Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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mercoledì, maggio 31, 2006

LUCIO ANGELINI IN TRANSUMANZA:-)

Rif. Similaun al Giogo Basso  / Similaunhütte

[ Rif. Similaun al Giogo Basso / Similaunhütte - Foto di Amelio Di Doi ]

Giugno, andiamo, è tempo di migrare...

Quest'anno il compleanno (11 giugno) lo passerò così (copio-incollo il programma da una mail del Cai di Mestre):

TRANSUMANZA IN VAL SENALES: CON LE PECORE TRA I GHIACCI
 
9 venerdì, 10 sabato, 11 domenica giugno
 
PROGRAMMA DELL’USCITA
Venerdì
PARTENZA ORE 6.00
arrivo a Vernago (1711 mt) ore 10.00
incontro con i pastori a Giogo Tasca (2.772 mt)
transumanza fino a Maso Corto (2011 mt)
cena e pernottamento
dislivello 1061 mt salita
 761 mt discesa
 
Sabato
partenza da Maso Corto ore 6.00 al seguito delle greggi
arrivo al Giogo Alto (2842 mt), pranzo al sacco
proseguimento lungo la Rofental fino a Vent- Austria (1896 mt)
cena e pernottamento
dislivello 831 mt salita
                    946 mt discesa
Domenica
partenza da Vent lungo l’altra via di transumanza, salita fino al Giogo Basso (3019 mt), con fermata al Rifugio Similaun per il pranzo
discesa a Vernago e ritorno a casa
dislivello 1123 mt salita
 1300 mt discesa
 
- per l'uscita necessita: allenamento, conoscenza ed esperienza di neve e ghiaccio, possesso e capacità d'uso di piccozza e ramponi
- numero massimo 15 persone
- il costo è di 100 euro (mezza pensione, assicurazione e iscrizione).
- il viaggio si fa con mezzi propri ed è a carico dei partecipanti
Il programma potrà subire cambiamenti e variazioni a seconda delle condizioni meteo e dell’innevamento. L’uscita richiede una buona preparazione fisica, abbigliamento adeguato all’alta montagna, scarponi pesanti, ramponi, piccozza."
Insomma, se morite dalla voglia di festeggiare con me, sapete dove trovarmi...
postato da: Lioa alle ore 05:54 | link | commenti (3)
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martedì, maggio 30, 2006

ANCHE I BLOG NASCONO E MUOIONO

Scriveva ieri la Lipperini in Lipperatura:

"Lunedì, con la solita pila cartacea che pencola sempre più pericolosamente davanti a me, apprendo che nel frattempo il blog è morto. Mai distrarsi, lo diceva sempre mia nonna."

Lì per lì ho commentato:

 

"Il mio blog sta per compiere un anno: il 5 giugno prossimo. E mi si dice che la mortalità più alta sia proprio quella infantile (= nel primo anno di vita). Riuscirò a resistere un'altra settimana?"

Poi, però, mi è tornata in mente una mail ricevuta appena qualche giorno fa con l'annuncio:

 

"20 MAGGIO 2006 Nasce Mountain Blog"

"Mountain Blog - la montagna secondo te" nasce per raccontare protagonisti ed eventi della montagna in modo innovativo:
dall’alpinismo alla cultura, all’ambiente, all’arte… il tutto nella forma del blog, coinvolgendo i lettori con commenti, contributi e idee.
Il Club alpino italiano ha scelto Mountain Blog come strumento innovativo per aprirsi a "nuovi bisogni" e "nuove sensibilità"
ed andare incontro ai grandi cambiamenti culturali che si esprimono anche attraverso i nuovi strumenti di comunicazione.

http://www.mountainblog.it/

Intanto in  www.scrittomisto.it si legge:

"Pubblica anche tu con Scrittomisto!

Regolamento | Faq

L’obiettivo di Scrittomisto è quello di promuovere e valorizzare i contenuti delle rete e di creare occasioni di confronto tra lettori e autori sfruttando le potenzialità di Internet.

Naturalmente non possiamo mandare in stampa e in libreria tutto il materiale che ci arriva in redazione: per questo abbiamo pensato di condividerne la selezione con la rete e di dar vita a un Premio Letterario i cui vincitori abbiano la possibilità di pubblicare i loro testi nella collana Scrittomisto.

Per una volta non sarà l’editore a decidere quali autori pubblicare, ma la rete stessa, coadiuvata da un comitato imparziale di illustri giurati che si sono gentilmente prestati al gioco.

Partecipare è facile, bastano due mosse:
1) preparare un testo di minimo 140mila battute (massimo 180 mila) in formato pdf o rtf;
2) inviarlo come allegato all’indirizzo email
gp@scrittomisto.it.

Nell’email occorre indicare:
a) un abstract di 300 battute che riassuma i contenuti dell’opera,
b) l’eventuale nickname e l’indirizzo del blog o del sito dell’autore,
c) nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e indirizzo e-mail (questi dati non vengono pubblicati su
scrittomisto.it)
L’invio dell’email comporta l’iscrizione e quindi l’accettazione del Regolamento (quindi,
leggilo!).

Tutti gli elaborati partecipanti al Premio verranno esposti su Scrittomisto.it a partire dal momento dell’iscrizione sino al 30 novembre. Un sistema certificato di votazione registrerà i voti di tutti coloro che visitando il sito vorranno esprimere una preferenza con un voto da 1 a 5 ad una o più opere in gara.

Le trenta opere che avranno raggiunto la media voto più alta, con almeno 10 voti assegnati, supereranno il turno e passeranno alla fase finale di selezione.

La finale vede l’intervento dei giurati cui verranno sottoposte le trenta opere più votate. Il Comitato è composto da:
-
Sandrone Dazieri, romanziere;
-
Loredana Lipperini, giornalista, saggista, blogger, da anni scrive sulle pagine culturali di Repubblica;
-
Marino Sinibaldi, conduttore della trasmissione radiofonica Fahrenheit e vicedirettore di RadioRai3.

Il Comitato eleggerà i tre vincitori, le cui opere verranno pubblicate nella collana Scrittomisto, in uscita in libreria entro la primavera del 2007.

E in più, crepi l’avarizia, ognuno dei tre riceverà un buono per l’acquisto di 500 euro in libri spendibile su Internet Bookshop.

Il concorso è aperto a tutti i blogger italiani e gli autori di testi online, senza limiti di età.

Tutto chiaro? Semplice, vero? Bene, allora ai posti di partenza, pronti… via!"

[Spero non abbiano letto, nel mio post di ieri, la poesia: "Premio Opera Prima":-) ]

postato da: Lioa alle ore 08:01 | link | commenti
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lunedì, maggio 29, 2006

APPUNTI DI ESTETICA

(Un elefante pittore)
*********
Il mondo è grande. Nel mondo, per giunta, ognuno si costruisce un proprio mondo, dall'interno del quale giudica il mondo più grande in cui si è trovato a vivere. Gli artisti sentono in modo particolarmente assillante l'esigenza di comunicare la propria visione del mondo (è la cosiddetta 'URGENZA ESPRESSIVA') e non trovano pace finché non l'hanno espressa in una o più opere. Benché essa sia solo la loro 'particolare' visione del mondo, in realtà la ritengono significativa o valida anche per altri, ovvero degna di essere comunicata al maggior numero possibile di propri simili. E come procedono? Operando, essenzialmente, una serie di SCELTE (che di volta in volta escludono tutte le possibili altre) e di RINUNCE.
Prendiamo il caso di un pittore: non appena comincia a sentirsi 'agito' (com si diceva negli anni Settanta del secolo scorso) dalla suddetta urgenza espressiva egli:
 
1) sceglie uno spazio e lo circoscrive, rinunciando a tutto il rimanente. Ritagliato lo spazio (di solito una tela rettangolare di dimensioni più o meno ragionevoli), lo INCORNICIA (se vuole) e...
 
2) ci ficca dentro delle cose. Quali? Lì viene il bello. La scelta è infinita: nella realtà esterna ci sono miliardi e miliardi di cose, e altrettante nella nostra realtà interiore, per non parlare di quelle immaginabili attraverso la cosiddetta FANTASIA (l'artista ha capacità creativo-combinatorie particolarmente spiccate). Quali SCEGLIERE? A quali altre RINUNCIARE? L'artista restringe drasticamente il campo e si concentra su pochi elementi soltanto, che inserisce (raffigura)  nella tela, ad esclusione di tutti gli altri.
 
3) Proprio perché scelti fra miliardi e miliardi di altri e inseriti nello spazio privilegiato e limitato della tela (separata o meno dal resto del mondo da una cornice), gli elementi rappresentati assumono una fortissima CARICA o VALENZA simbolica. Si incaricano di esprimere, cioè, non solo se stessi (alla lettera) ma l'intero mondo dell'artista & la sua visione del mondo in generale... insieme ad altre sue precedenti e/o future opere, beninteso. Tale visione può essere ottimistica, pessimistica, perplessa, inorridita eccetera...
 
4) L'opera d'arte ha una particolarità: è POLISENSA. Ha, cioè, la capacità di comunicare messaggi diversi a persone diverse o anche alla stessa persona in momenti diversi del tempo. Parla simultaneamente alla mente, al cuore, all'intelletto. I suoi messaggi sono APERTI. Cambiano nel tempo e da persona a persona. Possono essere colti facilmente o con difficoltà. L'arte, come i sogni, non è LOGICA, semmai ANALOGICA (crea nessi tra cose lontane), opera a livello simbolico.. eccetera.
 
5) Sensibilizzarsi all'ARTE e al BELLO non è semplicissimo: occorre affinare i propri strumenti di valutazione, inquadrare le varie opere nel tempo storico in cui sono state prodotte e bla bla bla. La COMPETENZA critica, insomma, non si improvvisa, richiede preparazione e fatica, anche se molti si accontentano di rilasciare istintivi giudizi estemporanei  ("Che bello!"/ "Che brutto!")...
 
Il successo e la fortuna critica di un'opera o di un artista sono legati a fattori complessi. Un artista può piacere poco o molto finché vive, poco o molto dopo morto, non piacere a nessuno MAI né da vivo né da morto eccetera. Nel campo dell'arte, inoltre, ci sono più SANTI che NICCHIE. Tantissimi artisti dotati di talento restano sconosciuti, e solo un numero ristretto - i soliti raccomandati! :- ) - raggiunge un adeguato apprezzamento/riconoscimento. Va da sé che se ciascuno di noi producesse un capolavoro, sarebbe la fine dell'arte, o quantomeno del suo mito...
Ed ecco, adesso, una mia vecchia poesia, che non ha ancora ricevuto un 'adeguato apprezzamento/riconoscimento':-)
                     
                      "PREMIO OPERA PRIMA"
                       ************************
Un nuovo premio
Opera Prima
non farebbe
che pompare
vieppiù
il soufflé
della giovane
narrativa
bisognoso
piuttosto
di uno
sfiatatoio
Anche l'amico
più caro
e inoffensivo
(in apparenza)
può ormai
un giorno
farci sobbalzare
mentre magari
stiamo prendendo
un caffè
confessandoci
(proprio adesso
che i libri
sono sempre
più inflazionati
e vivono
- se vivono -
soltanto
lo spazio
di un mattino):
«Sai,
ho
scritto
un libro»,
o (peggio ancora)
«un romanzo.»
Ma che cosa
credono
di fare,
scrivendo?
Un gesto
carico
di segreta
sacralità,
che attesti
la loro presenza
nel mondo?
Credono
- scrivendo un libro -
di esistere di più
o di esistere
veramente?
In realtà
chi scrive libri
- ammonisce
Karl Kraus -
lo fa soltanto
perché
non trova
la forza
di non farlo.
(Immagine da http://www.jpbutler.com/thailand/images/elephant-painting.jpg )
postato da: Lioa alle ore 09:31 | link | commenti
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sabato, maggio 27, 2006

NARRATIVA DI ANTICIPAZIONE tra il 1895 e il 1984

"Progetto Italia è lieta di invitarla al ciclo di conversazioni 'STORIE DAL MONDO NUOVO. 5 libri che hanno immaginato il domani'. Conduce Peppino Ortoleva, docente di storia dei media a Torino. Ogni conversazione sarà preceduta da una lettura di brani a cura di Ivano Marescotti.Telecom Italia Future Centre. San Marco 4826. Venezia." Questo il testo dell'invito. Ed ecco gli appuntamenti:

5 maggio. 2001 Odissea nello spazio, di Arthur Clarke. Con Enrico Ghezzi, critico cinematografico, e Francesco Casetti, studioso di cinema.

11 maggio. La macchina del tempo, di H.G. Wells. Con Massimiliano Bucchi, sociologo della scienza, e Franco Carlini, giornalista.

22 maggio. Neuromante, di William Gibson. Con Paolo Fabbri, docente di semiotica dell'arte allo IUAV Venezia, e Carlo Antonelli, direttore editoriale della rivista musicale "Rolling Stone", Italia.

25 maggio. I Manifesti del Futurismo. Con Paolo Rosa, artista Studio Azzurro, e Angela Vettese, critica d'arte e Presidente Fond. Bevilacqua La Masa, Venezia.

7 giugno. Un mondo nuovo, di Aldous Huxley, con Stefano Rodotà, giurista, e Gian Paolo Prandstraller, sociologo.

Tutti gli incontri alle ore 21.00. Ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

Rubo dalla scheda di presentazione:

"Nel celebre racconto Il continuum di Gernsback di Wlliam Gibson, l'autore di Neuromante, un archeologo percorre la California alla ricerca dei resti e delle reliquie... del futuro. Cerca nelle facciate degli edifici come nei resti di mobilio antico o nelle illustrazioni di giornali quello che è ancora rimasto dei sogni fantascientifici su salti interstellari e comunicazione telepatica, teletrasporto e mondi nuovi. Proprio a Hugo Gernsback (al cui nome è dedicato il più importante premio per la letteratura di fantascienza) si deve il termine scientifiction, da cui science fiction, anche se le origini della narrativa di anticipazione risalgono ad autori precedenti, come Jules Verne e soprattutto H.G. Wells. Nel corso del secolo passato profezie e utopie, sogni e incubi imperniati sull'avvenire, non hanno solo costituito la base di un genere letterario e cinematografico; hanno intessuto di sé i progetti di riforma e gli stili di vita, il gusto e l'azione politica, delle società svluppate. E i prodotti dell'immaginazione novecentesca, con le preoccupazioni e con le speranze che continuano a trasmetterci, si fanno tuttora sentire nei modi in cui il nostro tempo prefigura il suo avvenire. Il tornare su quelle "storie" può aiutarci a cogliere i processi profondi che hanno attraversato un secolo e sono ancora in corso e a verificare l'attuablità di progetti e previsioni che continuano a colpire la nostra fantasia o a destare i nostri timori. In questi incontri ritroveremo cinque testi apparsi tra il 1895 ("La macchina del tempo") e il 1984 ("Neuromante"): cercheremo di riascoltarne la voce e di collocarli nel loro tempo, ma anche di discutere, con studiosi di diverse provenienze, quello che hanno da dirci sul nostro e anche (com'è nella loro intenzione) su quello a venire. Non sono stati scelti tutti i testi che teoricamente potevano essere inclusi: mancano fra i tanti autori come Verne e Zamjatin, Orwell e Sheckley, per fare solo alcuni esempi. Ma l'intento di 'Storie del Mondo Nuovo' non è enciclopedico, è piuttosto esplorativo: a questo fine può essere utile accostare classici e testi recenti, progetti artistici e utopie negative, per un discorso che resta aperto e sspeso. Dopo tutto, è del futuro che si tratta."

Ho assistito al terzo incontro, quello su NEUROMANTE. "L'interessante in Neuromancer", ha ricordato Paolo Fabbri, "non è la trama, ma il clima. Gibson è ossessionato dall'incubo giallo (nipponico), dal potere delle grandi imprese multinazionali. Il suo presente-futuro è un mix di elevata tecnologia e finanza corrotta, dominato da una visione degradata, piena di sofferenza, sconfitta e morte... ". Carlo Antonelli ha sottolineato l'importanza di Gibson come ibridatore di generi diversi, dal poliziesco al romanzo sociale, figura di passaggio verso una nuova fantascienza assai distante dall'algida rappresentazione di precursori e maestri come Isac Asimov. La conversazione è stata arricchita da alcuni spezzoni audiovisivi tratti dal film "Matrix" e da un documentario di Godard sui Rolling Stones in sala di registrazione, definita vera e propria "astronave" sonora.

Ancora dalla scheda di presentazione:

"Critico della mitologia del futuro propria dela fantascienza 'classica', Wlliam Gibson propone un diverso modello di narrativa di anticipazione nella trilogia che gli dà fama tra il 1984 e il 1998: Down Zero, Mona Lisa Overdrive, ma prima di tutto Neuromancer, il negromante dell'era cibernetica, praticante una magia nera basata non sulla "lettura" dei morti, ma sui circuiti mentali, sui "sentieri d'argento" del sistema nervoso umano come sulle reti infinitamente complesse della telematica. Sono tre romanzi diversi ma uniti tra loro da una sorta di mitologia emergente, che Gibson condivide con Bruce Sterling e con altri autori letterari e cinematografici. Da un lato, la ribellione personale del cowboy della consolle, motivato non da un progetto politico ma dal semplice rifiuto dell'oppressione; dall'altro un sistema di potere impersonale e feroce, fatto di tecnologia informatica e di organizzazione criminale, la "matrice" cui nulla sfugge. In mezzo una popolazione di creature intermedie tra l'umanità e la macchina, come le ninfe antiche lo erano tra l'umano e il vegetale, o come le sventurate creature dell' Isola del dottor Moreau di Wells lo sono tra l'animale e l'uomo. Il cyborg, fatto di silicio e dotato di interfaccia antropomorfica, o residuo di un'umanità "conservata" sotto forma di memoria artificiale, o ancora realtà mista di carne e protesi metalliche, è il segnale di un cambiamento già in corso di cui siamo solo in parte consapevoli. Il futuro che interessa a Gibson non è lontano di decenni o secoli. La sua "rue Jules Verne" (l'ironia del nome è in perfetta continuità con Il continuum di Gernsback) è nostra contemporanea o quasi, dista da noi al massimo due svolte tecnologiche e appartiene al nostro tessuto urbano, di cui costituisce la proiezione estremizzata, più che il "futuro". Con la corrente cyberpunk nasce così l'ultima mitologia fantascientifica del secolo scorso, intreccio di utopia e distopia, di egualitarismo anarchico e di superomismo aristocratico, di miti duraturi e di mode ultra-effimere: coerente con una spaventosa accelerazione dei tempi della tecnica e insieme con una caduta generale dello spirito progettuale."

Volgendoci adesso a un futuro molto prossimo, ovvero a stasera ore 21, aggiungo un altro appuntamento veneziano che mi sta a cuore come appassionato di montagna (sono iscritto a tutte le possibili organizzazioni orofile: Cai, Giovane Montagna, Trekking Italia e via discorrendo). Eccolo:

Giovane Montagna di Venezia
Sezione "Giacinto Mazzoleni"

La Giovane Montagna di Venezia, nell'occasione del 60° anniversario della sua fondazione, è lieta di invitarvi alla presentazione del volume di Germano Basaldella "60 anni a Venezia - Giovane Montagna 1946-2006 - Storia e identità" che si terrà sabato 27 maggio, ore 20.45, presso la Scuola Grande di S. Rocco.

Durante la serata si esibirà anche il Coro Marmolada (diretto da Lucio Finco) che allieterà l'incontro con l'esecuzione di 12 brani del suo repertorio. L'ingresso è libero.

(Tita Piasentini, presidente della 'Giovane Montagna' di Venezia, in una foto di Enea Fiorentini)

http://www.gmvenezia.it/

postato da: Lioa alle ore 06:51 | link | commenti
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venerdì, maggio 26, 2006

PROVE D'ESILIO

Siete timidi? Ecco un simpatico esercizio di consolidamento. Chiedete ad alta voce in libreria il nuovo libro di Aldo Busi:

 

 Altro che il pudico "Cazzi e canguri" degli inizi! Ma anche "Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo" è un libro di viaggio, anzi, di vagabondaggi...

Recita la scheda:

"Stanco di raccontare agli italiani le verità su di loro che essi non amano stare ad ascoltare, in questo suo nuovo libro Aldo Busi torna a fare le valigie, stavolta per intraprendere un lungo viaggio attraverso isole, penisole, istmi e altre celebri e ignote realtà geopolitiche sparse nel pianeta. Passando da Capri a Itaca, dall'Irlanda a Salonicco fino a mettere piede sul promontorio di Sant'Elena, Busi compie le sue personalissime "prove d'esilio", percorrendo luoghi che in comune hanno la rassegnazione con cui i loro abitanti vivono isolati gli uni dagli altri e tutti insieme dal resto del mondo, spesso senza neppure esserne coscienti. Lo perseguita un insonne spirito di osservazione che non gli permette di eludere alcuna esperienza: di sesso, di solitudine, di solidarietà."

SUVVIA, SIAMO SINCERI. A CHI NON CAPITA DI PORSI, NEL CORSO DI QUALCHE ESCURSIONE IN LIBRERIA, IL CLASSICO INTERROGATIVO: "CHE CI FACCIO QUI?":-)

postato da: Lioa alle ore 08:24 | link | commenti
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giovedì, maggio 25, 2006

COMANDARE LE PAROLE, COMANDARE LE COSE

Roberto Saviano

(Roberto Saviano)

Da "GOMORRA" (seconda parte):

"...  Mio padre adorava Giovanni Paolo II, il fascino di quell'uomo che faceva baciare a tutti la sua mano lo esaltava. Come era riuscito senza palesi ricatti e chiare strategie a raggiungere quel potere immenso d'ascolto, lo intrigava. Tutti i potenti si inginocchiavano davanti a lui. Per mio padre questo bastava per ammirare un uomo... "

***

"Robbe', cos'è un uomo senza laurea e con la pistola?"

"Uno stronzo con la pistola."

"Bravo. Cos'è un uomo con la laurea senza pistola?"

"Uno stronzo con la laurea..."

"Bravo. Cos'è un uomo con la laurea e con la pistola?"

"Un uomo, papà!"

"Bravo, Robertino!"

***

"Quando andavamo a mangiare fuori, nei ristoranti si sentiva infastidito dal fatto che spesso i camerieri servivano, anche se entravano un'ora dopo di noi, alcuni personaggi della zona. I boss sedevano e dopo pochi minuti ricevevano tutto il pranzo. Mio padre li salutava. Ma tra i denti strideva la voglia di avere il loro medesimo rispetto. Rispetto che consisteva nel generare eguale invidia di potenza, eguale timore, medesima ricchezza. 'Li vedi quelli. Sono loro che comandano veramente. Sono loro che decidono tutto! C'è chi comanda le parole e chi comanda le cose. Tu devi capire chi comanda le cose, e fingere di credere a chi comanda le parole. Comanda veramente solo chi comanda le cose.'"

***

"... La dittatura di un uomo nei clan è sempre a breve termine, se il potere di un boss durasse a lungo farebbe levitare i prezzi, inizierebbe a monopolizzare i mercati irrigidendoli, investirebbe sempre negli stessi spazi di mercato non esplorandone di nuovi. Invece che divenire un valore aggiunto all'economia criminale diverrebbe ostacolo agli affari. E allora appena un boss raggiunge il potere, dopo poco emergeranno nuove figure pronte a prenderne il posto con la volontà di espandersi e camminare sulle spalle dei giganti che loro stessi hanno contribuito a creare... In questo senso ogni arresto, ogni maxiprocesso, sembra piuttosto un modo per avvicendare capi, per interrompere fasi, piuttosto che un'azione capace di distruggere un sistema di cose."

***

"Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio, neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino, come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo letterario. Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell' architettura dell'autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l'affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura... [cut] mi avvicinai a questo quadrato con al centro due lastre di marmo bianco, piccole, e vidi la tomba. 'Pier Paolo Pasolini (1922-1975)'. Al fianco, poco più in là, quella della madre. Mi sembrò di essere meno solo, e lì iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a far entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai a articolare il mio io so, l'io so del mio tempo. Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d'economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabli perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: 'E' falso' all'orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità."

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Il 18 maggio ultimo scorso, tra i commenti al pezzo "DAI BLOG AL BOOK. E CHE BOOK!!!" ("Roberto Saviano a Gomorra"), trovai il seguente, laconico:

18 Maggio 2006 - 09:10

grazie Lucio, per le belle parole.
rs

Risposi:

18 Maggio 2006 - 12:07

Grazie a te per quello che fai! Tutta la mia ammirazione. Un abbraccio.
postato da: Lioa alle ore 05:49 | link | commenti (1)
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mercoledì, maggio 24, 2006

In margine a "IL CODICE DA VINCI"

  

NULLA COME IL ROGO

Scriveva Umberto Eco su "L'INDICE dei libri del mese" del gennaio 1992, recensendo "I Templari" di Peter Partner, Einaudi, Torino 1991 (trad. dall'inglese di Lucio Angelini):

"Fate nascere un ordine monastico-cavalleresco, fatelo diventare straordinariamente potente sia sul piano militare che su quello economico. Trovate un re che voglia sbarazzarsi di quello che è ormai diventato uno stato nello stato. Individuate gli inquisitori adatti, che sappiano raccogliere voci sparse, alcune  vere e altre false, e comporle in un mosaico terribile: un complotto, crimini immondi, innominabili eresie, corruzioni e - dato che a quei tempi la pratica era tanto ampiamente diffusa quanto ferocemente demonizzata - una buona dose di omosessualità. Arrestate e torturate i sospetti. Fate sapere che chi ammette e si pente avrà salva la vita, e chi si dichiara innocente finirà sul patibolo, e i primi a legittimare la vostra corruzione inquisitoriale saranno le vittime, specie se innocenti. Incamerate i beni dell'ordine e poi, se possibile, fate fuori anche gli inquisitori. Questo fondamentalmente ci insegna il processo intentato ai cavalieri del Tempio da Filippo il Bello, e se poi vi chiederete se questa storia si sia svolta una sola volta nella Storia, o non si riproduca a intervalli regolari, non sarete dei paranoici... [cut]... Immaginate che molti siano rimasti scossi da questo processo e, oltre ad avvertirne l'ingiustizia, come accadde a Dante e a Jean Bodin, siano rimasti affascinati dalle dottrine segrete attribuite ai Templari e colpiti dal fatto che la maggior parte dei cavalieri non sia perita sul rogo e allo scioglimento dell'ordine si sia come dissolta. All'interpretazione scettica (con la paura che si erano presi, hanno cercato di rifarsi una vita altrove, in silenzio) si può opporre l'interpretazione occultistica e romanzesca: sono entrati in clandestinità, ci sono attivamente restati per sette secoli, sono ancora tra noi. Ed ecco che nasce il MITO TEMPLARE... [cut] Per chi volesse seguire il destino del mito nella foresta inestricable dell'occultismo contemporaneo, tra sette gnostiche, confraternite sataniche, spiritisti, ordini pitagorici, rosacrociani, illuminati massoni e cacciatori di dischi volanti, consiglieremo le cinquecento fitte pagine di Massimo Introvigne, Il cappello del mago, SugarCo, Milano 1990... [cut] L'ordine templare esisteva in quanto riconosciuto dalla Chiesa e dai vari stati europei, e come tale viene formalmente disciolto e fisicamente smembrato in Francia e in altri stati all'inizio del XIV secolo. Là dove non si osa mandare a spasso o in galera tanti bravi monaci-cavalieri, come in Portogallo, viene costituito un nuovo ordine, l'Ordine dei Cavalieri di Cristo. Da questo momento, visto che l'Ordine del Tempio non esiste più come istituzione coperta da copy-right, ciascuno ha il diritto di rifondarlo, nel senso in cui chiunque può dichiararsi sommo sacerdote di Iside e Osiride e al governo egiziano la cosa non fa né caldo né freddo. Naturalmente tutti coloro che si sono dichiarati discendenti del Templari hanno asserito e asseriscono che esiste una precisa e ininterrotta linea di discendenza dell'ordine entrato in clandestinità nel XIV secolo. Ma è duro provare la legittimità di una successione clandestina, e tutti gli argomenti proposti sono storiograficamente risibili perché non si basano su documenti bensì su presunte voci tradizionali; quando poi un ordine afferma di avere documenti inoppugnabli, si affretta a chiarire che non può esibirli, perché deve garantirne la segretezza. Come si vede tra la successione templare, l'elitropia di Buffalmacco e l'Araba Fenice non vi è alcuna differenza epistemologica, e quindi per ogni storico serio l'argomento, in difetto di altre prove, è chiuso... [cut] Partner distingue chiaramente la storia dal mito... mette in evidenza come il mito templare abbia potuto ispirare contemporaneamente la massoneria, i gesuiti antimassonici, l'anticlericalismo radicale, la nascita dell'antisemitismo e lo sviluppo di varie correnti di estrema destra, specie in Germania e in Francia... curiosa vicenda di un ordine che non è mai stato tanto presente quanto dopo la sua scomparsa. Segno che - come già si sapeva - nulla come il rogo consacra alla memoria collettiva coloro che si vogliono distruggere."

Quanto a "Il Codice Da Vinci", con il suo furbesco mix di Templari, Maria Maddalena, Linea della Rosa e via discorrendo, segnalo un bell'articolo di Enzo Bianchi:

http://www.aclibergamo.it/articolo.php?id=420

"Se i cristiani sapessero restare solidamente attaccati al nucleo centrale della buona notizia non si lascerebbero dettare tempi e modalità della loro riflessione da romanzi e film di cassetta, non sarebbero turbati né dal sadismo sanguinario di chi si sofferma sulla passione di Gesù come atrocità disumana, né dalle scempiaggini di codici inventati che proiettano sul passato deformazioni tipiche di chi è abituato a confondere la realtà con la finzione..."

Considero del tutto inutile, invece, l'appello dello "STAFF FEDE E CULTURA" che circola in rete:

"Visitate il sito www.fedeecultura.it . Il documento 'Falsità e Imbrogli del Codice Da Vinci' offre un'informazione completa su tutti i punti menzogneri di questo romanzo di fanta-religione."

Sul sito, addirittura, la proposta di una:

GRANDE MANIFESTAZIONE
DI PREGHIERA

per pregare il S. ROSARIO
in riparazione delle offese arrecate a Gesù
dal film blasfemo
"Il Codice Da Vinci".

(Immagine da http://www.effedieffe.com/libri/templari.jpg )

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martedì, maggio 23, 2006

MESSAGGIO SCRITTO SULLA CARNE

gomorra 

 

 

 

 

Del potere di persuasione della ferocia.

(da "GOMORRA", di Roberto Saviano)

"... Tutto quello che esiste passa di qui. Qui dal porto di Napoli. Non v'è manufatto, stoffa, pezzo di plastica, giocattolo, martello, scarpa, cacciavite, bullone, videogioco, giacca, pantalone, trapano, orologio che non passi per il porto. Il porto di Napoli è una ferita. Larga. Punto finale dei viaggi interminabili delle merci. Le navi arrivano, si immettono nel golfo avvicinandosi alla darsena come cuccioli a mammelle, solo che loro non devono succhiare, ma al contrario essere munte. Il porto di Napoli è l buco nel mappamondo da dove esce quello che si produce in Cina, Estremo Oriente come ancora i cronisti si divertono a definirlo. Estremo. Lontanissimo... [cut] Tutto quello che si produce in Cina viene sversato qui... [cut] I container che devono scomparire prima di essere ispezionati si trovano nelle prime file. Ogni container è regolarmente numerato, ma ce ne sono molti con la stessa identica numerazione. Così un container ispezionato battezza tutti i suoi omonimi illegali... [cut] Il porto è staccato dalla città. Un'appendice infetta mai degenerata in peritonite, sempre conservata nell'addome della costa... [cut] Camorra è una parola inesistente, da sbirro. Usata dai magistrati e dai giornalisti, dagli sceneggiatori. E' una parola che fa sorridere gli affiliati, è un'indicazione generica, un termine da studiosi, relegato alla dimensione storica. Il termine con cui si definiscono gli appartenenti a un clan è Sistema: "Appartengo al Sistema di Secondigliano". Un termine eloquente, un meccanismo piuttosto che una struttura. L'organizzazione criminale coincide direttamente con l'economia, la dialettica commerciale è l'ossatura del clan...[cut] Per numero di affiliati la camorra è l'organizzazione criminale più corposa d'Europa. Per ogni affiliato siciliano ce ne sono cinque campani, per ogni 'ndranghetista addirittura otto. Il triplo, il quadruplo delle altre organizzazioni...[cut] A Napoli la ferocia è la prassi più complicata e conveniente per cercare di diventare imprenditore vincente, l'aria da città in guerra che si assorbe da ogni poro ha l'odore rancido del sudore, come se le strade fossero delle palestre a cielo aperto dove esercitare la possibilità di saccheggiare, rubare, rapinare, provare la ginnastica del potere, lo spinning della crescita economica... [cut] Tremilaseicento morti da quando sono nato. La camorra ha ucciso più della mafia siciliana, più della 'ndrangheta, più della mafia russa, più delle famiglie albanesi, più della somma dei morti fatti dall'Eta in Spagna e dall'Ira in Irlanda, più delle Brigate rosse, dei Nar e più di tutte le stragi di Stato avvenute in Italia. La camorra ha ucciso più di tutti... [cut]... Il fagotto era un corpo. Un corpo martoriato, torturato, sfigurato in modo talmente atroce che sembrava impossibile si potesse conciare così un corpo. Una mina fatta inghiottire a qualcuno e poi esplosa nello stomaco avrebbe fatto meno scempio. Il corpo era di Edoardo La Monica, ma non si distinguevano più i lineamenti. La faccia aveva soltanto le labbra, il resto era tutto sfondato. Il corpo pieno zeppo di buchi era comunque incrostato di sangue. L'avevano legato e poi con una mazza chiodata seviziato lentamente, per ore. Ogni botta sul corpo era un foro, botte che non rompevano solo le ossa ma foravano la carne, chiodi che entravano e uscivano. Gli avevano tagliato le orecchie, mozzato la lingua, spaccato i polsi, cavato gli occhi con un cacciavite, da vivo, da sveglio, da cosciente. E poi per ucciderlo gli avevano sfondato la faccia con un martello e con un coltello inciso una croce sulle labbra. Il corpo doveva finire nella spazzatura per farlo ritrovare marcio, tra la monnezza in una discarica. Il messaggio scritto sulla scarne viene da tutti decifrato con chiarezza, anche se non vi sono altre prove che quella tortura. Tagliate le orecchie con cui hai sentito dove il boss era nascosto, spezzati i polsi con cui hai mosso le mani per ricevere i soldi, cavati gli occhi con cui hai visto, tagliata la lingua con la quale hai parlato. La faccia sfondata che hai perso dinanzi al Sistema facendo quello che hai fatto. Sigillate le labbra con la croce: chiuse per sempre dalla fede che hai tradito... " [continua]

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lunedì, maggio 22, 2006

INSEGNARE OGGI

 
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NOTE DISCIPLINARI
TRATTE DA REGISTRI SCOLASTICI.
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1) L'alunno S.C. lascia l'aula prima dell'orario di uscita dopo aver fotografato la lavagna con il cellulare sostenendo che avrebbe riesaminato la lezione a casa sua.
 
2) L'alunno A., assente dall'aula dalle ore 12.03, rientra in classe alle ore 12.57 con un nuovo taglio di capelli.
 
3) Gli alunni M.P. e D.A., dopo aver rubato diversi gessetti dalla lavagna di classe, simulano durante la lezione l'uso di sostanze stupefacenti tramite banconote arrotolate, tentando inoltre di vendere le sopraccitate finte sostanze ai propri compagni. A mia insistente richiesta di smetterla mi incitano a provarle io stesso senza pregiudizi.
 
4) La classe non mostra rispetto per l'illustre filosofo Pomponazzi e ne altera il nome in modo osceno.
 
5) L'alunno M, dopo la consegna del pagellino da far firmare ai genitori, riconsegna il pagellino firmato due minuti dopo. Sospetto che la firma non sia autentica.
 
6) L'alunno A., durante l'intervallo, intrattiene dalla finestra dell'aula gli alunni dell'istituto imitando Benito Mussolini, munito di fez e camicia nera, quindi presenta una dichiarazione di guerra all'istituto che sta dall'altra parte della strada.
 
7) L'alunno L.P., durante l'ora di educazione fisica, insegue le compagne di classe agitando in aria lo scopino del water.
 
8) La classe, nonostante i richiami del professore, continua imperterrita a emanare flatulenze senza che i colpevoli si dichiarano. L'aria è ormai resa irrespirabile da tali esalazioni. Si prega di fare nota ai genitori di tale maleducazione.
 
9) L'alunno B.P. giustifica l'assenza del giorno precedente scrivendo "credevo fosse domenica".
 
10) Gli alunni B. e N. simulano un omicidio in classe, il primo steso a terra, il secondo disegnando la sagoma.
 
11) (Ora di religione). Si segnala la mancanza del Crocefisso, occultato dalla classe. Al suo posto un cartello recante le parole "Torno subito".
 
(Eccetera.)
(da http://www.notadisciplinare.it/)
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venerdì, maggio 19, 2006

QUEL TESTONE DI ORONZO

di Lucio Angelini

Difficilmente si nasce perfetti. Ognuno di noi ha, in genere, qualcosa di troppo grande o di troppo piccolo...
  C'era una volta un bambino che aveva una testa leggermente più grande e rotonda del normale. Naturalmente tutti lo prendevano in giro e gli gridavano: "Ci presti la testa per giocare a palla? Dai, non fare l'egoista, prestacela per un po'!"
  Oronzo (così si chiamava il bambino) rispondeva:
  "Solo se mi regalate le patate fritte che avete dentro le vostre."
  In realtà, anche se reagiva con una certa salacia, la cosa lo faceva soffrire maledettamente. La mattina, prima di andare a scuola, dopo essersi lavato la faccia, restava qualche istante davanti allo specchio a fissarsi, quasi sperando che la sua testa, nel corso della notte, avesse cominciato lentamente a proporzionarsi al resto. Invece niente. I giorni passavano, e anche i mesi. Lui si allungava, si modificava, insomma cresceva come tutti gli altri bambini, e i calzoni dell'anno prima non gli andavano più bene per la stagione nuova, ma il rapporto testa-corpo si manteneva costante, leggermente squilibrato e, nel complesso, piuttosto ridicolo.
  "Con tanti bambini che ci sono", gemeva fra sé il povero Oronzo, "proprio a me doveva capitare una testa del genere?"
  Guardava suo padre per capire se avesse preso da lui, ma la testa di suo padre era del tutto normale. Guardava sua madre, ma nemmeno la testa di lei pareva distinguersi in modo particolare per le dimensioni. Non pareva esserci, insomma, niente di ereditario nella sua disarmonia. Semplicemente la natura, stanca di confezionare i bambini secondo le solite noiose proporzioni, doveva aver scelto lui per divertirsi a fare uno strappo alla regola. "Ma tu guarda che sfortuna!", aggiungeva Oronzo. "Fra tante cose, proprio la testa doveva farmi più grande del normale? Non potevo nascere con un alluce più grosso, o - che so io? - con un'intelligenza superiore alla media? L'alluce sarebbe rimasto nascosto nel calzino e non mi avrebbe dato problemi. Quanto a un'intelligenza superiore, sarebbe stato solo un piacere esibirla! Così, invece, sembro uno di quei personaggi dei fumetti che non si sa bene se facciano più pena o tenerezza, accidentaccio!"
  Per fortuna, nel corso della giornata, la consapevolezza della sua peculiarità si attutiva un po'. Oronzo doveva seguire le spiegazioni della maestra, fare i compiti, mangiare, guardare la tivù... insomma, per buona parte del tempo, i pensieri che lo distraevano dal suo problema erano talmente tanti che se ne dimenticava, o quantomeno non ne soffriva con l'acutezza di quando il villanzone di turno, all'improvviso, gli diceva: "Ehi, tu, ma è vero che la tua mamma deve ordinarti il cappello su misura, perché in giro non se ne trovano di sufficientemente grandi?". Oppure: "Ma è vero che dal parrucchiere paghi tariffa doppia, con tutta quella superficie in più?". E giù risate.
  "E tu", ribatteva Oronzo, ostentando sicurezza, "è vero che hai appena terminato una cura di Deficientìn, per diventare così scemo?". Ma nel suo intimo provava una rabbia incontenibile. Che colpa ne aveva lui se era nato così? Che cosa ci poteva fare se aveva una maxi-testa? Perché prenderlo in giro per qualcosa di cui non era minimamente responsabile, che non dipendeva né da una sua scelta, né da un suo errore? Avrebbe voluto vedere loro, i suoi compagni normali: chissà come se la sarebbero cavata al posto suo! Lui, se non altro, cercava di tenere duro: certo, soffriva, ma si sforzava di tenere duro! Loro, invece, si sarebbero avviliti al punto da sbatterla contro un muro, la testa, o ne avrebbero fatto una tragedia infinita. Magari si sarebbero anche suicidati!
  Un giorno, a scuola, la maestra spiegò le equazioni. Poi chiamò Oronzo alla lavagna.
  "Scrivi, Oronzo: 1 sta a 5 come 3 sta a X. Vediamo se hai capito come si ricava il valore dell'incognita, cioè della X."
  Oronzo, che non aveva capito bene, rispose:
  "Si fa così: 5 diviso 3 moltiplicato 1!".
  "Ma no. Pensaci bene."
  "Allora così: 5 moltiplicato 1 diviso 3!"
  "Macché! Macché! Insomma, dopo un'intera ora di spiegazioni, vedo che non hai capito assolutamente nulla. Bella consolazione. Sei proprio un testone!" (Disse esattamente così, un testone.)
  "Testone a me?", si ribellò mentalmente il ragazzo. "Testona sarà lei!", avrebbe voluto gridarle. "E testoncini i suoi bambini!"
  Poi, visto che la classe si era abbandonata a una baraonda di risate irrefrenabili (pareva quasi che stesse per venire giù il soffitto!), sulle prime Oronzo si domandò che cosa ci fosse stato di tanto spiritoso nella reazione spazientita della maestra. Poi, improvvisamente, si rese conto di quello che era accaduto, della crudeltà disumana con cui la maestra aveva osato dare del testone a uno che aveva, per l'appunto, la testa grossa. Era stato come dire "Sei proprio uno zoppo!" a uno zoppo, o "Sei proprio un cieco!" a un cieco, o "Sei proprio un Down!" a un bambino Down. Che mancanza di tatto! Possibile che la maestra non fosse riuscita a trattenersi, a trovare un altro tipo di rimprovero, a risparmiargli quel riferimento a una caratteristica di cui non aveva nessuna colpa?
  La classe continuava a strepitare in maniera insopportabile. Nemmeno i colpi secchi della bacchetta della maestra sulla cattedra riuscivano a riportare ordine e silenzio. C'era chi si rotolava per terra tra le file dei banchi, chi si teneva la pancia, chi pareva stesse per soffocare dal gran ridere. Oronzo si sentiva ferito e impotente, odiava tutti e tutto: la maestra, i compagni, il mondo intero, il destino. Desiderò avere dei poteri sovrumani, la capacità di compiere miracoli. Ed ecco, improvvisamente, il miracolo si verificò davvero. Si portò le mani ai lati della testa, agguantò le orecchie come fossero i manici di un pentolone rovesciato e le spinse verso l'alto: qualcosa, incredibilmente, prese a sfilarsi piano piano, come un guanto, come una sorta di calco a forma di testa sovrapposto alla sua testa vera, identica all'altra, ma di proporzioni assolutamente normali. Era dunque vissuto tutti quegli anni con quel rivestimento assurdo, con quella specie di guscio appiccicato sopra una testa perfettamente regolare?
  Nella classe calò il gelo.
  Di colpo ogni risata, urlo, schiamazzo cessò. I suoi compagni rimasero come paralizzati alla vista di quanto era accaduto.
  Oronzo stesso, incredulo, reggeva la falsa testa fra le mani come non sapendo bene che farsene. Poi, con un ghigno beffardo, la calò come un secchio rovesciato su quella della maestra.
  "Brutta testona che non è altro!", gridò.
  E uscì dalla classe sbattendo la porta, impaziente di circolare all'esterno con la più normale, finalmente, delle teste.

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giovedì, maggio 18, 2006

LE NUOVE BARUFFE CHIOGGIOTTE

Alessandro Falca detto Longhi (1733 - 1813)
Ritratto di Carlo Goldoni

Da "Il Gazzettino" del 17.05.06

"Chioggia. Aggredito in pieno giorno da alcuni ragazzini da lui rimproverati perchè bestemmiavano. È accaduto in piazza Europa a Sottomarina. A farne le spese, un ex barbiere 70enne, preso a calci e pugni da cinque ragazzi e una ragazza, andati su tutte le furie dopo i rimbrotti. L'anziano, molto noto in città, ha udito il gruppo di ragazzi bestemmiare pesantemente. Lì vicino giocavano alcuni bambini e così ha chiesto loro di smetterla. Per tutta risposta uno dei ragazzi sarebbe partito in quarta colpendo l'anziano con un pugno e un calcio. In suo soccorso è arrivato il titolare del bar Babilonia che aveva assistito alla scena avvenuta a pochi metri di distanza dal suo locale. Ha tentato di calmare le acque, alla fine è stato anche lui sopraffatto. Calci, pugni e addirittura una violenta botta alla testa inflittagli con un casco che l'ha fatto stramazzare a terra. È arrivata sul posto la polizia di Chioggia . I ragazzi, per nulla intimoriti, hanno aspettato tranquillamente gli agenti. L'ex barbiere e il barista sono finiti entrambi all'ospedale." (Marco Biolcati)

In "Le baruffe chiozzotte" a un certo punto il Cogidor - cioè Goldoni - alle prese coi baruffanti, dice: «Mi so cossa ghe vorrìa per giustarli. Un pezzo di legno ghe vorrìa.» (Atto terzo, scena diciannovesima):-/

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mercoledì, maggio 17, 2006

L'ESILIO COME SPLENDORE...

 

Moni Ovadia

GOLES,

CONCERTO PER CANTARE L'ESILIO

"La gran parte degli uomini aspira ad avere una propria casa e spesso questa aspirazione si sposa a quella di far parte di una nazione e di avere una propria patria. Fiumi di parole sono stati versati per esprimere questo sentimento che si suole definire naturale perché esso sembra essere iscritto nel codice genetico degli uomini come categoria a priori. Probabilmente ciò non è automaticamente vero, il sentimento di appartenenza è una forma culturale che trova una prepotente spinta istintuale ed emotiva nella fragilità e nella inadeguatezza dell'uomo di fronte a se stesso e al proprio anomalo destino. La perdita di quello che si ritiene un irrinunciabile ubi consistam è sempre motivo di acute sofferenze. Pochi hanno saputo cogliere in quella perdita una condizione di privilegio, pochissimi hanno saputo celebrarla ed esprimerne l'estremo valore così come lo ha radicalmente affermato il filosofo Emil Cioran in uno dei suoi più felici aforismi: "Un uomo che si rispetti non ha una patria. Una patria è una colla". I nostri calendari celebrano vittorie di guerra, eventi religiosi e il ripristino di condizioni di appartenenza. Non ci sono celebrazioni degli esili, neppure in chiave di paradosso. Persino gli esuli fortunati non si celebrano in quanto tali. Solo due popoli hanno saputo e voluto glorificare la condizione dell'esilio come splendore della condizione umana: il popolo rom e gli ebrei della yiddishkeit. Per i primi la patria è sempre stato il viaggio, il tetto, un cielo stellato o gravido di nubi. I secondi hanno costruito una patria dell'esilio in piccoli villaggi sparsi nelle terre dell'Europa orientale, sotto cieli bassi e gonfi di neve nelle case dai tetti di legno e fango. Lì hanno sognato una patria lontana e impossibile illuminata da un sole spirituale. Per duemila anni lontani dal loro sogno hanno saputo essere popolo senza confini, senza burocrazia, senza eserciti, senza bandiere, popolo di filosofi e profeti che esercitavano le più umili professioni e quando venivano cacciati dai pregiudizi si mettevano in cammino per altri esili più lontani. Così i loro maestri cantavano l'esilio. Il maggid di Mezeritch diceva: 'Ora nell'esilio la presenza divina scende più facilmente che nel tempo in cui era in piedi il Grande Santuario di Gerusalemme'. Un re fu cacciato dal suo regno e se ne andò ramingo. Se arrivava in una casa povera dove era alloggiato malamente e malamente cibato ma accolto da re, il suo cuore era lieto e parlava con la gente di casa così familiarmente come una volta faceva alla sua corte con i più intimi. Così fa anche Dio da 'quando è in esilio'. Nel mondo globalizzato fatto di finte patrie omologate, coltivare la spiritualità dell'esilio è un'arte difficile e preziosa. La Moni Ovadia Stage Orchestra intraprende un viaggio nelle musiche, nella musicalità e nei racconti dell'esilio come condizione interiore della libertà e della centralità dell'uomo." (MONI OVADIA)

Per assistere a "GOLES, CONCERTO PER CANTARE L'ESILIO" - con le voci di Moni Ovadia e Lee Colbert e la trascinante Moni Ovadia Stage Orchestra - ieri sera mi sono spinto fino alla lontana Mestre (Teatro Toniolo), ovvero in campagna*. Teatro gremitissimo. Applausi copiosi.

[*Per i veneziani tutto ciò che si stende oltre il ponte della Libertà è genericamente definibile come "campagna", N.d.R.]

Già che ho la bocca aperta, aggiungo che di recente Moni Ovadia è stato ingaggiato dalla mia amica ORIETTA FATUCCI:- ) come autore per ragazzi.

 

 

 

 

 

 

 

  

Qui la scheda:

http://www.edizioniel.com/DB/scheda.asp?idl=1475

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martedì, maggio 16, 2006

ANCH'IO SCRITTOMISTO!

Visto si stampi 

anchioscrittomisto

anchioscrittomisto

anchioscrittomisto

anchioscrittomisto

anchioscrittomisto

 

 

Il 30.4.06 Giuliomozzi annunciò in vibrissebollettino.net:

"Care voi, cari voi: prima o poi doveva succedere. Mi è stata fatta una proposta. La proposta è appena nata; ci sono state quattro chiacchiere con un amico che ha fatto da ambasciatore (e quindi non porta pena), e una telefonata con l'Editore (che ancora non conosco di persona). Fattostà che la proposta, detta in soldoni, è chiara: fare un vibrisse di carta, mensile, da mandare in edicola. L'appuntamento per parlarne è il 9 maggio, subito dopo la Fiera del libro di Torino. Non dico il nome dell'Editore perché, così a occhio, non mi sembra il caso (se dopo l'appuntamento del 9 mi autorizzerà a farlo, lo dirò; qualunque sia l'esito della chiacchierata); dico che si tratta di un editore non specificamente letterario, con una certa esperienza nel campo delle riviste, e non di primo piano."

Risposi (commento n.1):

"Io, invece, penso da tempo a dei BLOOKS (= books tratti da blog imperdibili come "Cazzeggi Letterari", oltre che da Vibrissebollettino:-) ), già presenti nel mercato estero. Ma preferirei un editore importante, possibilmente non colluso con il FUMER (Fronte Unito Megere Editoria per Ragazzi). Che ne dici, Giulio?

Giulio non mi cagò per nulla, ma il 13.05.06, dopo il colloquio con l'editore di cui sopra, tornò sull'argomento ("Vibrisse di carta n.5") per relazionare sullo stato delle trattative e aggiunse:

"... Ecco. Invito i lettori di vibrisse a dire che cosa pensano di tutto questo. E se qualcuno avesse voglia di dire: "Io, in questa impresa, volentieri darei una mano", sappia che sono pronto a prendergli anche il braccio."

Proposi:

"Una pagina va assolutamente riservata agli annunci letterari, tipo: 'Giovane scrittore inedito conoscerebbe editore affermato per ore liete ed eventuale pacs':- )

Posted by: Lucio Angelini at 13.05.06 22:38

Di nuovo Giuliomozzi non mi cagò.

Però, nel frattempo, l'idea dei blooks - che evidentemente non era stata solo mia - covava sotto le ceneri, benché da tutt'altra parte (www.scrittomisto.it )  ed ecco che magicamente, per il 18 maggio prossimo venturo, i primi blooks selezionati da SCRITTOMISTO saranno in libreria. Questi i primi titoli:

Arkangel, 27 anni e non sono ancora morta

Herzog, Perse in partenza (vedi alla voce battaglie)

Hotel Messico, Seppellitemi con l’accappatoio

Marquant, Zitti al cinema

Personalità Confusa, Storia completa del tuo futuro

Spad, Convivo con la metà di me stesso (il resto l’ho affittato a un pirla)

Immagino sarete tutti speranzosi di veder uscire - in una nuova tornata di volumetti - anche quello con il MEGLIO (o BEST OFF, che fa più figo) di "Cazzeggi Letterari", adorno dell'ormai nota epigrafe:

"Chi scrive BLOG lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo", dello pseudo-Karl Kraus:- ) 

postato da: Lioa alle ore 04:22 | link | commenti (4)
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lunedì, maggio 15, 2006

ROBERTO SAVIANO A GOMORRA

(Il 26enne Roberto Saviano)
 
DAI BLOG AL BOOK. E CHE BOOK!!!
 
"Roberto Saviano è nato nel 1979 a Napoli, dove vive e lavora. Fa parte del gruppo di ricercatori dell'Osservatorio sulla camorra e l'illegalità e collabora con 'Il Manifesto' e 'Il Corriere del Mezzogiorno'. Suoi racconti e reportage sono apparsi su 'Nuovi Argomenti', 'Lo Straniero' e Nazioneindiana.com e si trovano inclusi in diverse antologia fra cui Best Off. Il meglio delle riviste letterarie italiane (Minimum Fax 2005) e Napoli comincia a Scampia (L'Ancora del Mediiterraneo 2005). GOMORRA è il suo primo libro."
 
[dalla quarta di copertina di "GOMORRA. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra.", Strade Blu MONDADORI, Euro 15.50].
 
Tra le epigrafi iniziali:
"La gente sono vermi e devono rimanere vermi" (da un'intercettazione telefonica)
L'ho comprato dopo aver visto Saviano ospite di Daria Bignardi nell'ultima puntata de 'Le invasioni barbariche'. Ne riferirò a giorni. Per adesso dico solo che mi sembra che Saviano "ci abbia due palle così". Aggiungo, per arricchire il dibattito, l'inizio dell'articolo "Antiromanzo" di Livio Borriello, apparso su Nazioneindiana.com il 24 maggio 2005:
 
"Nella vita quanti scrivono romanzi? Diciamo che nella vita il romanzo non esiste. Quando qualcuno racconta una storia mai accaduta, viene censurata come frottola o menzogna e espunta dalla circolazione sociale. Certo il racconto, la narrazione, il mito, sono già presenti nella vita, ogni racconto che ascoltiamo al bar è una narrazione, ma è la narrazione di una realtà, o di un’irrealtà, nel caso del mito, ritenuta reale. Nella scrittura ha assunto invece un’importanza spropositata un tipo di narrazione immaginaria che ha certo una sua funzione o disfunzione, una sua utilità o disutilità, ma che non si capisce affatto perchè debba egemonizzare gli spazi editoriali, sociali e psichici dei lettori. Personalmente non leggo più romanzi, oppure lo faccio da 'addetto ai lavori' (per quanto secondarie siano le mie mansioni e inadeguata la loro esecuzione), per informarmi o per istituire vaghi raffronti (ricordo che Moravia, con un suo certo tipico analitico candore, dichiarava negli ultimi anni di leggere romanzi solo per vedere “come se la cavavano” gli altri…). Quando in libreria sfoglio le pagine di uno dei numerosissimi romanzi editi, dopo un po’ si formano in me questi pensieri: questo romanzo è scritto bene, magari splendidamente, la scrittura è densa e plastica, l’affollamento di immagini e aggettivi indica chiaramente che l’autore ha un apparato immaginativo più brillante di quello del suo prossimo, la sintassi è competitiva, l’intreccio sicuramente (me lo assicura la fama dell’autore) riuscirà a giocare coi miei meccanismi emotivi prima producendo una sufficiente curiosità, poi piacevolmente appagandola. Tuttavia, poichè a me personalmente non interessa che costui sia più intelligente di me – e anzi a dirla tutta preferirei credere di essere più intelligente io - poichè non gioco nemmeno a carte e non mi piacciono i bisogni o le curiosità indotti, qual’è il vantaggio o il costrutto che posso trarre da questa lettura? Perchè dovrei destinarle varie irripetibili e irrecuperabili ore della mia vita, oltrechè i vari euro necessari all’ acquisto? E quasi sempre non lo compro..." (Eccetera) 
 
Mi auguro che Borriello abbia comprato almeno "Gomorra":- )
E che - sempre Gomorra - sia piaciuto a Filippo La Porta, il cui recente elzeviro sul Corriere della Sera è stato così riassunto da Giuseppe Genna in http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=257: "... che gli scrittori italiani contemporanei scrivano faction, la letteratura è avulsa dalla realtà, si metta a inseguire la realtà e la racconti."
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sabato, maggio 13, 2006

Per la festa della mamma

di Tiziano Scarpa

Eccomi, mamma. Chi l'avrebbe detto
che un giorno anch'io te l'avrei domandato
se sei contenta di quello che hai fatto
quarant'anni fa, quando hai spalancato

la fica (me la vedo: una scintilla
terrea) al cazzo di papà. Sei pentita?
A me puoi dirlo. Senza ansia.Tranquilla.
Ho quarant'anni, so com'è la vita.

Sono più adulto di quando voi due
mi avete concepito, non mi fa
impressione, anzi più ci penso e più
mi commuove proprio la vostra età

di allora. Sono più saggio di quanto
lo fossi tu quel giorno. Perciò fidati,
a me puoi dirlo. Ti è piaciuto? Tanto?
(Vuoi che mentre ti parlo ti sorrida?) Ti

ha un po' stranito rimanere incinta?
"Figlio" ti ha fatto pensare a una mancia
o a una tassa? Ti ha sùbito convinta
l'alieno che cresceva nella pancia?

E i sacrifici, restare in pensiero,
eccetera. Vent'anni di ansietà
più altri venti di delusione, vero?
Ma chi te l'ha fatto fare? (Papà?

Tu? Io?) Per che cosa? Guardami bene.
Ho quarant'anni, non sono sposato,
scopo molto, e di riprodurmi me ne
fotto. Come la mettiamo? Hai sbagliato

tu o sbaglio io? Sei contenta lo stesso
anche se hai un figlio che tende a spassarsela?
Le donne vogliono amore. Io do sesso.
Le spiritosaggini sono scarse, le

carezze abbondano nell'universo
femmina. Mamma, puoi stare sicura,
non sarò io a renderti nonna. Hai perso.
Ti ho tirato una bella fregatura.

Come ci si sente quando alla sera
pensi alla morte? Ogni giorno a quell'ora
io bevo un aperitivo. Non era
meglio restare sterile, signora?

No, non dico di essere un delinquente,
ma mi pare sprecato tutto questo
soffrire (e anche gioire un po' demente)
per un vizioso banale. Contesto

che io ne valga la pena, tutto qui.
Detto questo, ti ringrazio di tutto.
Sei stata brava. (Ti saluto, ho qui
una). Se muori mi metterò in lutto.

Ciao mamma (c'è una gnocca che mi aspetta).

(Pubblicato da Tiziano Scarpa - 11.05.03 10:51 su NazioneIndiana.)


Quando riportai il componimento su it.cultura.libri, tale Laura commentò

> Per la festa della mamma
> di Tiziano Scarpa

Allora facciamo che sono la mamma di tiziano scarpa (mio figlio ha otto anni. Mettiamo che fra una trentina d'anni, mi scriva questa poesia. Mi farei una bella ghignata e poi risponderei così):

> Eccomi, mamma.

Ciao figliolo,

> Chi l'avrebbe detto che un giorno anch'io te l'avrei domandato

nessun altro me l'ha mai chiesto, sai.

> se sei contenta di quello che hai fatto quarant'anni fa, quando hai spalancato la fica (me la vedo: una scintilla  terrea) al cazzo di papà.

Terrea? Ma perché non usi metafore poetiche, chessò, conchiglia, iris, come in quei libri erotici così carini. Ah già, vuoi dire che la mamma è natura, è terra. No, vero? troppo ovvio. Che cosa, allora? Che io tra le gambe ho una cosa umida e marroncina? Mah, non ci avevo mai pensato. Che poeta che sei.

> Sei pentita?

No, tiziano, per niente. Mi hai dato delle belle soddisfazioni. Mi piacciono i tuoi libri.

> A me puoi dirlo. Senza ansia. Tranquilla.

Ah, più tranquilla di così. E' che non mi ricordo. Non l'ho fatto neanche a posta.

> Ho quarant'anni, so com'è la vita.
> Sono più adulto di quando voi due
> mi avete concepito, non mi fa
> impressione, anzi più ci penso e più
> mi commuove proprio la vostra età
> di allora. Sono più saggio di quanto
> lo fossi tu quel giorno.

Io, mai stata saggia. Ottusa, tutt'al più.

> Perciò fidati,
> a me puoi dirlo. Ti è piaciuto? Tanto?

Direi proprio di sì. Eravamo giovani, sai com'è.

> (Vuoi che mentre ti parlo ti sorrida?)

Sì. Mi piace quando mi sorridi.

> Ti
> ha un po' stranito rimanere incinta?
> "Figlio" ti ha fatto pensare a una mancia
> o a una tassa?

Ma che ti viene in mente? Né all'una né all'altra, ovviamente. Mi ha fatto pensare a un pingpong impazzito. All'ecografia non si vedeva niente, troppo piccolo. Ma il battito del cuore, sì, si sentiva, rapidissimo. Come
faceva a battere il tuo cuore dentro di me se quasi non c'eri, poche cellule agglomerate e indecise se star là?

> Ti ha sùbito convinta
> l'alieno che cresceva nella pancia?

No.

> E i sacrifici,

Quali sacrifici?

> restare in pensiero,
> eccetera. Vent'anni di ansietà

evvabbene, cosa vuoi che sia.

> più altri venti di delusione, vero?

Non ti buttar giù. E' stato bellissimo.

> Ma chi te l'ha fatto fare? (Papà?
> Tu? Io?)

Io io io

> Per che cosa?

Per il piacere

> Guardami bene.

Sì caro.

> Ho quarant'anni, non sono sposato,
> scopo molto,

Da madre, mi compiaccio.

> e di riprodurmi me ne
> fotto.

Fatti tuoi, direi.

> Come la mettiamo? Hai sbagliato
> tu o sbaglio io? Sei contenta lo stesso
> anche se hai un figlio che tende a spassarsela?

Ma se scrivi dalla mattina alla sera cose stupende?

> Le donne vogliono amore.



> Io do sesso.

Bene

> Le spiritosaggini sono scarse,

Be', ma che donne frequenti?

> le
> carezze abbondano nell'universo
> femmina.

Di questo, non mi pare il caso di lamentarsi, no?

> Mamma, puoi stare sicura,
> non sarò io a renderti nonna.

Ottimo. Sai che voglia di spupazzare, alla mia età.

> Hai perso.

Ma tu sei pazzo. Come se l'unica vittoria per una donna fosse far la nonna. Capirai.

> Ti ho tirato una bella fregatura.

No, caro, minimamente. Anzi, io sono fiera di te. Lo dico a tutte le mie amiche, quando ci vediamo per il tè. E loro mi invidiano, sai.

> Come ci si sente quando alla sera
> pensi alla morte?

E tu, come ti senti?

> Ogni giorno a quell'ora
> io bevo un aperitivo.

Mi raccomando, non esagerare con l'alcol. Io, alla morte, non ci penso, sennò non sarei diventata vecchia.

> Non era
> meglio restare sterile, signora?

Ma quante volte te lo devo dire? E' una bella soddisfazione aver un figlio che riesce nella vita.

> No, non dico di essere un delinquente,

Ci mancherebbe.

> ma mi pare sprecato tutto questo
> soffrire (e anche gioire un po' demente)

Sì, su questo, ti do ragione. Quell'amore demente sfugge alla patologia solo perché si stringe nel corpo a corpo. Non conosce limiti. Quando ti soffiavo il naso con due dita perché non avevo i fazzoletti, poi
assaggiavo il tuo moccio. La tua cacca m'interessava e la scrutavo, uno spettacolo che spesso mi metteva di buon umore. Assaporavo l'odore dei tuoi piedi quando ti scalzavo e del tuo alito al risveglio. Sempre avevi un buon profumo di nuovo. E' una passione bizzarra, amare un figlio.

> per un vizioso banale.

Ehi, di nuovo.

> Contesto
> che io ne valga la pena, tutto qui.

A me basta che tu sia in vita.

> Detto questo, ti ringrazio di tutto.

Prego

> Sei stata brava.

Lo riconosco

> (Ti saluto, ho qui
> una).

Salùtamela

> Se muori mi metterò in lutto.

Non _se_, bensì _quando_ morirò. Ti metterai in lutto? Non m'importa. Che convenzionale, però.

> Ciao mamma (c'è una gnocca che mi aspetta).

Be', se non altro, è paziente, poverina.

L.

***

Forwardai il tutto a Tiziano, che rispose:

"Accidenti! E' meravigliosa. Sono felice di avere dato occasione (insieme a te) a una risposta così intelligente, spiritosa e saggia (tranne quando mi fa tutti quei complimenti, sebbene per interposta mamma).

Ah: naturalmente, l'"io" di quella poesia è un mio personaggio.
[cut]
+
E grazie di cuore, ma davvero, di avere dato origine a una così bella sorpresa: non mi era mai capitato di ricevere una "risposta" letteraria, neanche da (cosiddetti) scrittori di professione ecc."

E Laura:

Be' grazie di nulla prego dovere.

> Ah: naturalmente, l'"io" di quella poesia è un mio personaggio.

e nemmeno io sono la sua mamma :)

Tale LINNIO aggiunse:

Molto bella davvero. L'incipit della boutade, sotto forma di poesia, del buon Scarpa mi ricorda un matrimonio di un mio amico  qualche anno fa . Le abbondanti libagioni, unite ad una atmosfera che sembrava a metà quella di un film di kusturica e , per l'altro verso, la rilettura, in chiave postmoderna, di antiche cerimonie bacchiche, ci indussero a considerare neppure troppo scandaloso l'invito gridato dal nostro caro simposiarca verso la propria mamma, affinchè mostrasse a tutti i presenti il luogo da cui era partito il suo ondivago e tortuoso percorso esistenziale : forse la perifrasi era meno roboante e più diretta, ma il senso era quello. La mamma, che fra l' altro era anche una gran bella signora, non cedette, con gran scorno dei  presenti e ' di chi crede che la realtà sia quel che si vede'. Scarpa , comunque, è un epigono di certa antica , sana tradizione teppista e ribaldesca della nostra letteratura, anche se questa poesiucola poteva far la sua porca figura in un cd di Elio e c. linnio. --

(Immagine da http://www.uni-stuttgart.de/uni-kurier/uk80/img/foto58.gif )

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venerdì, maggio 12, 2006

LE SORELLE MATERASSI

IL TEMPO DI NON FAR NULLA

"... Lo hanno descritto come un artista capace di tratteggiare un riso più crudele del pianto. Eppure tutti i suoi personaggi così estremi, strani, un po' irreali, sono sempre descritti come individui disperatamente aggrappati alla vita. Come le due SORELLE MATERASSI percorse, a volte, da lampi di passione che illuminano una vita dedicata tutta al sacrificio e al lavoro. Il ricordo di un'infanzia mai abbandonata e di amori sempre vivi sotto maschere di rispetto sempre presente riaffiora in loro ad ogni sorriso di quel giovane nipote che gira per casa come una mina vagante, pronta ad esplodere in mezzo ad artistici ricami raccolti con ordine in una vita intera... [cut] Montale ha scritto: 'L'assurdo è per lui uno dei modi più positivi di sperimentare la vita, con la costante necessità di non allontanarsi troppo dai margini del verosimile e il bisogno di ficcare lo sguardo nelle piccole vicende quotidiane che formano il tessuto della nostra vita'. Con una delle sue affermazioni provocatorie Palazzeschi scriveva di sé: 'LE MIE GIORNATE PASSANO RAPIDISSIME. MI MANCA SEMPRE IL TEMPO DI NON FAR NULLA'... [cut] Forse soffermarsi oggi sulle provocazioni assurde di questo funambolo della parola può fare bene. Rileggere, riallestire una sua opera ci fa ricordare che l'arte dell'ironia, del riso costituisce la vera superiorità dell'uomo sugli animali. Ma non solo. Riprendere oggi la storia di Teresa e Carolina Materassi, le due sciagurate zie capaci di rovinarsi per l'amore di un nipote impunito, può anche insegnarci molto altro. Perché la loro è anche la nostra storia, la storia degli anni che stiamo vivendo. La misura e il buonsenso minati continuamente da nuove e affascinanti promesse. Mille tentazioni che si insinuano nelle nostre case attraverso le mode, i canali televisivi, gli inserti patinati. Nuovi scenari tecnologici e finanziari che ci illudono continuamente, ci ammaliano, promettono e poi ci abbandonano più poveri e più tristi di prima..." (Eccetera)

(Dal fascicoletto di presentazione de "LE SORELLE MATERASSI" - adattamento teatrale di Fabio Storelli del romanzo di ALDO PALAZZESCHI, regia di Maurizio Nichetti, con MARINA MALFATTI e SIMONA MARCHINI, al teatro GOLDONI di Venezia dal 10 al 14 maggio 2006).

Applausi scroscianti, sorprendente immedesimazione del pubblico nella vicenda delle due ricamatrici alle prese con lo scapestrato nipote Remo. Costui, nella scena finale, sposa una ricca americana che si reca all'altare in abito A FIORI. Le due zitelle (non semplicemente "single") Teresa e Carolina gli sono al fianco in candidissimi ABITI DA SPOSE:- )

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giovedì, maggio 11, 2006

C'ERA UNA VOLTA ANDERSEN

Ogni tanto dai miei cassetti, accanto ai classici manoscritti ("Chi non ha un manoscritto nel cassetto scagli la prima pietra!", recita uno dei tanti vangeli apocrifi), salta fuori qualche ritaglio di giornale con articolo più o meno curioso.

Dal Gazzettino del 15.5.1999 avevo salvato, per esempio:  

"IL 'BRUTTO ANATROCCOLO' ORA E' UNA BARBIE",

probabilmente per trarne un adattamento moderno della nota fiaba del Danese...

Ecco l'articolo:

Londra. Fatta non fu a vivere da brutta, ma per abbellirsi con i trucchi della chirurgia plastica: così Dee Catton, mamma inglese di 42 anni da tempo ostinata a lasciare il girone delle inguardabili, ha investito migliaia di sterline per accedere all'empireo delle top-model. Che ci sia riuscita o meno è argomento di conversazione tra i sudditi di Elisabetta, incuriositi dalla storia della "ex-brutta del Chesire" che sta su tutti i giornali. Dal 1991 in poi Dee si è sottoposta a otto interventi correttivi che l'hanno tenuta per dozzine di ore in sala operatoria. In lifting e silicone ha speso cifre esorbitanti. Il suo corpo è una materia in continua trasformazione e ciò grazie anche al fatto che il 30enne marito Neil - facoltoso analista informatco - condivide questa passione per la chirurgia plastica e mette volentieri mano al portafoglio per finanziare le "pazze spese" di abbellimento da lei sostenute. Oggi Dee non si sente più infelice per il suo aspetto: "Ero piatta e con i fianchi larghi, tutto fuorché un bel figurino". Ha invece imparato ad amare i soggiorni nelle cliniche che le hanno permesso di diventare una "Barbie" per il suo "Ken/Neil". "Operarmi - spiega la donna, alla guida di una fiammante Lotus Elite gialla con targa 'SIII EXY' - è per me come andare in vacanza."

Insomma, un caso di spiritualismo acuto:- )))

[Immagine da http://www.clydebuiltpuppet.co.uk/ugly.jpg ]

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mercoledì, maggio 10, 2006

ANCORA CANZONI...

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IL GRANDE AMORE CANNIBALE
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Leggo nei commenti di ieri a Lipperatura:
 
"Il mio nome è Alessandro Vettori, sto scrivendo un romanzo inedito nel mio blog, si lo so ce ne sono molti, io le chiedevo solo di dare un occhiata, lo scrivo quasi tutti i giorni. E' un romanzo in tre parti che parla di passione per la vita, per una donna per se stessi. le chiedevo un opinione su questo mio lavoro, ci terrei molto da una persona così competente in materia... le chiedo di dare un occhiata, e se pensa che può interessarle le invio un file word con il romanzo scritto fino ad ora, così nel poco tempo libero che avrà magari andando in treno da qualche parte gli da un'occhiata. da tenere che mentre la prima parte ha avuto una prima revisione la seconda è semplicemente in stesura e potrebbe trovare qualche errore di battitura o varie..."
 
Mia intromissione:
 
"Alessandro, zucconcello! Le hai pure messo l'indirizzo sbagliato (splinder.it anziché splinder.com!). E' vero che la Lippa è smaniosa di leggere in treno opere non ancora rifinite, però non renderle la vita troppo dura:-/ "
 
Poi vado a curiosare nel blog di Alessandro:
http://www.crisalididellamente.splinder.com/
e resto piacevolmente sorpreso. No, non dal romanzo (ci sono frasi del tipo "Ricordare mi fa essere coscente [sic!]di aver vissuto"), ma dalla canzone che scatta automaticamenteE' di Gianna Nannini, parla di "angeli di ali immobili" e di "amore cannibale"... Provate ad ascoltarla e magari a cantare con Gianna:
 
"Il grande amore cannibale
il grande amore cannibale
il grande amore cannibale
il grande amore cannibale
divora me
...."
(Il GRANDE AMORE CANNIBALE CHE DIVORERA' ALESSANDRO, OVVIAMENTE, E' QUELLO PER LA SCRITTURA:-/ )
 
[Si vedano anche:
 
e
eccetera.
 
[Immagine della donna cannnibale da http://www.valtelesinanews.com/cannibale.jpg ]
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martedì, maggio 09, 2006

(Cesare Andrea Bixio)
 
LIBRI & CANZONI
DI PROTESTA
 
Scrive Wu Ming1 su Carmilla di ieri:
 
"[cut]...Lo stesso discorso vale per il folk americano da Woody Guthrie allo Springsteen acustico, passando per Pete Seeger e il primo Dylan. Anche non ascoltando o non conoscendo i testi, noi sappiamo che quel timbro nasale, quei due accordi mezzi sgangherati, quell'atmosfera dolente, sono "protesta". E' una questione di orientamento culturale. Esiste invece una canzone di protesta che, senza il testo, sarebbe una canzone come tutte le altre. Ecco, quella non è musica di protesta: è musica con un testo di protesta. C'è una bella differenza. Se il mezzo è il messaggio, e se il contesto è il vero testo, allora il testo non caratterizza proprio niente, se mezzo e contesto vanno da un'altra parte. Metti caso che Gigi D'Alessio fa un testo contro la guerra: non se ne accorge nessuno, perché quella non è musica di protesta. A meno che l'operazione non sia parodica: Frank Zappa e le Mothers of Invention riempivano gli album di canzoncine doo-woop tipo Platters, con testi come: "Qual è la parte più brutta del tuo corpo? / Alcuni dicono il naso / Altri le dita dei piedi / Ma io penso sia la tua mente". Oppure deve prodursi un corto circuito, un effetto straniante: Burt Bacharach che incide canzoni contro Bush, per esempio. Tutto questo per anticipare che, fra le canzoni di protesta raccolte da Gianluca Testani e Carlo Bordone nel loro libro Oggi ho salvato il mondo. Canzoni di protesta 1990-2005 (Arcana Editrice), si passano in rassegna operazioni e progetti molto diversi tra loro: si va dall'approccio 'totale' al binomio musica/politica (con artisti come Fugazi, International Noise Conspiracy, Michael Franti, System of a Down, che perseguono la sintesi coerente tra mezzo, messaggio e contesto) alle 'furbate' vere e proprie, con artisti che, in via del tutto occasionale, hanno appiccicato un contenuto 'sociale' a canzoncine pop altrimenti anomiche e anemiche."

Ed ecco, adesso, saltando apparentemente di palo in frasca, la vecchia scheda di Lucangel [= Lucio Angelini, n.d.r.] su www.itsportmontagna.it (cliccare su 'Chi siamo'):
 
"Pare che la sua vocazione di scrittore (particolarmente precoce e ossessiva) sia da collegarsi a un oscuro incidente occorsogli all'età di due anni (precipitò per tre metri a testa in giù da una tettoia). Ha tirato a campà fino a 35 anni facendo i mestieri più umili (l'insegnante di lettere, il traduttore letterario a un tot a cartella... ) prima di incontrare l'editore della sua vita (cfr. "Per ognuno c'è qualcuno sempre", cover italiana di "Everybody loves somebody sometime")ed essere finalmente pubblicato. Da quel momento in poi il suo tenore di vita è rimasto assolutamente identico a quello di prima. Da vecchio vorrebbe fare lo stagnino nel deserto dell'Arizona e trascorrere i momenti di ozio leggendo l'Ecclesiaste all'ombra di uno dei giganteschi saguari (i cactus dei fumetti) che crescono da quelle parti."
 
Arizona... Arizona... zona tutt'altro che "arid", in realtà, anzi: terra di sogni e di chimere! Ben lo sapevano Bixio & Cherubini quando, per protestare contro gli stereotipi sull'Arid/zone, composero l' indimenticato, solo apparentemente demenziale "Tango delle capinere" . Ricordate?
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Laggiù nell'Arizona
terra di sogni e di chimere
se una chitarra suona
cantano mille capinere
hanno la chioma bruna
hanno la febbre in cuor
chi va cercar fortuna
li troverà L'amor.

A mezzanotte va
la ronda del piacere
e nell'oscurità
ognuno vuol godere
son baci di passion
L'amor non sa tacere
e questa è la canzon
di mille capinere.

Il bandolero stanco
scende la sierra misteriosa
sul suo cavallo bianco
spicca la vampa di una rosa
quel fior di primavera
vuol dire fedeltà
e alla sua capinera
egli lo porterà.

A mezzanotte va
la ronda del piacere
e chi ritornerà
lasciando le miniere
forse riporterà
dell'oro in un forziere,
ma il cuore lascerà
fra mille capinere!

Ronda del piacere... ronda del piacere... sì, certo, ma si noti, nell'ultima strofa, il DOLOROSO accenno alle MINIERE e alla precarietà del lavoro che si svolgeva in esse (solo "forse" se ne poteva ricavare dell'oro da mettere in un forziere). Se non è PROTESTA questa! E in ogni caso, saltando di capinera in capinera e di mestiere in mestiere, come non citare il titolo di un altro libro? Questo:

"La ronda del PIACERE - la prostituzione di ogni tempo e paese nella storia, nelle arti e nel costume", di Guidobaldo Scotti, Nuova Ipsa editore.
Recita la scheda:

"Nessuna esistenza è soggetta alle rivoluzioni più di quella della puttana" (Cleland, Fanny Hill - Memorie di una donna di piacere). Verissimo. A livello corporativo, "il mestiere più antico del mondo" non teme rivali. Cominciarono le sacre meretrici all’alba della civiltà, poi le etere, le pornè e le concubine. In Asia le devadasi, le odalische, le joro e le gheishe.. Con le tasse sul sesso si edificarono templi pagani e monasteri cristiani. Le prostitute ebbero regole e loro proprie associazioni, feste, magistrature e persino una "regina".. Furono beneaccolte o osteggiate, secondo i tempi e i luoghi. Si legarono a politici ed artisti. Nel rinascimento diventarono cortigiane. In età barocca favorite. In epoca romantica demimondaines. Lavorarono per strada e nei bordelli. Nelle case chiuse e nelle sale da te. Nei rioni a luci rosse occidentali e nelle Città senza notte giapponesi. Anche la lupa che allevò Romolo e Remo, i mitici fondatori dell’Urbe, non era un animale, bensì un’insaziabile mignotta di nome Acca Laurentia che esercitava sul Palatino… storia, leggende, curiosità, rituali, protagonisti e comprimari, clienti famosi, fraseologia, armamentario prostibolare e tanto altro ancora in un libretto tutto da godere."

Ognuno vuol godere... appunto:- /

[Immagine di Bixio da: http://www.bixio.it/cabixio/home-file/lui.jpg

postato da: Lioa alle ore 06:09 | link | commenti (2)
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lunedì, maggio 08, 2006

Sega

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                     Ferrata "Gerardo Sega"

postato da: Lioa alle ore 01:58 | link | commenti (2)
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sabato, maggio 06, 2006

TEMPI DURI PER I TRADUTTORI

ERA IL TEMPO DEI PANETTONI AVVELENATI

Ricordo che anni fa, al tempo dei panettoni avvelenati [cfr. http://www.italyflash.com/italyflash/shortt/newsit/archive/981216_2.shtml] dopo circa tre anni di traduzioni regolarmente eseguite, consegnate e pubblicate da una NOTA casa editrice, ma da questa MAI pagate, inviai all'Ansa il seguente messaggio:
"Ho avvelenato con estratti della mia bile due volumi della casa editrice Tal dei Tali" , spiegando i motivi della protesta.
La notizia, evidentemente ironica, fu controllata e ripresa da tutta la stampa nazionale. Fu il mio andywarholiano quarto d'ora di celebrità. Naturalmente la casa editrice, davanti allo sputtanamento, si affrettò a saldare il suo debito. 

Il mio amico Jürgen commentò:

"Sei mica un vile plagiario? Avevi letto Lord Byron / Don Juan/Canto I, CCX:

I sent it in a letter to the Editor,
Who thank'd me duly by return of post --
I'm for a handsome article his creditor;
Yet, if my gentle Muse he please to roast,
And break a promise after having made it her,
Denying the receipt of what it cost,
And smear his page with gall instead of honey,
All I can say is -- that he had the money. "

Risposi:

"Be', più che byroniano mi sono sentito donchisciottesco (pur essendo riuscito nel mio intento). Pensa che TeleVenezia ha annunciato così il fatto:

"Incredibile ma vero! Un noto traduttore veneziano si è estratto della bile dal proprio fegato e ne ha cosparso due volumi della casa editrice alla quale sollecitava invano da parecchi mesi il compenso per il lavoro svolto..."

Figurati se mi ero estratto davvero dal fegato della preziosissima bile!:-) "

[L'illustrazione del BILE REFLUX da: http://www.barrettsinfo.com/figures/fig2a_3.gif ]

postato da: Lioa alle ore 04:45 | link | commenti (2)
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venerdì, maggio 05, 2006

UNA POSTILLA

 (Ming 1)

Dopo essersi sbilanciato in un graditissimo "Chapeau! ;-)", Wu Ming 1 mi ha inviato la seguente postilla alla mia intervista di ieri:

"Settembre 2002. Facendo un resoconto sulla nostra perplessa partecipazione al deprimente festival di Mantova, io concludevo così:

[WM1:] ...per l'appunto: "l'autore sotto i piedi". Ogni tanto è lì che bisognerebbe metterselo (Paco compreso, noi compresi). Qui c'è troppa gente che viene apposta per farsi adorare.
Non nascondiamocelo, l'orizzontalità assoluta non è realizzabile e non è nemmeno auspicabile, il narratore di professione ha comunque un che di "sciamanico", qualcosa che arriva a noi dalle società di cacciatori-raccoglitori, qualcosa che non si è mai estinto del tutto, e va bene così. Non è possibile vivere senza partecipare a qualche rituale o liturgia. Tuttavia, è possibile ridimensionare lo sciamano, quando quest'ultimo comincia a peccare d'alterigia. L'umanità ha prodotto diverse leggende in cui i trucchi degli sciamani mostrano la corda e le comunità si prendono direttamente la responsabilità della creazione magica. Una in particolare, una storia amerindia, può funzionare da monito a molti colleghi, e da affermazione che a essere veramente, propriamente creativa è solo la comunità tutta:
<...gli sciamani, divenuti più aggressivi, insultano il sole e la luna, che quindi scompaiono lasciando ogni cosa avvolta dalle tenebre. Gli sciamani dicono di poter far ritornare il sole e si mettono a ingoiare alberi e a farli uscire dalle loro pance, a seppellirsi nella terra lasciando fuori suolo gli occhi, cominciano insomma a fare tutti i grandi trucchi magici sciamanici. Ma i trucchi non funzionano e il sole non ritorna. Allora i preti dicono che deve provare la gente. E la gente è composta da tutti gli animali. Questi animali-gente si dispongono in cerchio, danzano e danzano, ed è la loro danza a far sorgere una collina che cresce poi fino a trasformarsi in una montagna e diventare il centro elevato del mondo da cui vengono tutti i popoli della terra.> (Joseph Campbell, Il potere del mito, TEA, Milano 1994)
In una famosa intervista a Repubblica (6 marzo '99), affermammo che "diventare scrittorucoli [...] da salotto o da talk show sarebbe una fine ingloriosa, e altri Blissett farebbero bene ad abbatterci come cavalli feriti."
Siamo ancora di quell'idea. Ciao, R."


Il resoconto completo si trova in questa pagina-fossile:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap4iii.html#mantova

Ed ecco l'AUDIO, recuperato dalle registrazioni di quel giorno. 5 settembre 2002. "Breckenridge e il continuum".

http://www.wumingfoundation.com/suoni/WuMing_Mantova2002_Breckenridge.mp3

---

Aggiungo adesso, di mio, il seguente scambio di battute avvenuto nei Commenti a Lipperatura il 12 maggio 2005: 

"Probabilmente tutti gli equivoci nascono dall'indeterminatezza semantica di parole quali 'genio' o 'talento'. Possiamo tranquillamente usarne altre, compreso il mikebuongiornesco 'bravo-bravissimo'. La sostanza non cambia. Torniamo alla nostra Callas: quella cosa lì che lei si ritrovò in gola ***A DIFFERENZA DI TANTE ALTRE SUE COETANEE*** non se l'era messa da sola. Dono degli dei? Dono del caso? Fortunata combinazione di circostanze bio-chimico-sinapsiche? Domande oziose. Magari un giorno la scienza potrà essere più precisa in merito. Ma fu esattamente su ***quella base*** che la fanciulla Maria poté lavorare per diventare Maria Callas anziché, chessò io?, Giuseppe Genna.
D'altronde l'evoluzionismo non spiega le mutazioni come derivate da accidentalissimi errori genetici di tipo utile? Va, infine, da sé che se Federico Fellini fosse nato nel Settecento, quando il cinema ancora non c'era, non sarebbe mai diventato il grande regista che sappiamo. 

Postato da Fake di Angelini il 2005-05-12 16:37:00.0

"La questione del genio è proprio come dice Angelini. Pensa Luciana Turina che non si sviluppa storico-ambientalmente e diventa, anziché la Turina, chessò?, Angelini...

Postato da giuseppe genna il 2005-05-12 17:04:06.0

Per Genna. Grande (= grossa) Turina! Un mito. Questa volta mi hai fatto ridere.

Postato da Fake di Angelini il 2005-05-12 17:18:45.0

[Immagine di Ming1 da http://140.115.170.1/Hakkacollege/english/Hsueh-Ming1.jpg ]:- )

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giovedì, maggio 04, 2006

LA MIA VITA E' UN VAJONT

 

LUCIO ANGELINI
INTERVISTA 
GIUSEPPE GENNA*
 
Prima di iniziare l'intervista, l'emozione è tale che sono costretto a chiedere a Giuseppe Genna di poter fare pipì. Il suo bagno mi sorprende. Non c'è un'imitazione di una jacuzzi, come mi attendo. C'è una vasca a filo di pavimento, enorme, perfettamente circolare, divisa a metà da una parete di ceramica ondulata, uno ying e uno yang perfetti. 
Fossi un personaggio di Pynchon, di De Lillo, di Foster Wallace, di Vollmann, di Palahniuk, di Eggers, di Erickson, infilerei senza esitazione la testa nel water. Fossi un personaggio di Ellroy, cacherei nella tazza di Genna e non tirerei lo sciacquone. Fossi un personaggio di Lobo Antunes, incendierei il bagno. Fossi un personaggio di McEwan o di Auster o di Amis o di Coe non farei nulla. Fossi un personaggio di Bret Easton Ellis, mi tirerei una riga di coca allineata sulla porcellana del lavandino... ma sono solo Lucio Angelini e non mi resta che tornare ad accoccolarmi - ancora un po' tremebondo - davanti all'Autore:- ).
"Giuseppe", esordisco, "i critici che finora si sono occupati di Dies Irae vi hanno rinvenuto tracce di Pynchon, De Lillo, Foster Wallace, Vollmann, Palahniuk, Eggers, Erickson, Ellroy, Lobo Antunes, McEwan, Auster, Amis, Coe, Breat Easton Ellis e tanti altri... "
"A chi mi accusa di aver scimmiottato Pynchon, De Lillo, Foster Wallace, Vollmann, Palahniuk, Eggers, Erickson", risponde Giuseppe, "non esiterei a infilare la testa nel water. A chi mi accusa di aver copiato da Ellroy, cacherei nella tazza senza tirare lo sciacquone."
"E a chi ti accosta a Lobo Antunes?"
"Incendierei senz'altro il bagno."
"Ma a chi, allora, non faresti nulla?"
"Semplicemente a chi mi ha apparentato a McEwan o  Auster o Amis o Coe o equipollenti." 
"Ti va di raccontarmi la genesi del libro?"
"La prima idea del libro fu una sorta di cazzata alla Peter Kolosimo."
"In che senso cazzata?"
"Avevo appena otto anni, capisci? E pensai alla storia di una futura colonizzazione di Marte nell'arco esatto di due secoli, inventata di sana pianta."
"Vuoi dirmi che l'idea di Dies Irae risale nientemeno che alla tua fanciullezza?"
"Esattamente. Primi scrissi la storia, poi decisi di fare lo scrittore. Mi spiego: ricordo che, quando ebbi completato il lavoro, andai da mia madre e le raccontai che avevo in mano questa specie di dossier elaborato sulle indicazioni di un progetto reale della Nasa, che avevo reperito da qualche parte... Dissi così per rendere il tutto più credibile, più verisimile. Fu l'inizio. Ma anche la fine. Se qualcuno mi chiede quando ho iniziato a pensare di fare lo scrittore, rispondo che fu lì, in quel momento: non quando stesi il progetto, ma quando mentii a mia madre, portandole orgoglioso il dossier scritto a biro." 
"Un dossier sulla colonizzazione di Marte, hai detto. Qualche dettaglio?"
"Si trattava, nello specifico, di un progetto per la conversione ad habitat terrestre del pianeta... con tanto di schede tecniche desunte dai libri delle elementari di classi più avanti della mia. Era la descrizione ipotetica del viaggio di un equipaggio di sei astronauti, tre uomini e tre donne, provenienti da tutti i continenti. Sbarco su Marte. Costruzione di una zona serra per produzione di ossigeno. Più spedizioni, navi robot che calavano sul pianeta, automi che costruivano centrali di inquinamento per aumentare l'effetto serra... Inquinavano il pianeta per renderlo abitabile, capisci? Installazione di altiforni per bruciare anidride e convertire chimicamente ossigeno secondo un progetto che avevo denominato Clorofilla. Studi per scoprire l'eventuale esistenza di specie entomologiche aliene, bacilli o eventuali virus congelati ai poli di Marte. Test sul sistema osseo, sul sistema immunitario. Dopo due secoli, i primi innesti vegetali, fabbriche in cui idrogeno e ossigeno venivano combinati per la produzione d'acqua. Aumento climatologico di piogge e stratonembi. Primi insediamenti collettivi a scopo abitativo. Ripopolamento del pianeta.... "
"Sì, ma con quale tesi di fondo?"
"La tesi di fondo era che noi, la specie, i bipedi mammiferi, venivamo di lì. Eravamo migrati avendo previsto un'immane catastrofe, probabilmente una cometa non deviabile. Eravamo sbarcati sul pianeta in formazione, ricco di acque, che già utilizzavamo quale laboratorio, appendice per un habitat alieno, extramarziano. Qualcosa non funzionò, forse gli esiti dell'impatto su Marte ebbero effetti sulla Terra. Ricominciò tutto daccapo. La tormentata indefinita pena evolutiva. I metabolismi iniziarono nuovamente a chiedere energie disponibili. Predazione. Fecondazione. La vita allo stato basale. Eccetera."
"Interessante. Però, poi, nel corso di questa lunghissima gestazione, il progetto iniziale è andato assumendo caratteristiche diverse... "
"Sì, certo. Ho cominciato a pensare un'opera priva di ogni carattere di leggibilità, non una storia ma una vicenda, a pena decrittabile, la storia della specie e della sua trasformazione e della sua infinita migrazione verso altre galassie, le mie Argonautiche che nessuno potesse comprendere, apparizioni fantasmatiche in luoghi immersi in un buio assoluto, il primo attraversamento di un buco nero sfruttando il lancio di una nana rossa, un'opera frammentaria composta all'infinito...  pagine e pagine lasciate prive di guida, senza accompagnamento per l'eventuale lettore, se un lettore ci fosse mai stato, e il titolo dell'opera sarebbe stato, appunto, Dies Irae, il giorno dell'ira che non sarebbe più dovuto essere un giorno, ma anni luce catapultati nelle curvature del tempo e dello spazio, e un'ira trasformata, non il veleno psichico che vomitavo qui e ora da ogni poro, un'ira immensa, universale, che coincidesse con la manifestazione tutta della materia, questo regno instabile e pesantissimo, denso e impenetrabile, interpenetrato da vibrazioni angeliche e demoniache, che i nostri attuali apparati percettivi non erano al momento in grado di intercettare, e il giorno in cui l'avrebbero fatto avrebbero di fatto varcato un limite per arrestarsi a un nuovo limite, poiché l'occhio non vede se stesso e questa dimensione non è definitiva."
"Giuseppe, ma tornando ai tuoi otto anni... com'eri tu da fanciullo?"
"Io ho sempre avuto la sensazione di essere ai limiti del consorzio sociale, di essere tagliato fuori. Di essere pazzo. Ho passato periodi di tremore e di terrore. Fosfeni e granuli fluorescenti sospesi nella stanza buia dove stavo chiuso. L'ansia nel petto che preme il cuore gonfiandolo contro la cavità ossea. Ma non visioni. Non allucinazioni. Noi siamo la specie che allucina, ma che allucina in un modo che è dato, e condiviso. Le allucinazioni assumono una stabilità, sono percezioni condivise." 
"Ora ti tendo un tranello, attento."
"Prego, fai pure."
"Sapresti darmi hic et nunc, a freddo, una definizione di anno-luce?"
"Perché?"
"Perché secondo certi critici maligni tu non avresti ancora capito che l'anno-luce non è un'unità di tempo, malgrado il tuo romanzo L'anno luce."
"Si sbagliano di grosso.  So perfettamente che l'anno luce è un'unità di lunghezza, corrispondente alla distanza percorsa dalla luce o da altra radiazione elettromagnetica nel vuoto in un anno. In pratica, considerando che la luce viaggia alla velocità di circa 300 mila km al secondo, un anno-luce dovrebbe equivalere grosso modo a 9460,5 miliardi di chilometri."
"Esatto. Ma i critici, lo sai meglio di me, spesso hanno il dente avvelenato."
"Non mi stupirei che questa bassa insinuazione fosse partita da quel rosicone di Giuseppe Iannozzi... "
"Conosco Iannozzi. Ce l'ha a morte con Riccardo Pedrini dei Wu Ming... A proposito dei Wu Ming. In un'intervista che ha fatto il giro della rete, Roberto Bui - ovvero Wu Ming 1 - ha sostenuto che di biopic sui Grandi e Grandissimi Artisti, la loro Ispirazione, la loro Superiore Sensibilità, il Titanismo, l'Ego che si espande fino a invadere ogni spazio, il loro essere maudits /incompresi/ribelli/irregolari/martiri della creazione, vissi d'arte vissi d'amore, live fast die young ecc. ce ne sono già fin troppi; che si potrebbe scrivere un romanzo in cui la Musa , stanca di essere tirata per la giacchetta di questo mondo, manda l'eroico Autore a fare in culo."
"Ha solo in parte ragione. La letteratura sa essere pericolosa, ha un arco di durata più lungo di ogni altro medium o prodotto, una carica di memorabilità che sul lungo periodo straccia quello di cui sono capaci film e tivù. L'Autore a cui allude Wu Ming 1 è consapevole di questa potenza. La utilizza come un'arma. E' sfrontato. E' dissociato: in difesa rannicchiato dietro lo scudo, va all'attacco sfrontatamente sventolando questa spada di cartapesta che è la letteratura..."
"E quindi?"
"E quindi, a questo livello, mai più la voce della finzione, mai più un racconto della verità finta, questa festa da idioti in pieno - chessò io? - hinterland milanese, con personaggi carichi delle loro esperienze e delle loro pene e dei loro entusiasmi, la finzione dell'ascolto, dell'empatia, della comprensione e del diniego, solo un'osservazione che testimonia della sconfitta, questo sguardo gelido che suppone di essere testimoniale e non lo è."
"Roberto Bui sostiene che la vera fatica sia quella del minatore, di chi spalma il catrame sulle strade, raccoglie i pomodori, lega gli innesti alle piante, tira il risciò, scarica i camion, passa le giornate sulle impalcature, ha i piedi gonfi per aver passato undici ore al semaforo proponendosi per lavare i parabrezza. Sei d'accordo su questo?"
"Conosco il passo a memoria: 'Non bisogna credere a chi esalta troppo i Tormenti del Creare, il Peso dell'Arte ecc..Raccontare una storia, limare un verso, far suonare la lingua e le parole è senz'altro più divertente che spalare la neve all'alba a metà gennaio per conto del Comune.'  Ma Roberto Bui aggiunge: 'Però, anche scrivere è un lavoro, con strumenti, tecniche, tempo da dedicare, routines da eseguire, parametri da verificare, collaborazioni da rodare'... E tuttavia - malgrado il fascino delle teorie wuminghiane - mi consta che parecchi scrittori abbiano comunque sentito inquietanti 'presenze invisibili', latrati di cane e pianti di neonato. Hanno avuto l'impressione di essersi trasformati in altre entità, non umane... E in proposito sono state formulate due contrapposte scuole di pensiero. Secondo quella medico-razionale lo scrittore inevitabilmente 'dissocia psichicamente' , soprattutto se costretto a vivere in totale e stressante assenza di gravità, sotto il bombardamento di forti flussi magnetici e radioattivi e per giunta in un silenzio assoluto. La seconda ipotesi, in linea con l'ufologia, considera quelle enigmatiche allucinazioni il risultato di comunicazioni reali da parte di specie aliene."
"Ma così si ritorna alla Musa insufflatrice, che - quindi - non sarebbe possibile  mandare definitivamente affanculo."
"Tu l'hai detto:- )"
"A pag. 84 di Dies Irae si legge esattamente: 'Giuseppe Genna è uno scrittore di serie B'. Hai davvero una così modesta opinione di te stesso?"
"Conosco i miei buchi neri, uno per uno. Conosco la loro forza di attrazione, che per anni è stata un'attrattiva. Non dispongo di forza interiore né di debolezza interiore. Mi piaceva, anni fa, occuparmi di complotti... utilizzavo il complotto per costruire la favola verosimile, secondo le modalità con cui strascicava la propria esistenza un popolo stracciato con il cervello generalmente in pappa, e che si preparava all'avvento della stagione pneumatica e indecente che avrebbe trionfato proprio in diretta sul medium di massa, quello che il condizionamento mentale l'aveva irradiato con allegro libertinismo politico: la televisione... Poi ho capito che la mente non riesce a fermarsi se non nell'ebetudine disperata. Sono l'indiziato, il colpevole, il condannato, il martoriato, il massacrato, l'ucciso, il cadavere indecomposto. Io, l'uomo della colpa. Io, l'uomo dell'esaurimento. Io, l'uomo senza merito che si rimuove, e che rimuove. Non so a chi chiedere aiuto e ogni parola mi pare banale e il conforto non giunge da nessuna parola, nessuno pronuncia la parola del conforto. Nessuno mi abbraccia, non chiedo nessun abbraccio. Il mondo esiste, e crudamente. Fa' che... Cerca di... Abbracciami, Lucio, ti prego... "
"In Dies Irae parli spesso, oltre che di buchi & buchi neri, trombe-delle-scale e pozzi, anche di specchi. Ti leggo un passo: 'Mi guardai nello SPECCHIO. Non si possono fissare contemporaneamente entrambe le pupille. L'occhio non vede se stesso, infine. Meditazione su questo limite intrinseco, personale e universale, intimo e mondano, il nostro teorema di Gödel in formato tascabile, verificabile in ogni istante. L'immenso buco nero che limita l'espansione indefinita, l'autocoscienza completa." 
"E dunque?"
"In quale personaggio del tuo libro ti pare di poterti specchiare in maniera più dolorosa?"
"Nel paziente di pagina 84, quello citato subito dopo essermi definito scrittore di serie B."
[Vado a verificare e leggo a voce alta'
 
"E il paziente sempre seduto, mai appoggiato allo schienale, chino, nella comunità B, che dondola avanti e indietro e fuma una sigaretta dietro l'altra, si accende quella nuova con il mozzicone della precedente, e dondola e sussurra sempre le stesse parole, da anni le stesse parole, sempre quelle stesse medesime parole da più di dieci anni, non si sa da dove viene, da quando è lì, senza parenti, in fronte un buco impressionante, il volto contorto, gonfio per il Serenase, a volte si piscia addosso e lei lo deve pulire."]
 
" Ecco", dice Giuseppe, "quello, secondo me, è il personaggio chiave del romanzo."
"Un'ultima domanda", pigolo prima di congedarmi. "Potremmo definire Dies Irae  'LIBRO DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA'?"
"Che fai", ridacchia Giuseppe Genna, "alludi al defunto blog www.miserabili.com ? Ripeto: Dies Irae è pura finzione, perché le cose càpitano, accadono, travolgono. La mia storia è un Vajont, come quella di tutti del resto... "
----
(*) Le risposte di Giuseppe Genna all''intervista - puramente immaginaria - sono state confezionate con brani tratti direttamente da Dies Irae, in particolare dalle pagg. 49-50, 54, 55, 63-64, 64-65, 71, 79, 84, 93, 98, 103, 497. La citazione di Wu Ming1 proviene, invece, da http://www.ilpostodeilibri.it/joyce_31.htm 
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mercoledì, maggio 03, 2006

[Lucio Angelini in una recente istantanea:-) ]

QUI CASCA L'ASINO...

Scrive Loredana Lipperini in "COME TORNARE DA UN CONVEGNO FELICI E DUBBIOSI" (Lipperatura, 29.4)

"Leggere i post di un torneo immaginario a base di scrittura, dove gli scriventi ***non ambiscono a pubblicare romanzi***, ma intendono, appunto, condividere una passione giocosamente, è almeno un refolo di quell'aria buona di cui parlavo."

Mio commento:

"ARIA BUONA??? In totale disaccordo. L'aria buona non è certo rinunciare alla pubblicazione o smettere di pubblicare libri. Se mai rinunciare al trombonismo, ma questo è solo un fenomeno collaterale."

Il gusto di giocare con le parole? Saprai che è uscito SCARABEO DIGITAL, naturalmente. Scrivere romanzi è un'altra cosa, anche prima di arrivare al trombonismo:- )
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martedì, maggio 02, 2006

ANDERSEN A VENEZIA

(J.M.W. Turner, The Grand Canal, Venice, 1840)

ANDERSEN A VENEZIA

"... [cut] Proseguii per Siena, Firenze, Bologna, Ferrara e vidi, infine, Venezia.”
“E che impressione ti fece?”
“Mi deluse un po’. Dopo aver visto Genova con i suoi splendidi palazzi e Roma con i suoi monumenti, dopo aver goduto il sole ridente di Napoli, Venezia, devo confessare, rappresentò una sorta di 'triste vale' nel lasciare l'Italia. Già Goethe aveva descritto il senso funereo suscitato dalla gondola veneziana, velocissima cassa funebre natante, nera, con frange, nastri e tendine nere. Ricordo che salii su una di esse presso Fusina e arrivai nella città silenziosa tra file continue di pali. L’impressione che mi fece fu quella di un cigno morto sull’acqua fangosa. Unici elementi di vita erano la piazza San Marco davanti alla chiesa variopinta e orientaleggiante, il fiabesco palazzo Ducale con i suoi tragici ricordi, le Prigioni e il Ponte dei Sospiri. C'erano greci e turchi seduti a fumare le loro lunghe pipe, e centinaia di colombi volavano intorno ai piloni trionfali dove sventolavano i gonfaloni. Mi sentivo come sul relitto di un vascello fantasma, soprattutto di giorno. Doveva venire la sera e spuntare la luna perché tutta la città si animasse: allora i palazzi si stagliavano piú imponenti e Venezia, la regina dell'Adriatico, acquistava animazione e bellezza.”
“Strano che Venezia dovesse sembrarti un cigno morto.”
“Devo confessarti che in quei giorni una puntura di scorpione a una mano mi rese particolarmente doloroso il soggiorno. Tutte le vene mi si gonfiarono fino al braccio e mi venne la febbre. Lasciai Venezia senza rimpianti sulla nera gondola funebre per andare in un'altra città di tombe, Verona, dove riposano gli Scaligeri e dove si trova il sepolcro di Romeo e Giulietta. Risalii le Alpi e mi fermai un intero mese a Vienna, poi vidi Praga e finalmente rientrai a Copenaghen. Ma l’esperienza italiana mi avrebbe suggerito il romanzo ‘L’improvvisatore’.”
“Non tornasti piú a Venezia?”
“Ci tornai nel 1854, arrivandovi in battello da Trieste. Se la mia prima impressione della città era stata quella di un funebre relitto galleggiante, adesso che vi tornavo sofferente per le maree dell’Adriatico non mi parve nemmeno di scendere a terra, ma di trasbordare da un vascello a un altro piú grosso. L’unica consolazione fu scoprire che adesso, grazie al ponte della ferrovia, la città era stata collegata alla terraferma. Venezia al chiaro di luna è certo qualcosa di stupendo, un sogno meraviglioso che bisogna provare. Le gondole scivolano come barche di Caronte tra gli alti palazzi, che si specchiano nell’acqua. Ma di giorno era un brutto spettacolo. Nei canali sporchi galleggiavano torsi di cavolo, foglie d’insalata e rifiuti d’ogni genere. Dalle crepe delle case uscivano i ratti d’acqua, e il sole ardeva tra i muri. Fui lieto di fuggire da quell’ umida tomba. Sulla terra ferma la vite pendeva in tralci e i cipressi nereggiavano contro il cielo azzurro. Ero di nuovo diretto a Verona. Curiosamente, anche questa volta fui punto da uno scorpione e di nuovo il dolore e la febbre mi spinsero oltre.”

(dalla VII puntata de "IL FANTASMA DI ANDERSEN" , gentilmente ospitata da  www.carmillaonline.com )

Qui tutte le puntate apparse sinora:

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 7a puntata

Posted in Carmilla on line on Aprile 27, 2006 06:27 PM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 6a puntata

Posted in Carmilla on line on Marzo 21, 2006 01:49 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 5a puntata

Posted in Carmilla on line on Febbraio 23, 2006 12:44 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 4a puntata

Posted in Carmilla on line on Gennaio 27, 2006 12:59 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 3a puntata

Posted in Carmilla on line on Gennaio 13, 2006 03:34 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 2a puntata

Posted in Carmilla on line on Dicembre 21, 2005 08:30 PM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 1a puntata

Posted in Carmilla on line on Dicembre 12, 2005 12:54 AM
postato da: Lioa alle ore 08:09 | link | commenti (3)
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lunedì, maggio 01, 2006

MASSIMO & PINAULT


Piotr Uklański/Untitled
(Monsieur François Pinault)/2003

"WHERE ARE WE GOING?"

Devo dire che il titolo della mostra d'arte contemporanea appena inaugurata qui a VENEZIA a Palazzo Grassi "Where are we going ?" (circa 200 opere dalla collezione personale del nuovo proprietario François Pinault)- mi ha fatto pensare inesorabilmente al mitico messia televisivo QUELO di Corrado Guzzanti. Ricordate?

"Se sei qui è perchè te c'hai grossa crisi, stai miagolando nel buio, vai a dentoni... c'è molto egoismo, c'è molta violenza; qua non sappiamo più quando stiamo andando su questa terra, qua non sappiamo più quando stiamo faciendo: ti chiedi il come mai, ti chiedi il quasi quasi, dov'è la risposta? La risposta non la devi cercare fuori, la risposta è dentro di te... solo che è sbajjata."

Mi ha fatto abbastanza incazzare, peraltro, leggere sul Gazzettino di ieri che per allietare la grande cena dei vip all'Arsenale (divi, star, starlette, gotha dell'imprenditoria e della finanza) dopo l'inaugurazione della mostra, sono stati fatti arrivare appositamente dal Belgio ben centocinquanta cipressi!!! "Ma cazzo", mi sono detto. "Che bisogno ce n'era? Non bastavano un po' di lampioncini veneziani colorati? Costano molto meno e sono tanto più allegri?". Poi, però, mi sono reso conto di stare miagolando nel buio e di avere grossa crisi:- )

["La mostra - si legge in realtà in www.palazzograssi.it - deriva il proprio titolo da un celebre quadro dipinto da Paul Gauguin agli albori della modernità: "Qui sommes-nous? D'où venons nous? Où allons-nous?". Il medesimo interrogativo è stato poi ripreso in chiave ironica da Damien Hirst per una emblematica scultura nel 2000, esposta in mostra: "Where are we going? Where do we come from? Is there a reason?" Dove andiamo? Questa domanda di ordine metafisico rimanda tanto agli interrogativi sulla nostra condizione presente e sul futuro quanto alle preoccupazioni che attraversano il lavoro degli artisti del nostro tempo. Questa inquietudine e questa assenza di serenità determinate da una domanda senza risposta sono al centro anche della Collezione François Pinault.]

Sia come sia, a me la mostra è toccato vederla solo ieri perché, non essendo un Vip, ho dovuto aspettare che se ne fosse asciugata la cosiddetta VERNICE prima che - finalmente!- dopo altre 24 interminabili ore - i battenti del palazzo,  restylizzato di fresco dall'architetto giapponese Tadao Ando, venissero aperti anche al triste popolo dei Vup (Very Unimportant People), ovvero i paganti.

La mostra ha un PROLOGO al pianterreno (un paio di sculture di Jeff Koons - l'americano famoso per aver impalmato e immortalato Cicciolina:-) -, una spettacolare scacchiera di Carl Andre, composta da 1296 lastre quadrate di acciaio, alluminio, magnesio, piombo, rame e zinco, 1700 gocce di pioggia color rosa salmone scroscianti dall'alto (e che a prima vista sembrano pere), di Urs Fischer. In cima allo scalone il teschio iridescente del nuovo presidente di Palazzo Grassi ("Monsieur François Pinault"), di Piotr Uklanski. Trattasi di un "gioco sfrontato sulla complicità inevitabile tra ARTISTA e MECENATE" (così il catalogo breve), a ricordare che "se la mostra è forzatamente il ritratto dell'uomo che l'ha forgiata, Where Are We Going? rappresenta anche l'uomo che è stato modellato dall'arte che ama". 

Al Prologo fanno seguito quattro sezioni: 1) Immagini della vita moderna (si comincia con una sconcertante effigie in cera di Adolf Hitler che prega in ginocchio, di Maurizio Cattelan); 2) Materiali come metafora (gli esperimenti pittorici di Lucio Fontana e Piero Manzoni, Antoni Tàpies e Pierre Soulàges, i primi dipinti su specchio di Michelangelo Pistoletto eccetera); 3) L'impulso minimalista (dedicata ad "astrattisti favorevoli all'esiguità dei mezzi e agli effetti impercettibili": per esempio una terna di tele di Mark Rothko dei primi anni Cinquanta); 4) Il Pop oggi (che "accenna alla pionieristica esposizione della Pop Art nel 1956 per poi riportarci nel presente ai vari modi di lavorare degli artisti di oggi": qui il famoso "Mao" di Andy Warhol del 1972, varie opere di Jeff Koons, in una delle quali l'autore si raffigura insieme all'immortale ex-compagna Cicciolina:- ), di Damien Hirst.

Una delle opere su cui ci si sofferma più a lungo, tra il divertito e il commosso, è un roseo iper-realistico maiale a grandezza naturale che dorme sopra un macchinario altamente tecnologico. Si tratta di una recente scultura animatronica di Paul McCathy intitolata "Mechanical Pig": la scultura respira e muove gli arti:- ). 

Nella camera in cellotex dell'altoatesino Rudolf Stinger, invece, su cui i visitatori sono invitati a lasciare un segno, pare che ieri, durante la visita inaugurale, Massimo Cacciari abbia scritto i nomi "MASSIMO & PINAULT". Titola, infatti, il Gazzettino a p. III: "Il filosofo & il miliardario incidono i loro nomi su una parete, come due innamorati").

Di Pinault e Cacciari parla anche CARLA BENEDETTI qui:

http://www.ilprimoamore.com/testo_136.html

Considerando che ieri, in realtà, sarei dovuto andare in montagna per la mia solita ferrata domenicale e che solo per superiori ragioni di diluvio sono stato costretto a ripiegare sulla mostra di Palazzo Grassi (volete mettere la sublime bellezza delle Dolomiti con i palloncini di Jeff Koons?:-))

Jeff Koons.Hanging Heart,1994-2006.High chromium stainless steel with colored coating

devo comunque ammettere che la giornata non è trascorsa invano o in modo del tutto vano:-/ 

P.S. Sempre dal Gazzettino apprendo la confortante notizia che il sindaco Cacciari avrebbe intenzione di affidare al suo nuovo amico Pinault anche il restauro di Punta della Dogana. Che ci venga finalmente restituita la più bella passeggiata di Venezia??? E qui vi rimando al mio post del 17 marzo 2006 "NON RUBARE", da cui stralcio:

"... poiché nel primo pomeriggio ero andato a vedere se la mia passeggiata veneziana prediletta - dalle Zattere a Punta della Salute con ritorno al ponte dell'Accademia passando davanti alla basilica della Salute + Ca' Dario (il palazzo maledetto) + museo Guggenheim - fosse ancora bloccata per i soliti lavori in corso e avevo dovuto constatare che così era - ho subito pensato che, in questo caso, ormai da una decina d'anni (sic!) il Comune di Venezia sta scippando i suoi cittadini, e anche i suoi visitatori, di uno dei percorsi più belli al mondo..."

[Immagine del maiale da: http://image.guardian.co.uk/sys-images/Guardian/Pix/arts/2005/10/25/McCarthy372.jpg]

postato da: Lioa alle ore 04:35 | link | commenti (3)
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