Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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venerdì, giugno 30, 2006

NON NE HO LA PIU' SQUALLIDA IDEA

Non ne ho la più squallida idea 
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"Prima di tutto voglio fare una postilla"(1):
Da un lato ci sono gli opinionisti di professione, dall'altro le opinioni della gente comune che, qualche volta, finiscono nella rubrica delle lettere dei giornali. L'11 marzo scorso, per esempio, nella pagina di Galimberti su D (allegato a La Repubblica) apparve la seguente lettera di tale Ezio Pelino, Sulmona:
 
"Gradirei molto che lei si esprimesse in merito alle considerazioni che le sottopongo. L'impianto della religione cristiana si basa sull'assunto del peccato originale: la colpa del capostipite ricade su tutta la progenie per l'eternità. Il figlio di Dio si fa carne per assumere su di sé il peccato d'Adamo e riscattare sulla croce l'umanità. Così la dottrina. Oggi, se qalcuno pensasse di colpevolizzare non dico i pronipoti, ma i figli per colpe del padre, sarebbe preso per pazzo e se quel qualcuno fosse lo Stato si griderebbe alla più spietata e arbitraria delle tirannie. Nella cultura morale e giuridica moderna, infatti, la responsabilità è personale, individuale. Solo nelle culture arcaiche la responsabilità è tribale, razziale, ricade sulla comunità, finché la memoria dura. Pertanto è inimmaginabile e insostenibile per l'uomo moderno il peccato originale. Dio non può essere più vendicativo del più vendicativo degli uomini. Non è difficile concludere che la teoria del peccato originale non è mai stata "in mente Dei", ma è stata concepita dagli uomini in ragione della loro cultura storicamente, anzi preistoricamente datata, e della loro terrorizzata vsione della divinità."
 
Rispose l'opinionista Umberto Galimberti:
 
"Di fronte al dolore, alla sofferenza e al male della terra che risulta difficile giustificare, l'umanità ha sempre pensato di essere decaduta: da una condizione paradisiaca nella versione giudaico-crisiana, da un'età dell'oro dove non c'erano pene e dolori in altre tradizioni, da una condizione celeste dove l'anima viveva non imprigionata nei limiti del corpo nella tradizione filosofica inaugurata da Platone. Ma solo nella tradizione giudaico-cristiana questa caduta, ipotizzata per giustificare il dolore e le pene di questa terra, viene connessa a una 'colpa' che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. In tale vsione il dolore è 'castigo' e a un tempo 'evento purificatore'. Come tale concorre alla redenzione e alla salvezza. In tale prospettiva il dolore non è costitutivo dell'esistenza, ma della colpa dell'esistenza e insieme mezzo del suo riscatto. Per la cultura greca il dolore non è la conseguenza di una colpa, ma è il 'costitutivo dell'esistenza', di cui bisogna accogliere per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie. Accolta la caducità dell'esistenza, occorre poi imparare a vivere tutta l'espansione della vita e tutto il suo contrarsi, perché questa è la condizione del mortale che nessuna narrazione mitica o religiosa può modificare. Se la sofferenza, come vuole il cristianesimo, è la conseguenza di una colpa suscettibile di redenzione, questa terra e l'esistenza che su questa terra si compie sono vissute come un transito. Il futuro atteso lenisce la crudeltà del dolore, perché chi oggi soffre domani sarà liberato... [cut] A differenza di quella cristiana, la cultura greca non ama il dolore ['pegno di salvezza'], perché ama la vita e tutto quanto può concorrere ad accrescerla e a potenziarla. Ma, a differenza di noi moderni, con misura, perché senza misura ogni virtù degenera. La virtù non ha per il greco il significato della mortificazione e del sacrificio, ma, come la virtus latina, è la capacità di eccellere, di essere migliore, per cui non si dà virtù senza lotta. La lotta non si ingaggia solo con il nemico, ma anche con lo stato di bisogno, con la necessità, a cui occorre far fronte, con la sorte che, se infausta, è minacciosa. Per cui la virtù è la capacità di dominare il caso, di imprimere alla cattiva sorte una svolta positiva.. [cut] Perché la virtù, qui intesa come forza e coraggio di vivere al di là delle avversità, sia efficace, è necessaria la misura, senza la quale anche la forza e il coraggio di vivere vanno incontro alla sconfitta, perché l'uomo che vuole andare oltre il proprio limite decide anche la sua fine. Quando diviene tracotante la sua forza volge in debolezza, la sua felicità in sciagura. Per questo la virtù chiede all'uomo di essere attento al suo limite, perché l'uomo non può diventare immortale come un dio, ma con il modello immortale del dio deve restare in tensione, per generare, come dice Dante, virtù e conoscenza... "
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Alquanto disincatata anche la riflessione di Corrado Guzzanti attraverso il personaggio di QUELO, un "messia" in camicia e cravatta su cui indossa un accappatoio bianco, che si presentava al pubblico televisivo dicendo (con accento vagamente foggiano) «Volevo dire al mondo e a tutti gli amici di Intennett che c’è grossa grisi, c'è molto egoismo, c'è molta violenza; qua non sappiamo più quando stiamo andando su questa tera, qua non sappiamo più dove stiamo faciendo: ti chiedi il come mai, ti chiedi il quasi quasi, dov'è la risposta? La risposta non la devi cercare fuori, la risposta è dentro di te, solo che è sbajjata.».
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Da segnalare, in merito, il post di Roquentin sul mito di SISIFO in www.vibrissebollettino.net di ieri.
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C'è, infine, chi - richiesto di pronunciarsi sugli stessi inquietanti temi di Quelo, Galimberti, Roquentin, Pelino e chissà quanti altri ("Chi siamo?", "Da dove veniamo?", "Dove stiamo andando?", "Che senso ha la vita?", "Che senso ha il dolore?"), - se la cava con un distratto: "Non ne ho la più squallida idea":- )
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Stefano Bartezzaghi ha appunto raccolto in un recente libro un divertente campionario di "frasi matte da legare", con ambulanze che viaggiano a sirene spietate, arance spezzate a favore di, anelli impestati di diamanti e automobili fuorisede con il salvasterzo...
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(1) La frase "Prima di tutto voglio fare una postilla" è tratta dal volume di Bartezzaghi.
postato da: Lioa alle ore 04:31 | link | commenti
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giovedì, giugno 29, 2006

CHI NON SI FERMA E' PERDUTO

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Proseguono al Telecom Future Centre di Venezia gli appuntamenti del ciclo "Vizi o Virtù", in cui Philippe Daverio e i suoi ospiti cercano di capire se regga ancora la tradizionale distinzione tra vizi e virtù oppure se i nuovi tempi non ci costringano a riconsiderarla. Qui il calendario delgi incontri: http://www.telecomfuturecentre.it/eventi/calendario.pdf
 
Ieri 28 giugno, alle 18.00, toccava all'OZIO (padre dei vizi? vizio che è padre dell'arte? eccetera).
Erano presenti Maria Luisa Agnese (direttore del Corriere della Sera Magazine), Chiara Boni (stilista forentina), Chicco Testa (Presidente Roma Metropolitane), e Luigi Bacialli (il direttore de "Il Gazzettino").
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Philippe Daverio, bloccato dal traffico, è arrivato con un forte ritardo sbuffando: "Se verrà aggiunta anche un'altra sola automobile sulle strade, sarà la fine per tutti!". Fino a quel momento lo aveva sostituito nell'opera di coordinamento Maria Luisa Agnese, che, dopo il rituale riferimento all'otium e al negotium romani,  si è scagliata non tanto contro l'ozio in sé, quanto contro l'ormai stucchevole e abbondantissima manualistica che lo riguarda (un esempio fra tutti, "OZIO CREATIVO", di Domenico De Masi). 
Enrico "Chicco" Testa ha citato i vari "Elogio dell'ozio" di Bertrand Russell, "Diritto all'ozio" di Paul Lafargue + Seneca ("De otio") + Stevenson ("L'ozio richiede una forte identità personale... "), "La misura del mondo" di Kehlmann Daniel eccetera. Un tempo, ha detto, l'umanità era divisa in due categorie: quella di chi era costretto a lavorare per vivere e quella di chi poteva permettersi di oziare (la classe colta:- ) ). Poi, nell'Ottocento, la classe operaia, forse ispirandosi all'esempio di Dio stesso che dopo 6 giorni di fatiche si riposò, prese a rivendicare il diritto all'ozio, al tempo libero, alla "dimanche". Per ozio intendeva appunto la possibilità di riempire il proprio tempo di quello che voleva, libera da costrizioni e possibilmente anche dal bisogno. Oggi più che mai, ha aggiunto Testa, è diventato importantissimo trovare il modo e il tempo di "deconnettersi" dalla filza degli impegni che ci stressano, dai frenetici ritmi di vita e dai bombardamenti mediatici a cui siamo sottoposti, per poter finalmente "rielaborare" in santa pace quanto via via accumulato senza tregua e senza pause... "A volte", ha aggiunto, "io stesso ho la sensazione di avere in testa un sacco di cose che vorrebbero uscire, ma che non ho il tempo di tirar fuori". Ma solo nella situazione di ozio possono nascere, paradossalmente, le idee più originali e proficue... Epperò l'ozio migliore non è quello solitario, bensì quello conviviale, in cui ci si rilassa e si sta allegri insieme agli amici. Uno slogan? "Guadagnare di più per poter lavorare di meno"...
Anche la stilista fiorentina CHIARA BONI ha sintetizzato la propria posizione in uno slogan (di sapore prettamente toscano): "NON vivere per lavorare, MA lavorare per vivere!". Non bisogna farsi travolgere dai ritmi lavorativi, ma si deve imparare a gestire il proprio tempo libero, recuperando la capacità di distendersi, di lasciar fluire i pensieri, di assaporare colori, profumi e dettagli, di essere in pace con se stessi e di conseguenza anche più simpatici e disponibili verso gli altri.
Luigi Bacialli, direttore del Gazzettino, ha evidenziato che "per oziare ci vuole denaro", perché le vacanze costano e il tempo non va sprecato. L'ozio inteso come pura perdita di tempo è pericoloso, può davvero diventare il  padre dei vizi. Per essere rigenerante, l'ozio non deve essere passivo (= lasciarsi passare il tempo addosso, magari imbambolati davanti al televisore), ma attivo, tradursi per esempio in pratica sportiva, faticosa sì, ma salutare... Epperò, si  è chiesto in tono semiserio, come si fa a rilassarsi se si hanno un cane, una moglie, dei figli, un lavoro? Imparare a oziare è difficile...
Chiara Boni gli ha risposto di avere due bastardini meravigliosi (Lampone e Bisonte), ma di non avere affatto la sensazione di sprecare il proprio tempo quando gioca con loro.  Quanto ai soldi, ha aggiunto, "ci sono persone ricchissime che NON SANNO OZIARE, almeno non in maniera creativa..."
Testa ha ripreso la parola per significare che bisogna distinguere non solo fra ozii e ozii, ma anche fra lavori e lavori. Secondo un noto stereotipo, due particolari settori professionali non costerebbero alcuna fatica: il giornalismo e la politica:- ), ma proprio lui, che ha sperimentato e abbandonato vari incarichi politici (comunali e parlamentari) può affermare a gran voce che la politica è moooolto faticosa: si passano interminabili ore a fare avanti e indietro nei corridoi del Transatlantico in attesa di essere chiamati in aula al momento di  votare (esprimendo un semplice "sì" o un semplice "no") una certa proposta di legge. La politica, semmai, è un perfetto esempio di FATICA SENZA LAVORO:- )
Daverio ha completato il quadro affermando che si possono avere idee geniali su come fare i soldi solo se non si lavora. Ha poi portato l'esempio del cacciatore e del pescatore che, apparentemente immobili, scattano al momento giusto per catturare la preda. Certo, anche secondo lui ci sono vari tipi di ozio: quello vissuto con un senso di colpa, quello assaporato con un senso di premio e via discorrendo...
E' stato a quel punto che il pubblico si è reso conto di aver dedicato due ore del proprio prezioso tempo all'ozioso ascolto di oziose chiacchiere sull'ozio, per cui si è levato in piedi e ha concitatamente raggiunto - nel cortile - l'agognato tavolo dei drink:- )
postato da: Lioa alle ore 01:09 | link | commenti (5)
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mercoledì, giugno 28, 2006

IL FANTASMA DI ANDERSEN

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In attesa che Valerio & Giuseppe riprendano gli instalment de "IL FANTASMA DI ANDERSEN" su www.carmillaonline.com , ne anticipo qui l'8° puntata.
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Cap. XX
“Da bambino, a Odense, quando andavo a teatro a seguire le rappresentazioni in tedesco, avevo visto ‘Le fanciulle del Danubio’, un’opera comica di Ferdinand Knauer, e il pubblico acclamava ogni volta l’attrice principale, a cui andavano gli onori e gli omaggi. Ai miei occhi, lei era la creatura piú fortunata della terra. Anni dopo, quando ero all’Università, mi recai un giorno in visita all’ospedale di Odense, e in una stanza abitata da povere vedove, dove, come all’ospizio, tutto l’arredamento consisteva in un letto vicino all’altro, con un armadietto, una sedia e un tavolo, vidi appeso sopra uno dei giacigli un ritratto femminile in una cornice dorata: l’ ‘Emilia Galotti’, di Lessing, che sfoglia una rosa. Ma la figura contrastava singolarmente con tutta la povertà circostante. ‘Chi rappresenta?’, chiesi. ‘Oh’, mi rispose una delle vecchie, ‘quello è il viso di madama tedesca’ e vidi una piccola donna, sottile e delicata, con le guance raggrinzite e vestita di un abito di seta liso, che un tempo era stato nero. Era la cantante famosa, che avevo vista nella parte di ‘Donauweibchen’ e che tutti applaudivano. Mi fece un’impressione indimenticabile e spesso mi tornò in mente. A Napoli, poi, avevo sentito la Malibran, la cui voce e recitazione superavano tutto quanto avevo udito, ma il mio pensiero non si staccava dalla povera cantante dell’ospizio di Odense. Entrambe le figure si fusero nel personaggio di Annunziata del romanzo che stavo scrivendo e di cui l’Italia ero lo sfondo: ‘L’improvvisatore’. Il libro uscí nel 1835 e venne tradotto in tedesco con il titolo ‘Giovinezza e sogni di un poeta italiano’. Lo portai anche al principe Cristiano, il futuro Cristiano VIII. In Inghilterra fu tradotto da Mary Howitt. Dopo appena due mesi da ‘L’improvvisatore’, sempre nel 1835 apparve il mio primo fascicolo di fiabe, che, almeno all’inizio, ricevette accoglienze tutt’altro che incoraggianti. Alcuni si lagnarono che fossi regredito a un genere cosí infantile. Laddove mi aspettavo elogi e complimenti per la nuova direzione impressa alla mia attività letteraria, ricevetti soltanto biasimo. Diversi miei amici, al cui giudizio tenevo assai, mi consigliarono caldamente di abbandonare il campo delle fiabe, adducendo che me ne mancava il necessario talento, e che non era un genere adatto alla nostra epoca. Altri suggerirono che, se proprio volevo cimentarmi in quel settore, avrei fatto bene a studiare prima i modelli francesi. La rivista letteraria ‘Dannora’, redatta e diretta da J.N. Höst, pubblicò una recensione che mi afflisse non poco. Diceva, infatti: ”Queste fiabe potranno divertire i piccini, ma è talmente improbabile che essi ne siano edificati, che chi scrive non può assolutamente garantire l’innocuità di una simile letteratura. Nessuno vorrà sostenere, infatti, che nel bambino si affini il senso delle convenienze a leggere di una principessa che nel sonno si reca cavalcando un cane da un soldato che la bacia. Quanto a La principessa sul pisello, essa appare non solo indelicata, ma addirittura sconveniente, in quanto il bambino può derivarne la falsa idea che una dama di cosí alto lignaggio debba essere cosí ridicolmente insofferente’. Il critico terminava augurandosi che l’autore non sprecasse altro tempo a scrivere fiabe per bambin."
“Stento a credere a quello che mi dici! Proprio tu, Hans Christian Andersen!”
“Ci rimasi davvero male, lo confesso. Le fiabe continuavano a presentarsi alla mia mente con tale vivacità che non potei rinunciare a scriverne di nuove, ma per lunghi anni fui apprezzato piú all’estero che in patria. In compenso, durante il regno di Federico VI, venne disposta per me una sovvenzione annuale di ben 200 Specie e mi sentii comunque pieno di gioia e di gratitudine. Non dovevo piú, come spesso in passato, scrivere per sostentarmi. Avevo un appoggio sicuro in caso di malattia, e dipendevo in minor grado dagli uomini che mi circondavano. Cominciava un nuovo capitolo della mia vita, la mia vera gioventú, giacché fin allora era stata soltanto una lotta contro i marosi che mi sommergevano. Realizzai il ‘Libro illustrato senza illustrazioni’, che ebbe una diffusione incredibile. Nel 1840 intrapresi un nuovo viaggio in Italia, di dove intendevo proseguire per la Grecia e la Turchia. A Norimberga vidi per la prima volta i dagherrotipi. Quando mi dissero che il ritratto sarebbe stato pronto in dieci minuti, mi sembrò una stregoneria, benché quell’arte fosse solo agli inizi, e ancora ben lontana dal punto a cui sarebbe arrivata in seguito. Il dagherrotipo e la ferrovia, le due nuove meraviglie dell’epoca, costituirono da sole un eccellente profitto del viaggio. Volai in treno fino a Monaco, dove rividi amici e conoscenti. Il 19 dicembre ero a Roma. Venne un terremoto, il Tevere inondò le strade, dove si andava in barca, e molti morirono per la febbre. In pochi giorni il principe Borghese perse la moglie e tre figli. Proseguii per Napoli, torturato dal mal di denti e dalla febbre. Sfuggii alla morte solo grazie a un tempestivo salasso, a cui fui sottoposto dal mio gentile ospite napoletano. Il 15 marzo partii per la Grecia su una nave da guerra francese, la ‘Leonidas’. Mi fermai ad Atene un intero mese, festeggiando il mio compleanno sull’Acropoli. Poi fu la volta di Costantinopoli, con le sue stupende moschee e il Serraglio fluttuante nella luce del sole. Ah, che vista meravigliosa!”
 
 
Cap. XXI
 
“Al ritorno in Danimarca, passai da Odense durante la fiera di San Canuto. Fuori Slagelse, la cittadina dei miei studi, feci un incontro che mi commosse profondamente. Da alunno in quella scuola avevo visto ogni sera il degno pastore Bastholm fare con la moglie la stessa passeggiata: dal cancelletto del loro giardino, su per il sentiero che passava per un campo di grano, e poi a casa per la via maestra. Ora, trascorsi molti anni, tornavo dalla Grecia e dalla Turchia, e passando per la strada vidi la vecchia coppia fare lo stesso tragitto per il campo di grano. Mi commossi straordinariamente. Di anno in anno avevano percorso il loro sentiero, mentre io avevo spaziato cosí lontano! Questo evidente contrasto mi occupò la mente in maniera singolare.”
“Avevi ormai avuto successo con le fiabe?”
“Sí, per mia fortuna. Proprio esse, infatti, in Danimarca, a poco a poco, avevano finito per essere poste incondizionatamente al di sopra di qualunque altra mia composizione. Nel mio primo fascicolo di fiabe, come ti ho detto, avevo ripreso, benché con stile mio, le vecchie storie udite da bambino: il tono in cui mi risuonavano nella memoria mi era parso il piú naturale, ma temendo che i critici colti potessero condannarlo, le avevo intitolate ‘Fiabe raccontate ai bambini’, per fornire al lettore una precisa prospettiva. In realtà le avevo sempre ritenute adatte tanto ai bambini che ai grandi. Il primo fascicolo si era concluso con una fiaba di mia invenzione, ‘I fiori della piccola Ida’, che aveva sollevato minori critiche delle altre. Il barlume di approvazione con cui era stata accolta proprio quella fiaba mi aveva incoraggiato a scriverne altre, e l’anno seguente era uscito un nuovo fascicoletto, poi un altro ancora, contenente la piú lunga delle mie fiabe originali, cioè ‘La sirenetta’. Questa fiaba aveva avuto un tale successo che era diventata presto una consuetudine porre un mio libro di fiabe sotto l’albero di Natale. Il signor Phister e la signorina Iörgensen tentarono anche di leggerle a teatro, il che era una novità e un motivo di varietà in confronto ai soliti numeri di declamazione già uditi fino alla noia. Uno dei piú influenti critici tedeschi si dichiarò addirittura entusiasta dell’idea, aggiungendo che il pubblico danese doveva essere molto colto e raffinato per godere in tal modo del contenuto senza alcun apparato scenico. Non potevo desiderare di piú, ma mi impaurii. Temevo di non poter piú meritare un’accoglienza altrettanto lusinghiera con nuove opere. Nel 1844 terminai la fiaba drammatica ‘Il fiore della felicità’, con la quale mi ero proposto di dimostrare che la felicità umana non sta nella gloria immortale dell’artista, e neppure nello splendore della corona, ma là dove ci si accontenta di poco, e si ama, e si è riamati."
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Qui le altre puntate:

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 7a puntata

Posted in Carmilla on line on Aprile 27, 2006 06:27 PM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 6a puntata

Posted in Carmilla on line on Marzo 21, 2006 01:49 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 5a puntata

Posted in Carmilla on line on Febbraio 23, 2006 12:44 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 4a puntata

Posted in Carmilla on line on Gennaio 27, 2006 12:59 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 3a puntata

Posted in Carmilla on line on Gennaio 13, 2006 03:34 AM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 2a puntata

Posted in Carmilla on line on Dicembre 21, 2005 08:30 PM

IL FANTASMA DI ANDERSEN - 1a puntata

Posted in Carmilla on line on Dicembre 12, 2005 12:54 AM
postato da: Lioa alle ore 06:44 | link | commenti
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martedì, giugno 27, 2006

FORSE QUESTA VOLTA DIVENTO FAMOSO

 Come ho più volte raccontato, negli anni Novanta del secolo scorso diventai ufficialmete scrittore per ragazzi con la pubblicazione della raccolta "Quella bruttacattiva della mamma!", Emme edizioni, subito tradotta in francese col titolo "Méchante maman" (ed. Père Castor-Flammarion). Seguirono altri titoli (con El-Emme-Einaudi Ragazzi, Loescher, Panini Ragazzi... ). Un brutto giorno, però, il sogno si infranse. Un banale incidente diplomatico pose fine alla mia carriera letteraria.

"Maddai", mi dissi, "non è possibile! Gli editori sono tanti, milioni di milioni.... come le stelle di Negroni... varrà ben la qualità!"
Invece niente. Non ci fu più verso di risalire la china. Qualcuno (la Grande Vecchia, la Grande Sorella?) mi aveva sbarrato per sempre l'accesso all'editoria italiana (sospetto persino un comunicato segreto dell'Aie a tutti gli editori in ascolto:-)). Insomma il Lucio Angelini scrittore cessò di esistere (siete editori? provate a pubblicarmi, se non ci credete!!!) e al suo posto nacquero - per un prismatico incanto - tanti altri Angelini: l'appassionato di montagna, il cazzeggiatore telematico eccetera.
 
Il secolo finì, il secondo millennio pure, iniziò il terzo millennio, arrivò il 2006... ma niente, nessun raggio di sole arrivava a scaldare il desolato coperchio della mia bara letteraria. Qualcuno dei giovani autori conosciuti in rete tentò invano di darmi una mano. Nessun generoso sforzo amico poté far nulla contro la demoniaca sentenza emessa nei miei confronti...
 
                                   finché
proprio ieri
 
S
P
O
I
L
E
R
 
ebbene sì
proprio ieri
improvvisamente
mi vedo
arrivare
nella mail box
una curiosa
proposta...
La leggo.
La rileggo.
Non credo
ai miei occhi...
Mi domando
se sia
sveglio
o non
piuttosto
immerso
in un sogno.
Per farla breve...
eccovela:
 
"Carissimo amico,

Ti piacerebbe fare un provino per un film hard ?

Io sono Beatrice Binelli e sono l'incaricata per conto della casa di produzione LuxFilm s.r.l di roma per fare la selezione di nuovi volti per il nostro parco attori.

Cerchiamo ragazzi disinibiti che siano maschi e siano disposti ad incontrare bellissime ragazze con le quali giocare davanti alla telecamere sperando di trovare nuovi divi del mondo hard.

Se sei interessato a questa stupenda opportunità collegati al nostro sito e iscriviti alle selezioni.

Riceverai una mail di conferma con l'appuntamento il luogo e la data.

Ricordati che dovrai incontrare Kimberly Jackson, la splendida attrice hard, con la quale fare sesso davanti alle telecamere, le pellicole non saranno rese pubbliche e prima di effettuare il provino, in forma del tutto gratuita, sigleremo un accordo di riservatezza che tutela la privacy.

Che aspetti? Il mondo dell'hard aspetta di vedere la tua performance."

"Accidenti!", esclamo tra me. "E chi se lo aspettava? Chi se lo aspettava che il mondo dell'hard stesse ASPETTANDO di vedere la mia performance?"

Poi un dubbio:

"Che mi abbiano scambiato per Vittorio Emanuele di Savoia, noto sessuomane?"

"Ma no. Ma no", mi rassicuro subito dopo. "Vogliono proprio me!"

Capite, dunque? 

NON TUTTO E' PERDUTO!!!

Se saprò OSARE, se non mi mostrerò pusillanime, se troverò il coraggio di cogliere la nuova STUPENDA OPPORTUNITA' che la vita mi offre... forse la FAMA e la GLORIA potrebbero arridermi ancora, baciarmi ancora, accarezzarmi ancora... 

... che importa se in un ambito totalmente DIVERSO da quello nel quale avevo concentrato i miei sforzi?

Dopo la dolorosa esperienza con ORIETTA FATUCCI di EL-Emme-Einaudi Ragazzi - sarà dunque BEATRICE (Binelli) la mia nuova & mistica SCALA AL PARADISO???

 
(Lucio Angelini e Beatrice Binelli salgono al settimo cielo)
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[L'immagine erotica in alto è tratta da http://www.lasplash.com/artman/uploads/untitled_003.jpg]
postato da: Lioa alle ore 06:34 | link | commenti (9)
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lunedì, giugno 26, 2006

PICCOLA LETTERA NOBILE

Roberto Saviano
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"Piccola storia ignobile" titolava Loredana Lipperini nel suo blog il 22 giugno scorso il pezzo in cui ricordava:
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"Sull’ultimo Nandropausa, Wu Ming 3 e Wu Ming 2 recensiscono Gomorra e Wu Ming 1 scrive un lungo intervento sul libro nel quale, fra l’altro, dice:
“adesso c'è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest'ora se io non, e va riconosciuto che c'è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio”.
 
Al che Tiziano Scarpa, persona - a quanto ne so io - assolutamente generosa (a me, per esempio, regalò di slancio, ovvero senza alcun tipo di calcolo o tornaconto, una magnifica 'Introduzione' al mio "Una volta c'era", peraltro mai uscito) in www.ilprimoamore.com si è sentito in dovere di precisare:
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"Le falsificazioni di Wu Ming 1
Tiziano Scarpa

Nella sua recensione a Gomorra, Wu Ming 1 mi mette in bocca cose da lui inventate. Mi fa dire a Roberto Saviano: "e chissà dove saresti a quest'ora se io non, e va riconosciuto che c'è un gruppo di persone che". Wu Ming 1 definisce il mio articolo  "solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio".

Questa distorsione delle mie parole è stata ripetuta in rete da alcune persone a cui fa comodo stravolgere la verità."
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Anche Sergio Garufi - sempre felice di esibire la sua amatissima metafora del pitale e della vestaglia, è intervenuto nella querelle:
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"Oh, finalmente si è istituito un criterio oggettivo per stabilire una volta per tutte il valore di un'opera letteraria! Decenni, che dico? secoli di battaglie di canoni hanno ora trovato la soluzione insperata: vince chi ha più "attitudine di combattimento di sogno"!
1° Saviano, perché s'è beccato una coltellata,
2° WM per la testa di verro mozzata, 3° ex aequo Carla Benedetti e Giuseppe Genna, per le cause giudiziarie che attentavano alla loro libertà e al loro patrimonio (Pedullà e Scientology). Tutto il resto non conta, e fa niente se chi fa il rivoluzionario sul web è lo stesso che su carta fa cascare dal sonno, coi suoi moralismi in vestaglia e pitale; e fa niente se il più implacabile denunciatore della pavidità altrui quasi sempre è il pavido frustrato, che proietta sull'interlocutore le proprie manchevolezze. L'importante, per un vero scrittore, è non mettere mai piede in quei luoghi da imboscati che sono le biblioteche! Al fine di sottrarsi alla naïveté che per destino li reclama, l'unica è ostentare qualche pezza d'appoggio del proprio "impegno". Sevizie, fratture o querele, meglio se proclamate con gran soccorso di attrezzeria retorica e un registro gnomico e vittimista. Eccolo qui, il trionfo dell'etica e il turibolo dell'estetica!
Scritto da: sergio garufi | 23/06/06 a 03:48  (commenti all'articolo della Lippa)
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Francesco Sasso di http://www.bloggers.it/retroguardia/ ha girato a boomerang le accuse di WM1 (persona, a quanto ne so, assolutamente generosa:-) ):
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Io mi domando: perché wm1, autore che apprezzo, sente la necessità, dopo aver espresso una possibile interpretazione del testo - fondamentale che ci siano più punti di vista su un oggetto narrativo, e quello di wm1 è interessante - di dire:
“Saviano è un giapster storico, uno dei primi settanta che, nel gennaio 2000, ricevette il numero 0 della newsletter. Tra di noi c'era stato qualche botta-e-risposta via mail, ma era la prima volta che ci sentivamo a voce - e finora è rimasta l'unica.
Non ci siamo mai incontrati di persona.
Non gli ho mai dato consigli di scrittura: manco sapevo che stesse scrivendo un libro.
Non ho mosso mai leve (quali?) per farlo andare in tv o in qualunque altro posto.
Non ho un briciolo di merito per quel che ha fatto lui.
Lo scrivo a scanso di equivoci, visto che adesso c'è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest'ora se io non, e va riconosciuto che c'è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio.
Stavo dicendo: l'ho chiamato e gli ho spiegato la mia teoria sull'io narrante. Mi ha confermato che è vera, aggiungendo esempi.”
Perché queste righe? Erano necessarie al suo discorso? Con “ un gruppo di persone che”, a chi si riferiva? Con le battutine su leve per la tv etc, a chi si riferiva? (domande false/ingenue le mie). Queste righe sono estranee al discorso, non necessarie. E' un di più, tanto per polemizzare.
Questa “piccola storia ignobile”, se storia ignobile è, ha avuto il suo big bang sulle pagine di Nandropausa. Si poteva sorvolato sulla “fiera delle vanità” se non si voleva una “Storia Ignobile”.
Questa “storia ignobile” è anche figlia di Wm1. Perché scandalizzarsi se Scarpa si incazza?
Peccato! Wm1, condanni “l’esibizionismo sconcio”, e ci sei cascato dentro. Hai esibito un Roberto giapster, per esempio. Peccato, lo dico da lettore di wu ming.

Ha ragione Lello Voce. L’autore avrebbe preferito un’accesa polemica sui contenuti di Gomorra.
Roberto nelle dediche ai suoi lettori scrive:
“sperando il libro possa contagiarti”.
Scritto da: Francesco Sasso | 24/06/06 a 11:19 " (commenti a Lipperatura)
--
Andrea Inglese ha scritto un commento interessante:
Non ho apprezzato la lettera aperta di Scarpa che mi è sembrata molto "paternalistica" e pero' mi è servita per capire gli errori da non fare scrivendo di "Gomorra". Ecco cosa non dire: 1) Conosco Saviano di persona, è mio amico o ci ho giocato a bocce; 2) “Gomorra” si che è un bel libro, altro che le intervistine di Aldo Nove, i romanzetti di Scarpa, i romanzini dei Wu Ming, ecc.
Semplifico un po' ma il succo è questo. E spero che ritorneremo al più presto a parlare sopratutto di Gomorra/strumento ottico/visione dell'Italia/mondo.
postato da: Lioa alle ore 07:12 | link | commenti (5)
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sabato, giugno 24, 2006

L'APRES-MIDI D'UN BLOGGER

Come è noto, il pomeriggio di un blogger può essere molto più angoscioso di quello di un fauno. Se lo spirto guerrier entro gli rugge, il tapino comincia a chiedersi: "Cazzo, e domani di che cazzo parlo nel mio cazzo di blog?"

Ci fu, nell'Ottocento, un antesignano dei futuri blogger (soleva nascondersi dietro il nick Jacopo Ortis ed era un patito della forma epistolare) che, arrivato a sera, spesso era talmente esasperato da sbottare:

"Forse perché della fatal quiete
tu sei l'imago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.                   

Vagar mi fai co' miei pensieri su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme           

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace,
dorme
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge."

Ma torniamo a bomba. Il nostro blogger, - vi dicevo - se a corto di idee, inizia a girellare nervosamente per la rete, a sfogliare i quotidiani, ad aggrapparsi all'attualità, a guardare di sottecchi la pila di libri in sonnolenta attesa di essere letti; si domanda se sia il caso di attaccare, chessò io?, il duo Scarpa-Benedetti o non piuttosto quei gran sboroni dei Wu Ming:- ) finché, verso l'una di notte, magari gli si accende in testa una lampadinetta...

A me, a dire il vero, l'ideuzza per il post di oggi è venuta fin dalla tarda mattinata di ieri. L'ho trovata su it.cultura.libri, un newsgroup che, malgrado la sua aria tristemente decotta, continuo a visitare di quando in quando per semplici motivi di affetto: fu proprio lì, infatti, che - alla fine del secolo scorso - mossi i miei primi, incerti passi telematici:-)

Ecco, dunque, il post ivi apparso alle 12.10 del 23 giugno 2006:

"Ciao a tutti. Siamo un gruppo di giovani scrittori di Venezia e invitiamo gli amanti della lettura a visitare il nostro sito, www.auteditori.it. Stanchi di elemosinare opportunità alle case editrici, abbiamo deciso di pubblicarceli da soli i nostri libri: sono testi di poesia e narrativa, per lo più illustrati, scritti come pensiamo si debba scrivere al giorno d'oggi. Nel sito potete leggere degli estratti dei libri in vendita (costano solo 3,50 euro e li potete comprare in contrassegno o con PayPal) e scaricarvi gratis un bel po' di libri che abbiamo pubblicato negli anni scorsi, oltre ad alcuni inediti. Ciao e... Get Aut Now!"

Vado sul loro sito e resto colpito da un titolo:

"SKATE OR DIE!"

così presentato:

 "questa è la storia di quando ho cominciato a skateare, più di mezza vita fa, nel 1989, quando Thrashin’ – Corsa al massacro veicolava sogni adolescenziali e la scena skate nel Veneto era appena nata. l’ho scritta perché, come diceva il Leopardi, “la rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico”, e se fosse stato anche lui uno skater avrebbe sicuramente aggiunto che ricordare le prime skateate è una figata pazzesca che ci sta troppo dentro di cattiveria! (Roby “hosoi” Cesaro")

Non ho potuto che rispondere:

"Bravi tati. Quasi quasi vi pubblicizzo nel mio blog. Anch'io veneziano. Auguroni."

E loro, alle 17,53:

"Be', che dire: grazie Lucio. Dopo metà luglio andrà online la sezione "extra" che conterrà un sacco di materiale appunto extra da scaricare (testi, audioletture, illustrazioni, etc.) e ovviamente link a siti amici. Saremo lieti di cambiare il favore! ciao"
---

P.S. Confesso che - nel lontano 1989 - distratto da altri eventi epocali come la caduta del muro di Berlino, le proteste studentesche in piazza Tianammen a Pechino, l'uscita della prima puntata de "I Simpsons" sul canale televisivo Fox, il concerto dei Pink Floyd a Venezia eccetera, a tutto badai tranne che alla nascita in Veneto di una rubizza, paffutella e frignante SCENA SKATE. E voi?????

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venerdì, giugno 23, 2006

DAVID GILMOUR DI NUOVO A VENEZIA

15 Luglio 1989
Una piattaforma galleggiante ormeggiata davanti a Piazza San Marco fu teatro di uno show dei Pink Floyd di soli 90 minuti, trasmesso in oltre venti Paesi per una stima complessiva di 100 milioni di spettatori.

Agosto 2006

SARANNO le cornici di Piazza Santa Croce a Firenze (2 agosto) e Piazza San Marco a Venezia (4 e 5 agosto) ad ospitare i concerti di David Gilmour. La chitarra e voce dei mitici Pink Floyd si esibirà in una serie di concerti "open-air" che seguono il trionfale tour europeo e americano. I musicisti della band sono Richard Wright, tastiere e voce; Phil Manzanera, chitarra e voce; Dick Parry, sassofono; Jon Carin, tastiere, chitarra e voce; Guy Pratt basso e voce - Steve Distanislao, percussioni e voce. I biglietti sono già in vendita.

Giugno 1999

Le mitiche:- ) edizioni Libri Molto Speciali pubblicano il volume:

"Scoppi in aria: Schopenhauer e i Pink Floyd a Venezia", di Anonimo Veneziano (VEDI ARCHIVIO, 2005, luglio):

"Si tratta di un 'collage' di frammenti di oltre settanta autori, il cui 'incollatore' si è trincerato dietro l'anonimato per pudore... Ecco la trama. Due fratelli seguono vocazioni contrapposte, all'autodistruzione attraverso la droga il primo, all'impegno per il bene comune il secondo che, sospinto da un'improvvisa voglia di cambiare il mondo, decide di cominciare a fare qualcosa nel vicino, adoperandosi per le sorti della propria città (Venezia): una risoluzione che matura nei giorni del famoso concerto dei Pink Floyd (luglio 1989) a Venezia, ricostruiti con meticolosa precisione. È il primo romanzo-Arlecchino della letteratura italiana, ottenuto, ripeto, per circa il 90% cucendo assieme (ma senza che si vedano le suture)  "ritagli" di stoffa letteraria di oltre settanta autori."

"... I primi, da Napoli e da Roma, erano cominciati ad affluire all'alba, ma già dalla sera precedente c'era chi aveva preso un posto in prima fila in piazza San Marco, proprio di fronte al mastodontico palco sulla laguna, distendendo il sacco a pelo. Erano soprattutto tedeschi, francesi e inglesi, la maggior parte dei quali venuti con i venti voli Charter organizzati per l'occasione in vari paesi europei. Dalle 8 in poi, dalla stazione ferroviaria a San Marco, era stata un'unica, ininterrotta colonna di giovani in marcia attraverso due direttrici: Rialto e la Strada Nova. Verso le 10 era giunta una telefonata allarmata dalla questura di Roma. Ai colleghi di Venezia la Polfer aveva comunicato che erano partiti due treni, uno affollato di ottomila persone, l'altro di cinquemila, tutte dirette nella città lagunare. I primi grattacapi per l'ordine pubblico li avevano già dati alla Stazione Termini, tanto che le forze dell'ordine erano dovute intervenire con piccole cariche per impedire vandalismi. Il questore Musarra e il capo di gabinetto Cesare Porta, che coordinavano gli oltre mille agenti e carabinieri in servizio, avevano inviato alcuni plotoni della Celere ad accogliere i fan romani più turbolenti, che così erano stati scortati fino in piazza San Marco. Col viso tirato e le radio ricetrasmittenti schiacciate fra le dita, gli agenti avevano cercato di opporsi a ogni intemperanza della folla. Alla stazione, nel frattempo, treni provenienti da Bologna e da Milano avevano continuato a scaricare migliaia di persone. Già a mezzogiorno l'ufficio stampa del ompartimento delle ferrovie dello Stato diffuse una nota per sconsigliare vivamente chiunque di mettersi in viaggio verso la città lagunare. A Mestre, la stazione che precede quella di Venezia, tutti coloro che avevano dovuto abbandonare le automobili ai lati delle strade o in parcheggi di fortuna, davano l'assalto ai treni. Piazza San Marco, verso mezzogiorno e mezzo, si era trasformata in una sorta di spiaggia. Migliaia di persone accalcate una accanto all'altra si erano sdraiate sui masegni e si erano spogliate, rimanendo in costume da bagno. "I me par foghe, i me par foghe", strillava un vecchietto veneziano cercando di aprirsi faticosamente un varco tra quei corpi distesi. Alle 13 la Piazzetta che dà sul Bacino era ormai completamente intasata e paralizzata. Il megapalco incombeva sull'acqua con tutte le sue elettroniche mostruosità. (A Costante tornò in mente lo sfogo marinettiamo su VENEZIA PASSATISTA: "Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata... Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi. Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l'imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture.") Alle 14.30 la Commissione provinciale per i pubblici spettacoli rimise in forse il concerto, perché mancavano sia le transenne sulla riva del Bacino di San Marco, sia quelle per la creazione dei corridoi necessari al passaggio dei soccorritori e delle forze dell'ordine. Si creò un clima di drammatica attesa. Per le 15.30 la delicata bomboniera di piazza San Marco era ultrasatura, ma la gente continuava ad arrivare da tutte le parti. Una muraglia umana di giovani si era assiepata sull'intera riva fino all'Arsenale, abbarbicandosi su ogni sporgenza che permettesse di superare gli ostacoli alla vista, approfittando di ogni mpalcatura, pontone di vaporetti, cornicione di porta. Presto iniziò l'assalto ai monumenti. Una ventina di spericolati si arrampicò su per le impalcature del Palazzo delle Prigioni Vecchie in restauro, subito imitata da una nuova ventina. Altri salirono sulla copertura del dirimpettaio imbarcadero della Paglia, altri ancora sull'impalcatura prospiciente l'ingresso della Biblioteca Marciana. Molti occuparono le rive, i pontili, le gradinate, finendo con i piedi in acqua. Le forze di polizia invocarono disperatamente rinforzi da Mestre e da Padova. Alle 16 giunse l'annuncio che i carabinieri chiamati da Mestre erano rimasti anch'essi intrappolati sul ponte della Libertà. Nella Piazza martellata dal sole la folla assetata si stava disidratando. Frattanto, squadre di commandos anti-Pink Floyd attaccavano sui muri della città manifesti listati a lutto annuncianti la "morte del Redentore". Tra il popolo del rock, con le mani nei capelli, si aggirava incredulo, in compagnia del pittore Emilio Vedova, il filosofo Massimo Cacciari. ("Difficilmente potrò dimenticare il senso di frustrazione e di vergogna che ho provato oggi nella mia città", dichiarò più tardi a un giornalista. "È impossibile concepire un uso più distorto, più selvaggiamente ignorante e irresponsabile di un grande centro storico ridotto a indifferente contenitore per manifestazioni di grandi masse."). Alle 16.30 non c'era ancora il permesso per il concerto. La commissione di vigilanza aveva rilevato che non erano state poste in atto tutte le misure di sicurezza. Tra Prefettura e Comune lo scambio dei messaggi si fece frenetico: nessuno pareva disposto ad assumersi una responsabilità che avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili. Ma impedire il concerto, a quel punto, avrebbe rappresentato un rischio insostenibile per l'ordine pubblico. Il sindaco Casellati rimise la decisione al prefetto: valutasse lui se preminenti ragioni di ordine pubblico ne imponevano o meno lo svolgimento. Il prefetto si consultò con i più stretti collaboratori. Parlò al telefono con il questore e ricevette l'assicurazione che con l'ausilio delle forze dell'ordine sarebbero state sistemate le transenne. Anche gli organizzatori erano pronti all'installazione delle barriere, ma attendevano polizia e carabinieri per creare un varco tra la folla dei giovani. Alle 19 l'alloggio del Sansovino, sotto il campanile, appariva letteralmente coperto di giovani che si erano abbarbicati sulle statue, sistemandosi come meglio avevano potuto: non un centimetro di marmo era più visibile. Altri prodi riuscirono, di lì a poco, a conquistare l'interno del campanile, insinuandosi per la finestrella più bassa... "

(Immagine da:http://album.foto.alice.it )

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giovedì, giugno 22, 2006

COPPIE DELLO STESSO SESSO

 
Il giurista FRANCESCO BILOTTA sulle "NUOVE CONVIVENZE" 
(COLLAGE dall'articolo "La famiglia omosessuale e la sua tutela giuridica: riflessioni su 'Le nuove convivenze tra discipline straniere e diritto interno' di Matteo Bonini Baraldi", in corso di pubblicazione sulla rivista giuridica specializzata 'FAMILIA', Giuffrè editore.
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Continuare ad etichettare il matrimonio come un istituto “ontologicamente” eterosessuale avrà probabilmente un senso da un punto di vista sociologico o antropologico, ma sotto il profilo strettamente giuridico non si riesce a cogliere la necessità di una tale caratterizzazione. Se due uomini o due donne si amano, e intendono vivere tutta la vita insieme, lo fanno non per un capriccio, o per un atteggiamento deviante, o peggio eversivo nei confronti del sistema, ma perché sono nati con un orientamento sessuale che li porta a scegliere come partner una persona del proprio sesso. Gli omosessuali questo lo sanno già – tanto da rivendicare attenzione da parte del diritto nei confronti del loro modo di essere – ma il resto della società lo ignora e tramite un riconoscimento del legame di coppia omosessuale se ne accorgerebbe. Superati gli ostacoli ideologici, l’intero corpo sociale imparererebbe a convivere con quella realtà che prima non conosceva e, rassicurato di fronte al nuovo, sarebbe capace di andare oltre, fino a concedere la piena equiparazione sul piano giuridico, data la complessità e significatività degli interessi e dei bisogni umani che stanno alla base dell’esigenza di riconoscimento del rapporto familiare fra persone dello stesso sesso (dalla tutela dell’abitazione alle successioni ereditarie, dalla cura del partner in caso di malattia alle prestazioni sociali, dal trattamento fiscale a quello in materia di immigrazione, ed altri ancora).
Si pensi al caso di un cittadino italiano che contragga matrimonio con un cittadino olandese in Olanda. Se quest’ultimo si trasferisse in Italia e volesse sposarsi non potrebbe farlo, perché in virtù della sua legge nazionale non potrebbe contrarre un nuovo matrimonio, mentre il nostro concittadino – considerando inesistente per il nostro ordinamento quel negozio giuridico – potrebbe tranquillamente convolare a nuove nozze. Il risultato sembra alquanto paradossale soprattutto se si guarda al fenomeno dal punto di vista dell’ordinamento comunitario, dove – tendenzialmente – la comune cittadinanza europea dovrebbe generare un’uniformità di diritti e di doveri a prescindere dalla cittadinanza o dal luogo di residenza. E invece, ci troviamo in una situazione surreale, per cui ciò che viene considerato discriminatorio in Belgio, Germania, Francia e nella quasi totalità dei paesi comunitari, non lo è in Italia. Come è possibile per un giurista continuare a fantasticare un mondo in cui non esistano (o se esistono non si facciano vedere) le coppie di persone dello stesso sesso? L'equiparazione giuridica tra le coppie dello stesso sesso e quelle di sesso diverso soddisfa un’esigenza di giustizia e di rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento (tra i quali, oltre all’eguaglianza, spicca certamente quello del rispetto dei diritti inviolabili della persona, nel cui novero rientra tanto il diritto all’autodeterminazione, tanto il diritto alla realizzazione personale).
Per dirla con le efficaci parole di Stefano Rodotà: «Per continuare a discriminare gli omosessuali, si è obbligati a violare principi generali di eguaglianza, di riconoscimento dell’altro», così in Premessa, in E. Menzione, Manuale dei diritti degli omosessuali”, La libreria di Babilonia, 1996 (nuova edizione Enola, 2000), 6.
Se estendere alle coppie omosessuali il matrimonio tout court appare la strada meno irta di complicazioni, omissioni, dimenticanze, e per questo motivo anche la più semplice dal punto di vista dell’elaborazione normativa, qualche buon argomento a sostegno del PaCS si impone comunque. Una forma di registrazione della coppia omosessuale rende evidente una realtà, la fa emergere dal silenzio, dal buio in cui l’ipocrisia l’aveva costretta. Quando la coppia omosessuale viene riconosciuta formalmente è più facile che cada un tabù, consistente nel disconoscere che agli atti omosessuali – per dirla con Foucault – si accompagna un’identità omosessuale. Certo, una volta istituita la figura della registered partnership o del Pacs, sarebbe necessario assicurarsi che le disposizioni dell’ordinamento che si riferiscono, specie quelle al diritto pubblico, siano modificate in modo da comprendere anche il partner registrato. In caso contrario, ad esempio per quanto concerne la pensione di reversibilità o il ricongiungimento familiare, sarebbe agevole escludere dal beneficio quanti non possano dimostrare di essere coniugati.
Bisogna abbandonare definitivamente la concezione ottocentesca dell’omosessualità come devianza e soprattutto rinunciare alla visione del fenomeno come un insieme di atti erotici tra persone dello stesso sesso. L'omosessualità va piuttosto concepita come una condizione caratterizzante la vita di una persona nella sua interezza e perciò incidente anche sulle sue relazioni affettive. Quando la novità antropologica costituita dalla relazione affettiva, stabile e continuativa tra due persone dello stesso sesso cesserà di essere tale per noi italiani, i giuristi nostrani saranno costretti a prendere posizione sul tema, esprimendosi favorevolmente. Insomma, è solo una questione di tempo... (Francesco Bilotta)
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mercoledì, giugno 21, 2006

CAPOTE, "INCONTRO D'ESTATE"

(Il giovane Truman Capote)
 
La quasi 18enne Grady Mc Neil, ex maschiaccio con i capelli corti e le ginocchia sbucciate, è un mistero per sua madre. Perché diavolo vorrà mai restare a New York in piena estate? Solo perché non ha mai passato un'estate in città? Eppure "niente risolleva il morale come una bella traversata estiva" (fino a Cannes). Sua sorella Apple (Mela), otto anni più di lei, è molto meno misteriosa ma anche molto meno carina di lei. Peter Bell è il migliore e forse l'unico amico di Grady: "Con lui Grady si rilassava come in un bagno caldo e sicuro". Ma anche Peter la rimprovera: "Come puoi dire di no all'Europa, McNeil?"
 
"In una via secondaria di Broadway... c'era un parcheggio scoperto, in cui Grady aveva cominciato a lasciare la macchina ogni volta che scendeva in città. A un certo punto, in aprile, il parcheggio aveva assunto un ragazzo nuovo. Si chiamava Clyde Manzer" (p. 26) Il giovane parcheggiatore è sui ventitré anni, né bello né brutto, molto più abbronzato della media, capelli neri e ricci che gli stanno in testa "come un aderente berretto d'agnello persiano". Con lui, a pag. 46, Grady farà all'amore, anche se "era sempre stata consapevole che lui non poteva essere cucito nella trama concreta del suo futuro. Anzi, forse era proprio per questo che aveva scelto di innamorarsi di lui: quella storia doveva essere il fuoco dell'anno prima, destinato a riflettersi sulla neve che presto sarebbe caduta".
 
A pag 64 Grady dice a Peter che non le è nemmeno venuto in mente di domandarsi se sposerà Clyde, perché pensa che questo genere di cose riguardi la gente adulta: "Il matrimonio era una cosa che poteva verificarsi solo molto più avanti, quando sarebbe cominciata la vita grigia e seria, perché per lei, ne era assolutamente sicura, la vita vera non era ancora iniziata; in quel momento, invece, vedendosi triste e pallida nello specchio, si rese conto che era già cominciata da un pezzo".
 
"Grady non era mai rimasta a New York in piena estate, e quindi non conosceva quelle sere in cui il caldo afoso apre il cranio alla città esponendone alla vista il cervello bianchiccio e il cuore di terminazioni nervose sfrigolanti come i fili metallici di una lampadina" (p. 73)
 
"Quando arrivò a casa telefonò ad Apple per dirle che dopotutto non sarebbe andata a East Hampton. Andò, invece, in macchina con Clyde fino a Red Bank, nel New Jersey, dove si sposarono verso le due del mattino."
 
"Tutto andrebbe avanti lo stesso, queste onde, queste rose marittime che spargono sulla sabbia i loro petali seccati dal sole; se io morissi tutto ciò andrebbe avanti lo stesso: e la cosa le dava fastidio... Tutte le mattine, subito dopo colazione, Grady si preparava il pranzo al sacco e andava a nasconderi tra le dune, finché il sole non s'inginocchiava al livello del mare e la sabbia non diventava fredda." (p. 102)
"... era stata dal dottor Angus Bell, un cugino di Peter che esercitava a Southapton. Dopo di che si era resa conto di avere intuito la verità molto prima che la cosa fosse effettivamente possibile - visto che era incinta di sei settimane." (p.103)
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Nella scena finale Peter Bell e Clyde Manzer sono seduti insieme nel sedile posteriore della macchina di Grady. La faccia di Peter è coperta di sangue. Clyde gliele ha suonate di santa ragione. Al volante c'è l'amico Gump, che ha messo a disposizione di tutti il suo involto contenente una dozzina di mozziconi di sigaretta: "Sono solo mezze canne, ma ci terranno svegli", aveva detto. Grady è "strafatta".
- 
 
"C'era della gioia nei colpi stordenti sferrati dai pugni di Clyde, e mentre l'auto sgommava lungo la Terza Avenue, schivava i pilastri della sopraelevata e ignorava il rosso dei semafori, lei [Grady] li fissò in silenzio come un uccello intontito dal continuo sbattere contro muri e finestre. Perché quando monta il panico la mente si aggroviglia come il cavo di srotolamento di un paracadute, e allora si continua a precipitare. L'auto svoltò a destra sulla Cinquantanovesima e sbandò sul Queensboro Bridge; sovrastando le rauche sirene del traffico fluviale, in un mattino che per lui non avrebbe fatto cambiare il cielo, Gump gridò: "Dannazione, così ci ammazzi!" senza riuscire a staccare le mani di Grady dal volante, e lei disse: "Lo so". [Fine] 
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martedì, giugno 20, 2006

CAPOTE, "SUMMER CROSSING"

 
"Truman Capote nasce il 30 settembre 1924, a New Orleans, col nome di Truman Steckfus Persons. I suoi primi anni sono segnati da una vita famigliare disordinata: dapprima viene affidato alla famiglia della madre che vive a Monroeville, in Alabama; poi il padre finisce in prigione per frode; infine i suoi genitori divorziano e danno avvio a un'aspra battaglia legale per l'affidamento. Il ragazzo va a vivere a New York con la madre e il suo secondo marito, un uomo d'affari cubano del quale assume il nome. Nei primi anni Quaranta il giovane Capote lavora come apprendista presso il 'New Yorker', ma viene licenziato per avere involontariamente offeso il poeta Robert Frost. Poco più che ventenne pubblica alcuni racconti su 'Harper's Bazaar', ma a imporlo come scrittore è il primo romanzo, Altre voci, altre stanze (1948): una storia gotica sull'ambiguità descritta da Capote come 'un tentativo di esorcizzare i demoni'. Con il romanzo breve L'arpa d'erba (1951), dalla fantasia più rassicurante, rivivono gli anni dell'Alabama e si consolida la sua precocissima fama..."  (da "Truman Capote, una biografia", nel paratesto del romanzo "Incontro d'estate", Garzanti, maggio 2006).
 
"Il manoscritto di Summer Crossing è costituito da quattro quaderni scritti a inchiostro, con numerosissime correzioni autografe di Capote. Al manoscritto vanno poi aggiunte 62 pagine di note. Manoscritto e note fanno parte dei Truman Capote Papers custoditi presso la Sezione manoscritti e archivi del reparto Discipline classiche e scienze sociali della Public Library di New York. La maggior parte dei documenti ivi conservati sono stati donati dalla Fondazione Capote alla Public Library nel 1985; la biblioteca stessa ha realizzato poi altre acquisizioni per integrare la collezione, comprando fra l'altro il manoscritto di Summer Crossing..." ( da "I Truman Capote Papers della Public Library di New York", nel paratesto del romanzo Incontro d'estate)
 
"Un'altra, molto più difficile [decisione], mi si presentò tra la fine del 2004 e i primi mesi del 2005. Nell'autunno del 2004 ricevetti da Sotheby's di New York una lettera con la quale mi si informava che un lotto di oggetti appartenuti a Capote, fra cui i manoscritti di alcune opere pubblicate, molte lettere, fotografie e quello che sembrava essere un romanzo inedito, era stato affidato alla celebre casa d'aste per la vendita. Nessuno di noi sospettava dell'esistenza di quei documenti. Sotheby's affermava che una persona di cui non poteva fare il nome si era presentata da loro dicendo che un suo zio aveva lavorato come custode di un appartamento in cui Truman aveva abitato verso il 1950. L'anonimo sosteneva che a un certo punto Truman se n'era andato e poi aveva deciso di non tornare a prendere le sue cose, dando istruzioni al sovrintendente dell'edificio di mettere tutto fuori sul marciapiede per la nettezza urbana. Secondo questa storia, il custode dell'appartamento era venuto a saperlo e, pensando che fosse un peccato mandare al macero quel prezioso materiale, aveva deciso di tenerlo per sé. Poi, quasi cinquant'anni dopo, quel signore era morto, e il parente entrato in possesso del materiale aveva deciso di metterlo in vendita. Capii subito che Sotheby's avrebbe voluto che io, in quanto fiduciario della Truman Capote Literary Trust, non solo autenticassi il materiale ma dessi il beneplacito alla vendita. Mi mandarono un elenco completo dei documenti, alcuni con fotografia allegata: c'era anche la foto di qualche pagina di un testo inedito, scritto su un quaderno da scuola di quelli che usava Truman... [cut] Lessi il manoscritto con molta eccitazione e un po' di paura. Ricordavo che probabilmente Truman non aveva intenzione di pubblicarlo, ma al tempo stesso speravo che il romanzo avrebbe fatto luce sulla produzione letteraria del giovane Capote precedente la composizione del suo primo cult, Altre voci, altre stanze... [cut] pur non essendo un'opera rifinita, il romanzo riflette pienamente la nascita di una voce letteraria originale e di un autore di stupefacente abilità... " (dalla Postfazione di  Alan U. Schwartz a Incontro d'estate, ottobre 2005).
 
(continua) 
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lunedì, giugno 19, 2006

FACCIAMONE UNA FIABA!

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Scrive Giulio Mozzi in Vibrissebollettino ("Luoghi comuni / Non facciamone una tragedia") il 17 giugno:
 
"La tragedia è, secondo la definizione che ho imparata a scuola, quella storia in cui non c'è rimedio. Oreste deve vendicare il padre, ucciso dalla moglie (e madre di Oreste stesso): se non lo fa, gli dèi lo puniranno. Oreste non deve uccidere la madre: se lo fa, gli dèi lo puniranno. Qualunque sia la scelta di Oreste, gli dèi lo puniranno: non c'è rimedio. Oreste sceglie di vendicare il padre, uccidere la madre: e viene punito dagli dèi. Ci sono due modi, quindi, per non farne una tragedia. Uno è quello di trovare dei rimedi; e l'altro è quello di negare gli dèi... "
 
E più giù:
 
"L'amico che mi dice: 'Non facciamone una tragedia', io lo guardo con sospetto. Che cosa sta facendo?, mi domando. Mi sta proponendo dei rimedi? Se mi sta proponendo dei rimedi, intende dirmi che se sono nelle peste è colpa mia (datti da fare!), se sono cornuto è colpa mia (datti da fare!), se il mondo è brutto è colpa mia (datti da fare!), se la Repubblica delle Lettere è un merdaio è colpa mia (datti da fare!). Oppure mi sta proponendo di rimuovere il tèlos? Se mi sta proponendo di rimuovere il tèlos, vuole fare di me un uomo senza senso e senza scopo (e gli esiti possono essere diversissimi: dallo scoppiatone al new dandy, dallo yuppie al conformista). Quindi, per piacere: facciàmone una tragedia."
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A Giulio rispondo:
 
"La 'tragedia greca' propriamente detta nasce dall'umana pretesa di opporsi ai voleri del destino. Il destino non si sfida, si accetta. Dopodiché si può essere più o meno fatalisti:- ) La differenza tra fiaba e mito è tutta qui: il mito insegna che non ci si può opporre ai voleri del destino, altrimenti si fa la fine di Edipo. La fiaba inculca la speranza: attraverso l'azione intelligente e costruttiva l'eroe supera le difficoltà e il lieto fine è assicurato. In altre parole: il mito inculca pessimismo e fatalismo (contro il DESTINO non si può far nulla), la fiaba educa alla speranza (il destino si può MODIFICARE attraverso l'azione: in pratica "ciascuno è - almeno un po' - artefice del proprio destino").  Quindi non: "Facciamone una tragedia!", ma "Facciamone una fiaba!"
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(Foto di Giulio Mozzi da http://www.nonleggere.it/img/upload/MOzzi_autore.jpg )
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sabato, giugno 17, 2006

PREMIATA DITTA NULLO & BICE

Sveva Casati Modignani 
Bice Cairati aka Sveva Casati Modignani
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Nel lontano 1981 i coniugi Bice Cairati e Nullo Cantaroni mostrarono al loro amico Tiziano Barbieri Torriani (che aveva rilevato la Sperling & Kupfer, nata nel 1899 per iniziativa di due librai tedeschi: Heinrich Otto Sperling, già proprietario a Stoccarda di un'impresa di distribuzione e commercio librario, e il giovane Richard Kupfer, originario di Lipsia) un manoscritto intitolato "Anna dagli occhi verdi". Questa la trama:
"E' una fredda mattina di gennaio a Milano: ai funerali del ricco e potente Cesare Boldrani gli sguardi dei presenti sono puntati su Anna, l'unica figlia ed erede universale. Da questo momento, alla guida di un grande impero economico, la donna è costretta a confrontarsi con il proprio passato ma soprattutto con quello del padre".
"Diventerà un best-seller", sentenziò Barbieri. "O comunque un eccellente seller. Lo pubblicherò!"
Felicissima intuizione.
Restava un solo problema: come firmarlo?
Fu il signor Nullo (probabilmente aizzato da un comprensibile 'complesso del nome'... provate voi a chiamarvi Nullo!) a proporre un nom de plume ben più altisonante (magari un po' cagone) dei loro, destinato a diventare una sorta di marchio di fabbrica e di garanzia di successo commerciale:
                     SVEVA CASATI MODIGNANI.
Funzionò alla grande.
Al primo best-seller ne seguirono altri, con titoli quali:"Come vento selvaggio", "Il cigno nero", "Disperatamente Giulia", "E infine una pioggia di diamanti", "Vaniglia e cioccolato", "Lo splendore della vita"... fino al recentissimo "ROSSO CORALLO".
A un certo punto, a dire il vero, il signor Nullo si ammalò e morì, annullandosi di nome e di fatto, ma l'operosa Bice non desistette, ché anzi ha continuato a costruire trame e a scodellare romanzi con la stessa costanza e determinazione di prima. Le vendite complessive, ormai, sono nell'ordine della decina di milioni di copie!!! Tanto di cappello, dunque.
Bice Cairati è oggi unanimemente definita la più autorevole erede di Liala, verso la quale nutre una sincera ammirazione. Dichiara, infatti, in un'intervista reperibile in rete
(http://www.stradanove.net/news/testi/vips-03a/vasab0406030.html ):
"I critici dovrebbero smetterla di scrivere che le nostre sono storie che grondano melassa, noi raccontiamo la realtà. E i romanzi di Liala, ad esempio, vanno messi su un bell’altare anche perché hanno spinto a leggere tre o quattro generazioni di donne, che altrimenti non avrebbero preso in mano neppure un libro."
 
Tutto ciò per confessarvi che l'altro ieri, passando davanti alla Libreria Mondadori di Venezia e vedendo che era previsto un incontro con la scrittrice SVEVA CASATI MODIGNANI, non ho resistito all'attrazione dell'orrido e sono salito al 2° piano (lassù lo spazio-eventi) per vederla da vicino e magari toccarla con mano:- )
Quando ho visto che in tutto c'era sì e no una dozzina di persone, mi sono un po' vergognato e ho provato la tentazione di svignarmela, poi ho fatto spallucce e mi sono seduto compunto al mio posto.
L'intervistatrice, di una banalità disarmante, ha esordito con il classico interrogativo:
"Come nascono i suoi libri?"
Risposta:
"Da un'idea di fondo. Per 'Disperatamente Giulia', per esempio, ero spinta dal desiderio di sapere che cosa prova di preciso una donna quando scopre all'improvviso di avere un tumore al seno. Così ho accumulato quante più notizie e informazioni sull'argomento, parlando anche con donne che avevano davvero affrontato il problema e ci ho costruito sopra un romanzo."
 
Con sobrietà, Sveva ha poi riferito di come da 25 anni si ostini a scavare nel mondo delle donne attraverso la storia del nostro paese.
"La mia griglia di scrittura è costituita da un lato dalla grande passione d'amore tipica delle donne, dall'altro da un'attenzione tutta mia per le conquiste femminili nel campo del lavoro, dell'affermazione sociale, della famiglia, dei cambiamenti legati al passare dei decenni. In 'Rosso Corallo' mi sono focalizzata sugli anni '70 e sui temi della militanza politica e della fede. Al centro del romanzo c'è una famiglia operaia, con quattro figli, di cui uno omosessuale. Il personaggio più forte è Liliana, che diventa una grande manager senza mai perdere di vista la famiglia!!!"
Domanda: "Lei dove scrive?"
Risposta: "A casa mia, dove vivo da sola con il mio cane nella periferia milanese. Ho anche un giardinetto. Quando comincio a scrivere un nuovo romanzo, non so mai come si svilupperà, anche se ho un piano di massima in testa. Può succedere che i personaggi mi scappino di mano e vadano avanti per conto loro, sorprendendomi."
Una signora dal pubblico:
"Le è stato utile l'apporto della narratologia?"
"Narratologia? E' la prima volta che sento nominare questa parola. Sa com'è? Io scrivo d'istinto, mi sforzo di essere chiara e di presentare situazioni in cui ci si possa facilmente riconoscere... tutto qua."
"Quanto c'è di autobiografico in quello che scrive?"
"Non molto, in realtà, anche se molti personaggi si ispirano a persone da me effettivamente conosciute."
L'incontro finisce presto, anche perché il pubblico è minimo e poco disposto a interagire. Però che tristezza venire a Venezia dalla lontana Milano per incontrare quattro gatti, tutto sommato!
Meno male che, se non altro, Sveva Casati Modignani potrà consolarsi con i risultati delle vendite...
 
Vediamo, adesso, qualche trama:
 
1) "La lettura del testamento di Alessandra Pluda Cavalli (Dio, che nome!!!) sconvolge i! marito Franco e i tre figli. La parte più cospicua dell'eredità, una collezione di quadri antichi sul tema del cibo, è stata venduta e il ricavato investito in polizze vita con un solo beneficiario, Ludovica Magnasco, custode dello stabile in cui vivono i Pluda. Ludovica, che tutti chiamano Lula, è altrettanto sconvolta per questo lascito di cui non afferra il significato. La sorte non è stata molto generosa con lei: ha avuto le sue traversie, ha trovato per caso quel lavoro di portiera e grazie all'intelligenza e al buon carattere si è fatta benvolere da tutti i condomini, in particolare da Alessandra. Ma cosa può aver spinto la ricca signora borghese a lasciarle quella fortuna? Certo non le piccole squisitezze che talvolta Lula le offriva nel locale della portineria, e nemmeno le confidenze che amavano scambiarsi. La spiegazione, che affonda le sue radici in un segreto di famiglia sempre gelosamente custodito, la colpisce e la turba, ma non altera le sue certezze: i soldi aiutano a vivere meglio se li usiamo anche per renderci utili agli altri." ("Qualcosa di buono")

2) Una mattina d'estate qualcuno colpisce violentemente alla nuca una bellissima donna, mentre sta pregando nella chiesa milanese di San Marco. Trasportata in ospedale e operata, la giovane non ricorda più nulla del suo passato e deve iniziare un difficile lavoro di recupero della propria identità. Poco a poco i ricordi riaffiorano e, faticosamente, restituiscono alla donna i tasselli della sua storia. ("6 aprile 1996")

3) "Vittima di un tremendo incidente d'auto, Mistral Vernati, il grande campione di Formula Uno, giace in coma in un letto d'ospedale. Fuori dalla stanza in cui Mistral sta lottando sospeso tra la vita e la morte si accalca una piccola folla di individui spinti ciascuno da motivazioni diverse, non tutte confessabili: Maria, il primo e unico amore; la madre, che non è mai riuscita a capirlo fino in fondo; Chantal, l'avida moglie che, anche nel momento più drammatico, pensa solo a rovinarlo; i figli Manuel e Fiamma." ("Come vento selvaggio")

4) "Penelope, Pepe per gli amici, e Andrea, due persone dal carattere e dalla sensibilità molto differenti, si amano, si sposano, hanno tre figli e insieme condividono gli alti e bassi di un matrimonio che dura da diciotto anni. Ma a un certo punto la magica alchimia si spezza: Pepe, stanca dei tradimenti del marito, delusa dal suo comportamento egoistico, lo molla, lasciandolo alle prese con i mille problemi della famiglia che fino a quel momento hanno gravato solo sulle sue spalle. Per Andrea è uno choc, perché in fondo non ha mai smesso di considerare Pepe l'unica donna della sua vita, quella su cui poter sempre contare. Per entrambi la separazione è l'occasione di guardarsi dentro con sincerità e per scoprire che il loro amore è ancora vivo." ("Vaniglia e cioccolato")

5) "Giunta all'età matura, la scrittrice Caterina Belgrado tira le somme di un'esistenza vissuta 'a modo suo': la bellezza, gli affetti, il successo non le hanno dato la felicità. Figlia di un fruttivendolo con bottega nel centro di Milano, Caterina, splendida adolescente nell'Italia del dopoguerra, ha avuto un marito, poi un compagno, tre figli e anche la fama. Ma ha posseduto Marco, il grande amore della sua vita, solo per pochi, indimenticabili giorni. Eppure, al di là di ogni speranza, la sorte le riserva un'ultima sorpresa..." ("Caterina a modo suo")

6) "Giovanna e Matilde non potrebberero, all'apparenza, avere nulla in comune, salvo il fatto di abitare entrambe nel quartiere di Brera, a Milano, e di incrociarsi talvolta per strada. La prima è un'affascinante antiquaria, sposata e con una figlia adolescente; l'altra è un'anziana diseredata che vive sola in un abbaino da cui cerca, ostinatamente, di non farsi sfrattare. Una serie di circostanze drammatiche avvicina le due donne, che impareranno a conoscersi e a stringere una profonda amicizia." ("Lezione di tango")

7) Giulia de Blasco è una scrittrice di successo, che ha vinto la battaglia contro la malattia e conquistato l'amore di Ermes Corsini, ma la vita non è facile per lei. Il figlio Giorgio le causa infatti angosce e problemi, influenzando negativamente il suo rapporto con Ermes; una situazione di cui approfitta l'affascinante e spregiudicato finanziere Franco Vassali. Comincia così un lungo inverno per Giulia, che deve rimettere ordine nella propria esistenza: ma in fondo al tunnel palpita vivida una luce..." ("Lo splendore della vita")

8) "Minacciato da un pericolo mortale, il celebre chirurgo Alessandra Valera cerca una spiegazione nel passato della propria famiglia e, rovistando tra vecchie carte, s'imbatte in Saulina, una sua antenata. Tenera, violenta e appassionata, Salina nata povera in un borgo alle porte di Milano riesce a diventare la marchesa Alberighi d'Adda, capostipite di una dinastia di medici, avventurieri, prelati, massoni...Un affresco superbo, che ricrea con efficacia l'atmosfera di una Milano che ormai non esiste più." ("Saulina. Il vento del passato").

Eccetera

Alessandra Pluda Cavalli... Alessandra Pluda Cavalli. Cazzo! Ecco un nom de plume che potrei sostituire all'incolore "Lucio Angelini" ... Magari comincerei a vendere pure io, chi può dirlo?:-)

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venerdì, giugno 16, 2006

MAURO CORONA A VENEZIA

Mauro Corona
 
Venezia 13 giugno, Spazioeventi della Libreria Mondadori, S. Marco 1345.
Incontro con MAURO CORONA. Ha introdotto e coordinato Vittorio Pierobon, vice-direttore del Gazzettino.
 
"Corona è scrittore scarno e asciutto, insieme magico nell'essenzialità con cui narra storie fiabesche di brusca ed elementare realtà. I suoi racconti hanno l'autorità della favola in cui il meraviglioso si impone con assoluta semplicità, con l'evidenza del quotidiano" (Claudio Magris)

Fosse arrivato in giacca e cravatta, con i capelli all'umberta e il viso rasato, avrebbe sicuramente spiazzato tutti quanti. Invece si è presentato esattamente come ormai la gente se lo aspetta: aria selvaggia, un fazzolettone da testa annodato dietro i capelli grigi a ciocche scomposte, una sorta di canottiera blu da cui fuoriescono le muscolose braccia da arrampicatore... e a me è subito frullata in testa la domanda: "Scusa, Mauro, ti capita mai di sentirti un po' prigioniero del tuo personaggio?":-)
Gettata un'occhiata al tavolo a cui stava per sedersi, Corona ha esordito con la breve filippica di rito contro l'acqua minerale, chiedendo che al suo posto venisse messa una più amichevole bottiglia di vino rosso.
La prima domanda di Pierobon è stata:
"Cavapietre, alpinista, scultore, scrittore... ma chi sei tu oggi veramente?"
Dopo avergli rovesciato addosso una discreta filza di citazioni, Mauro Corona ha risposto che, beh, sì, a seconda di come si alza la mattina può sentirsi scrittore, camminatore, scultore, perditempo, beone eccetera. "Artaud diceva che, qualunque cosa si faccia, la si fa per uscire dall'inferno", ha precisato. "Io, adesso, scrivo, e allora? Ognuno può fare quello che vuole, nessuno può arrogarsi l'esclusiva di nessuna attività, anche se c'è chi si lamenta che troppi scrivano e pochi leggano. Brodsky diceva che si scrive per salvare qualcosa della propria civiltà personale. Magris che lo si fa per lottare contro l'oblio. Ma se uno scrive, scrive soprattutto perché la scrittura aiuta a vivere, come tante altre cose, del resto. Per me scrivere è come scolpire o arrampicare. Una continua operazione di sottrazione, un continuo togliere. Tolgo legno dal legno per far affiorare la scultura che ci immagino dentro. Quando arrampico, tolgo gesti inutili, per non stancarmi e precipitare. Dopo aver scritto di getto, inizio a togliere anche lì, a ridurre all'essenziale, a limare. Certo, alla fine bisogna pur stampare il libro, per non rischiare di modificarlo all'infinito... "
"Com'è avvenuto il passaggio da cavatore di pietre a scrittore di successo?"
"Devo tutto al Gazzettino di Pordenone. Maurizio Bait sapeva che scrivevo storie per i miei figli. Mi propose di pubblicarle... "
"E che effetto ti fa, oggi, il successo?"
"Be', essere riconosciuti per strada può far piacere, ma a volte preferisco scomparire per intere settimane. Ho rinunciato a 40 puntate con Alberto Tomba in Mediaset perché... che mi frega di lasciarmi manipolare da questo e da quello? Voglio la mia libertà. Resto pur sempre un camoscio, bolso, ma camoscio! L'importante è non farsi cambiare dal successo e dai soldi. Per quanto mi riguarda, ho sempre disprezzato chi fonda la propria vita sull'accumulo di denaro. Ho sempre desiderato, piuttosto, essere ricco di tempo, per poter fare ogni giorno quello che mi va: arrampicare, scrivere, leggere, camminare nei boschi, scolpire, bere vino..."
"Mauro, ma come nascono i tuoi libri?"
"L'ispirazione, diceva De Chirico, è dei dilettanti. Io prendo appunti mentre cammino, poi di notte li sviluppo e li elaboro. Spesso mi sveglio alle 3 del mattino e allora scrivo, estendo, correggo..."
"Veniamo al tuo ultimo libro, 'Vajont: quelli del dopo'. Tu accusi certi tuoi compaesani di compiacersi di fare i superstiti... "
"Dopo la tragedia del Vajont noi di Erto, Casso, Longarone, ci chiudemmo in un lungo silenzio. Poi arrivarono i Paolini e i Martinelli, il Vajont tornò al centro dell'attenzione, si scatenò una sorta di curiosità morbosa. Frotte di persone salirono fino alla diga per vedere con i propri occhi l' oggetto del dramma televisivo. E molti paesani che si erano cuciti le bocche dopo aver intascato soldi per ogni parente defunto nella tragedia, cominciarono a stare al gioco... a recitare la parte del superstite, a piagnucolare 'io c'ero', ad accettare di suscitare pietà..."
Un signore del pubblico alza la mano per chiedere: 
"Mauro, ma tu che rapporto hai con la morte, visto che hai anche arrampicato?"
"All'inizio avevo il terrore del vuoto, del pericolo. Arrampicando sono riuscito a domarlo. Sì, è la parola giusta: a domarlo. Ero un ragazzo timido. Il coraggio me lo sono costruito a poco a poco. La morte mi fa paura, ma ancora più paura mi fa il pensiero di poter perdere un figlio. Quelle sì che sono tragedie. Il vero coraggio non è scalare le montagne, ma timbrare il cartellino ogni mattina, affrontare il quotidiano. Il vero coraggio è seminare non sapendo se si potrà raccogliere. L'avventura è nelle piccole traversie di ogni giorno, negli imprevisti della sorte. Non tutti quelli che sono dotati di talento hanno il coraggio di aprirsi una strada e allora andrebbero aiutati. Ma i morti, quelli vanno lasciati in pace, sottoterra, senza il peso di alcun marmo addosso. Se io morissi, so che mia moglie mi farebbe costruire un grattacielo sulla tomba, ma io mica mi faccio trovare. So dove andare a morire, io, quando arriverà il momento... "
 
(Segue il rito degli autografi, tutti corredati da graziosi disegnini, e uno scambio di battute più informali con le persone che si affollano attorno al tavolo. Io mi allontano e solo quando sono fuori mi accorgo di non essermi ricordato di chiedergli se a volte non si senta un po' prigioniero del suo personaggio:- )
 
P.S. Il sito ufficiale di Mauro Corona è questo: http://www.dispersoneiboschi.it/ .
Si consiglia di visitare anche www.erto.it per la tragedia del Vajont.
 
P.P.S. Avevo già assistito a un incontro con Mauro Corona un paio d'anni fa al teatro Aurora di Marghera. Copio-incollo da it.sport.montagna di Ven 23 Gen 2004:
 
"Divertente, un po' brillo già all'inizio, poi sempre di più via via che rabboccava il bicchiere, alla domanda: 'Che albero è Berlusconi?', Mauro Corona  ha risposto: «Un acafoglio, ovvero un incrocio fra un'acacia e un agrifoglio.»

(Immagine da http://www.dispersoneiboschi.it/immagini/bubu/6.jpg )

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giovedì, giugno 15, 2006

BOLOGNINI SU "O.T."

L'OMOEROTISMO IN ANDERSEN

recensione di Stefano Bolognini al libro

"O.T. Un romanzo danese" , Fazi Editore, 2006.
Ponderoso romanzo del 1836 di Hans Christian Andersen.

Ricostruisce la storia del giovane barone, e studente universitario, Otto Thostrup, alla ricerca del significato del sinistro tatuaggio "O.T." che ha sulla spalla.

Alterna efficaci immagini dei paesi nordici a prosaiche scene d'interno, che fanno da contorno allo sviluppo dei sentimenti dei giovani protagonisti, con gli arrossimenti dei primi amori nella soffusa limpidezza di una terra, che pare incontaminata, ma che nasconde un sinistro segreto.


L'omosessualità di Andersen traspare con decisione nella "amicizia particolare" tra il protagonista e il nobile Vilhelm, che culmina in una gustosa festa che vede il secondo travestito da donna e che pare agli occhi di Otto la giovane di cui è innamorato:

"Quando Vilhelm gli si sedette sulle ginocchia, Otto sentì il cuore battergli come se avesse avuto la febbre. L'emozione gli iniettò una corrente di fuoco nel sangue. Tentò di spingerlo via, ma la bella continuava a tempestarlo di carezze".

Tutto il romanzo, e le innumerevoli latenze testuali che rimandano alla storia dell'omosessualità, come l'accenno nelle prime pagine allo scultore neoclassico gay danese Bertel Thorvaldsen (1770-1844), andrebbe riletto in chiave omoerotica e autobiografica, come accenna il curatore, Lucio Angelini, nella prefazione.

Ma questa lettura non sembra trovare le simpatie dell'intellighenzia italiana i cui strali, da parte di Daniela Marcheschi il 16 aprile 2006, dall'"autorevole" (almeno quando non si parla di omosessualità) supplemento domenicale de "Il sole 24 ore", colpivano Angelini, reo di aver ribadito l'omosessualità di Andersen.

"E' riduttivo il curatore nel ribadire (l'aveva già fatto per Il Violinista), l'omosessualità di Andersen, spiegandone la scelta del fiabesco con il bisogno di esprimerla senza inibizioni. [...] Se un tale sentire ha avuto risvolti d'ordine psicologico sull'uomo e sullo scrittore, l'esperienza letteraria di Andersen è però sempre in tensione conscia fra spinte individuali e soggettive e complessità della cultura: e proprio ciò ne fonda l'esemplarità".

Insomma solo dire che Andersen è gay ne riduce la complessità individuale. E allora noi lo ripetiamo...


Voto:
La riproduzione di questo testo è vietata senza la previa approvazione dell'autore.
(da
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P.S. Alla Marcheschi risposi in questo stesso blog il 20 aprile 2006 (si veda Archivio/aprile).
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mercoledì, giugno 14, 2006

VINO NUOVO IN OTRI VECCHI

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Matteo Bonini Baraldi (nella foto), veneziano, è un giovane ricercatore di diritto civile presso l’Università di Bologna; un Master della University of British Columbia di Vancouver, dal 2002 al 2004 ha coordinato il “Gruppo europeo di esperti per la lotta alla discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”, per il Programma d’azione comunitario contro le discriminazioni.
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Lunedì 12 giugno alle 18.00 qui a Venezia alla Scoletta dei Calegheri in Campo S. Tomà  è stato presentato il libro
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scritto, appunto, da MATTEO BONINI BARALDI e pubblicato da Ipsoa Editore. Il volume  "affronta la questione delle famiglie di fatto e delle leggi approvate nei vari paesi europei per tutelarle. Si tratta di una delle ricerche più dettagliate ed autorevoli di come viene declinato il diritto al riconoscimento dei legami affettivi, oltre il matrimonio, nello spazio giuridico europeo. Un tema di grande attualità e al centro del dibattito sociale e politico in tutta Europa: unioni civili, patti di solidarietà, nuove forme matrimoniali, riconoscimento di diritti individuali specifici rappresentano una varietà di istituti giuridici ormai realtà in molti paesi." (Così la scheda)
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L'assessora alla cultura delle differenze Franca Bimbi ha ricordato come, insieme alla società, cambi anche il diritto in relazione alle esperienze di vita delle persone e alle effettive dinamiche del quotidiano. Indubbiamente occorrono strumenti nuovi, ma bisogna fare attenzione a non mettere vino nuovo in otri vecchi senza aver prima verificato se in essi vi siano delle crepe.
Il coordinatore Raffaele Avella ha invitato l'avvocato Francesco Bilotta (docente di diritto privato all'università di Udine) a chiarire al pubblico di che cosa si sarebbe parlato. Bilotta ha risposto: "Siamo qui per parlare della  felicità delle persone, perché di questo, in sostanza, si occupa il diritto. La sua ricaduta, infatti, è immancabilmente la soluzione di problemi concreti e di conseguenza il miglioramento della vita delle persone. Ognuno dovrebbe poter esprimere le proprie potenzialità e viversi per quello che è, ma il diritto italiano, purtroppo, sta ignorando situazioni che riguardano milioni di cittadini e altrettanti progetti di vita impostati su relazioni di carattere affettivo. Certo, l'affettività si manifesta anche con atti sessuali, ma che importa se questi hanno o non hanno carattere PROCREATIVO?". Tra le unioni di fatto sono comprese anche quelle fra persone etero cui non interessa l'istituto tradizionale del matrimonio. Oltre che di felicità, di conseguenza, si sarebbe dovuto parlare anche di ipocrisia: quella che spinge al nascondimento e alla non-rappresentazione di realtà che invece, innegabilmente, esistono.
Bilotta ha portato l'esempio di un matrimonio tra due cittadini italiani celebrato in Olanda e che per i giuristi italiani è inesistente, ovvero non produce effetti giuridici. In Europa solo quattro paesi (Italia, Irlanda, Austria e Grecia) non hanno ancora legiferato in materia. Nel nostro codice, peraltro, ha ricordato Bilotta, non esiste alcuna norma che vieti espressamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso. L'art. 87 non prescrive la diversità di sesso.
Cristina Ceroni, ricercatrice in diritto di famiglia e tutela dei minori a Venezia, ha evidenziato come il Diritto, a differenza di altre discipline (l'antropologia, la sociologia... ) sia un pianeta lento: arriva sempre per ultimo a fissare storicamente i comportamenti dei cittadini, ma la giustizia ha in sé l'idea di una eguaglianza, di una proporzione fra tutti. La famiglia tradizionale non esiste più nella sua esclusività, esistono piuttosto "le famiglie" o "gruppi famigliari", spesso frutto di separazioni e ricomposizioni, e le "unioni di fatto".
Matteo Bonini Baraldi ha puntualizzato come il matrimonio sia solo una veste giuridica, non qualcosa che esiste in natura, calata su modi di stare insieme che sono cambiati. Bisogna ri-regolare realtà famigliari non più comprese nelle cornici di contenimento del passato. Uno stato veramente laico deve sapersi rendere impermeabile alle sollecitazioni provenienti dalla sfera religiosa, che pertiene tipicamente al privato. Il peccato originale del nostro paese è stato quello di non essersi mai emancipato fino in fondo dallo Stato della Chiesa...
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L’iniziativa è stata promossa da Cgil Ufficio Nuovi Diritti, Comune di Venezia Assessorato alle culture delle differenze e Osservatorio GLBT [Gay, Lesbiche, Bisessuali, Transessuali & Transgenders]. Coordinatori Elena Petrosino e Raffaele Avella, redattori di “Nu.Di” di Radio Base Popolare Network. 
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martedì, giugno 13, 2006

CON TUTTO IL RISPETTO PER LOREDANA

(Transumanza in Val Senales)
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Mentre io, nel weekend ultimo scorso, transumavo felice da Maso Corto (Val Senales) a Vent (Austria) attraverso il Giogo Alto, malcelandomi - come da programma - fra pecore, cani e pastori (vedi i miei post precedenti sull'argomento), Babsijones bighellonava inane da qualche parte con la Lipperini,  tuttavia rigenerandosi e gratificandosi al punto da esclamare (ieri 12 giugno) nel suo blog http://babsijones.typepad.com/babsi/:
 
"un weekend con Loredana è quanto di più rigenerante e gratificante possa esistere"
 
E Loredana, da par suo, in Lipperatura:
 
"Lunghissime passeggiate, lunghissime chiacchierate con lei: un gatto, un futon, vari indiani (da intendersi come ristorante ma anche come due persone che scrivono qui)..."
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"Con tutto il rispetto per Loredana", mi sono sentito tenuto a osservare, "non cambierei il mio week-end con le pecore in transumanza tra i ghiacciai del Giogo Alto (Val Senales) verso l'Austria con il week-end di nessun altro:- )
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Sono seguiti questi due interventi:
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Be', io certi w.e. di Lucio un po' li invidio, dico la verità...
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Lucio, con tutto il rispetto per le pecore in transumanza, però... :P
Scritto da: Babsi | 12/06/06 a 15:29
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Poi una precisazione di Loredana stessa:
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"con tutto il rispetto, Lucio, ma nessuno mi aveva mai preferito, fin qui, una pecora in transumanza. :)
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E la mia risposta:
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"Loredana, non UNA pecora in transumanza: 3500! Vuoi mettere? :- )
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Frattanto, in questo stesso blog, Catwoman di it.sport.montagna mi ammoniva:
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#1  
"falla corta, voglio la relazione della transumanza! :)
CatW-MoscO
(scordavo: buon compleanno Lucio!)
 
Mia risposta:
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"Sintetizzo per te: sono stato per TRE GIORNI in Paradiso... Presto la relazione. Grazie per gli auguri."
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transum
 
Il programma, ribadisco, era:
 
Venerdì 9 giugno:
incontro con i pastori a Giogo Tasca (2.772 mt)
transumanza fino a Maso Corto (2011 mt)
cena e pernottamento
dislivello 1061 mt salita
 761 mt discesa 
Sabato
partenza da Maso Corto ore 6.00 al seguito delle greggi
arrivo al Giogo Alto (2842 mt), pranzo al sacco
proseguimento lungo la Rofental fino a Vent- Austria (1896 mt)
cena e pernottamento
dislivello 831 mt salita
                    946 mt discesa 
Domenica
partenza da Vent lungo l’altra via di transumanza, salita fino al Giogo Basso (3019 mt), con fermata al Rifugio Similaun per il pranzo
discesa a Vernago e ritorno a casa
dislivello 1123 mt salita
 1300 mt discesa
 
Ed ecco la relazione:
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"Il programma è stato diligentemente rispettato."
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P.S. Cosa? Troppo sintetica? Vabbè, allungo un po' il brodo. Dunque: il giorno 9 abbiamo incrociato le greggi provenienti dalla val Venosta proprio mentre le loro onorevoli componenti si calavano ardimentose attraverso il Giogo Tasca lungo il nuovo ripido pendio. Come dimenticare il contrasto dei loro manti chiazzati di rosso, di verde e di azzurro con il candore scintillante della neve? E che dire dell'emozione infinita di tutti quei  "Beee beee beh...beh... [embè? ... Ebbene?] Beh... beh... ["che c'è?"] beee beee... beee beee beee"?
Il giorno 10 siamo ripartiti di buon'ora insieme ai pastori. Assoluta indifferenza - devo ammettere - delle pecore nel vederci procedere in fila indiana al loro fianco lungo il percorso più impegnativo: lo scavalcamento dello spartiacque alpino (valico Hochjoch) e l’attraversamento del ghiacciaio della Val Senales, in un contesto di abbacinante splendore. Una pecora vecchia e tremebonda è stata abbandonata nella neve. "Se si riprende", ci ha assicurato uno dei pastori, "troverà da sola il modo di raggiungere le altre, altrimenti... cibo per uccelli!".
Come non evocare Umberto Saba?
 
("Quell'uguale belato era fraterno 
 al mio dolore. Ed io risposi, prima 
 per celia, poi perché il dolore è eterno, 
 ha una voce e non varia...")
 
e anche:
 
("In una capra dal viso semita 
 sentiva querelarsi ogni altro male, 
 ogni altra vita.")
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Alcuni agnellini erano nati da appena tre o quattro giorni, ma zampettavano che era un piacere appresso alle madri. Se qualcuno di essi aveva un momento di crisi, subito veniva preso in braccio da un pastore e coccolato. Dopo aver superato impervi sentieri rocciosi, nevai, morene e ghiacciai, all'altezza delle malghe della Venter Tal, tuttora di proprietà dei contadini di Senales, le pecore si sono insediate nei nuovi pascoli, mentre il nostro gruppo (undici persone) è proseguito impavido verso il paese di Vent, dove ha dormito all'hotel della Posta. Alla reception abbiamo tutti firmato una petizione contro la progettata mega-diga che dovrebbe devastare irrimediabilmente la valle appena percorsa. Il mattino dopo, eccoci di nuovo in marcia lungo il magnifico sentiero che conduce al Gioco Basso (curiosamente più alto, in realtà, di quello Alto). Risalita dei ghiacciai, sosta al rifugio Similaun (3019 m.) e poi di nuovo giù, "stanchi ma felici" verso il lago di Vernago, in val Senales....
 
P.P.S.
"Be'? Tutto qui?", mi chiederete voi.
"Beee beee beh embè che c'è beee beee", vi rispondo io. Perché sì, certe emozioni,  in effetti, sono abbastanza inesprimibili, e allora a che pro affannarsi ad esprimerle? Vi basti pensare a quanto simbolica una transumanza possa risultare a chi confida di stare a sua volta avviandosi verso pascoli più sereni:- )
 
P.P.P.S. Una sola triste previsione: fra qualche anno, quando si sarà sparsa la voce della bellezza di questo tipo di esperienza, le greggi in transumanza verso l'Austria saranno sempre più sparute, mentre le greggi dei turisti e dei fotografi ai loro fianchi sempre più numerose...
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lunedì, giugno 12, 2006

UTOPIE E DISTOPIE

Brave New World by Aldous Huxley

Per la serie "5 LIBRI CHE HANNO IMMAGINATO IL DOMANI" il 7 giugno 2006 al Telecom Future Centre di Venezia Stefano Rodotà e Franco Rella hanno parlato de "Il mondo nuovo", scritto da Aldous Huxley nel 1932. Il titolo originale del libro, come è noto, viene da Shakespeare, ("La Tempesta, Atto V, Scena I):

O, wonder!
How many goodly creatures are there here!
How beauteous mankind is! O brave new world
That has such people in't! (V.i.181-4)
Recitava il foglio di presentazione della serata:
"Huxley e Orwell vengono alla mente e sono regolarmente richiamati tutte le volte che si parla di profezie pessimistiche o di DISTOPIE, come da qualche tempo si tende a chiamarle. Ma Il mondo nuovo è un libro assai difficile da classificare in tutti i sensi. Se lo leggiamo come romanzo, è facile notare la fragilità dei personaggi e delle situazioni... se lo leggiamo come saggio, però, perdiamo qualcosa di molto importante: l'attenzione che Huxley dedica comunque all'esperienza di vita in quel mondo. Da questo punto di vista, l'invenzione narrativa ha comunque una funzione essenziale e mantiene vivo il libro ben al di là dei singoli particolari: anche per questo Ritorni al mondo nuovo, che ventisette anni dopo cerca di ripensare e 'aggiornare' in forma saggistica gli stessi temi, è paradossalmente tanto più invecchiato. E' una distopia che nasce da un'utopia realizzata: Huxley è il primo a mostrarci che nel mito del progresso il sogno fa presto a trasformarsi in incubo. La distopia del Mondo Nuovo non è l'utopia 'sbagliata' a cui contrapporne una giusta, è l'esito del perfezionismo proprio delle culture dell'era della tecnica: un perfezionismo, badiamo bene, che non è il frutto di un'ideologia specifica. I personaggi del romanzo possono chiamarsi Lenina di nome o Marx di cognome, ma possono chiamarsi anche col nome di famosi scienziati, o con nomi islamici: il mondo nuovo è prima di tutto una società tecnologica, e soprattutto una società pervasa insieme da due miti, quello della felicità e quello della stabilità..." 
 
"Chi scrive un romanzo", ha ricordato Rella, docente di Estetica presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, "vuole sovrapporre al piano della realtà un piano di possibilità. Nel caso di Huxley, l'ammonizione di fondo è che l'idea stessa di progresso e perfezione può portare con sé derive totalitarie. Meglio società meno perfette, ma più libere. L'utopia realizzata si trasforma presto in distopia. Occorre visitare il 'mondo nuovo' di Huxley alla maniera degli antropologi, studiandone i riti fondamentali. Tutte le civiltà hanno dei riti. Huxley si diverte a costruire una religione blasfema, in cui Ford prende il posto di Dio. Ma la serializzazione (decine di gemelli identici destinati a funzioni uguali per tutti) non è applicabile alla vita umana. Individualità, identità, rischio non possono essere annichiliti. Non c'è felicità possibile per una comunità ridotta a gregge docile e industrioso."

Rodotà, dopo essersi diffuso sugli elementi fondamentali del libro (il condizionamento, lo scacco alla naturalità, la mistica del DNA, della biologia come tecnica che si impadronisce dell'organizzazione sociale) ha evidenziato come un romanzo che ha previsto così tanto, persino la clonazione degli individui, non sospettasse che ci si stava avviando verso il nazismo, mondo di morte amministrata. 

Copio-incollo da http://www.ilpotereelagloria.com/modules.php?name=Reviews_3&rop=showcontent&id=42 ) la seguente parte della scheda:

"Cresciuto in una famiglia dove la scienza era di casa, Huxley si interessò sempre alle possibili evoluzioni della ricerca, soprattutto farmacologica e biologica, e fu sempre attratto dalle 'visioni future' (fu uno dei molti scrittori e artisti che provarono per un certo periodo droghe, anfetamine ed allucinogeni per acquisire, appunto, una maggior carica visionaria). Ed ecco quindi un mondo futuro dominato dalla scienza e dalla regolazione che essa impone alla vita umana: gli uomini sono divisi in classi per nascita, e i componenti di una stessa classe sono tra loro molto simili; ognuno ha un suo ruolo ben preciso nella società e nel mondo del lavoro, divisione che non è mai messa in discussione perchè gli uomini e le donne vengono educati ad apprezzare la realtà che hanno davanti fin dalla prima infanzia. Anche la famiglia non esiste: le persone sono rese sterili da appositi farmaci ed il lavaggio del cervello le convince a non avere un compagno o una compagna fissi, ma a lasciarsi andare per natura a rapporti promiscui. La 'Repubblica' di Platone, quindi, portata nel futuro, con la comunione delle donne e dei beni ma anche una rigida divisione in classi che tutti accettano e apprezzano. Una 'Repubblica' dove non si invecchia mai, non ci si ammala mai, non si soffre di malattie. Ma, come tutti i meccanismi apparentemente perfetti, anche questo si romperà quando il protagonista scoprirà che c'è anche chi vive fuori da questa realtà, allo 'stato brado', avendo figli, potendo ingrassare e in generale potendo essere libero."

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venerdì, giugno 09, 2006

UN COMPLEANNO IN TRANSUMANZA

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Ciao, sono in partenza per la Val Senales. Eh, sì, per "Un compleanno in transumanza" (memorizzate questo titolo). Lunedì vi racconto. Intanto vi copio incollo da
"La Val Senales e i suoi abitanti non sono legati solo al loro paese, ma anche alle tradizioni: la transumanza delle pecore è una di queste, forse la più spettacolare ed impressionante. Già da molti secoli, ogni anno a metà giugno circa 3500 pecore dalla Val Senales e dalla Val Venosta raggiungono, oltrepassando il Giogo Alto (2857m.) e il Giogo Basso (3019m.), i pascoli estivi nella valle di Vent, in Austria. Mandriani, pastori e cani seguono il gregge, ed in due giorni percorrono più di 44 km, superando ripidi sentieri rocciosi, nevai, morene ed anche ghiacciai. A metà settembre c’è il rientro delle 3500 pecore, il più delle volte in condizioni molto migliori. Mandriani, pastori unitamente alla gente del luogo ed ai numerosi turisti vengono accolti con una grande festa.

Appuntamenti 2006

09 giugno: nel pomeriggio le pecore vengono radunate a Maso Corto e Vernago, dove trascorrono la notte. Circa 600 pecore arrivano, attraverso il Giogo Taschl dalla Val Venosta e devono quindi partire il giorno prima.

10 giugno: a Vernago parte il primo gruppo di pecore alle ore 4.00 del mattino. Il secondo gruppo, con gli agnellini, segue più tardi, mentre a Maso Corto la partenza è per le ore 06.00 circa.

10 settembre: rientro attraverso il Giogo Alto verso Maso Corto: l'arrivo previsto di circa 1400 pecore tra le ore 15.00 e le ore 16.00. Grande festa dei pastori a Maso Corto con specialità locali e musica dal vivo.

11 settembre: rientro attraverso il Giogo Basso verso Vernago al lago: l'arrivo previsto di circa 2100 pecore tra le ore 13.00 e le ore 14.00. Tradizionale festa dei pastori con specialità locali e musica dal vivo.

E da:

http://www.altoadige-suedtirol.it/infoturismo/bambini/transumanza.php

La transumanza delle pecore in val Senales è la più alta d'Europa.

Una marcia impegnativa che - in due giorni - per le prime greggi si rivela lunga 44 km per un dislivello complessivo di 3200 metri in salita e di 1800 metri in discesa. Un itinerario che porta in territorio austriaco in valli e alpeggi ove l'erba le può nutrire meglio fino a metà settembre quando l'esodo avviene in senso inverso. Un tempo, fino agli anni cinquanta veniva percorsa anche una seconda via attraverso la Val di Fosse, una valle laterale e perpendicolare rispetto l'asse della val Senales. Nel 1744 lungo questo tragitto avvenne una grave sciagura: cinque pastori e oltre cento pecore furono sorpresi da una tormenta di neve e vento e perirono.
Allora come oggi, il freddo e la neve possono rendere critico il tragitto e si comprende facilmente il piacere di fare festa all'arrivo a Maso Corto e a Vernago i paesi ai piedi del ghiacciaio del Senales.

Una festa, bella, semplice, vera, dove i valligiani, con le tipiche giacche in lana (Sarner), i grembiuli blu (Schurz) e i cappelli in feltro, si complimentano con i pastori e festeggiano con birra, würstel e la banda che suona musica tirolese. Una festa per veri “turisti fuori dal gregge":-)!

Un po' di storia: È del XIV secolo la stipula del “Contratto sui pascoli” tra i contadini della Val Senales e quelli di Vent, nella Ötztal austriaca. Questo contratto consentiva ai primi di transumare le loro greggi nella limitrofa Niedertal o sul Rofenberg nella Ötztal durante i mesi estivi. Anche dopo la prima guerra mondiale, nel 1919, quando con il trattato di pace di St. Germain l'Alto Adige fu annesso all'Italia, i contadini della Val Senales rimasero in possesso degli alpeggi e i relativi pascoli fondamentali per la sopravvivenza delle loro greggi.

Un po' di gastronomia: In questa occasione si possono gustare piatti tipici quali: l'arrosto di castrato (Schöpsernes), la pasta di farina di segale e formaggio fresco saltata in padella con il burro (Schnalser Nudeln) servita con carote e erba cipollina, o in alternativa con confettura di mirtilli rossi. Infine lo Schneemilch, dessert a base di pane, latte, frutta secca e panna.

© foto di Mauro Gambicorti

Ora un comunicato di tutt'altro genere: Venezia presenta le nuove convivenze.

Lunedì 12 giugno 2006 alle ore 18.00 a Scoletta Dei Calegheri, Campo S.Tomà a Venezia un incontro che affronta il tema delle nuove discipline in materia di unioni civili etero ed omosessuali. Capire la situazione all’estero significa capire cosa potrà essere fatto qui

Clicca per chiudere la finestra... 

Partendo da questo interessantissimo saggio si parlerà di “Coppie di fatto, diritto e società. Le declinazioni nello spazio giuridico europeo” lunedì 12 giugno 2006 alle ore 18.00 a Scoletta Dei Calegheri, Campo S.Tomà a Venezia. Sarà presente lo stesso Matteo Bonini Baraldi e con lui ne discuteranno Franca Bimbi (Deputata, Assessora alle culture delle differenze del Comune di Venezia), il deputato Franco Grillini, l’avvocato Francesco Bilotta (docente all’Università di Udine, curatore della proposta di legge sui Pacs), Cristina Ceroni (Università di Venezia, ricercatrice in diritto di famiglia). Coordinano Elena Petrosino e Raffaele Avella, redattori di “Nu.Di” di Radio Base Popolare Network. L’iniziativa è promossa da Cgil Ufficio Nuovi Diritti, Radio Base Redazione di “NU.DI”, Comune di Venezia Assessorato alle culture delle differenze e Osservatorio GLBT [Gay, Lesbiche, Bisessuali, Transessuali & Transgenders] .
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giovedì, giugno 08, 2006

I CONCORSI NON FINISCONO MAI:-)

 

 

 

 

 

Dal 5 giugno 2005 al 5 giugno 2006 ho dedicato un bel mucchietto di ore all'aggiornamento pressoché quotidiano del mio blog. Tempo buttato? Forse non del tutto... Ho selezionato i post migliori e ne è venuta fuori una raccolta di oltre un milione di battute. Taglia di qua, taglia di là, alla fine sono riuscito a restringermi alla lunghezza massima consentita (180.000 battute) dalle norme del concorso di Scrittomisto.it. Ho inviato il tutto alla redazione, con tanto di abstract e dati personali, e adesso aspetto fiducioso gli eventi:- )

Le regole iniziali, peraltro, sono in via di aggiustamento, dopo i rilievi mossi dai lettori, tra i quali:

"Ho già verificato in precedenza l’evoluzione di concorsi del genere: vince chi riesce a MOBILITARE il maggior numero di amici, inducendoli a votare per sé. Meglio una sana giuria… che una finta democrazia:-/

vorrei capire: se io partecipo con un’elaborato di 180.000 battute e altri 300 scrittori faranno altrettanto, gli intrepidi lettori e votanti dovranno leggere tutto il materiale pubblicato sul vostro sito per esprimere un voto spassionato, da adesso fino a novembre? mondìeu, mi pare impossibile

no, non potete seriamente credere che i votanti del web si leggano davvero un numero n di “opere” da cento pagine l’una. (qui sotto c’è scritto “dillo!”, io lo dico ma fate conto sottovoce)

credo che nessuno leggerà 180.000 battute moltiplicate per millanta,io per prima: chi se la sente di leggere un libro on line o di stampare centinaia di pagine di illustri ma sconosciuti questo è un limite per me insormontabile, mi sarebbe piaciuto partecipare. buon proseguimento a tutti

La REDAZIONE ha precisato: 

"La selezione funzionerà così: un sistema certificato di votazione registrerà i voti di tutti coloro che visiteranno il sito e vorranno esprimere una preferenza per una o più opere in gara. Le 30 opere che al 30 novembre 2006 avranno raggiunto il maggior numero di preferenze supereranno il turno e passeranno alla fase successiva, quella che vedrà l’intervento della giuria. Quindi: se ho letto un’opera in gara e mi è piaciuta potrò assegnare una preferenza. Se invece non l’ho letta (o se l’ho letta ma non mi piaciuta) non potrò assegnare nessuna preferenza, né un voto negativo. E comunque, qualora i candidati siano soltanto 30 o poco più è possibile che si passi direttamente alla fase 2, quella che prevede solo il parere della giuria e nessun sistema di voto online. E quindi iniziamo a raccogliere iscrizioni, e solo quando i candidati saranno 30 ci preoccuperemo del perfetto funzionamento del sistema di voto."

Altri chiarimenti:

"Peraltro potrebbe persino accadere che un partecipante al concorso, pur non risultando vincitore, venga comunque pubblicato… "
 
1) 140mila battute spazi inclusi. 2) certo, qualsiasi testo di narrativa, come da regolamento. 3) non devono esser state pubblicate su carta.

Sono consentite anche opere tratte da blog, rielaborate oppure no.

Se volete partecipare come gruppo va bene. Poi ve la vedete tra di voi per dividervi il buono acquisti su ibs :) 

di redazione il 31.05.06 11:18

La poesia è benvenuta…

Il tema è libero: potete inviarci romanzi brevi, raccolte di racconti lunghi, raccolte di racconti brevi, brevissimi, aforismi, poesie, poemi… Di qualsiasi genere letterario. Basta che la lunghezza complessiva dell’elaborato sia compresa tra le 140.000 e le 180.000 battute spazi inclusi.

Ogni autore si può iscrivere una sola volta e può concorrere con una sola opera.

se partecipi a un’opera collettiva, l’autore risulterà il collettivo. quindi poi puoi partecipare anche in quanto singola (e in questo caso solo con un’opera)

Le opere non devono essere mai state pubblicata su carta, nemmeno parzialmente.
Potete inviarci materiale che sia stato parzialmente o totalmente pubblicato sul vostro blog o sul vostro sito.
Potete inviarci rielaborazioni di materiali che avete già pubblicato in rete.
Potete inviarci anche materiale che non sia mai stato pubblicato neanche in rete.
La lunghezza dell’elaborato deve essere compresa tra le 140.000 e le 180.000 battute, spazi inclusi. 

E infine:

"Alcuni lettori ci segnalano che non riescono a trovare in libreria i volumi pubblicati “dalla casa editrice Scrittomisto”. E certo che non li trovate! Scrittomisto non è il nome della casa editrice ma di una delle sue collane, quella dedicata ai nuovi narratori provenienti dai blog e dalla rete. Il nome della casa editrice è Unwired Media. Perciò, quando il commesso vi chiede il nome della casa editrice non rispondetegli “Scrittomisto”, perchè nel suo archivio non risulteranno case editrici con questo nome."

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mercoledì, giugno 07, 2006

PICCOLI CACCIARI CRESCONO

logo ARTICLE 522

Scrivevo il 7 febbraio 2002 in it.cultura.libri:

"Massimo Cacciari ha pubblicato su Repubblica di oggi il dialogo fra Tychiades e Filopoli (lui stesso) sul futuro dell'Ulivo dopo le macerie; ieri mattina ha capitanato in barca la manifestazione del Centrosinistra contro la politica sanitaria della regione. Paolo Cacciari (suo fratello),  assessore all'ambiente, si è invece occupato della questione dei cani alle Vignole, mentre TOMMASO CACCIARI (figlio di Paolo, nipote di Massimo) ha occupato in Comune l'ufficio del vicesindaco, con gli altri ragazzi dell'Agenzia sociale per la casa. Sta nascendo una nuova stella del movimentismo?"
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E il 10 nov. 2003:
"Ascoltato stamattina dal giudice qui a Venezia  il giovane Tommaso Cacciari, agli arresti domiciliari per i recenti 'fatti di Marghera' (= botte da orbi tra disobbedienti, rifondaioli e destri per l'intitolazione di una piazza alle vittime delle foibe. E' arrivato in tribunale accompagnato dal babbo Paolo, fratello di Massimo):-/
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Jacopo Jacoboni su La Stampa nel settembre 2005:

"Meravigliosa Venezia. Un Cacciari (Massimo) fa il sindaco, un altro (Paolo) guida Rifondazione e spesso gli dà filo da torcere, un terzo, il giovane Tommaso figlio di Paolo, leader dei centri sociali, ieri ha capeggiato la rivolta contro il Mose: occupazione no global dei cantieri, e blocco dei lavori, voluti dal governo, per costruire le dighe mobili contro l’acqua alta. «Ehm... beh... sì», ammette Tommaso, «siamo una famiglia particolare, io non sono mai d’accordo né con mio padre, e ancora meno con mio zio. Troppo moderato, anche contro questi lavori»...

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Si leggeva in giro per la città nei giorni scorsi:

"Venite tutti a Ca’ Farsetti dalle 15.00 in poi...

Ore 14.30 corteo di barche dalla Salute a Rialto. Assediamo il Consiglio Comunale di Venezia perché approvi finalmente un ordine del giorno, sulla base del documento votato dalla Giunta all'unanimità, per chiedere al governo la moratoria dei lavori preliminari al Mo.SE e la revisione radicale del progetto.

-  CONTRO L’ACQUA ALTA

      • NO AL MOSE
      • NO ALLE GRANDI NAVI IN LAGUNA
      • SI ALL’INNALZAMENTO DEI FONDALI ALLE BOCCHE DI PORTO E NEL CANALE DEI PETROLI
      • SI AGLI INTERVENTI DIFFUSI IN CITTA‚ E IN LAGUNA

Il Consorzio Venezia Nuova che dovrebbe costruire il Mo.SE e si mangia tutti i soldi della Legge speciale, ha restaurato la riva a S.Marco, che è crollata dopo poco tempo. Immaginiamoci cosa potrebbe accadere con un’opera così grande e complessa come il Mo.SE!

Assemblea permanente NoMose

www.nomose.org

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Cito, adesso, dal Gazzettino di Venezia del 6 giugno 2006:

LA MANIFESTAZIONE Una sessantina di esponenti dell’Assemblea permanente NoMose ha sfilato a bordo di barche dalla Basilica della Salute a Ca’ Farsetti
E Cacciari junior guida la protesta
Corteo senza incidenti. «L’opera è un mostro che succhia le risorse da destinare alle case»

(M.Lamb.) «Il Mose non serve a bloccare le acque alte, fermiamolo prima che sia troppo tardi». Erano una sessantina, ieri, a sfilare lungo il Canal Grande per protestare contro i cantieri alle bocche di porto. Il corteo dell'Assemblea NoMose è partito dalla Basilica della Salute e ha manifestato lungo le acque del Canal Grande sventolando in alto le proprie bandiere. In totale, si sono contate solo una decina di imbarcazioni, a fronte della quarantina dell'ultima manifestazione di protesta. Le imbarcazioni sono state seguite lungo tutto il corteo da polizia, carabinieri, guardia di finanza e polizia municipale per controllare che non si verificassero problemi di ordine pubblico o di interruzione di pubblico servizio.

«Questo è il No Mose day - ha detto Tommaso Cacciari - Il Mose è un mostro che sta ammazzando la laguna, i già precari equilibri della nostra città, un mostro che sta succhiando tutti i soldi della Legge Speciale, che dovrebbero invece essere investiti per restaurare le case, per i contributi agli affitti, per la manutenzione della città, per alzare le rive e scavare i canali. Il Mose serve solo a chi lo fa». La musica a tutto volume e gli slogan dell'Assemblea hanno attirato la curiosità di turisti e veneziani, che si sono fermati ad osservare e fotografare i manifestanti, soprattutto dal ponte dell'Accademia e di Rialto. «Fermiamo questo scempio - ha gridato Cacciari - chiediamo il blocco totale dei lavori e la revisione del progetto. Bisogna fermare i lavori finchè siamo in tempo. Salviamo Venezia». Dure critiche sono state poi avanzate nei confronti del Consorzio Venezia Nuova, che sta realizzando l'opera. «Le ruspe del Consorzio stanno devastando la laguna» hanno detto i manifestanti. Le imbarcazioni hanno continuato a sfilare fino al ponte di Rialto, poi sono approdate davanti a Ca' Farsetti, dove ad attendere i contestatori c'erano un'altra ventina di aderenti all'Assemblea permanente. Le forze dell'ordine hanno perquisito i manifestanti, che lentamente sono entrati in Comune per assistere alla seduta del Consiglio."

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[Come? Cos'è il Mose? Guarda qua: http://www.nomose.org/cosa.html ]

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martedì, giugno 06, 2006

UN EROE DELLA RETE

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Il 1° di giugno 2006, verso mezzogiorno, tale LoveHateHero pubblicò in it.cultura.linguistica.inglese un post dal titolo: "Chi mi traduce questa frase??????"
Di frasi, in realtà, ne seguivano tre: 
1) -and whereever we went women, girls, and yes more than a few guys jaws dropped...
2) -at my house a male meter reader nearly had a stroke as Mikey alighted
from his room wearing nothing but a brief pair of shorts ... he got that 'deer stuck in the headlights look' very embarrassing all around
3) -at 23 he became a quadraplegic
 
Il mio amico FB (sigla che nelle Properties si sviluppa come "famiglia Balducci") rispose: "Che cosa non capisci?".
 
E l' Eroe dell'Amore-Odio: "Tutto, no?".
 
Silenzio di diverse ore. L'Eroe torna alla carica: "Nessuno mi risponde?"
 
Tale Squash: "No".
 
A quel punto scende in campo Sua Degnità PELTIO in persona: 
"> Nessuno mi risponde?
C'è un motivo. Mettiamola così: tu sei nel salotto di casa tua che stai chiacchierando amabilmente con i tuoi amici e tutt'un tratto uno sconosciuto entra
dentro e senza salutare, e senza convenevoli di alcun tipo chiede a bruciapelo di aggiustargli il motore della macchina. Non solo, ma a fronte del silenzio degli astanti chiede 'beh, nessuno me lo aggiusta?' Surreale, vero? Beh, è più o meno quello che hai fatto tu. Un gruppo di discussione non è un helpdesk gratuito con dovere di rispondere alle domande entro pochi minuti. Ti è stato chiesto cosa non hai capito, e hai risposto 'tutto'. Sarebbe il caso, visto che non siamo bestie da soma, che tu fornissi qualche spiegazione del perchè vorresti che qualcuno facesse del lavoro al posto tuo. Che so 'non conosco l'inglese e sarei curioso di sapere
cosa vogliono dire queste frasi, qualcuno _per favore_ (parolina magica che denota educazione) potrebbe tradurmele?'Detto questo,

-and whereever we went women, girls, and yes more than a few guys jaws dropped ...
"e dovunque andassimo, donne, ragazze e sì, persino più di un ragazzo, restavano a bocca aperta..."
 
-at my house a male meter reader nearly had a stroke as Mikey alighted from his room wearing nothing but a brief pair of shorts ... he got that 'deer stuck in the headlights look' very embarrassing all around
"a casa mia un *male meter reader* ha quasi avuto un infarto quando Mikey è sbucato/a dalla sua stanza con niente indosso se non un paio di pantaloncini corti... aveva quello sguardo da 'cervo sorpreso dai fari di un'auto', tutto molto imbarazzante".

-at 23 he became a quadraplegic
"A 23 anni divenne tetraplegico."

*male meter reader* non saprei esatamente come tradurlo. Probabilmente è l'omino che viene a leggere i consumi della corrente o del gas. A dire il vero la prima traduzione che mi è balenata in mente è stata "maschiometro" : )
saluti, Peltio"
 
Risposta dell'Eroe"Se uno sconosciuto mi chiedesse una cosa del genere, io farei il possibile per aiutarlo. Perchè è chiaro che lo sconosciuto in questione ha un problema da risolvere IN FRETTA. Non lo annoierei nemmeno con cose tipo 'perchè non ti presenti prima?' ecc ecc...Comunque io non sono sbucato da nessuna parte, come titolo del mio post c'era una DOMANDA. Perchè volevo far capire che mi interessava un aiuto pratico, e non due chiacchiere! Cmq grazie!!"
 
Di nuovo FB: "E cara grazia che la cosa si chiude qui, Peltio! Per la cronaca, Hero, avresti potuto risparmiare cinque punti interrogativi e impiegare dieci battute per scrivere 'per favore'; addirittura sei soltanto per 'grazie'. Sì sì, scusa, hai fretta.
Ciao, FB"
 
Rincalza tale Claudia: "questo NG non è un servizio di traduzioni, altrimenti si farebbero pagare (parlo in terza persona perché il mio apporto è veramente trascurabile rispetto a quello degli altri). saluti"
 
L'Eroe: "Claudia ero semplicemente un pò annoiato!!!!! Nella patria del malcostume non mi perdonate una  piccola mancanza? TU leggi 'CHI MI TRADUCE QUESTA FRASE?', automaticamente entri quasi esclusivamente per TRADURRE la frase in questione.Ciao"
 
The Squash Delivery Boy: "OK. Adesso levati dai coglioni, stronzetto."
 
Enrico il Pentolaio: "E va be', se trattiamo tutti così, ci credo che i messaggi che arrivano ogni mese sono sempre di meno."
 
Tale Laz: "Be', non è che la quantità la deve vincere sulla qualità... meglio pochi ma buoni."
 
Pachita a Enrico: "Bravo hai ragione, avete tutti la puzzetta sotto il naso e risultate abbastanza noiosi e antipatici!"
 
Enrico a Pachita: "Non è la prima volta che sento dire questo riguardo al NG, e forse dovrebbe farvi pensare un pochettino. Di certo insultare i nuovi arrivati, anche se non hanno il migliore degli atteggiamenti, non mi sembra un gran modo per far sviluppare il newsgroup, che sta subendo un calo di post notevole rispetto all'anno scorso. Se poi a voi va bene così, amen."
 
Peltio: "Ah, ricordi i bei tempi d'oro, quando Icling era un'isola dorata nel vasto mare magnum di Usenet. Quando in questo gruppo non si vedeva l'ombra di una parolaccia e il commento più frequente era 'siete gentilissimi'. C'era una Corte, c'erano delle Regine. C'erano pure dei KISA. E ora tutto questo è andato perduto, come lacrime nella pioggia. saluti, Peltio amarcord"
 
Lucio Angelini a Peltio (con cui ebbe furiosi scontri anni fa:- P): "Amore, lo so che mi rimpiangi. Ti invito alla festa di compleanno del mio blog. Qui la first birthday cake: www.lucioangelini.splinder.com "
 
Nuovo vespaio con frasi tipo: "Naturalmente, se non si riesce a scrivere quattro parole che interessano qualcuno, per sempre si deve pubblicizzare." (Tony The Ice Man, con il suo italiano improbabile).
 
Mia risposta a Tony: "Smettila, pedante in malafede. Che cazzo vuoi che mi freghi se tu vai a visitare il mio blog o no. Se avessi avuto l'indirizzo di Peltio, mi sarei rivolto a lui in privato."

Più tardi, tra me e me:

"Pubblicizzare io? Roba da matti! Ma quando mai???:- )"

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lunedì, giugno 05, 2006

UN ANNO DI CAZZEGGI LETTERARI

5 giugno 2005 - 5 giugno 2006

Iniziai ad aggiornare con regolarità questo blog il 5 giugno 2005 (l'archivio segnala un post anche in aprile, ma era solo il copia-incolla di un articolo uscito su Nazione Indiana tra mille polemiche). Per festeggiare il primo compleanno del mio blog, riproduco oggi il post "INTERNET E FOLLIA".  Proprio in esso, infatti, sintetizzai le maceranti ragioni filosofiche che mi avevano indotto a mettermi in proprio, dopo essermi fatto un nome come gran scassacazzi nello spazio commenti di vari altri blog:-).  Quasi 40.000 visite in un anno non sono moltissime, ma nemmeno poche. Ringrazio di cuore quanti hanno avuto la curiosità e la pazienza di seguire i miei "Cazzeggi Letterari". Un abbraccio a tutti.

venerdì, settembre 09, 2005
 The image “http://www.ostemeraviglioso.it/images/stat/oste-ragazzo.gif” cannot be displayed, because it contains errors.Andrea Barbieri
 
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La Lipperini
 
INTERNET
E FOLLIA
 
                                       di Lucio Angelini  
 
“La prima e ultima volta che incontrai la Lipperini, signor giudice, fu qui a Venezia, alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, dove era in corso un convegno su TV e giovanissimi. Ricordo che arrivai in sala in ritardo e casualmente mi sedetti proprio dietro lei. La riconobbi quasi subito dal caschetto, è vero, ma solo perché lo indossa anche nella piccola foto riportata nel suo blog. Le bussai su una spalla e lei si girò. “Sono Angelini”, bisbigliai. “Davvero? Non ci posso credere!”, fu tutto il suo commento, e si rimise ad ascoltare compunta l’intervento in atto. Dopo un po’, signor giudice, si girò di nuovo e mi domandò sottovoce: “Scusa, ma io che ci faccio qui?”. “Credo tu debba parlare”, le ricordai. “È vero, che sciocca!”, si rimproverò Loredana. Quindi si alzò, raggiunse il tavolo degli oratori e sciorinò il serrato e polivalente intervento sul multimediale che tiene sempre pronto per le varie tavole rotonde a cui viene invitata. Ci ritrovammo al buffet un po’ più tardi. Le dissi che ero in partenza per lo Yorkshire. Mi chiese di mandarle una cartolina con un ritratto di Charlotte Brontë in omaggio a sua figlia Carlotta. Mi disse anche di aver letto - dapprima con angoscia, poi con crescente divertimento - il mio librino Quella bruttacattiva della mamma!. Dopo altre chiacchiere e qualche bonaria maldicenza (su Angela Scarparo, per esempio) mi congedai da lei. Qualche giorno dopo partii effettivamente per lo Yorkshire e le inviai la cartolina promessa. Al ritorno, signor giudice, ripresi a frequentare con assoluta pacatezza lo spazio-commenti del suo blog. Tutto pareva procedere nel più normale dei modi finché un mattino, infastidito per le continue sparizioni di miei messaggi dal suo blog (dovute a disfunzioni di cui sicuramente Loredana non aveva colpa) decisi di aprirne uno per conto mio: “Cazzeggi letterari”. Loredana non disse nulla, naturalmente, e non credo affatto che si sentì minimamente tradita per così poco. Non sono il tipo da immaginare che col suo silenzio abbia cercato di dirmi: ‘Ehi, tu, ma chi ti credi di essere?’, e nemmeno “Non penserai mica che mi affretterò a linkare  il tuo stupido blog, vero, stronzetto?”. Glielo giuro, signor giudice, non ho mai pensato che Loredana potesse tramare di far scendere la notte su di me e intorno a me... la famosa notte dei blogger, per intenderci. In ogni caso non accadde altro. Non ci siamo più visti, a nessun convegno. Certo, lo so anch’io che la Lipperini adora i gialli e i noir, che è impazzita per Scirocco, e che quando parla di Gianni Biondillo le si illuminano gli occhi e a volte persino il caschetto, ma la letteratura di genere non è il mio genere, glielo assicuro, signor giudice. Lo so, lo so che Evangelisti è poco meno che Shakespeare, per lei. Però, signor giudice, io non c’entro nulla con quello che è successo. Sì, è vero, Fano, il mio paese natale, si trova nelle Marche, e sicuramente nelle Marche Loredana ha soggiornato a lungo nell’agosto scorso, come ci ha rivelato lei stessa in un paio di fugaci apparizioni estive in ‘Lipperatura’, ma se è venuta nella mia regione l’avrà sicuramente fatto per motivi tutti suoi… No, no, che dice, giudice? Figuriamoci se ho mai pensato di poterla re-incontrare! Signor giudice, io ho moglie e figli, e anche Loredana. Per lei, tra l’altro, un Roquentin qualsiasi è un commentatore mille volte più interessante di me, glielo giuro sul mio onore, signor giudice, deve credermi. Non c’è assolutamente nessun nesso tra quello che è successo e i nostri sporadici contatti in rete. Quel vecchio, informalissimo incontro veneziano non ha mai avuto alcun peso, mi dia retta, non ha fatto scattare alcun meccanismo, non ha lasciato dietro di sé il benché minimo strascico. Come può sospettare, dunque, signor giudice, che sia stato io a suggerire alla Lipperini di fare totò sul culetto a quel brutto piscialletto di Andrea Barbieri, solo perché da qualche settimana l’onnipresente bamboccino di Forlì non fa che spargere veleni e calunnie sul mio conto in tutti i blog che conosce?” 

(Immagine della first birthday cake da http://gourmettouchbakery.com/gallery/albums/birthday/First_Birthday.thumb.jpg )

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sabato, giugno 03, 2006

NON LO FO PER AMORE DI DIO

(L'editore Alberto Castelvecchi)
 
Castelvecchi lussurioso... nel senso che ha accettato di proporsi in conversazione con Lucetta Scaraffia al Telecom Future Centre di Venezia sul tema della lussuria, con la moderazione del solito Philippe Daverio. Il ciclo si intitola: "Vizi o virtù?" = "Regge ancora la tradizionale distinzione tra vizi e virtù oppure i nuovi tempi ci costringono a riconsiderarla?"
(I precedenti incontri dedicati all'ambizione,  alla vanità, e al consumismo.)

31 maggio, ore 18:00
Lussuria
"Non lo fo per amore di Dio ma per amor mio"
conduce Philippe Daverio
con Lucetta Scaraffia, storica
Alberto Castelvecchi, editore e opinionista

La lussuria come lusso della carne, un tempo privilegio di classe riservato ai potenti e negato al popolino, cui era anzi additata come vizio capitale, appetito esagerato per la dilettazione, che toglie il controllo da se stessi e porta alla DISSIPAZIONE... Castelvecchi ha buttato là la battuta: 
"DAL CONTROLLO DEGLI ORGANI AGLI ORGANI DI CONTROLLO":- )
Scaraffia ha ricordato come il linguaggio descrittivo del piacere sessuale sia stato utilizzato spesso dai grandi mistici, e soprattutto dalle grandi mistiche, come il più adeguato a rendere il piacere della comunione con Dio (Teresa, Caterina eccetera). Castelvecchi ha citato l'apparizione di Lola Falana sugli schermi televisivi italiani alla fine degli anni Sessanta e il suo percorso da sex-symbol a monaca di clausura (lo sapevate?). Un tempo lussuria anche come giusto compenso per il guerriero (che poteva abusare del corpo dei vinti e delle vinte). Oggi, invece, si è arrivati a una democratizzazione della lussuria (cura esasperata dei corpi, tutti in palestra o dall'estetista per essere il più seducenti possibile). Seduzione non più come stupro (nel senso di "Sedotta e abbandonata"), ma, alla lettera, come desiderio di "portare con sé" (secum ducere, sedurre). Da vizio a diritto democratico, a partire dal movimento hippy: "Fate l'amore e non la guerra!". Ma già in Wilhelm Reich: tanti orgasmi di buona qualità come antidoto alla violenza; l'utopia della liberazione sessuale come risolutoria di ogni negatività... e via discorrendo.  
E pensare che ero andato al Telecom Future Centre solo per chiedere a Castelvecchi cosa pensa dei blooks e dell'iniziativa di www.scrittomisto.com:- )
A proposito di Castelvecchi. Leggo in
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=91456&START=3190&XPREC=1579 : 
 
Nonostante tutti lo conoscano come un editore di sinistra, la sede della sua casa editrice è stata occupata da un presidio «antifascista». La sua colpa? Aver pubblicato il libro «Centri sociali di destra» di Domenico De Tullio, editore Castelvecchi 2006. Alberto Castelvecchi, intellettuale eclettico, sregolato e anticonformista non se lo aspettava. E così merita di essere raccontata la piccola irruzione, e l'incredibile richiesta fatta all'editore: una foto «riparatoria» con un cartello in cui si chiedeva la liberazione dei 25 imputati per le devastazioni avvenute a Milano durante la campagna elettorale da parte degli extraparlamentari che volevano impedire un corteo del Fiamma tricolore.

«Castelvecchi, con tutte le cose che le sono successe nella sua carriera, lei che è stato editore di Bifo, Negri, e di Guy Debord se lo aspettava?»
«No, certo non mi aspettavo un'occupazione.»
«Però lei sapeva che questo libro avrebbe suscitato polemiche?»
«Certo, non era un argomento neutro, è un racconto di un argomento estremo, ma un libro indispensabile per capire cos'è la nuova destra oggi».
«È stata un'azione dimostrativa o violenta?»
«Mi hanno atteso per due ore, civilmente, come dei fratelli maggiori che rimproverano un ragazzino».
«Cosa le contestavano?»
«Sostanzialmente due cose: in primo luogo aver pubblicato un libro sulla destra, e per di più scritto da un autore di destra».
«Un crimine... »
«Secondo loro si trattava di un'opera di sdoganamento dei fascisti oggettivamente apologetica».
-----
(Intervista di Luca Talese per il Giornale).
(Immagine da http://www.cinecitta.it/news/documenti/immagini/2005/10/castelvecchi.jpg )
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venerdì, giugno 02, 2006

UNO STORICO ELOGIO DEL LIBRO

(Umberto Eco)

Lo confesso. In magazzino ho scatoloni di ritagli e pagine di giornale che dovrò, prima o poi, gettare via. Ieri sera, casualmente, è riaffiorata una storica "Bustina di Minerva" di Umberto Eco, con un altrettanto storico elogio del libro. Strappata a un vecchio Espresso del 17 marzo 1995. Riproduco il testo dell'articolo, intitolato:

"COME L'AMORE, IL LIBRO MIO NON MUORE. E LE BUGIE HANNO LE PAGINE CORTE"

"... Ci sono due tipi di libro, quelli da consultare e quelli da leggere. I primi (il prototipo è l'elenco telefonico, ma si arriva sino ai dizionari e alle enciclopedie) occupano molto posto in casa, sono difficili da manovrare, e sono costosi. Essi potranno essere sostituiti da dischi multimediali, così si libererà spazio, in casa e nelle bblioteche pubbliche, per i libri da leggere (che vanno dalla 'Divina Commedia' all'ultimo romanzo giallo). I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell'intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancora letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto salvo che per la cervicale. Provate a leggervi tutta la 'Divina Commedia', anche solo un'ora al giorno, su un computer, e poi mi fate sapere. Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta. Il coltello viene inventato prestissimo, la bicicletta assai tardi. Ma per tanto che i designers si diano da fare, l'essenza del coltello rimane sempre quella. Ci sono macchine che sostituiscono il martello, ma per certe cose sarà sempre necessario qualcosa che assomigli al primo martello mai apparso sulla crosta della terra. Potete inventare un sistema di cambi sofisticatissimo, ma la bicicletta rimane quel che è, due ruote, una sella, e i pedali. Altrimenti si chiama motorino ed è un'altra faccenda. L'umanità è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso. La forma-libro è determinata dalla nostra anatomia. Ce ne possono essere di grandissimi, ma per lo più hanno funzione di documento o di decorazione; il libro standard non deve essere più piccolo di un pacchetto di sigarette o più grande dell' 'Espresso'. Dipende dalle dimensioni della nostra mano, e quelle - almeno per ora - non sono cambiate, con buona pace di Bill Gates. E' vero che la tecnologia ci promette delle macchine con cui potremmo esplorare via computer le biblioteche di tutto il mondo, sceglierci i testi che ci interessano, averli stampati in casa in pochi secondi, nei caratteri che desideriamo - a seconda del nostro grado di presbiopia e delle nostre preferenze estetiche - mentre la stessa fotocopiatrice ci fascicola i fogli e ce li rilega, in modo che ciascuno possa comporsi delle opere personalizzate. E allora? Saranno scomparsi i compositori, le tipografie, le rilegatorie tradizionali, ma avremmo tra le mani, ancora e sempre, un libro."

Quell'articolo, secondo me, chiuse il dibattito sull'argomento:- )

(Immagine da: http://www.memo.com.co/fenonino/aprenda/diccionarios/imgbiblio/UMBERTO%20ECO.jpg )

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giovedì, giugno 01, 2006

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CANZONE DEL BAMBINO
VIOLATO
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Non so chi mi violò
magari adesso è morto.
L'infanzia mi rubò
col suo gioco perverso.
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Adesso ho diciott'anni,
parrei equilibrato.
Sono riemerso indenne?
Il trauma ho superato?
-- 
Non so cosa rispondere,
quel viso ho cancellato,
resta soltanto un grido:
"Bua tato! Bua tato!"
-- 
Non so chi mi violò
magari adesso è morto
L'infanzia non fu più
che un grembiulino sporco.
-- 
Ma il tempo prese a scorrere
dopo essersi fermato:
ormai penso al futuro
parrei equilibrato.
-- 
Sconfitto ho dunque l'incubo?
Lo strappo ricucito?
Così mi dico a volte:
"Forse ne sono uscito!"
-- 
Soltanto in certe notti,
riaffiora la paura:
tendo l'orecchio e ascolto,
il volto trascolora:
--
"È lui, lo sento, è qui"
farfuglio disperato,
"Mamma, papà, salvatemi:
bua tato! Bua tato!!!"

                        (A. Hanniger)

Da www.swissinfo.org:

31 maggio 2006 - 20.36
 
Olanda: partito pedofilo insiste, a 12 anni anche porno 

AMSTERDAM - Rincara la dose il pensionato olandese Ad van den Berg, ideatore e fondatore del partito pedofilo NVD: non soltanto gli adulti potrebbero avere rapporti sessuali con bambini appena compiuti i 12 anni di età, ma dovrebbe essere legalizzata anche la pornografia infantile. L'iniziativa sta provocando reazioni sdegnate in tutta Europa, il vicepresidente della Commissione Ue, Franco Frattini, ne parlerà domani a Lussemburgo con il ministro degli Interni olandese.

L'ineffabile sessantaduenne, che da ieri desta scandalo per la creazione del partito 'Amore per il prossimo, libertà e diversità' dai chiari intenti pedofili, non si è nascosto dietro un dito, anzi ha risposto rincarando la dose della sua iniziativa: "comunque - afferma van den Berg rispondendo alle domande di un giornalista che lo intervista per un sito olandese - tra adulti e dodicenni dovrebbe essere tutto possibile già sulla base di una tacita condiscendenza. Anzi, succede già così, ogni giorno, ovunque".

Ma non solo, van den Berg chiarisce che lui e i suoi sostenitori non sono soltanto fautori "di un abbassamento dell'età per praticare il sesso con adulti" ma chiedono anche "la legalizzazione della pornografia dei bambini".

[Immagine da http://www.wbir.com/assetpool/images/05121510328_December15_2005_generic%20child%20abuse.jpg ]

postato da: Lioa alle ore 04:31 | link | commenti (2)
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