
"TI CONOSCO, MASCHERINA!"
... [cut]... Quando uscirono dal locale, la signora lo prese per mano e lo guidò per calli e campielli, indicandogli le maschere più originali: turchi, paladini di Francia, spagnoli, Re Magi andavano gomito a gomito con astronauti, cowboy ornati di frange di cuoio, vescovi purpurei, Cappuccetti Rossi, medici della peste con un rostro adunco per naso, indefinibili personaggi emergenti da trionfi di tulle e paillette.
"Guarda quel ragazzo: si è coperto di bende e cerotti, come se fosse uscito dal Pronto Soccorso dopo un incidente spaventoso."
"Divertente, come maschera... "
"Certo. Ma le maschere, lo saprai anche tu, non sono mai del tutto casuali."
"Mi sono sempre chiesto in base a quale criterio si preferisca indossare una certa maschera, anziché un'altra... "
"Ci hanno fatto sopra degli studi molto seri."
"E che cosa hanno concluso?"
"Be', per farla breve, questo: che spesso una maschera, anziché nasconderci, ci rivela."
"In che senso?"
"Nel senso che, paradossalmente, la maschera può mettere a nudo una parte profonda e nascosta di noi stessi: il nostro io sepolto, con le sue paure segrete, i suoi desideri inconfessabili. Da un lato, quindi, ricorriamo al travestimento per perderci, per assumere un anonimato diverso, dall'altro non facciamo che accentuare la nostra essenza più pura, estremizzando sentimenti, passioni, sofferenze. Ognuno di noi tende a scegliere certe maschere anziché certe altre, ma quasi mai a caso. A Carnevale si gioca a essere diversi, ad assumere sembianze improponibili in tempi normali."
"Molti, secondo me, si mascherano per puro divertimento, senza stare troppo a sottilizzare."
"È vero. La maschera può anche esprimere una pura e semplice apertura al fantastico, all'ironico, o magari allo spettrale e al macabro."
"Come la maschera di quel ragazzo pieno di bende e cerotti?"
"Già. Ma anche in quel caso, non escluderei del tutto un collegamento con le sue ferite reali... ferite interiori, voglio dire."
"Di nuovo il BIF?", ridacchiò Alberto. [BIF = Bambino Interiore Ferito]
"La maschera e il volto, secondo certi studiosi, sono solo aspetti diversi della stessa personalità. In fondo, anche i nostri atteggiamenti quotidiani, i nostri modi di vivere normali, possono essere considerati delle vere e proprie forme di mascheramento. Abbiamo la tendenza a calarci in identità diverse a seconda delle situazioni, pur sapendo che in quei momenti il nostro io è diventato un altro. Oscar Wilde, lo scrittore inglese, diceva: ‘Se quell'uomo si levasse il volto, potrei vedere che maschera indossa!’"
"Se la gente sapesse che, mascherandosi, o meglio, ‘velandosi’, si rivela, ci resterebbe male."
"Ma il pretesto del Carnevale sdrammatizza tutto: è una sorta di deregulation collettiva, di autorizzazione ufficiale a sbracarsi, a violare gli schemi consueti, a togliersi l'abituale tipo di maschera per indossarne, almeno per un giorno, una diversa."
"Benché spesso più vera del vero, come hai detto tu."
"Proprio così."
"Ma la mia maschera da pagliaccio, allora, che significato avrebbe? Che cosa rivelerebbe?"
"La maschera del clown è una delle più crudeli, quella che comunica, paradossalmente, l'allegria più straziante, con il suo dolore smodatamente evidenziato dal trucco. Il clown soccombe regolarmente al più forte, è un eterno perdente. Magari, nel tuo caso, la decisione di vestirti da clown deriva semplicemente dalla tua difficoltà a prenderti sul serio... "
"Ma io mi prendo sul serio!"
"Certo... come perdente."
"È vero, lo ammetto. A volte ho l'impressione di valere molto meno dei miei coetanei. Loro sono così sicuri e io, invece, così pieno di problemi! Spesso mi comporto più come gli altri si aspettano che mi comporti, che come mi comporterei se fossi davvero libero di agire in modo spontaneo."
"Perché lo fai, secondo te?"
"Per non deluderli."
"Appunto. E così ti senti un po' pagliaccio ai tuoi stessi occhi..."
"In effetti... Che in me ci sia davvero qualcosa che non va?"
"Certo, la tua assoluta mancanza di autostima. È questo il lato che devi impegnarti a correggere, essenzialmente. Quanto al fatto di comportarsi come gli altri si aspettano da noi, non è poi così inconsueto. Lo facciamo un po' tutti. È inevitabile, quando si vive in società. Non si può non tenere conto del proprio prossimo, non esserne, almeno in parte, condizionati."
"Insomma ci si traveste anche quando non è Carnevale?"
"Sicuramente. Certi tipi di maschera, anzi, vengono indossati soprattutto quando non è Carnevale, nella vita di tutti i giorni. C'è la maschera del politico, per esempio, e quella dell'impiegato nei confronti dei superiori di grado."
"Mi fai pensare al Fracchia di Paolo Villaggio, quel travet sfigatissimo e timorato di tutto."
"Anche i serial-killer che infestano la nostra società in genere indossano una maschera: quella del gentile e mite vicino di casa, dietro cui si nasconde uno spietato assassino. Fra voi ragazzi, poi, è invalso l'uso di travestirsi in modo da assomigliare il più possibile ai vostri idoli del cuore... "
"Ho un amico che si crede Bono degli U2, e gira sempre con gli occhiali scuri."
"Non c'è niente di male. Certi tipi di mascheramenti ci aiutano a sentirci a posto, omologati agli altri. C'è chi si traveste per non essere segnato a dito, per sfuggire alle critiche quando non - nei casi estremi - alla repulsione della società che ci circonda."
"Carnevale tutto l'anno, dunque?"
"Per certi versi sì. Il mondo è tutto una maschera, e noi solo degli attori che interpretano dei ruoli."
"E gli attori veri e propri?"
"Quelli, almeno, mettono le carte in tavola. Gli attori propriamente detti non sono più se stessi, sulla scena, ma il personaggio che interpretano. Si sono registrati casi di attori talmente immedesimati nella propria maschera da aver finito per trasformarsi in essa: l'esempio più classico è quello dell'attore ungherese Bela Lugosi, così compreso nel proprio ruolo di Dracula da trascorrere gli ultimi anni della propria vita convinto di essere il leggendario vampiro di Transilvania."
"Credo di averlo visto anch'io in tivù, in qualche vecchio film, adesso che ci penso."
"E Superman? Dietro questo nome, come saprai meglio di me, si cela solo un timido giornalista, mentre Batman, truce maschera da uomo-pipistrello al servizio della società, in realtà è un ricco miliardario votato a sconfiggere il crimine. Fa il paio con Zorro, difensore dei deboli."
"Ecco là un Uomo Ragno, guarda."
"Già, Spider Man."
"Ma ci sono anche delle maschere tipicamente veneziane, come Pantalone."
"E Colombina, e Arlecchino, e via dicendo."
"Che buffo, a pensarci bene, questo gioco dei travestimenti!"
"Buffo e nello stesso tempo affascinante, perché il travestimento è anche ansia di libertà, voglia di vivere una vicenda non programmata, sia pure per pochi giorni. A Carnevale la ‘faccia’, il ‘gesto’, il ‘costume’, tutto ciò che identifica la norma, deve essere negato, per consentire la conquista della soggettività perduta."
"Che parole difficili... Ma tu, scusami tanto, perché ti sei travestita da fata?"
"Per giocare alla Buona Madre dell'Infanzia, quella che accontenta il proprio bambino in tutto."
"E che io non ho mai avuto, vero? Ma chi sei, in realtà, un'assistente sociale sguinzagliata in giro dal Comune? L'ennesima trovata di Gianfranco Bettin?"
"Che importanza ha? Quello che conta è che tu mi abbia ascoltata. Promettimi che, da domani in poi, proverai a seguire i miei consigli."
"Devo proprio?"
"Solo così potrai guardare con fiducia al futuro."
Tacquero per un po', attratti dalle maschere di ogni foggia e colore che gremivano le calli. Ovunque i falsi volti ricoprivano l'identità consueta, occultando la condizione, l'età, lo stato civile e l'appartenenza sociale del mascherato di turno.
Molte donne giravano trincerate nel mistero del tabarro e del domino, con il volto nascosto dietro la livida bauta o la civettuola moretta di velluto.
"Anche il Bambino Interiore Ferito", riprese a un certo punto la signora, "è una sorta di maschera: per sua natura, sarebbe solo un Bambino Meraviglioso. Purtroppo gli è stato insegnato che il mondo è un posto spaventoso e pericoloso, in cui occorre vigilare e diffidare, e ha dovuto difendersi assumendo un comportamento catastrofico... "
"Anch'io, spesso, mi sento vigile e diffidente. Ho sempre avuto paura degli altri. Non mi avvicino mai a loro per primo."
"Come tutti coloro che hanno scarsa fiducia in se stessi."
"Dovrei averne? E come potrei, visto che nessuno mi ha mai amato? La mia paura peggiore è proprio questa: che nessuno possa mai amarmi nemmeno in futuro."
"Lo vedi? Il tuo Bambino Interiore Ferito non demorde un istante; è sempre là, pronto a ricordarti tutto il proprio insoddisfatto bisogno di affetto. Daglielo tu, Alberto, adottalo tu, diventa tu il suo genitore affidabile... " [eccetera]
(da "Ti conosco, mascherina!" in "Quel bruttocattivo di papà Cacciari!", Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia)
[immagine da: http://venicexplorer.net/tradizione/venice-carnival-photos/venice-carnival-2004.jpg ]

"LA DONNA SERPENTE"
"Il 1762 fu davvero un anno strano per Venezia e per il teatro... " ci ricorda il regista Giuseppe Emiliani nelle note di regia de "LA DONNA SERPENTE", in programma al teatro Fondamenta Nuove in questi giorni di Carnevale fino al 28 qui in città. "Nel gennaio vengono rappresentati con notevole successo Il re cervo e la Turandot di Gozzi. Nell’aprile di quell’anno Goldoni parte per Parigi mentre l’abate Chiari si allontana da Venezia proprio in quello stesso mese... E così, nel 1762, in quell’anno davvero strano, Carlo Gozzi viene a trovarsi improvvisamente solo, proprio lui che aveva costruito il proprio teatro in competizione con le scelte altrui! Ed è forse questa improvvisa mancanza di concorrenza che lo sprona a scrivere un’altra fiaba teatrale, la terza in un anno! E nell’ottobre di quell’incredibile 1762 debutta con successo nel teatro di Sant’Angelo La donna serpente messa in scena dalla compagnia di Sacchi. La fonte novellistica di questo nuovo testo è La storia di Ruzvanschad, re della Cina, e della principessa Cheheristani inserita in quell’ inesauribile serbatoio "orientale" de Les milles et un jours. Conservando la trama della novella Gozzi costruisce una 'fiaba teatrale tragicomica' di rara bellezza. Per Gozzi la rappresentazione è illusione, e solo nell’illusione teatrale possono vivere, allegorizzate, le 'forti passioni', solo nella parvenza di un incantamento costruito artificialmente, teatralmente, è possibile prendere le distanze dalle 'situazioni' quotidiane. Gozzi è abile a mutare continuamente il ritmo cadenzato della fiaba alternando compressione ed esplosione, ironia comica e tensione drammatica, mondo delle maschere e personaggi aristocratici. La donna serpente è tutto un trionfo di mutamenti scenici a vista, di alternanze improvvise tra luci e tenebre, di costumi affastellati secondo il gusto più rococò dell’esotico, di lazzi comici, di accadimenti magici, di guerre, di prove iniziatiche: un caleidoscopio di soluzioni timbriche accentuate, che si dipanano tra gli opposti tonali dell’immediata forza espressiva insita nel gioco tragicomico e in quella altrettanto immediata che culmina nel gioco ingenuamente magico-eroico. L’effimero spettacolare, l’incantesimo, la metamorfosi, la composizione e la scomposizione magica, il 'mirabile': questi sembrano essere gli obbiettivi del gioco scenico ed espressivo di Gozzi. Dall’ignoto deserto della Cina la fiaba, approda alla remota terra dell’oro, il 'vasto regno d’ Eldorado, al mondo occultoì, simbolo settecentesco (e volterriano) della felicità.
Solo in quella terra utopica può avvenire il lieto fine della fiaba. La supremazia dei sentimenti non può realizzarsi, per il conservatore ma lucido Gozzi, nella comune realtà della storia e della quotidianità. E’ compito e privilegio dello spettacolo teatrale - con la sua effimera durata e la manifesta finzione scenica - esibire i valori alternativi a quelli rappresentati nel 'mondo'. Davvero il contrario del realismo goldoniano... Eppure oggi, ripensando a Gozzi, e dopo aver allestito tanti testi di Goldoni, mi pare sorprendentemente stimolante il giudizio di De Sanctis: 'Gozzi parea a quel tempo un retrivo, e Goldoni era un riformatore; pure avrei desiderato a Goldoni un po’ di quella fibra rivoluzionaria ch’era in quel retrivo'..." (Giuseppe Emiliani)
Ho assistito a LA DONNA SERPENTE, fiaba teatrale tragicomica in due atti ovvero dall’ignoto deserto della Cina al vasto regno d’Eldorado, occulto al mondo tutto, venerdì sera. Decisamente piacevole, malgrado qualche momento di stanca. Bravi gli attori della compagnia "I fratellini" e assolutamente esilaranti i 2 fratellini (dalle teste di cartapesta) rappresentati in scena mentre si scaccolano i nasi. L'attuale edizione teatrale è comunque definita "studio per uno spettacolo" che verrà arricchito ulteriormente e reso definitivo più avanti.
Ogni altra informazione, e la trama della fiaba teatrale, qui:

A PROPOSITO DI EDITORIA DI QUALITA'... E DI LIBRI PERDIBILI
Vari qotidiani di ieri hanno dato ampio spazio al libro "DA UNA LACRIMA SUL VISO", di Paola Maraone e Paolo Madeddu (Kowalski Editore), dedicato alle cinquanta canzoni più deprimenti del pop italiano, ovvero quelle che "non lasciano uno spiraglio di speranza".
"Soffrite della sindrome da abbandono?", domandava per esempio Sandra Cesarale sul Corriere della Sera. "Il vostro inno è Ma che freddo fa di Nada. Continuano a risonarvi in testa le note della Lampada Osram di Claudio Baglioni? Siete una donna succube e servente di fronte all'autorità maschile. La Bella stronza di Marco Masini è diventata un'ossessione? Non solo lei vi ha lasciato, ma svelate pure la vostra misoginia... Ma il libro non si limita a stilare un elenco, si pone anche un obiettvo, come recita il sottotitolo: 'Come guarire i mali del cuore'. Per ogni pezzo, infatti, c'è una diagnosi e una cura...".
Precisa Maria Laura Rodotà su Corriere.it: "E' un manuale di self-help basato sulla psicologia comportamentale, un gioco di società da fare con gli amici scoprendo le proprie turbe grazie al test finale. Ad ogni canzone deprimente è dedicato un capitolo: storia e considerazione su canzone e autore/i, diagnosi del disturbo depressivo, terapia suggerita. Generalmente consistente in contro-canzoni che tirino su il morale; a volte - omeopaticamente - dello stesso cantante, altre volte opposte e rallegranti."
"Uno dei momenti di massima perfezione della depressione italiana nel pop - ricordava la Cesarale - lo raggiunge La canzone di Marinella, di Fabrizio De André. Contiene un cocktail devastante dai tempi più tipici: senso di inadeguatezza personale, nichilismo, solitudine, senso di colpa, aspettative di punizione meritata e, ovviamente, pensieri di morte. Sarebbero questi i sintomi della depressione schizoide. In I giardini di marzo si legge: 'Mogol non si nega niente: tremito delle mani, ristrettezze economiche... mutismo telefonico e stato confusionale da manuale: 'Che anno è? Che giorno è?'. Manca solo uno che gli agiti una mano davanti alla faccia chiedendo: 'Quante dita sono queste?'. Non si salva nemmeno Ligabue, rockstar padana con il culto della sfiga. E in Sere nere ecco Tiziano Ferro cantare dei blackout emotivi da far paura, paurosi quanto il buio dela casa stregata al luna park". Eccetera. Su www.ibs.it, così recita la sintesi: "Alzi la mano chi non lo ha mai fatto: arrivare a casa, chiudersi nella propria stanzetta, accendere lo stereo e buttarsi sul letto, con la testa affondata nel cuscino, ascoltando un brano infelice quanto noi. La canzone piagnucolosa, specialità del Belpaese invidiata in tutto il pianeta, può aiutarci a farci sentire meno soli, pensando che là fuori una pop star miliardaria ha patito quanto noi. Ma a lungo andare diventa una droga che rende piacevole la nostra afflizione, e ci spinge a cullarci in essa. Ora basta! Questo libro è andato a prendere i successi più dolenti degli ultimi decenni, nella speranza di includere anche la VOSTRA canzone triste, per liberarvi da questa schiavitù e rifarvi una vita." Chissà se Alberto Giorgi troverà il libro in linea con il suo Manifesto:- )

FANCULO AGLI ELITURISTI!!!
Per me la montagna è anche e soprattutto silenzio. Domenica scorsa si è svolta sulla Marmolada una manifestazione organizzata da Mountain Wilderness contro la pratica dell'eliski e dell'eliturismo sulle Dolomiti. Chi ama la montagna non capisce come un'attività tanto aggressiva e impattante possa conciliarsi con la richiesta avanzata all’UNESCO di tutela delle Dolomiti quale Patrimonio dell’Umanità. Copio-incollo da http://www.mountwild.it/mw/html/home.php lo storico intervento della SAT.
"La pratica dell'eliski, sulla regina delle Dolomiti, come pure in altre parti significative delle Alpi, rappresenta una modalità di utilizzo della montagna che aggredisce l'ambiente, ne compromette la sicurezza, disturba la fauna, offende scialpinisti, escursionisti, sciatori, impoverisce il capitale territorio in ambiente e natura disponibile, è culturalmente inaccettabile.
La SAT ricorda come la pratica dell'eliski sia vietata sia in provincia di Trento che in quella di Bolzano, ma che questo non sia condizione sufficiente per impedire che, soprattutto nell'area dolomitica altoatesina, si decolli e si atterri in aree particolarmente delicate per il trasporto di pochi utilizzatori.
Alle provincie di Trento e Bolzano SAT chiede controlli costanti ed una severa applicazione della legge.
La SAT fa un appello anche alla Regione Veneto in virtù delle nuove competenze, di varare una legge analoga a quelle già in vigore nelle limitrofe province autonome di Trento e Bolzano; estende l'appello anche alle forze politiche nazionali, perché affrontino il problema e diano una risposta ferma al dilagare del turismo elicotteristico che relega la montagna a puro stadio per pratiche sportive.
A tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti nel presente e nel futuro della Marmolada la SAT chiede la massima attenzione nella gestione di un bene "Patrimonio dell'umanità"; dice no alle aggressioni alla montagna ed agli sfregi al ghiacciaio, dice sì invece ad una salvaguardia delle componenti ambientali, sì alla valorizzazione dei caratteri naturali, culturali, storici, alpinistici.
La SAT si impegna, insieme a chi condivide queste idee e questi valori, a dare il proprio contributo per promuovere cultura alpinistica, per definire linee di sviluppo durevole, per favorire frequentazione rispettosa, per ridare dignità alla Regina delle Dolomiti. Società Alpinisti Tridentini. Trento 15 febbraio 2006
Ripropongo anche un'altra segnalazione del 24 ottobre 2004 su Vibrissebollettino.net e ripresa da http://www.tamvfg.it
"Nel futuro dovremo rassegnarci a vedere le nostre montagne percorse in lungo e in largo dai fuoristrada? E' quanto viene spontaneo chiedersi dopo aver appreso della recente presentazione di una proposta di legge, da parte dei senatori Carrara, Monti e Mugnai [e già firmato da una trentina di onorevoli, tutti della ineffabile Casa delle Libertà, N.d.R], riguardante la Disciplina della circolazione motorizzata su strade a fondo naturale e fuoristrada. Con il pretesto di mirare a un riordino del settore della circolazione con mezzi motorizzati su strade a fondo naturale e fuoristrada e nonostante il dichiarato intento di "contribuire a tutelare e conservare il territorio e a valorizzare il patrimonio ambientale", la proposta di legge, in realtà, prevede una ampia liberalizzazione dell'accesso motorizzato all' alta montagna, che attualmente è soggetto a forti restrizioni dalla vigente legislazione regionale (anche in Friuli-Venezia Giulia e in Veneto). Basti pensare, solo per fare qualche esempio, che sulle mulattiere verrebbe ammesso il transito di ciclomotori e motocicli e sui sentieri (!) quello delle moto da trial. Comuni e Comunità Montane, peraltro, potrebbero individuare aree o percorsi in cui autorizzare stabilmente la circolazione su strade a fondo naturale e fuoristrada anche oltre i limiti di legge. Alle Regioni resterebbe la possibilità di imporre maggiori limitazioni solamente nell'ambito di parchi nazionali, regionali e urbani e di zone soggette a vincolo archeologico. E' inutile sottolineare come la proposta in questione rappresenti un ennesimo segnale allarmante, mentre è tuttora di là da venire una legge che disciplini i voli turistici in alta montagna." [Ma questi cazzi di onorevoli della Casa delle Libertà le pensano proprio tutte per renderci sempre più liberi?]
[I ricordi di Andersen non sono inventati da L.A., ma tratti di peso dalla sua stessa autobiografia].
Qui tutte le puntate di questo romanzo on line
Cap. VII
“Intanto crescevo buono e ingenuo, senza darmi pensiero dei bisogni e delle privazioni a cui ero sottoposto. E benché i miei genitori vivessero, come si suol dire, alla giornata, a me pareva di nuotare nell’abbondanza. Anche nel vestire credevo di essere elegante, perché una vecchia mi adattava gli abiti smessi di mio padre. Tre o quattro grossi ritagli di seta della mamma mi venivano appuntati sul petto l’uno sull’altro, a mo’ di panciotto. Intorno al collo mi veniva legato un panno con un grosso nodo a fiocco, la testa mi veniva lavata col sapone, i capelli arricciati ed eccomi in ghingheri. Cosí acconciato andai per la prima volta a teatro con i miei genitori...”
Il resto su www.carmillaonline.com
[Prego gli editori interessati di mettersi in fila per due:- ) ]

L'ULTIMO IMPERATORE
Si parlava ieri di un uomo grottescamente proclamatosi Dio (Il Divino Otelma). In serata, nel quadro delle manifestazioni in programma per il Carnevale di Venezia dedicato, quest'anno, alla Cina, sono andato al teatro Malibran ad assistere alla proiezione de"L'ultimo imperatore" di Bertolucci. Il film, come è noto, ricostruisce la vita di Pu Yi, nato dio e morto, ahilui, come normale cittadino (giardiniere all'orto botanico di Pechino, per l'esattezza), dopo anni di esilio dorato, altri anni in una prigione siberiana e altri ancora nei campi di rieducazione politica nella Cina di Mao. Nella video-introduzione che ha preceduto la proiezione il regista si è scusato per le eventuali rughe che un film del genere, tutto incentrato sulla "metamorfosi", abbia potuto sviluppare nei vent'anni esatti trascorsi da quando alla sua troupe furono consentite le riprese nella Città Proibita, mai filmata prima di allora. Ma alle rughe il pubblico non ha fatto caso, preferendo concentrarsi sul sontuoso e ancora godibilissimo affresco su quasi un secolo di storia cinese. (A proposito, i costumi del film sono in mostra all'Arsenale). Confesso che in tutti questi anni il CD con le straordinarie musiche del film (quelle di Ryuichi Sakamoto) mi ha tenuto molte volte compagnia, trattandosi di uno dei miei sottofondi preferiti mentre lavoro al computer. Del film, questa volta, mi ha colpito la sotterranea e onnipresente meditazione sui RITUALI con cui gli uomini, di fase in fase, tentano di dare ordine al perpetuo divenire della vita (sia indviduale, sia politica), non importa che si tratti di quelli millenari del celeste impero o di quelli della repubblica popolare di Mao. Se, da un lato, tutto cambia - e più che mai è cambiata la Cina in questi ultimi decenni -forse, nei loro tratti fondamentali, "gli uomini non cambiano mai". Così, per lo meno, osserva a un certo punto Pu Yi col distacco regalatogli da lunghi anni di solitudine, prima come playboy in esilio, poi fantoccio nelle mani degli occupanti giapponesi, infine prigioniero dei sovietici nel 1946. Nel senso che la tentazione di privarsi reciprocamente della libertà, imponendo all'altro ciò che non si vorrebbe fosse fatto a sé, continua a riproporsi inalterata di generazione in generazione, di fase politica in fase politica, di fanatismo in fanatismo, di carnevale in carnevale... insieme a quella di sentirsi Dio o quantomeno di millantare, ogni volta, che "Dio è con noi":-/
P.S. Il programma ufficiale del Carnevale di Venezia è qui:
http://www.carnevalevenezia.com/programma_carnevale_venezia.htm
Il programma del ciclo "IL DRAGO E IL LEONE" a cura della Biennale qui:

In questi giorni si fa un gran parlare della pari dignità (e delle pari opportunità) di tutte le religioni del mondo ("Son tutte belle le religioni del mondo... ", si potrebbe cantare sulla falsariga di "Son tutte belle le mamme del mondo"), ma come si fa a restare seri davanti - chessò io? - alla "Chiesa dei Viventi" del Divino Otelma?
Per carità, ognuno è libero di proclamarsi Portavoce di Chi vuole - o anche Dio stesso sceso in terra a "miracol mostrare"- e di accalappiare tutti i proseliti che gli riesce... ma... ma...
Vabbè, mi fermo qui. Non vorrei incorrere nella Maledizione Eterna del divino Marco Amleto Belelli...
Vi copio-incollo, però, la seguente SCHEDA: "Il Divino Otelma e la Chiesa dei Viventi", (da http://www.cesnur.org/religioni_italia/n/neo_paganesimo_08.htm )
Marco Amleto Belelli, nato a Genova nel 1949, si laurea in Scienze politiche presso l’Università della sua città natale (nel 2003 si aggiungerà una laurea in Storia), vince una borsa di studio del Ministero degli Esteri che gli consente di studiare presso l’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) di Milano conseguendo nel 1977 il relativo diploma e milita nel Partito Radicale, dove nel 1986 anima una corrente alternativa a Marco Pannella. All’epoca ha già tuttavia intrapreso anche una carriera di mago a pagamento: un’attività allora non ancora regolata da leggi, e per cui è condannato definitivamente per evasione fiscale nello stesso anno 1986 (modificata la legislazione in materia, la sentenza di condanna sarà revocata con ordinanza del Tribunale di Trieste del 15 ottobre 2005). Un successivo episodio, del 1987-1988, aggiungerà una condanna, confermata dalla Corte d’Appello di Trieste, per circonvenzione d’incapace. Ma con il nome di Mago Otelma (più tardi Divino Otelma), Belelli è ormai un personaggio familiare a molti italiani: vestito di un abito d’argento con una mitria episcopale diventa ospite prima occasionale e poi quasi fisso di talk show televisivi, dal Maurizio Costanzo Show a Porta a porta.
Dopo un’ulteriore escursione nella politica – con la fondazione del partito Europa 2000, che chiede l’abolizione della legge Merlin sulla prostituzione – Belelli decide di trasformare le sue attività di mago a pagamento (e ospite professionale di talk show: "Noi –afferma – andiamo solo dove siamo pagati") nella creazione di una serie di realtà che radunino la sua clientela: l’Ordine Teurgico di Elios e la Chiesa dei Viventi.
Dogma centrale di queste organizzazioni è che Belelli stesso, Otelma, è Dio, più volte reincarnato sulla Terra tra l’altro come sacerdote romano custode dei Libri sibillini, sacerdote in Atlantide, faraona (donna) d’Egitto, e ora riapparso per assicurare la felicità ai seguaci nella vita presente e nelle prossime reincarnazioni.
Otelma ha acquistato notorietà – e certamente anche alzato l’audience delle sue apparizioni televisive – con i suoi attacchi alla Chiesa cattolica e al Papa, di cui dice: "Egli è persuaso di essere il Vicario di Dio. A noi non risulta perché, se lo fosse, ovviamente lo sapremmo".
Nella stessa intervista concessa nel 2003 al giornalista Stefano Lorenzetto per il quotidiano il Giornale – e "indossata" dalla sua organizzazione in quanto pubblicata sul sito Internet ufficiale –, Otelma definiva la Chiesa dei Viventi "una chiesa simbiotica che riunisce i principi della magia e della religione" e affermava che "già raccoglie 20mila fedeli e farà sparire e ridimensionerà tutti gli altri culti". La cifra appare assolutamente fantastica. È più probabile che i fedeli, ammesso che esistano, siano qualche decina. In effetti, le pretese outrées di Otelma hanno lo scopo precipuo di farsi notare, aumentando la sua clientela di mago a pagamento e gli ingaggi televisivi. Il fenomeno Otelma ha un interesse sociologico solo perché costituisce l’ennesima prova di come la televisione possa fare conoscere a un numero straordinariamente elevato di persone realtà che sono in verità minuscole o esistono principalmente sulla carta.
B.: Marco Belelli, con il nome Il Divino Otelma, ha pubblicato Il Libro dei Segreti, Il Basilisco, Genova 1984; Il Libro di Orion o del Domani Perfetto, Il Basilisco, Genova 1985; Magia, Il Basilisco, Ovada (Alessandria) 1993; La magia del terzo millennio, L’Airone, Roma 2000.
Chiesa dei Viventi
Per informazioni: Divino Otelma
Casella Postale 81471
Via Vallechiara
16125 Genova
Telefono: 338-6466364; 348-4450555
E-mail: info@divinotelma.com
URL: www.divinotelma.com
(immagine dal sito www.divinotelma.com )
"La giovinezza, la bellezza, il rango: il giovane barone Otto Thostrup possiede tutto questo e non ha niente. La spensieratezza di una vita da studente e l'eccitante mondanità di Copenaghen, le amicizie e l'amore sognato: tutto annega nella lotta intima e segreta che Otto conduce contro un passato ingombrante, marchiato sulla sua stessa carne dalle iniziali "O.T.". Il passato è una madre sedotta, tradita, incarcerata ingiustamente e morta nel darlo alla luce insieme alla sorella gemella. E' un'infanza trascorsa in orfanotrofio e poi nei possedimenti del nonno adottivo, prigioniero dei sensi di colpa. Sotto i cieli pastello di Danimarca e tra i paesaggi di mezza Europa, Otto viaggia in cerca di risposte, trovando la serenità solo nell'amicizia gioiosa e sincera del giovane Vilhelm e della sua famiglia. Lentamente Otto imparerà a concedersi alle emozioni, sperimentando gioie e delusioni, fino al vorticoso finale in cui affonderanno i ricordi e le loro maschere grottesche. Splendido affresco sociale e vibrante omaggio alla muta bellezza del suo paese, O.T. fu pubblicato nel 1836. L'anno dopo seguirà Il violinista, che consoliderà la fama di Andersen come romanziere, prgressivamente eclissata da quella dell'autore di fiabe."
Così il risvolto di copertina di "O.T. Un romanzo danese", Fazi editore. Altre notizie qui:

Visto venerdì sera "CARTA DIVA", lo spettacolo con cui Ennio MARCHETTO da vario tempo diverte e incanta il mondo intero. Ha divertito e incantato anche uno schizzinoso come me, in effetti. Copio-incollo da:
da http://teatro.lospettacolo.it/leggi.asp?id=-9223372036854734018
"Non è facile spiegare cosa esattamente succede durante un suo spettacolo: i suoi costumi di carta raffigurano grandi star italiane e internazionali e lui, straordinario performer, dà vita ai personaggi "cartacei" ripetendone in maniera esasperata movenze e tic, con un risultato estremamente divertente. Come per i più grandi trasformisti, la forza dello spettacolo sta nella straordinaria velocità con cui Ennio Marchetto muove i costumi. Li apre, aggiunge piccoli particolari disegnati: una parrucca di carta, un sigaro ed ecco che il Papa diventa un danzante Fidel Castro sulle note di "Guantanamera", oppure una Whitney Huston gorgheggiante, che si inceppa sulle note di "I will always love you", diventa come per magia una scatenata Tina Turner incantatrice di serpenti. E sul versante italiano abbiamo una gigantesca Mina che, mentre canta "Ancora", estrae dal vestito polli e panini al salame e al posto del cappello porta una torta con le candeline. Nilla Pizzi, invece, canta i suoi eterni papaveri e papere con un costume dal quale spuntano simpatici uccelli canterini, mentre Lucio Dalla, travestito da lupo ("Attenti al lupo"), si trasforma in Cesare Cremonini a bordo di una vespa (di cartone) per la hit più famosa dei Lùnapop. E ancora, un Luciano Pavarotti in piena crisi di gelosia nei confronti degli altri due tenori, Domingo e Carreras. Per non parlare di Raffaella Carrà che furoreggia con una parrucca bionda (naturalmente di carta) scuotendo la testa vorticosamente, di Renato Zero con il suo "Il triangolo", o ancora di Loredana Bertè in tenuta da Venere del Botticelli che urla "Non sono una signora" mostrando attributi non propriamente femminili. E poi Orietta Berti, Patti Pravo… Lo spettacolo è una vera Babilonia di musica, teatro e creatività. Non c’è artista che non sia stato parodiato da Ennio Marchetto che, fino ad oggi, ha realizzato qualcosa come 150 costumi dando vita alle voci più incredibili del panorama internazionale: Ella Fitzgerald in duetto con Luis Armstrong, Madonna, Steve Wonder, Liza Minnelli, Elvis Presley, solo per fare qualche nome. Lo spettacolo non ha confini, piace ovunque e ad un pubblico assolutamente eterogeneo dai 7 ai 70 anni."
Letto, approvato e sottoscritto:
Lucio Angelini
(immagine da www.enniomarchetto.com )

Evgeny Plushenko
SCRIVERE CON I PATTINI
Lui scrive con i pattini. La sua non è scrittura collettiva (come quella dei pur elegantissimi pattinatori a squadre), ma scrittura individuale, tutta fatta di tripli axel e tripli toeloop, con invenzioni raffinate e geniali. Grandissimo. Shakesperiano, hanno detto. Un talento assoluto. KING ON ICE. Viva "il re".

DARSI DEL "DU" O DARSI DEL "DE"?
Nella postfazione a Il violinista (Fazi editore), ricordavo i sei interessantissimi romanzi scritti da Andersen. Benché la sua fama sia ormai universalmente legata al corpus delle fiabe, fu proprio con un romanzo che il giovane Hans Christian, fuggito quattordicenne dalla natia Odense a Copenaghen in cerca di gloria e di fortuna, cominciò a farsi un nome: L’improvvisatore, di ambientazione italiana (Roma, Napoli, Venezia), pubblicato nel 1835. L’anno dopo seguí - appunto - O.T., e nel 1837 Il violinista. I tre romanzi, spiegavo nella suddetta postfazione, costituiscono una sorta di trilogia dedicata alla rappresentazione della "vita in Italia" (un argomento prediletto da pittori e scrittori dal periodo romantico in poi) e della "vita in Danimarca". Di altro tenore gli altri tre, usciti, rispettivamente, nel 1848 (Le due baronesse), nel 1857 (Essere o non essere) e nel 1870 (Peer fortunato). A dire il vero, c’è chi considera un romanzo, anzi "il primo romanzo di Andersen" (uscí nel gennaio del 1829), anche lo stravagante arabesco letterario Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829", di cui ripropongo l’incipit:
"La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerí il pensiero peccaminoso di diventare scrittore…"
Nel febbraio 1837 Andersen confidò al poeta B.S. Ingemann:
"In O.T. avevo un preciso piano narrativo, anteriore alla stesura, da seguire. Con Il violinista, invece, lascio che tutto proceda secondo la volontà del Signore."
E qual era questo preciso piano? In breve: raccontare la storia di due amici, uno dei quali vorrebbe spingere il rapporto alla massima confidenzialità, ovvero fino a darsi del tu, mentre l’altro non se la sente e, cortesemente, respinge la proposta. Tutto qui? Solo in apparenza, perché la questione del "darsi del tu" in Andersen, personaggio eternamente in lotta con le proprie tendenze omofile, ha un significato ben più profondo. Sappiamo che la grande passione della sua vita fu Edvard Collin, figlio del suo protettore e benefattore Jonas Collin. Proprio a Edvard, dall’Italia, Andersen osò inviare una lettera con l’audace richiesta del "diamoci del tu", che nelle sue intenzioni, significava probabilmente "spingiamo la nostra amicizia un po’ più in là". Edvard, che gli voleva bene ma era inequivocabilmente eterofilo, accampò le giustificazioni che riportiamo sotto e non solo non ricambiò il suo amore, ma sposò regolarmente la bella Henriette Thyberg. La cocente delusione dettò ad Andersen "La sirenetta" (destinata, come lui, a non sposare il principe) e, in parte, anche O.T., dove il tema del "Du o De" affiora nel rapporto fra Vilhelm e Otto negli stessi termini e, probabilmente, con gli stessi sottintesi con cui si era delineato nella realtà. Naturalmente in O.T. sono presenti anche altre ossessioni (tutte con relativi rimandi biografici), in particolare quella del ritorno di un passato (metaforizzato nel marchio delle iniziali O. T.) di cui Andersen, assiduo frequentatore di nobili e principi, si vergognava e che preferiva seppellire. Come il giovane barone Otto Thostrup, anche Andersen, inoltre, temeva la riapparizione di una sorella (Karen-Marie, finita prostituta), di cui non è difficile individuare il riscontro nella figura di Sidsel.
In O.T. il motivo dell’ambiguità sessuale tocca il suo acme nella memorabile scena del ballo studentesco, in cui la vista dell’amico Vilhelm in abiti femminili suscita in Otto un profondo turbamento... [cut]...
Oggi in Danimarca ci si rivolge tranquillamente l’un l’altro con il Du (tu) anche in mancanza di una vera familiarità o intimità, mentre in passato era molto sentita la differenza tra il formale De (voi) e l’amichevole Du... [cut]... Nel luglio 1835, mentre soggiornava nella tenuta di Lykkesholm in Fionia, Andersen scrisse a Edvard:
"Se guardaste nel fondo della mia anima, comprendereste appieno la fonte del mio desiderio e… avreste pena di me. Persino il lago aperto, trasparente ha le sue ignote profondità che nessun tuffatore può sondare."
In quel periodo si sentiva interiormente spinto ad esprimere in qualche modo quanto non gli era permesso di manifestare in modo socialmente e sessualmente esplicito. Dalla distanza di sicurezza della Fionia redasse una lettera in cui si rivolgeva a Edvard nella forma intima che gli era stato proibito di usare, ovvero con il "Du":
"Mio caro, fedele Edvard,
quante volte ti penso e in che modo aperto la tua anima non si dispiega davanti a me! [cut]...
Andersen non spedì mai quella lettera, ma l’averla scritta gli procurò un notevole sollievo. In compenso, poco dopo aver lasciato Lykkesholm, ne preparò e spedì una seconda versione più formale, in cui invitava la fidanzata di Edvard a parlare per lui; a dirgli ‘ti amo’ da parte sua, visto che lei era libera di usare il ‘Du’. Ma alla fine di agosto, mentre progettava il suo nuovo romanzo O.T’, non seppe resistere alla tentazione di inviare a Edvard una lettera d’amore che dimostra come egli continuasse a esprimere i suoi inquieti sentimenti attraverso il romanzo.
Ti desidero, sì, in questo momento ti desidero come se tu fossi una bella ragazza di Calabria, dagli occhi bruni e dallo sguardo seducente. Non ho mai avuto un fratello, ma se l’avessi avuto, non avrei potuto amarlo come amo te, e tuttavia… tu non ricambi i miei sentimenti! Questo mi addolora, o forse è proprio questo ciò che mi salda ancora più strettamente a te... [cut]
[Dall'Introduzione a "O.T. Un romanzo danese", di Hans Christian Andersen, da ieri in libreria e anche in www.ibs.it :- ).]
Ebbene sì, oggi voglio gemellarmi con altri simpatici splinderisti, quelli di www.nomose.splinder.com, da cui mi faccio prestare il seguente manifesto attaccato in giro per Venezia:
Per chi volesse approfondire, nel loro sito tante altre utili informazioni.
ASTRID COME QOELET
Dall’Ecclesiaste
vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno
per cui fatica sotto il sole?
…
Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c'è alcun vantaggio sotto il sole.”
E Astrid Gade Nielsen, portavoce dell’Arla Foods danese, la seconda ditta europea per volume d’affari nel settore caseario in Europa: “Il boicottaggio dei prodotti danesi in tutto il Medio Oriente è stato un disastro per l’azienda.Nel giro di cinque giorni i nostri affari si sono bloccati totalmente. Arla vende prodotti per un valore di 500 milioni di dollari l’anno nel mondo mussulmano, soprattutto in burro e formaggi. È una considerevole quota delle nostre vendite”, dice, ma “quel che più conta è che per la Arla Foods il Medio Oriente è un’area strategica in cui avevamo appena deciso di investire per un’ulteriore espansione degli affari.”
“Sì”, commenta Jeffrey Donovan nell’articolo ‘Danish businesses count the cost of cartoon dispute’ [(da http://www.eubusiness.com/Denmark/cartoons.2006-02-07)]. “Il mondo degli affari danese vede andare in fumo il frutto di ANNI DI LAVORO con il diffondersi del boicottaggio dei prodotti danesi nel mondo islamico. La distruzione delle ambasciate danesi a Damasco e Beirut nei giorni scorsi ha tenuto campo in televisione. Ma il vero danno per gli interessi danesi potrà rivelarsi ben più costoso, anche se di gran lunga meno spettacolare...” ("E tutto per una manciata di satiriche vignette del cazzo!!!", vorrebbe probabilmente aggiungere, ma si trattiene:-) )
---
“Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno
per cui fatica sotto il sole?"
---
Come immaginare, fino all’anno scorso (per fare un altro esempio), che di punto in bianco si sarebbe scatenata la psicosi dell’aviaria, e che l’intero settore avicolo ne sarebbe stato messo in ginocchio, insieme ai suoi addetti? Era sui giornali di ieri, purtroppo, la notizia della distruzione di un’intera famiglia - fino a pochi giorni prima considerata “tranquilla e serena” - ad opera di un onesto camionista angosciato dalla perdita del lavoro…

"Quale artista contemporaneo avrebbe il coraggio di rappresentare la commovente bellezza dei gabbiani senza timore di farsi spernacchiare?", si è domandato Tiziano Scarpa il 9 febbraio u.s.?
Ecco che cosa si è risposto su www.ilprimoamore.com:

BENEDETTI SCATENATA CONTRO
LA SCRITTURA COLLETTIVA
Brontola, infatti, su L'Espresso del 9 febbraio 2006:
"Di sicuro Proust non avrebbe mai scritto un romanzo a più mani con altri narratori del tempo. Ma se lo avesse fatto (immaginiamolo alle prese con Gide, Rolland, Dujardin) che ne sarebbe stato di quel suo lento, stupefacente, periodare asmatico? Come minimo gli avrebbero chiesto di scorciare le frasi. La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un livellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo. Perciò piace alle dittature d'ogni stagione, compresa l'odierna "dittatura del mercato". Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel '29 da Marinetti, Bontempelli, Varaldo, e altri sette all'epoca celebri e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i "Dieci" composero a 20 mani un romanzo d'avventura, Lo Zar non è morto, che ora Sironi ripubblica con la prefazione di Giulio Mozzi... [cut]... Se all'epoca l'operazione dei Dieci, che pure non nascondeva i propri intenti commerciali (Pirandello la definì una "gaglioffata"), poteva spiazzare qualcuno, oggi operazioni simili (Mozzi ricorda i Wu Ming e i Babette Factory, ma ve ne sono molti altri casi) appaiono del tutto pacifiche, perfettamente in linea con ciò che chiedono lo "spirito" del tempo e le sue macchine. Per l'industria dell'intrattenimento va molto bene se chi scrive è un artigiano della narrazione disposto a spogliarsi della propria diversità espressiva e di pensiero. Meglio voci docili che si lasciano disciplinare dal "collettivo" che non singolarità imprevedibili! Meglio una scrittura sterilizzata che una piena."
In una vecchia intervista apparsa in www.girodivite.it Wu Ming1 ribatte:
"E 'sti cazzi? Punto fondamentale del progetto Wu Ming è la progressiva smaterializzazione del culto della personalità dell'artista. Tant'è che wu ming nel dialetto mandarino della lingua cinese significa proprio 'nessun nome'. Eppure sembra inconcepibile, date quelle che sono le nostre basi culturali, non pensare alla funzione dell'autore come ci è stata insegnata. Anche solo pensando al lavoro di elaborazione mentale che esso svolge. Di scelte di materiali, di stile, di forme, di contenuti etc etc . Il punto è che non è (non dovrebbe concepirsi in quanto) Autore. In quella maiuscola reverenziale (che c'è e pesa anche se non la si scrive e non la si può pronunciare) risiede il problema. E' la stessa maiuscola che stabilisce d'arbitrio la differenza tra le arti e l'Arte, tra l'artista e l'artigiano. Sostanzialmente, gli autori dovrebbero tirarsela di meno, e capire che non sono affatto esseri fuori del comune, anzi, sono 'dentro il comune', nel regno di ciò che è condiviso da una società. Come ha scritto Stewart Home: 'Si comincia con l'Autore, e si finisce con l'Autorità'. Noi pensiamo che partendo dagli autori (al plurale e senza la maiuscola) si arrivi tutt'al più all'autorevolezza, quel punto in cui esiste sì un 'valore aggiunto' (quello di un lavoro fatto bene) ma non c'è alcun tipo di imposizione né di coercizione."
A chi dare ragione? Mah. La mia impressione è che scrittura individuale e scrittura collettiva possano coesistere tranquillamente come già avviene per le diverse religioni... ehm... Voglio, però, raccontarvi la mia particolare esperienza di scrittura collettiva. Un giorno, quand'ero insegnante, in una prima media assegnai il seguente esercizio: ogni alunno avrebbe dovuto scrivere cinque frasi tutte inizianti con "Io, quando... ", poi le avremmo lette e commentate insieme. Trovai le frasi raccolte così originali e divertenti che qualche tempo dopo, all'insaputa dei ragazzi, ne approfittai per ricavarne un magnifico racconto griffato Lucio Angelini, noto Autore con la A MAIUSCOLA:-) . Il racconto, che forse vi posterò DOMANI, da allora ha sempre portato la mia firma, ma devo confessare che gli spunti migliori mi erano stati forniti da quegli adorabili scavezzacollo.
A proposito di scuole, molti maligni sostengono che anche un noto conduttore di corsi di scrittura attinga a piene mani, per i suoi libri, ai materiali prodotti dai corsisti...
Invece Laura Lepri, un giorno, a Mestre, invitata alla scuola di scrittura creativa dell'Annalisa Bruni, riferì che "Va' dove ti porta il cuore" era stato scritto, sì, da Susanna Tamaro, ma che a rimaneggiare profondamente il testo aveva provveduto lei (il famoso "editing"). Insomma un caso di scrittura a due:-)
Io, però, in linea di massima, le seghe letterarie preferisco farmele da solo in santa pace nella mia stanzetta, piuttosto che tra i vapori di una sauna affollata di individui "senza nome", così poi magari un giorno Carla Benedetti potrà disquisire sull'Espresso della mia IMPREVEDIBILE SINGOLARITA' :-/

Se l'Italia fosse un paese islamico, ormai non ci sarebbe più speranza per questo romanzo ***DANESE***, in libreria a partire da venerdì prossimo:-)

(Immagine da www.drammaturgia.it)
VIVA BENITO (ALBINO) MUSSOLINI!
Rubo da "Il Gazzettino" di ieri un articolo di Sergio Frigo:
In singolare concomitanza con la scomparsa di Romano Mussolini, l'ultimo figlio del Duce, sono usciti in libreria due volumi che ricostruiscono una delle vicende più cupe e oscure della vita del Duce: il suo presunto matrimonio con la trentina Ida Dalser, il loro figlio segreto, e la fine, tragica e sospetta, di entrambi in manicomio. Una brutta storia, cominciata con roventi dichiarazioni d'amore e chiusa da un'invettiva della donna al «Caro Benito»: «Non farti potente della tua posizione... domani potrebbe suonare l'ora dell'espiazione terribile, implacabile... Il mondo saprà la verità».
Una vicenda ben nota nel comune di Sopramonte (oggi integrato nel territorio di Trento), dove prese le mosse nel 1909, e altrettanto conosciuta nell'ambito familiare di Mussolini e nella cerchia dei collaboratori, ma tenuta rigorosamente nascosta dal regime, a cui l'immagine di un capo che da un lato firmava i Patti Lateranensi con la Chiesa e dall'altro era ufficialmente bigamo, avrebbe creato qualche imbarazzo. Si dovette attendere il 1945, subito dopo la Liberazione, perchè alcune drammatiche testimonianze sul settimanale del Partito d'Azione trentino la portassero a galla.
Le ultime pubblicazioni sull'argomento si devono alla penna di due giornalisti e scrittori che hanno lavorato a lungo sulla vicenda: Marco Zeni, che ha raccolto molti documenti inediti, e Alfredo Pieroni, che per primo ne scrisse, nel 1950, sulle pagine della "Settimana Incom". Il libro di Marco Zeni si intitola "La moglie di Mussolini", ed è edito da Effe e Erre di Trento; quello di Pieroni, "Il figlio segreto del Duce", è pubblicato invece da Garzanti.
Zeni ha scritto 320 pagine fitte di documenti, testimonianze, immagini, che ricostruiscono con molta cura non solo la storia di Ida e di suo figlio, ma anche il contesto in cui essa si sviluppò, dalla Trento del 1909, dove Mussolini lavorò in un quotidiano diretto da Cesare Battisti e incontrò la giovane donna, alla Milano anteguerra, dove la loro passione divampò («Ti ho nel sangue, mi hai nel sangue», le scriveva) e dove lei si impoverì per aiutarlo dopo che fu cacciato dall'Avanti; fino al matrimonio, di cui ci sono molte testimonianze ma non prove precise, e alla nascita del piccolo Benito, nel novembre del 1915, regolarmente riconosciuto. Solo che nel frattempo il futuro Duce manteneva un'altra famiglia in Romagna, dove viveva Rachele con la piccola Edda, di cinque anni.
Pieroni rilegge invece "La storia di Benito Albino Mussolini e di sua madre Ida Dalser" come se si trattasse di una tragedia greca, in cui la mano invisibile del Fato è mossa però dalle scelte del Duce, e in particolare dal clima persecutorio da lui creato attorno all'antica compagna e al figlio. L'epilogo arrivò, dopo anni in cui Ida Dalser aveva lottato come una leonessa per sé e per il figlio, nel 1926, quando la donna fu rinchiusa (sanissima) nel manicomio di Pergine, e undici anni dopo, il 2 dicembre del 1937, quando si spense, dopo una penosa odissea, nell'ospedale psichiatrico di San Clemente, a Venezia. Il figlio, che non aveva rapporti col Padre, fu mandato in Marina, in Oriente, ma non rinunciò mai a dire chi era: e questo gli fu fatale, perchè nel 1935 anche per lui si aprirono le porte di un manicomio: dove morì sette anni dopo, nel 1942. Alla notizia Mussolini accusò dolori di stomaco...
Sergio Frigo


---
BANDIERE
---
"I bet sales of Danish flags in the Gaza Strip have never been so brisk! They must have stockpiles of US flags, a fewer number of UK flags perhaps... but Danish flags ready for burning? Somebody must be making a financial killing (perhaps a smart Arla executive looking for an alternative source of revenue?)."
(patellakneecap in http://groups.yahoo.com/group/foreigners_in_denmark/messages )
("Scommetto che la vendita di bandiere danesi nella Striscia di Gaza non è mai stata così frenetica! Da quelle parti avranno senz'altro grosse scorte di bandiere Usa pronte da bruciare, forse un po' meno di quelle inglesi... ma bandiere danesi ? Qalcuno starà facendo un colpaccio finanziario (forse un astuto drigente dell'Arla [multinazionale scandinava] in cerca di fonti di lucro aternative?)."

"Alla fine la bestemmia c'entra poco in questa campagna di DELIRIO. La bestemmia è solo un PRETESTO, uno di quei dispositivi accidentali attraverso i quali si cerca di divulgare e rendere attivo un elemento di contesa tra i popoli, un ALIBI per lo scontro di civiltà. La bestemmia come pretesto della Storia, dunque. Come il naso di Cleopatra o il dispaccio di Ems che scatenò la guerra franco-prussiana, come lo sparo di Sarajevo, come le ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA che Saddam Hussein non possedeva." (Francesco Merlo su Repubblica di ieri).
"...The cartoons were largely unnoticed outside Denmark until a group of Muslim leaders there made a point of circulating them, along with drawings far more offensive than the relatively mild stuff actually printed by the paper, Jyllands-Posten. It's far from the first time that an almost-forgotten incident has been dredged up to score points with the public during politically sensitive times... "
(da "The cartoon war" in International Herald Tribune del 7 febbraio u.s.:
http://www.iht.com/bin/print_ipub.php?file=/articles/2006/02/07/opinion/edcartoon.php)
---
P.S. Come ho scritto a Spettatrice in Lipperatura: "Questa volta il fantasma di Andersen mi ha suggerito di schierarmi con la DANIMARCA [anche se - magari - non con il quotidiano jutlandese] -. Avercela con TUTTI I DANESI, o con l'Occidente intero, anziché con i soli responsabili dell'iniziativa, è come avercela con TUTTI gli islamici anziché solo con la loro frazione più violenta e delirante.
Lucio Angelini
LA MADONNA DEL LATTE
(Infanzia di un mistico)
Illustrazioni di Sandra Moldi
In principio era il Verbo, poi ci fu una grossa esplosione: il Big Bang.
La testa di Dio (la ‘D’) volò da una parte, tutto il resto da un'altra, sbriciolandosi in una miriade di piccoli, affannati ‘io’ condannati alla ricerca dell'Unità perduta.
* * *
“Hai recitato l’Ave Maria?”, gli chiedeva sua nonna tutte le sere, dopo avergli rimboccato le coperte.
“Sì, nonna”, rispose Lillo una volta, “ma che cos’è il ‘frutto del seno tuo’? Il latte?”
“No, caro, è Gesù. Perché hai pensato che fosse il latte?”
“Perché so che, in genere, dal seno delle donne esce il latte.”
“Be’, sì, ma nell’Ave Maria, adesso che ci penso, si parla di ‘frutto del ventre tuo’. I bambini, infatti, crescono nelle pance delle loro mamme. E anche Gesù. Ecco perché lo si chiama ‘frutto del ventre tuo’... Naturalmente anche la Madonna, quando Gesù era un bebè, doveva allattarlo attaccandoselo al seno.”

* * *
“Se all’inizio ci fu questa incredibile, mirabolante esplosione, il Big Bang”, divagò un giorno l’insegnante di lettere, rispondendo alla domanda di un compagno di classe di Lillo, “pare che fra qualche biliardo di anni debba iniziare una sorta di inesorabile fenomeno contrario: il ‘Big Crunch’, o processo di Ricompattamento/Restringimento Generale.”
* * *
Lillo ripensava alla sua infanzia, a sua nonna che, ogni volta che lo sorprendeva a compiere qualcosa di sconsiderato, gli diceva: "Guarda che Gesù piange!".

Allora lui smetteva di colpo.
Poi, verso i nove anni, i primi dubbi: "Se Gesù dovesse piangere a ogni capriccio di bambino”, aveva cominciato a dirsi, "non Gli avanzerebbe un briciolo di tempo per fare nient'altro, nemmeno per tirarsi un po' su. I Suoi occhi sarebbero due colatoi ininterrotti. E figuriamoci se uno come Lui si scompone solo perché un bambino disobbedisce a sua nonna: al massimo ne sorride bonariamente. Ma, a proposito, sarà poi vero che Gesù esiste? E se esiste, può mai andare soggetto a tutti questi faticosissimi e incessanti cambi d'umore legati ai comportamenti degli uomini? Se nello stesso momento in cui un bambino fa i capricci un altro bambino fa una buona azione, come si regola Gesù? Ride e piange contemporaneamente? Come un matto? Sarà vero, inoltre, che Gesù, pur essendo il figlio di Dio, sia anche la stessa persona del padre? E se sì, che vantaggio ce n'è?”
* * *
Fu al Seminario di Siena, in gita scolastica, che, osservando la ‘Madonna del Latte’di Ambrogio Lorenzetti, ripensò al frutto del ‘seno suo’. Gesù succhiava il latte, tranquillo, e il latte scendeva DENTRO di Lui...
D’un tratto, una folgorazione:
“Forse Dio è DENTRO di me”, prese a dirsi. “Forse Dio sono... io! Forse il vero peccato originale fu proprio lo smarrimento di quella D. Forse tra Dio e io la differenza sta tutta in quella 'D' perduta. Forse ogni io deve partire alla ricerca della pecorella... ehm, della lettera smarrita, se vuole ritornare a Dio e partecipare della Sua onnipotenza. Ecco il vero scopo della vita: la ricerca di quella maledetta... benedetta 'D'. Solo così ciascuno di noi potrà far scattare il proprio personale Big Crunch, o processo di Ricompattamento generale, e ritrovare la propria perduta unità con Dio.”
Ma sul più bello la voce di sua nonna, salendo dalle brume dell'infanzia, lo interruppe: "Lascia perdere questi brutti pensieri, caro, e sii buono... se no Gesù piange!"
(© 1999 Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia)
VALERIO NON CI STA
... anzi ci sta.

Scrive Valerio Evangelisti:
"Carmilla non pubblicherà disegni satirici su Maometto... volete una nuova guerra mondiale? Accomodatevi! Attizzate lo scontro di religioni, fingendo che non abbia radici sociali. Scegliete pure l’inesistente (Dio, Yaveh, Allah: altrettanti termini che richiamano il sole, idolo dei primitivi ignari della complessità del cosmo) quale pretesto per fare riemergere l’istinto ferino presente nei geni dell’animale uomo. Ma non chiedete a me o a Carmilla di partecipare alla preparazione della guerra futura."
Voglio ricordare a Valerio che, scegliendo la parola "inesistente" (anziché - chessò io? - Non Manifesto) per Allah, ha ferito comunque la sensibilità ***pelosa*** dei fondamentalisti, scandalosamente arrogandosi la stessa libertà d'opinione e d'espressione dei vignettisti danesi e di THEO VAN GOGH (vogliamo ricordarci anche di lui?):-/
Quanto alla "guerra futura", non tema: non passerà certo per vignette e blog, ma per la solita, vecchia e violenta imbecillità umana. Comunque lo si chiami, e prendendo per buona l'ipotesi della Sua esistenza, Dio non sarà mai con i violenti, gli intolleranti e gli imbecilli. O per lo meno così voglio sentirmi LIBERO di sperare. Sarebbe troppo violento, intollerante e imbecille da parte Sua schierarsi con i violenti...
Il problema, in definitiva, non è tanto il fondamentalismo ***islamico***, quanto il fondamentalismo tout court (con annesso grido "Dio è con noi"). Dio, se c'è, è senz'altro con noi antifondamentalisti:-)
"A tutti i giornali: pubblicatele"
Da più parti si chiede la mia opinione, in quanto noto disegnatore satirico, sul terribile attacco dell'integralismo islamico alle ormai famose vignette pubblicate su un giornale di Copenaghen. In realtà mi sto convincendo che il problema non riguardi assolutamente i limiti o non limiti della satira, ma investe globalmente la libertà di opinione e di espressione dei popoli europei. Se limitiamo la lettura di questo avvenimento ad un problema di suscettibilità verso la satira o, peggio ancora, se troviamo delle ancorché minime giustificazioni ad un simile mostruoso attacco oscurantista, rischiamo di provocare danni irreparabili alla libertà degli individui e alla libera circolazione delle loro idee. Se lasciamo passare questa feroce macchinazione senza una risposta forte rischiamo che, un domani molto prossimo, la stessa cosa possa accadere a qualunque altro giornalista, sia esso disegnatore o inviato o editorialista, eccetera." Discutendo di questo con Adriano Sofri, abbiamo formulato l'idea che lanciamo a tutti gli editori e direttori di tutti i giornali europei. (da http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=IDEE&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=47213 ) Rilancio la palla: a tutti i blogger, pubblicatele!
di Adriano Sofri - Sergio Staino
"Che tutti i giornali europei si mettano d'accordo e scelgano uno dei prossimi giorni per uscire TUTTI INSIEME con almeno una delle vignette incriminate in prima pagina. Crediamo che questo sia un modo efficace per dimostrare ai seguaci dell'oscurantismo più reazionario che non siamo disposti a cedere le nostre convinzioni democratiche di fronte a nessuna minaccia. Invitiamo quindi gli organi professionali e le varie associazioni di categoria a promuovere questa giornata in difesa della libertà di stampa oggi così brutalmente attaccata.

(Arnoldo Mondadori Editore, 1989!!!)
---------------------------------------
C’È DEL MARCIO IN DANIMARCA?
Copio-incollo un paio delle "vignette danesi" che tante ire hanno suscitato nel mondo islamico:
da http://democracyfrontline.org/blog/?p=133


E un paio dei 91 commenti apparsi sul "Jyllands-Posten" a proposito di "Mohammed as a Cartoon Hero":
"The cartoonists certainly captured the essence of the tyranny of Islam. That Mohammad with a bomb in his head is something… and in the fourth one where Mohammad walks ahead of a donkey - are they wine bottles on the donkey? Hope they do heaps more cartoons. Remember Charlie Chaplin and Hitler? Well roll on more cartoons against the death loving suicidal barbaric cult of Islam. "
Comment by Skylark — January 1, 2006 @ 7:02 pm
"Please from all people in our world stop these actions, because may lead to international wars we are islamic people and our messenger not like that. he is good man. he respect all religions. please respect our religion , we will respect yours. mouhammed, issa [Jesus] and mousa [Moses] are came from our god (same origin )—i hope to see peace in all pieces of our world —usa —2006
Comment by Marium — January 19, 2006 @ 10:14 pm
Poi cito un passo di Carlo Brunori da “IL FANATISMO RELIGIOSO DEI ‘MARTIRI DI ALLAH’” dal sito www.nogod.it
(Atei per la laicità dello stato) http://www.nogod.it/brunori2.htm
“... Ecco il testamento spirituale lasciato da uno dei tanti martiri di Allah, il ragazzo Sa'id Al-Hotari, prima di compiere il suo attentato suicida a Tel-Aviv :"Non esiste al mondo nulla di più grande del martirio per amore di Allah, in terra di Palestina. Urla di gioia, madre mia, distribuite i confetti, padre mio e fratello mio, perché vostro figlio è prossimo alle nozze in paradiso con una donna dagli occhi castani...". Quest’articolo non vuole certamente "demonizzare" la lotta del popolo palestinese e la sua più che legittima aspirazione di indipendenza, né accusare di fanatismo religioso il solo mondo arabo. Infatti, questo fenomeno transculturale ha colpito, in epoche storiche diverse, tutte le religioni monoteistiche. Ripercorrendo la storia delle tre religioni discese da Abramo e cioè l'ebraica, la cristiana e la maomettana osserviamo come tutte sono state percorse da fanatismo e da intolleranze tremende. Ma, se il momento di maggior fanatismo ebraico risale all'epoca biblica (con le stragi di tutti i popoli confinanti) e quello cristiano (che ha invaso il mondo) si può datare dal medio evo fino alle rivoluzioni liberali circa, quello islamico, che sembrava essere andato in ibernazione dopo una prima ondata con le guerre sante e l'invasione di parte dell'Europa, ora purtroppo è tornato, raggiungendo picchi di inaspettata crudeltà. Purtroppo, dopo l'11 settembre l'escalation del terrore non sembra più avere limiti.”
---
Infine una "ultimissima" da http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200602articoli/2282girata.asp
---
“Anche l'ambasciata norvegese a Damasco, dopo quella danese, è stata oggi data alle fiamme da una folla di manifestanti inferociti per la pubblicazione in Norvegia e Danimarca delle vignette giudicate anti islamiche, hanno constatato dei testimoni sul posto. La rappresentanza diplomatica norvegese si trova nel quartiere di al Mezeh, a breve distanza da quella danese. Mentre l'edificio è in fiamme, la polizia in assetto antisommossa ha arginato i dimostranti, che continuano a scandire slogan bellicosi, in cui si afferma in particolare che tutte le ambasciate occidentali dovrebbero essere incendiate, perchè rappresentano «Paesi crociati». Tutti i danesi e i norvegesi devono immediatamente lasciare la Siria. È l'appello lanciato dai governi di Copenaghen e Oslo dopo che una folla di manifestanti ha dato alle fiamme le ambasciate dei due Paesi a Damasco per protestare contro la pubblicazione di vignette sull'Islam. «Chiediamo a tutti i danesi di lasciare il Paese» si legge in una nota del ministero degli Esteri di Copenaghen, «per i danesi in Siria la situazione è recentemente precipitata».

(Emanuele Severino)
"RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE"
Per il ciclo “I dieci comandamenti” (vedi http://www.chorusvenezia.org/eventi.htm ) ieri 3 febbraio toccava a “RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE”, con Emanuele Severino e Vincenzo Vitiello (in sostituzione di Piero Coda, assente per motivi di salute). Purtroppo mi gocciolava il naso e ho potuto cogliere solo qualche frase qua e là. Severino ha iniziato ricordando che l’Esodo, più che di santificare le feste, parla di santificare il sabato. [“Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te.”] . Shabbat significa cessazione o anche riposo, tra l'altro diversamente motivato da Esodo 20 e Deuteronomio 5; il passaggio «dal giorno di sabato» al «giorno del Signore» è motivato dalla lettura cristologica, ed è stato compiuto dalla Chiesa in fedeltà al Cristo risorto che raduna i suoi discepoli nel giorno domenicale (della risurrezione) per celebrare il dono e confermare l'impegno della vita nuova in Lui. Il termine "sabato", peraltro, richiama le feste babilonesi del plenilunio eccetera. In “festa” c’è la prima sillaba di "felix", come dire “ricordati di essere felice (rispettando l’ordine di Dio)”. Dio crea ciò che ama e ama ciò che crea. Creazione, quindi, è amore. Nel suo amore Dio trae dalla nientità ciò che ancora non esiste e gli dona l’esistenza. La creatura, a sua volta, lo prega affinché la esaudisca e la salvi, ma così facendo pretende di piegare a sé la volontà divina, mentre dovrebbe piuttosto dire con fede: “Sia fatta la Tua volontà”. La volontà di Dio, infatti, non può che mirare al bene delle creature tanto amorosamente create. (Fede è originariamente la mammella, fonte di latte e di nutrimento). La festa non è il momento in cui si opera, ma quello in cui si riflette sul proprio operato. Dio stesso, dopo aver creato il mondo in sei giorni, il settimo si riposò, ovvero rifletté su quanto aveva creato. (Non dovette esserne troppo soddisfatto visto che - a un certo punto - decise di inviare in missione speciale sulla terra Suo figlio a redimere le sue povere creature sbandate.) Se all’inizio della nostra civiltà Dio, il Primo Tecnico, crea il mondo dal nulla e può sospingerlo nel nulla, oggi la Tecnica – ultimo dio – ricrea il mondo e ha la possibilità di annientarlo...
... ehm, forse ho perso per strada qualche passaggio, ma in definitiva mi sono annoiato tantissimo:- )
(immagine da http://www.greenaccord.org/portale/insert/news_images/severino.jpg )
(illustrazione da http://www.clydebuiltpuppet.co.uk/ugly.jpg)
GIULIA LEGGE ANDERSEN
“Al’inizio c’era l’idea di questa scelta di favole, o fiabe o apologhi”, scrive Riccardo Held nel foglio di presentazione della serata con Giulia Lazzarini - il 31 gennaio 2006 - ‘La bella che non dorme’, al Telecom Italia Future Centre di Venezia. “Era molto legata al fastidio per l’uso ossessivo che la nostra cultura fa delle parole FANTASIA, CREATIVITÁ, IMMAGINAZIONE. Te le servono in tutte le salse fino alla nausea, non c’è pubblicità di collants, o di frigorifero, non c’è prodotto (più o meno culturale) di consumo che non finga di inchinarsi a queste facoltà dello spirito. E non c’è mai stata epoca, invece, nella quale quelle doti, che hanno senso solo quando sono puro gesto di libertà e di gratuità, siano state risucchiate dentro i confini dell’interesse e della prestazione. Benissimo, quindi il nostro compito era semplice: creare un’occasione che ci lasciasse ascoltare una fiaba per quello che è, senza risvolti, senza dimostrazioni, senza altro scopo che poter dire: “Ecco, questa è una fiaba!”. In realtà così facile non era. Lo testimonia la lunga gestazione del copione, che soprattutto, grazie al sicuro istinto di GIULIA LAZZARINI, che sembra aggiungere ogni anno un po’ più di fascino, un po’ più di mistero, un po’ più di intensità alle sue già straordinarie capacità di interpretazione, è ora molto diverso dalla proposta iniziale. Fedro, La Fontaine, Grimm, Andersen, Basile e Leonardo ci hanno reso meno sicuri di sapere che cosa sia una favola. Certo, l’elemento fantastico sta nel fondo di tutte, ma poi quanta penetrazione concreta dei vizi umani in Fedro e La Fontaine, che spietata emergenza del magma sociale nella “Gatta Cenerentola” di Basile, che durezza elementare e linguistica nelle splendide corte fiabe di Leonardo. Usciremo da questa serata sapendo che le nostre idee sulle favole dobbiamo verificarle tutte. Sarebbe un buon guadagno.”
Programma della serata:
Fedro: Lupus et agnus (versione latina e italiana)
Esopo: Il cigno preso per un’oca - La cornacchia e il corvo.
Fedro: I casi degli uomini - Una vecchia ama uno scapolo.
Leonardo da Vinci: La formica e il grano di miglio - Il ragno - Vedendo il castagno - Il carbone e la caldaia - Il granchio.
La Fontaine: Alla corte del leone - La colomba e la formica - La volpe e l’uva - La battaglia dei topi e delle donnole - La cigale et la formi.
Perrault: Cappuccetto Rosso.
Grimm: Cappuccetto Rosso (parte finale).
G.B. Basile: Cenerentola.
ANDERSEN: I vestiti nuovi dell’imperatore - Il brutto anatroccolo.
Naturalmente, ho preso posto a un metro da Giulia Lazzarini, che è stata grandissima, per meglio spiarne l'adesione ad Andersen:-)
--------
"Al contrario di Narciso - scrive Marco Longo in "Dal Brutto Ana-Tron al Cyber-Cigno: video-attività, sviluppo del pensiero e dell'identità" [http://www.psychomedia.it/pm/telecomm/telematic/anatron.htm ] il Brutto Anatroccolo arriva ad odiare persino la sua stessa immagine, che vede riflessa nell'acqua dello stagno; un'immagine virtuale divenuta quindi esterna e aliena a lui stesso e non un'immagine corporea interna e ben integrata nella sua mente. Visto che tutti lo isolano o lo rifiutano, il Brutto Anatroccolo, come ogni bambino abbandonato, corre dunque seriamente il rischio di arrivare lui stesso a rifiutare se stesso, vivendo e soffrendo la continua frustrazione narcisistica come un crescente attacco alla propria identità."
E Wikipedia: "Con questa fiaba, Andersen ha creato una potente metafora dell' adolescenza: l'espressione brutto anatroccolo è rimasta nella lingua italiana ad indicare una persona apparentemente sgraziata, ma dalle potenzialità ancora inespresse." [http://it.wikipedia.org/wiki/Glossario_delle_frasi_fatte]
"La fiaba viene spesso raccontata per rinforzare l'autostima dei bambini e far loro accettare eventuali differenze che li dividono dal "gruppo"; o addirittura, essere fieri di tali differenze, che potrebbero in realtà rivelarsi un dono." [http://it.wikipedia.org/wiki/Il_brutto_anatroccolo ]

"SPETTATRICE" INCAZZATA
Il mio post di ieri ha fatto incazzare colei che si firma "Spettatrice" nei commenti a Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini.
Sentite cosa dice:
".. .i dati sull'analfabetismo di fatto e di ritorno forniti da Lucio sono gravi. Sono tali da ribaltare le frittate di qualsiasi urlo antirestaurativo e di qualsiasi arroccamento cementifero. Quei numeri non pregiudicano solo i dati di qualità e vendita librari, quei dati ci condannano tutti a una società di duchi, conti e valvassori. Esagero, sì, esagero, ma ditemi voi che altre prospettive vedete. I numeri sull'analfabetismo e sullo stato penoso dell'istruzione dovrebbero generare alte grida non solo in chi si trova nel nuovo stato di servo della gleba, ma soprattutto in chi sa quali strumenti di consapevolezza e di autonomia può dare una cultura decente (e non stiamo parlando di semplice capacità di comprensione e lettura). La scuola e i suoi mezzi sono ormai interesse solo dei genitori, nessun intellettuale (pur urlatore in casi di restaurazione) si indigna più di tanto salvo esecrare i risultati ultimi (l'indifferenza verso la sua Opera che in molti non sono neanche in grado di leggere) rinfacciandoli alla 'massa'.
Sono incazzata, sì, stasera lo sono. Perchè sono tra quelle che se non ci fosse stata una scuola e insegnanti intelligenti e innovativi starebbe a lavorare miseranda e senza voce sotto qualche 'caporale'.
Sono incazzata perchè non sento alte voci neppure rispetto alla qualità dell'insegnamento (visto che il semplice abecedario non è tutto e in troppi casi l'istruzione è mistificazione) e dovrei spiegarmi meglio, ma per non intasare Lipperatura vi rimando a Neil Postman:
'Penso che uno dei compiti fondamentali dell'educazione sia quello di insegnare ai giovani a chiedersi il perchè delle cose, a porre interrogativi. Questo aspetto è piuttosto trascurato nella scuola, ma a torto, perché la capacità di formulare domande intelligenti, di individuare i problemi costituisce il requisito essenziale di una buona formazione. Egualmente importante secondo me è dare ai giovani una solida preparazione storica. Contrariamente a quanto pensano alcuni, non occorre essere radicali per sostenere che ogni disciplina - dalla filosofia alla fisica, alla biologia - ha una sua storia, e che i giovani dovrebbero conoscere almeno a grandi linee l'evoluzione del pensiero nei vari ambiti del sapere. Se non altro per acquistare la consapevolezza che in passato esistevano teorie diverse sulle molecole, sulla politica, ecc, e per poter collocare in una prospettiva storica le conoscenze e le idee del proprio tempo. Il terzo elemento essenziale di una buona educazione è infine l'insegnamento della lingua. E qui non mi riferisco tanto alle lingue straniere, sebbene anch'esse siano senza dubbio importanti, quanto piuttosto all'uso del linguaggio: si dovrebbe insegnare il modo in cui il linguaggio distorce quella che pensiamo sia la realtà, la differenza tra fatti, assunti e opinioni. Alcuni chiamano semantica questo campo di studi, ma comunque lo si voglia designare gli va riconosciuta un'importanza di primo piano. Direi quindi che imparare l'arte di porre domande, lo studio della storia e la conoscenza del linguaggio costituiscono i tre pilastri dell'educazione.'[da http://www.dienneti.it/software/articoli/postman.htm]
besos
p.s. ho stima di molte persone che scrivono qui, sono molto polemica e non mi va di limitarmi (non stasera), spero solo di non avere scritto da cani (non rileggo) e di avere fornito elementi di riflessione." (Spettatrice)

Tutti pensano che in Italia i lettori forti siano rari solo perché gli italiani preferiscono altre forme di svago. Non è esattamente così. Il contributo di Tullio De Mauro (docente di Linguistica all'Università "La Sapienza" di Roma, ex ministro della Pubblica Istruzione, ideatore dei Libri di base eccetera) alla giornata conclusiva del XXIII seminario di perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri (Fondazione Cini di Venezia, venerdì 27 gennaio 2006), è stato quello di evidenziare alcuni dati “quasi segreti come la formula della Coca Cola”, ma di cui chi governa dovrebbe tenere assolutamente conto.
In base al censimento Istat del 2001 gli analfabeti (autodichiaratisi tali rispetto alla compilazione del modulo) sono risultati essere 782 mila e rotti, ovvero l’1,45% della popolazione. Accanto a essi, all’anagrafe altri 5 milioni e passa di individui appaiono privi di ogni titolo di studio, compresa la licenza elementare (9% della popolazione). Dall’indagine Istat il 36,52% dei cittadini ha frequentato solo la scuola elementare, mentre il 30,12% della popolazione ha conseguito la licenza media. Questi ultimi due dati sono particolarmente importanti perché, essendo le licenze media e elementare insufficienti per affacciarsi nel mondo del lavoro oggi, se aggregati insieme a quelli degli analfabeti totali conducono alla impressionante cifra di quasi 36 milioni (il 66% della popolazione) di "ana-alfabeti", e cioè del tutto analfabeti o appena alfabeti. Tra i ragazzi e le ragazze che escono dalla scuola media inferiore un buon 20-25% non sa leggere o scrivere, segno inequivocabile che la scuola dell'obbligo non ha fruttato. Aggredire questa massa significa dare un “contributo straordinario al lavoro ordinario della scuola", ha ricordato Tullio De Mauro.
Accanto alle indagini dell’Istat ci sono poi le Indagini Osservative Internazionali. Nel 2003, il 46% degli adulti sottoposti a cinque questionari di difficoltà crescente, si è fermato al livello del questionario numero 1 (con domande del tipo: “Il gatto ha bevuto il latte” > "Chi ha bevuto il latte?" Risposta: "Il gatto"). Il 35% ulteriore si è fermato al livello del questionario n. 2. L’81% complessivo della popolazione italiana è risultato al di sotto del livello dei cosiddetti alfabeti funzionali (per i quali l’Unesco intende chi non sa leggere e redigere un breve testo sulla vita civile contemporanea, capacità posseduta da meno del 20% della popolazione). È una china da cui si deve assolutamente risalire, benché i risultati non si potranno vedere che nel lungo periodo. Secondo Saverio Avveduto, presidente dell’UNLA (Unione Nazionale Lotta contro l’Analfabetismo) ogni 5 anni si regredisce rispetto al livello massimo raggiunto a scuola. Così è sicuramente accaduto anche ai 13 milioni di individui in possesso di licenza elementare. Il totale porta a un 35/36% della popolazione con difficoltà di lettura.
La spesa per la scuola gira a vuoto se non si incide su questo deficit, ha affermato De Mauro. Chi governa deve partire da questi dati. Il 6% dei non-lettori di libri, alla domanda: “Perché non legge libri?” ha risposto: “Perché non so leggere”. L'investimento nella scuola ordinaria deve essere al centro dei pensieri di chi governa, anche se rende dopo anni. Più immediato è il ritorno nell’educazione permanente degli adulti, ma anche da questo punto di vista la negligenza del governo è grave.
Bisogna creare cicli di formazione permanente, incentivare la promozione della lettura (che NON compete ai librai!). In Italia abbiamo meno di 2000 biblioteche territoriali. Più di 3 quarti dei comuni italiani non ne possiede alcuna, mentre la voce “biblioteca” dovrebbe essere inserita tra le spese obbligatorie di ogni bilancio comunale. Rispetto alla formazione permanente siamo fermi al 20% della popolazione coinvolta, mentre altrove in Europa si arriva addirittura al 70%.
----
(Immagine da http://www.jesuspaintings.com/birds_paintings/bluebirds-spring-joy.jpg)