Ciclicamente, in it.cultura.libri, qualcuno posta il quesito:
"Qual è, secondo voi, il miglior romanzo italiano degli ultimi 25 anni?"
E' accaduto di nuovo il 24 luglio scorso, per iniziativa di tale LDA.
Finora le risposte sono state: "Il nome della rosa" (peraltro del 1980!), "Seminario sulla gioventù", "Lessico Familiare", "La Grande Sera", "Ti prendo e ti porto via", "Il pendolo di Foucault", "Se una notte d'inverno un viaggiatore" (del 1979!)...
A un certo punto, però, tale Pnin ha osato l'inosabile:
"Fuori dai soliti schemi metterei 'Quindicimila passi' di Trevisan, un Tondelli d'annata e al posto del citatissimo 'Nome della rosa' di Eco, svecchiamoci ed inseriamo 'Q' di Luther Blissett"
Simo ha obiettato:
"Ma è italiano?? non è francese?"?
E Pnin:
"Si come no, della Borgogna più precisamente... Però mi andava di inserirlo comunque."
Camilla ha sospirato:
"gesù... "
E Gesù:
"Sono qui, dimmi."
Simo:
"Anche questo nn credo fosse italiano...o sbaglio??"
Camilla:
"Soprattutto, non ha scritto molto negli ultimi 25 anni."
Simo:
"Già, son sempre i migliori ad andarsene... "
Pnin:
"Io vorrei rimanere, devo proprio andare?"
...
Be', se Roberto Bui & Soci si erano illusi di NON essersi fatti un nome* - malgrado le vendite segnalate ieri dalla Lipperini - sappiano che per alcuni lettori sono ormai diventati dei riconoscibilissimi borgognoni :-)
[* Wu Ming = Senza Nome]
Immagine da: http://ro.altermedia.info/images/wumingforweb.jpg
DOMANDA posta a Raul Montanari su Nazione Indiana il 25 maggio 2004 dalla redazione di "Origine":
2. Pensate che nel bel mezzo della postmodernità, dove i generi letterari si mescolano, s’incrociano e si sovrappongono nell’ambito dello stesso libro...[cut]... il genere Noir abbia ancora delle regole definite: e se sì, quali?
RISPOSTA DI RAUL:
Anzitutto deve contenere un’azione criminale, cosa che lo accomuna al giallo. La differenza però è chiara:
GIALLO:
In perfetta simultaneità, Conan Doyle e Freud (entrambi medici!) plasmano la grande utopia positivista, la rivincita del cervello sul cuore e sulle viscere. Giallo e psicanalisi descrivono un iter identico:
- Presupposto: nel mondo esiste un ordine, e la ragione umana è fatta apposta per riconoscerlo e comunicarlo.
- Il caso (poliziesco o clinico): rottura dell’ordine attraverso un trauma (omicidio, furto, infrazione di un tabù sessuale…).
- Gli elementi: ancora una volta testimonianze e indizi (la deposizione di un teste o la cenere della sigaretta per l’investigatore; i racconti del paziente, i suoi sogni, i suoi lapsus per lo psicanalista).
- Procedimento: ragionando su dati apparentemente insignificanti, investigatore e psicanalista ricostruiscono la scena del trauma iniziale, individuano il colpevole, ripristinano l’ordine. L’armonia fra uomo e mondo è salva.
NOIR:
- Presuppone non l’ordine ma il disordine del mondo. Il mondo è caos, incrocio di linguaggi e magma di regole contraddittorie.
- All’interno di questo caos, il criminale (spesso il vero protagonista della narrazione, che può assumere il suo stesso punto di vista) cerca di imporre un ordine parziale, ossia elabora un piano: uccidere un uomo, compiere una rapina, ecc.
- Di norma, questo piano è destinato al fallimento.
Il collasso finale del criminale diventa metafora della nostra esistenza, del nostro tentativo continuo e frustrato di controllare una realtà sfuggente. La simpatia che proviamo per i grandi vilain dei noir è certamente lo sfogo proiettivo delle nostre pulsioni violente (loro uccidono per conto nostro) o dell’aspirazione a infrangere i limiti in cui sentiamo rinchiusa la nostra vita (la grande rapina alla banca nasce dallo stesso desiderio di un brusco salto di qualità che esprimiamo giocando al Totocalcio), ma sorge anche da una identificazione fra perdenti, dal riconoscimento che il loro scacco è anche il nostro. Personalmente sono convinto che questo sia il motivo per cui sempre più spesso, ultimamente, compaiono narrazioni noir nelle quali il cattivo non viene affatto punito, non fallisce. Il nostro anelito all’evasione da una realtà asfittica trova allora uno sfogo compiuto, coerente fino in fondo, e in particolare il serial killer si propone come l’eroe nero di fine millennio e oltre.
L’autocensura, che provocherebbe in noi un ovvio senso di colpa se fossimo invitati a una identificazione diretta con un brutale assassino, viene elusa intelligentemente nel Silenzio degli innocenti, con uno sdoppiamento della figura del criminale: se l’incolto e sgraziato Buffalo Bill merita di essere castigato - e troveremmo immorale che un simile animale la facesse franca ? il raffinato, enigmatico dottor Lecter, l’antropofago umanista, può trionfare senza che la cosa ci dispiaccia o ci spaventi. Un passo avanti fanno Seven (il cattivo vince, ma a prezzo dell’autodistruzione: troppo facile così! E’ il cattivo come kamikaze, barano al gioco entrambi perché non muovono da quella paura della morte che dovrebbe stare alla base di un agire motivato e autoconservativo) e soprattutto I soliti sospetti (qui il cattivo vince, punto e basta).
Ora copio da 'Il Gazzettino' del 25 luglio u.s. l'articolo "Sesso estremo, marito in manette":
"... E' la storia di una notte di luglio in una casa di Creazzo, di una famiglia, marito di 40 anni, moglie di 31, due figli di 6 e 8 già nelle loro camerette. Lui costringe lei ad un rapporto sessuale estremo, la lega polsi e caviglie a 'supporti di ferro'. Prende la lama di un bisturi usa e getta. La utilizza per tagliare con folle precisione la schiena di lei: linee che sembrano tirate col righello; taglia anche i seni, l'inguine: altre dolorosissime incisioni. E' una mente malata che decide di chiudere la serata infilando quella lama di bisturi dentro la vagina di lei e di lasciarla lì. L'incubo reale è quella povera moglie, terrorizzata da un marito violento anche con i bambini ('sempre spaventati, quei poverini, prendevano sculacciate per niente') che di notte, quando lui dorme, va da sola al pronto soccorso: geme e gronda sangue. E solo un'ora dopo spiega: 'E' stato mio marito. Ho una lama di bisturi nelle parti intime'. Il ginecologo non riusciva a crederci: 'Aveva il bisturi conficcato da 7 ore'. Lui ha un nome che non verrà svelato, perché c'è quello che resta di una madre da proteggere. Sono sposati da dieci anni. Una vita normale, fino al 2004. In giugno lei chiede aiuto a un centro di ascolto: i rapporti sessuali diventano sempre più violenti. Ma il suo è un messaggio alla segreteria telefonica che non ottiene risposta. Non è più una passione: lui la lega anche se lei non vuole, la picchia se protesta. I due iniziano una terapia di coppia: poche sedute. Lei resta sola col suo persecutore. Quell'estate, quella notte di due anni fa, lui le infila nelle parti intime una lima da falegname. Viene allertata la polizia, ma le lesioni sono lievi, si può procedere solo se lei denuncia. Passano due anni di violenze subite nella speranza che tutto torni normale. Fino al 9 luglio: l'Italia festeggia la Coppa del mondo mentre lei è legata a due sbarre di ferro fissate al divano, mentre i suoi bimbi forse non dormono, tenuti svegli dalle urla della mamma... "
Insomma, un conto sono i generi letterari, un conto la realtà. Certo, il marito della povera signora ora è in manette, ma dire che l'ordine sia stato ristabilito fa semplicemente ridere i polli. Come tenersi insieme, dopo esperienze simili? A me il solo averne letto in un quotidiano ha messo addosso un'angoscia terribile...
[Immagine da http://www.bookcafe.net/teoria/montanari.jpg ]


Al tempo in cui la miniserie "Iooooo e Borges" apparve per la prima volta in it.cultura.libri, la compagine critica del newsgroup si scompaginò in due sottogroup: detrattori (rare dozzine), estimatori (un buon paio)...
Lo strizzacervelli Severino, per esempio, (forse ferito dalla mia frase: "la tua cultura si riduce tutta a una semplice infarinata degli uberti:-) ", decise di scomodare addirittura HUME, per umiliare il mio talento autoriale:
"it is worthy of observation concerning that envy, which arises from a superiority in others, that it is not the great disproportion betwixt ourself and another, which produces it; but on the contrary, our proximity. a common soldier bears no such envy to his general as to his sergeant or corporal; nor does an eminent writer meet with so great jealousy in common hackney scriblers, as in authors, that more nearly approach him. it may, indeed, be thought, that the greater the disproportion is, the greater must be the uneasiness from the comparison. but we may consider on the other hand, that the great disproportion cuts off the relation, and either keeps us from comparing ourselves with what is remote from us, or diminishes the effects of the comparison. resemblance and proximity always produce a relation of ideas; and where you destroy these ties, however other accidents may bring two ideas together; as they have no bond or connecting quality to join them in the imagination; it is impossible they can remain long united, or have any considerable influence on each other".
così david hume (treatise VIII, 56), dimostra che davvero il soldataccio semplice angelini *non può* essere invidioso dell'ufficiale garufi. sembra assurdo, ma è così."
Gli risposi:
"Ricordo che al tempo in cui frequentavo il corso ufficiali alla Scuola di Guerra di Firenze (alle 'Cascine', per la precisione), un giorno si presentò all'ingresso il venditore di divani Garufi e chiese di potermi intervistare, adducendo di stare scrivendo una tesi su di me. In seguito avrebbe ripetuto il giochino con Borges e altri minori...:-) "
Poiché Severino insistette con altre cattiverie, aggiunsi:
"A' Severino, famme un piascère: go hume!"
A dar man forte a Severino scese allora in campo il dottissimo Linnio Accorroni (nickname 'Gonzpir'), altro mio denigratore storico:
> così david hume (treatise VIII, 56), dimostra che davvero il soldataccio semplice angelini *non può* essere invidioso dell'ufficiale garufi. sembra assurdo, ma è così.
"In sovrammercato, ci sarebbe la storiella di quel poveraccio, che sta ai crocicchi, brutto, vecchio, nano e orrendo, senza soldi, senza auto e senza donne e grida giulivo 'A frocio!' - perché convinto che il vero disgraziato sia l'altro - al sopraggiungere della macchina del frocio di successo, bello, giovane, pieno di soldi, con l'auto di lusso piena di uomini. linnio."
Obiettai:
"Cioè quest'ultimo sarebbe Sgarufone e io il nano orrendo? Gonzpir, questa sì che è una pirlata da gonzi. Torna sul tuo cipresso, va', ché fai più bella figura." [Riferimento al post "Cipressi" del 30 luglio 2003, n.d.r., ancora in google/groups]
In realtà non c'era nessuna malizia nei miei cazzeggi. Semplicemente mi divertivo a impersonare il Mercutio della situazione (sì, Shakespeare, Romeo & Juliet, mica cotiche!: "Give me a case to put my visage in: a visor for a visor. What care I what curious eye doth quote deformities?"). Poi, magari, di tanto in tanto arrivava qualche tracotante Tibaldo e mi trapassava con lo spadino telematico (la rete pullula di moderatori autoeletti, sergenti di ferro e immarcescibili tutori del sacro ordine webbico)
L'8 agosto 2003 un misterioso Jorgeborghese:- ) postò il sg appello:
"Gli intollerabili estratti da 'Iooooo e Borges' mi spingono a palesare pubblicamente tutta la mia solidarietà a Sergio Garufi, di cui it.cultura.libri può andare solo fiera. Mi è giunta voce che il nostro Sg nazionale stia covando seri propositi di suicidio: Sergio, dammi retta, lascia perdere. Non ne vale davvero la pena. Angelini è solo una nullità. Solidarietà anche alle spoglie di Jorge Luis Borges, così crudelmente dileggiato nella figura di Orghe Borghes. Propongo l'espulsione immediata di Angelini dal newsgroup. C'è un moderatore da qualche parte?"
Il 31 luglio 2003 la neofita Elisabetta chiese:> scusate, chi è questo Sgarufone di cui tanto si parla qui?
"Un mio personaggio liberamente ispirato a sg (Sergio Garufi), che si è poi inconsciamente fuso con il personaggio stesso°-* "
Risposi:
"Ma chissenefrega dei tromboni della rete (se non come obiettivi primari della mia satira). Vedi, Garufi, io trovo che tu sia bravo, tutto sommato. Quello che ti rovina è il trombonismo, perfettamente confermato da questo tuo ennesimo, patetico sfogo. La serie 'Iooooo e Borges' sta divertendo alcuni, annoia altri. Tutto qui. Ma tu vorresti un ng perfettamente ALLINEATO alle tue aspettative. Ti auguro di imparare a prenderti sempre meno sul serio. Buone vacanze. Un bacino."
E il buon Bart Di Monaco a Garufi:
"Sei ingeneroso con Angelini. E' vero che la serie di puntate che ti riguarda 'Iooooo e Borges' dovrebbe interromperla, visto che, rivolgendosi a te soltanto, non è stata e non è da te gradita.Per il resto, che usi altri nick (sai che m'intendo poco di queste cose) è fatto che qui è di casa e che io ho sempre vituperato. Tu sei uno dei pochi (se non sbaglio) che ha usato il proprio nome per intero o le iniziali sg, riferibilissime. Il fatto che sia solito divertirsi con qualcuno (Dario, Dario de Judicibus, Giu-Pa, Augusto Benemeglio, tutte persone da rispettare, a mio avviso), quando lo fa garbatamente (qualche volta esagera, è vero) non mi pare che sia di disturbo. Ci sono stati (e stanno riducendosi, ormai, se Dio vuole) tanti interventi in passato assai volgari, e dai più tollerati come tocchi d'arte e divini. Io vedo una gran differenza tra gli interventi di Angelini - che è rimasto sempre uguale a se stesso, con rara coerenza qua dentro - e quei tristi interventi, ai quali nessuno si contrapponeva.Trovo divertente (ma ciò è certamente legato al mio modo di vedere le cose) che quando leggo certi post, indovini che il post successivo di risposta è quello di Lucio, in quanto le caratteristiche del primo post lo invitavano a nozze. Quel suo *zucconcello* è ormai proverbiale. Considero Lucio, nel bene e nel male, come maria strofa del resto, una delle voci rappresentative di questo ng, assieme ad altri, naturalmente, di cui non voglio fare il nome in questo momento, ma tra i quali pongo anche te, nonostante la tua pervicace malinconia e l'insondabile pessimismo:-) "
Io a Bart:
"Caro Bart, la cosa preoccupante in quelli che dicono - a livello di semplice ng - 'in assenza di qualcuno che lo faccia presente, trovo sia doveroso intervenire [= impedirgli l'accesso?]' è che se poi nella vita riescono a procurarsi davvero qualche sorta di potere, non ci mettono molto a spegnere il dissenso. Brutta bestia il nazismo. Speriamo che gli Sgarufoni e i Peltio non diventino mai minimamente POTENTI:-/ Non si capisce, peraltro, perché Sgarufone, con Beneforti e alcuni altri, non fondino un ng moderato tutto per loro, dove nessuno possa disturbarli mentre si parlano addosso..."
Insomma ce ne dicevamo QUATTRO, ci strappavamo le camicie e ci tiravamo per i capelli, ma eravamo ragazzi, capite? Ragazzi... :-)
Ok. Si è fatto tardi. Veniamo, adesso, all'ULTIMA PUNTATA di "Iooooo e Borges"
PAZZA IDEA
"Ricordo che un giorno Orghe Borghes era oppresso dal caldo e sonnecchiava su una sedia, mentre io gli passavo delle pezzuole umide sulla fronte per procurargli un po' di sollievo.
D'un tratto... pensiero stupendo... nacque un poco strisciando...
Timido com'ero, lì per lì non osai dirgli nulla, ma qualche giorno dopo gli telefonai dalla ditta di divani presso cui lavoravo. Ammorbidendo la voce il più possibile, presi a sussurrargli:
"Se immagino che tu/sei qui con me/sto male, lo sai!"
"Garufi, sei tu?", si spaventò lui.
"Tu starai forse a ridere di me/della mia gelosia/che non passa piu'/ormai non passa piu'."
"Garufi, ti ha dato di volta il cervello?"
"Pazza idea di far l'amore con te! Folle folle folle idea di averti qui, mentre chiudo gli occhi e vedo te."
"Garufi, per l'amor di Dio!"
"... se io chiudo gli occhi vedo te."
"Garufi, stai fermo lì. Non muoverti. Dimmi solo dove sei che vedo di mandarti un'ambulanza."
"... pensiero stupendo, è nato un poco strisciando, si potrebbe trattare di bisogno d'amore, meglio non dire..."
Orghe Borghes, esasperato, sbatté giù la cornetta.
Ci rimasi male.
"Vecchio panzone", imprecai mentalmente. "Ma chi si crede di essere, lo specchio del mondo?"
Gli avevo offerto il mio amore e l'aveva disprezzato. Solo perché lui era potente e famoso e io non contavo ancora nulla... ma gliel'avrei fatta vedere io!
Purtroppo, qualche mese dopo, morì a Ginevra... "
[da Sergio Garufi, "Iooooo e Borges", Edizioni Palladiane]
--
P.S. Naturalmente, adesso che siamo diventati più grandi, iooooo e Sergio abbiamo fatto pace e non ci stuzzichiamo più. Sono ormai lontani i tempi della miniserie "Iooooo e Borges" e di tutti quegli inutili, biliosissimi qui quo qua:- )

Il 16 gennaio 2002 Sergio Garufi scrisse su it.cultura.libri:
"Borges, a chi pretendeva da lui giudizi politici assennati (o a chi gli rimproverava scelte politiche sbagliate), replicava divertito che nessuno (o quasi) si aspetterebbe che un politico esprimesse autorevoli valutazioni critiche su un romanzo..."
e più giù nel thread:
"Il caso che citavo di Borges in questo è molto simile. Le sue opinioni politiche, espresse in modo naif, da dilettante, e solo dietro specifica richiesta di qualche giornalista, gli hanno nuociuto non poco (la mancata assegnazione del Nobel, per esempio, dipese in gran parte da questo). Borges ha detto un sacco di fesserie parlando di politica. Non che si ritenesse un esperto di politica, tutt'altro. Era solo un grande scrittore, che, come molti di noi, diceva come la pensava, dichiarava per chi aveva votato. Come scrittore godeva di tutta la mia stima, come politico non l'ho mai considerato un punto di riferimento. L'unica obiezione sensata che mi sento di condividere, a questo proposito, è il fatto che Mennea e Borges, in quanto personaggi pubblici, avrebbero dovuto usare una maggiore cautela nelle loro esternazioni, perché queste hanno un'eco e una capacità di influenzare e condizionare la gente comune maggiori di quelle di una persona qualunque. Comunque, l'errore madornale di attribuire, a chi possiede particolari attitudini (sportive, caratteriali o intellettuali), una speciale competenza in ambiti diversi dal proprio, è, purtroppo, molto più diffuso di quel che si pensi, e la colpa, in ogni caso, ricade maggiormente su chi prende per oro colato le opinioni politiche di un poeta e di un corridore, su chi li eleva a guru, non su chi le esprime. Di solito io preferisco i paradossi alle tautologie, ma in certi casi queste ultime si rendono necessarie, sono meno affascinanti ma ci riportano coi piedi per terra. Uno che corre veloce è uno che corre veloce, un grande poeta è un grande poeta, uno simpatico è uno simpatico; niente di più e niente di meno. Cosa passi per la loro testa è difficile dirlo, forse il vuoto siderale o forse un ingorgo di sinapsi; di certo c'è solo il fatto che quelle specifiche attitudini non garantiscono, di per sé, né l'uno né l'altro... In conclusione, la logica ci insegna che un bravo politico non è necessariamente un critico letterario fidato, un cuoco sopraffino può pure essere un figlio di puttana, un grande scrittore sovente non capisce una mazza di politica, e un simpaticone che parla di letteratura spesso e volentieri spara solo cazzate."
A lui Alfio Squillaci
(della webzine "La Frusta": http://www.homestead.com/lafrusta/)
"Ma caro Sergio non occorre mica essere esperti di politica. Non è una scienza, la politica, non è la meccanica quantistica, bensì l'eplicitazione di una visione del mondo attraverso delle opinioni. Si tratta di rispondere a queste domande: Vuoi dare la terra ai contadini? Vuoi far votare le donne? Come debbono essere i tributi, progressivi rispetto al reddito oppure no? Occorre imporre delle tasse alle importazioni? La giustizia deve essere uguale per tutti? Tolleri la raccomandazione e chi la tollera? ecc ecc A tutte queste domande si risponde in genere con un voto, almeno in quei paesi in cui ciò è possibile, in altri si esprimono solo delle opinioni. A me interessa sempre sapere quali sono le opinioni politiche di uno scrittore, rispetto alla sua epoca, beninteso. Ne traggo preziose informazioni sulle sue tensioni morali e intellettuali. Ad esempio credi proprio che il cattolicesimo liberale di Manzoni nulla abbia a che fare con la sua estetica democratica e le sue opzioni linguistiche?"
Il 20 marzo 2004 Sergio Garufi tornò sull'argomento:
"eh, ricordo un thread in cui affermavo che le opinioni politiche degli scrittori vanno prese con le pinze (lo sosteneva borges), né più né meno di quelle letterarie pronunciate dai politici; anche per evitare di considerarli dei guru; e homais [= Alfio Squillaci] mi rispose che la politica la possono fare tutti, basta rispondere a quesiti tipo "volete dare il voto alle donne?", o "siete d'accordo nel concedere le terre ai contadini?" :-)
E Alfio:
"caro Sergio, non ricordo esattamente il contesto, ma se posso interpretarmi, ribadisco che la politica non è misteriosofia. Puoi fare lo screening di chiunque a seconda delle risposte che ti dà sulla proprietà, sulle guerre, sulle paci e sulla necessità o meno della tassa sui cani... Altre cose sono le ideologie, ossia quelle rappresentazioni mentali, anche dei più sofisticati intellettuali che li portano a vedere fischi per fiaschi...L'ideologia di buona parte del proletariato italiano, attualmente, è quella di un miliardario..."
Ma veniamo alla nuova puntata di "Iooooo e Borges"
UNO SCHERZO MAL RIUSCITO
"Ricordo che un giorno decisi di fare a Borghes uno scherzo. Lo raggiunsi da dietro in punta di piedi e gli coprii gli occhi con le mani.
"Cucù, chi sono?"
"Togli quelle manacce, ché tanto sono cieco", sbuffò Orghe infastidito.
"Ooops, perdona la gaffe. Ma indovina chi sono?"
"Sei Garufi."
"Acqua."
"Ma sì che sei Garufi."
"Invece no. Sono Adolfo."
"Adolfo chi?"
"Adolfo Bioy Casares."
"Ma fammi un piacere. Sei quella piattola di Garufi."
Insistetti ancora un po', ma non ci fu verso di inculcargli il sospetto che potessi essere davvero Adolfo Bioy Casares.
E pensare che, per risultare il più convincente possibile, avevo mandato a
memoria tutti i titoli delle opere che i due avevano scritto insieme ("Sei
problemi per don Isidro" e tutti gli altri).
Quando vidi che il mio scherzo l'aveva solo - imprevedibilmente - intristito, per fargli tornare il sorriso sulle labbra presi a canticchiargli in un orecchio 'Don't cry for me, Argentino'.
Ma Orghe si arrabbiò ancora di più. Corse a chiudersi in bagno e per diverse ore non volle più saperne di uscire..."
(da Sergio Garufi, "Iooooo e Borges", Edizioni Palladiane)
Immagine da http://www.limbos.org/traverses/pics/borges02.jpg

COLAZIONE DA BORGES
C'erano giorni in cui Jorge Luis Borges pareva stranamente assente.
"Ciao, Orghelluigi!", lo salutai una mattina.
Non mi rispose.
"Mi piaci quando taci/perché sei come assente", incalzai.
Silenzio.
"E mi ascolti da lungi/e la mia voce non ti tocca..."
"Sarai mica quel rompi 'oglioni di Garufi", sbottò all'improvviso. "Oh, no!", gemette.
"Sei di cattivo umore, Orghelluigi?"
"No, ma Neruda di primo mattino mi va per traverso. Che sei venuto a fare?"
"Sono qui per quell'intervista... sai bene che sto scrivendo una tesi su di te."
"Un'altra ancora? Ma se sono tre mesi che mi devasti le palle con codesta scusa. Davvero ho esaurito gli argomenti. Non ho altro da dirti, credimi. Lasciami in pace. Sparisci."
"Vorrei almeno aiutarti a fare colazione..."
"Non serve. Mi aiuto da me."
Capii che aveva bisogno di riflettere e mi ritirai con discrezione.
"Se solo mi avesse dato un'altra chance", sgarufai tra me e me, "avrei potuto citargli in spagnolo - chessò io? - Los Marcellos Ferial... "
Ridiscesi mestamente le scale, borbottando: "Cuando calienta el sol aquí en la playa, siento tu cuerpo vibrar, cerca de mí... "
(da "Iooooo e Borges", di Sergio Garufi, Edizioni Palladiane)
Immagine da www.geocities.com/Athens/
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"Il narratore non è comunque autore?" [chiesero un giorno a Wu Ming 1]
"Certamente sì, [rispose] ma il punto è che non è (non dovrebbe concepirsi in quanto) Autore. In quella maiuscola reverenziale (che c'è e pesa anche se non la si scrive e non la si può pronunciare) risiede il problema. E' la stessa maiuscola che stabilisce d'arbitrio la differenza tra le arti e l'Arte, tra l'artista e l'artigiano. Sostanzialmente, gli autori dovrebbero tirarsela di meno, e capire che non sono affatto esseri fuori del comune, anzi, sono 'dentro il comune', nel regno di ciò che è condiviso da una società. Come ha scritto Stewart Home: 'Si comincia con l'Autore, e si finisce con l'Autorità'. Noi pensiamo che partendo dagli autori (al plurale e senza la maiuscola) si arrivi tutt'al più all'autorevolezza, quel punto in cui esiste sì un 'valore aggiunto' (quello di un lavoro fatto bene) ma non c'è alcun tipo di imposizione né di coercizione."
(DA http://win.girodivite.it/antenati/xxisec/wuming/wuming_intervista.htm )
E un altro giorno:
"Di 'biopic' sui Grandi e Grandissimi Artisti, la loro Ispirazione, la loro Superiore Sensibilità, il Titanismo, l'Ego che si espande fino a invadere ogni spazio, il loro essere maudits /incompresi/ribelli/irregolari/martiri della creazione, vissi d'arte vissi d'amore, live fast die young ecc. ce ne sono già fin troppi. Si potrebbe scrivere un romanzo in cui la Musa , stanca di essere tirata per la giacchetta di questo mondo, manda l'eroico Autore a fare in culo."

"Nazione Indiana è il blog che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato a scrivere. Qui ho appreso la passione per la letteratura... ": inizia così un recente intervento - deliziosamente parodistico - di Sergio Garufi nello spazio-commenti del post "Statistiche primaverili" (Nazione Indiana, 18 luglio 2006). Questa la conclusione: "La storia di NI è a una svolta. Da critico e da lettore che scende in campo, senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile farla finita con una cultura di chiacchiere incomprensibili e di stupide baruffe. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di una NI più giusta, più prospera, più moderna ed efficiente protagonista in Europa e nel mondo. Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo indiano."
La Lipperini ha osservato:
"Sergio, mi aspetto adesso un contratto con gli e-lettori in pochi e concisi punti, da firmare in diretta."
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Alla misteriosa "Spettatrice", che spesso firma acuti commenti anti-autoriali in Lipperatura, ho chiesto:
"Lucio... sì, sto seguendo i tuoi divertimenti su cazzeggiletterari. Sei sulla strada di... Munari, ma ancora con un pizzico di individualismo. Quanto sano non so, magari è il caso di chiederlo a quell'altro individualista di Garufi. Però, confermo, queste continue contaminazioni su web ci stanno rendendo un po' meno individualisti e più empatici a dispetto dell'età, visto che neanche il buon Munari si illudeva che noi adulti fossimo in grado di uscire dal bieco individualismo acquisito. Per i bambini invece c'è speranza, soprattutto se non leggono certe diatribe moooolto individualiste sui blog :-) Chiaro che sto scherzando (ultimamente un sacco di gente mi prende troppo sul serio, voi no, per fortuna) e che il mio è un momento di bassa ironia, se stiamo qui a parlarci da limitati individualisti è vero che esponiamo i limiti, ma anche l'umano bisogno di comunicare e di essere, appunto, in qualche modo (e a dispetto di tante ambiguità o incazzature), collettività. Peccato che questo fatto di non essere bambini, pronti a prendere la piega collettiva, ci guasti la festa :-) besos"
"Spettatrice. Garufi ha scritto un pezzo IRRESISTIBILE nei commenti al post 'Statistiche primaverili' in Nazione Indiana. L'ha scritto lui come INDIVIDUO. L'ha messo a nostra disposizione gratuitamente. Poi, magari, a livello personale se la tira un po' perché in gioventù ha avuto un contatto ravvicinato del Terzo Tipo con l'Autore (Jorge Borges), ma a noi che 'cce frega? L'importante è che il suo pezzo ci diverta e ci intrattenga, no?"
Ma veniamo alla nuova puntata di "Iooooo e Borges":
NESPOLE O SORBOLE?
"Col tempo e con la paglia maturano le nespole" continuai a ripetermi per giorni e giorni (Orghe Borghes mi aveva convinto dell'affidabilità di certi proverbi, autentiche perle di saggezza popolare.)
Riordinando gli appunti presi fino a quel momento, tuttavia, mi accorsi con raccapriccio di aver tralasciato la spinosa domanda se preferisse le nespole o le sorbole. Non c'era tempo da perdere, dovevo tornare alla carica. Telefonai alla sua segretaria Maria Kodama per chiedere un nuovo appuntamento e non osando confessare di essere ancora Sergio Garufi, mi spacciai per il duo Mozzi & Caliceti di Stile Libero.
"Guarda, Sergio, che il maestro ti ha già perdonato!" mi assicurò lei, mangiando la foglia.
Dalla commozione dovetti distendermi per un intero quarto d'ora sul primo divano palladiano che mi si parò a tiro.
Orghe Borghes mi ricevette in pigiama. Aveva i capelli arruffati e la voce flebile.
"Che cosa pensi di Pinochet?", gli domandai a bruciapelo, prima di passare al quesito che più mi stava a cuore.
"Una grande creazione di Collodi, indubbiamente", ammise senza riserve.
"E di Dolores Ibarruri?"
"Dolores chi, scusa?"
"Ibarruri, la pasionaria."
"Mai sentita nominare, francamente. Chi sarebbe, una nuova scrittrice? Non posso conoscere tutti, benché da più parti mi si soglia paragonare a uno specchio del mondo."
Mi feci subito firmare una nuova copia di 'Finzioni'.
Poco dopo mi chiese di accompagnarlo a fare due passi. Girammo intorno al tavolo per una buona mezz'ora. Orghe Borghes si teneva al mio braccio, mi chiamava per nome, riconosceva la mia voce e si rivolgeva a me con un tono quasi paterno, lamentando che leggessi solo lui a discapito di tanti altri autori ben più importanti.
Gli confessai che sognavo di diventare io stesso uno scrittore, ma che fin allora i miei timidi esercizi letterari non erano stati altro che dei maldestri tentativi di imitare il suo stile.
"Se vuoi un consiglio", sbadigliò Orghe Borghes, "è meglio che tu ti occupi di Piero della Francesca. Anche lui diventò cieco, verso la fine della sua vita. Dovrebbe piacerti."
"Sì, certo, ma che ne faccio del mio 'daimon', come Hillman chiama la vocazione segreta - presente in ognuno di noi - che spinge per realizzarsi?"
"Ignoralo. Mettiti a vendere divani. Segui piuttosto il saggio monito de 'L'Imitazione di Cristo': 'ama nesciri', cioè compiaciti di essere ignorato."
"E' una parola! Ma almeno qualche sboronata su it.cultura.libri posso postarla?"
"Fa' un po' te."
"C'è una cosa, Orghe, che l'altro giorno mi sono dimenticato di chiederti."
"Quale, esattamente?"
"Se tu dovessi essere messo proprio alle strette e scegliere fra nespole e sorbole..."
"Alludi per caso alle insinuazioni di Rodriguez Monegal?"
"Quali insiuazioni?"
"Che io sia impotente."
"Che c'entra questo?"
"Monegal sostiene che il trauma risalirebbe al mio soggiorno ginevrino, quando ero diciottenne. Mio padre, vedendomi poco socievole e sempre chino sui libri, decise di portarmi con lui in un postribolo della città, dove mi spinse ad avere un rapporto con la medesima prostituta che si era poco prima congiunta con lui. Di qui il terribile complesso edipico, di qui le frustrazioni che, a detta di Monegal, mi avrebbero portato a cercar rifugio nel piacere della lettura, misero surrogato di una felicità che la vita mi aveva negato."
"Ma no, che dici. Io volevo semplicemente sapere se preferisci le sorbole o le nespole."
"Lascia che - per tutta risposta - ti citi il testo di una bella canzone di Niccolò Fabi," mi interruppe ilmaestro. " 'Non è la vittoria / l'applauso del mondo / di ciò che succede /il senso profondo'. La fama, dai retta a me, è solo una forma di incomprensione. Ma ti spiace se riprendiamo il discorso in un'altra occasione? Mi è venuta una botta di tedio."
Si era fermato davanti allo specchio, enigmatico e terrifico. Era come se perdesse la sua identità, invece di acquistarla; introiettava l'universo e lo rifletteva perché impossibile da contenere, come l'Aleph.
"Credo di sapere già tutto", sparai un attimo prima di congedarmi. "Los espejos y la paternidad son abominables porque lo multiplican y lo divulgan".
Borghes prese a girarsi lentamente da ogni lato per fare il sole e gli astri celesti, la terra e poi se stesso e gli altri esseri viventi, i mobili, le piante e tutti gli altri oggetti che ciascuno può immaginare...
Vabbè, diciamola tutta. Adesso tra me e Garufi pare sia iniziata una sorta di disgelo, ma al tempo di it.cultura.libri ci stavamo innegabilmente sulle palle a vicenda. Io lo trovavo certamente bravo, ma spocchioso: il classico intellettualino con la puzza sotto il naso. Lui negava ogni mio merito e quando, nel 2001, un gruppo di miei denigratori si rivolse in massa all'abuseman di Infostrada affinché mi segasse l'account e mi blacklistasse:-), impedendomi di frequentare ulteriormente il niusgruppo, ebbe parole abbastanza malevole nei miei confronti.
Raffaele Mangano era appena apparso nel ng, e, leggendo vari commenti sull'Angelini, un giorno domandò:
"Rispondete a me che ignoro: Angelini chi era costui?"
Il 9 novembre 2001 Matteo Signorini gli rispose:
"Una persona che usava l'ironia per dire cose che altri non hanno saputo dire. Dalla sottigliezza che hanno confuso con arroganza. Ode all'Angelini, che era venuto per salutarmi alla Fiera del Libro di Torino, lo scorso anno, e ho saputo che era lui solo quando sono tornato a casa. Nelle poche mail che gli ho mandato privatamente è sempre stato una bella persona. Non ha ostentato i suoi lavori con i grandi editori, e provocava chi sapeva avrebbe risposto senza capire il senso del gioco. Ode all'Angelini, chissà che ad una conferenza o l'altra ci incontreremo, perchè sono sicuro che stai leggendo, e verrai a dirmi sono l'Angelini, ed io ti stringerò la mano, e andremo a berci un caffè o una birra con la schiuma sul tavolo. Mattia."
SGARUFONE (così chiamavo scherzosamente Garufi per farlo incazzare un po') obiettò:
"Quel giorno avevo messo a dura prova la pazienza di Orghe Borghes, sottoponendolo a un'interminabile serie di questionari a risposta multipla suggerita: se preferisse la carne o il pesce, il dolce o il salato, l'antico o il nuovo testamento, la birra chiara o la birra scura, eccetera... e nel caso di quanto (di gran lunga, di molto, di poco)... Ero intenzionato a cogliere ogni sfaccettatura della sua affascinante personalità, comprese le meno risapute.
Lui fu dolce con me e fece del suo meglio per nascondere gli sbadigli e i colpi di sonno che questo tipo di indagine a tappeto inevitabilmente comporta.
Solo verso mezzanotte - esausto - protestò che forse era il caso di aggiornarci all'indomani.
"Potrei... potrei chiedere ospitalità per la notte?", azzardai arrossendo.
"Mi spiace, non saprei dove sistemarti. Non ho brande di scorta..."
"Nessun problema", lo rassicurai. "Ho qui in cartella un divanetto palladiano gonfiabile e telescopico. Sarà pronto in un attimo."
La prima notte fu bellissima: ricordo che ero così emozionato che non riuscii a chiudere occhio. Coglievo nel buio i suoi sospiri, le mezze parole ciancicate nel sonno, i peti a volte terribilmente stentorei che fuoriuscivano dalle sue coltri... ma amavo tutto di lui.
Il terzo giorno, a metà mattina, Orghe Borghes si lasciò sfuggire un distratto: "L'ospite è come il pesce/dopo tre dì rincresce..."
"Non mi piacciono i proverbi", chiarii subito. "Vengono spacciati per perle di saggezza popolare, mentre il più delle volte sono solo banalità sentenziose che girano intorno a temi ricorrenti: la misoginia feroce, il qualunquismo più becero, la rassegnazione e il fatalismo. Poi, a ben vedere, il contenuto spesso è irrilevante, perché contemplano ogni tipo di contraddizione, facendosi guidare ***più dalla rima che dalla lingua*** [esempio: pesce/rincresce]."
"Altrettanto spesso, tuttavia", obiettò Orghe Borghes, "contengono un fondo di verità."
Non ricordo bene come accadde, ma di lì a poco io e il mio divanetto palladiano ruzzolavamo sgangheratamente giù per le scale.
Mi vennero in mente certi post di Maria Strofa sulla terribilità del genio visto da vicino, ma - adesso che grazie ai miei astuti quiz avevo colto pressoché ogni sfaccettatura della sua proteiforme personalità - sapevo bene che cosa fare per continuare a gustare i frutti (in ogni senso, anche metaforico) del mio ben architettato approccio all'Argentino: "Dare tempo al tempo", perché "Solo con il tempo e con la paglia maturano le nespole" (tempo e nespole, peraltro, non facevano nemmeno rima)... (continua)
[da Sergio Garufi, "Iooooo e Borges", Edizioni Palladiane.]
Immagine da: www.somebits.com/funes/

Il 15 luglio ultimo scorso in "Nazione Indiana" il borgesologo Sergio Garufi ha pubblicato l'articolo "Il ventennale della morte di Borges", già uscito su STILOS di giugno. Gli appassionati di filologia comparata potranno confrontare quel testo con il seguente contributo giovanile, pubblicato in it.cultura.libri il 22 gennaio 2003:
"La prima volta che incontrai Jorge Luis Borges fu nel marzo dell'84. Lo leggevo in modo monomaniacale già da tre anni, ed ero talmente fanatico da credere che rappresentasse il momento centrale della storia della letteratura universale: tutto ciò che lo aveva receduto preparava il suo avvento, tutto ciò che sarebbe seguito non avrebbe potuto prescinderne.
A quel tempo avevo vent'anni, sognavo di diventare uno scrittore e i miei timidi esercizi letterari non erano altro che dei maldestri tentativi di imitare il suo stile. Un mattino seppi che il giorno seguente si sarebbe trovato a Vicenza per una conferenza all'Accademia Olimpica. Presi il treno e ci andai, ma della conferenza capii poco o nulla, perché purtroppo parlava in francese (sentendosi indegno di usare l'italiano). Un giornalista mi rivelò che l'indomani sarebbe stato a Venezia, per un convegno della Fondazione Cini all'isola di San Giorgio. Sapendo che alloggiava nell'Hotel Londra Palace sulla Riva degli Schiavoni, presi un appuntamento telefonico tramite la sua segretaria, Maria Kodama, spacciandomi per uno studente di lingue che stava scrivendo la tesi di laurea su di lui.
La mattina dopo mi presentai alla reception e la Kodama mi concesse un colloquio di un'ora, mentre faceva colazione. Fui accompagnato in camera da un inserviente e, quando si aprì la porta, l'emozione era tale che esitai qualche secondo a entrare. Borges, accortosi della mia esitazione, mi accolse ironicamente con i versi dell'Inferno di Dante ("Lasciate ogni speranza o voi che entrate"). Mentre lo aiutavo a bere il cappuccino (dato che era cieco), discutemmo soprattutto di poesia, e mi disse quelli che per lui erano i versi migliori di diverse lingue (Virgilio per il latino, Dante per l'italiano, Hugo per il francese, Jafez per l'arabo, Shakespeare per l'inglese, Silesius per il tedesco, Quevedoper lo spagnolo). Aveva una voce flebile e un modo di conversare garbato, discreto e generoso, attribuendomi idee che non mi sarei mai sognato di avere. Ebbi l'impressione di essergli risultato simpatico, e, al termine del colloquio, mi feci firmare una copia di 'Finzioni'.
In seguito lo incontrai altre volte: alla Fondazione Verdiglione di Senago, all'Università Statale di Milano per una movimentata conferenza della Aging Foundation, a Volterra per la consegna del Premio Etruria, e soprattutto a Roma, dove rimanemmo insieme per 4 giorni (laurea honoris causa alla Sapienza, conferenza all'Accademia dei Lincei, mostra all'Istituto Italo-LatinoAmericano etc.). Di quei giorni a Roma conservo molti ricordi e qualche fotografia. Passeggiavamo insieme e si teneva al mio braccio, mi chiamava per nome, riconosceva la mia voce e si rivolgeva a me con un tono quasi paterno, lamentando che leggessi solo lui a discapito di tanti altri autori ben più importanti. Poco dopo morì a Ginevra, e io cercai di seguire il suo consiglio, dedicando le mie attenzioni ad altri scrittori.
Un po' per indolenza e un po' per scarsa fiducia nel mio talento, negli anni successivi molto saggiamente abbandonai, non senza qualche rimpianto, il progetto di diventare uno scrittore, ma continuai a coltivare nel tempo libero la mia passione per l'arte e la letteratura. A un certo punto della mia vita Piero della Francesca rappresentò, per diverso tempo, quello che fu Borges anni addietro. Letture forsennate, viaggi e visite ai musei che esponevano le sue opere, ricerche in biblioteche e archivi. Un giorno trovai, su una monografia ben documentata, l'accenno a Piero in una cronichetta locale del 1556.
Si trattava di un modesto contributo, reso noto più che altro perché confermava la tesi del Vasari secondo cui l'artista di SanSepolcro, verso la fine della sua vita, diventò cieco. In questo libriccino, in cui tale Berto degli Alberti intervista degli anonimi cittadini di SanSepolcro chiedendogli della loro vita, vi è un colloquio interessante fra l'autore e Marco di Longaro, un anziano fabbricante di lanterne che rammentava quando, da bambino, accompagnava per le vie anguste e buie del suo borgo 'il pittore eccellentissimo che era accecato'.
Al di là del modesto contenuto di quei discorsi, le parole di Marco di Longaro mi commossero perché, per molti versi, mi ci immedesimai. Non so se quel fabbricante di lanterne di cinque secoli fa ebbe qualche aspirazione che non si realizzò, o a cui dovette rinunciare. Però, pur non conoscendo i suoi sogni, sentii che quelle parole esprimevano un tono che era un misto di rimpianti e di serena accettazione. Forse i rimpianti riguardavano, molto semplicemente, gli anni perduti, il tempo che scorre inesorabilmente, l'impossibilità di tornare indietro; o forse, in quel preciso istante in cui parlava con Berto degli Alberti, Marco di Longaro aveva tracciato una sorta di bilancio della sua vita, come se si fosse improvvisamente reso conto che, a più di settant'anni di età e nonostante la moglie e i figli adorati, la discreta salute e un dignitoso benessere, la sua anonima esistenza sarebbe passata alla Storia solo per quei fugaci e inconsapevoli momenti della sua giovinezza in cui porse il braccio al grande artista cieco.
Anch'io insomma, nonostante a tratti il mio 'daimon' (come Hillman chiama la vocazione segreta - presente in ognuno di noi - che spinge per realizzarsi) si agiti e provi a riemergere, e nonostante cerchi con fatica di seguire il saggio monito de 'L'Imitazione di Cristo' ('ama nesciri', cioè compiaciti di essere ignorato), a volte temo che non mi capiterà molto altro di importante nella vita. Ma è la tristezza di un attimo, perché subito dopo penso che, come dice il testo di una bella canzone di Niccolò Fabi, 'non è la vittoria / l'applauso del mondo / di ciò che succede / il senso profondo'."
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Garufi, a quel tempo, aveva nel mittente ...@spazipalladiani.it e l'aggettivo PALLADIANO ricorse in vari miei sfottò. In quel periodo mi firmavo ESIU LAICHIT e risposi:
> Lo leggevo in modo monomaniacale già da tre anni, ed ero talmente fanatico da credere che rappresentasse il momento centrale della storia della letteratura universale... A un certo punto della mia vita Piero della Francesca rappresentò, per diverso tempo, quello che fu Borges anni addietro... a volte temo che non mi capiterà molto altro di importante nella vita.
Molto carino il tuo racconto sull'uccisione di ben due padri. Vedrai che, un po' per volta, risolverai l'Edipo anche tu."
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Un giorno tale Elisabetta - sempre in it.cultura.libri - chiese:
" E chi è Sergio Garufi?"
Risposi, celiando:
"Un venditore di divani finto-antichi. Da studente riuscì a farsi ricevere da Borges con uno stratagemma e da allora non fa che ripetere 'Ricordo che un giorno iooooo e Borges...':-)
Qualche mese dopo iniziai - appunto - la miniserie "Iooooo e Borges", di cui recupero oggi la puntata
"UN NATALE SENZA REGALI".
"Ricordo che un giorno decisi di fare a Borges una sorpresa.
"Un Natale senza regali non è un Natale!" gorgogliai entrando.
("Questa l'hai presa da 'Piccole donne'!", osservò subito il mio dottissimo amico.)
"Ti ho portato qualcosa di mooolto speciale", proseguii ignorandolo.
"Un divanetto Luigi Ventitreesimo, suppongo", azzardò il maestro.
"Ma no, ma no. Ecco, guarda, queste sono per te", trillai.
Così dicendo, gli svolsi sotto il naso un magnifico paio di pantofole palladiane che gli avevo ricamate io stesso nel corso di molte sere d'inverno.
Lui le tastò alla cieca (era cieco) ed esclamò:
"Ah, ho capito. Sono dei paraorecchie. Li desideravo fin dai tempi dell'Aleph. Grazie, Sergio, sei stato davvero carino."
La voce gli tremava, era visibilmente scosso dal mio gesto. Si avvicinò le pantafole palladiane alle orecchie e sussurrò:
"Sei un bravo ragazzo, Sgarufone. Sento che andrai lontano e diventerai una grande firma di Icl."
Scoppiai in un sobrio pianto."
(da "Iooooo e Borges", di Sergio Garufi, Edizioni Palladiane)
Scriveva il borgesologo Sergio Garufi il 13.7.06 nello spazio-commenti di Lipperatura (post "LA BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI"):
"sono stato tratto in inganno dal titolo. nella vana speranza di leggere qualcosa sul mitico scontro fra ezio & teodorico contro 'le orde sciamanti di sfrenata ferocia' della 'paurosa gente nomine unni', mi son sucato tutto il delirante pezzo del baricco. comunque leggerlo è sempre istruttivo. mi rammenta quella massima latina, che (più o meno) dice che 'ex absurdo sequitur quodlibet'. parte da delle premesse campate in aria, e sopra ci edifica un sistema di pensiero. un po' come in quella mirabile centuria del manga, quella con lo scapolo che crede di aver ucciso sua moglie, poi si ricorda che è scapolo, allora si chiede perché non ha una moglie. l'hanno tutti. chi è lui, un cane rognoso? perché sua moglie è riuscita a non farsi sposare? o è lui che non l'ha sposata? il giorno prima delle nozze è fuggita con un prete eretico. ma non è lui quel prete? quella donna è fuggita con lui? o con un altro? chi è fuggito? "che puttana", dice, e cerca la chiave in tasca, lacrimando, con una smorfia di disprezzo...
"Splendido intervento di Garufi, giovane promettentissimo:- )
P.S. Sergio, perché non ti proponi come autore a giuliomozzi per vibrisselibri?"
"lucio, se non la finisci di pigliarmi per il culo ti rifilo una capocciata sullo sterno e poi mia madre chiederà i tuoi testicoli su un piatto d'argento :-) "
"Ricordo che un giorno iooooo e Borges avevamo una gran voglia di parlare di ermeneutica dell'antifrasi e tutto d'un tratto lui mi domandò: "Ma tu, Sgarufone, dimmi la verità, non trovi che la paretimologia e la metatesi siano gli ingredienti base di ogni malapropismo?"
"Sicuro!", lo rassicurai io. E aggiunsi: "Naturalmente non mi riferisco solo ai gradini più bassi della diastratia."
Borges non pareva del tutto convinto.
"Maestro", gli dissi allora con un sospiro. "L'epistassi dell'ocufene difficilmente potrà sussumere il verricello."
Lui mi guardò con ammirazione, malgrado fosse cieco, e prese ad accarezzarmi il cervello."
(Da Sergio Garufi, "Iooooo e Borges", Edizioni Palladiane) :-)
Tale SEB - forse alludendo al mio "Quel bruttocattivo di papà Cacciari!" - si intromise:
"Senti un po'... qualche giorno fa ho avuto a cena, a casa mia, Cacciari e mentre si parlava di massimi (nel senso di Massimo) sistemi (anche lui sta tentando la sorte col superenalotto) non so come non so perché, gli ho chiesto: "E Angelini?"
"Du' palle", fa... fa perché non ha detto nulla, ma si toccava le sue.
E io a Seb:
'Lui è l'Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ha ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d'aureola lo riscalda.
Non lo seguono stelle in corteo,
in sé racchiude l'essere e il conoscere.
E' uno come voi, e ciò che è e sa
per lui come per voi è la stessa cosa.'
(Cfr. Stevens, 'L'Angelini Necessario', in Cacciari, 'L'Angelini necessario', Adelphi)
[Immagine da www.filateliaargentina.com.ar/


Il Redentore, la "notte famosissima dei foghi"
"Il Redentore è tra le festività più sinceramente sentite dai veneziani, in cui convive anche l’aspetto turistico, grazie al fantasmagorico spettacolo pirotecnico notturno che attrae migliaia di visitatori. Cade la terza domenica del mese di luglio, giornata in cui si svolgono le sante messe, la funzione solenne presieduta dal Patriarca e la processione religiosa. Ma il momento topico è sicuramente la notte del sabato (quest'anno sabato 15 luglio): sull’inimitabile palcoscenico del Bacino San Marco giochi di luce e di riflessi tracciano un caleidoscopio di colori che si staglia dietro le guglie, le cupole e i campanili della città."
(da www.comune.venezia.it/ turismo/feste/redentore/ )
--
[da http://venicexplorer.net/tradizione/redentore.htm ]
[Immagine da http://www.comune.venezia.it/turismo/feste/redentore/images/home3.jpg ]

Per due interi giorni è imperversato in rete il quesito:
"Secondo voi cosa avrà detto Materazzi a Zidane per farlo incazzare in quel modo?"
Mi sono arrivate in mail-box varie ipotesi:
- Hey Zizou ... a tua madre piace Grosso!
- Sei una caccola ripiena!
- Tirami una testata, sarà liberatorio...
- Nel libro di Faletti il killer è il Dj
- Sono amico di Mauro Repetto e tu no!
- E' vero che in Francia non avete il bidet?
- Che ore sono?
- Zizzu ... Zazzo Zezzo Zuzzu Zi ?
Eccetera.
Ovviamente l'ipotesi che più mi ha inquietato è stata la quinta.
"Mauro Repetto... Mauro Repetto... " ho cominciato a chiedermi, "chi era costui? L'editor di Einaudi Stile Libero, per caso?"
Una rapida ricerca in rete mi ha tolto ogni dubbio: Mauro Repetto è il biondino che ballonzolava sul palco insieme a Max Pezzali al tempo degli 883...
Google mi ha addirittura fornito un preziossimo link per un AGGIORNAMENTO completo.
Copio-incollo, appunto, da www.maurorepetto.tk :
"Perché questo sito? Per ricordare Mauro Repetto, un uomo che non ha avuto paura di inseguire i propri sogni e le proprie passioni.
Per tutti coloro che amavano gli 883 degli esordi e riconoscono il tocco "repettiano" nelle prime canzoni del gruppo.
Per quelli (pochi a dire il vero) che lo hanno conosciuto come solista ed hanno amato le sue canzoni stonate, inni allo "sfigato"... inni alla vita.
E per tutti coloro, infine, che si chiedono semplicemente: "Che fine ha fatto il biondino degli 883?"
Cliccando su BIOGRAFIA, esce quanto segue:
«Qual è la domanda che mi fanno più di frequente in assoluto? “Che fine ha fatto Mauro Repetto”. Anzi: “Che fine ha fatto il biondino che ballava negli 883”». Parole di Max Pezzali.
Ebbene, indagando nei meandri della rete abbiamo cercato di dare una risposta a questo interrogativo. Una domanda che - ne siamo certi - tutti, almeno una volta nella vita, si sono posti. La realtà venuta a galla è una favola triste, la storia di un uomo che non ci ha pensato due volte ed ha gettato tutto al vento per inseguire il suo sogno.
Il risultato? Non un lieto fine, ma un bel finale. Oggi, Mauro Repetto vive alle porte di Parigi, è sposato con la bella Josephine, ha due figli e regala un sorriso a numerosi bambini provenienti da ogni parte del mondo.
Ma andiamo per gradi... Tutto nacque nei mitici anni ’80 a Pavia. Mauro, insieme al fraterno amico Max Pezzali, frequenta il liceo e passa interi pomeriggi al Bar Dante fantasticando sulle donne e parlando di musica. I due fondano un gruppo, “I pop”, e mandano un’audiocassetta al re Mida della musica italiana, Claudio Cecchetto.
Da quel momento inizia un’irresistibile ascesa: il gruppo cambia nome in 883 e “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” (1992) diventa un indovinatissimo tormentone. Dopo appena un anno esce un altro, altrettanto riuscito, album “Nord Sud Ovest Est”. Per i due amici sembra profilarsi all’orizzonte un futuro di successi e soddisfazioni.
Ma in Mauro c’è qualcosa che non va. Il “biondino” non si sente felice nel ruolo di comprimario. Scrivere canzoni lo soddisfa ma è sul palco che si vivono le emozioni forti, quelle vere. Lui non canta e non suona. Si esibisce in solitari e disordinati balletti che lo fanno diventare ben presto uno zimbello per imitatori e detrattori.
Gli serve solo una scusa. Un motivo per fuggire via. Il suo pass per la libertà si chiama Brandi, una bellissima modella che lo strega e lo spinge ad inseguire il suo folle, impossibile, sogno.
Di punto in bianco lascia l’Italia. Vola in America per produrre un film e si affida ad un losco avvocato che, per la modica cifra di 20.000 dollari, gli promette di fornirgli l’aggancio con un produttore. Non rivedrà mai più né quel legale, né Brandi ed il suo sogno cinematografico si spegnerà in una camera d’albergo. Mauro, tuttavia, non si demoralizza: con l’aiuto di Cecchetto incide il disco “Zucchero filato nero” nel quale risalta la bella voce di Francesca Touré (poi vocalist dei Delta V).
L’album è il suo epitaffio musicale. Urla di dolore in “ma mi caghi”, poesia in “Nual”. «Ascoltate “Un grande si" o "Voglia di cosce e di sigarette", inni sbagliati, sbilenchi, ubriachi, un uomo solo con la sua chitarra incerta e ancora ossessioni: figa, figa, figa, corpi che sfuggono, amarezza, assoluta mancanza di misura e senso del pudore» (tratto da www.succoacido.it). L’album è un flop e Repetto, dopo una breve parentesi in Italia, si trasferisce in Francia.
Dopo averci provato ancora col cinema (suo il cortometraggio “Point Mort”) abbandona definitivamente lo show business ed inizia a lavorare ad Eurodisney vestendo i panni di Pippo.
Sotto la maschera, i suoi balletti convulsi diventano finalmente apprezzati e divertenti. La palestra lo rende troppo muscoloso e presto anche i panni del cagnone disneyano gli vanno stretti. Oggi, Mauro impersona l’orso Baloo. Mille flash lo fotografano ma in pochi sanno che, sotto quell’ingombrante costume, c’é un uomo coraggioso. Il “biondino” che, per inseguire un sogno, ha rinunciato a soldi e fama."
Non trovate anche voi questa storia IRRESISTIBILE, francamente???

"Come on you boy child, you winner and loser,
come on you miner for truth and delusion, and shine!"
("Avanti, bambino, vincitore e perdente
Avanti, minatore di verità e illusione, e brilla!")
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"Nel 1975 i Pink Floyd dedicarono a Syd Barrett l'album Wish You Were Here, dove ricordavano il loro compagno di band che aveva lasciato nei loro animi un vuoto non colmato. Syd Barrett, primo chitarrista e leader della band, era stato allontanato dal gruppo nel 1968 per via di una grave infermità mentale e fisica causata dal continuo uso di LSD, che pregiudicava la sua partecipazione ai concerti e al lavoro in studio.

Durante il periodo di produzione di Wish You Were Here, per l'esattezza nella fase di presentazione dell'album ad amici e parenti, negli studi storici di Abbey Road si presentò uno strano personaggio, completamente calvo, grasso, e con le sopracciglia rasate, con in mano una busta della spesa, che si aggirava tra i presenti completamente allibiti. Il primo a riconoscere Syd Barrett in quella figura ormai deturpata dagli abusi della gioventù fu, per ironia della sorte, proprio il suo più caro amico tra i componenti dei Floyd, nonché l'elemento che di Barrett aveva preso il posto, ossia Dave Gilmour, il quale lo invitò in regia ad ascoltare il prodotto della sua assenza. Dopo aver ascoltato i brani, Barrett disse sorridente: "Mi sembra un po' datato, che ne dite?", e uscì così come era arrivato, lasciando Gilmour e compagni inebetiti e con le lacrime agli occhi... [cut]... Nel 2005, durante il Live 8 che ha visto i PINK FLOYD riunirsi eccezionalmente per quella particolare occasione, Roger Waters ha ricordato l'ex compagno di band Barrett, dedicandogli l'esecuzione di Wish You Were Here."
(da http://it.wikipedia.org/wiki/Syd_Barret )
Wish You Were Here
So, so you think you can tell Heaven from Hell,
blue skies from pain.
Can you tell a green field from a cold steel rail?
A smile from a veil?
Do you think you can tell?
And did they get you to trade your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees?
Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change?
And did you exchange a walk on part in the war for a lead role in a cage?
How I wish, how I wish you were here.
We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
Running over the same old ground.
What have we found? The same old fears.
Wish you were here.
Così,
Così pensi di poter distinguere
Il Paradiso dall'Inferno
Cieli azzurri dal dolore.
Puoi distinguere un prato verde da una fredda rotaia d'acciaio?
Un sorriso da una menzogna
Pensi di saperlo distinguere?
E ti hanno fatto scambiare
I tuoi eroi con fantasmi?
Ceneri bollenti con alberi?
Aria calda al posto di una fresca brezza?
Freddo comfort invece del cambiamento?
E hai scambiato
Una comparsata in una guerra
Con un ruolo da protagonista in una gabbia?
Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui
Siamo solo due anime perdute che nuotano in una boccia per pesci
Anno dopo anno
Correndo sullo stesso vecchio terreno.
Cosa abbiamo trovato?
Le stesse vecchie paure
Vorrei che tu fossi qui.

"Shine On You Crazy Diamond (I-V)"
Remember when you were young, you shone like the sun.
Shine on you crazy diamond.
Now there's a look in your eyes, like black holes in the sky.
Shine on you crazy diamond.
You were caught on the crossfire of childhood and stardom,
blown on the steel breeze.
Come on you target for faraway laughter,
come on you stranger, you legend, you martyr, and shine!
You reached for the secret too soon, you cried for the moon.
Shine on you crazy diamond.
Threatened by shadows at night, and exposed in the light.
Shine on you crazy diamond.
Well you wore out your welcome with random precision,
rode on the steel breeze.
Come on you raver, you seer of visions,
come on you painter, you piper, you prisoner, and shine!
CONTINUA A BRILLARE PAZZO DIAMANTE
Ricorda quando eri giovane,
Splendevi come il sole
Continua a brillare pazzo diamante
Ora c'è uno sguardo nei tuoi occhi
Come buchi neri nel cielo
Continua a brillare pazzo diamante
Sei stato preso nel fuoco incrociato
Tra l'infanzia ed il successo
Trascinato sulla brezza d'acciaio
Avanti, tu bersaglio di lontane risate
Avanti, straniero
Leggenda, martire, e brilla!
Hai raggiunto il segreto troppo presto
Hai preteso la luna
Continua a brillare pazzo diamante
Minacciato da ombre di notte
Ed esposto alla luce
Continua a brillare pazzo diamante
Hai consumato il tuo benvenuto
Con precisione casuale
Hai cavalcato la brezza d'acciaio
Avanti, tu sognatore, visionario
Avanti pittore
Pifferaio, prigioniero, e brilla!
Nobody knows where you are, how near or how far.
Shine on you crazy diamond.
Pile on many more layers and I'll be joining you there.
Shine on you crazy diamond.
And we'll bask in the shadow of yesterday's triumph,
and sail on the steel breeze.
Come on you boy child, you winner and loser,
come on you miner for truth and delusion, and shine!
Nessuno sa dove sei, quanto vicino o quanto lontano
Continua a brillare pazzo diamante
Impila ancora un po' di strati, e ti raggiungerò lì
Continua a brillare pazzo diamante
E ci scalderemo all'ombra del trionfo di ieri
E navigheremo sulla brezza d'acciaio
Avanti, bambino, vincitore e perdente
Avanti, minatore di verità e illusione, e brilla!
(traduzioni da http://spazioinwind.libero.it/macman/musica/WishYouWereHere.html )
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POSTILLA
Il 28 marzo 2005 tale Cin Ciun Ciao postò su it.cultura.libri il messaggio: "UN MORTO E' PER SEMPRE". Eccolo:
"... Seguendo il sillogismo che ha mosso l'iniziativa della LIFEGEM memorials, una società funeraria di Chicago, la faccenda appare piuttosto semplice. Gli esseri viventi sono composti da carbonio, lo stesso elemento con cui sono composti i diamanti. Allora perché non fabbricare dei diamanti utilizzando resti di esseri viventi? Così dopo tre anni di studi con l'ausilio dei migliori specialisti, alla Lifegem hanno messo a punto un metodo innovativo in grado di trasformare le ceneri di un defunto in un bel diamante da incastonare a piacere, in modo da avere sempre a portata di mano un pezzettino del proprio dipartito bene. Il complicato processo è suddiviso in tre parti: cremazione, creazione e sfaccettatura. Come prima cosa il corpo viene cremato in un forno a 3.000 gradi centigradi che purifica il carbonio tramutandolo in grafite. Ciò che ne risulta viene spedito ad un laboratorio russo dotato di macchine sofisticatissime, dove, per favorire il processo di cristallizzazione, viene sottoposto ad una pressurizzazione 80.000 volte superiore a quella atmosferica. Così in poche settimane dai resti del vostro caro estinto, nascerà un diamante sintetico personalizzato che può essere blu, giallo o rosso, con un prezzo che varia a seconda di caratura e purezza della gemma. Si può andare dagli ottomila dollari per la coppia di diamantini da 0.25 carati, perfetti per un bel paio di gemelli, ai ventottomila per l' importante pietra da 1,25 carati, il classico solitario degli anelli da fidanzamento."

(Il decone Lucio Angelini)
Dopo le webzine Vibrisse e Vibrissebollettino.net, l'infaticabile Giulio Mozzi ne ha pensata un'altra: fondare la casa editrice on line Vibrisselibri. Il progetto non ha ancora contorni ben definiti, ma per esso è già stato reclutato un discreto numero di collaboratori volontari, che si sono proposti chi per un ruolo, chi per un altro. Anch'io mi ero dichiarato genericamente interessato al progetto e a un certo punto ho chiesto a Giulio:




Inciso: il protagonista del ciclo del Gorilla si chiama come lui, Sandrone Dazieri. Ex leoncavallino, bodyguard e detective privato, il Gorilla soffre di insonnia e schizofrenia. Un personaggio strepitoso, molto complesso - anzi, due personaggi, perché nella sua follia convivono due personalità: quella pasta d’uomo di Sandrone e il suo spietato alter ego, il Socio. Il cinema non poteva lasciarsi scappare un tipo del genere, e infatti La Cura del Gorilla è anche un bel film diretto da Carlo Sigon su sceneggiatura di Dazieri stesso.
Ma torniamo alla storia editoriale del nostro giurato: per un anno fa il direttore dei Libri per Ragazzi Mondadori, poi, nel settembre 2005, lascia l’incarico pur di avere più tempo da dedicare alla scrittura di romanzi."
(da www.scrittomisto.it del 4 luglio 2006)
Dazieri, con Lipperini e Sinibaldi, fa parte della Giuria del Gran Premio Scrittomisto 2007. Quando ho letto la sua scheda bio-bibliografica, non ho resistito alla tentazione di commentare:
"Forse Sandrone Dazieri è il solo in grado di spiegarmi (visto che è stato alla Mondadori Ragazzi di Verona) il Grande Mistero della Mia Vita: perché, a partire dall’11 novembre 1995, la mia carriera di autore si interruppe di colpo (dopo sei titoli pubblicati) e TUTTO IL FUMER (Fronte Unito Megere Editoria per Ragazzi) si oppose compatto al mio rientro… :-/
di Lucio Angelini il 04.07.06 13:07

("Orchi, streghe, fate, come gli scrittori per ragazzi sanno perfettamente, esistono davvero e popolano ogni tipo di mondo. Sono, inoltre, capaci di assumere le vesti più impensate, comprese quelle di critici letterari o direttori (e direttrici) di collane giovanili. La storia è un affettuoso, divertito, omaggio a due note direttrici italiane di collane per ragazzi: Margherita Forestan (Mondadori Ragazzi) e Orietta Fatucci (Einaudi Ragazzi)".
da:http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=635&c=HXK3RMGUTG6KH
P.S. Il DECENNALE della mia misteriosa cacciata è stato evidenziato in questo stesso blog l'11 novembre 2005 (vedi archivio, 2005, novembre, giorno 11):- )



“Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume non ti dorrai... ”
Purtroppo, non avendo fatto il liceo classico (e probabilmente nemmeno le scuole medie), era convinto che Solingo fosse il nome della bestiola, cosí, quando nacqui, trovò poetico appiopparlo anche a me. E tuttavia, in qualche misterioso modo, quel nome riuscí a influenzarmi il carattere (i latini dicevano ‘Nomen omen’, no?), perché solitario divenni davvero. O magari fu solo una coincidenza, ma mia madre, per tutta l’infanzia, non fece che domandarmi:
“Perché non vai al campo a giocare con gli altri bambini?”
“Uffa, mamma, ma che fastidio ti dò?”
“Sei pallido come un morto. Dovresti stare di piú all’aria aperta, correre nel sole!”
“Preferisco stare all’aria chiusa”, tagliavo corto io. E non c’era verso che le dessi retta. Me ne stavo ben trincerato nel magazzino, fra cataste del piú bizzarro ciarpame, in mezzo al quale avevo eretto un rudimentale teatrino.
L’episodio piú eclatante della mia fanciullezza fu quando, probabilmente attirato dal teatrino stesso, mi apparve il fantasma di un ragazzo alto, dinoccolato e dal grande naso.
“Ciao, che fai?”, mi chiese con voce squillante.
Io ero spaventatissimo, ma feci il possibile per non darlo a vedere.
“Sto costruendo una marionetta”, balbettai.
“Il brutto anatroccolo, vedo.”
“Sí, qualcosa del genere.”
“Ti converrebbe farne due esemplari, allora: uno piccolo e sgraziato per la prima parte della storia, l’altro in forma di magnifico cigno.”
“E chi ti assicura che il mio anatroccolo dovrà diventare un magnifico cigno?”
“Be’, è cosí che succede nella mia fiaba.”
“Perché, chi saresti?”
“Hans Christian Andersen.”
Immagino che vorrete sapere i dettagli dell’apparizione: com’era vestito, di dove fosse sbucato esattamente, eccetera. Purtroppo non li ricordo. So solo che, superato lo sbigottimento della prima volta, a poco a poco mi abituai all’idea che Hans Christian dovesse materializzarsi, fino a non farci piú caso. Certo, se in magazzino entrava qualcuno, lui aveva la discrezione di ridiventare di colpo invisibile, un po’ per non costringermi a maldestre spiegazioni, un po’ perché ai fantasmi, credo, non piace mostrarsi proprio a chiunque. Non che io avessi dei meriti particolari, per carità!, per beneficiare delle sue epifanie. Solo che, come mi confessò un giorno, da bambino aveva amato anche lui giocare con le marionette costruitegli da suo padre e, insomma, doveva essere tutta una questione di antenne. Lui le faceva vibrare a me, io, evidentemente, a lui. A un certo punto gli chiesi di raccontarmi nel dettaglio la sua storia. Hans Christian accettò, ma preferí diluirla nel corso di molte apparizioni, evocando ora questo, ora quell’altro episodio."
Oggi - 6 luglio 2006 - appare sulla stessa prestigiosa webzine la nona e ultima puntata. Ecco l'explicit:
Là fuori, nel mondo, c’è un tale marasma (infuriano guerre, distruzioni, malattie nuove, soprusi appena inventati) che preferisco starmene buono e tranquillo in questa specie di casa-armadio, dove nessuno può venirmi a cercare. “Tu, solingo augellin, venuto a sera del viver che daranno a te le stelle, certo del tuo costume non ti dorrai... ”, ripeteva estasiato mio padre, senza capire appieno il senso di quei versi.
“Papà, ma gli uccellini non portano il costume!”, provai a contestarlo un giorno. “Se hanno voglia di tuffarsi in un ruscello, lo fanno cosí come sono, vestiti di piume.”
Poi, al liceo, conobbi il resto della poesia:
“A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dí futuro
Del dí presente piú noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.”
Ricordo che a sedici anni, come Andersen, continuavo imperterrito a giocare con le marionette da me stesso fabbricate, per le quali mi divertivo a confezionare i piú estrosi guardaroba. La mia fantasia era a tal punto assorbita da quegli ornamenti burattineschi che spesso mi fermavo a guardare le vetrine dei negozi di tessuti, immaginando tutti i manti reali, gli strascichi e le variopinte casacche che avrei potuto ricavarne. Mi figuravo quelle stoffe lussuose sotto le mie forbici e ne gioivo. Purtroppo la vita, di lí a non molto, avrebbe iniziato a impartirmi, una dopo l’altra, le sue dure lezioni, e il fantasma di Hans Christian a diradare le sue visite fino a interromperle del tutto. Eppure anche in seguito, nei momenti di piú acuto sconforto, mi sarebbe bastato evocarlo mentalmente perché Hans Christian, in qualche misterioso modo, tornasse a farmi sentire la sua presenza. “Ehi, Hans Christian”, lo supplicavo, “dove sei? Non vorrai mica abbandonarmi nell’ora della prova, vero?”. Ma era una domanda retorica. Sapevo perfettamente che Hans Christian Andersen non mi avrebbe mai tradito, anche se adesso, per rincuorarmi, non aveva piú bisogno di materializzarsi come un tempo."
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Ringrazio di cuore Giuseppe Genna e Valerio Evangelisti per l'ospitalità concessami e abbraccio quanti hanno hanno avuto la pazienza di fermarsi ad ascoltare i ricordi del mio specialissimo amico...:- )
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(Lucio e Alvise in vetta al monte Similaun, 3597 m.)
Sulla carta il programma della Giovane Montagna di Venezia era talmente irresistibile (c'era anche una foto della mummia del Similaun)
da far temere di dover prenotare due grossi e costosi pullman. Invece, poi, ci siamo ritrovati in appena un pugno di eroi (11, per l'esattezza) - tutti rigorosamente maschi - ad affrontare l'impegnativo percorso. Niente mezzi ingombranti, quindi, ma tre sobrie, agili ed economiche auto.
Arrivati a Vernago in val Senales abbiamo confabulato sul da farsi.
"In fondo", ci siamo detti, "più che di una vera gita sociale... si tratta ormai quasi di un'uscita tra amici... e allora perché non arricchire la prima giornata, che prevede il mero raggiungimento del rifugio Similaun, con qualche sfiziosa variante?"
Sergio B., subito appoggiato dal sottoscritto (che appena due settimane prima aveva già percorso il sentiero 2A con il gruppo Tutela Ambiente Montano: si veda il post del 13 giugno sulla transumanza), ha proposto di trasformare il previsto tragitto "angolare" (Vernago-Rifugio Similaun-Cima Similaun + ritorno per la stessa via) in un più accattivante tragitto ad anello: Maso Corto- funivia per Croda delle Cornacchie (Hotel Grawand) - calata lungo la vedretta del Giogo Alto - attraversamento del ghiacciao fino al Giogo di Tisa con emozionante visita al sito di ritrovamento di Ötzi (chi è? Ma la mummia del Similaun, che diamine!) - calata al rifugio Similaun dall'alto, anziché suo raggiungimento dal basso. Tempo previsto? Due-tre orette...
Alvise F., il capogita (in piedi nella foto), era tentato di seguirci, poi si è ricordato di aver fatto voto di NON PRENDERE GIAMMAI UNA FUNIVA CASCASSE IL MONDO!!! e così ha preferito attenersi al programma, salendo a piedi in solitaria da Vernago, per aspettarci al rifugio. "Saremo noi a dover aspettare te!", gli abbiamo assicurato, convintissimi di arrivare al Similaun-hutte prima di lui, con l'aiuto della veloce cabinovia... Mai convinzione si sarebbe rivelata più errata. Ma procediamo con ordine. Arrivati in quattro e quattr'otto all'hotel Grawand, abbiamo faticato un po' a farci indicare la traccia da seguire verso l'Ötzi-Fundstelle, ma, ottenute le preziose informazioni, ci siamo incamminati pimpantissimi lungo la china dell'altro versante, perdendo subito diverse centinaia di metri di quota. L'entusiasmo, vi dicevo, sarebbe andato progressivamente riducendosi con il passar delle ore. Be', vi risparmio i dettagli dell'avventurosissima traversata. Vi basti sapere che siamo arrivati al rifugio Similaun solo alle 20.00 circa di sera, dopo un INTERMINABILE percorso ricco di ogni possibile specialità alpina: tratti ferrati, tratti da superare in arrampicata libera, zone di neve marcia in cui non si faceva che sprofondare fino alle cosce e, in un caso, addirittura fino al collo... per fortuna sempre debitamente incordati e armati di provvidenziali picozze. Arrivati, sul far della sera, al sospirato sito di ritrovamento di Otzi, segnalato da un tronco di piramide in pietra sormontato da una lampada stilizzata, nessuno aveva più energie sufficienti per inscenare alcuna forma di commozione.
Alvise, nel frattempo, arrivato al rifugio intorno alle 14.00, anziché stare in pensiero per noi si era abbandonato a una squallida pennichella pomeridiana, peraltro protrattasi fino quasi all'ora di cena.
La fatica della prima giornata era stata tale da dissuadere alcuni dal raddoppiarla il giorno dopo.
Domenica 2 luglio: sveglia alle 5.15, colazione alle 6 e subito in marcia verso l'agognata vetta del Similaun. Cielo azzurro, di nuovo alcuni tratti di ghiacciaio complicati da irritanti sprofondamenti nella neve e finalmente, dopo un ultimo crinale largo mezzo metro tra due strapiombi... lassù, a quota 3597!!! Meraviglia. Splendore. Panorama impagabile. La Palla Bianca. la Punta di Finale, le Cime Nere...
A mezzogiorno eravamo di nuovo al rifugio Similaun. Sosta di approvvigionamento alimentare e ripresa della marcia verso Vernago, per un dislivello totale di circa 2000 m. di discesa:- )
Chi scrive si è divertito pazzamente. Qualcun altro ha trovato la variante del sabato meno sfiziosa del previsto, ma nel complesso... come dimenticare un'escursione tanto remunerativa? Vabbè, sì, a qualcuno alla fine facevano un po' male le ginocchia, ma che importa? Si sa che la fatica durata in montagna torna generosamente indietro sotto forma di salute, no?
Esce oggi in www.carmillaonline.com
l'8° puntata de
"IL FANTASMA DI ANDERSEN"
Ne riporto un sorprendente passo, capace di ricordarci come la critica CONTEMPORANEA a ciascun autore possa - a volte - incorrere in cantonate pazzesche:- ) (Cfr. "La critica del pisello")
"Nel 1835 apparve il mio primo fascicolo di fiabe, che, almeno all’inizio, ricevette accoglienze tutt’altro che incoraggianti. Alcuni si lagnarono che fossi regredito a un genere cosí infantile. Laddove mi aspettavo elogi e complimenti per la nuova direzione impressa alla mia attività letteraria, ricevetti soltanto biasimo. Diversi miei amici, al cui giudizio tenevo assai, mi consigliarono caldamente di abbandonare il campo delle fiabe, adducendo che me ne mancava il necessario talento, e che non era un genere adatto alla nostra epoca. Altri suggerirono che, se proprio volevo cimentarmi in quel settore, avrei fatto bene a studiare prima i modelli francesi. La rivista letteraria ‘Dannora’, redatta e diretta da J.N. Höst, pubblicò una recensione che mi afflisse non poco. Diceva, infatti:
‘Queste fiabe potranno divertire i piccini, ma è talmente improbabile che essi ne siano edificati, che chi scrive non può assolutamente garantire l’innocuità di una simile letteratura. Nessuno vorrà sostenere, infatti, che nel bambino si affini il senso delle convenienze a leggere di una principessa che nel sonno si reca cavalcando un cane da un soldato che la bacia. Quanto a 'LA PRINCIPESSA SUL PISELLO', essa appare non solo indelicata, ma addirittura sconveniente, in quanto il bambino può derivarne la falsa idea che una dama di cosí alto lignaggio possa essere cosí ridicolmente insofferente’.
Il critico terminava augurandosi che l’autore non sprecasse altro tempo a scrivere fiabe per bambini.”
[Immagine da http://eventi.parma.it/allegato.asp?ID=139015 ]







"Spettatrice, stai seguendo la miniserie 'Iooooo e Borges' sul mio blog? Barbieri ne è estasiato:- )"