"A chi mi accusa di aver scimmiottato Pynchon, De Lillo, Foster Wallace, Vollmann, Palahniuk, Eggers, Erickson", risponde Giuseppe, "non esiterei a infilare la testa nel water. A chi mi accusa di aver copiato da Ellroy, cacherei nella tazza senza tirare lo sciacquone."
"E a chi ti accosta a Lobo Antunes?"
"Incendierei senz'altro il bagno."
"Ma a chi, allora, non faresti nulla?"
"Semplicemente a chi mi ha apparentato a McEwan o Auster o Amis o Coe o equipollenti."
"Ti va di raccontarmi la genesi del libro?"
"La prima idea del libro fu una sorta di cazzata alla Peter Kolosimo."
"In che senso cazzata?"
"Avevo appena otto anni, capisci? E pensai alla storia di una futura colonizzazione di Marte nell'arco esatto di due secoli, inventata di sana pianta."
"Vuoi dirmi che l'idea di Dies Irae risale nientemeno che alla tua fanciullezza?"
"Esattamente. Primi scrissi la storia, poi decisi di fare lo scrittore. Mi spiego: ricordo che, quando ebbi completato il lavoro, andai da mia madre e le raccontai che avevo in mano questa specie di dossier elaborato sulle indicazioni di un progetto reale della Nasa, che avevo reperito da qualche parte... Dissi così per rendere il tutto più credibile, più verisimile. Fu l'inizio. Ma anche la fine. Se qualcuno mi chiede quando ho iniziato a pensare di fare lo scrittore, rispondo che fu lì, in quel momento: non quando stesi il progetto, ma quando mentii a mia madre, portandole orgoglioso il dossier scritto a biro."
"Un dossier sulla colonizzazione di Marte, hai detto. Qualche dettaglio?"
"Si trattava, nello specifico, di un progetto per la conversione ad habitat terrestre del pianeta... con tanto di schede tecniche desunte dai libri delle elementari di classi più avanti della mia. Era la descrizione ipotetica del viaggio di un equipaggio di sei astronauti, tre uomini e tre donne, provenienti da tutti i continenti. Sbarco su Marte. Costruzione di una zona serra per produzione di ossigeno. Più spedizioni, navi robot che calavano sul pianeta, automi che costruivano centrali di inquinamento per aumentare l'effetto serra... Inquinavano il pianeta per renderlo abitabile, capisci? Installazione di altiforni per bruciare anidride e convertire chimicamente ossigeno secondo un progetto che avevo denominato Clorofilla. Studi per scoprire l'eventuale esistenza di specie entomologiche aliene, bacilli o eventuali virus congelati ai poli di Marte. Test sul sistema osseo, sul sistema immunitario. Dopo due secoli, i primi innesti vegetali, fabbriche in cui idrogeno e ossigeno venivano combinati per la produzione d'acqua. Aumento climatologico di piogge e stratonembi. Primi insediamenti collettivi a scopo abitativo. Ripopolamento del pianeta.... "
"Sì, ma con quale tesi di fondo?"
"La tesi di fondo era che noi, la specie, i bipedi mammiferi, venivamo di lì. Eravamo migrati avendo previsto un'immane catastrofe, probabilmente una cometa non deviabile. Eravamo sbarcati sul pianeta in formazione, ricco di acque, che già utilizzavamo quale laboratorio, appendice per un habitat alieno, extramarziano. Qualcosa non funzionò, forse gli esiti dell'impatto su Marte ebbero effetti sulla Terra. Ricominciò tutto daccapo. La tormentata indefinita pena evolutiva. I metabolismi iniziarono nuovamente a chiedere energie disponibili. Predazione. Fecondazione. La vita allo stato basale. Eccetera."
"Interessante. Però, poi, nel corso di questa lunghissima gestazione, il progetto iniziale è andato assumendo caratteristiche diverse... "
"Sì, certo. Ho cominciato a pensare un'opera priva di ogni carattere di leggibilità, non una storia ma una vicenda, a pena decrittabile, la storia della specie e della sua trasformazione e della sua infinita migrazione verso altre galassie, le mie Argonautiche che nessuno potesse comprendere, apparizioni fantasmatiche in luoghi immersi in un buio assoluto, il primo attraversamento di un buco nero sfruttando il lancio di una nana rossa, un'opera frammentaria composta all'infinito... pagine e pagine lasciate prive di guida, senza accompagnamento per l'eventuale lettore, se un lettore ci fosse mai stato, e il titolo dell'opera sarebbe stato, appunto, Dies Irae, il giorno dell'ira che non sarebbe più dovuto essere un giorno, ma anni luce catapultati nelle curvature del tempo e dello spazio, e un'ira trasformata, non il veleno psichico che vomitavo qui e ora da ogni poro, un'ira immensa, universale, che coincidesse con la manifestazione tutta della materia, questo regno instabile e pesantissimo, denso e impenetrabile, interpenetrato da vibrazioni angeliche e demoniache, che i nostri attuali apparati percettivi non erano al momento in grado di intercettare, e il giorno in cui l'avrebbero fatto avrebbero di fatto varcato un limite per arrestarsi a un nuovo limite, poiché l'occhio non vede se stesso e questa dimensione non è definitiva."
"Giuseppe, ma tornando ai tuoi otto anni... com'eri tu da fanciullo?"
"Io ho sempre avuto la sensazione di essere ai limiti del consorzio sociale, di essere tagliato fuori. Di essere pazzo. Ho passato periodi di tremore e di terrore. Fosfeni e granuli fluorescenti sospesi nella stanza buia dove stavo chiuso. L'ansia nel petto che preme il cuore gonfiandolo contro la cavità ossea. Ma non visioni. Non allucinazioni. Noi siamo la specie che allucina, ma che allucina in un modo che è dato, e condiviso. Le allucinazioni assumono una stabilità, sono percezioni condivise."
"Ora ti tendo un tranello, attento."
"Prego, fai pure."
"Sapresti darmi hic et nunc, a freddo, una definizione di anno-luce?"
"Perché?"
"Perché secondo certi critici maligni tu non avresti ancora capito che l'anno-luce non è un'unità di tempo, malgrado il tuo romanzo L'anno luce."
"Si sbagliano di grosso. So perfettamente che l'anno luce è un'unità di lunghezza, corrispondente alla distanza percorsa dalla luce o da altra radiazione elettromagnetica nel vuoto in un anno. In pratica, considerando che la luce viaggia alla velocità di circa 300 mila km al secondo, un anno-luce dovrebbe equivalere grosso modo a 9460,5 miliardi di chilometri."
"Esatto. Ma i critici, lo sai meglio di me, spesso hanno il dente avvelenato."
"Non mi stupirei che questa bassa insinuazione fosse partita da quel rosicone di Giuseppe Iannozzi... "
"Conosco Iannozzi. Ce l'ha a morte con Riccardo Pedrini dei Wu Ming... A proposito dei Wu Ming. In un'intervista che ha fatto il giro della rete, Roberto Bui - ovvero Wu Ming 1 - ha sostenuto che di biopic sui Grandi e Grandissimi Artisti, la loro Ispirazione, la loro Superiore Sensibilità, il Titanismo, l'Ego che si espande fino a invadere ogni spazio, il loro essere maudits /incompresi/ribelli/irregolari/martiri della creazione, vissi d'arte vissi d'amore, live fast die young ecc. ce ne sono già fin troppi; che si potrebbe scrivere un romanzo in cui la Musa , stanca di essere tirata per la giacchetta di questo mondo, manda l'eroico Autore a fare in culo."
"Ha solo in parte ragione. La letteratura sa essere pericolosa, ha un arco di durata più lungo di ogni altro medium o prodotto, una carica di memorabilità che sul lungo periodo straccia quello di cui sono capaci film e tivù. L'Autore a cui allude Wu Ming 1 è consapevole di questa potenza. La utilizza come un'arma. E' sfrontato. E' dissociato: in difesa rannicchiato dietro lo scudo, va all'attacco sfrontatamente sventolando questa spada di cartapesta che è la letteratura..."
"E quindi?"
"E quindi, a questo livello, mai più la voce della finzione, mai più un racconto della verità finta, questa festa da idioti in pieno - chessò io? - hinterland milanese, con personaggi carichi delle loro esperienze e delle loro pene e dei loro entusiasmi, la finzione dell'ascolto, dell'empatia, della comprensione e del diniego, solo un'osservazione che testimonia della sconfitta, questo sguardo gelido che suppone di essere testimoniale e non lo è."
"Roberto Bui sostiene che la vera fatica sia quella del minatore, di chi spalma il catrame sulle strade, raccoglie i pomodori, lega gli innesti alle piante, tira il risciò, scarica i camion, passa le giornate sulle impalcature, ha i piedi gonfi per aver passato undici ore al semaforo proponendosi per lavare i parabrezza. Sei d'accordo su questo?"
"Conosco il passo a memoria: 'Non bisogna credere a chi esalta troppo i Tormenti del Creare, il Peso dell'Arte ecc..Raccontare una storia, limare un verso, far suonare la lingua e le parole è senz'altro più divertente che spalare la neve all'alba a metà gennaio per conto del Comune.' Ma Roberto Bui aggiunge: 'Però, anche scrivere è un lavoro, con strumenti, tecniche, tempo da dedicare, routines da eseguire, parametri da verificare, collaborazioni da rodare'... E tuttavia - malgrado il fascino delle teorie wuminghiane - mi consta che parecchi scrittori abbiano comunque sentito inquietanti 'presenze invisibili', latrati di cane e pianti di neonato. Hanno avuto l'impressione di essersi trasformati in altre entità, non umane... E in proposito sono state formulate due contrapposte scuole di pensiero. Secondo quella medico-razionale lo scrittore inevitabilmente 'dissocia psichicamente' , soprattutto se costretto a vivere in totale e stressante assenza di gravità, sotto il bombardamento di forti flussi magnetici e radioattivi e per giunta in un silenzio assoluto. La seconda ipotesi, in linea con l'ufologia, considera quelle enigmatiche allucinazioni il risultato di comunicazioni reali da parte di specie aliene."
"Ma così si ritorna alla Musa insufflatrice, che - quindi - non sarebbe possibile mandare definitivamente affanculo."
"Tu l'hai detto:- )"
"A pag. 84 di Dies Irae si legge esattamente: 'Giuseppe Genna è uno scrittore di serie B'. Hai davvero una così modesta opinione di te stesso?"
"Conosco i miei buchi neri, uno per uno. Conosco la loro forza di attrazione, che per anni è stata un'attrattiva. Non dispongo di forza interiore né di debolezza interiore. Mi piaceva, anni fa, occuparmi di complotti... utilizzavo il complotto per costruire la favola verosimile, secondo le modalità con cui strascicava la propria esistenza un popolo stracciato con il cervello generalmente in pappa, e che si preparava all'avvento della stagione pneumatica e indecente che avrebbe trionfato proprio in diretta sul medium di massa, quello che il condizionamento mentale l'aveva irradiato con allegro libertinismo politico: la televisione... Poi ho capito che la mente non riesce a fermarsi se non nell'ebetudine disperata. Sono l'indiziato, il colpevole, il condannato, il martoriato, il massacrato, l'ucciso, il cadavere indecomposto. Io, l'uomo della colpa. Io, l'uomo dell'esaurimento. Io, l'uomo senza merito che si rimuove, e che rimuove. Non so a chi chiedere aiuto e ogni parola mi pare banale e il conforto non giunge da nessuna parola, nessuno pronuncia la parola del conforto. Nessuno mi abbraccia, non chiedo nessun abbraccio. Il mondo esiste, e crudamente. Fa' che... Cerca di... Abbracciami, Lucio, ti prego... "
"In Dies Irae parli spesso, oltre che di buchi & buchi neri, trombe-delle-scale e pozzi, anche di specchi. Ti leggo un passo: 'Mi guardai nello SPECCHIO. Non si possono fissare contemporaneamente entrambe le pupille. L'occhio non vede se stesso, infine. Meditazione su questo limite intrinseco, personale e universale, intimo e mondano, il nostro teorema di Gödel in formato tascabile, verificabile in ogni istante. L'immenso buco nero che limita l'espansione indefinita, l'autocoscienza completa."
"E dunque?"
"In quale personaggio del tuo libro ti pare di poterti specchiare in maniera più dolorosa?"
"Nel paziente di pagina 84, quello citato subito dopo essermi definito scrittore di serie B."
[Vado a verificare e leggo a voce alta: '
"E il paziente sempre seduto, mai appoggiato allo schienale, chino, nella comunità B, che dondola avanti e indietro e fuma una sigaretta dietro l'altra, si accende quella nuova con il mozzicone della precedente, e dondola e sussurra sempre le stesse parole, da anni le stesse parole, sempre quelle stesse medesime parole da più di dieci anni, non si sa da dove viene, da quando è lì, senza parenti, in fronte un buco impressionante, il volto contorto, gonfio per il Serenase, a volte si piscia addosso e lei lo deve pulire."]
" Ecco", dice Giuseppe, "quello, secondo me, è il personaggio chiave del romanzo."
"Un'ultima domanda", pigolo prima di congedarmi. "Potremmo definire Dies Irae 'LIBRO DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA'?"
"Che fai", ridacchia Giuseppe Genna, "alludi al defunto blog www.miserabili.com ? Ripeto: Dies Irae è pura finzione, perché le cose càpitano, accadono, travolgono. La mia storia è un Vajont, come quella di tutti del resto... "
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(*) Le risposte di Giuseppe Genna all''intervista - puramente immaginaria - sono state confezionate con brani tratti direttamente da Dies Irae, in particolare dalle pagg. 49-50, 54, 55, 63-64, 64-65, 71, 79, 84, 93, 98, 103, 497. La citazione di Wu Ming1 proviene, invece, da http://www.ilpostodeilibri.it/joyce_31.htm