ultimo tratto in gondola.

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mercoledì, gennaio 18, 2006

  

“ANDIAMO A BERE LA PIOGGIA” 

Anche lo splinderista Raffaele Mangano (di www.raffaelemangano.it  e di http://www.raffaelemangano.splinder.com/ ) è stato, almeno per un periodo, i-ci-ellino (= frequentatore di Icl = cioè di it.cultura.libri) al tempo in cui io mi firmavo ancora angelicamente Lucangel. Le sue prime epifanie, a dire il vero, suscitarono un vespaio. Qualcuno lo accusò di postare elogi fasulli ai suoi primi, sconosciuti titoli (“L’extraterrestre” e “Le lumache non bevono vino”) utilizzando nick di fantasia. Anzi, adesso che ci ripenso, ne nacque un vero e proprio lumacagate a più riprese. Maria Strofa ce l’aveva a morte con lui. A me, in ogni caso, era piaciuta questa sua frase usata come “signature”: 

 

Se ogni tanto ti senti frustrato, inutile, offeso e depresso, ricorda  che una volta sei stato il più veloce e vittorioso spermatozoo del tuo gruppo".

 

Adesso lo ritrovo segnalato, dopo il successo del romanzo dell’anno scorso (“Il mio amico Abdul”)  nel riquadro FRESCHI DI STAMPA de l’Espresso, pagina dedicata alle novità librarie a cura di Mario Fortunato. È lo stesso numero del settimanale da cui ho strizzato anche il post di ieri, così posso dire di aver ammortizzato la spesa:- ) 

 

Andiamo a bere la pioggia” è il quarto titolo che Mangano pubblica per l’editore Lupetti. Ecco l’argomento: 

 

Gabriele e Giuseppe, due ragazzi cresciuti in un cortile popolare alla periferia di una grande città, si perdono di vista. Per caso si incontrano da adulti e ricordano. In una giornata rivedono il passato, quando facevano parte della 'banda degli otto'e accanto ai giochi e alle bravate infantili restava il mistero di un tragico avvenimento.”

 

L’argomento de “Il mio amico Abdul”, invece, era questo (prendo dal suo sito):

 

“Michele legge gli appunti dell’amico scomparso (Renato) e parla con lui. Un dialogo che attraversa e attutisce la difficile distanza del tempo, e fa i conti con quella ancora più forte tra la vita e la morte. Le perplessità, gli slanci, le descrizioni appassionate di esperienze condivise si intrecciano nel dialogo tra presente e passato che si rende necessario quando diviene più chiaro, forse, il significato di ciò che lentamente, in ogni esistenza, si trasforma e cresce. Tra i due amici si inserisce la vicenda di Abdul, uno studente afgano conosciuto durante le peregrinazioni giovanili. Ed è Abdul che diventa il protagonista della parte finale del libro con la sua storia personale, sino a chiudere il cerchio delle vite incrociate proprio nell’ultima pagina del quaderno. Sopra i tre personaggi vive il sentimento dell’amicizia; un’amicizia disinteressata, assoluta, che supera ogni barriera e si fa beffe del tempo.” 

 

Insomma pare che a Don Raffae’ l’amicizia tra ragazzi interessi assaje. 

 

Confesso di non aver ancora letto “Andiamo a bere la pioggia”, ma faccio comunque tanti auguri di successo al vecchio compagno di Icl.

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P.S. Il titolo è un evidente calco su "Andiamo a mietere il grano", storico successo di Louiselle, hit dei tempi della giovinezza dell'autore:-)

postato da: Lioa alle ore 02:04 | link | commenti (6)
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"LO ZIO COSO" 

Varie e numerose le manifestazioni programmate dal Comune di Venezia per celebrare il Giorno della memoria 2006: http://www.comune.venezia.it/news_home/news.php?id=366 . Fra gli eventi promossi dal Coordinamento cittadino vi è stata la presentazione, lunedì pomeriggio, allo spazio eventi della libreria Mondadori di Venezia, del libro di Bianca Schlesinger
'Con i lupi alle spalle' (Edizioni dell’Arco 2005).

Ieri pomeriggio, invece, è stata la volta del fiorentino Alessandro Schweb che, intervistato dal giornalista Sergio Frigo, si è effuso sul suo recente e tragicomico “Lo zio Coso”. Alessandro Schweb è il vero nome di Giga Melik , colonna portante della rivista satirica “Il male” di qualche anno fa. Il romanzo affronta satiricamente argomenti come il revisionismo e il negazionismo, e fa ridere a denti stretti su temi attualissimi. Ecco l’argomento: 

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“Viaggiando su un treno diretto in Ungheria per far visita a uno zio miticamente scampato alle persecuzioni naziste, Melik apprende che la Seconda guerra mondiale non c’è mai stata. Glielo spiega il  dottor Oscar, un veterinario che prende posto di fronte a lui nello scompartimento, sedendosi sul sedile che viaggia in direzione contraria al senso di marcia del treno. È proprio da qui che si dipartono i due binari opposti e paralleli che legano le vicende narrate. Quello antistorico del veterinario nazista che procede a ritroso cancellando e ricomponendo la realtà e quello dei ricordi del protagonista ebreo, che si protende tra passato e presente avanzando per accumulo di memorie familiari vivide, eppure indefinite. Quando il treno è ormai già entrato nella campagna ungherese, Melik riceve una bastonata sulla testa. E a questo punto, oltre alle verità storiche anche i vocaboli per raccontarle scompaiono dalla sua mente confusa. Si ride tanto e si ride amaro seguendo le acrobazie revisioniste di Oscar: dalla immensa rappresentazione scenica che sarebbe stato il bombardamento su Londra, con migliaia di insuperabili attori nella parte delle vittime alla inesistente guerra lampo di Danzica, che sarebbe stata il frutto fantasioso di una disputa cabalistica tra due studenti del seminario di Cracovia. Meno male che il treno dei ricordi e della speranza non arriverà mai a destinazione dallo zio Coso ungherese... “

(da http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?idlibro=1497&titolo=LO+ZIO+COSO 

 

Ed ecco alcuni giudizi: 

 

"Non so come sia possibile scrivere un romanzo straordinario in cui convivono il Pinocchio di Collodi, il Candido di Voltaire, il Come risolvere la questione della fame in Irlanda di Swift e i racconti dei fratelli Singer. È riuscito ad Alessandro Schwed nel romanzo Lo zio Coso."
Fabrizia Ramondino, L’Espresso

"Esilarante, tagliente e mai concluso viaggio attorno al problema dell’identità."
Pier Mario Fasanotti, Panorama

"... un’epopea buffa e a volte struggente, densa di pagine irresistibili e di altre che fa male anche solo a leggerle."
Elena Loewenthal, Tuttolibri

"... segno di una fantasia che si rifà alla narrazione yiddish, alle favole dello shtetl, a quella commistione tra farsa, malinconia e romanticismo che è una delle cifre più riconoscibili della cultura ebraica europea…un libro che, miracolosamente, sa accordare le note d’una straordinaria levità alla musica più cupa e sorda del secolo che è appena trascorso."
Massimo Onofri, La Nuova Sardegna

"Il romanzo... è una sorpresa, uno scarto. In ogni caso un’invenzione."
Edmondo Berselli, la Repubblica 

 

Schweb ha confessato di aver impiegato sette anni a scrivere il libro. Alla fine della presentazione un signore del pubblico gli ha chiesto se, secondo lui, non sarebbe il caso di istituire, accanto alla giornata della memoria, ormai così “istituzionalizzata, strumentalizzata e, tutto sommato, retorica”, anche una giornata dell’oblio, tesa a far dimenticare odi e rancori del passato.

Schwed ha dichiarato di non poter rispondere, avendo già dimenticato la domanda:-)

Nel sito www.shalom.it, e precisamente qui: http://www.shalom.it/modules.php?name=AvantGo&op=ReadStory&sid=609  c’è un interessante articolo che inizia: 

“Da un po’ di tempo non riesco più a ridere di gusto per testi e spettacoli ‘umoristici’, perché smaschero troppo facilmente le tecniche usate per stimolare il sorriso; sono stato quindi felice di leggere il libro ‘Lo Zio Coso’, opera di uno dei migliori autori di satira italiani, con il quale avevo lavorato anni fa. Ma quando ho iniziato a scorrere le prime pagine mi è apparso subito chiaro che il libro era scritto da due persone diverse: quella che - professionalmente parlando - conosco piuttosto bene, ed un’altra che avevo incontrato, di rado ma con piacere, nei pochi momenti in cui si esce dalla frenesia lavorativa e ci si ferma a chiacchierare e a riflettere su tutto, un po’ come quando da ragazzi in campeggio si cerca di capire il mondo e la vita… il convivere delle due personalità nella stessa scatola cranica, ha fatto in modo che, in questo suo libro, ad ogni capitolo divertentissimo di Giga si alternasse un capitolo di profonda riflessione di Alessandro con picchi di alta poesia. Ciò non significa che il ritmo di lettura ne risenta, anzi: in un continuo crescendo, fino al colpo di scena finale, si viene trascinati in un turbinìo di sensazioni che – dal riso al pianto - tocca tutta la gamma prevista in letteratura.” 

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martedì, gennaio 17, 2006

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CARLO ZAMOLLI, POETA DI DUBBIA IMMORTALITÁ  

 

"Carlo Zamolli (Torino 1898 – Gressoney 1972). Poeta piemontese del Novecento, in stretto contatto con Mario Luzi e in accesa polemica con il gruppo ’63. La sua opera più celebre (“Mai più con Paola e Ilaria”, Mondadori 1939) esprime in endecasillabi le angosce di un uomo innamorato di due sorelle lesbiche. Il dibattito che ne seguì vide l’intervento di Alberto Moravia (“Contro Zamolli”), sul Corriere della Sera” del 18 febbraio 1967) a cui lo stesso Zamolli rispose con veemenza (“La settimana Incom”, numero 38 del 1697). Vincitore di svariati premi (tra cui il Gorgonia d’oro del 1971), si spense serenamente a Gressoney nel dicembre del 1972." 

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Ebbene, la succitata scheda è stata ormai cancellata da Wikipedia.org, la grande enciclopedia on line, dopo l’articolo “Chi ha paura di Wikipedia” apparso nell’ultimo numero de L’Espresso (pgg.138-140) e firmato da Alessandro Gilioli. Sintetizzo: Wikipedia è ormai un colosso del web, con i suoi 60 milioni – ripeto, 60 milioni - di accessi al giorno. È gratis, è facile da consultare, si arricchisce continuamente di contributi forniti dagli internauti ma… non sempre è affidabile. Per verificare l’attendibilità e i tempi di correzione di Wikipedia l’Espresso l’ha sottoposta a un piccolo test. Il 28 dicembre 2005 quattro voci di altrettanti personaggi famosi (Foscolo, Spadolini, Alvaro Recoba, Georg Hegel) sono state modificate in modo anonimo con l’inserimento di palesi strafalcioni; una quinta voce, del tutto inventata, è stata creata da zero, quella riguardante – appunto – il poeta Carlo Zamolli, MAI esistito. Solo l’errore riguardante Recoba è stato cancellato in meno di un’ora. L’errore riguardante Hegel è resistito dal 28 dicembre all’8 gennaio, mentre gli altri errori erano ancora on line la sera del 10 gennaio, quando le pagine dell’Espresso sono state chiuse in tipografia. 

 

Sempre sullo stesso settimanale e sullo stesso numero Umberto Eco, nella sua Bustina di Minerva, propone questo stuzzicante tema o tesina: trovare su un argomento X una serie di trattazioni inattendibili a disposizione su Internet e spiegare perché sono inattendibili (in “Come copiare da Internet”, p. 178). Per contrastare il dilagante vizietto studentesco di un taglia & incolla dalla rete del tutto acritico e inane per le loro ricerche, la nuova fondamentale materia da insegnare a scuola, afferma il professore, dovrebbe essere una tecnica della selezione delle notizie in linea, non fosse che in tale arte spesso gli insegnanti sono altrettanto indifesi dei loro studenti:-/

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lunedì, gennaio 16, 2006

AVVISO AI NAVIGANTI

C'è chi si complimenta e c'è chi si rammarica. La realtà è che col cambio di template del mio blog io non c'entro proprio nulla. Come ho spiegato ieri sera a Spettatrice in Lipperatura, rientrando da un'escursione con le ciaspe sul monte Cristallo a Cortina d'Ampezzo mi sono ritrovato nel blog un fascinoso fondo nero in cui i caratteri (neri anch'essi) dei miei testi non si leggevano più. Dopo vari tentativi di ri-settaggio, attualmente il mio blog cambia template da solo ogni volta che accendo il computer. Forse a Splinder stanno fumando della strana roba:-/
postato da: Lioa alle ore 16:32 | link | commenti (3)
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domenica, gennaio 15, 2006

BEPPE E DANIELE

Chi ha acquistato il quotidiano ‘la Repubblica’ venerdì scorso ha ricevuto anche l’allegato settimanale ‘Il Venerdì’. Nella sua copertina c’era Beppe Grillo con in evidenza le parole “Te lo do io il blog” e l’occhiello: “Il diario di Beppe Grillo è ormai un ospite fisso della polemica politica. E non è il solo. Perché, in tutto il mondo, è in atto una rivoluzione. Quella che fa opinione pubblica nel modo più privato che c’è.”

E nell’articolo di Luca Fraioli: “I weblog – scrive l’antropologo Derrick De Kerckhove, direttore del Mc Luhan Program all’università di Toronto - sono la creatura più matura del web… il blogger non è più solo utente dell’informazione ondine, ne è anche artefice… in realtà le conseguenze della BLOG REVOLUTION si faranno sentire soprattutto in quei paesi dove ancora non c’è libertà d’informazione eccetera.”  

Chi, invece, ha visitato negli ultimi due giorni il blog di Daniele Luttazzi (www.danieleluttazzi.it) vi ha trovato un post datato 12 gennaio dal titolo: “ROMPETE LE RIGHE”. Eccolo: 

«La logica del potere è il numero. "Più di centomila contatti al giorno!" E il blog relativo diventa potente.  E temuto. E rispettato. E strumentalizzato ( specie da chi lo fa ). Ho notato che un blog tende ad assecondare le derive populistiche ( di chiunque ).  Per bloccarle sul nascere, questo blog torna a essere slow e one-to-one.  Io torno a studiare. Appuntamento qui fra dieci anni.  Grazie a tutti. Ciao.  Daniele  info@danieleluttazzi.it  »

By Daniele Luttazzi at 12 Gen 2006 - 13:58”

postato da: Lioa alle ore 23:58 | link | commenti (6)
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sabato, gennaio 14, 2006

(immagine da http://www.love-poem.org.uk/pandora.jpg)

PANDORA, MON AMOUR!

Esiodo narra che quando Prometeo rubò il fuoco celeste per darlo agli uomini, Giove si incazzò al punto da decidere la più perfida delle vendette: commissionare a Vulcano la fabbricazione della prima donna e rifilargliela in regalo. Evidentemente aveva già in mente di che requisiti dotarla:- ).  

Pandora, la prima donna, ricevette dagli altri dei ogni sorta di doni (grazia, bellezza, sex-appeal, eloquio suadente, capacità di convincere eccetera; non si dimentichi che Pandora, in greco, significa – appunto - “tutti i doni”.), ma anche uno speciale oggetto-regalo architettato e griffato da Giove medesimo: un vaso ermeticamente chiuso che il divino Boss le raccomandò di non aprire mai per nessuna ragione al mondo, sapendo che era proprio questo il metodo più sicuro per incuriosirla e indurla a disobbedirgli. Dopodiché chiamò Mercurio e lo incaricò di recapitare la donna a Prometeo in segno di benevolenza. Prometeo, tuttavia, che era un furbo di tre cotte, si guardò bene dal fidarsi di Giove e preferì riciclare il dono a suo fratello Epimeteo, meno smaliziato di lui. Il tapino, infatti, si innamorò come una pera cotta di Pandora e la sposò senza indugi, ma mal gliene incolse. Pandora, che si struggeva dalla voglia di aprire il vaso misterioso, decise di dare una sbirciatina al suo contenuto, ma appena sollevò il coperchio – carramba che sorpresa! - tutti i mali del mondo, che vi erano imprigionati dentro, fuoriuscirono a frotte disperdendosi in ogni direzione. Erano gli stessi mali che ancora oggi affliggono l’umanità: la guerra, la vecchiaia, le malattie, l'odio, l'invidia eccetera. Pandora, pentita, si affrettò a richiudere il vaso, ma ormai era troppo tardi: i mali erano evasi in massa e solo la fallace Speranza vi giaceva rattrappita nel fondo. Esiodo non precisa se, per l’occasione, Epimeteo coniò il detto: “Chi dice donna, dice danno” o se da allora in poi i greci presero l’abitudine di imprecare scandendo un bel “Porca Pandora!”, equivalente del nostro “porca Eva!”. L’invenzione della donna, in ogni caso, procurò all’uomo fastidi a non finire:-).

Cosa? Trovate il mito vagamente maschilista? Be', allora non vi resta che tornare al volo (un volo pindarico, s'intende) ai nostri giorni. Vi piacerebbe un sito in cui, digitando il titolo di un motivo musicale o il nome di un cantante amato, poteste creare una fighissima stazione radio che, da quel momento in poi, trasmettesse no-stop una sequela di motivi tutti imparentati al primo, ovvero scelti con caratteristiche idonee ad accontentarvi perché valutate attraverso un selettivo software? 

Ebbene, questo sito esiste e si chiama… Pandora! 

www.pandora.com  

Ma niente paura. Più che di un vaso di Pandora si tratta di un’ autentica CORNUCOPIA musicale, contenente ogni ben di Dio. Vi stupirà. Lo metterete immediatamente tra i PREFERITI. Diventerà una sorta di vostra web-mania quotidiana… attenti solo a non passarci sopra troppe ore di seguito. Assunta in dosi eccessive, anche la nuova Pandora potrebbe fare di voi dei perfetti pandori:-/

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giovedì, gennaio 12, 2006

Se invitassero Gianni Morandi al ciclo di dibattiti sui dieci comandamenti in programma qui a Venezia a partire da domani 13 gennaio attaccherebbe subito così:

Uno non tradirli mai (han fede in te)

Due non li deludere (credono in te)

Tre non farli piangere (vivono in te)

Quattro non li abbandonare (ti mancheranno)…

Ma i comandamenti veri (secondo il Catechismo cattolico di S. Pio X per la preparazione ai sacramenti) sono questi. Vogliamo ripassarli?

Io sono il Signore Dio Tuo:  1)      Non avrai altro Dio fuori di me 2)      Non nominare il nome di Dio invano 3)      Ricordati di santificare le feste  4)    Onora il Padre e la Madre  5)      Non uccidere 6)      Non commettere atti impuri  7)      Non rubare  8)      Non dire falsa testimonianza  9)      Non desiderare la donna d'altri  10)  Non desiderare la roba d'altri

 

A pensarci bene ricordo che da piccolo, al catechismo, me ne avevano insegnato anche un altro che mi faceva pensare alle FORMICHE (non formicare?), ma forse è lo stesso degli atti impuri… Boh. Comunque attenzione a fare certe cose, perché Dio ci vede (dal buco dell’ozono):-/

Secondo gli evangelici, peraltro, la chiesa romana avrebbe alterato il testo biblico originario, che suona così:

 Esodo 20:2-17:  

1)   "Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me.
2) Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
3) Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano; perché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.
4) Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo.
5) Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà.
6) Non uccidere.
7) Non commettere adulterio.
8) Non rubare.
9) Non attestare il falso contro il tuo prossimo.
10) Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo
 

Come dire che “i comandamenti insegnati nella Sacra Bibbia sono dieci, quelli insegnati nel Catechismo della Chiesa Cattolica sono in realtà soltanto nove! Il secondo, infatti, è stato letteralmente cancellato, e dal decimo ne hanno ricavato due 'pezzi', per coprire il vuoto del secondo. Così, ora il secondo è in realtà il terzo, il terzo è il quarto, e così via”… “Al di là dei sofismi e dei giri di parole, la realtà dei fatti è che se non avesse tolto il secondo comandamento, la Chiesa Cattolica non avrebbe potuto più riempire le chiese e i santuari di statue ed immagini della ‘madonna’ e dei cosiddetti santi, insegnando i fedeli a venerarle, il che è idolatria (Dio condanna sia l'adorazione – ‘non li servire’ - che la venerazione – ‘non ti prostrerai davanti a loro’ - di vivi, morti, oggetti e immagini. La Scrittura dice: 'A Lui solo rendi il tuo culto')." (da http://www.disinformazione.info/diecicomandamenti.htm ) 

Tornando ai cattolici (http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2_it.htm):  

“Quando gli si pone la domanda: «Qual è il più grande comandamento della Legge?» (Mt 22,36), Gesù risponde: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (Mt 22,37-40). Il Decalogo deve essere interpretato alla luce di questo duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge."  

Riprendo, infine, dal Gazzettino di ieri l’articolo di Sergio Frigo sull’iniziativa culturale che li riguarda:   

“Suona un po' paradossale che si presenti un ambizioso ciclo di dibattiti sui comandamenti nello stesso giorno in cui un sondaggio certifica che gli italiani si sentono in colpa soprattutto quando mangiano troppo... Ma anche questo è un segno dei tempi.  

Venti studiosi per dieci comandamenti , dunque: a metterli insieme è Chorus Cultura, l'articolazione dell'Associazione chiese di Venezia, che ha affidato l'organizzazione e la conduzione delle serate al filosofo Massimo Donà. In programma nomi importanti, come Emanuele Severino, Umberto Galimberti, Ernesto Galli Della Loggia, Pieraldo Rovatti, Massimo Cacciari, che di Chorus Cultura è presidente. 

«Il nostro intento è promuovere una riflessione sulle origini dell'etica occidentale - spiega Donà - analizzare con gli strumenti della filosofia, dell'antropologia, della psicoanalisi, i principi fondanti del nostro universo di valori». E tra i fondamenti non può mancare il decalogo, la legge scolpita su pietra che Dio consegnò a Mosè, e che è condivisa (con diverse articolazioni) anche dagli ebrei e in buona sostanza dagli islamici. «Con questa iniziativa - aggiunge il filosofo veneziano - Chorus intende anche smuovere le acque in città, che sul versante culturale risultano piuttosto stagnanti». L'associazione, che sta preparando altre iniziative in autunno, si propone in questo modo come un «riferimento imprescindibile della progettazione culturale veneziana», anche con la pubblicazione del materiale raccolto in questi dibattiti su un nuovo volume della rivista-libro Panda Teologia (Ed. Bompiani), e con il varo della nuova collana "Libri da ascoltare" diretta da Donà per le edizioni Albo Versorio, degli studenti dell'Università Statale di Milano: il primo volume, con Cd allegato, sarà dedicato a un dialogo fra Massimo Cacciari e il priore di Bose Enzo Bianchi sull'incredulità del credente.  

Per tornare al ciclo sui comandamenti (che sarà ospitato nella Chiesa di San Vidal alle 17.30) si inizia venerdì 13 gennaio (nessuna scaramanzia!) con il confronto fra il filosofo del pensiero debole Gianni Vattimo (laico ma legato al mondo cattolico) e il teorico della spiritualità islamica sufi, pittore, musicista, medico e archeologo, Gabriele Mandel, che ha ben 142 libri e 186 mostre di pittura al suo attivo (compresa una partecipazione alla Biennale). 

«Oggi nel nome di Dio - commenta Donà - si commettono le azioni più orribili, e si auto-giustificano il terrorismo ma anche le guerre di Bush. Senza contare la leggerezza con cui, più ancora i laici che i credenti, chiamano Dio dalla loro parte».  

Il 3 febbraio il teologo Piero Coda e il filosofo Emanuele Severino discuteranno sulla santificazione delle feste, il 24 febbraio Vincenzo Vitiello e Andrea Tagliapietra si confronteranno sul dire falsa testimonianza. Seguiranno Carlo Enzo e Ernesto Galli Della Loggia (10 marzo, non rubare), Franco Volpi e Antonio Gnoli (24 marzo, onora il padre e la madre), Umberto Galimberti ed Eugenio Borgna (7 aprile, non commettere atti impuri), Elena Loewenthal e Carlo Sini (20 aprile, non desiderare la donna d'altri), Enrico Ghezzi (che scopriamo laureato in filosofia, oltre che critico cinematografico e "guastatore" televisivo) con lo stesso Donà (5 maggio, non uccidere), Pieraldo Rovatti e Giorgio Israel (18 maggio, non ti farai imamgine di Dio), e infine Massimo Cacciari e Khaled Fouad Allam (9 giugno, non avrai altro Dio al di fuori di me).   

Il programma evidenzia che gli intervenuti sono di diverse estrazioni religiose, oltre che laici (o atei) dichiarati; che l'ordine dei comandamenti non è quello canonico, e non a caso si chiude con il primo, quello meno osservato (vedi intervista a lato); e che, come nella versione ebraica, c'è "non ti farai immagine di Dio" ma non il nostro nono, "non desiderare la roba d'altri", assorbito dal "non rubare": un vero... peccato, di questi tempi. (Sergio Frigo)

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mercoledì, gennaio 11, 2006

CANETTI ANCH'IO

 

Il romanzo ritrae, con perfetta coerenza stilistica e straordinaria potenza poetica, un mondo follemente caotico e prosciugato di ogni desiderio, in cui la paranoia impedisce agli uomini di proiettare i loro affetti sulle cose. L' io, l' autore scompare; è come se nessuno guardasse e ordinasse le cose, che assumono una stravolta disumanità, in una disperata mancanza d' amore che fa sentire, per contrasto, la necessità dell' amore. La fine o abolizione del soggetto, tante volte proclamata dalle avanguardie letterarie, raramente è stata realizzata con altrettanta radicalità come in quest'opera, da cui irradia il gelo della follia o meglio di una realtà non più contemplata e percepita dall' uomo, nella quale l' umano è quasi sparito.” 

 

Non sembra la recensione di un mio romanzo del 2006? E invece si riferisce a un’opera del lontano 1931, che però vide la luce editoriale solo quattro anni dopo, essendo stata lungamente rifiutata - al solito - dai vari editori a cui era stata sottoposta. L’autore avrebbe poi vinto il Nobel, per dire:-)...  Ma veniamo al dunque

 

Il 1° gennaio ultimo scorso, per la precisione alle 2,08 del mattino, mentre già citavo Andersen nel mio blog di capodanno (si veda il post “CHE NE DITE DI QUESTO INCIPIT?”), Francesco Giannici di www.mmax.org/iamr  postava in it.cultura.libri il “Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere”, dalle Operette morali di Giacomo Leopardi. Invece di soffermarmi sulla malinconica considerazione “avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro”, mi sono limitato alla battuta:

“Ehi, ma tu non eri il Carino con il Foularino?”*

[*Di Giannici vidi la faccia una sola volta in una foto scattata a un raduno di iciellini e poi fatta girare in privato. Era il “bello” del gruppo, con tanto di foularino al collo, N.d.A.]

Risposta di Giannici:

"Mavafangu', che ogni volta che passo da Cannaregio ti fai negare facendo finta di essere la tua segretaria, tipo Canetti." 
 

Io farmi negare? Io tipo CANETTI?

 

Ho subito ribattuto:

 

"Questa, poi! Quando sarebbe successo, scusa?" 

E lui: 

"Un paio di volte, quest'anno, fingevi di essere a Fano. Angelini è una truffa!"

 

Di nuovo io

 

"Hai parlato con mio figlio? Strano, non mi ha detto niente. Comunque, se ti ha detto che ero a Fano, a Fano ero. Però mi sorprende che un giovane rockettaro dell'Iamr abbia cercato un vecchio reduce dell'armata dell'Armir:-) " 

Subito dopo mi sono venuti spontanei dei collegamenti mentali: Canetti > Autodafé > la recensione di Claudio Magris da cui il frammento citato qui in alto...  e non solo. 

Ho cercato “Autodafé” in Google/Groups ed è emerso un mio vecchio post (appunto “AUTODAFÉ”, dell’8 ottobre 2001) dedicato a uno dei miei persecutori storici (persecutori webbici, intendo: Peltio). Ecco il testo:  

“Qui solennemente abiuro alla mia passata nefandezza. Dichiaro di aver ingannato ripetutamente Peltio e di aver scambiato con lui una lunga serie di *amichevoli* messaggi telematici (trincerato dietro un insospettabile nick, in un newsgroup *diverso* da questo), senza che egli potesse mai subodorare (malgrado l'indiscusso acume) di stare indirizzando beoti sorrisi virtuali proprio allo stesso postatore che, in questo e altri newsgroup, egli aveva più volte disprezzato con furore. Grazie ad una vilissima operazione di morphing, insomma, sono riuscito a farmi AMARE e DETESTARE contemporaneamente dalla stessa persona. Ahimè, come sono stato spregevole. Prometto solennemente di non tentare mai più di ESTORCERE allo sfortunato ragazzo una simpatia che non merito, tanto più che - detto fra noi - di tale simpatia non ho minimamente bisogno.  

P.S. Riuscirà lo sfortunato Peltio a immaginare verso quale mio infingardo *alias* egli si sia più volte sbilanciato fino a mostrarsi dolce, tenero, allegro, servizievole, e addirittura - in certi momenti  - svenevole e lezioso? 

 

Anche in quel caso – e ribadisco che era il lontano ottobre del 2001 - Francesco Giannici mi dedicò una risposta. Questa: 

“E io che pensavo parlassi di Canetti.”  

Insomma, nella mente del Carino col Foularino i nomi di Angelini e Canetti  sembrano inscindibilmente legati. Forse perché, non avendomi mai visto in faccia, mi immagina vecchio come l'Elias Canetti della foto qui sotto?

   

(da http://www.ncf.ca/~ek867/cannettigadliger.jpg)

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martedì, gennaio 10, 2006

 

 

LETTURE DAL CARCERE 

 

Fra il ’72 e il ’73, cinque anni prima di suicidarsi (venire suicidata?) in cella, Gudrun Ensslin, la compagna di Andreas Baader, fondatore con Ulrike Meinhof della Raf [= Rote Armee Fraktion = le brigate rosse tedesche], scrisse a sua sorella e a suo fratello lettere piene di “ferocia e tenerezze” (Paolo Valentino). Tali lettere sono state ora pubblicate in Germania con il titolo Zieht den Trennungsstrich jede Minute [= Date un taglio definitivo].

La detenuta Ensslin, marxista-leninista convinta, nota per i suoi strenui proclami sulla crisi finale del capitalismo e sulla guerra senza tregua ai suoi lacchè, chiedeva oggetti di uso personale e libri da leggere. Non solo libri politici, ma anche “Il pasto nudo” di William Burroughs, le poesie di Ezra Pound, autore di culto della destra più oltranzista, un dizionario Langescheidt inglese-tedesco e -udite udite! - le fiabe di HANS CHRISTIAN ANDERSEN:- /

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Sulla RAF c’è una scheda in wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Rote_Armee_Fraktion ) che copio-incollo:  

“La R.A.F. (Rote Armee Fraktion) fu un'organizzazione terroristica dell'estrema sinistra radicale tedesca, attiva dagli anni Settanta al 1998. Il nome è stato ispirato a quello dell'esercito rosso, un gruppo terrorista dell'estrema sinistra giapponese. La parola "frazione", traducibile con Plotone è stata inserita nel nome del gruppo per illustrare il collegamento alle organizzazioni di estrema sinistra di altri paesi, sentito come una grande lotta marxista internazionale. A volte compare anche in forma Fazione, con una traduzione inaccurata. Il gruppo principalmente fu conosciuto sotto il nome di Banda Baader-Meinhof, ma questo nome è inesatto, perché se Andreas Baader era uno dei leader del gruppo, Ulrike Meinhof non lo era. Non era la seconda nella gerarchia del gruppo e non era l'amante di Baader, come alcuni ritengono. Gudrun Ensslin era la seconda nella gerarchia (e amante di Baader, a proposito), ed attualmente si ritiene che fosse lei la mente dietro l'intero gruppo.La maggior parte dei leaders del gruppo Baader-Meinhof sono stati arrestati fin dal 1972, e gli stessi Baader e Meinhof nel giugno di quell'anno. Mentre essi entravano in carcere fra il 1975 ed il 1976, i loro seguaci realizzarono numerosi rapimenti, numerose rapine ed attentati nel corso dei cinque anni successivi, nello sforzo di assicurare il rilascio dei loro leaders dalla prigione. Ulrike Meinhof, dopo essere caduta in depressione a causa dell'ostracismo degli altri componenti del gruppo, si suicidò in prigione il 9 maggio 1976; la versione ufficiale fornita sulla sua morte, così come poi avverrà per quella dei suoi compagni, suscitò il sospetto nell'opinione pubblica che ella fosse stata "suicidata" dalle autorità tedesche. Il 5 settembre 1977 la RAF rapisce a Colonia il presidente della Confindustria tedesca Hanns-Martin Schleyer, dopo aver assassinato i tre agenti di polizia di scorta ed il suo autista. Il 13 ottobre, a Palma di Maiorca, un gruppo di quattro terroristi palestinesi dirotta un Boeing 737 della Lufthansa, prendendo in ostaggio 91 persone. La RAF pretende la liberazione dei propri leader in cambio della vita degli ostaggi dell'aereo e dell'industriale tedesco. Il governo tedesco non si piega al ricatto dei terroristi e il 17 ottobre con un'azione di forza, effettuata ad opera della squadra anti-terrorismo GSG-9, neutralizza i dirottatori dell'aereo, fermo sulla pista dell'aeroporto di Mogadiscio e libera gli ostaggi. La stessa notte Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan-Carl Raspe ed Irmgard Möller tentano il suicidio nel carcere di Stammehim. Baader ed Ensslin moriranno nelle loro celle, Raspe muore in ospedale mentre la Möller sopravvive (uscirà di prigione nel 1994). Il 19 ottobre, con una lettera inviata al giornale francese Libération, la RAF annuncia di aver posto fine dopo 43 giorni alla "miserabile e corrotta esistenza" di Hanns-Martin Schleyer. C'è una teoria che ritiene che i prigionieri siano stati assassinati. La motivazione di coloro che credono in questa teoria verte sul fatto che l'ala speciale della prigione costruita per alloggiare questi prigionieri era stata garantita come assolutamente sicura e che assai difficilmente essi avrebbero potuto avere delle armi. Möller ricevette quattro ferite di arma da fuoco, qualcosa che sembra impossibile possa essersi fatto da sola. Tuttavia, indagini indipendenti hanno ipotizzato che gli avvocati di Baader-Meinhof avrebbero rifornito il gruppo di armi e di attrezzature malgrado l'alta sicurezza. Dopo le morti delle loro guide le cosiddette terze, quarte e quinte generazioni della RAF hanno continuato. Un'altra organizzazione, il movimento il 2 giugno, si disciolse nel 1980 e i suoi resti si unirono le forze con la RAF. Nei primi anni Ottanta la RAF si alleò con il gruppo francese Action Directe. Il crollo del comunismo e dell'Unione Sovietica inferse un duro colpo ai gruppi terroristici di estrema sinistra, e dal 1990 rimase attiva soltanto la RAF. La RAF è stata sostenuta finanziariamente e logisticamente dalla Stasi, il servizio segreto della Germania orientale. Una bomba che distrusse una prigione a Weiterstadt nel 1993 risulterebbe essere stato l'ultimo colpo di coda della RAF. L'epilogo della RAF ebbe luogo nell'aprile del 1998, quando una lettera, recapitata alla Reuters, dichiarava: "Vor fast 28 Jahren, am 14. Mai 1970, entstand in einer Befreiungsaktion die RAF. Heute beenden wir dieses Projekt. Die Stadtguerilla in Form der RAF ist nun Geschichte" (trad. "Quasi 28 anni fa, il 14 maggio 1970, nacque la RAF con un'azione di liberazione. Oggi concludiamo questo progetto. La guerriglia urbana nella forma della RAF fa adesso parte della storia"). La RAF era ufficialmente disciolta.

Si veda anche:

http://www.serv-ed.it/narra/biografie.htm

Su “Vita e morte di Ulrike Meinhof si veda:

http://www.brigaterosse.org/brigaterosse/Arte/teatro/AppesaUnFilo.htm

e anche: “Terroristen: il martirio di Ulrike Meinhof” in:

http://www.arteca.org/04-05/terroristen/armando_ceste.htm 

http://www.carmillaonline.com/archives/2003/06/000279.html 

Sul fim “Anni di piombo” della Von Trotta:

http://www.cineclub.it/cineclubnews/cn0205-i.htm 

postato da: Lioa alle ore 04:01 | link | commenti (3)
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domenica, gennaio 08, 2006

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Copio-incollo dalla newsletter del settimanale DIARIO il seguente testo di Enrico Deaglio:   

 

SPECIALE IN EDICOLA di Enrico Deaglio 

Fidel Castro, giovane, ma già conscio e un po’ avvocatizio, è più avanti nella vestizione, si sta chiudendo la giacca. Ernesto Guevara, il Che, sembra invece uno scugnizzo. Sono in un carcere in Messico, anno 1956, stanno per comparire in un’aula di tribunale. Uno scatto rarissimo, fotografo ignoto, ma in grado di rubare un momento privato. Il mondo ancora non li conosce, ma tre anni dopo li conosceranno tutti. E lo scugnizzo avrà una vita lunghissima post mortem: un’icona che attraversa i secoli. Storca pure la bocca il rude lettore politico: «Che orrore infangare due rivoluzionari facendone la copertina di un numero speciale gay!». Però: se fossero stati gay, sarebbe cambiato il mondo? In meglio o in peggio? Ci avete mai pensato? Fantasie, in quanto sia Fidel che Ernesto furono figli de la historia official, e quindi machisti e omofobi. Però. Però, un po’ di amore c’è in quella stamberga.

***

Questo numero speciale di Diario è figlio obbligato della cronaca. Tutti si sono accorti che oggi non si parla d’altro. I gay nella Chiesa. I matrimoni gay. I gay possono adottare dei figli? La famiglia, quella lì, classica, è finita? Parigi ha un sindaco gay. Il sindaco di Berlino dice: prima di tutto, destra o sinistra, io sono un «culattone» e ci tengo a dichiararlo. Pera e Buttiglione non sopportano i gay. I mullah, chi lo sa: ambigui, come sempre. Ratzinger deve attingere ai soldi dello Ior per pagare risarcimenti in migliaia di cause di bambini abusati dai suoi preti. Un gay può diventare capo di Stato maggiore dell’esercito americano? Zapatero, che permette a gay e lesbiche di sposarsi e adottare, è un innovatore o una deriva? I gay, ottenuta una specie di protocollo di assimilazione, fanno bene a gettarsi a capofitto nelle istituzioni millenarie del diritto di famiglia, dei testamenti, delle reversibilità?

***
Tutto ciò che noi vediamo succedere ora, in maniera accelerata e tumultuosa, è figlio del secolo che è appena finito. È stato nel Novecento che sono cambiati i criteri medici, qualche volta religiosi e infine giuridici che hanno permesso, a costo di dure lotte, alle persone dello stesso sesso di rivendicare diritti di amore, cittadinanza e poi di pari uguaglianza nella vita quotidiana e nelle carriere. Leggerete quanto vi hanno contribuito letterati, poeti, medici e attivisti sociali. Leggerete quanto, sotto sotto, sia i fumetti che la musica o l’industria della pubblicità vi giocassero a rimpiattino. L’America è stata l’epicentro di tutto ciò, covando e risolvendo. Il regista Billy Wilder, che veniva da Vienna, mise un sacco di tematiche gay nei suoi film, soprattutto in A qualcuno piace caldo. Quando gli chiesero perché lo aveva fatto, rispose evasivamente: «Niente di preordinato, ma mi ero accorto che quando si parlava di omosessualità, per gli americani era come toccare un nervo scoperto. E a me piaceva dargli sui nervi».
Già, «omosessualità», una delle tante espressioni dell’esistenza. Che però fino a poco tempo prima si chiamava «sodomia», peccato e crimine. Furono più rivoluzionari coloro che si presero le botte e la galera, o i medici che sfidarono l’accademia per cambiare le regole? Tutti e due insieme, probabilmente. Ma fatto sta che tutto successe in pochi decenni. A un certo punto, in America, il presidente Bill Clinton si rese conto che i gay erano una notevole massa di voti. Tra le tante cose che i gay chiedevano, c’era quella di non essere discriminati nella carriera militare. Clinton era un politico di razza. Se si fosse schierato pro gay, avrebbe perso i voti della destra; se avesse fatto il contrario avrebbe perso i voti gay. Quindi decise, come Salomone: Don’t ask, don’t tell. Ovvero: sei gay? Non bisogna chiederlo e non bisogna rispondere. Una famosa vignetta disegnò lo stato delle cose: un sergente massiccio e ingrugnato seduto di fronte a una recluta adolescente che gli balla davanti avvolta in veli. Tutti e due stanno zitti.
Don’t ask, don’t tell.

***
Poi ci fu l’Aids in Occidente, e la grande prova della comunità gay che pagò con decine di migliaia di morti, ma non si fece travolgere. E da quella resistenza ora trae la sua forza.
Quello che succederà da ora in poi, non si sa. Ma è difficile immaginare un secolo XXI che non sia un secolo gay.
(Questo numero di Diario è dedicato a un vecchio amico, Giovannino Forti.)

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Immagine da http://www.geocities.com/CapitolHill/Lobby/8522/pct/people/che.jpg

postato da: Lioa alle ore 23:06 | link | commenti (2)
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venerdì, gennaio 06, 2006

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 LA DODICESIMA NOTTE 

Benché pesantemente danneggiato, nonché dannosamente appesantito, da feste, veglie gastronomiche, libagioni:-), eccomi celinianamente giunto au bout de la nuit, al termine della dodicesima notte (dopo Natale), ovvero all’Epifania-che-tutte-le-feste-si-porta-via … cazzo, quest’anno no, non si porta via niente, manca ancora un intero week-end… che palle! Vabbè, andrò a sgambettare in montagna, nella speranza di smaltire un po’ del lardo accumulato. 

Per ridarmi un cincinino di tono intellettuale non mi resta, a questo punto – con facile linkaggio sinapsico – che evocare la shakesperiana Twelfth Night or What you will (“La dodicesima notte o Quel che volete”). 

Il titolo della commedia, come è noto, si riferisce alla circostanza in cui probabilmente ne fu approntata una rappresentazione, forse la prima (Twelfth Night è stato spesso tradotto, in effetti, come “La notte dell’Epifania”). Il sottotitolo “Quel che volete”, invece, al pari di “As you like it” (Come vi piace), è il classico invito allo spettatore a trovarsi un titolo da sé, qualora non gli andasse bene quello ufficiale. Il titolo "La dodicesima notte" vorrebbe - peraltro - alludere a un’atmosfera di spensieratezza e di gaia relatività, quella che caratterizza, o che dovrebbe caratterizzare, il periodo tra Natale e lo scoccare della veglia dell'Epifania. Era questo, al tempo di Shakespeare, il periodo in cui, nella lunga notte nordica, rivivevano “tenui bagliori delle antiche festività pagane del solstizio d'inverno”. Oggi, purtroppo, the times they are a-changing ed è tutto un dilagare di nevrosi, depressioni, pessimismi cosmici e QUEL CHE VOLETE…  

La vicenda de “La dodicesima notte” è presto detta: lui ama lui che ama un’altra che ama un altro. 

 

Cosa? Vi ricorda le telenovelas dei nostri tempi? Vabbè, mettiamola così: il paggio Cesario ama segretamente il duca Orsino, che invece ama la contessa Olivia. Quest’ultima, per chiudere il cerchio, si innamora di Cesario, ma questi la respinge… 

 

Cosa? Vi sembra che tutti si innamorino della persona sbagliata come nella tragedia della vita e allora che commedia è? 

 

Niente paura. “La dodicesima notte” è una commedia con tutti i crismi e in essa, a differenza che nella vita, a un certo punto i nodi si sciolgono, eccome!, e l’ordine viene perfettamente ristabilito. In che modo? Semplice: attraverso il chiarimento degli EQUIVOCI. Ecco, infatti, la vera TRAMA o FABULA (= diversa da INTRECCIO, come sa bene il De-Saussure-de-noantri: Roquentin), ovvero la successione logico-temporale degli avvenimenti: 

 

“Una terribile tempesta fa naufragare la nave sulla quale viaggiano Viola e Sebastian, due gemelli particolarmente uniti dalla prematura morte dei genitori. Raggiunte le coste dell'Illiria (una regione tra l'Italia orientale e la Macedonia), Viola, travestita da ragazzo, con il nome di Cesario entra al servizio del duca Orsino, di cui subito si innamora. Ma Orsino, ben lontano dall'immaginare il travestimento del giovane paggio, ne fa subito il suo confidente. Egli vive un amore tutto ideale  e non ricambiato per la bella contessa Olivia, che lo respinge con la scusa di essere in lutto per la morte del padre e del fratello. Il duca utilizza dunque Cesario come messaggero delle sue pene d'amore, ma Olivia si innamora proprio di lui, che ovviamente la respinge. L'improvvisa apparizione di Sebastian, scampato a sua volta al naufragio, permette la soluzione a doppio lieto fine: Olivia si promette a Sebastian credendolo Cesario (i due gemelli, infatti, si somigliano come due gocce d'acqua), e Orsino, riconoscendo come sincero l'affetto del giovane Cesario, che ha riassunto le vesti di Viola, decide di farne la padrona del suo padrone, ovvero la sua sposa .(Ammetterete che più felici e contenti di così si muore!)

 

Scrive Antonio Taglioni

 

“[LA DODICESIMA NOTTE]…è una favola magica sospesa in un tempo e in un luogo fantastici dove assistiamo alla lotta senza quartiere fra la volontà e l'istinto, fra la ragione e il caso, che forse è l'unica regola della vita. L'essere che desidera non sa cosa desidera, ma il suo desiderio lo spinge di volta in volta e suo malgrado verso l'oggetto apparente o verso il vero oggetto della sua passione. E così Orsino, che crede di amare Olivia, è irresistibilmente attratto da Viola (che si cela sotto le vesti del paggio Cesario) e Olivia, che crede di amare Cesario (senza sapere che è Viola), sarà fatalmente attratta da Sebastiano (il gemello di Viola) quando il caso lo metterà sulla sua strada. Solo Malvolio si illude di poter governare le leggi del caso e in quanto ‘virtuoso’ di meritare il premio della fortuna: ma non sa che Sir Toby e Maria si sono sostituiti alla Dea Bendata per giocargli la più crudele delle beffe. Indossando i panni della follia che è stato indotto a vestire, rivelerà tutta la sua miseria umana. L’unico che si salvi è Feste, il buffone, il pazzo, il melanconico, il sarcastico, l'avido di denaro, che attraversa la magica notte osservando e commentando avvenimenti e personaggi quasi a suggerirci che solo il desiderio, il denaro e la follia governano la vita e non i nobili sentimenti, che non tengono conto della realtà. Ma alla fine cambia idea e si accommiata dal pubblico con una ironica riflessione su come gira il mondo e con la certezza che ci sarà sempre una notte magica, in qualche terra esotica e lontana, in cui il caso si incaricherà di fare apparire tutto chiaro, di squarciare il velo dell'equivoco, di guidare desiderio e istinto fuori dal labirinto delle illusioni e di far capire agli uomini il senso della vita, fino alla prossima dodicesima notte o a quel che volete...”
(da  http://www.apriteilsipario.it/archivio/panoramica93-94/schede/sch005.htm

 

Del buffone Feste, a un certo punto, Viola dice: 

 

“Questo giovanotto è sufficientemente assennato da poter fare il matto, ché per farlo a dovere ci bisogna dell’ingegno. Egli ha da osservare l’umore di quei medesimi di cui si fa gioco, e da cogliere la natura delle persone e l’occasione e, simile al falco selvaggio, deve pur drizzare il volo verso ogni piuma che gli capiti sott’occhio. È un mestiere faticoso quanto l’arte di dimostrarsi assennati, ché la follia ch’egli s’amministra saggiamente è pur diretta a uno scopo, là dove le persone assennate, come dia loro di volta il cervello, smarriscono la ragione una volta per tutte.” (trad. di Gabriele Baldini) 

 

Per oggi basta così. Ma da lunedì prossimo, mi raccomando, tutti a rilassarsi nei rispettivi posti di lavoro, dopo queste devastanti, interminabili, stressantissime feste:-/  

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giovedì, gennaio 05, 2006

CHI BATTERA' LA VISITA 22222?

Sappia che avrà un anno di assoluta

ARMONIA.
postato da: Lioa alle ore 20:03 | link | commenti (3)
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L’URFAUST

DI ANDREA LIBEROVICI  

Una volta il cinema era il cinema e il teatro era il teatro, poi iniziò l’era della multimedialità e delle contaminazioni e così oggi può tranquillamente succederci di vedere tanto cinema anche andando a teatro:- ). A me è appena capitato. Mi telefona una persona e mi dice: “Guarda che al teatro Goldoni c’è la prima veneziana di URFAUST e non devi perderlo perché la regia è del mio amico Andrea Liberovici, un superbravo. Sbrigati perché i biglietti stanno finendo.”

“Obbedisco”, rispondo alla garibaldina. 

Urfaust, per chi non lo sapesse, è la prima stesura del celeberrimo Faust di Goethe (il suffisso “Ur” sta in tedesco per “originario”, “primigenio”). Insomma, nella versione scelta da Liberovici, mancano vari elementi: il “prologo in cielo”, “la firma del patto” (in parte recuperato all’interno dello spettacolo co-prodotto dal Teatro Stabile di Genova e dal Teatro Stabile del Veneto) e varie aggiunte posteriori, ma Ladislao Mittner assicura che “pur nella sua frammentarietà esso è in complesso più omogeneo e soprattutto più vigoroso della redazione posteriore”. Goethe, come è noto, tornò più volte a mettere le mani - dai vent’anni fino alla morte - su questo “capolavoro della cultura occidentale” (così il pieghevole). Quanto al giovane (è nato solo nel 1962) Liberovici, è figlio d’arte: il padre Sergio, uno dei musicisti più attivi sulla scena musicale italiana nel dopoguerra, è stato sodale di Italo Calvino nella creazione di un nuovo repertorio di canzone popolare. Andrea ha studiato composizione, violino, viola, recitazione e canto nei conservatori di Venezia e Torino, presso la Scuola del Teatro Stabile di Genova e con Cathy Berberian (per la vocalità del musical ).  Altre notizie qui: 

 

http://www.teatrodelsuono.it/equipe.php?ID=1 

 

Con Aldo Nove ha di recente varato una fortunata “soap opera musical” tratta dal Candide di Voltaire. Andrea è un noto mixer di prose, musiche e apporti multimediali, voci amplificate, immagini video [in Urfaust ora in presa diretta, ora registrate] e altre diavolerie tecnologiche.


"Sono partito da questa intuizione: cercare di far rivivere allo spettatore l'emozione con cui Goethe ha assistito, forse all'età di sei o sette anni al mercato, ad una rappresentazione della storia di Faust per marionette. Impressione indelebile che l'ha accompagnato per tutta la vita, a partire proprio dal testo dall'Urfaust, che gettò via ma di cui fu ritrovato il manoscritto" (dall'intervista a 'Il Gazzettino' del 4 gennaio).


Ed è così che, in questo allestimento estremamente tecnologico, gli attori interagiscono con MARIONETTE proiettate sullo schermo.

 

La sua personale concezione di Faust? Eccola:  

“Faust, dal mio punto di vista, è un uomo, non una creazione della fantasia, e come tale ha scelto un suo percorso di apparente conoscenza. Apparente perché di fatto lo studio, ovvero la ragione della sua vita prima dell’incontro con Mefistotele, lo mantiene, e in qualche modo lo tutela, dal reale. [Un po’ come il blog per Iannozzi, per intenderci:-), N.d.A.]. Anche se, ovviamente, la qualità delle informazioni apprese è diversa, non credo ci sia differenza nel meccanismo psicologico che spinge l’intellettuale a passare la sua vita fra i libri e l’uomo che la fa passare davanti a una televisione. OGNUNO DI NOI SCEGLIE PIÚ O MENO LIBERAMENTE LA PROPRIA ANESTESIA [maiuscoli e grassetti a cura di Angelini] travestendola consciamente o meno da passione e da assoluta verità fino al giorno in cui non appare come ‘incidente’ nel nostro mondo Mefistofele. Da uomo laico non ho mai creduto al diavolo. Credo, invece, nell’incognita che può distruggere e trasformare le nostre ‘passioni’ e convinzioni, legata al mistero del vivere che cerchiamo costantemente di rimuovere o sondare attraverso la logica. Questa incognita che, a seconda di come siamo fatti, si manifesta a un certo punto della nostra vita, questo appuntamento a cui sappiamo di doverci recare prima o poi, altro non è che un appuntamento con la parte di noi stessi meno conosciuta. PER QUESTA RAGIONE MEFISTOFELE, NELLA MIA IDEA, È IL DOPPIO DI FAUST”. 

 Che altro aggiungere? Niente, se non che in questo pur interessante URFAUST ci sono un po’ troppe immagini proiettate, per i miei gusti:- )  

P.S. Dimenticavo di ricordare gli attori:  Ugo Pagliai (Faust), Paola Gassman (Marta), Ivan Castiglione (Mefistofele), Kati Markkanen (Margherita).
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mercoledì, gennaio 04, 2006

(immagine da http://www.parchiletterari.com/nievo/nievo.jpg )  

¡QUE VIVA IPPOLITO! 

 

C’è chi dice che l’intellettuale debba impegnarsi politicamente e lottare per il miglioramento del mondo. Ippolito Nievo non stette certo con le mani in mano, in tal senso. Il suo nome ce lo fa immaginare vecchio e stanco solo per la curiosa tendenza ad associarlo all’ottuagenario protagonista del suo romanzo maggiore. In realtà Ippolito morì appena trentenne nel 1861. Vediamo i contributi politici dei suoi ultimi anni: 

 

“Nel 1859, a Torino, si arruolò tra i cacciatori a cavallo di Garibaldi, coi quali combatté a Varese e a San Fermo ed in seguito fu tra le fila di Bixio a Padonello. Dopo la pace di Villafranca scrisse l'opuscolo ‘Venezia e la libertà d'Italia’ e si stabilì nella casa di Fossato, non più in terra austriaca. L'anno seguente fece parte dei Mille che sbarcarono a Marsala, dove si guadagnò il titolo di preposto all'Intendenza da parte Garibaldi, e dove diede alle stampe gli ‘Amori garibaldini’. Nel 1861, dopo aver ottenuto una licenza (che passò a Milano con la madre), si recò in Sicilia. Morì durante la traversata di ritorno, in seguito al naufragio del postale sul quale viaggiava. [da http://www.liberliber.it/biblioteca/n/nievo/] 

 

“Il suo capolavoro ‘Le confessioni d'un italiano’ uscì postumo nel 1867 a Firenze con il titolo 'Le confessioni di un ottuagenario' (per volere dell’editore, che non desiderava farlo passare per una ‘pappolata politica’). Il romanzo, scritto per la quasi totalità a Colloredo fu iniziato nel dicembre 1857 e terminato, per quanto possiamo dedurre da una lettera dell’autore, il 16 agosto 1858. La vicenda si risolve nella narrazione della vita dell’80enne Carlo Altoviti, intenzionato a lasciare ai posteri una diretta testimonianza degli eventi susseguitisi dalla metà del XVIII secolo alla metà del XIX. Solo nel 1931 se ne ebbe una versione critica, a cura di F. Palazzi, edita col titolo originale. Riguardo alla questione contadina lo scrittore si pose sempre al di fuori delle logiche paternalistiche (di derivazione manzoniana) tipicamente borghesi e mise invece l'accento sulle cause storico-politiche (l'oppressione straniera, l'assolutismo oligarchico, la dominazione ideologica della Chiesa) e sulle questioni economico-sociali. [da http://www.parchiletterari.com/nievo/vita.php ]

 

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Fausta Samaritani è autrice di un racconto, "Per l'onore di Garibaldi", su cui nel sito http://www.libuk.com/catalogo/categorie/scheda_libro.asp?id=185 si legge:

"Molti sanno che Ippolito Nievo morì nel 1861, giovanissimo, nel naufragio del battello postale Ercole che da Palermo lo riportava a Napoli dopo la vittoriosa conclusione dell'impresa garibaldina. Pochi, invece, sanno che in quel misterioso naufragio scomparvero anche importanti documenti e pezze d’appoggio sulla regolarità amministrativa dei Mille. Si sussurrò, e qualcuno oggi ripete, che a questo naufragio non fosse estraneo il governo di Cavour. Sulla scia dell’Ercole viaggiava in realtà un groviglio di interessi, che coinvolgevano politici, banchieri... In Per l'onore di Garibaldi l'ipotesi di un complotto governativo contro i Mille, la più grande avventura del nostro Ottocento, prende corpo, pagina dopo pagina grazie alle ricerche d'archivio e alle scoperte fatte dall'autrice, che gettano luce su un'intricata e misteriosa vicenda, caduta nell'oblio, e su aspetti poco chiari del Risorgimento."

 

Vediamo, adesso, “Il Gazzettino” del 3 gennaio 2006 (ieri).  

“Sfregiata e incendiata la statua di Ippolito Nievo a Portogruaro… Attorno al collo della statua del Nievo è stato legato il tricolore. Quindi i vandali si sono divertiti ad appiccare il fuoco incendiando la statua; fiamme che fortunatamente si sono spente dopo pochi minuti intaccando l'opera solo parzialmente. Ma il disprezzo mostrato dagli autori del raid nei confronti di Nievo, portatore dei valori nazionali e patriottici, non è terminato lì. Sugli occhi infatti gli sono state conficcate due chewingum. Non contenti di quanto già avevano fatto, i vandali hanno scritto con dei pennarelli sulla fronte di Nievo la parola "stupido", un aggettivo che a dir la verità più si addice agli autori del gesto. L'operazione è quindi continuata con altri scarabocchi agli occhi raffiguranti alcune lacrime. Non contenti hanno versato una sostanza liquida di colore rossastro sulla testa del Nievo che ha finito per sporcare completamente l' intero busto…”

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martedì, gennaio 03, 2006

PREGHIAMO PER CAMILLA

 

La preghiera, come si sa, è la recitazione di una serie codificata (o anche no) di parole attraverso le quali si intende indurre la divinità, vera o presunta, all'elargizione di doni morali e/o materiali più o meno consistenti. Ebbene, la stampa di ieri riporta titoli quali:  

"Camilla omessa dalle preghiere della regina"  

[Il sacerdote anglicano che ha celebrato la messa nella chiesa di Sandrigham alla presenza di Elisabetta ha omesso il nome di Camilla dalla lista dei reali sui quali ha invocato la protezione divina. L'omissione è stata interpretata come un segno della persistente ostilità della regina verso la duchessa di Cornovaglia, soprattutto perché la settimana scorsa la stessa sovrana nel messaggio di Natale ai sudditi non aveva neppure menzionato le nozze di Carlo e Camilla.]  

Vi invito caldamente a non seguire l’esempio della regina Elisabetta e a includere il nome della cavallerizza Camilla Parker-Bowles nella lista dei reali (o, al limite, anche degli immaginari) sui quali invocate abitualmente la protezione divina:-/

postato da: Lioa alle ore 06:44 | link | commenti (3)
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lunedì, gennaio 02, 2006

[One of the coolest remixes that anyone's done of my books has been the speed reader that Trevor Smith put together, which flashes the books one word at a time, at high speed, inside a Java applet. Though the words fly past so fast that they practically flicker, they are still readable -- there's some heretofore unsuspected talent buried in our brains for parsing sentences when rendered as rapid-fire flashcards. ]

Scrive Paolo Prunetti su www.carmillaonline.com di oggi 2 gennaio:  

“Prendiamo l’esempio della industria editoriale. Il presupposto della sua esistenza, oltre che del suo sviluppo, è la possibilità di produrre e vendere sempre di più, ma perché ciò sia possibile occorre che solo una minuscola minoranza di coloro che comprano libri e riviste li leggano, perché se leggessero tutto quello che comprano, la velocità di acquisto calerebbe fino a provocare il tracollo del settore.” 

 

È stato inevitabile pensare a Luca Tassinari di WWW.LETTURALENTA.NET :-)

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(immagine da: http://www.craphound.com/images/me_in_ottawa_citizen.jpg)

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domenica, gennaio 01, 2006

 

da http://www.overgaard.dk

CHE NE DITE DI QUESTO INCIPIT? 

 

Dopo l’explicit di ieri (in non casuale corrispondenza con il finale dell’anno 2005), cercavo un INCIPIT significativamente in linea con l’incipit del 2006. Per un po’ scarrello con gli occhi avanti e indietro per gli scaffali della mia libreria quando, - oh meraviglia! -, mi si bloccano su un titolo: 

 

«PASSEGGIATA NELLA NOTTE DI CAPODANNO», Lubrina editore, 1987.

 

“Cazzo!”, mi dico deliziato, “ma è ANDERSEN!!!” 

 

[volete smetterla di sbadigliare?]

 

È infatti questo il titolo italiano di 

 

Fodreise fra Holmens Canal til Østpynten af Amager i Aarene 1828 og 1829

 

(alla lettera: “Viaggio a piedi dal canale di Holmen fino alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829”). 

 

“Come sono contento”, trillo tra me. “Un Andersen d’annata è quel che ci vuole!” 

 

Naturalmente conosco a memoria l’incipit del libro, e credo peraltro di averlo già segnalato in rete più d’una volta, ma tant’è, beccatevelo lo stesso:

 

PRIMO CAPITOLO. Come Satana si impadronisce dello scrittore. Il diluvio nr. 2, un mito. 

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“La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerì il pensiero peccaminoso di diventare scrittore. Il motivo per cui egli di solito perseguita noi poveri uomini è chiarito da questo mito che si può chiamare ‘Il diluvio nr. 2’…” (eccetera). 

 

[Nytaars-Aften 1828 sad jeg ganske ene paa mit lille Værelse og saae ud over de sneebedækte Tage paa alle Nabohusene; da foer den onde Aand, som man kalder Satan, ind i mig, og indblæste mig den syndige Tanke at blive Forfatter. - Hvorfor han ellers saaledes gaaer paa Jagt efter os arme Mennesker, vil følgende Mythe lære; man kan kalde den: Syndfloden No. 2”]

Se penso che, dopo “Il violinista” del 2005, a fine febbraio 2006 uscirà per i tipi di Fazi il finissimo “O.T., un romanzo danese” (di nuovo a cura del sottoscritto), non mi resta che trarre i migliori auspici per il 2006 da un incipit affiorato in maniera tanto casuale:-).

Anzi, sapete che vi dico?

Poiché sto scrivendo il pezzo alle sei del pomeriggio del 31 dicembre, ovvero un attimo prima di prepararmi per il cenone a cui sono stato invitato, quasi quasi disdico l’impegno e passo la notte “tutto solo nella mia stanzetta” nella speranza che mi appaia il FANTASMA DI ANDERSEN (vedi www.carmillaonline.com ).

 

Comunque vadano le cose, buon anno a tutti, e mi raccomando…

 

 

lontani da Satana!

postato da: Lioa alle ore 00:25 | link | commenti (2)
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