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"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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sabato, settembre 30, 2006

LA POESIA HA LA CHIOMA ROSSA

 

Per la Biennale TEATRO E PSICHIATRIA, IV festival internazionale del teatro attivo nel disagio psichico, ieri sera 29 settembre al teatro Verdi di PADOVA ho finalmente assistito a quello che è stato definito uno degli spettacoli più intensi degli ultimi anni: "MILVA CANTA MERINI". Il concerto è iniziato con la  voce della poetessa fuori campo che scandiva: «Coloro che pensano che la poesia sia disperazione, non sanno che la poesia è una donna superba e ha la chioma rossa». E quando, dopo le prime canzoni di Milva, si è materializzata sul palco la stessa ALDA MERINI, troccoletta e in ciabatte, appoggiandosi a un bastoncino, tutto il pubblico si è alzato in piedi e l'ha applaudita a lungo, con grandissima commozione. In platea c'era un nugolo di psichiatri a cui Alda ha rivolto un pistolotto tutt'altro che deferente, memore dei suoi trascorsi manicomiali: "Più degli psichiatri, mi hanno aiutata i poveracci, la gente semplice, i senzacasa, gli emarginati". Ha poi lanciato un appello per la propria figlia, appena internata a sua volta, ma anche ballato con grazia e allegria, tenuta per mano da GIOVANNI NUTI, il compositore che ha messo in musica i suoi versi, recitato (“Ho conosciuto Gerico, ho avuto anche io la mia Palestina e le acque limpide del Giordano. Le mura del manicomio erano le mura di Gerico…E dopo quando amavamo ci facevano gli elettrochoc perché dicevano che un pazzo non deve amare nessuno…”) e accompagnato al piano Milva che accennava a 'Johnny Guitar'. 
Tutte tratte dal non più recentissimo CD "Milva canta Merini" le canzoni: 'Sono nata il 21 a primavera' (compleanno di Alda), 'Nella notte che geme il tuo patire', 'Gli inguini', 'Canzone dell’uomo infedele', 'I sandali', 'Prima di venire', 'La terra santa', 'Spazio', 'L’albatros'...
 
Titolava il Corriere della Sera il 16 marzo 2004: "Presentato a Milano l’album che celebra una grande amicizia. MILVA FESTEGGIA ALDA MERINI. "ORA SIAMO PROPRIO SORELLE" . L'articolo riportava un'intervista alla cantante richiesta in tutto il mondo, ma bandita dalla tivù italiana: “Pensi che in Germania il mio 'Ich hab keine Angst' ha vinto quattro dischi di platino, che significa due milioni di copie... Tanti in questi anni mi hanno chiesto: 'Ma che fine hai fatto?'. Be', io volevo tornare a farmi ascoltare dal pubblico italiano... La verità è che sembra non ci sia più spazio per me qui, in tv soprattutto: da quando c’è questa gestione, nessuno mi ha più chiamato.... L’ultima volta è stata nel 'Ci vediamo in tv' di Paolo Limiti, poi hanno oscurato anche lui. Per capirne i motivi ho scritto due anni fa una lettera a Fabrizio Del Noce (ex direttore di Raiuno, ndr): gli chiedevo 'perché non c’è più spazio per Milva?'. Aspetto ancora la risposta”.
Adesso, almeno in teoria, la gestione è cambiata... vuoi mai che "Milva canta Merini" approdi addirittura alla Rai?:-/
postato da: Lioa alle ore 02:42 | link | commenti (4)
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venerdì, settembre 29, 2006

BIBLIOFILIA (E PEDOFILIA) (3)

   

Alice Liddell photographed by the Hon. Rev. Charles Dodgson (Lewis Carroll)
 
P. Bianchi versus Maria Strofa (III ROUND):
-
>> Va be': hai inserito elegantemente (con più dovizia di vaselina) ciò che altri pretendevano a freddo. Il personaggio quale sarebbe?
Secondo me, a naso, hai una prosa maschile. Ma non mi interessa saperlo, parlavo in generale: ognuno fa la sua parte e vedi da te che dall'insieme dei messaggi di ciascuno piano piano si ricostruiscono dei "caratteri" (il terragno, la poetessa, il raffinato, la frusta, il frusto  ecc.). A volte i caratteri diventano ingombranti, lo spostamento dell'attenzione dai messaggi ai personaggi porta spesso alla deriva offtopic dei thread e alla famigerata clubbinizzazione. All'inizio diverte perché dà il senso dell'appartenenza, ma alla lunga può risultare limitativo. Questo l'ho notato accadere quasi regolarmente nei forum librari, più che in quelli dedicati ad altri temi, come se il libro fosse, più degli altri media, un pretesto per parlare di noi e instaurare rapporti umani. Il che è bello ma, nella misura in cui "funziona", finisce per mettere in ombra il libro stesso.
-
> la poetessa: che mi sembra l'unica finzione aggiunta.
Il resto - femmina, puttanona e  calzettonica - è dunque vero? Ohi personaggio "forte" :-). pensa che io avrei detto il contrario: le tue poesie le tocco con mano, sul resto c'è solo la tua parola.
> Secoli di critica e di testimonianze - mi permetterai - magari casualmente più autorevoli della tua, non sono riusciti a convincerti che Seneca era morale (vedi Dante - Seneca morale),
Ma io sono convintissimo che Seneca sia un professionista della morale, gli tributo i più ampi inchini e omaggi, mi rifiuto solo di amarlo.
-
> Qui siamo in territorio "Alfiuccio": soltanto lui poteva accomunare Seneca a Costanzo. Insomma...
Effettivamente mettendo il nano col gigante l'endiadi non è venuta fuori bene. Ma Costanzo ha il vantaggio di offrire un riferimento noto, ab uno disce omnes: un altro di quelli che sono agganciati dappertutto e poi sul palco tra un cachinno e una smorfia, quando lo spettacolo deriva, piazzano la stoccatina buonista. Ebbene valgano per Costanzo le immortali parole del povero Pazienza: "ma parla per te, piduista di merda" (dovrei trovare su che albo sta, forse Pertini o Sturiellet).
-
> Certo che tutta la pittura religiosa fatta da puttanieri e assassini, secondo il tuo metro, va a farsi benedire! Anche la musica sacra. Se chi dipinse e compose non era religioso e sacro, è tutta una truffa.
È difficile rispondere perché neanch'io sono molto religioso e non riesco a percepire quei quadri o quelle musiche come atti di fede nati da un eccesso di sensibilità. Li vedo come prodotti artigianali eseguiti su committenza, nell'ambito di normali dinamiche economiche o professionali, in un mondo in cui per secoli e secoli la religione ha spiegato il mondo  e creato un paradigma che nessuno (committenti e commissionari) metteva in discussione. Come tali non mi chiedo se l'artista era devoto, ma solo se era bravo. Poi la regola è sempre stata che gli artisti  erano trasgressivi mentre i  moralisti erano integrati al sistema.
> Ritengo questo un modo abile benché insoddisfacente di svalutare un autore.
Ho scritto tre righe (sincere). Se non le scrivo qui, dove le scrivo? Giudicatemi male, io non ho la pretesa di essere profondo.
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> Va bene, ma quando Schopenhauer mi parla del dolore della vita non è che posso contestarlo perché ANCHE LUI era un gaudente.
gaudente, gaudente... si scopava le serve... se era gaudente si scopava le contesse. Già le dirimpettaie le buttava dalle scale, poi gli toccava risarcirle (Obit anus, abit onus, ahahah).
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> Il territorio della pagina, della scrittura, NON È IL TERRITORIO DELLA VITA. (scusa le maisucole).
Ok: ma se dietro la pagina non intravedo l'uomo, con la pagina mi ci posso pulire il culo. Mi interessa l'uomo, non la pagina. Ad accozzare frasi +/- riesco anch'io, è una tecnica o un dono che nulla toglie e nulla aggiunge. Sfruttandola bene ci si potrebbe magari anche campare, ma es. io campo già altrimenti, quindi non mi.
> >La questione "autore-persona” è un tuo punto debolissimo che stride molto con la tua prosa scintillante.
Se il pensiero sotto allo stile brillantino è debole, è proprio perché la prosa è solo la glassa sul bignè. Noi siamo abituati a pensare che se uno scrive in modo dialetticamente convincente, debba avere ontologicamente ragione ed essere una mente. Questo perché la cultura è sempre stata umanistica, e parola e verità coincidevano. Non è così. Il periodo in cui il culto della parola e della disputa verbale ha toccato i massimi (la  dialettica medievale, le dispute dei baccelleri, Aberlardo e Occam, ecc.) non a caso è stato un periodo non brillante della ns. civiltà. Oggi sappiamo che la verità non dipende da chi te la vende meglio e costruisce il miglior sistema verbale (per cui Aristotele era + convincente di Democrito ergo aveva + ragione di lui), ma da chi ti mette in piedi l'esperimento meno fallato (flawed). Il fascino della parola, per quel tanto che va a toccare gli stessi centri del godimento musicale, funziona ancora, oggi come ai tempi di Sofocle, che esaltava le folle. Ancor oggi Sgarbi irretisce, la Fallaci aizza, Serra incanta, Baricco ammalia: parole parole parole. Mille opinionisti e pezzullatori di colore ci dovrebbero insegnare invece che (vado col mio refrain) scrivere bene non significa pensare bene, e pensare bene non significa pensare "giusto".
-
> Non credo che per scrivere romanzi hard-boiled si debba per forza avere lavorato come detective. Hammett lo ha fatto, ma si possono avere conoscenze e fare affermazioni artistiche e teoriche anche se si è stati idraulici a vita - o giocatori di dadi. O inventare personaggi credibili. Mica solo su Usenet, sai?
Certo, è la teoria dell'esplorazione dello spazio interno. Fortunato l'uomo che saprà descrivere le emozioni siderali essendo tornato da Plutone. Più fortunato il poeta che avrà saputo produrre le stesse emozioni spremendole dai meandri del suo domestico cervelletto.
-
> Tutta la letteratura è invenzione di personaggi. E che cosa mi dirai di Don Chisciotte e delle sue stupende osservazioni morali? Mi verrai a dire che Cervantes era stato accusato di peculato? C'è chi dice sì c'è chi dice no!
Sotto al racconto c'è la vita o c'è la contemplazione di se stesso narrante? Questo è il mio criterio di demarcazione. Prendi quello della collina dei conigli, che non me lo ricordo ma è stato famoso: io non gli richiedo doti di roditore o di veterinario. Apprezzo il libro in quanto sotto la veste conigliesca ha riprodotto bene certe avventure di nuclei umani, ha operato una piccola ma riuscita mitopoiesi. Tanto e non altro chiedo a un libro.
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> Eppure parla contro la corruzione dei politici! Nel cesso anche il Don Chisciotte? Finita la credibilità di Cervantes?
No vah a Cervantes lo perdoniamo, non era un mutilato di guerra? È un problema che io non mi pongo, sinceramente. Lewis Carroll era probabilmente "pedofilo". E dunque? Il pedofilo 'probabile' (teorico, potenziale, platonico, contemplativo) non frega ad alcuno. Frega se si incula i ragazzini, perché traumatizza e rovina il nostro futuro. È lo stesso motivo per cui nessuno finisce in galera per feticismo, essendosi masturbato su una ciabatta (attività, imho, più innaturale della pedofilia, ma socialmente meno dannosa).
-
> Non capisco dove porti questo discorso fra biografia e autore. Tu sai bene che questo dibattito è stato codificato nel famoso libro "Proust contro Saint-Beuve". (Edizioni Einaudi) Il secondo sosteneva che autore e biografia devono coincidere (non ti adonterai, vero se ti trovo un progenitore in Saint-Beuve?) e Proust sosteneva ciò che sostengo io: autore e opera possono essere completamente scissi.
Nel maggio del 1999 un signore, dandomi del lei, ha argomentato esattamente come te a proposito di un mio commento su Sven Hassel ("Maledetti da Dio" bello e sincero perché biografico, suo o di altri non importa; i successivi manierati e fittizi perché riciclati in modo macchiettistico). Non si è più collegato e non gli ho potuto rispondere. Eri tu? BTW - Chi ha deciso che codesto saintbeuve aveva perso la disputa e codello prust aveva vinto?
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> E di un uomo noioso che scrive libri divertenti che cosa diremo? Che non è credibile?
Io sono un uomo noioso che scrive messaggi divertenti. Che cosa diremo? Diremo: Chissenefrega :-) Nella vita mica mi pagano per essere divertente, ma per dare i numeri giusti. Fin che li dò, sto in una botte di ferro.
> Ma se in arte cominciamo a rimetterci i valori "morali" (e tu fai un discorso intelligentemente ma pedissequamente morale) arriviamo al punto di rimettere alla berlina Oscar Wilde.
Ma brutta troia (interiezione!!!), se i discorsi morali li fa Seneca (che poi faceva l'occhietto e ci marciava) va bene, se li faccio io (che sono infimo ma sincero e faccio come dico) non va bene? È un'ingiustizia però. Significa che vige sempre il motto gesuitico: fate-come-dico e non fate-come-faccio. Significa che al mondo la dichiarazione resta più importante del comportamento. Significa che siamo sempre l'eterno paese degli Acchiappa-Citrulli, chi è in buona fede va in galera, i furboni fuori e riveriti...
postato da: Lioa alle ore 00:13 | link | commenti (3)
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giovedì, settembre 28, 2006

BIBLIOFILIA (2)

(Caravaggio. 'La cattura di Cristo')
--
Maria Strofa a P. Bianchi (continua da ieri)
 
> Qui mettiamo solo in scena il nostro personaggio telematico, chi dandogli il proprio nome e cognome, chi mascherandosi completamente con un paio di calzerotti rossi. [...]
Va be': hai inserito elegantemente (con più dovizia di vaselina) ciò che altri pretendevano a freddo. Il personaggio quale sarebbe? Il solo personaggio che io metto in scena è quello della poetessa: che mi sembra l'unica finzione aggiunta.
-
[Inserisco qui, per completezza d'informazione, una poesia di Maria Strofa, la n. 39: "Il poeta"

Sono stata l'amante di un grande poeta
uno di quelli che parlan d'animamore
immortalità e catarsi, mitopoiesi e destini.

Scriveva da me, a volte leggeva
e quando gli mostravo la mia riga
sussurrava: (accostandovi le labbra)
<<Dammi il tuo brodino di figa>>.

Mi diceva ch'ero una poesia
("a te ti fotto, l'Arte la sfotto".)

Rideva del suo darla a bere in Poesiese
lui, che si beveva il consommé
anche quando avevo il marchese.

Di molti suoi versi
che i critici hanno divinato incorporei e spirituali
non c'è scritto da alcuna parte (o antologia)
che lui li compose dopo i brodini di Maria. ]

Per il resto ognuno pensa ciò che crede, ovviamente. Secoli di critica e di testimonianze - mi permetterai - magari casualmente più autorevoli della tua, non sono riusciti a convincerti che Seneca era morale (vedi Dante - Seneca morale), pensa un po' se mi ci metto io a convincerti che ci ho la passerina invece del pisello e che mi piace darla via dietro congruo compenso (sentimentale). Mi dichiaro sconfitta in partenza, visti i precedenti (tuoi!).
>Ma sui libri non stiamo piu' giocando. Un libro resta, è aere perennius, è una cosa seria, parla di noi dopo la morte, uno che deliberatamente vive da opportunista e deliberatamente scrive da predicatore (come Seneca, come Costanzo)
Qui siamo in territorio 'Alfiuccio' [Alfio Squillaci, N.d.R.]: soltanto lui poteva accomunare Seneca a Costanzo. Insomma...
> Tu mi dicevi "caravaggio", ma caravaggio non era ipocrita, era genio e sregolatezza, io sto biasimando la furberia consapevole, non mi venite a dire che Seneca filosofo era invasato e che in quei momenti non era presente a se stesso.
Non ho parlato di caravaggio, oggi. Certo che tutta la pittura religiosa fatta da puttanieri e assassini, secondo il tuo metro, va a farsi benedire! Anche la musica sacra. Se chi dipinse e compose non era religioso e sacro, è tutta una truffa. Ritengo questo un modo abile benché insoddisfacente di svalutare un autore. Personalmente ho autori che mi sono così antipatici, che il sentimento prevale su tutto. Libero tu, libera io. Ma se - seriamente - accettiamo di porre come valutazione critica la moralità dell'uomo o la coerenza tra vita e opera, va a finire che invece di Diogene (che qualcuno ci rivelerà fra un secolo calmo e posato) leggeremo Andreotti: 'A pensare male si fa peccato ma ci si azzecca spesso' (ihihihihihihih - risolino andreottiano).
>Il volgo, che è ignorante ma non fesso, diffida della parola scritta appunto perché può risultare una truffa e finirgli in saccoccia (teorema di Don Milani: chi sa 1000 parole... ecc.)
Va bene, ma quando Schopenhauer mi parla del dolore della vita non è che posso contestarlo perché ANCHE LUI era un gaudente. Il fatto che abbia percepito questo dolore e abbia saputo trasmetterlo come nessuno non ha nulla a che vedere con il minutaggio 'vitale'. Dobbiamo chiederci quanti minuti soffrì? Soffrì di più? Godette meno? Che cosa mi importa? Ha trovato verità psicologiche importantissime, le ha comunicate.
>In definitiva è tutta una questione non di ben detto o mal detto ma di credibilita'.
Non credo che la verità pronunciata da un 'moralista' sull'amore sia meno vera soltanto perché tale 'moralista', vinto dal sentimento, è incapace di metterla in pratica. La 'passerina', veicolata o meno dal cerebro, gioca brutti scherzi. Può essere sommamente vero che ci si deve comportare così e cosà, ma non si può chiedere la costante applicazione di una verità teorica. Magari andiamo a leggere La Rochefoucauld e troviamo che con le donne e gli uomini (ma è vero, è vero) non era affatto caustico e cinico. È La Rochefoucauld meno importante? Meno credibile? Il territorio della pagina, della scrittura, NON È IL TERRITORIO DELLA VITA. (scusa le maiuscole). Si vive altrimenti e altrove, sulla pagina.
> La questione "autore-persona" mi è stata rimproverata tantissime volte, perché io tendo - per mia natura - a chiedere alla persona una coerenza con le cose affermate dall'autore.
È un tuo punto debolissimo che stride molto con la tua prosa scintillante. Non credo che per scrivere romanzi hard-boiled si debba per forza avere lavorato come detective. Hammett lo ha fatto, ma si possono avere conoscenze e fare affermazioni artistiche e teoriche anche se si è stati idraulici a vita - o giocatori di dadi. O inventare personaggi credibili. Mica solo su Usenet, sai? Tutta la letteratura è invenzione di personaggi. E che cosa mi dirai di Don Chisciotte e delle sue stupende osservazioni morali? Mi verrai a dire che Cervantes era stato accusato di peculato? C'è chi dice sì c'è chi dice no! Eppure parla contro la corruzione dei politici! Nel cesso anche il Don Chisciotte? Finita la credibilità di Cervantes?
 
> Quando l'autore è morto e non si può più sapere lascio perdere (che altro potrei fare? Montaigne soffriva veramente di calcolosi o millantava? Che famo, riesumiamo? , ma quando è vivo o quando ci sono testimonianze sulla vita del tizio, io chiedo di vedere tutti gli elementi, non di fermarci al testo.
È un problema che io non mi pongo, sinceramente. Lewis Carroll era probabilmente 'pedofilo'. E dunque? Ha scritto capolavori per bambini. Tendenzialmente lo si dovrebbe depennare dai cataloghi, vista la moderna tendenza sulle tendenze pedofile. Le foto che ritraggono Alice sono SCONVOLGENTI. È il reverendo Carroll per questo meno edificante nella narrativa per ragazzi? Non capisco dove porti questo discorso fra biografia e autore. Tu sai bene che questo dibattito è stato codificato nel famoso libro 'Proust contro Saint-Beuve' (Edizioni Einaudi). Il secondo sosteneva che autore e biografia devono coincidere (non ti adonterai, vero, se ti trovo un progenitore in Saint-Beuve?) e Proust sosteneva ciò che sostengo io: autore e opera possono essere completamente scissi. Come vedi, p.bianchi, non stiamo dicendo niente di nuovo. (AVVISO AI NAVIGANTI: fra un po' salta fuori Alfiuccio!). E di un uomo noioso che scrive libri divertenti che cosa diremo? Che non è credibile? Insomma, mettiamola così (ma non è per tapparti la bocca o non darti diritto di replica, figuriamoci). Sei qui impegnato a desenecare e derasmare da rotterdam il gnusgruppo: acccettiamo il tuo personaggio. A parte la battuta (detta con tono divertito molto): se Seneca non ti piace, non ti piaccia. Hai tutto il diritto di trovare prove contro di lui. Ma se in arte cominciamo a rimetterci i valori "morali" (e tu fai un discorso intelligentemente ma pedissequamente morale) arriviamo al punto di rimettere alla berlina Oscar Wilde. Io ci starei attenta a estendere questo tuo 'metodo' come chiave di lettura e valutazione. Va bene per i casi personali, ma in generale è una catastrofe. Qualsiasi scarto fra opera e autore/autrice diventa condannabile. Se poi si arriva a sapere che gli Evangelisti scopavano e bestemmiavano, qui tutto il cristianesimo va a farsi fottere anche lui!
 
> Sì, lo so, infatti siamo fatui. Dialettica contro ontologia, non è una >novita' :-)
Grazie, la tua è stata una replica bellissima.
-- 
Luca Tassinari a Maria Strofa
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> Se poi si arriva a sapere che gli Evangelisti scopavano e bestemmiavano, qui tutto il cristianesimo va a farsi fottere anche lui!
Capisco il paradosso, ma resto ferito ugualmente. Il Vangelo l'ha scritto Gesù, non gli evangelisti. Loro si sono 'limitati' a crederci e a riferire. Se scoprissi che il Vangelo l'ha scritto Giuda, mi resterebbe la Croce!
Mouse Trap a Luca
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> Capisco il paradosso, ma resto ferito ugualmente. Il Vangelo l'ha scritto Gesù, non gli evangelisti. Loro si sono 'limitati' a crederci e a riferire.
Scusa, Luca, ma il Rabbi di Palestina di cui parli ha scritto una sola volta e sulla sabbia. Nessuno sa cosa. Conosceva il male dello scrivere. Forse aveva letto di Socrate in Platone. ;-)
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> Se scoprissi che il Vangelo l'ha scritto Giuda, mi resterebbe la Croce!
Senza Giuda, niente Tradimento.
Senza Tradimento niente Passione.
Senza Passione niente Croce.
Senza Croce niente Gesù.
Giuda <-> Gesù.
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Luca Tassinari:
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Vabbè. Diciamo le cose per bene. Non ha preso carta, penna e calamaio. Non si è seduto al tavolino-pensatoio degli eruditi. Non ha vergato una sola sillaba. Ma, secondo te, serve fare queste cose per scrivere? Tanto per onorare il fuori tema, S. Francesco era praticamente analfabeta. Ma la regola francescana chi l'ha scritta? Il fraticello Leone? E il cantico delle creature?
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> Senza Giuda, niente Tradimento. > Senza Tradimento niente Passione. > Senza Passione niente Croce. > Senza Croce niente Gesu'. > Giuda <-> Gesù
Non regge. Gesù l'ha scelta, la Croce, non gliel'hanno buttata addosso. La Croce non è il finale di una storia di intrighi e tradimenti. E' un atto di amore per l'uomo. Non è che mi aspetti di convincerti, sia chiaro. :-)
 
Mouse Trap:
-
> La Croce non è il finale di una storia di intrighi e tradimenti.
invece in parte è proprio quello. Gli apostoli pure tradiscono. Uno perfino tre volte prima che il gallo canti. E poi l'ultimo tradimento il più atroce: quello del Padre. 'Padre mio perché mi hai abbandonato?'. È scritto in tutti i Vangeli, canonici e non. Non è un'opera lettararia, né uno sceneggiato: è una parabola. Gesù l'ha sempre detto: solo così possono capire quelli che mi sentono ma non mi capiscono. E alla fine scelse di diventare lui stesso una parabola. È proprio in questo è l'atto d'amore. E questa è una legittima interpretazione. Ma una delle tante. Se tu per scelta vuoi abbracciare questa, io rispetto la tua scelta. Se ne puo continuare a parlare... ma domani ché ora devo dormire... anche i gufi nel loro piccolo...
-
> Non è che mi aspetti di convincerti, sia chiaro. :-)
Reciproco. Bello se venisse fuori qualche idea nuova.  ciao notte. 
postato da: Lioa alle ore 01:09 | link | commenti (1)
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mercoledì, settembre 27, 2006

BIBLIOFILIA

Séneca
(Lucio Anneo Seneca)
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Martedì 8 gennaio 2002, alle ore 01.46 di notte, Luca Tassinari, attuale  vice-decone di Vibrisselibri, avviò su it.cultura.libri il thread "Bibliofilia" con il seguente post:
 
"Anche le spese per gli studi, l'attività più nobile, devono essere fatte con moderazione. A che cosa servono libri a non finire e biblioteche sterminate, se il loro proprietario riuscirà a malapena, in tutta la sua vita, a leggerne i titoli? Un numero esagerato di libri opprime chi li studia, non lo forma, ed è molto meglio affidarsi a pochi autori che passare dall'uno all'altro." [da Lucio Anneo Seneca, Della tranquillità dell'animo.]
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Non so. A me fa riflettere. Mi pareva carino condividerlo. (E se non siete d'accordo, incazzatevi con Seneca, ok?)"
--
La mitica Maria Strofa osservò:
 
"Il bello è che queste affermazioni le fanno lettori onnivori, magari a fine carriera. Tipo dopo un bel pranzo e una bella scopata, dire: 'Ah... contano i valori spirituali, in fondo'. Il che è vero, ma..."
-- 
E Luca:
"Appunto. Il buon Lucio (sempre Seneca, intendo), in quel dialogo cita copiosamente a destra e a manca, segno di bibliofilia acuta e incurabile. Non contento di citazioni 'banali' come Socrate, Cicerone, Platone o Aristotele, arriva a questo: 'Non mi vergognerò mai di citare una buona massima, anche se è di un autore mediocre. Publilio...' (come diceva Aglaja su questo NG: ho finito i classici. E adesso?). Se un lettore onnivoro come questo mi consiglia di leggere con parsimonia, un motivo ci sarà, no? Avrà capito qualcosa sull'eccesso di lettura che a me sfugge ancora. Vabbè. Adesso mi prendo il Levotuss e cerco di dormire."
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Isabella Z.:
"Ma prima vogliamo mangiare e scopare anche noi a sazietà, e poi ne parliamo :-)"
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Federico Platania:
"Nella mia piccola carriera di lettore ho imparato che anche nel libro più dimenticabile dell'autore più misero *potrebbe* nascondersi una frase in grado di arricchirti. Per questo leggiamo leggiamo leggiamo leggiamo leggiamo leggiamo (ad libitum). Federico"
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Eusebia P.:
"Spendo in maniera dissennata quando si tratta di libri. Non conosco la moderazione. Nella maggior parte dei casi li prendo e li metto nella libreria (a proposito, ci ho costruito la casa intorno. Nel senso che ho costruito e arredato la mia casa partendo dal punto di collocazione, dalla forma e dalle dimensioni delle librerie. Tutto il resto ci è cresciuto intorno come un'appendice...) Dicevo che spesso non li leggo subito. Li metto lì, quelli se ne stanno buoni buoni, cerco di trovare loro buoni vicini, poi vivono di vita propria e poi un giorno capita che uno mi viene a cercare. Magari ci passo davanti per la centesima volta della giornata e l'occhio cade proprio su quello, oppure per tutta una serie di associazioni strane e inaspettate, ecco che mi viene voglia di leggere proprio quel libro lì, che che magari avevo comprato fiduciosa qualche anno fa... Mi capita spessissimo che siano loro a cercarmi. Capita anche che costruisca dei percorsi di lettura razionali, del tipo che l'uno tira l'altro, ma mi stupisco di quanto spesso il libro giusto si presenta da solo al mio cospetto al momento giusto, senza che ne avessi il minimo sentore qualche ora prima... E allora per questo, mio buono e caro Seneca, io compro senza ritegno, senza pudore, e stipo tutto nelle mie librerie. Per facilitare ai miei libri il percorso, quando decidono di venirmi a cercare... ciao eusebia"
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Rama:
"La prima cosa che mi viene in mente è quanti fossero allora nella condizione descritta da Lucignolo Seneca, almeno potenzialmente: qlc decina, qlc centinaio? più dei partecipanti stabili di questo ng?
la seconda che il discorso oggi si può allargare alla musica e al cinema;
la terza mi sfugge."
--
 
P. Bianchi:
"Seneca è sempre stato un grandissimo stronzo che mi ha sempre fatto profondamente cagare, ipocrita e lecchino. Predicava la saggezza e faceva lo speculatore edilizio. Leggeva libri e diceva untuosamente agli altri di non leggerne. Enfatizzava il mondo interiore, ma intanto teneva per mano l'uomo piu' potente del mondo esteriore. Lo dico in latino: paraculum. Ciao"
--
Maria Strofa a P. Bianchi:
>Lo dico in latino: paraculum.
"Così per leggere te con interesse, come tutti qui facciamo, bisognerà sapere se sei simpatico, se sei un marito fedele, un bravo papà e cognato, se non hai mai fatto la cresta sulla spesa, se sei politically correct? Sei dunque buono e leggibile? Personalmente ti leggerei anche se tu fossi un "relitto umano". A chi scrive chiedo bella, buona e divertente scrittura. Seneca è (qui si parla di libri) una delle letture più ALTE che l'umanità ci abbia regalato. Fu eccelso nell'arte di scrivere. La sua miseria umana non ci tange (biograficamente, Grimal la conferma, Reale la attenua di molto). Siamo qui per farci leggere, non per prendere voti di buona condotta umana e morale. Scrittori e postatori che siamo. E, tuttavia, se a uno non piace Seneca, è giusto che continui a non piacergli Seneca. (maria strofa seneca - Lettere a Lucilio Angelini)."
--
 
P. Bianchi:
"Qui forse no, qui nel nostro piccolo, come non manca di ripetere il beneforti, mettiamo solo in scena il nostro personaggio telematico, chi dandogli il proprio nome e cognome, chi mascherandosi completamente con una paio di calzerotti rossi. E il giudizio che diamo sull'interlocutore e l'interesse con cui lo seguiamo dipendono innanzitutto dalla coerenza interna della rappresentazione messa in scena, e non dalla congruenza fra personaggio-persona vera. Come mai qui si puo' transigere? perché internet (parlo dell'internet conversazionale: chat, newsgroup, siti web  personali) è un passatempo scarsamente impegnativo, che costa poco e conta poco. Allora si può anche accettare che uno metta in scena e sostenga una finzione - sperando almeno che il personaggio abbia una sua gradevolezza. E dunque non occorre necessariamente che Angelini sia padre esemplare e marito integerrimo, per apprezzare l'Angelini personaggio. Anche se un ruolo è più facile da sostenere coerentemente nel tempo se il personaggio è vicino alle corde dell'attore, e cioè se c'è una sincerità di fondo. Ma sui libri non stiamo più giocando. Un libro resta, è aere perennius, è una cosa seria, parla di noi dopo la morte, uno che deliberatamente vive da opportunista e deliberatamente scrive da predicatore (come Seneca, come Costanzo) è l'apoteosi della truffa, dell'ipocrisia. Tu mi dicevi "caravaggio" [riferimento a una precedente affermazione di Maria: "Non credo che freghi a nessuno, quando vanno a estasiarsi di fronte alle opere del Caravaggio, dei dolori patiti dai famigliari della persona che Caravaggio uccise in una rissa", N.d.R.], ma caravaggio non era ipocrita, era genio e sregolatezza, io sto biasimando la furberia consapevole, non mi venite a dire che Seneca filosofo era invasato e che in quei momenti non era presente a se stesso. Era un filosofo professionista, l'aio del putto. Il volgo, che è ignorante ma non fesso, diffida della parola scritta appunto perché può risultare una truffa e finirgli in saccoccia (teorema di Don Milani: chi sa 1000 parole... ecc.) In definitiva è tutta una questione non di ben detto o mal detto ma di credibilità. La questione 'autore-persona' mi è stata rimproverata tantissime volte, perché io tendo - per mia natura - a chiedere alla persona una coerenza con le cose affermate dall'autore. Quando l'autore è morto e non si può più sapere lascio perdere (che altro potrei fare? Montaigne soffriva veramente di calcolosi o millantava? Che famo, riesumiamo?), ma quando è vivo o quando ci sono testimonianze sulla vita del tizio, io chiedo di vedere tutti gli elementi, non di fermarci al testo.
> Seneca è (qui si parla di libri) una delle letture più ALTE che l'umanità ci abbia regalato.
Come dicevo, era un vero professionista.
> Fu eccelso nell'arte di scrivere. La sua miseria umana non ci tange (biograficamente, Grimal la conferma, Reale la attenua di molto)
Per l'amor del cielo: bisognerebbe essere stati là a vedere. Si va a simpatia, a risonanze, diciamo pure a pregiudizi. In ogni caso: in cameretta mia ho il poster di Spinoza, non di Seneca.
> Siamo qui per farci leggere, non per prendere voti di buona condotta umana e morale. Scrittori e postatori che siamo.
Sì lo so, infatti siamo fatui. Dialettica contro ontologia, non è una novita' :-)
> maria strofa seneca - Lettere a Lucilio Angelini.
:-)
(continua)
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martedì, settembre 26, 2006

VI ASPETTO DA CARMILLA

ULTIM'ORA. VI ASPETTO PER UNO SPRITZ QUI:

http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001946.html

 

postato da: Lioa alle ore 09:27 | link | commenti (6)
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ATTENTA ALL'UOMO CHE...

(Erica Jong)

Si parlava, giorni fa, di Erica Jong e del suo nuovo libro "Sedurre il demonio" ed ecco che, nel pomeriggio del 23 settembre, la scrittrice si è subito materializzata in Friuli (cfr. "Quando si nomina il diavolo...") in piazza del Portello per la settima edizione di Pordenonelegge (www.pordenonelegge.it ). Pare sia stata molto applaudita, soprattutto da un misterioso signore (Giuseppe Iannozzi?) che, in prima fila, si spellava letteralmente le mani.

Ha scritto Sergio Frigo sul Gazzettino del giorno dopo:

<<... Una matura, simpatica, sboccata signora americana, che loda Oriana Fallaci per il coraggio, ma poi dice che l'attacco del fondamentalismo islamico all'Occidente è un'invenzione di Bush ("Ci sono delle cellule terroristiche: ok, sbarazziamoci di quelle, ma lasciamo stare l'Irak") e rilancia un po' fuori tempo massimo lo slogan "fate l'amore e non la guerra". ... [cut]... Poi quando qualcuno  le fa rilevare che è contraddittorio esaltare la Fallaci e criticare la guerra di Bush, ammette che sì, qualche contraddizione c'è. "Ma sapete - confessa - io sono incoerente". E scoppia in una bella risata.>>

Ieri sera, mentre frugavo in Google/Groups alla ricerca di un vecchio dibattito tra pb e ms apparso in it.cultura.libri, mi è venuto casualmente sotto il naso un post di Isabella Zani (dell'8 gennaio 2002, per la precisione), con la sua traduzione di "Seventeen Warnings in Search of a Feminist Poem", (= "Diciassette Avvisi in Cerca d'una Poesia Femminista"), sempre della Jong. Li copio-incollo volentieri in omaggio a Iannozzi, per ringraziarlo del bannerino di qualche giorno fa: - )

1      
Attenta all'uomo che parla male dell'ambizione;
sotto i guanti gli prudono le dita.

2      
Attenta all'uomo che parla male della guerra
digrignando i denti.

3      
Attenta all'uomo che parla male delle scrittrici;
ha il pene piccolo & non sa l'ortografia.

4
Attenta all'uomo che vuole proteggerti;
ti proteggerà da tutto salvo che da se stesso.

5
Attenta all'uomo che ama cucinare;
ti riempirà la cucina di pentole unte.

6
Attenta all'uomo che ama la tua anima;
dice cazzate.

7
Attenta all'uomo che parla male di sua madre;
è un figlio di troia.

8
Attenta all'uomo che scrive figlioditroia tutto attaccato;
è uno scribacchino.

9
Attenta all'uomo cui piace troppo la morte;
si sta facendo un'assicurazione.

10
Attenta all'uomo cui piace troppo la vita;
è uno stolto.

11
Attenta all'uomo che parla male degli psichiatri;
ha paura.

12
Attenta all'uomo che ha fiducia negli psichiatri;
è indebitato.

13
Attenta all'uomo che ti sceglie i vestiti;
vuol metterseli lui.

14
Attenta all'uomo che credi innocuo;
ti sorprenderà.

15
Attenta all'uomo cui non importa di nulla tranne i libri;
si consumerà come un rivolo d'inchiostro.

16
Attenta all'uomo che scrive fiorite lettere d'amore;
si sta preparando per anni di silenzio.

17
Attenta all'uomo che loda le donne liberate;
sta pensando di licenziarsi.

(Erica Jong, "Seventeen Warnings in Search of a Feminist Poem", Becoming Light - Poems New and Selected, Harper Perennial, New York 1991 - Traduzione, ehm, mia) (1)

---

[Mia = di Isabella Zani, N.d.R.]

Foto da www.pordenonelegge.it

postato da: Lioa alle ore 06:08 | link | commenti (4)
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lunedì, settembre 25, 2006

QUEL GRAN COPIONE DI CLIVE CUSSLER!!!

Qui al Cai di V****** c'è uno spilungone che ogni tanto, mentre magari si sale verso qualche vetta, se ne esce con notizie più o meno sorprendenti.

Una delle ultime è stata: "Da un mio libro, ovviamente pubblicato sotto falso nome, è stato tratto il film 'Sahara' con Penelope Cruz."

Incredulità. Sconcerto (dato il tipo), ma anche riflessioni quali: "Vuoi vedere che,  zitto zitto, questo ragazzo un po' particolare, con la fissa delle catastrofi, è davvero in contatto con le grandi produzioni hollywoodiane? Chi può dirlo? Se fosse vero, tanto di cappello."

Da parte mia, tacita sospensione del giudizio fino a prova contraria.

Cerco "Sahara" in Google e leggo:

Sahara (2005) Valutazione dei dizionari: 3 stelle su cinque


Un film di Breck Eisner. Con Matthew McConaughey, Penelope Cruz, Steve Zahn, Lambert Wilson, Glynn Turman, Delroy Lindo, William H. Macy, Jude Akuwidike, Mark Aspinall, Rakie Ayola. Genere Avventura, colore, 124 minuti. Produzione USA 2005.

L'avventura è l'avventura, una locuzione che sembra non voler dire nulla, in realtà l'avventura caratterizza il cammino dell'uomo e soprattutto esalta le capacità dell'individuo. Con la scomparsa dell'individualismo positivo e l'affermarsi dell'espressione di massa, l'avventura è stata accantonata per fare largo a crisi esistenziali, al terrore, alla politica, al fantasy, alla depressione. L'avventura è terapeutica, insegna a superare gli ostacoli, rafforza la fiducia in se stessi e la solidarietà. Tutte belle cose di cui si parla molto ma che non vengono attuate. Ma Hollywood sembra essersi accorta che qualcosa non funzionava e l'ultimo paladino dell'avventura è stato Indiana Jones, mentre James Bond prosegue la sua corsa che dura da 40 anni, il resto sono malinconiche visioni di una società minimalista, che detesta l'avventura, specie i giovani, perchè una delle componenti essenziali è proprio la solitudine che è uno dei caratteri distintivi dell'eroe.
Diamo allora il benvenuto a Sahara, che non è un capolavoro, ma che nelle sue due ore circa diverte e rassicura.
Il protagonista Dirk Pitt (Matthew McConaughey), è al centro di numerose avventure raccontate dallo scrittore
Clive Cussler, che ha un largo seguito di estimatori non necessariamente giovani..."

(da http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=35645 )

Mi fermo lì. Dunque lo pseudonimo del tizio è Clive Cussler.

Clive Cussler? Mai sentito nominare, ma bell'indizio. 

Nuova spasmodica ricerca su Google e da Wikipedia salta fuori:

Clive Cussler (15 luglio 1931 - vivente) è uno scrittore statunitense di romanzi d'avventura. Il suo più famoso personaggio è l'ingegnere navale Dirk Pitt e l'inseparabile compagno d'avventura Al Giordino. Benché la NUMA, la National Underwater & Marine Agency, sia stata inventata per la finzione letteraria, Cussler è riuscito tuttavia a creare un'istituzione molto simile a quella descritta nei suoi libri. Come ente privato, si occupa di ricerche archeologiche, soprattutto subacquee, e portato a termine alcuni recuperi descritti anche in un libro. Lo stesso Dirk Pitt è stato pensato come alter ego dell'autore, soprattutto nella sua passione per il mare, la storia e le automobili antiche di cui è un collezionista. Nel 2005 dal libro Sahara è stato tratto il film omonimo."

Cerco anche delle foto di Cussler in rete, ma nessuna corrisponde minimamente alle caratteristiche del nostro escursionista.

Lo aspetto al varco e gli faccio:
"Ma cosa diavolo hai raccontato? Il film 'Sahara' è tratto da un libro di Clive Cussler!"
 
"Lo so benissimo", risponde tranquillo l'amico. "Ho chiesto espressamente di non essere nominato. Clive Cussler ha basato il suo libro su un mio testo. Soggetto e trama sono miei. Lui ormai vive di rendita e si limita a rielaborare materiali altrui."
 
Sconcerto. Perplessità. "Figuriamoci - borbotto tra me e me - se uno scrittore di fama e di successo come Clive Cussler ha bisogno di farsi mandare la materia prima per i suoi libri da un oscuro impiegato della provincia di V******. !"
 
Insisto:
 
"Scusa, e perché avresti chiesto di non essere nominato?"
 
"Per non avere rogne qui in Italia, dove sono inviso a molti."
 
Mah. Bah. Che dire?
Per carità, tutto è possibile, ma questa proprio mi puzza:-)
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sabato, settembre 23, 2006

DICONO CHE POSI

Lucio Angelini

 

 

 

 

 

 

Alcuni
dicono
che posi
solo perché
qualche volta
mi hanno visto
trasfigurare
il volto
imporre
alle narici
travagli
estenuanti
roteare
gli occhi
digrignare
i denti
urlare
e mandare
la voce
fuori registro
aggrapparmi
a cuscini
e tendaggi
scivolare
fremente
lungo
i muri
e
infine
arruffarmi
i capelli
con inorridite
mani…

(Lucio Angelini)

P.S. Dedicata a tutte le would-be primadonna che, con le loro bizze e la loro smania di protagonismo, a volte ce la mettono proprio tutta a sabotare il "lavoro di squadra" degli altri. 

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venerdì, settembre 22, 2006

GALATEO DEL POMPINO

Sedurre il demonio

L'altro giorno la Lipperini, nel suo blog, ha riflettuto "su quanto le donne possano, a volte, essere le peggiori nemiche di se stesse". L'ha fatto "leggendo - fra l'altro - Sedurre il demonio, ovvero l’autobiografia di Erica Jong", e una presa di posizione di Maria Laura Rodotà che, nel recensirlo sul Corriere della Sera, ha consigliato apertamente i lettori di "saltare le parti sulla letteratura e a cercare piuttosto resoconti di fellatio e nomi di copulanti famosi."

A tutto ciò vale forse la pena aggiungere, per arricchire il dibattito, un altro testo reperibile in rete: "Umorismo & Sesso: Galateo del Pompino", di cui noi maschietti dovremmo far tesoro:-)

"Da: donna A: Uomo ingasato

Caro essere maschile, anche se i film porno sembrano dimostrare scientificamente tutt'altra cosa, volevo solo ricordarle alcune regole fondamentali del rapporto orale detto anche fellatio (io sono fine, non lo chiamo pompino):
  1. Primo: non sono obbligata a farlo.
  2. Se te ne faccio uno, sii riconoscente.
  3. Corollario: se te ne faccio uno non significa che diventerà una abitudine
  4. Non mi importa di quello che vedi nei film porno, venire sulla faccia di qualcuno non e' una pratica standard.
  5. Corollario: Non sono obbligata ad ingoiare.
  6. Le mie orecchie non sono maniglie.
  7. Estensione della regola n.6 - non spingermi sulla testa, non mi piace sentirlo in gola. E poi non vorrai che ti ci vomiti sopra!
  8. Non me ne frega di quanto ti rilassi, scoreggiare non mi pare una cosa fine.
  9. Quando ho le mie cose, non significa che e' la settimana dei saldi. Io mi sento di merda e non sono obbligata a succhiartelo solo perche' non possiamo scopare.
  10. Se io devo fare una pausa per togliere dei peli dalla gola, non dirmi che ho rovinato tutto.
  11. Lasciarmi a letto dopo che sei venuto ed andare immediatamente a giocare ai video games e' estremamente sconsigliabile se vuoi che lo faccia di nuovo in futuro.
  12. Se ti piace come lo faccio, probabilmente e' meglio non indagare sulle origini del mio talento. Goditi il momento e sii felice che mi riesce cosi' bene. Vedi anche regola n.2 sulla gratitudine.
  13. Il tuo "seme" non ha un gusto particolarmente piacevole. E non cercare di convincermi del suo alto contenuto proteico.
  14. Non lo faro' mai mentre guardi la Tivu'.
  15. Solo perche' e' diritto quando ti svegli non vuole dire io devo dargli il "bacio del buongiorno".
  16. Il rapporto orale è reciproco, se vuoi convincermi a leccartelo, prima tu la devi leccare a me.
  17. Poi non lamentarti se quando mi baci senti l'odore del tuo sperma.
  18. Se mi entra tutto in bocca non è perchè è grande la mia bocca ma piuttosto...

[da http://www.magnaromagna.it/umorismo/guerradeisessi/galateo.php ]

postato da: Lioa alle ore 07:19 | link | commenti (7)
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giovedì, settembre 21, 2006

QUEL BRUTTOCATTIVO DI PAPA' CACCIARI!

Ripropongo anche qui il mio vecchio racconto "Quel bruttocattivo di papà Cacciari!", già uscito in www.carmillaonline.com il 9 settembre scorso.

MassimoCacciari.jpg
Della sua infanzia fanese Luchino ricordava solo qualche frammento: un treno che partiva, la testa del suo babbo che sporgeva da un finestrino e rimpiccioliva sempre più in lontananza, e soprattutto una filastrocca: ‘Staccia minaccia’. Gliela cantava sempre sua nonna Celerina, scuotendolo avanti e indietro, dopo averlo preso a cavalluccio sulle ginocchia.

"Staccia minaccia
il babbo è andato a caccia
"

("Ah, ecco dove è andato con quel treno maledetto!", esclamava Luchino nella sua testa. "Ma a caccia di che cosa?", si domandava subito dopo. La filastrocca, purtroppo, non lo chiariva. Il concetto di caccia, anzi, era bruscamente sostituito da quello di acquisto: che la caccia fosse stata infruttuosa?)

“... a comprare l’uva e i fichi
da dare agli amici
”.

("Bel padre!", ragionava Luchino, "invece di pensare a me, che sono il suo figliolino, si preoccupa solo dei suoi amici! Perché non è più tornato a casa? E chi sono mai questi misteriosi "amici"?)
La spiegazione tenuta in serbo e presto dispensata dalla filastrocca era tutt'altro che convincente:

"gli amici del convento
che pesano cinquecento
".

("Cinquecento che cosa? Cinquecento chili? Sono dunque dei giganti gli amici del babbo? Degli energumeni?")
Inutile sperare di ottenere maggiore soddisfazione dai versi successivi:

Cento cinquanta
la gallina canta:
canta, gallina,
risponde Serafina
.”

("Perché confondermi le idee in questo modo?", protestava Luchino mentalmente. "Che c'entra la gallina? E chi è mai questa Serafina che si mette a chiacchierare con le galline? Da dove salta fuori?")

"Serafina sta in finestra
con tre cavalli in testa
"

proseguiva, implacabile, la filastrocca.
("Possibile mai che una donna stia in finestra con tre cavalli in testa?", cominciava a ridacchiare Luchino. "Possibile mai che a noi bambini si debbano raccontare delle baggianate del genere?")
Esaurita la propria breve rinfilata di demenzialità, la filastrocca accelerava adesso verso il finale:

"Testa testòn
farìn el pulentòn
."

(Il brusco passaggio dall'italiano al dialetto fanese gli suonava piuttosto arbitrario:)

"Farìn la crescia dura
da sbatta su le mura;
le mura e le porte
le chiavi dell'orte
."

("Oh, inestricabile groviglio!", fremeva Luchino, pregustando il momento tanto atteso: la vertigine della caduta e la gioia del tempestivo salvamento.)

"La chiave del giardìn...
butta giù ma chel fiulìn
!”

La nonna, guardandolo dritto negli occhi, allentava la presa e fingeva di lasciarlo scivolare all'indietro, poi, di colpo, appena in tempo per impedirgli di sbattere violentemente la testa contro il pavimento, lo ritirava su e l'abbracciava stretto stretto. Era un momento di assoluta esaltazione, di divertimento sfrenato e puro, di incontenibile gioia per lo scampato pericolo.

* * *

Erano passate decine d'anni, ormai. Suo padre non aveva più fatto ritorno dal suo stupido viaggio verso l'ignoto. Qualche mese dopo la sua partenza, anzi, era giunta la notizia della sua morte: si era schiantato al suolo con un piccolo aereo da lui stesso pilotato, mentre spargeva pesticidi su certe piantagioni peruviane. La salma non era stata nemmeno rimpatriata e a sua madre erano rimaste montagne di debiti.

* * *

La fanciullezza e l'adolescenza erano state faticosissime. Sua madre ce l'aveva messa tutta a fargli anche da padre, ma lui aveva sentito ugualmente la mancanza di un punto di riferimento maschile. Spesso, segretamente, aveva continuato a sperare che suo padre potesse ricomparire all'improvviso, carico di uva e fichi per lui, questa volta, a risarcimento di tante sofferenze... No, non poteva essere morto davvero! E tuttavia, tra un'illusione e l'altra, non gli era rimasto che continuare a crescere, crescere, crescere. Aveva conosciuto i sette anni, i dieci anni, i quindici anni, i vent'anni... Si era fatto grande, si era trasferito da Fano - città della Fortuna - nell'Italia del Nord. Si era sposato a sua volta e aveva anche messo al mondo dei figli: due, per l'esattezza. A ciascuno di essi, negli anni giusti, aveva ricantato l'antica filastrocca della nonna, prendendoli a cavalluccio sulle ginocchia:

"Staccia minaccia,
il babbo è andato a caccia
".

E alla fine, puntualmente, giù a ridere anche loro, eccitati dal brivido della finta caduta al suolo. Solo una volta, per una specie di distrazione, il signor Luchino aveva farfugliato un po' confuso:

"Staccia minaccia
il babbo torna dalla caccia
ti prende tra le braccia
e non ti lascia più
."

"Papà, ma che significa ‘Staccia minaccia’?"
"Non lo so. Stacciare, di per sé, vuol dire passare allo staccio.... "
"E che cos'è questo staccio?"
"Una sorta di arnese rotondo con cui si separa la farina dalla crusca: un telaio di legno a cui è fissato un reticolato. Lo si muove avanti e indietro, o meglio, lo muovevano avanti e indietro le nostre bisnonne, al tempo in cui erano costrette a fare il pane in casa... "
"È lo stesso movimento che ci fai fare tu, allora, quando giochiamo a ‘Staccia minaccia’!"
"Hai ragione, vi faccio dondolare avanti e indietro, minacciandovi ogni volta di farvi cadere, ma poi, per vostra fortuna, vi risollevo in tempo."
"Chi ti ha insegnato questo gioco, papà?"
"La mia povera nonna Celerina."
"Non il tuo babbo?"
"No, il mio babbo era emigrato in America per lavoro. Non ebbe mai modo di giocare con me."
"È quello che morì cadendo con l'aereo?"
"Sì, lui."
"E non ti ha mai preso in braccio?"
"Be', sì... Ricordo, anzi, che spesso mi issava sulle spalle, quando ero piccolo piccolo, e mi scorrazzava in giro per la casa facendomi dominare il mondo dall'alto. Era bellissimo stare lassù, così vicino ai soffitti! Mi sentivo il re del mondo."

* * *

Per i suoi figli, tutto sommato, l'infanzia era stata facile. Non li aveva abbandonati un solo giorno, non era mai salito su alcun treno verso l'ignoto, non era mai andato a caccia a comprare l'uva e i fichi per alcun amico. Aveva fatto sentire costantemente loro la propria vicinanza affettuosa e rassicurante. Il suo babbo, invece, non era tornato più, l'aveva piantato in asso per sempre.

* * *

Da una ventina d'anni, ormai, viveva a Venezia. In quel periodo era sindaco della città il filosofo Massimo Cacciari, dalla folta barba nera e dagli occhi duri e dolci a un tempo, vero prototipo di "padre" (benché non avesse figli).
Un pomeriggio d'agosto, mentre sedeva davanti al computer oppresso dall'afa, il signor Luchino prese a digitare per scherzo la seguente lettera:

"Caro sindaco Cacciari,
ascolti la mia storia e veda se può soddisfare un mio segreto (e mai sopito) desiderio: rimasi orfano di padre all'età di cinque anni, conobbi le durezze del collegio eccetera ma, malgrado tutto, riuscii a trovare un mio equilibrio e a diventare grande. Purtroppo, nei recessi della mia psiche, il desiderio inconscio di un papà ha continuato a lacerarmi, affiorando di tanto in tanto. Benché mi sia sposato e abbia messo al mondo due figli, vorrei - per una volta - realizzare un sogno inconfessato: poter di nuovo chiamare qualcuno ‘papà’ ed essere issato a cavalluccio sulle sue spalle (peso solo 85 chili). Visto che Lei è così buono, potrebbe prestarsi alla bisogna? Suvvia, mi inviti a Ca' Farsetti e mi scorrazzi in giro per le sale consigliari mentre grido felice: ‘Arri, arri, papà Cacciari!’. Gliene sarei grato per sempre. Ardo dal desiderio di gettarLe le braccine... ehm, le braccione!... al collo e di farmi tirare su. É vero che ho compiuto da poco cinquantuno anni e che, anagraficamente, Lei NON potrebbe essere mio padre (ha solo tre o quattro anni più di me), ma con quella Sua barba austera, quei Suoi occhi duri e dolci a un tempo, incarna alla perfezione il mio ideale paterno e io sarei solo FIERO di avere un papà così giovane.
Confidando in una Sua sollecita risposta, Le porgo i miei più distinti saluti
"

Luchino A***

Divertito dall'assurdità della lettera (non meno scombinata della filastrocca "Staccia Minaccia"), aggiunse un ironico post-scriptum:

Se proprio non vuole incontrarmi, mi ADOTTI almeno A DISTANZA!”

Non ancora appagato, spinse il proprio insensato gioco estivo alle estreme conseguenze: inserì la missiva nel Fax e la trasmise al Gabinetto del Sindaco (trovò il numero sull'elenco telefonico).

* * *

I giorni successivi trascorsero in una ridda di rimorsi, autorimproveri ("Brutto cretino, che figuraccia!", si insultava) e trepidanti speranze. "Magari il sindaco Cacciari troverà spiritosissimo il mio fax e starà al gioco!", si ripeteva di tanto in tanto, per rincuorarsi. "Forse avrà anche lui i suoi cedimenti, i suoi umanissimi chicchi di pazzia, accanto a tutta quella mostruosa intelligenza... "
Finalmente, dopo parecchie settimane di inutile attesa, il signor Luchino capì che avrebbe fatto bene a rassegnarsi: la lettera doveva essere stata senz'altro cestinata. Tutto occupato a fare il Sindaco e a scrivere libri di filosofia, quel bruttocattivo di Cacciari si era guardato bene dal rispondergli. Non doveva, anzi, aver degnato di un solo ghigno, e ancora meno di un sorriso, il suo accorato appello generato dall'afa...

* * *

In compenso, qualche notte dopo, il sindaco Cacciari andò a trovarlo in sogno. Dapprima qualcuno suonò alla porta: il signor Luchino andò ad aprire e un messo comunale gli consegnò un grosso cesto di uva e fichi. Sopra la frutta splendeva un biglietto:

"Caro signor Luchino,"

ho capito il Suo impulso e apprezzato la Sua audacia. L'aspetto oggi pomeriggio a Ca' Farsetti dopo le cinque. Non Le prometto di scorrazzarLa in giro per le sale consigliari issato sulle mie spalle (come sa, sono piuttosto mingherlino e i Suoi ottantacinque chili mi spaventano un po'). Sono, tuttavia, disposto a prenderLa a cavalluccio sulle ginocchia e a dondolarLa in un inebriante ‘Staccia Minaccia’: conosce il gioco? Mi auguro vivamente, dopo averLa fatta scivolare verso il basso, di riuscire a tirarLa su in tempo.
Il sindaco
Massimo Cacciari

A quel punto il sogno si ingarbugliò, scombinandosi in un vortichio di immagini che poco avevano a che fare con l'amministrazione comunale. C'era un treno che partiva verso l'ignoto, un signore affacciato a un finestrino che gridava "Tornerò, tornerò presto da te, aspettami!", un piccolo aereo che si schiantava al suolo, una giovane signora in lacrime, una vecchietta che stacciava alacre un mucchietto di farina e gli sorrideva in segno di incoraggiamento, un via vai di gondole veneziane traboccanti di uva e fichi... Poi, di colpo, anche quello sfarfallio si dissolse, il sindaco Cacciari ricomparve, lo prese a cavalluccio sulle ginocchia, scandì divertito le parole "Butta giù ma chel fiulìn!" e iniziò a farlo scivolare con un sorriso sornione verso il basso. Il signor Luchino fremeva di gioia, sicurissimo che il sindaco l'avrebbe tirato su perfettamente in tempo prima che potesse sbattere la testa contro il pavimento. Invece, sul più bello, quel brutto scimunito scoppiò in una risata fragorosa e irrefrenabile, mollò la presa e, nel sogno, lo lasciò precipitare rovinosamente a terra, facendogli assaggiare la durezza del pavimento. "Ben Le sta!", gridò infine, appena si fu riavuto dal proprio accesso di ilarità. "Così impara a mandarmi certe lettere cretine! A cinquant'anni suonati non ha ancora capito che bisogna chiudere con il passato, per quanto doloroso o insoddisfacente possa essere stato? Se suo papà morì e le fece mancare uva e fichi, che cosa vuole farci più, ormai? E che cosa pretende che possa farci io, soprattutto? Sono ben altri i problemi di cui devo occuparmi: l'acqua alta, l'escavo dei rii, il moto ondoso, la decongestione dei flussi turistici e via discorrendo. Pensi piuttosto a essere lei un papà decente per i suoi figli, oggi... a non far mai mancare loro uva e fichi!"
La cosa più bizzarra fu che, svegliatosi di soprassalto, il signor Luchino avvertì un inequivocabile dolore al cranio, come dopo una effettiva caduta a testa in giù.
"E lei... e lei, allora?", balbettò sconcertato. "Perché non si è sposato? Perché non ha messo al mondo dei figli, con quella sua perfetta faccia da Barbapapà?"
Non ci fu risposta, naturalmente: il sogno era finito e il sindaco Cacciari si era presto dileguato con esso.


(Da Lucio Angelini, Quel bruttocattivo di papà Cacciari!, Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia)

Pubblicato Settembre 9, 2006 02:56 AM
postato da: Lioa alle ore 08:23 | link | commenti
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mercoledì, settembre 20, 2006

ORRORE A JESOLO. TIZIANO SCARPA SI LANCIA NEL VUOTO.

Tranquilli. Non si è suicidato. Ha solo voluto provare il bungee-jumping. Benché non sia più di primissimo pelo, bisogna aggiungere. Comunque, dopo aver letto delle sue avventure all'Aqualandia di Jesolo ("Jesolo. Un posto dove il Comune ha intitolato un 'Lungomare delle Stelle' ai divi della cultura televisiva e pop, per avere il pretesto di invitarle: Katia Ricciarelli, Mike Bongiorno, Andrea Bocelli, Carla Fracci, Gina Lollobrigida"), mi è venuta una gran voglia di proporgli una ferrata impegnativa (chessò io? la "Rino Pisetta"? la "Costantini"?). Però il suo pezzo - "Nuovo Turismo Italiano" - è proprio forte. Ve ne copio-incollo la parte finale, quella appunto relativa al bungee-jumping , da www.ilprimoamore.com:

 American girl bungee jumping in Australia 

(Photo: Thomas Peters)

<<È il mio turno. Il secondo addetto mi aggancia i due ultimi moschettoni, fissa l'elastico alle caviglie. Chiedo istruzioni.
"Làsciati cadere, oppure fai un saltino."
Faccio un altro passo avanti. Ecco. Sono sull'orlo del precipizio.
"Pronto?"
"Sì".
"Tre, due, uno… Vai!"
Neanche per sogno. Non mi muovo. Guardo l'abisso, sono le dita dei miei piedi quelle che sporgono sul nulla. Sento l'animale dentro di me che si rifiuta, non vuole. Non sono brevettato per buttarmi nel vuoto!
"Vado?", chiedo per guadagnare ancora un attimo.
"Eh sì", dice l'addetto. Mi lascio andare. A braccia aperte, in silenzio. Cado. Sono tranquillo. Se l'elastico si rompe e mi sfracello, sarà così istantaneo che non me ne renderò conto. Spalanco gli occhi, bevo la caduta con lo sguardo.

Il nome più appropriato del bungee jumping è "Cimento di gravità e risucchio", perché quando l'elastico ti tira su, sembra che il cielo geloso ti contenda alla signoria della terra, e ti rivoglia indietro; poi il suolo ti reclama di nuovo in basso: "Appartiene a me!", "No, a me!". La vera caduta è verso l'alto, sprofondo a piedi nudi nell'azzurro.>>
 
[Pubblicato su "L'espresso", settembre 2006.]
 
Aprofondimento:
 
1) Il Bungee Jumping consiste nell'effettuare un salto nel vuoto da una piattaforma. La pratica di questo sport, importata dagli Stati Uniti, è giá largamente diffusa in alcuni paesi europei (primo fra tutte le Francia), sta diffondendosi velocemente anche in Italia, grazie soprettutto all'apertura di alcuni centri specializzati in sport estremi. I "jumper" hanno tra i venti e i trent'anni di etá. In maggioranza maschi ma non manchano anche gli ultracinquantenni e i giovanissimi. Possono saltare tutti e non sono richieste particolari attitudini. Non viene autorizzato chi soffre di problemi cardiaci, ortopedici e neuropatie. I minorenni saltano solo se un genitore firma l'autorizzazione.
 
L'elastico ha l'aspetto di un "cordone" con due anelli all'estremitá. il "cordone" viene ottenuto partendo da una piattina (costituita da una ventina di fili di lattice incollati parallelamente) che viene passata tra un anello e l'altro una cinquantina di volte. La matassa viene compattata da una serie ulteriore di piattine "stese" attorno alla matassa. In teoria l'elastico puó allungarsi fino al 650% della sua lunghezza, ma non si carica mai oltre il 350%. L'elastico è stato sperimentato per 2000 lanci dal Politecnico di Torino, ma per sicurezza lo si getta via e reso inservibile dopo 250 lanci. Su basi statistiche il bungee è uno degli sport meno pericolosi. In 15 anni ci sono stati 5 incidenti mortali. Una percentuale vicina allo 0% sul totale dei salti."
 
(da http://www.geocities.com/Yosemite/Rapids/1583/bungee.html ) 
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martedì, settembre 19, 2006

AN' VEDI QUESTI!!!

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IL MIO DIO E' PIU' FIGO DEL TUO!
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Mi sono distratto un attimo e ho subito perso qualcosa: il discorso di Ratzinger a Ratisbona. Per fortuna in RETE c'è sempre TUTTO e così ho potuto recuperare il passo che tanto ha fatto incazzare i gruppi islamici più prevedibilmente incazzosi. Eccolo:
 
<<Recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue... [cut] : "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte...>>

(da http://www.panorama.it/italia/vaticano/articolo/ix1-A020001037929/idpag1-1 ) 

La reazione di Altan nella sua vignetta su Repubblica di domenica 17 settembre, è stata quella di raffigurare due alti prelati intenti al seguente scambio di battute. Il primo dice: "La bimillenaria prudenza della chiesa... ". E l'altro: "Camminare sulle uova con i piedi di piombo".

Meno ironico e sfumato il messaggio al Papa di certi GRUPPI ARMATI IRACHENI, riportato ieri dalla stampa:

"Sappi che i soldati di Maometto verranno presto o tardi a scuotere il tuo trono dalle fondamenta del tuo Stato." 

E Scalfari, sempre su Repubblica del 17 settembre:

"A Ratisbona Benedetto XVI ha adombrato una terribile verità: non c'è un solo Dio. Più che di una verità si tratta di una constatazione, anzi di un fatto accertato. Ogni uomo che creda in Dio ne ha un'immagine che non è la stessa di quella di un altro suo consimile, non è la stessa che quella persona può avere avuto in passato né la stessa di quella che potrà avere in futuro, non è la stessa che nelle diverse epoche e nei diversi luoghi i suoi simili hanno avuto e potranno avere. Terribile constatazione poiché constata, appunto, che l'immagine del Creatore non è oggettiva ma soggettiva, come del resto lo sono tutte le immagini. Terribile perché la Chiesa cattolica si fonda sul presupposto d'un magistero cui Dio stesso (suo Figlio) ha affidato la testimonianza e la custodia della sua immagine. Sicché riconoscere che ogni fedele ha la propria indipendentemente dal magistero episcopale e dalla sua intermediazione, rischia di minare alla base la sruttura apostolica e gerarchica della Chiesa di Roma..."

(Altro che Dio Uno e Trino. Più pirandellianamente: Uno, Nessuno, Centomila!:- /)

Googlando qua e là ho poi beccato il seguente commento su canisciolti.it:

"Come si faccia ad accusare l’Islam di usare la spada e non fare lo stesso con il cristiano Bush che pratica e riconosce solo il linguaggio della forza e manovra a suo piacimento il più potente e costoso esercito del mondo, è cosa che sfugge alla ragione e solo i preti sono in grado di mistificare i fatti fino a questo punto. Un altro aspetto che mi lascia stupito è il fatto che il Papa abbandoni la tradizionale prudenza e diplomazia, e trascini la Chiesa a marcare la differenza con l’Islam, senza tener conto che fino all’altro ieri, con Giovanni Paolo 2°, si parlava di ecumenismo e di dialogo fra le grandi religioni monoteiste. Tra l’altro questo accusare l’Islam di usare la spada sarà pure vero, ma da che pulpito viene la predica, e si dà l’opportunità ai musulmani di ricordare che la Chiesa ha usato la spada spesso e volentieri, dalle Crociate alla partecipazione attiva al colonialismo, partito proprio dalla cattolicissima Spagna, che in America Latina ottenne conversioni forzate di quelle popolazioni con torture e massacri, passando per le guerre di religione in Europa e la Santa Inquisizione, fino all’attuale legittimazione della politica e delle tesi di Bush. Un altro errore del “pastore tedesco”, che a me sembra madornale, è quello di non riconoscere l’evidenza che la crisi mediorientale in atto non è originata da una frizione tra ideologie religiose, ma dal desiderio Usa, e dei suoi ormai pochi amici, di mantenere l’egemonia sulla più grande area petrolifera del mondo, e che l’Islam fa solo da collante ad una resistenza dei musulmani contro il colonialismo occidentale e cristiano."

Da http://www.canisciolti.info/modules.php?name=News&file=article&sid=15408

Insomma, come al solito hanno ragione un po' tutti, ma a me 'ste contrapposizioni solo in apparenza religiose ("il mio dio è più figo del tuo e vuole più bene a me che a te, tanto da autorizzarmi a sottometterti o persino ad  ucciderti"), in realtà incardinate sul POTERE,  cominciano a rompere abbastanza le balle, non fosse che, in nome di Dio, interi popoli sono sempre pronti a darsele di santa ragione. 

Ma la cosa più buffa, ogni volta che si parla di Islam, è che mi viene automatico perdere di vista il problema centrale e svicolare su un giochino collaterale, una sorta di prova di memoria: "Vediamo - mi dico - se mi sono di nuovo dimenticato la differenza tra sciiti e sunniti" (la ripasso ogni volta invano). Niente da fare. Puntuale nebbiolina in testa.

Così devo googlare per soccorso sul sito "Il cassetto" (www.ilcassetto.it) e ripassare...

"Alle origini dello scisma. Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Alì è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, tradizione) crede che sia necessario individuare nella comunità il vicario (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi' ah, da cui sciiti, significa partito) crede invece che la guida dell'Islam spetti ad Alì, unico rappresentante della famiglia del Profeta. Alì (proclamato Imam, originariamente “colui che guida la preghiera”) rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia. Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli Omayyadi, poi degli Abassidi e infine degli Ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all'opposizione.

Differenze dai sunniti. Da un punto di vista dottrinario, le differenze tra sunniti e sciiti sono non tanto teologiche quanto epistemologiche. Mentre i sunniti hanno enfatizzato l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, gli sciiti hanno optato per un’interpretazione simbolica del Corano alla ricerca della verità della fede. Per questo gli sciiti sono accusati dai sunniti di aver introdotto la filosofia all’interno del messaggio divino che, secondo loro, non avrebbe alcun bisogno di essere razionalizzato."

(http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=21 ),

Riepilogando:

SUNNITI = ortodossi seguaci della Sunna, raccolta di precetti, regole e leggende che costituiscono l’insegnamento orale di Maometto, dei suoi compagni e dei primi quattro califfi. I sunniti sostengono che solo questi sono i legittimi successori di Maometto.

SCIITI = riconoscono soltanto Alì e i suoi discendenti (Alidi) come legittimi califfi.

--

(Me ne ricorderò? Ne dubito fortemente. Tra qualche ora sarò punto e daccapo... )

--

<B>La polemica secondo Al Jazeera</B> 

(Una vignetta di Al Jazeera riportata da www.repubblica.it)
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lunedì, settembre 18, 2006

IL MELODRAMMA PIU' FIAMMEGGIANTE

 
 
Avete presente la proustiana "madeleine"  che, riassaporata molti anni dopo l'infanzia, provoca nella mente del protagonista della Recherche la resurrezione di tutto un mondo dimenticato?
Ebbene, l'altro ieri ho inzuppato anch'io, nel mio piccolo, la mia madeleine nel tè. Avevo ripreso in mano "Caos Calmo", di Veronesi, abbandonato a pag. 90. Scorro la pag. 91 ed ecco che, a un certo punto, leggo:

"Marta, in primo piano, sulla destra, identica a Natalie Wood in Splendore nell'erba..."

Folgorazione. Corto circuito. Stordimento. Dissolvenza. Flashback. Ritorno al lontano 1961(ok, lo ammetto, esistevo già!), a Elia Kazan, a uno dei film cult della mia adolescenza, visto almeno una mezza dozzina di volte: sììììì,
                
              "SPLENDORE NELL'ERBA"!

Natalie Wood, a differenza di me, nel frattempo è morta (in modo tragico, purtroppo: morte per acqua, direbbe T.S. Eliot), e io mi sono lambiccato il cervello a lungo per recuperare i versi cui il titolo del film si ispira.

"Though nothing can bring back the hour/
Of splendor in the grass, of glory in the flower:/
We will grieve not,/
But rather find strength in what remains behind".

["Se niente puo' far si' che si rinnovi
all'erba il suo splendore e che riviva il fiore,
della sorte funesta non ci dorrem,
ma ancor piu' saldi in petto godrem di quel che resta"]

I versi, tratti dall' "Ode on Intimations of Immortality from Recollections of Early Childhood ", dello scrittore inglese William Wordsworth (1770-1850), vengono letti nella classe di Deanie all'inizio del film e ricordati nelle sequenze finali, quando il senso profondo della poesia le sarà diventato chiaro alla luce della sua esperienza. Ovviamente, a quel punto,  metà del pubblico in sala, e io per primo, si asciugava i lucciconi...

Ma vediamo un po' di approfondimenti. Prima di tutto la scheda di Morandini:

"Nel 1928 in una cittadina del Kansas nasce l'amore tra due liceali, contrastato dai rispettivi genitori e dalla loro repressione sessuale. In preda a una forte depressione, lei entra in una casa di cura. Quando esce, in piena crisi economica, tutto è diverso. Forse il melodramma più fiammeggiante sul primo amore che mai sia stato fatto al cinema. E i suoi ultimi 5 strazianti minuti sono uno dei culmini creativi del cinema di E. Kazan. Esordio del ventiquattrenne W. Beatty e un film made in USA che pose esplicitamente l'accento sulla sessualità adolescenziale. Superlativa direzione d'attori: N. Wood fu candidata all'Oscar, ma le fu preferita la Sophia Loren di La ciociara. Fu premiata, comunque, la sceneggiatura di William Inge."

Poi il mitico Mereghetti:

"Nel Kansas del 1928 l'amore tra Deanie (Wood) e Bud (Beatty) viene rovinato dalle intrusioni dei genitori: la mamma di lei è ossessionata che la figlia resti vergine, il padre di lui consiglia il figlio a non fare le cose sul serio e a frequentare ragazze facili. Lei finirà in clinica, lui vedrà la rovina della sua famiglia. Dietro l'atto di accusa contro la morale sessuale conformista, uno degli studi psicologici più riusciti di Kazan: un'elegia della giovinezza perduta, piena di una malinconia che resta dentro."

Infine Pierre Brunel, che a pag. 239 del secondo volume della sua "Storia della letteratura francese", Editrice Il Delfino, nel capitolo dedicato a Proust puntualizza:
"... Ma il narratore supera presto la malinconia destata dalla fugacità degli esseri e delle cose. E' inutile, infatti,  'cercare nella realtà i quadri della memoria, cui mancherebbe sempre il fascino che proviene dalla memoria stessa e dal non essere percepiti dai sensi'. Perciò la 'ricerca del tempo perduto' non è l'evocazione nostalgica di un passato inaccessibile, ma la progressiva scoperta della sola realtà, quella che si forma nella memoria perché 'i veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto'.

Ciao, Natalie Wood-Deanie, riposa in pace nel Westwood Memorial Park di Los Angeles...
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sabato, settembre 16, 2006

TUTTA COLPA DI DIO

 

--
"Darryl Domino era il cantante dei Raspberry of God [Lampone di Dio, ma anche Pernacchia - o Peto - o Scorreggia - di Dio, N.d.R.], gruppo australiano, seminale, visionario, anticipatore quanto sconosciuto. Un vero culto. Darryl Domino è anche la prima rock star profeta del pianeta a impazzare per i media senza controllo, e senza diritto d'autore. Già perché questa sorta di David Bowie/Mahatma Gandhi/Gene Scott/Carmelo Bene in acido non esiste o meglio non esiste in questo piano di realtà. Le sue cellule non sono altro che una sequela di 0 e di 1, perché Darryl Domino è virtuale. È il sogno proibito di ogni mastodonte della musica e dell'intrattenimento: la star perfetta senza spese. Ma il Nostro è un software libero, open source, in regime di copyleft. E i suoi creatori non hanno intenzione di cambiarne la "licenza d'uso". Insomma in Città Perfetta di Guglielmo Pispisa (Einaudi), membro  dell'ensemble narrativo Kai Zen, la figura di Domino, nomen omen, è quella destinata a far cadere le pedine del gioco. Un gioco duro, amaro, specchio di un presente se possibile ancor più duro e amaro fatto di multinazionali e teledipendenza, descritto con dosi di ironia ed eleganza, a metà strada tra William Gibson e David Mitchell in questo libro che è un piccolo gioiello destinato, speriamo, a trovare spazio tra le librerie di molte case". Così Jadel Andreetto in:

http://www.carmillaonline.com/archives/2005/10/001531.html

Di DIO Guglielmo Pispisa, messinese trentacinquenne, il cui romanzo è stato segnalato all'unanimità dal gruppo di lettori «i Quindici», è tornato a parlare ieri nei commenti al post "Scary Kritic" in Lipperatura, firmando a Suo nome (Suo di Dio) una deliziosa recensione della Bibbia, per una fantomatica serie  "Stroncature Impossibili". Eccola:

"La Bibbia. Un sacco di gente che sgozza altra gente per poi dare la colpa a me. Migliora nella seconda parte, ma il finale è confuso. Dio"

Perfettamente in linea con il mio post "Le eroine dell'estate" di qualche giorno fa (l'11 settembre, per la precisione), non trovate? :-)

[Immagine da  www.nivbed.com ]

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venerdì, settembre 15, 2006

L'ALIENA

.

C'era una volta
un paese
di persone
tutte UGUALI:
avevano facce uguali
(viste da davanti),
profili uguali
(viste di lato),
mangiavano
lo stesso cibo,
bevevano la stessa
bevanda,
suonavano
la stessa musica,
ballavano
lo stesso ballo,
si ammalavano
della stessa malattia,
si raccontavano
la stessa barzelletta,
dicevano
la stessa parolaccia,
coltivavano
lo stesso fiore,
inseguivano
la stessa farfalla,
e, soprattutto,
accarezzavano
lo stesso sogno:
il sogno
di qualcosa
di DIVERSO,
finalmente,
che spezzasse
la monotonia
di quella vita
sempre
UGUALE,
in cui nessuno
si distingueva
da nessuno
o faceva mai
alcunché
di originale.
Un giorno,
in quel
triste paese,
arrivò
una strana farfalla
multicolore:
era viola
a pallini blu,
con screziature dorate,
striscioline
lilla
e iridescenze
color petrolio.
Di notte, poi,
si illuminava
tutta e, volando,
sembrava proprio
un lampioncino
acceso.
"E' un mostro!"
gridarono tutti
lì per lì,
terribilmente
spaventati.
"Chissà da dove
è venuta!"
"Bisogna  ucciderla!"
Ma poi capirono
che quella
temeraria
ALIENA
era venuta
direttamente
dai loro
SOGNI.

(Lucio Angelini)

P.S. AGGIORNAMENTO: mi è stato appena chiesto se "L'aliena" sia dedicata a Oriana Fallaci. Ehm... no, a dire il vero...

[iMMAGINE DA http://www2.globetrotter.net/astroccd/ftp/guij/nebuleuse/img/butterfly.jpg ]

postato da: Lioa alle ore 06:45 | link | commenti (8)
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giovedì, settembre 14, 2006

IL PIACERE DI PRANZARE AL RISTORANTE

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"Un grande progetto era stato messo in cantiere e presero accordi con il proprietario del ristorante per dare da mangiare a trentadue operai tutti i giorni per tre mesi... [cut]... ci volle qualche giorno perché riuscissimo a lavorare ad un certo ritmo. Fabietto, un ragazzo di Catania, continuava a sputare nei piatti degli operai della metroploitana e si dispiaceva di non avere malattie da regalargli. Una volta Alfredo, il proprietario, lo vide e disse che se ci vedevano potevamo anche chiudere baracca. Gli disse che se proprio doveva sputare nei piatti, era meglio farlo nella pentola con l'acqua calda mentre bolliva la pasta, in maniera che non si vedessero i fili della saliva. E così Fabietto dosava sale e sputo nella pentola degli operai della metropolitana. Si capiva quando stava per sputare. Faceva un lavoro di gola e di mascella per un paio di minuti, per raccogliere bene il succo velenoso che c'aveva sotto alla lingua. Poi tirava su col naso per riempirsi i polmoni d'aria e sputava una secchiata di saliva nella pentola. Capelli Storti invece era un ragazzo di Cosenza e aveva un altro modo per omaggiare gli operai della metropolitana... [cut]... si passava le posate e i bicchieri sotto le palle prima di portarle a tavola. Fabietto gli diceva che era una stronzata e che dava poca soddisfazione e allora Capelli Storti lo invitò a provare. Gli mostrò qual era la procedura precisa. Si calò pantaloni e mutande e si spostò l'uccello. Il sacco scrotale di Capelli Storti era una manciata di pelle appesa immersa in un folto ciuffo di peli neri. La pelle delle palle restava appiccicata all'inguine, e se si stava in silenzio si sentiva distinto il rumore che si faceva nello staccarla. Lui se la spostò con delicatezza e poi ci passò l'orlo di un bicchiere tutt'intorno. La pelle aderiva a ventosa sul vetro lasciando delle impronte vistose che sembravano scie. Porse il bicchiere a Fabietto e l'invitò ad annusare. 'Cristo' disse Fabietto, 'ma è uno schifo', e corse a sputare qualcosa nella pentola degli operai della metropolitana."

(da "Seppellitemi con l'accappatoio" di Hotel Messico, Unwired Media/Scrittomisto edizioni), pp.29-30.

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mercoledì, settembre 13, 2006

COSE SOVRANAMENTE INUTILI

All'inizio di "Caos calmo" Sandro Veronesi strizza l'occhio al grande Omero, e in particolare all'appassionante "catalogo delle navi" del II libro dell'Iliade. Non cade nel tranello, tuttavia, di sciorinarci un facile catalogo delle tavolette da surf, preferendo cimentarsi in un suo breve, ma non per questo meno folgorante catalogo di "cose sovranamente inutili" apprese in giovinezza. Cito:

"Abbiamo dato lo spettacolo di chi è stato giovane anche lui, e per un breve periodo ha creduto che certe forze potessero veramente prevalere, e in quel periodo ha imparato a fare un sacco di cose che in seguito si sono rivelate sovranamente inutili, tipo suonare le congas, o rotolare una moneta tra le dita come David Hemmings in Blow Up, o rallentare il battito cardiaco per simulare un attacco di bradicardia e venire riformati al servizio militare, o ballare lo ska, o rollare le canne con una mano sola, o tirare con l'arco, o la meditazione trascendentale, o, per l'appunto, il surf..."

(da Veronesi, Caos calmo. Bompiani Editore)

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martedì, settembre 12, 2006

LE TORRI GEMELLE SULLO SFONDO

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Ciao Lucio,
è stato bello seguire la Mostra del cinema leggendoti.
 
Riguardando la tua pagina sulla rivoluzione a.sessuale mi sono ricordat* di un articolo di Sofri letto quest'estate: "L'energia dell'odio". Citava un saggio di Guenther Anders e faceva notare che in una nota l'autore paragona il "killing without hate", l'uccidere senza odio, al contemporaneo "fucking without love".
 
Ho ripensato a lungo al tema e credo che allontanarsi dal turbinio degli incontri vuoti e senza prospettiva sia l'unico modo per non farsi travolgere da tanta superficialità. Ogni singolo individuo da solo ha pochissima forza per cambiare il mondo, o comunque per modificare certi stupidi comportamenti, però può almeno provare a mettere una distanza tra lui e le cose che lo fanno soffrire.
(Lettera firmata)
--
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lunedì, settembre 11, 2006

LE EROINE DELL'ESTATE

hina
Confesso che da piccolo, quando andavo al catechismo, trovavo particolarmente sospetto l'episodio di Abramo e Isacco. "Può mai essere - si chiedeva la mia giovane mente - che Dio bluffi in modo così crudele? Che si  finga desideroso del sacrificio di un innocente e poi esclami: 'Maddai, scherzavo! Era solo  per metterti alla prova!'?"

Sì, ero piccolino, ma già sentivo che non avrei mai accettato alcuna idea di un Dio di tal fatta, di un Dio amante dello spargimento di sangue.
"Fossi stato io Abramo", mi dicevo anzi, "Gli avrei risposto: 'Eh no, caro Dio, mio figlio non si tocca. C'è un limite a tutto, anche al rispetto delle gerarchie. La mia coscienza non ci sta'."
Sì, insomma, la storia di Abramo e di Isacco mi puzzava di falso lontano un  miglio. Mi parevano tutte balle architettate per inculcare l'idea di disciplina. "Chissà poi come sarà il vero Dio", mi domandavo, "e che cosa penserà di tutte queste antropomorfizzazioni sparse sul Suo conto!"

Sacrificio d'Isacco
(Eb 11:17-19; Gm 2:21-23)(Gv 3:16; 1Gv 4:9-10)

!1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abraamo e gli disse: «Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». 2 E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò». 3 Abraamo si alzò la mattina di buon'ora, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per l'olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. 5 Allora Abraamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi». 6 Abraamo prese la legna per l'olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. 7 Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: «Padre mio!» Abraamo rispose: «Eccomi qui, figlio mio». E Isacco: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov'è l'agnello per l'olocausto?» 8 Abraamo rispose: «Figlio mio, Dio stesso si provvederà l'agnello per l'olocausto». E proseguirono tutti e due insieme. 9 Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abraamo costruì l'altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio, e lo mise sull'altare, sopra la legna. 10 Abraamo stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. 11 Ma l'angelo del SIGNORE lo chiamò dal cielo e disse: «Abraamo, Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». 12 E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo».

Leggo su Wikipedia:

"Il patriarca biblico, col nome di Ibrahim (???????), è considerato un monoteista (hanif ) ante-litteram dall'Islam e, come tale, fu sommamente venerato dal profeta Maometto (Muhammad). La sua perfetta "islamicità" consiste nel suo celere ubbidire, senza remora alcuna, all'ordine divino di sacrificare il proprio figlio (le tradizioni islamiche si dividono sul nome del figlio, se Isacco/Israele o Isma'il), cosa che lo rendeva un perfetto esempio di muslim, cioè "assoggettato a Dio".

Ho ripensato a tutto questo nel mese di agosto, il giorno in cui il padre della povera Hina Saleem ha tagliato la gola alla figlia per compiacere il proprio Dio. Hina, a suo dire, si era resa colpevole di leso islamismo, di voler addirittura vivere all'occidentale. E di nuovo mi sono detto: "Figuriamoci se Dio o Allah o comunque lo si voglia chiamare, potrebbe mai compiacersi di uno sgozzamento, di un padre che squarcia la gola alla figlia!" E di nuovo ho borbottato: "Chissà poi come sarà il vero Dio [ammesso che esista:-)], e che cosa penserà di tutte queste crudeli leggende metropolitane fatte circolare sul Suo conto!"

Ha scritto Michele Serra su Repubblica il giorno di ferragosto:
"Ai martiri della libertà si intitolano le strade. Se ne intitoli una, per favore, a HINA SALEEM, la ragazza indo-pakistana ammazzata dai maschi di famiglia, nel Bresciano, perché aveva rifiutato un matrimonio combinato e voleva sposare un italiano divorziato... siamo con Hina, siamo contro suo padre. Se abbiamo ancora qualcosa da dire, nel guazzabuglio caotico e insanguinato del mondo, è che amiamo la libertà concreta, la libertà fisica delle persone. Che nessuna legge religiosa, nessun tabù sociale può permettersi di possedere una persona più di quanto questa persona possieda se stessa e la propria vita. Proprio perché questo principio è difficile da spiegare a comunità che antepongono la morale famigliare e la legge religiosa ai diritti individuali, bisogna che lo si applichi con estrema forza e convinzione. Il conflitto di civiltà, che per tanti versi è solo il pretesto propagandistico per i signori della guerra di tutte le latitudini, è invece una questione vera, e cocente, quando si tratti di convivere con comunità che conoscono solo la legge del Padre. Questo dobbiamo saperlo, e non possiamo illuderci che sia un conflitto incruento. La nostra legge è per tutti. Ed è, qui in Italia, la sola che vale. Chi non la riconosce, la impari o se ne vada."

La seconda eroina dell'estate è, ovviamente, Natascha Kampusch, rapita decenne nel marzo 1998 a Vienna mentre andava a scuola a piedi ed "educata" dal suo rapitore, che si sentiva un Dio nei suoi confronti, alla totale  sottomissione. Ma Natascha, nel claustrofobico sotterraneo in cui il suo rapitore Wolfgang Priklopil la costringeva a vivere chiamandolo GEBIETER, ("maestro"), non ha mai smesso di sognare la libertà. E un pomeriggio d'agosto di otto anni dopo, approfittando di un momento di distrazione del suo carceriere, ha guadagnato di corsa l'uscita e ha finalmente impartito lei, al suo Gebieter,  l'unica vera lezione possibile per noi umani: "Ama la tua libertà, ma non dimenticarti che essa finisce laddove comincia quella degli altri".

Evviva Hina e Natascha, dunque, eroine dell'estate. Abbasso tutti gli Dei e gli Uomini che chiedono sangue, abbasso tutte le religioni, fedi, credenze che attribuiscono a Dio tali miserabili istinti umani. Abbasso quel maledetto impulso che spinge l'uomo ad asservire i propri simili, cantando agli ingenui e agli  ignoranti il vecchio ritornello: Dio lo vuole, Dio è con Noi, Got Mit Uns, Il lavoro rende liberi, e blablablà e blablablà e blablablà.
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sabato, settembre 09, 2006

STRAUB-HUILLET A VENEZIA

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"Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo" non è solo il titolo dell'ultimo libro di Aldo Busi, ma anche il commento del 90% degli spettatori all'uscita dal film "Quei loro incontri" di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Ed effettivamente il film è adatto ad appena un 10%, forse anche meno, di una platea normale. Come dire che richiede un certo retroterra letterario...
L'idea di Straub-Huillet è stata questa: hanno preso gli ultimi cinque "Dialoghi con Leucò" di Cesare Pavese (non facili di per sé), li hanno fatti recitare da attori non professionisti con inflessioni dialettali, raccomandando loro di restare perfettamente immobili contro gli sfondi agresti selezionati. Hanno stemperato il tutto con spruzzatine di suoni naturali (cinguettii di uccelli, stormire di frondi, mormorii di ruscelli) e oplà, ecco pronto il film per la mostra del cinema di Venezia.
Sicuramente si tratta di un'opera ascetica, coraggiosa, provocatoria. Il mio amico Pugliese ha parlato di un "cinema letterario ma 'antinarrativo', quasi un anti-cinema di affascinante e primordiale bellezza, strenuamente minoritario e quindi necessario, almeno quanto può esserlo un'utopia".
Un signore del pubblico, invece, ha gridato: "Aridatece la corazzata Potemkin!".
Straub e Huillet non sono venuti a Venezia per motivi di salute, in compenso hanno mandato l'ormai famosa lettera in tre "atti" che è stata letta dall'attrice Maddalena  Daddi. Lo scritto si concludeva con la battutaccia: "Finché ci sarà il capitalismo imperialistico americano, non ci saranno mai abbastanza terroristi al mondo", poco in linea con lo spirito di Assisi.  Pare che nemmeno a Oliver Stone sia piaciuta granché:-)
 
Sono le cinque del mattino. Sto per partire per la valle Aurina, dove mi attende la Vetta d'Italia. Fino a domani sera, quindi, non saprò chi avrà vinto il Leone d'Oro. Statemi bene. Vi lascio un regalino qui: www.carmillaonline.com
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venerdì, settembre 08, 2006

IVAN VYRYPAEV A VENEZIA

 Ivan Vyrypaev
 
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Ieri ero incerto se vedere "L'intouchable" di Benoit Jacquot o "Ejiforija" di Ivan Vyrypaev. Intanto scorrevo l'articolo di Cotroneo "Io stroncatore pentito ma non troppo" ripreso in Lipperatura, e in particolare il passo: "... stroncare non fa bene a chi stronca. E non fa bene a chi è stroncato. Perché bisogna intendersi sul significato della parola stroncatura. La stroncatura non è un parere negativo su un libro o un film. La stroncatura è un parere estremo, radicale, che tende il più delle volte a ridicolizzare e a schernire il lavoro di uno scrittore, di un regista o di un poeta. Lo stroncatore è amato, troppo spesso, da quelli che non riescono a pubblicare, da quelli che vorrebbero scrivere dei libri e non hanno il coraggio di farlo, da quelli che ritengono il mondo delle lettere, o del cinema, o di quello che volete, un mondo chiuso, sostanzialmente mafioso, dove non si può entrare se non per cooptazione. E dove non ci sono meriti ma soltanto privilegi. Il lettore di stroncature, l’entusiasta delle stroncature, è di solito un frustrato che manda avanti i critici più radicali in vece sua, che si sente vendicato e rappresentato da qualcuno che, coltello tra i denti, entra nella cittadella fortificata degli intellettuali e del mondo culturale, e comincia a tagliare gole, e a seminare distruzione. Il lettore di stroncature è il pubblico che assiste all’esecuzione pubblica di un condannato alla ghigliottina, e applaude."
 
Ma torniamo al nostro Intoccabile. Di esso Roberto Pugliese, il mio stroncatore di fiducia,  aveva scritto sul Gazzettino: "La presenza di 'L'intouchable' di Benoit Jacquot è un piccolo giallo. Dunque: una giovane attrice con problemi a girare scene di nudo (al contrario della protagonista Isild Le Besco) parte per l'India per ritrovare il suo vero padre, girovaga per Benares (con le comparse che guardano la macchina), fa qualche incontro (due gay, una suora...), assiste ad una cremazione e ad un matrimonio vestita in sari, ritrova il padre, si guarda bene dal farsi conoscere e torna fra le braccia del suo amante-regista senza raccontargli nulla. Spudoratamente Jacquot si appella all'essenzialità rosselliniana per un simile, inerte sciocchezzaio multietnico. Ecco il giallo: chi ha selezionato questo film per il concorso? E, di grazia, perché?"
 
"Sciocchezzaio multietnico...!", mi sono ripetuto. "Vuoi vedere che - niente niente - quel gran mattacchione di Pugliese voleva stroncare il film?":- )
 
Con il secondo film, tuttavia, Pugliese era stato più tenero: "Alle emozioni forti mira il 32enne esordiente siberiano Ivan Vyrypaev, autore che malgrado l'estrazione teatrale denota con il suo stringatissimo "Euphoria" un impeto visivo e sensoriale primordiale e di raro vigore. La sua è una tragedia di pulsioni elementari su sfondi elementari: passione, sesso, gelosia e morte fra le distese sconfinate e maestose della steppa, dove la giovane Vera, maritata al violento Valerji, tenta una fuga impossibile con il giovane e innamoratissimo Poscha, prima che i due vengano raggiunti dal marito e uccisi barbaramente. Ci sono, però, in questa sorta di 'Ossessione' con il Don al posto del Po, due protagonisti assoluti in più: il paesaggio, che Vyrypaev filma quasi con accanimento possessivo, planando con la steadycam su strade e orizzonti interminabili, fra il sole cocente e piogge battenti, acqua e cielo, in un tempo sospeso; e la musica, esasperatamente in primo piano, del fisarmonicista 25enne Aidar Gainullin, imperniata su una serie di abili variazioni intorno a un unico, lacerante tema, deputato a scandire in modo incalzante e ineluttabile il destino dei due giovani. Vyrypaev si rivela regista istintivo ma anche 'studiato' e accorto, persino un po' troppo per firmare un'opera prima".
 
Voi quale dei due film avreste scelto?
"Vada per l'euforia", mi sono detto alla fine. Però, all'uscita dal cinema, non è che fossi poi così euforico... sapete com'è... la potenza evocativa delle immagini:-)
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giovedì, settembre 07, 2006

GIANNI AMELIO A VENEZIA

amelio
"Molti anni fa un ragazzo genovese di tredici anni, figliuolo d'un operaio, andò da Genova in America, da solo, per cercare sua madre.
 
Sua madre era andata due anni prima a Buenos Aires, città capitale della Repubblica Argentina, per mettersi al servizio di qualche casa ricca, e guadagnar così in poco tempo tanto da rialzare la famiglia, la quale, per effetto di varie disgrazie, era caduta nella povertà e nei debiti. Non sono poche le donne coraggiose che fanno un così lungo viaggio per quello scopo, e che grazie alle grandi paghe che trova laggiù la gente di servizio, ritornano in patria a capo di pochi anni con qualche migliaio di lire. La povera madre aveva pianto lacrime di sangue al separarsi dai suoi figliuoli, l'uno di diciott'anni e l'altro di undici; ma era partita con coraggio, e piena di speranza. Il viaggio era stato felice: arrivata appena a Buenos Aires, aveva trovato subito, per mezzo d'un bottegaio genovese, cugino di suo marito, stabilito là da molto tempo, una buona famiglia argentina, che la pagava molto e la trattava bene. E per un po' di tempo aveva mantenuto coi suoi una corrispondenza regolare. Com'era stato convenuto fra loro, il marito dirigeva le lettere al cugino, che le recapitava alla donna, e questa rimetteva le risposte a lui, che le spediva a Genova, aggiungendovi qualche riga di suo. Guadagnando ottanta lire al mese e non spendendo nulla per sé, mandava a casa ogni tre mesi una bella somma, con la quale il marito, che era galantuomo, andava pagando via via i debiti più urgenti, e riguadagnando così la sua buona reputazione. E intanto lavorava ed era contento dei fatti suoi, anche per la speranza che la moglie sarebbe ritornata fra non molto tempo, perché la casa pareva vuota senza di lei, e il figliuolo minore in special modo, che amava moltissimo sua madre, si rattristava, non si poteva rassegnare alla sua lontananza...
[cut]...
La malata dilatò gli occhi.
 
- Preparatevi, - proseguì la padrona, - a vedere una persona... a cui volete molto bene.
 
La donna alzò il capo con un scatto vigoroso, e cominciò a guardare rapidamente ora la signora ora l'uscio, con gli occhi sfolgoranti.
 
- Una persona, - soggiunse la signora, impallidendo, - arrivata or ora... inaspettatamente.
 
- Chi è? - gridò la donna con una voce strozzata e strana, come di persona spaventata.
 
Un istante dopo gittò un grido altissimo, balzando a sedere sul letto, e rimase immobile, con gli occhi spalancati e con le mani alle tempie, come davanti a un'apparizione sovrumana.
 
Marco, lacero e polveroso, era là ritto sulla soglia, trattenuto per un braccio dal dottore.
 
La donna urlò tre volte: - Dio! Dio! Dio mio!
 
Marco si slanciò avanti, essa protese le braccia scarne, e serrandolo al seno con la forza d'una tigre, scoppiò in un riso violento, rotto da profondi singhiozzi senza lagrime, che la fecero ricader soffocata sul cuscino.
 
Ma si riprese subito e gridò pazza di gioia, tempestandogli il capo di baci: - Come sei qui? Perché? Sei tu? Come sei cresciuto! Chi t'ha condotto? Sei solo? Non sei malato? Sei tu, Marco! Non è un sogno! Dio mio! Parlami! - Poi cambiando tono improvvisamente: - No! Taci! Aspetta! - E voltandosi verso il medico, a precipizio: - Presto, subito, dottore. Voglio guarire. Son pronta. Non perda un momento. Conducete via Marco che non senta. Marco mio, non è nulla. Mi racconterai. Ancora un bacio. Va. Eccomi qui, dottore.
 
Marco fu portato via. I padroni e le donne uscirono in fretta; rimasero il chirurgo e l'assistente, che chiusero la porta.
 
Il signor Mequinez tentò di tirar Marco in una stanza lontana; ma fu impossibile; egli parea inchiodato al pavimento.
 
- Cosa c'è? - domandò. - Cos'ha mia madre? Cosa le fanno?
 
E allora il Mequinez, piano, tentando sempre di condurlo via: - Ecco. Senti. Ora ti dirò. Tua madre è malata, bisogna farle una piccola operazione, ti spiegherò tutto, vieni con me.
 
- No, - rispose il ragazzo, impuntandosi, - voglio star qui. Mi spieghi qui.
 
L'ingegnere ammontava parole su parole, tirandolo: il ragazzo cominciava a spaventarsi e a tremare.
 
A un tratto un grido acutissimo, come il grido d'un ferito a morte, risonò in tutta la casa.
 
Il ragazzo rispose con un altro grido disperato: - Mia madre è morta!
 
Il medico comparve sull'uscio e disse: - Tua madre è salva.
 
Il ragazzo lo guardò un momento e poi si gettò ai suoi piedi singhiozzando: - Grazie dottore!
 
Ma il dottore lo rialzò d'un gesto, dicendo: - Levati!... Sei tu, eroico fanciullo, che hai salvato tua madre."
(De Amicis, "Dagli Appennini alle Ande" in "Cuore")
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Che furbetto, Gianni Amelio. Ha preso il racconto "Dagli Appennini alle Ande" di De Amicis, ha apportato qualche cambiamento (l'operaio manutentore Castellitto al posto del piccolo Marco, la Cina al posto dell'America Latina, la ricerca di un altoforno al posto della mamma), poi, per sviare i sospetti, ha dichiarato di essersi ispirato a un libro di Ermanno Rea e se ne è venuto bel bello alla mostra del cinema di Venezia con il comunque deamicisiano "La stella che non c'è":- )
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mercoledì, settembre 06, 2006

TSAI MING-LIANG A VENEZIA

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Nei festival del cinema, si sa, il vero cinefilo si distingue perché al cinema occidentale tradizionale, scioccamente narrativo, preferisce senz'altro il nuovo cinema del Burundi, o della Corea del Nord, o delle isole Figi. La critica è tutta con lui. Nel primo caso parla di "cinema della chiacchiera, del fracasso, della banalità", nel secondo di "potenza evocativa delle immagini". E' successo anche con "Hei yanquan" ("Non voglio dormire da solo"), del regista malese Tsai Ming-Liang. Il film non ha bisogno di essere tradotto in nessuna lingua, perché il dialogo è totalmente assente. Si vedono visi catatonici, corpi sofferenti, mani che li lavano con rituale, ipnotica lentezza. Dopo circa due ore di potenza evocativa delle immagini, finalmente un omaggio a Chaplin. La canzone "Eternamente" dal film "Luci della ribalta", che in italiano faceva "Dovunque tu sarai, con te sarò. Dovunque tu vivrai, con te vivrò... " ma in malese parla di primavera in cui gli orioli (così nei sottotitoli) tornano a cantare. Lo spettatore medio (cinofilo) si rompe tremendamente i coglioni, quello più raffinato (cinefilo) si fa impagabili seghe con la potenza evocativa delle immagini.

P.S. Ho scherzato. Il film è bellissimo. Ci ha una potenza evocativa delle immagini da restarci secchi:-)
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martedì, settembre 05, 2006

"WORLD TRADE CENTER" A VENEZIA

Straccamente sono andato a vederlo, straccamente l'ho retto fino alla fine, ma solo tra smascellanti sbadigli. Per carità, la tragedia fu enorme e quando  le Twin Towers si afflosciarono su se stesse l'11 settembre 2001 il mondo intero "attonito al nunzio (e alle immagini teletrasmesse) stette". Per carità, solo 20 persone furono tirate fuori vive da sotto le macerie, e fra queste il sergente di polizia della Port Authority John McLoughlin e l'ufficiale Will Jimeno, poi etichettati coi numeri 18 e 19.  Per carità, "World Trade Center" è la loro storia, raccontata attraverso gli occhi di Jimeno, McLoughlin e delle loro famiglie, ma più il claustrofobico film di Oliver Stone si sforza di farci esclamare ad ogni sequenza "Accidenti, quanto si soffre a stare là sotto!", con i protagonisti che continuano a gridarsi l'un l'altro "It's OK, it's OK. It's gonna be all right!", meno ci si immedesima nella loro vicenda. E sì che lo scopo del regista è nobile e condivisbile: spingere a confidare in quella bontà che a sua volta spinge alcuni uomini ad occuparsi in positivo di altri uomini, mentre - parallelamente - alcuni altri uomini ce la mettono proprio tutta a peggiorare la permanenza di altri esseri umani su questa terra...

Che volete, quando un film non acchiappa, non acchiappa, anche se il regista l'ha girato con le migliori intenzioni e si chiama Oliver Stone. Questo, almeno, è il mio modestissimo parere.

A proposito di uomini che ce la mettono proprio tutta a peggiorare la permanenza di altri uomini su questa terra, sentite questa notizia che, da appassionato della montagna, mi ha fatto ardentemente desiderare di peggiorare la permanenza su questa terra degli irresponsabili idioti che ne sono al centro:

LANCIO DI SASSI DAI LASTONI DI FORMIN

San Vito di Cadore (BL), 02-09-06
Un gruppo di escursionisti, 4 papà con i loro 7 figli, ha assistito ad un lancio di sassi dall'alto del Lastoni di Formin. La comitiva, che si trovava in prossimità di forcella Ambrizzola verso le 11.30, diretta a forcella Giau, ha sentito cadere delle pietre dalla parete. Alzando lo sguardo ha visto 6-7 alpinisti che stavano arrampicando in diverse cordate e dalla cima due persone che lanciavano sassi, si ritraevano e continuavano a far cadere le pietre, mentre gli alpinisti impegnati nella salita gridavano di smettere. Uno degli escursionisti ha subito chiamato il 118, che ha allertato i carabinieri e una squadra del Soccorso alpino della Stazione di Cortina. La parete ha vie di quarto, quinto grado, ma la cima del Lastoni si raggiunge facilmente lungo il sentiero. La sassaiola è proseguita per oltre 10 minuti, ma i responsabili, che hanno avuto tutto il tempo di allontanarsi, non sono stati individuati.
(Servizio di Michela Canova).

Certo, un episodietto minimo rispetto all'immane tragedia di September Eleven, ma il succo è lo stesso: c'è chi usa le proprie energie per contribuire al miglioramento del mondo e c'è chi le usa per peggiorarlo...

Speriamo solo che, alla lunga, prevalgano le forze del bene:-)

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lunedì, settembre 04, 2006

ELISABETTA II A VENEZIA

 

Scriveva Laura Putti su "La Repubblica" del 1° settembre, a proposito dell'attore Toby Jones e della sua interpretazione di Truman Capote in "Infamous":
"Incredibile come al mondo ci siano ben DUE persone in grado non solo di interpretare, ma di DIVENTARE un uomo così assolutamente speciale come lo scrittore americano". Il riferimento, ovviamente, è all'altro clone di Capote, l'attore Philip Seymour Hoffman che proprio per la sua
interpretazione del "Capote" di Bennet Miller ricevette l'Oscar qualche mese fa.

Ebbene, per la serie "Il trionfo dei cloni a Venezia", ieri me ne sono cuccato un altro: l'attrice Helen Mirren, che, dopo aver vinto un Emmy per la sua interpretazione della regina Elisabetta I, si candida a vincere chissà quanti e quali altri premi per la sua interpretazione di Elisabetta II (l'attuale regina d'Inghilterra), nel notevole film di Stephen Frears "THE QUEEN".  Come ormai è noto, l'opera di Frears è incentrata su quel settembre 1997 in cui la tragica morte della principessa Diana ("regina di cuori") scatenò un lutto pressoché planetario. Mai Elisabetta II fu odiata come in quel frangente, allorché si ostinò per giorni a considerare l'evento una faccenda meramente privata della famiglia Spencer, fino a che il ministro Tony Blair riuscì a convincerla a tornare da Balmoral a Londra, mostrarsi in pubblico e "rappresentarsi" (ad uso e consumo dei media) mentre ascoltava il dolore della gente.

Il film di Frears compie una specie di miracolo: ci rende Elisabetta II irresistibilmente simpatica proprio evidenziandone il disincanto e l'algore di fronte agli isterismi popolari e all'esibizionismo di massa dei sentimenti. Ha scritto Natalia Aspesi: "Helen Mirren è una Elisabetta II magnifica per dignità, lieve arroganza, intuito, autorità, sperdimento davanti all'infrangersi di ogni tradizione e sicurezza. La somiglianza, impressionante, non è data tanto dalla grigia e dura pettinatura, dai grandi occhiali, da quel camminare sgraziato, dalle mani appoggiate al grembo che paiono immobili e invece continuano a tormentare gli anelli: è la voce senza emozioni, è il labbro superiore che appena si alza, è lo sguardo fermo, distante... "

E Roberto Pugliese del Gazzettino: "Una Helen Mirren sbalorditivamente identificata con il personaggio".

Per contro, antipatico, calcolatore e necrofago ci appare il primo ministro Tony Blair, che negli stessi giorni godette della massima simpatia popolare proprio perché pianse in pubblico la scomparsa della "principessa del popolo" (definizione, peraltro, ideata dal suo ghost writer).

Attentissimo e numeroso il pubblico in campo San Polo (proiezione in Esterno Notte), in parte stregato dagli spezzoni documentari evocanti la vera lady D (niente cloni, per lei), in parte sorpreso e commosso dall'umanissima disumanità (se mi è consentito l'ossimoro) di Elisabetta II. Il suo clone Helen Mirren ne rende in maniera magistrale i comandamenti interiori: mai esternare le proprie emozioni, mai perdere il controllo di sé, mai darsi in pasto ai media...

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sabato, settembre 02, 2006

TRUMAN CAPOTE A VENEZIA

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Anche per quest'anno, al festival del cinema di Venezia, abbiamo la nostra brava "Brokeback Mountain" (luogo dello spirito, diceva il regista). E' nel film "Infamous", il secondo - nel giro di poco tempo - su Truman Capote e la genesi di "A sangue freddo", che da un lato sancì la sua fortuna commerciale e letteraria, dall'altro gli sconvolse per sempre la vita.
 
In breve: un efferato e ben reale fatto di cronaca (un quadruplice omicidio nel Kansas) ne provoca uno letterario, ovvero il romanzo-verità "A sangue freddo", di Truman Capote > a sua volta il fatto letterario ne provoca uno cinematografico (questo film), in cui l'equilibrio tra fiction e faction, biografia e leggenda è più precario che mai. Nell'opera del regista Douglas Mc Grath la storia d'amore tra lo scrittore Truman Capote (qui gnomo particolarmente contraddittorio e grottesco, ora cinicamente tenero, ora teneramente cinico) e il detenuto Perry Smith (artistizzato e umanizzato al massimo) si fa caliente, mooolto caliente... con lungo e appassionato bacio in bocca tra i due in una già famosa scena. Per fortuna, alla fine, nei titoli di coda si spiega che non tutte le vicende narrate nel film sono da intendersi come reali...
Se Giuseppe Genna, giurato nella sezione 'Orizzonti' (cui il film appartiene) si sarà commosso al punto giusto, il premio a questa suggestiva opera sul mio scrittore di culto non lo toglierà nessuno:-)
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venerdì, settembre 01, 2006

GLI INVESTIGATORI NON ESISTONO

(Josh Hartnett)
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Ieri sera, assistendo alla proiezione di "The Black Dahlia" di Brian De Palma in campo San Polo (Esterno Notte del Festival del cinema di Venezia), non ho potuto non ripensare a quanto appena letto in www.carmillaonline.com il 29 agosto scorso: un vecchio articolo (1966) di Gilles Deleuze intitolato: FILOSOFIA DEL NOIR

Questa la parte che - nella mia ingenuità - più mi ha impressionato:

"Malraux aveva detto l'essenziale nella sua prefazione alla traduzione di Santuario: «Faulkner sa molto bene che gli investigatori non esistono, che la polizia non dipende né dalla psicologia né dalla perspicacia, ma dalla delazione; e che non sono Moustache o Tapinois, modesti pensatori di Quai des Orfèvres, a catturare gli assassini in fuga, quanto piuttosto la polizia ordinaria...». La Série Noire fu principalmente un adattamento per il grande pubblico di Santuario (lo testimonia Niente orchidee di Chase) e una generalizzazione della prefazione di Malraux...[cut]... Ma con la Série Noire il romanzo propriamente poliziesco è morto. Senza dubbio, nella massa di questa collana, molti libri si accontentano di cambiare l'aspetto esteriore dell'investigatore (renderlo bevitore, erotico, agitato), ma ne conservano la vecchia struttura: designazione sorprendente d'un colpevole inatteso, tutti i personaggi riuniti per la spiegazione conclusiva alla fine del libro – non è qui la novità. La novità, come utilizzo e messa a frutto della letteratura, era principalmente quella di insegnarci che l'attività poliziesca non ha nulla a che vedere con una ricerca metafisica o scientifica della verità. Il laboratorio di polizia non assomiglia alla scienza più di quanto le telefonate del confidente, i rapporti della gendarmeria o le torture non assomiglino ad un discorso metafisico".
 
Invece, in The Black Dahlia (tratto dal romanzo di James Ellroy e da un fatto di cronaca del 1947: il ritrovamento del cadavere squartato di Elisabeth Short, un'aspirante attricetta rimasta vittima del mondo marcio e corrotto di Hollywood) il poliziotto boxeur Bucky (Josh Hartnett) fa appello a tutte le proprie risorse di investigazione psicologica e di perspicacia per ricomporre l'orrendo mosaico dietro il crimine, ed è mosso da una tensione deontologica assolutamente ideale...  "Ah, come sarebbe bello - mi sono detto - se tutti i poliziotti e gli ispettori fossero davvero puri come lui... o meglio, come è lui fino a un attimo prima del finale" :-)
 
P.S.
Ha scritto Roberto Pugliese sul 'Gazzettino': "Un noir a colori funziona raramente... nelle mani di De Palma, sempre tecnicamente eccelso ma stilisticamente svuotato, di nera è rimasta solo la Dalia del titolo... per molti aspetti questo film sembra un repertorio di situazioni sciorinate a tavolino, una sorta di frigido Bignami del noir che incappa in tutte le trappole del genere...".
postato da: Lioa alle ore 07:10 | link | commenti (1)
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