

Sono stata l'amante di un grande poeta
uno di quelli che parlan d'animamore
immortalità e catarsi, mitopoiesi e destini.
Scriveva da me, a volte leggeva
e quando gli mostravo la mia riga
sussurrava: (accostandovi le labbra)
<<Dammi il tuo brodino di figa>>.
Mi diceva ch'ero una poesia
("a te ti fotto, l'Arte la sfotto".)
Rideva del suo darla a bere in Poesiese
lui, che si beveva il consommé
anche quando avevo il marchese.
Di molti suoi versi
che i critici hanno divinato incorporei e spirituali
non c'è scritto da alcuna parte (o antologia)
che lui li compose dopo i brodini di Maria. ]
ULTIM'ORA. VI ASPETTO PER UNO SPRITZ QUI:
http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001946.html
(Erica Jong)
Si parlava, giorni fa, di Erica Jong e del suo nuovo libro "Sedurre il demonio" ed ecco che, nel pomeriggio del 23 settembre, la scrittrice si è subito materializzata in Friuli (cfr. "Quando si nomina il diavolo...") in piazza del Portello per la settima edizione di Pordenonelegge (www.pordenonelegge.it ). Pare sia stata molto applaudita, soprattutto da un misterioso signore (Giuseppe Iannozzi?) che, in prima fila, si spellava letteralmente le mani.
Ha scritto Sergio Frigo sul Gazzettino del giorno dopo:
<<... Una matura, simpatica, sboccata signora americana, che loda Oriana Fallaci per il coraggio, ma poi dice che l'attacco del fondamentalismo islamico all'Occidente è un'invenzione di Bush ("Ci sono delle cellule terroristiche: ok, sbarazziamoci di quelle, ma lasciamo stare l'Irak") e rilancia un po' fuori tempo massimo lo slogan "fate l'amore e non la guerra". ... [cut]... Poi quando qualcuno le fa rilevare che è contraddittorio esaltare la Fallaci e criticare la guerra di Bush, ammette che sì, qualche contraddizione c'è. "Ma sapete - confessa - io sono incoerente". E scoppia in una bella risata.>>
Ieri sera, mentre frugavo in Google/Groups alla ricerca di un vecchio dibattito tra pb e ms apparso in it.cultura.libri, mi è venuto casualmente sotto il naso un post di Isabella Zani (dell'8 gennaio 2002, per la precisione), con la sua traduzione di "Seventeen Warnings in Search of a Feminist Poem", (= "Diciassette Avvisi in Cerca d'una Poesia Femminista"), sempre della Jong. Li copio-incollo volentieri in omaggio a Iannozzi, per ringraziarlo del bannerino di qualche giorno fa: - )
1
Attenta all'uomo che parla male dell'ambizione;
sotto i guanti gli prudono le dita.
2
Attenta all'uomo che parla male della guerra
digrignando i denti.
3
Attenta all'uomo che parla male delle scrittrici;
ha il pene piccolo & non sa l'ortografia.
4
Attenta all'uomo che vuole proteggerti;
ti proteggerà da tutto salvo che da se stesso.
5
Attenta all'uomo che ama cucinare;
ti riempirà la cucina di pentole unte.
6
Attenta all'uomo che ama la tua anima;
dice cazzate.
7
Attenta all'uomo che parla male di sua madre;
è un figlio di troia.
8
Attenta all'uomo che scrive figlioditroia tutto attaccato;
è uno scribacchino.
9
Attenta all'uomo cui piace troppo la morte;
si sta facendo un'assicurazione.
10
Attenta all'uomo cui piace troppo la vita;
è uno stolto.
11
Attenta all'uomo che parla male degli psichiatri;
ha paura.
12
Attenta all'uomo che ha fiducia negli psichiatri;
è indebitato.
13
Attenta all'uomo che ti sceglie i vestiti;
vuol metterseli lui.
14
Attenta all'uomo che credi innocuo;
ti sorprenderà.
15
Attenta all'uomo cui non importa di nulla tranne i libri;
si consumerà come un rivolo d'inchiostro.
16
Attenta all'uomo che scrive fiorite lettere d'amore;
si sta preparando per anni di silenzio.
17
Attenta all'uomo che loda le donne liberate;
sta pensando di licenziarsi.
(Erica Jong, "Seventeen Warnings in Search of a Feminist Poem", Becoming Light - Poems New and Selected, Harper Perennial, New York 1991 - Traduzione, ehm, mia) (1)
---
[Mia = di Isabella Zani, N.d.R.]
Foto da www.pordenonelegge.it

Qui al Cai di V****** c'è uno spilungone che ogni tanto, mentre magari si sale verso qualche vetta, se ne esce con notizie più o meno sorprendenti.
Una delle ultime è stata: "Da un mio libro, ovviamente pubblicato sotto falso nome, è stato tratto il film 'Sahara' con Penelope Cruz."
Incredulità. Sconcerto (dato il tipo), ma anche riflessioni quali: "Vuoi vedere che, zitto zitto, questo ragazzo un po' particolare, con la fissa delle catastrofi, è davvero in contatto con le grandi produzioni hollywoodiane? Chi può dirlo? Se fosse vero, tanto di cappello."
Da parte mia, tacita sospensione del giudizio fino a prova contraria.
Cerco "Sahara" in Google e leggo:
L'avventura è l'avventura, una locuzione che sembra non voler dire nulla, in realtà l'avventura caratterizza il cammino dell'uomo e soprattutto esalta le capacità dell'individuo. Con la scomparsa dell'individualismo positivo e l'affermarsi dell'espressione di massa, l'avventura è stata accantonata per fare largo a crisi esistenziali, al terrore, alla politica, al fantasy, alla depressione. L'avventura è terapeutica, insegna a superare gli ostacoli, rafforza la fiducia in se stessi e la solidarietà. Tutte belle cose di cui si parla molto ma che non vengono attuate. Ma Hollywood sembra essersi accorta che qualcosa non funzionava e l'ultimo paladino dell'avventura è stato Indiana Jones, mentre James Bond prosegue la sua corsa che dura da 40 anni, il resto sono malinconiche visioni di una società minimalista, che detesta l'avventura, specie i giovani, perchè una delle componenti essenziali è proprio la solitudine che è uno dei caratteri distintivi dell'eroe.
Diamo allora il benvenuto a Sahara, che non è un capolavoro, ma che nelle sue due ore circa diverte e rassicura.
Il protagonista Dirk Pitt (Matthew McConaughey), è al centro di numerose avventure raccontate dallo scrittore Clive Cussler, che ha un largo seguito di estimatori non necessariamente giovani..."
(da http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=35645 )
Mi fermo lì. Dunque lo pseudonimo del tizio è Clive Cussler.
Clive Cussler? Mai sentito nominare, ma bell'indizio.
Nuova spasmodica ricerca su Google e da Wikipedia salta fuori:
Clive Cussler (15 luglio 1931 - vivente) è uno scrittore statunitense di romanzi d'avventura. Il suo più famoso personaggio è l'ingegnere navale Dirk Pitt e l'inseparabile compagno d'avventura Al Giordino. Benché la NUMA, la National Underwater & Marine Agency, sia stata inventata per la finzione letteraria, Cussler è riuscito tuttavia a creare un'istituzione molto simile a quella descritta nei suoi libri. Come ente privato, si occupa di ricerche archeologiche, soprattutto subacquee, e portato a termine alcuni recuperi descritti anche in un libro. Lo stesso Dirk Pitt è stato pensato come alter ego dell'autore, soprattutto nella sua passione per il mare, la storia e le automobili antiche di cui è un collezionista. Nel 2005 dal libro Sahara è stato tratto il film omonimo."
Cerco anche delle foto di Cussler in rete, ma nessuna corrisponde minimamente alle caratteristiche del nostro escursionista.

Alcuni
dicono
che posi
solo perché
qualche volta
mi hanno visto
trasfigurare
il volto
imporre
alle narici
travagli
estenuanti
roteare
gli occhi
digrignare
i denti
urlare
e mandare
la voce
fuori registro
aggrapparmi
a cuscini
e tendaggi
scivolare
fremente
lungo
i muri
e
infine
arruffarmi
i capelli
con inorridite
mani…
(Lucio Angelini)
P.S. Dedicata a tutte le would-be primadonna che, con le loro bizze e la loro smania di protagonismo, a volte ce la mettono proprio tutta a sabotare il "lavoro di squadra" degli altri.

A tutto ciò vale forse la pena aggiungere, per arricchire il dibattito, un altro testo reperibile in rete: "Umorismo & Sesso: Galateo del Pompino", di cui noi maschietti dovremmo far tesoro:-)
[da http://www.magnaromagna.it/umorismo/guerradeisessi/galateo.php ]
Ripropongo anche qui il mio vecchio racconto "Quel bruttocattivo di papà Cacciari!", già uscito in www.carmillaonline.com il 9 settembre scorso.

Della sua infanzia fanese Luchino ricordava solo qualche frammento: un treno che partiva, la testa del suo babbo che sporgeva da un finestrino e rimpiccioliva sempre più in lontananza, e soprattutto una filastrocca: ‘Staccia minaccia’. Gliela cantava sempre sua nonna Celerina, scuotendolo avanti e indietro, dopo averlo preso a cavalluccio sulle ginocchia.
"Staccia minaccia
il babbo è andato a caccia"
("Ah, ecco dove è andato con quel treno maledetto!", esclamava Luchino nella sua testa. "Ma a caccia di che cosa?", si domandava subito dopo. La filastrocca, purtroppo, non lo chiariva. Il concetto di caccia, anzi, era bruscamente sostituito da quello di acquisto: che la caccia fosse stata infruttuosa?)
“... a comprare l’uva e i fichi
da dare agli amici”.
("Bel padre!", ragionava Luchino, "invece di pensare a me, che sono il suo figliolino, si preoccupa solo dei suoi amici! Perché non è più tornato a casa? E chi sono mai questi misteriosi "amici"?)
La spiegazione tenuta in serbo e presto dispensata dalla filastrocca era tutt'altro che convincente:
"gli amici del convento
che pesano cinquecento".
("Cinquecento che cosa? Cinquecento chili? Sono dunque dei giganti gli amici del babbo? Degli energumeni?")
Inutile sperare di ottenere maggiore soddisfazione dai versi successivi:
“Cento cinquanta
la gallina canta:
canta, gallina,
risponde Serafina.”
("Perché confondermi le idee in questo modo?", protestava Luchino mentalmente. "Che c'entra la gallina? E chi è mai questa Serafina che si mette a chiacchierare con le galline? Da dove salta fuori?")
"Serafina sta in finestra
con tre cavalli in testa"
proseguiva, implacabile, la filastrocca.
("Possibile mai che una donna stia in finestra con tre cavalli in testa?", cominciava a ridacchiare Luchino. "Possibile mai che a noi bambini si debbano raccontare delle baggianate del genere?")
Esaurita la propria breve rinfilata di demenzialità, la filastrocca accelerava adesso verso il finale:
"Testa testòn
farìn el pulentòn."
(Il brusco passaggio dall'italiano al dialetto fanese gli suonava piuttosto arbitrario:)
"Farìn la crescia dura
da sbatta su le mura;
le mura e le porte
le chiavi dell'orte."
("Oh, inestricabile groviglio!", fremeva Luchino, pregustando il momento tanto atteso: la vertigine della caduta e la gioia del tempestivo salvamento.)
"La chiave del giardìn...
butta giù ma chel fiulìn!”
La nonna, guardandolo dritto negli occhi, allentava la presa e fingeva di lasciarlo scivolare all'indietro, poi, di colpo, appena in tempo per impedirgli di sbattere violentemente la testa contro il pavimento, lo ritirava su e l'abbracciava stretto stretto. Era un momento di assoluta esaltazione, di divertimento sfrenato e puro, di incontenibile gioia per lo scampato pericolo.
* * *
Erano passate decine d'anni, ormai. Suo padre non aveva più fatto ritorno dal suo stupido viaggio verso l'ignoto. Qualche mese dopo la sua partenza, anzi, era giunta la notizia della sua morte: si era schiantato al suolo con un piccolo aereo da lui stesso pilotato, mentre spargeva pesticidi su certe piantagioni peruviane. La salma non era stata nemmeno rimpatriata e a sua madre erano rimaste montagne di debiti.
* * *
La fanciullezza e l'adolescenza erano state faticosissime. Sua madre ce l'aveva messa tutta a fargli anche da padre, ma lui aveva sentito ugualmente la mancanza di un punto di riferimento maschile. Spesso, segretamente, aveva continuato a sperare che suo padre potesse ricomparire all'improvviso, carico di uva e fichi per lui, questa volta, a risarcimento di tante sofferenze... No, non poteva essere morto davvero! E tuttavia, tra un'illusione e l'altra, non gli era rimasto che continuare a crescere, crescere, crescere. Aveva conosciuto i sette anni, i dieci anni, i quindici anni, i vent'anni... Si era fatto grande, si era trasferito da Fano - città della Fortuna - nell'Italia del Nord. Si era sposato a sua volta e aveva anche messo al mondo dei figli: due, per l'esattezza. A ciascuno di essi, negli anni giusti, aveva ricantato l'antica filastrocca della nonna, prendendoli a cavalluccio sulle ginocchia:
"Staccia minaccia,
il babbo è andato a caccia".
E alla fine, puntualmente, giù a ridere anche loro, eccitati dal brivido della finta caduta al suolo. Solo una volta, per una specie di distrazione, il signor Luchino aveva farfugliato un po' confuso:
"Staccia minaccia
il babbo torna dalla caccia
ti prende tra le braccia
e non ti lascia più."
"Papà, ma che significa ‘Staccia minaccia’?"
"Non lo so. Stacciare, di per sé, vuol dire passare allo staccio.... "
"E che cos'è questo staccio?"
"Una sorta di arnese rotondo con cui si separa la farina dalla crusca: un telaio di legno a cui è fissato un reticolato. Lo si muove avanti e indietro, o meglio, lo muovevano avanti e indietro le nostre bisnonne, al tempo in cui erano costrette a fare il pane in casa... "
"È lo stesso movimento che ci fai fare tu, allora, quando giochiamo a ‘Staccia minaccia’!"
"Hai ragione, vi faccio dondolare avanti e indietro, minacciandovi ogni volta di farvi cadere, ma poi, per vostra fortuna, vi risollevo in tempo."
"Chi ti ha insegnato questo gioco, papà?"
"La mia povera nonna Celerina."
"Non il tuo babbo?"
"No, il mio babbo era emigrato in America per lavoro. Non ebbe mai modo di giocare con me."
"È quello che morì cadendo con l'aereo?"
"Sì, lui."
"E non ti ha mai preso in braccio?"
"Be', sì... Ricordo, anzi, che spesso mi issava sulle spalle, quando ero piccolo piccolo, e mi scorrazzava in giro per la casa facendomi dominare il mondo dall'alto. Era bellissimo stare lassù, così vicino ai soffitti! Mi sentivo il re del mondo."
* * *
Per i suoi figli, tutto sommato, l'infanzia era stata facile. Non li aveva abbandonati un solo giorno, non era mai salito su alcun treno verso l'ignoto, non era mai andato a caccia a comprare l'uva e i fichi per alcun amico. Aveva fatto sentire costantemente loro la propria vicinanza affettuosa e rassicurante. Il suo babbo, invece, non era tornato più, l'aveva piantato in asso per sempre.
* * *
Da una ventina d'anni, ormai, viveva a Venezia. In quel periodo era sindaco della città il filosofo Massimo Cacciari, dalla folta barba nera e dagli occhi duri e dolci a un tempo, vero prototipo di "padre" (benché non avesse figli).
Un pomeriggio d'agosto, mentre sedeva davanti al computer oppresso dall'afa, il signor Luchino prese a digitare per scherzo la seguente lettera:
"Caro sindaco Cacciari,
ascolti la mia storia e veda se può soddisfare un mio segreto (e mai sopito) desiderio: rimasi orfano di padre all'età di cinque anni, conobbi le durezze del collegio eccetera ma, malgrado tutto, riuscii a trovare un mio equilibrio e a diventare grande. Purtroppo, nei recessi della mia psiche, il desiderio inconscio di un papà ha continuato a lacerarmi, affiorando di tanto in tanto. Benché mi sia sposato e abbia messo al mondo due figli, vorrei - per una volta - realizzare un sogno inconfessato: poter di nuovo chiamare qualcuno ‘papà’ ed essere issato a cavalluccio sulle sue spalle (peso solo 85 chili). Visto che Lei è così buono, potrebbe prestarsi alla bisogna? Suvvia, mi inviti a Ca' Farsetti e mi scorrazzi in giro per le sale consigliari mentre grido felice: ‘Arri, arri, papà Cacciari!’. Gliene sarei grato per sempre. Ardo dal desiderio di gettarLe le braccine... ehm, le braccione!... al collo e di farmi tirare su. É vero che ho compiuto da poco cinquantuno anni e che, anagraficamente, Lei NON potrebbe essere mio padre (ha solo tre o quattro anni più di me), ma con quella Sua barba austera, quei Suoi occhi duri e dolci a un tempo, incarna alla perfezione il mio ideale paterno e io sarei solo FIERO di avere un papà così giovane.
Confidando in una Sua sollecita risposta, Le porgo i miei più distinti saluti"
Luchino A***
Divertito dall'assurdità della lettera (non meno scombinata della filastrocca "Staccia Minaccia"), aggiunse un ironico post-scriptum:
“Se proprio non vuole incontrarmi, mi ADOTTI almeno A DISTANZA!”
Non ancora appagato, spinse il proprio insensato gioco estivo alle estreme conseguenze: inserì la missiva nel Fax e la trasmise al Gabinetto del Sindaco (trovò il numero sull'elenco telefonico).
* * *
I giorni successivi trascorsero in una ridda di rimorsi, autorimproveri ("Brutto cretino, che figuraccia!", si insultava) e trepidanti speranze. "Magari il sindaco Cacciari troverà spiritosissimo il mio fax e starà al gioco!", si ripeteva di tanto in tanto, per rincuorarsi. "Forse avrà anche lui i suoi cedimenti, i suoi umanissimi chicchi di pazzia, accanto a tutta quella mostruosa intelligenza... "
Finalmente, dopo parecchie settimane di inutile attesa, il signor Luchino capì che avrebbe fatto bene a rassegnarsi: la lettera doveva essere stata senz'altro cestinata. Tutto occupato a fare il Sindaco e a scrivere libri di filosofia, quel bruttocattivo di Cacciari si era guardato bene dal rispondergli. Non doveva, anzi, aver degnato di un solo ghigno, e ancora meno di un sorriso, il suo accorato appello generato dall'afa...
* * *
In compenso, qualche notte dopo, il sindaco Cacciari andò a trovarlo in sogno. Dapprima qualcuno suonò alla porta: il signor Luchino andò ad aprire e un messo comunale gli consegnò un grosso cesto di uva e fichi. Sopra la frutta splendeva un biglietto:
"Caro signor Luchino,"
ho capito il Suo impulso e apprezzato la Sua audacia. L'aspetto oggi pomeriggio a Ca' Farsetti dopo le cinque. Non Le prometto di scorrazzarLa in giro per le sale consigliari issato sulle mie spalle (come sa, sono piuttosto mingherlino e i Suoi ottantacinque chili mi spaventano un po'). Sono, tuttavia, disposto a prenderLa a cavalluccio sulle ginocchia e a dondolarLa in un inebriante ‘Staccia Minaccia’: conosce il gioco? Mi auguro vivamente, dopo averLa fatta scivolare verso il basso, di riuscire a tirarLa su in tempo.
Il sindaco
Massimo Cacciari
A quel punto il sogno si ingarbugliò, scombinandosi in un vortichio di immagini che poco avevano a che fare con l'amministrazione comunale. C'era un treno che partiva verso l'ignoto, un signore affacciato a un finestrino che gridava "Tornerò, tornerò presto da te, aspettami!", un piccolo aereo che si schiantava al suolo, una giovane signora in lacrime, una vecchietta che stacciava alacre un mucchietto di farina e gli sorrideva in segno di incoraggiamento, un via vai di gondole veneziane traboccanti di uva e fichi... Poi, di colpo, anche quello sfarfallio si dissolse, il sindaco Cacciari ricomparve, lo prese a cavalluccio sulle ginocchia, scandì divertito le parole "Butta giù ma chel fiulìn!" e iniziò a farlo scivolare con un sorriso sornione verso il basso. Il signor Luchino fremeva di gioia, sicurissimo che il sindaco l'avrebbe tirato su perfettamente in tempo prima che potesse sbattere la testa contro il pavimento. Invece, sul più bello, quel brutto scimunito scoppiò in una risata fragorosa e irrefrenabile, mollò la presa e, nel sogno, lo lasciò precipitare rovinosamente a terra, facendogli assaggiare la durezza del pavimento. "Ben Le sta!", gridò infine, appena si fu riavuto dal proprio accesso di ilarità. "Così impara a mandarmi certe lettere cretine! A cinquant'anni suonati non ha ancora capito che bisogna chiudere con il passato, per quanto doloroso o insoddisfacente possa essere stato? Se suo papà morì e le fece mancare uva e fichi, che cosa vuole farci più, ormai? E che cosa pretende che possa farci io, soprattutto? Sono ben altri i problemi di cui devo occuparmi: l'acqua alta, l'escavo dei rii, il moto ondoso, la decongestione dei flussi turistici e via discorrendo. Pensi piuttosto a essere lei un papà decente per i suoi figli, oggi... a non far mai mancare loro uva e fichi!"
La cosa più bizzarra fu che, svegliatosi di soprassalto, il signor Luchino avvertì un inequivocabile dolore al cranio, come dopo una effettiva caduta a testa in giù.
"E lei... e lei, allora?", balbettò sconcertato. "Perché non si è sposato? Perché non ha messo al mondo dei figli, con quella sua perfetta faccia da Barbapapà?"
Non ci fu risposta, naturalmente: il sogno era finito e il sindaco Cacciari si era presto dileguato con esso.
(Da Lucio Angelini, Quel bruttocattivo di papà Cacciari!, Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia)

Tranquilli. Non si è suicidato. Ha solo voluto provare il bungee-jumping. Benché non sia più di primissimo pelo, bisogna aggiungere. Comunque, dopo aver letto delle sue avventure all'Aqualandia di Jesolo ("Jesolo. Un posto dove il Comune ha intitolato un 'Lungomare delle Stelle' ai divi della cultura televisiva e pop, per avere il pretesto di invitarle: Katia Ricciarelli, Mike Bongiorno, Andrea Bocelli, Carla Fracci, Gina Lollobrigida"), mi è venuta una gran voglia di proporgli una ferrata impegnativa (chessò io? la "Rino Pisetta"? la "Costantini"?). Però il suo pezzo - "Nuovo Turismo Italiano" - è proprio forte. Ve ne copio-incollo la parte finale, quella appunto relativa al bungee-jumping , da www.ilprimoamore.com:
(Photo: Thomas Peters)
La reazione di Altan , nella sua vignetta su Repubblica di domenica 17 settembre, è stata quella di raffigurare due alti prelati intenti al seguente scambio di battute. Il primo dice: "La bimillenaria prudenza della chiesa... ". E l'altro: "Camminare sulle uova con i piedi di piombo".
Meno ironico e sfumato il messaggio al Papa di certi GRUPPI ARMATI IRACHENI, riportato ieri dalla stampa:
"Sappi che i soldati di Maometto verranno presto o tardi a scuotere il tuo trono dalle fondamenta del tuo Stato."
E Scalfari, sempre su Repubblica del 17 settembre:
"A Ratisbona Benedetto XVI ha adombrato una terribile verità: non c'è un solo Dio. Più che di una verità si tratta di una constatazione, anzi di un fatto accertato. Ogni uomo che creda in Dio ne ha un'immagine che non è la stessa di quella di un altro suo consimile, non è la stessa che quella persona può avere avuto in passato né la stessa di quella che potrà avere in futuro, non è la stessa che nelle diverse epoche e nei diversi luoghi i suoi simili hanno avuto e potranno avere. Terribile constatazione poiché constata, appunto, che l'immagine del Creatore non è oggettiva ma soggettiva, come del resto lo sono tutte le immagini. Terribile perché la Chiesa cattolica si fonda sul presupposto d'un magistero cui Dio stesso (suo Figlio) ha affidato la testimonianza e la custodia della sua immagine. Sicché riconoscere che ogni fedele ha la propria indipendentemente dal magistero episcopale e dalla sua intermediazione, rischia di minare alla base la sruttura apostolica e gerarchica della Chiesa di Roma..."
(Altro che Dio Uno e Trino. Più pirandellianamente: Uno, Nessuno, Centomila!:- /)
Googlando qua e là ho poi beccato il seguente commento su canisciolti.it:
"Come si faccia ad accusare l’Islam di usare la spada e non fare lo stesso con il cristiano Bush che pratica e riconosce solo il linguaggio della forza e manovra a suo piacimento il più potente e costoso esercito del mondo, è cosa che sfugge alla ragione e solo i preti sono in grado di mistificare i fatti fino a questo punto. Un altro aspetto che mi lascia stupito è il fatto che il Papa abbandoni la tradizionale prudenza e diplomazia, e trascini la Chiesa a marcare la differenza con l’Islam, senza tener conto che fino all’altro ieri, con Giovanni Paolo 2°, si parlava di ecumenismo e di dialogo fra le grandi religioni monoteiste. Tra l’altro questo accusare l’Islam di usare la spada sarà pure vero, ma da che pulpito viene la predica, e si dà l’opportunità ai musulmani di ricordare che la Chiesa ha usato la spada spesso e volentieri, dalle Crociate alla partecipazione attiva al colonialismo, partito proprio dalla cattolicissima Spagna, che in America Latina ottenne conversioni forzate di quelle popolazioni con torture e massacri, passando per le guerre di religione in Europa e la Santa Inquisizione, fino all’attuale legittimazione della politica e delle tesi di Bush. Un altro errore del “pastore tedesco”, che a me sembra madornale, è quello di non riconoscere l’evidenza che la crisi mediorientale in atto non è originata da una frizione tra ideologie religiose, ma dal desiderio Usa, e dei suoi ormai pochi amici, di mantenere l’egemonia sulla più grande area petrolifera del mondo, e che l’Islam fa solo da collante ad una resistenza dei musulmani contro il colonialismo occidentale e cristiano."
Da http://www.canisciolti.info/modules.php?name=News&file=article&sid=15408
Insomma, come al solito hanno ragione un po' tutti, ma a me 'ste contrapposizioni solo in apparenza religiose ("il mio dio è più figo del tuo e vuole più bene a me che a te, tanto da autorizzarmi a sottometterti o persino ad ucciderti"), in realtà incardinate sul POTERE, cominciano a rompere abbastanza le balle, non fosse che, in nome di Dio, interi popoli sono sempre pronti a darsele di santa ragione.
Ma la cosa più buffa, ogni volta che si parla di Islam, è che mi viene automatico perdere di vista il problema centrale e svicolare su un giochino collaterale, una sorta di prova di memoria: "Vediamo - mi dico - se mi sono di nuovo dimenticato la differenza tra sciiti e sunniti" (la ripasso ogni volta invano). Niente da fare. Puntuale nebbiolina in testa.
Così devo googlare per soccorso sul sito "Il cassetto" (www.ilcassetto.it) e ripassare...
"Alle origini dello scisma. Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Alì è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, tradizione) crede che sia necessario individuare nella comunità il vicario (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi' ah, da cui sciiti, significa partito) crede invece che la guida dell'Islam spetti ad Alì, unico rappresentante della famiglia del Profeta. Alì (proclamato Imam, originariamente “colui che guida la preghiera”) rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia. Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli Omayyadi, poi degli Abassidi e infine degli Ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all'opposizione.
Differenze dai sunniti. Da un punto di vista dottrinario, le differenze tra sunniti e sciiti sono non tanto teologiche quanto epistemologiche. Mentre i sunniti hanno enfatizzato l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, gli sciiti hanno optato per un’interpretazione simbolica del Corano alla ricerca della verità della fede. Per questo gli sciiti sono accusati dai sunniti di aver introdotto la filosofia all’interno del messaggio divino che, secondo loro, non avrebbe alcun bisogno di essere razionalizzato."
(http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=21 ),
Riepilogando:
SUNNITI = ortodossi seguaci della Sunna, raccolta di precetti, regole e leggende che costituiscono l’insegnamento orale di Maometto, dei suoi compagni e dei primi quattro califfi. I sunniti sostengono che solo questi sono i legittimi successori di Maometto.
SCIITI = riconoscono soltanto Alì e i suoi discendenti (Alidi) come legittimi califfi.
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(Me ne ricorderò? Ne dubito fortemente. Tra qualche ora sarò punto e daccapo... )
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"Darryl Domino era il cantante dei Raspberry of God [Lampone di Dio, ma anche Pernacchia - o Peto - o Scorreggia - di Dio, N.d.R.], gruppo australiano, seminale, visionario, anticipatore quanto sconosciuto. Un vero culto. Darryl Domino è anche la prima rock star profeta del pianeta a impazzare per i media senza controllo, e senza diritto d'autore. Già perché questa sorta di David Bowie/Mahatma Gandhi/Gene Scott/Carmelo Bene in acido non esiste o meglio non esiste in questo piano di realtà. Le sue cellule non sono altro che una sequela di 0 e di 1, perché Darryl Domino è virtuale. È il sogno proibito di ogni mastodonte della musica e dell'intrattenimento: la star perfetta senza spese. Ma il Nostro è un software libero, open source, in regime di copyleft. E i suoi creatori non hanno intenzione di cambiarne la "licenza d'uso". Insomma in Città Perfetta di Guglielmo Pispisa (Einaudi), membro dell'ensemble narrativo Kai Zen, la figura di Domino, nomen omen, è quella destinata a far cadere le pedine del gioco. Un gioco duro, amaro, specchio di un presente se possibile ancor più duro e amaro fatto di multinazionali e teledipendenza, descritto con dosi di ironia ed eleganza, a metà strada tra William Gibson e David Mitchell in questo libro che è un piccolo gioiello destinato, speriamo, a trovare spazio tra le librerie di molte case". Così Jadel Andreetto in:
http://www.carmillaonline.com/archives/2005/10/001531.html
Di DIO Guglielmo Pispisa, messinese trentacinquenne, il cui romanzo è stato segnalato all'unanimità dal gruppo di lettori «i Quindici», è tornato a parlare ieri nei commenti al post "Scary Kritic" in Lipperatura, firmando a Suo nome (Suo di Dio) una deliziosa recensione della Bibbia, per una fantomatica serie "Stroncature Impossibili". Eccola:
"La Bibbia. Un sacco di gente che sgozza altra gente per poi dare la colpa a me. Migliora nella seconda parte, ma il finale è confuso. Dio"
Perfettamente in linea con il mio post "Le eroine dell'estate" di qualche giorno fa (l'11 settembre, per la precisione), non trovate? :-)
[Immagine da www.nivbed.com ]

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C'era una volta
un paese
di persone
tutte UGUALI:
avevano facce uguali
(viste da davanti),
profili uguali
(viste di lato),
mangiavano
lo stesso cibo,
bevevano la stessa
bevanda,
suonavano
la stessa musica,
ballavano
lo stesso ballo,
si ammalavano
della stessa malattia,
si raccontavano
la stessa barzelletta,
dicevano
la stessa parolaccia,
coltivavano
lo stesso fiore,
inseguivano
la stessa farfalla,
e, soprattutto,
accarezzavano
lo stesso sogno:
il sogno di qualcosa
di DIVERSO,
finalmente,
che spezzasse
la monotonia
di quella vita
sempre
UGUALE,
in cui nessuno
si distingueva
da nessuno
o faceva mai alcunché
di originale.
Un giorno,
in quel
triste paese,
arrivò
una strana farfalla
multicolore:
era viola
a pallini blu,
con screziature dorate,
striscioline
lilla
e iridescenze
color petrolio.
Di notte, poi,
si illuminava
tutta e, volando,
sembrava proprio
un lampioncino
acceso.
"E' un mostro!"
gridarono tutti
lì per lì,
terribilmente
spaventati.
"Chissà da dove
è venuta!"
"Bisogna ucciderla!"
Ma poi capirono
che quella
temeraria
ALIENA
era venuta
direttamente
dai loro
SOGNI.
(Lucio Angelini)
P.S. AGGIORNAMENTO: mi è stato appena chiesto se "L'aliena" sia dedicata a Oriana Fallaci. Ehm... no, a dire il vero...
[iMMAGINE DA http://www2.globetrotter.net/astroccd/ftp/guij/nebuleuse/img/butterfly.jpg ]
"Un grande progetto era stato messo in cantiere e presero accordi con il proprietario del ristorante per dare da mangiare a trentadue operai tutti i giorni per tre mesi... [cut]... ci volle qualche giorno perché riuscissimo a lavorare ad un certo ritmo. Fabietto, un ragazzo di Catania, continuava a sputare nei piatti degli operai della metroploitana e si dispiaceva di non avere malattie da regalargli. Una volta Alfredo, il proprietario, lo vide e disse che se ci vedevano potevamo anche chiudere baracca. Gli disse che se proprio doveva sputare nei piatti, era meglio farlo nella pentola con l'acqua calda mentre bolliva la pasta, in maniera che non si vedessero i fili della saliva. E così Fabietto dosava sale e sputo nella pentola degli operai della metropolitana. Si capiva quando stava per sputare. Faceva un lavoro di gola e di mascella per un paio di minuti, per raccogliere bene il succo velenoso che c'aveva sotto alla lingua. Poi tirava su col naso per riempirsi i polmoni d'aria e sputava una secchiata di saliva nella pentola. Capelli Storti invece era un ragazzo di Cosenza e aveva un altro modo per omaggiare gli operai della metropolitana... [cut]... si passava le posate e i bicchieri sotto le palle prima di portarle a tavola. Fabietto gli diceva che era una stronzata e che dava poca soddisfazione e allora Capelli Storti lo invitò a provare. Gli mostrò qual era la procedura precisa. Si calò pantaloni e mutande e si spostò l'uccello. Il sacco scrotale di Capelli Storti era una manciata di pelle appesa immersa in un folto ciuffo di peli neri. La pelle delle palle restava appiccicata all'inguine, e se si stava in silenzio si sentiva distinto il rumore che si faceva nello staccarla. Lui se la spostò con delicatezza e poi ci passò l'orlo di un bicchiere tutt'intorno. La pelle aderiva a ventosa sul vetro lasciando delle impronte vistose che sembravano scie. Porse il bicchiere a Fabietto e l'invitò ad annusare. 'Cristo' disse Fabietto, 'ma è uno schifo', e corse a sputare qualcosa nella pentola degli operai della metropolitana."
(da "Seppellitemi con l'accappatoio" di Hotel Messico, Unwired Media/Scrittomisto edizioni), pp.29-30.

All'inizio di "Caos calmo" Sandro Veronesi strizza l'occhio al grande Omero, e in particolare all'appassionante "catalogo delle navi" del II libro dell'Iliade. Non cade nel tranello, tuttavia, di sciorinarci un facile catalogo delle tavolette da surf, preferendo cimentarsi in un suo breve, ma non per questo meno folgorante catalogo di "cose sovranamente inutili" apprese in giovinezza. Cito:
"Abbiamo dato lo spettacolo di chi è stato giovane anche lui, e per un breve periodo ha creduto che certe forze potessero veramente prevalere, e in quel periodo ha imparato a fare un sacco di cose che in seguito si sono rivelate sovranamente inutili, tipo suonare le congas, o rotolare una moneta tra le dita come David Hemmings in Blow Up, o rallentare il battito cardiaco per simulare un attacco di bradicardia e venire riformati al servizio militare, o ballare lo ska, o rollare le canne con una mano sola, o tirare con l'arco, o la meditazione trascendentale, o, per l'appunto, il surf..."
(da Veronesi, Caos calmo. Bompiani Editore)




Straccamente sono andato a vederlo, straccamente l'ho retto fino alla fine, ma solo tra smascellanti sbadigli. Per carità, la tragedia fu enorme e quando le Twin Towers si afflosciarono su se stesse l'11 settembre 2001 il mondo intero "attonito al nunzio (e alle immagini teletrasmesse) stette". Per carità, solo 20 persone furono tirate fuori vive da sotto le macerie, e fra queste il sergente di polizia della Port Authority John McLoughlin e l'ufficiale Will Jimeno, poi etichettati coi numeri 18 e 19. Per carità, "World Trade Center" è la loro storia, raccontata attraverso gli occhi di Jimeno, McLoughlin e delle loro famiglie, ma più il claustrofobico film di Oliver Stone si sforza di farci esclamare ad ogni sequenza "Accidenti, quanto si soffre a stare là sotto!", con i protagonisti che continuano a gridarsi l'un l'altro "It's OK, it's OK. It's gonna be all right!", meno ci si immedesima nella loro vicenda. E sì che lo scopo del regista è nobile e condivisbile: spingere a confidare in quella bontà che a sua volta spinge alcuni uomini ad occuparsi in positivo di altri uomini, mentre - parallelamente - alcuni altri uomini ce la mettono proprio tutta a peggiorare la permanenza di altri esseri umani su questa terra...
Che volete, quando un film non acchiappa, non acchiappa, anche se il regista l'ha girato con le migliori intenzioni e si chiama Oliver Stone. Questo, almeno, è il mio modestissimo parere.
A proposito di uomini che ce la mettono proprio tutta a peggiorare la permanenza di altri uomini su questa terra, sentite questa notizia che, da appassionato della montagna, mi ha fatto ardentemente desiderare di peggiorare la permanenza su questa terra degli irresponsabili idioti che ne sono al centro:
LANCIO DI SASSI DAI LASTONI DI FORMIN
San Vito di Cadore (BL), 02-09-06
Un gruppo di escursionisti, 4 papà con i loro 7 figli, ha assistito ad un lancio di sassi dall'alto del Lastoni di Formin. La comitiva, che si trovava in prossimità di forcella Ambrizzola verso le 11.30, diretta a forcella Giau, ha sentito cadere delle pietre dalla parete. Alzando lo sguardo ha visto 6-7 alpinisti che stavano arrampicando in diverse cordate e dalla cima due persone che lanciavano sassi, si ritraevano e continuavano a far cadere le pietre, mentre gli alpinisti impegnati nella salita gridavano di smettere. Uno degli escursionisti ha subito chiamato il 118, che ha allertato i carabinieri e una squadra del Soccorso alpino della Stazione di Cortina. La parete ha vie di quarto, quinto grado, ma la cima del Lastoni si raggiunge facilmente lungo il sentiero. La sassaiola è proseguita per oltre 10 minuti, ma i responsabili, che hanno avuto tutto il tempo di allontanarsi, non sono stati individuati. (Servizio di Michela Canova).
Certo, un episodietto minimo rispetto all'immane tragedia di September Eleven, ma il succo è lo stesso: c'è chi usa le proprie energie per contribuire al miglioramento del mondo e c'è chi le usa per peggiorarlo...
Speriamo solo che, alla lunga, prevalgano le forze del bene:-)
Scriveva Laura Putti su "La Repubblica" del 1° settembre, a proposito dell'attore Toby Jones e della sua interpretazione di Truman Capote in "Infamous":
"Incredibile come al mondo ci siano ben DUE persone in grado non solo di interpretare, ma di DIVENTARE un uomo così assolutamente speciale come lo scrittore americano". Il riferimento, ovviamente, è all'altro clone di Capote, l'attore Philip Seymour Hoffman che proprio per la sua
interpretazione del "Capote" di Bennet Miller ricevette l'Oscar qualche mese fa.
Ebbene, per la serie "Il trionfo dei cloni a Venezia", ieri me ne sono cuccato un altro: l'attrice Helen Mirren, che, dopo aver vinto un Emmy per la sua interpretazione della regina Elisabetta I, si candida a vincere chissà quanti e quali altri premi per la sua interpretazione di Elisabetta II (l'attuale regina d'Inghilterra), nel notevole film di Stephen Frears "THE QUEEN". Come ormai è noto, l'opera di Frears è incentrata su quel settembre 1997 in cui la tragica morte della principessa Diana ("regina di cuori") scatenò un lutto pressoché planetario. Mai Elisabetta II fu odiata come in quel frangente, allorché si ostinò per giorni a considerare l'evento una faccenda meramente privata della famiglia Spencer, fino a che il ministro Tony Blair riuscì a convincerla a tornare da Balmoral a Londra, mostrarsi in pubblico e "rappresentarsi" (ad uso e consumo dei media) mentre ascoltava il dolore della gente.
Il film di Frears compie una specie di miracolo: ci rende Elisabetta II irresistibilmente simpatica proprio evidenziandone il disincanto e l'algore di fronte agli isterismi popolari e all'esibizionismo di massa dei sentimenti. Ha scritto Natalia Aspesi: "Helen Mirren è una Elisabetta II magnifica per dignità, lieve arroganza, intuito, autorità, sperdimento davanti all'infrangersi di ogni tradizione e sicurezza. La somiglianza, impressionante, non è data tanto dalla grigia e dura pettinatura, dai grandi occhiali, da quel camminare sgraziato, dalle mani appoggiate al grembo che paiono immobili e invece continuano a tormentare gli anelli: è la voce senza emozioni, è il labbro superiore che appena si alza, è lo sguardo fermo, distante... "
E Roberto Pugliese del Gazzettino: "Una Helen Mirren sbalorditivamente identificata con il personaggio".
Per contro, antipatico, calcolatore e necrofago ci appare il primo ministro Tony Blair, che negli stessi giorni godette della massima simpatia popolare proprio perché pianse in pubblico la scomparsa della "principessa del popolo" (definizione, peraltro, ideata dal suo ghost writer).
Attentissimo e numeroso il pubblico in campo San Polo (proiezione in Esterno Notte), in parte stregato dagli spezzoni documentari evocanti la vera lady D (niente cloni, per lei), in parte sorpreso e commosso dall'umanissima disumanità (se mi è consentito l'ossimoro) di Elisabetta II. Il suo clone Helen Mirren ne rende in maniera magistrale i comandamenti interiori: mai esternare le proprie emozioni, mai perdere il controllo di sé, mai darsi in pasto ai media...
Questa la parte che - nella mia ingenuità - più mi ha impressionato: