
«Alla domanda diretta se i bambini di Rignano rischino la pena capitale, il diplomatico afgano Muso Datar Tufi ha risposto: "Non penso che ci sarà alcuna esecuzione". Nel rilevare che il processo ai giovani probabili mentitori si svolgerà "molto presto", ha sottolineato: "Non capiamo la simpatia per persone sospettate di impostura. Tutti sanno che i veri responsabili degli atti di pedofilia sono i telebam, ma ci sono domande a cui i bambini di Rignano devono dare delle risposte alle autorità. Ogni cosa verrà alla luce in un processo".» [Dispaccio ANSIMA]
(Immagine da eur.news1.yimg.com/.../

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SONG OF THE VIOLATED CHILD
Non so chi mi violò
magari adesso è morto.
L'infanzia mi rubò
col suo gioco perverso.
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Adesso ho diciott'anni,
parrei equilibrato.
Sono riemerso indenne?
Il trauma ho superato?
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Non so cosa rispondere,
quel viso ho cancellato,
resta soltanto un grido:
"Bua tato! Bua tato!"
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Non so chi mi violò
magari adesso è morto.
L'infanzia non fu più
che un grembiulino sporco.
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Ma il tempo prese a scorrere
dopo essersi fermato:
ormai penso al futuro
parrei equilibrato.
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Sconfitto ho dunque l'incubo?
Lo strappo ricucito?
Così mi dico a volte:
"Forse ne sono uscito!"
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Soltanto in certe notti,
riaffiora la paura:
tendo l'orecchio e ascolto,
il volto trascolora:
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"È lui, lo sento, è qui"
farfuglio disperato,
"Mamma, papà, salvatemi:
bua tato! Bua tato!"

1) «Era notte, una bella notte di primavera, ed eravamo un po’ in affanno, nella redazione romana Einaudi, quando arrivò al computer l’elenco di titoli proposto da Daniele Brolli (scrittore, critico, disegnatore, ex gruppo Valvoline, con Igort Carpinteri Mattotti) per la sua antologia. Era tempo di chiudere il libro. Daniele - gli avevamo chiesto noi di Stile libero, Paolo Repetti e io - forse è il momento giusto, prepara, tu che sai, tu che conosci, una antologia dell’orrore estremo. Era nato dunque così il progetto: come antologia italiana di genere. Poi, a forza di discutere e litigare, di togliere e inserire autori (Daniele all’inizio era un po' sospettoso di Ammaniti, per esempio, poi se ne innamorò), l’antologia prese forma, e fu sempre più cosa comune. Il genere era sempre meno importante, importante era la forza genuina, l’energia dei testi. Alla fine, la sentivamo. Sentivamo il libro come una creatura viva. Ma si chiamava ancora… Spaghetti splatter. Questo era il titolo di prenotazione, quello che gli eventuali storici delle minime cose editoriali troveranno nei "copertinari" Einaudi. Non ci piaceva tanto, ma sapevamo che un titolo sarebbe venuto. In genere, arrivano all’ultimo minuto. E quella notte arrivò, con gli altri proposti da Daniele. Quando leggemmo ad alta voce Giovani cannibali, Gioventù cannibale, ci guardammo: era lui. Chiudemmo il libro così. Non sapevamo che cosa sarebbe accaduto, ma eravamo assolutamente certi che non sarebbe accaduto nulla con Spaghetti splatter. (Che poi quell’aggettivo, cannibale, venisse da lontano, dagli anni e dai fumetti di Andrea Pazienza - siamo una generazione cannibale - è anche possibile)... ». Eccetera.
[Severino Cesari sul n. 407, del marzo 2002, del Magazine Littéraire, poi qui: http://www.carmillaonline.com/archives/2003/06/000283.html ]
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2) «Ci abbiamo messo dieci anni abbondanti per toglierci dai coglioni i giovani cannibali, che nel frattempo, arrivati agli “anta” - invece di mettere a ferro e fuoco il mondo, come proclamavano dalla quarta di copertina della funesta antologia - siedono beati sui divani delle riviste patinate e cenano in smoking al Ninfeo, rischiando pure di vincere lo Strega. Chissà invece quanto impiegheremo, in questi mala tempora di post-moccismo a digerire la triade Piperno-Saviano-Colombati somministrataci a dose massicce da un simpatico critico letterario che con raro senso della misura ha detto che Giorgio Faletti (uno che al massimo poteva fare il ghost-writer del Francesco Salvi di C'è da spostare una macchina) è il più grande scrittore italiano vivente…»
[Luigi Mascheroni, Il Domenicale, ripreso qui: http://satisfiction.blog.kataweb.it/satisfiction/ ]
"Hai una bella casa, grande, ma che ci fai? A che ti serve se non dai ogni tanto qualche festa?" chiede la ventottenne Clara al compagno quasi cinquantenne Silver, nel racconto "Camere e stanze", il primo dei sette della raccolta "Dove credi di andare" di Francesco Pecoraro (aka il blogger Tashtego di www.tashtego.splinder.com ).
"Negli ultimi vent'anni quella casa per lui era stata una specie di capsula temporale. Aveva significato l'internità, una sorta di carapace chiuso di fronte all'esternità inutile e minacciosa del mondo. Questo, da sociologo dello spazio, era in grado d formularlo chiaramente: in fondo la città non è che un sistema complesso ed esteso di camere e stanze. Quando faceva lezione diceva ai suoi studenti che noi percepiamo il mondo esattamente ed esclusivamente così: per camere e stanze, per unità e singolarità spaziali in una successione, anzi in un sistema di luoghi. Una caletta tra gli scogli è una camera, ma lo è anche il golfo di La Spezia o quello di Napoli, per dire"...
"In quella fase della sua vita Silver vedeva la sua casa - ma non lo fa ogni essere umano? - come una sorta di vagone, di pullmann, di roulotte spazio-temporale a bordo della quale attraversare l'esistenza in modo abbastanza confortevole. Racchiusi. Separati. Confortati e riscaldati, all'asciutto. 'Cos'è la casa', diceva a lezione, 'se non un dispositivo di opposizione poetica al mondo?'"
Eccetera.
Ma se all'inizio del racconto la casa di Silver è un piccolo paradiso terrestre, la sua giovane compagna Clara si rivela ben presto la Eva tentatrice della Bibbia.
"Ma guardati: sembri una muffa, non vedi nessuno, mai. Solo e sempre quei soliti quattro amici. È il tuo compleanno. Per i cinquant'anni si fa una festa."
Silver, a malincuore, si lascia abbindolare ed è la fine.
"Tutta la casa pareva invasa... il corridoio era diventato quasi impraticabile: gente appoggiata alle pareti che fumava, si sbaciucchiava, chiacchierava a voce alta, tirava giù volumi dalla libreria che correva lungo tutta una parete... Silver, districandosi a fatica tra la gente, si avvicinò alla porta della stanza da letto. Anche lì nuovi venuti si assiepavano distratti, parlavano, ridevano, fumavano e buttavano le cicche per terra... le ante dell'armadio erano spalancate, i cassetti aperti... molta biancheria era sparsa sul pavimento... Il bagno era pieno di gente che gli dava le spalle, assiepata attorno alla vasca... [dove un uomo si sta inculando una donna, n.d.r.] ... lo studio era pieno... la calca rendeva difficile anche solo vedere il parquet e quelle foto finirono calpestate, come la tartaruga... la doppia porta del soggiorno era spalancata e ingombra di folla... il pavimento tremava sotto il peso di quelli che saltavano... gli invasori parevano non esaurirsi mai. Premevano per entrare... si accalcavano sulle rampe, sedevano sui gradini..."
In un crescendo di folla, volgarità, chiasso, afrori, disordine, l'esternità inutile e minacciosa del mondo irrompe nell'internità e la travolge. Addio carapace, e soprattutto addio pace.
Come può finire il racconto se non con la cacciata di Silver-Adamo dal suo piccolo eden?
Ecco il passo della caduta nel caos originale:
"Il corpo di Silver, che premeva contro la ringhiera della rampa, si sbilanciò, rovesciandosi giù nella tromba delle scale... Era caduto a testa in giù da un'altezza di più o meno tre metri, quasi svenne per il dolore e per la botta al naso. Sanguinava steso a terra... restò buttato lì... nessuno lo soccorse... respirava forte e singhiozzava... Era sfinito, umiliato e quasi sopraffatto dal dolore..."
Sì, ma Clara?
"Alzò lo sguardo e percorse a una a una le finestre dal vetro giallino delle scale di casa sua. Nereggiavano di gente. La più alta, quella dell'ultimo pianerottolo prima della terrazza, era spalancata. Da sotto, nella luce al neon, si poteva scorgere Clara che ancora chiacchierava con quei due."
["Puttana Eva!", esclama a quell'explicit il lettore:-)]

Il bello della breve ferrata Sallagoni cui accennavo nei commenti di ieri è che si sviluppa tutta all'interno di un piccolo canyon. Monica Viola di www.monicaviola.it mi chiedeva come trovarla. Ecco le indicazioni: dal casello autostradale di Rovereto Sud (Modena-Brennero) si prosegue in direzione Lago di Garda, poi, al bivio del paese di Nago, si svolta per Arco-Tn. Dopo l'abitato di Dro, oltre Arco, si taglia a destra verso Drena. Si parcheggia all'altezza di un campetto di tamburello. Una freccia indica da un lato la "passeggiata al castello", dall'altro l'attacco del "sentiero attrezzato Sallagoni".
Inizialmente la ferrata si svolge sulla parete sinistra del canyon. Un cavo e una serie di gradoni in ferro portano all'unico tratto faticoso, quello in cui un'eccessiva esposizione del busto rispetto agli appoggi in ferro dei piedi costringe per 2-
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AGGIORNAMENTO
Dice Valentina in it.sport.montagna: «... superato il ponte e un altro breve tratto attrezzato, sulla sinistra trovi un pietrone con la scritta "castello" e anche il disegnino del castello, dove un sentiero esce dal rio. Proseguendo, invece, diritto, e tenendo il lato destro, dopo alcuni metri la forra continua e su una paretina dell'orrido, con vernice blu è scritto "Sentiero attrezzato Caduti di Nassirija" ["Ohibò", mi sono detto. In zona, peraltro, c'è anche la ferrata Che Guevara..., n.d.r.] . Si prosegue per un altro po' con gradini in ferro senza cavo, alternati a tratti da camminare, per poi risalire un salto di circa tre metri su gradini ed uscire tra i vigneti accanto al depuratore (sigh!) a pochi metri dal castello.»
[Peccato non essercene accorti. Avremmo fatto anche quello.]
Nuovo splendido articolo di Tiziano Scarpa su ilprimoamore.com : "L'egocalisse"
http://www.ilprimoamore.com/testo_445.html
Riporto il paragrafo "Spremuta di io":
"Tutti sanno ormai cosa sono i blog, ma qui vorrei riconsiderarne due caratteristiche: il diarismo e il rapporto singolo-molti. Anche i blog più impersonali sono involontariamente diaristici: snocciolando giorno per giorno articoli, citazioni, rassegne stampa, rivelano un'evoluzione del loro autore, un avvicendarsi dei suoi interessi e dei suoi umori. L'io che ne viene fuori è un addetto al bollettino pubblico di se stesso, un giornalista di sé che fa sapere a tutti come si sente in rapporto al mondo e che cosa gli interessa oggi rispetto a ieri. Visitare un blog equivale a chiedersi: come sta, come si sente stamattina il tal dei tali? In più, la possibilità per i visitatori di commentare il testo pubblicato, provoca spesso un dialogo. Il blogger è chiamato dai commentatori a rendere conto delle parole che ha messo in rete. Si crea così una coda, un ultratesto che prosegue e giustifica il testo rispondendo alle obiezioni: e qui è come se venisse spremuto fuori l'io che se ne stava nascosto nel testo. Nell'ultratesto delle risposte ai commenti, prende forma un io emotivo, permaloso o bonario. Ah: nel frattempo più di cento blogger in Italia hanno pubblicato libri, portando su carta questa esperienza dell'io come effetto dialogico, come risultato di una discussione appassionata. Alcuni di loro sono autobiografi giovanissimi, con Pulsatilla in prima fila (La ballata delle prugne secche, Castelvecchi)..."
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1) Riguardo al "come si sente stamattina il tal dei tali [qui Lucio Angelini]" vi dico subito che mi sento discretamente bene.
2) Riguardo all'ultratesto rappresentato dalle mie risposte ai vostri eventuali commenti: svelti, pelandroni, spicciatevi a commentare la confortante notizia che vi ho appena comunicato sul mio stato di salute.
3) Riguardo al "più di cento blogger in Italia hanno pubblicato libri", invece: ahimè, non è stato il mio caso. O meglio: ho pubblicato libri, sì, ma non ricavati dal mio blog. Non sono nemmeno riuscito a entrare tra i finalisti del Primo Scrittomisto Blog Award (= non ho avuto la pazienza di crearmi centinaia di indirizzi email fasulli attraverso cui auto-inondarmi di voti eccellenti):-)
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A fine articolo Tiziano accenna al caso Rabito:
"Di qualunque età siano i suoi autori, questa nuova narrativa dell'io ha trovato il suo eroe e capitano. A settant'anni Vincenzo Rabito ha raccontato la sua vita di miseria, le guerre, il fascismo colonialista, i bordelli (Terra matta, Einaudi). Ha scritto in un italiano terremotato da possenti analfabetismi. Ma la nostra vita non è sempre, alla fine, una parola che scriviamo con un errore di ortografia? Rabito è l'emblema di quella inestimabile invenzione occidentale che chiamiamo, per pigrizia, 'letteratura'. La letteratura è un varco per tutti, è un posto dove all'improvviso può irrompere un ignorante che ti dice come stanno davvero le cose, ti racconta il suo contronovecento crudelissimo e assurdo, che fa piangere dal ridere e dalla commozione."
SETTANT'ANNI???
Ma allora non tutto è perduto nemmeno per me...
(corro subito a comprarlo).

"L’unica maniera per promuovere i propri diritti è promuovere i diritti degli altri. Allora, se i gay continuano ad accettare di definirsi gay e di essere definiti gay, il ghetto si fa sempre più stretto. Parlare dei diritti delle persone omosessuali è già un obbrobrio linguistico, perché non esiste l’omosessualità, non esiste l’eterosessualità, ma esiste la sessualità umana e quella è insindacabile, è inoppugnabile da un punto di vista giuridico. Fermo restando il rispetto delle leggi sull’età del consenso per i bambini che sono sacri e intangibili, per il resto la sessualità è cultura e ognuno è giusto che viva il proprio sogno come meglio crede. Però non si può essere così sciocchi da accettare l’etichetta messa da altri, questo è il grande sbaglio. Quindi, per parlare dei cosiddetti nostri diritti, a parte il fatto che io non ne ho (perché, a me mi ci vedi a vivere con un uomo? preferirei vivere con un formichiere… quell’odore di coglioni decotti, tremendo, di notte, pazzesco…), quello che è bello di questi ragazzi, e loro stessi non lo sanno ancora, è che sono delle coscienze civili militanti. E non è una prerogativa o una qualità dei gay. Perché i gay, contrariamente a quello che pensa Berlusconi, sono tutti machisti e di destra. Non sono di sinistra. Addirittura il 70%! E io sono sul campo, non ho corsie preferenziali nella vita. Dunque, questi ragazzi sminuiscono se stessi nel permettere di essere connotati in quanto a gusto sessuale. Perché loro sono altro, io sono altro. Ho dovuto lottare per dire che non ero uno scrittore omosessuale, io sono uno scrittore. Che io sia omosessuale o casto o no, che importanza ha?..."
Aldo Busi videointervistato alla manifestazione per i diritti civili “Diritti ora!”
“Questa è una guerra fra froci: i froci privilegiati, che si travestono con una tonaca nera, e noi che siamo dei pezzenti e che non possiamo vivere nemmeno la nostra frociaggine. Sono stanco di una sinistra così papale papale, così clericale”.
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(Immagine da http://www.ilsensodellavita.tv/images/ospiti/busi_0911.jpg )
«Caro lettore,
ho sempre avuto uno strano rapporto con i mostri. Fin da quando ricordo, ho un'ossessione per loro. Quando ero piccolo, ero convinto che i mostri esistessero, e fossero in giro per acchiapparmi, il che mi terrorizzava non poco. Mi sentivo particolarmente vulnerabile all'ora di andare a letto, quando le luci erano spente, e in pericolo al cento per cento una volta che mi ero addormentato. Ragione per cui la mia mente di bambino di cinque anni sviluppò una serie di precauzioni logiche, a mio parere fondamentali, per salvaguardare la mia incolumità. Ogni sera chiamavo a squarciagola mia madre, la supplicavo di rifare il mio letto con me coricato dentro, piattissimo e fermo immobile, poi le facevo accatastare sulla mia testa una montagna di cuscini più tutti i miei animali di peluche (il che mi lasciava solo dei buchi piccolissimi per respirare) e le facevo giurare e stragiurare che ero assolutamente invisibile. L'intera operazione avrebbe convinto tutti ma proprio tutti i mostri che avessero provato a insinuarsi in camera mia nel cuore della notte che il frugoletto di cui erano a caccia, a dispetto di quanto avrebbero potuto dire i loro nasi, non poteva giacere addormentato in quel letto così ben fatto lì davanti a loro. Ovviamente questa tecnica ha funzionato, visto che sono ancora vivo. Adesso non la uso più, però, perché ho mia moglie e un cagnolino con un occhio solo a proteggermi. (In più a mia moglie verrebbero i brividi se le chiedessero di far venire mia madre tutte le sere per rimboccarmi le coperte.) Tornando a quand'ero bambino, mi avrebbe fatto comodo un'enciclopedia in grado di identificare tutti i diversi tipi di mostri che affliggevano l'universo, e che soprattutto mi offrisse ricette speciali su come difendermi da loro. In sostanza un libro proprio come la Monstranomicom, che è tra i protagonisti della mia storia. Sono convinto che molti bambini (e forse anche qualche adulto) potrebbero trarre benefici da una Monstranomicom. Per questo ho deciso di scrivere Le mostruose memorie di un mega McFearless. Io desidero che ai bambini piaccia avere paura, e mi auguro di riuscire a farli ridere di tutte le cose spaventose che vagano nella notte. E in più, mi piacerebbe fare qualcosa che vorrei tanto qualcuno avesse fatto per me: suggerire loro come fermare i mostri. Spero che gradirete conoscere Minerva, Max e tutti i mostri maniaci che i due piccoli McFearless hanno incontrato nel mio primo libro.»
[Riproduzione integrale di "Una nota dell'autore", premessa al romanzo "Le mostruose memorie di un mega Mc Fearless", di Ahmet ZAPPA (figlio di Frank Zappa, n.d.r.)]
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HORROR
Datemi tanti viscidi
squamosi trucidi
verdastri orribili
(ma riconoscibili!
ma affrontabili!)
bavosi mostriciattoli
perché io possa
attribuire volti
e assestare colpi
ai fantasmi informi
che mi porto dentro.
(Lucio Angelini)
(Da http://www.filastrocche.it/contempo/angelini/poesie_it.asp#Horror )
Mi sono chiesto se la Guendalina che ha furoreggiato ieri e l'altro ieri nei commenti a Lipperatura sia per caso Paola Rando, l'autrice di "Come restare zitella".
Ma procediamo con ordine. Il 15 aprile la Lipperini ha pubblicato un post intitolato "IL PERSONALE E' POLITICO" in cui segnalava "il piccolo ma indispensabile saggio di Maria Letizia Pruna per Il Mulino, Donne al lavoro.
Il giorno dopo, in "DETTAGLI" ha aggiunto "qualche dato tratto dal medesimo":
«Il nostro paese ha il più basso livello di partecipazione femminile al mercato del lavoro tra tutti i 25 stati membri dell’Unione europea, e figura al terzultimo posto tra i 30 paesi aderenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Le donne che lavorano a tempo pieno sono 6 milioni e mezzo, pari al 74,4% dell’occupazione femminile; gli uomini sono invece 13 milioni, pari al 95,4% di quella maschile. Le donne che lavorano a tempo parziale sono quasi il 26%, contro appena il 4,6% degli uomini. In Italia, in media, tra le donne di età compresa tra i 30 e i 50 anni il tasso di occupazione sfiora l’84% se sono nubili, scende al 71% se coniugate e si riduce al 50% se sono madri.»
A quel punto è intervenuta PAT:
"Gentile Sig.ra Lipperini, pochi giorni fa mi sono permessa di dare una mia personale valutazione su due parole dall'enorme valenza 'pari opportunità', e sull'anno che dovrebbe celebrarle a livello europeo. Inutile dire lo sconforto, la tristezza che provo di fronte alla realtà. Sono una mamma-lavoratrice, ma per seguire da vicino la mia famiglia ho dovuto rinunciare alla crescita nella professione. Non rimpiango la scelta e mi ritengo fortunata di avere un lavoro. Solo, non venitemi a parlare di 'pari opportunità'!!"
Ed ecco balzare fuori GUENDALINA:
"Cara Pat, presto sarà la festa della mamma. Le sembra poco? Una festa tutta per lei, a compenso di tanti sacrifici... Però, se aveva le idee così poco chiare sui suoi desiderata, perché non ha scelto il nubilato? E' ovvio che nessun uomo potrà mai partorire e allattare al posto della donna: questo tipo di opportunità è loro negato ed è tutto a favore delle donne."
Pat:
"Sig.ra Guendalina, chiedo venia perchè forse non mi sono espressa bene. Spiace che lei non abbia compreso il mio commento. Fa niente. Mi godrò appieno la festa della mamma, così come ogni giorno apprezzo i miei sacrifici nel mondo del lavoro. La mia vita è piena e completa e ne sono orgogliosa. E la sua?"
Guendalina:
"Forse lei voleva capra e cavoli. Figli-casa-marito (di cui non occuparsi) più un lavoro in cui essere libera di far carriera. Ma la vita è fatta di scelte. I figli, una volta fatti, hanno a lungo bisogno della mamma. Poiché non è scritto da nessuna parte che ci si debba sposare per forza, ripeto: perché non ha scelto il nubilato? O un marito progressista disposto a condividere al 50% i carichi domestici? Ce ne sono, sa?"
Pat:
"Sig.ra Guendalina, mi permetto di rispondere alla sua arroganza e forse alle sue frustrazioni con una domanda: Com'è la sua vita? Se fosse piena e serena come la mia (e di tante altre donne come me) i suoi toni sarebbero diversi. Non è mai troppo tardi. O si? Chiedo scusa alla sig.ra Lipperini. Questo è il mio ultimo commento. Non mi piacciono le polemiche; tanto meno quelle sterili. Scusi ancora."
Liber:
"Molto interessante il commento di Guendalina, mostra il vero male del nostro paese. Le donne devono 'scegliere' fra lavoro e famiglia e se pretendono entrambe le cose sbagliano. I figli sono una faccenda delle donne (e non della famiglia e della società, come nei paesi un pochino più progrediti), e le donne devono 'scegliere' fra l'autonomia (perchè il lavoro è innanzi tutto autonomia), la soddisfazione (come ci permettiamo a volerne troppa!)... pare che se vogliamo un po' di soddisfazione lavorativa dobbiamo pagare un prezzo sulla famiglia (neanche i figli si facessero per se stesse). Questa arretratezza culturale ci sta portando ad essere un paese privo di bambini."
Guendalina:
"Liber, la trovo così veterofemminista."
Liber:
"Grazie, detto da te è un complimento."
Guendalina:
"Nubilato! Nubilato! Questa è la nuova frontiera. Che i figli li facciano le donne all'antica, se proprio ne hanno voglia. Alle donne moderne non può fregare di meno di accollarsi simili intralci alla carriera. Ha scritto di recente Galimberti: 'Sarebbe davvero interessante sapere quante donne e quante femmine animali resterebbero gravide senza la mediazione del piacere sessuale, dal momento che la prole può vivere unicamente grazie al sacrificio degli individui che l'hanno generata, come ogni madre sa sul suo stesso corpo e come ogni padre oggi, sia pure con grave ritardo, incomincia a percepire.' "
Ghega:
"Guendalino, smettila, togliti la parrucca e le scarpe di mamma, se vuoi sperimentare del sano travestitismo ci sono ottimi locali in cui puoi essera addirittura la Carrà (Carrà per una notte, wow!)."
Guendalina:
"Ghega, vedo che ha dimestichezza con certi locali. Forse li frequenta lei. La lettera di Pat era chiarissima: 'Inutile dire lo sconforto, la tristezza che provo di fronte alla realtà. Sono una mamma-lavoratrice, ma per seguire da vicino la mia famiglia ho dovuto rinunciare alla crescita nella professione.' Ripeto: 'Nubilato! Nubilato!' E' il solo rimedio allo sconforto e alla tristezza di fronte alla realtà dei sacrifici professionali comportati dalla prole."
Valentina 2:
"Nubilato, Nubilato... il solo rimedio?... mha... invece di fare un serio tentativo di far valere i diritti delle donne affinchè siano considerate TOTALMENTE pari agli uomini... le donne si difendono così... proponendo un nubilato... Va ben, se le donne non sono le prime a far valere i propri diritti... la nostra situazione non cambierà mai."
Guendalina:
"Ultimo intervento: le nostre nonne erano allevate nel terrore di restare 'zitelle', per cui si affrettavano a 'sistemarsi' il più in fretta possibile e a farsi trombare 'non per piacer mio ma per piacere a Dio'. La rivoluzione consisterà nello scegliere, guarda caso, lo status un tempo così abborrito. Nubilato! Nubilato! Carrierà! Carriera! Volete mettere la soddisfazione di avanzare senza intralci nella carriera anziché occuparsi di fagotti urlanti, spisciolanti e scagazzanti?"
Valentina 2:
"Quindi riassumiamo alcuni stereotipi:
STEREOTIPO DONNA 1 Donna=sposa=madre=allattare=crescerefigli=casa=pulizie=donna classica casalinga,o moglie, che sta a casa a preparare la cena al marito e a crescere i figli, nonchè a fare le pulizie con i bigodini in testa.
STEREOTIPO DONNA 2 Donna=carriera=zittella=nietefigli= donna isterica perchè zittella= lavoratrice ma mai pari agli uomini= finchè in questa società ci sono tante donne che criticano le amancipate, che criticano le donne in carriera, che criticano chi si è ralizzato (invidia?), ci sarà sempre discriminazione. Non dico che necessariamente una donna deve anche lavorare, ma è un DIRITTO SACROSANTO il poter scegliere di lavorare ed avere figli, o di lavorare non avere figli, o di avere figli e stare a casa. Non riduciamo le nostre scelte a ciò che è meglio per l'uomo, perchè i figli si fano in 2!!!"
Guendalina:
"Valentina2, la invito ad aggiungere agli stereotipi 1 e 2 questa terza alternativa, da me additata a Pat: 'Poiché non è scritto da nessuna parte che ci si debba sposare per forza, perché non ha scelto il nubilato o un marito progressista disposto a condividere al 50% i carichi domestici? Ce ne sono, sa?' Però, se fossi un bimbo in mano a dei genitori che anteponessero le loro carriere a me, li manderei dritti affanculo e ricorderei loro: 'Chi vi ha chiesto di mettermi al mondo? Non certo io, che non c'ero ancora'."
Oggi si va in edicola con la stessa intenzione e se ne esce oberati di ogni sorta di gadget o allegato: dispense, libri, cassette, DVD, oggetti, indumenti, asciugamani da mare, finti vetri di Murano, pezzi unici da collezione rigorosamente prodotti in serie e via discorrendo.
Per quanto mi riguarda ho smesso da un pezzo di appesantirmi di simili ingombri, indipendentemente dalla qualità e dall'appetibilità del prodotto offerto con il quotidiano. Ho capito l'INGANNO: non è affatto vero che, comprando allegati, si acquisti anche il tempo di fruirne, indipendentemente dal fatto che si tratti di materiali da ascoltare, da vedere, da consultare o da assemblare con la tecnica del Fai-da-te...
2) Una volta si andava in libreria, si acquistava il libro desiderato, lo si leggeva e morta là. Oggi, invece, la pretesa dei nuovi autori è di estorcere al lettore non solo il tempo da dedicare al libro in sé, ma anche quello - infinito - raccomandato come necessario a "far deflagrare trama, personaggi e lavoro degli autori" , a "far uscire il libro dal libro", a "far esplodere universi di universi", a proporre "diramazioni dal percorso" eccetera. Ed ecco che, in breve tempo, la rete si è riempita di siti con racconti preparatori e/o paralleli, registrazioni di riunioni, booktrailer, estensioni digitali e multimediali del progetto... quasi che le giornate del povero lettore fossero di 240 ore anziché di appena 24, e le novità in uscita sul mercato appena 24 all'anno anziché 60.000...
Comunque sia: a furia di insistere affinché "il libro uscisse dal libro", di recente il miracolo è avvenuto davvero. A Roma, a Ponte Milvio, a seguito del libro Ho voglia di te di Federico Moccia in cui, appunto, i due protagonisti si giurano amore eterno agganciando un lucchetto nel palo centrale del ponte dopo averlo serrato e averne buttata via la chiave, centinaia di moccia-boys (mocciosi e mocciose) ce l'hanno messa tutta a "far deflagrare trama e personaggi" sostituendo se stessi ai protagonisti del libro. Ed è stato così che, deflagra oggi, deflagra domani, lucchetto dopo lucchetto il povero lampione si è talmente sovraccaricato che, qualche giorno fa, è crollato miseramente:- )
P.S. Ecco alcuni momenti del film "Ho voglia di te" che ha reso ulteriormente famosi i lucchetti di Ponte Milvio.

1) "Il rapporto esistente tra incremento demografico e degrado ambientale può essere facile da capire, ma l'impatto economico e sociale di quello stesso incremento è spesso più difficile da percepire. A prima vista, fame, povertà, malattia e disoccupazione, come pure mancanza di casa, criminalità, migrazioni e guerre possono non apparire logicamente collegati all' aumento della popolazione; ma se ricordiamo l’esempio dello scacciaspiriti, possiamo renderci conto che questi problemi sono tra loro strettamente correlati. Infatti, più persone significano più bisogni: ogni persona in più ha bisogno di più cibo, più acqua, più case e più lavoro. L'aumento della popolazione richiede anche un aumento delle infrastrutture: trasporti, energia, sistema di smaltimento dei rifiuti… Più persone richiedono anche più servizi, dalla protezione della polizia all’assistenza sanitaria. Quando le risorse sono insufficienti per la popolazione (o quando la popolazione cresce più velocemente rispetto alla capacità di fornitura di servizi e risorse) le risorse iniziano a scarseggiare. Se il cibo scarseggia, la popolazione ha fame, se le case scarseggiano, le persone rimarranno senza dimora, e se i posti di lavoro sono insufficienti, le persone resteranno disoccupate. La scarsità di risorse dovuta alla pressione della popolazione (e ad un’iniqua distribuzione delle risorse) causa un gran numero di problemi: obbliga le persone ad emigrare, aggrava le tensioni sociali, religiose ed etniche e provoca guerre e rivolte. Di fatto, tutti i più seri problemi che oggi ci troviamo a dover affrontare sono causati o aggravati dalla crescita demografica. A meno che questa crescita non venga controllata, sarà difficile - e forse anche impossibile - risolvere questi pressanti problemi. "
(Da http://www.difrontealfuturo.net/6impatto.htm)
3) “Se potessero, piante e animali mangerebbero il nostro cibo, ci farebbero morire di fame. Nella prigione del sole è in atto una lotta per l'esistenza. Il sole rilascia energia che le piante trasformano in carburante, ma i rifornimenti sono limitati, come anche la superficie su cui crescono le piante. Per tanta luce solare, solo tanto carburante. Chiunque voglia usufruirne deve conquistarlo. Tutte le creature terrestri - noi umani inclusi - adottano la medesima strategia. L'obiettivo di una iena è mangiare quanti più erbivori le riesca, per produrre più iene possibili. Crescere di numero è una sorta di assicurazione. È la strada del successo, quella che conduce alla vittoria. Se la terra non si è riempita di iene non è colpa loro. Ci provano continuamente, ma incontrano delle barriere: le strategie degli altri animali per conseguire gli stessi obiettivi. Le iene seguono il proprio impulso quando si moltiplicano, si espandono e uccidono per sfamare la prole, mangiano più animali possibili nel proprio territorio, solo che così le prede diminuiscono. Col tempo, la pressione costante verso l'incremento delle specie sposta le barriere con armi nuove. È una guerra per l'accrescimento. Le piante, sul loro fronte, attirano gli animali perché mangino i loro frutti e spargano i semi, alleandosi ad uccelli e ad altri animali. I virus invadono i nostri corpi, occupano il nostro stesso sistema immunitario. In poche ore si moltiplicano in centinaia di copie. Evoluzione, mutazione e resistenza sono la base della loro strategia. L'istinto a moltiplicarsi ha creato la diversità e la varietà. La crescita non è sempre positiva. Noi siamo una minaccia per gli altri esseri viventi.”
(Da una vecchia puntata di QUARK)
4) "Considerando che la ragione di fondo della condanna storica, da parte delle istituzioni di potere, chiesa compresa, di ogni forma di sessualità NON RIPRODUTTIVA, quindi anche gay, era riconducibile all'asserito bisogno di perpetuare ed espandere la specie; considerando, altresì, che negli ultimi decenni tale espansione ha raggiunto livelli pericolosi per la sopravvivenza della specie stessa; considerando, infine, l'ormai diffusa consapevolezza del diritto di ognuno a una sessualità in linea con i propri gusti e orientamenti personali (fatti salvi i principi della non-coercizione e del non-coinvolgimento di minori) sarebbe proprio ora che la si smettesse di catalogare e valutare gli individui sulla base dei modi in cui si soddisfano a letto, da soli:-) o in compagnia di adulti consenzienti."
(Da un'opinione espressa al bar da Lucio Angelini)
Gaja Cenciarelli, l'autrice di EXTRA OMNES e capo-redattrice di Vibrisselibri, è il mio esatto contrario. Tanto io sono ruvido, parco di complimenti (salvo che qualcosa mi entusiasmi nel profondo), anti-diplomatico (fino all'auto-lesionismo), tanto lei è squisita, burrosa, materna, carina con tutti. Provate a mostrarle una stronzata qualsiasi, tipo "Aprile è il crudo più melese". Vi dirà: "È un verso dolcissimo, nuovo, sdilinquente. Bravo davvero!" :- )
Scherzi a parte, vengo al dunque:
L'ISTITUTO PANZINI DI SENIGALLIA [= il vibrisselibraio Giuseppe D'Emilio, n.d.r.]
PRESENTA
"PAROLE, BIT E GOCCE"
Mercoledì 18 aprile, ore 18
presso la Sala Incontri dell¹istituto, via Capanna, Senigallia (AN)
· Presentazione del romanzo di Gaja Cenciarelli Extra Omnes, l'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi, Editrice Zona, 2006
· Presentazione del romanzo di Monica Viola Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, Vibrisselibri Edizioni, 2007
· Presentazione della casa editrice 'anfibia' Vibrisselibri, ideata da Giulio Mozzi,
e del sito www.liberliber.it
· Riflessioni sul copyleft e sui rapporti tra editoria e Internet
· Degustazione di vini dell'azienda Cantine Marconi di San Marcello
Saranno presenti Gaja Cenciarelli, Monica Viola, Maurizio Marconi (dell'omonima azienda vitivinicola)
Non fossi appena risalito dalle Marche, appesantito dai cappelletti pasquali della mamma, sarei quasi tentato di presenziare anch'io all'evento (Fano, ombelico del mondo, è a un tiro di schioppo da Senigallia), ma dubito che troverò la forza di affrontare tutte quelle ore di viaggio: non sono mica Giulio Mozzi, io! (= che ha scelto di vivere sui treni della Trenitalia s.p.a., n.d.r.). Comunque raccomando la massima partecipazione a quanti si troveranno a passare nella terra degli antichi Galli Senoni.
Per "TANA PER LA BAMBINA CON I CAPELLI A OMBRELLONE", si veda il post di ieri. Per il romanzo "EXTRA OMNES" (un'espressione latina grosso modo corrispondente al nostro "Fuori tutti dai coglioni!"), ve ne anticipo l'explicit:
"Ora ho 37 anni e ho sempre più paura, una paura che è ogni giorno, ogni secondo più potente e soffocante - perché quando incontri il vuoto ti rimane il terrore di perdertici dentro - ma almeno, (soprav)vivo."
37 anni??? Guardo la quarta di copertina e, in effetti, vedo scritto: "Gaja Cenciarelli è nata nel 1968 a Roma... "
1968???
Chi l'avrebbe immaginato che Gaja, la nostra "bambina dalle guance rosse", fosse già così stagionatella e per giunta figlia di un anno tanto burrascoso? Minimo minimo, l'avrei data per nata negli anni dell'edonismo reaganiano:- )

Riproduco due nuove recensioni collezionate da "Tana per la bambina con i capelli a ombrellone", di Monica Viola, Vibrisse Libri editore.
L'olfatto è il senso, fra i cinque o sei a nostra disposizione, che più d'ogni altro è connesso in profondità con i centri della memoria. Forse per un qualche motivo fisiologico a me ignoto o semplicemente perché è il meno usato e sfruttato, il meno sputtanato.
Ci ricoprono di immagini di "quando eravamo giovani", di canzoni, di slogan, di falsi biscottini della nonna e di abiti e tessuti vintage, ma raramente entriamo in contatto con un odore dimenticato, una fragranza o una puzza che non sentivamo da anni, e forse per questo, quando accade, è come essere attraversati da una scossa elettrica.
Su questo torneremo fra poco, ma prima dobbiamo occuparci di una bambina di tanti anni fa, una che molti di noi hanno conosciuto, o magari simile a quella che abbiamo conosciuto.
La bambina con i capelli a ombrellone sogna di fare danza come le sue eleganti compagnette di classe, ma è goffa e inaffidabile. È poco portata per assumere quegli atteggiamenti alteri tipici delle ballerine classiche.
La bambina con i capelli a ombrellone ha fratelli molesti dei quali racconta con naturalezza le attenzioni subite, senza aggiungere inutili lacrimosità a un dramma vero e profondo, che non ne ha alcun bisogno. Lei si limita a rendercene tutta la banale, terribile e purtroppo accettabile quotidianità.
La bambina con i capelli a ombrellone conosce troppo presto, dunque, i risvolti di un sesso malato e contemporaneamente riesce anche a incontrare il sesso senza peccato né rimorso, quello praticato per gioco con le compagne di classe, praticato per il gusto puro della scoperta di sé.
La bambina con i capelli a ombrellone sviluppa un istinto da cane sempre in cerca di padrone, e lo sa, ce lo dice. Ci porta per mano attraverso le cose della sua vita di bambina e di adolescente, la bambina cresce e ama, sfiora tragedie che non le appartengono e si imbatte in quelle sue, personali, raccontandole con spontaneità. Quella stessa spontaneità che usa per intrattenerci anche con i suoi aneddoti più leggeri, gli infortuni con gli assorbenti interni, l'innamoramento per Massimo Ranieri, che si confondono col piombo caldo degli anni a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta.
La bambina e poi ragazza con i capelli a ombrellone è una raccontatrice nata; ce lo dice il modo in cui descrive i suoi entusiasmi e le delusioni da teen-ager, che non sono molto diversi da quelli vissuti da noialtri ma che lei riesce a restituirci in modo assai più netto e urgente di quanto riescano a fare i nostri ricordi.
Per questo Monica Viola, o la bambina dai capelli a ombrellone, non è semplicemente una scrittrice, ma è un odore. E qui torniamo alle considerazioni fatte in apertura.
Monica Viola, come il suo romanzo Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, è come un odore antico e dimenticato.
Scendi nella cantina di casa di un amico e vieni colto dal peculiare profumo di umido e di cibi conservati di cui è pregno l'ambiente, e subito i pensieri ti vanno a un'altra cantina, magari quella di casa dei nonni dove giocavi. Ora i nonni sono morti e la casa venduta, ma basta quell'odore a riportarti lì per un momento di consapevolezza folgorante. O annusi l'astuccio delle matite di tuo figlio e ti ritrovi in grembiule seduto a un banco di scuola elementare.
L'olfatto e la memoria funzionano così, e così funziona anche la scrittura di Monica Viola: ti riporta con una frustata improvvisa a cose e luoghi nascosti in interstizi di memoria che spuntano di nuovo vividi, precisi, senza pudore e senza sconti.
Una parte della vita proprio così com'era, così com'è.
Il romanzo di Monica Viola, pubblicato in copyleft, è scaricabile gratuitamente dal sito di Vibrisse Libri e da Monicaviola.it [Postato da kzk l'11/04/2007]
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2) Col prurito del senso di inadeguatezza
[Da http://blog.robinedizioni.it/la-provincia-e-la-citta ]
Leggi, ti immagini e ti arrovelli, pensi di sognare e ti rammenti. Tana per la bambina con i capelli a ombrellone di Monica Viola è un lungo racconto matrioska da dimezzare, a ogni titolo corsivo, nel tentativo curioso di raggiungere la bambola di legno che non può essere aperta e della quale tutte le altre sono repliche. E sfoglie dipinte. La storia è uno spaccato di vita romana tra inizi settanta e fine ottanta. Il ventennio romano di Monica Viola è compatto, politicizzato e con fortissime connotazioni di analisi sociale. Ma non è dittatura, anzi, c’è tanta musica. La matrioska più piccola e integra di cui non si indovina neppure il nome è protagonista e io narrante. Se fossi meno presa dai miei problemi potrei rendermi conto che tanta durezza di scorza dovrà pure servire a custodire un cremino. Rabbiosa, politicamente scorretta e senz’aria, se ne sta immobile, nei propri intenti di liberazione, in mezzo a una famiglia rumorosa, ad amicizie disperanti, a compiti a casa inaffrontabili, a una madre amata e divisa, a un padre forse schiacciato dall’idea di sé, a fratelli bruti, a sorelle mute. A una nonna aristocratica che porta dentro di sé racconti, odori, matite colorate, confidenze e suoni che con l’andar delle pagine degenerano in fischi incontrollati. Monica Viola ha una scrittura spavalda. Le spavalderie della protagonista passano alla prosa che è liquida e senza vergogna e divertente. Certe volte è pure eccessiva e piena di schizzi. Ma coinvolge. Ecco Tana per la bambina con i capelli a ombrellone è un libro accattivante. In cui riconoscersi, perché non è buono, non è cattivo, non è rosso, non è ricco e non è povero e non è fascio o pariolo. È una storia libera nonostante le settanta etichette -ismi e gli ottanta spillini gadgets. Con una limitazione forte che forse però è strutturale, perché sta nell’idea della matrioska, le prime sono sfoglie e l’ultima non puoi guardarci dentro. Certe stanze sono sfondi acquerellati e Virginia e l’emiliano e la stessa Cecilia, che pure lascia pietruzze, fiorellini di smalto. Leggi, ti immagini e ti arrovelli, credi di guardare e stai affondando. Come un ragno costruisco una rete di cazzate che cerco di non dimenticare per non cadere in contraddizione.
M. Viola, Tana per la bambina coi capelli a ombrellone, Vibrisse (2007), pp. 115
http://www.vibrisselibri.net/wp-content/uploads/2007/03/tana_monica_viola.pdf
"Una domenica dell'81. Ho undici anni. Pomeriggio sfibrato, in tivù un tizio magro. Un tizio magro col naso adunco. Si chiama Battiato, mai visto prima. La trasmissione è Discoring, in onda all'interno di Domenica in. Il pezzo s'intitola Bandiera bianca, Battiato canta: 'Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare / quei programmi demenziali con tribune elettorali'. Canta il ritornello in un megafono: 'Sul ponte sventola bandiera bianca'. Riconosco la citazione, il morbo infuria, il pan ci manca. Stava in un libro di scuola di mio padre, di quelli accatastati nel garage. È brutto, Battiato, ed è quasi uno shock. Mai vista una pop star davvero brutta, che se ne frega d'esser brutta, nessun compromesso, nessun tentativo di limitare il danno. Battiato è il primo concerto rock della mia vita. Non il primo show dal vivo di un personaggio famoso: due o tre anni prima ho visto i Gatti di Vicolo Miracoli alla Festa de l'Unità di Denore. Facevano ridere, ma meno che in televisione. L'anno dopo il Pci di Denore ha chiamato una grossa orchestra di liscio e il padre del mio amico Benny ha commentato: - Stavolta a ghè d'la zént seria, mina di can e di gat! Certo, ho visto suonare le orchestre, sempre alle feste del Partito. Le feste de l'Unità sono parte della mia bildung: dieci giorni ogni estate a quella di Dogato, il mio paesello. Mio padre gestisce lo stand della 'pesca'. È un gioco a premi con in palio ninnoli, piccoli elettrodomestici, gadget elettronici che diventeranno modernariato. Battiato arriva a Ferrara che è all'apice della scalata, anzi, forse ha iniziato a perdere momentum, mi sovviene che sono incazzato, io e Marco Massari siamo incazzati, Bella 'mbriana di Pino Daniele ha scalzato Battiato dal primo posto. Sì, la settimana è quella. Pino Daniele non ci piace per niente...[cut]... Festa de l'Unità provinciale. La location è il parco del 'Montagnone'. In realtà è una collinetta di quattordici metri. Sono qui coi miei ma non c'è mio fratello, non ricordo come mai. Con noi ci sono i Massari, amici di famiglia: Mauro, Marinella e il figlio Marco, che ha la mia età. Trentamila persone, mai viste tante schiene, e teste, e paia di gambe. A mia madre il concerto non interessa, vuole sedersi a 'veder passare la gente'. Le piace guardare la gente che passa, le è sempre piaciuto, figurarsi stasera. A Dogato, poco più di mille abitanti, se ti metti alla finestra vedi passare sempre le stesse facce. Qui c'è il mondo. Noialtri vogliamo proseguire verso il palco, ma è tutto intasato. Non sono abituato, cerco di andare avanti e dico: - Con permesso... permesso... permesso... - Permesso un cazzo! - mi risponde un tale, di schiena... Nell'82 esce L'arca di Noè. Di nuovo sette canzoni. I giornali parlano di un tale Tommaso Tramonti che ha spedito a Battiato due testi. Due testi per posta. A Battiato sono piaciuti, ne ha tratto due canzoni dell'album, L'esodo e Clamori. Non mi paiono granché, come lyrics. 'Ciuffi di isotopi in mano / passeggio tra le particelle dei miei atomi' e altra roba del genere, tipo: 'Incrostati di particelle / piene di minuscoli computer / mangiando farfalle giapponesi...' Però questo Tramonti diventa la pietra di paragone: se ci è riuscito lui, posso riuscirci pure io. Il suo esempio mi fa venir voglia di scrivere. Da quel momento, quando mi chiederanno: - Ti sa vot far finì la scòla? - risponderò sempre: - Al scritor."

(Venezia, Punta della Dogana)
Gentile direttore del Gazzettino,
da ormai troppi anni i veneziani sono stati SCIPPATI di una delle più belle passeggiate del mondo: il percorso triangolare dalle Zattere a Punta della Dogana (bloccata da eterni lavori in corso) con successivo passaggio davanti alla Basilica della Salute, al Museo Guggenheim, e ritorno alle Zattere virando a sinistra appena prima del ponte dell'Accademia. Ci voleva tanto a lasciare un passaggio pedonale largo anche solo un metro per permettere ai veneziani di doppiare capo Punta della Dogana, anziché costringerli a fare marcia indietro davanti allo sbarramento dei tavolacci del finto restauro? Mi auguro che, con l'assegnazione a Pinault dell'area, ci venga presto restituito il maltolto. Ricordo che ho già protestato più volte in proposito, su questo stesso giornale, con mail distanziate tra loro di interi ANNI, senza che nulla cambiasse. Cordiali saluti
(Lucio Angelini)

Qualcuno mi ha avvisato della tappa padovana, unica regionale, di "Milva canta Brecht" (nuova edizione) alle 18.00 del 4 aprile scorso, mentre dal centro storico di Venezia mi stavo imbarcando per il Lido. Un bel dietro-front, una corsa alla stazione di Santa Lucia, un salto sul primo treno per Padova (appena una mezz'oretta il viaggio) ed eccomi, alle 21.00, pronto a godermi una delle mie artiste preferite, comodamente seduto in poltrona al teatro Pio X. [Per la cronaca, queste le prossime date: San Marino (15 aprile), Bari (dal 18 al 23 al teatro Piccinini).]
Così il pieghevole:
"Artista amatissima da Giorgio Strehler, grande interprete e 'ambasciatrice' dell’opera brechtiana in Italia e nel mondo, Milva torna a 'cantare Brecht' in una impaginazione registica che, come afferma Cristina Pezzoli, si pone il problema di un 'aggiornamento a Brecht rispetto al presente'. Diviso in tre sezioni, le ballate, la guerra, le figure femminili, lo spettacolo intesse parole e musica, e, in un gioco di rimandi iconografici all’oggi, fa 'reagire' il pensiero brechtiano con la complessità del mondo contemporaneo, in un processo di ricontestualizzazione capace di metterne in luce attualità e anacronismi. "
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In sintesi: spettacolo eccellente, Milva grandissima, voce ancora robusta malgrado i 67 anni [altro che "TRANSENNATA MILVA", come titolava scherzosamente un noto settimanale satirico tempo fa!] forza interpretativa di prim'ordine. Non ci credete? Ve lo faccio confermare da quattro quotidiani:
"MILVA CANTA BRECHT"
"Quando sale sul palco dello Strehler, la chioma fiammeggiante e gli abiti maschili, è subito brivido. Milva, animale da palcoscenico sensuale e fiero, con quella voce che non assomiglia a nessun’altra, roca e vellutata, capace di danzare sulle note e di vibrare là dove meno te lo aspetti, ancora una volta ha incantato il pubblico regalandogli il suo personalissimo Brecht. O meglio, il Brecht suo e di Giorgio Strehler, il primo a capire che per cantare il mondo del drammaturgo tedesco lei era perfetta. Da allora, e per nostra fortuna, Milva non ha più abbandonato Brecht. I suoi compagni di avventura ora sono la regista Cristina Pezzoli, che inserisce immagini della Cecenia, del Kossovo, dell’Iraq a ricordarci che i soprusi, la guerra e il potere contro cui scagliava Brecht non sono oggi poi tanto diversi, e quattro ottimi musicisti (Marco Albonetti, Federico Ulivi, Bruno Paletto e Vicky Schaetzinger). Il nume tutelare resta Strehler (ricordato anche in un video delle prove dell’Opera da tre soldi), ma a dare tutto, a buttarsi senza rete e a tirare fuori l’anima più politica e feroce di Brecht, c’è lei. Con tutto il bagaglio di un’esperienza costruita con ostinazione negli anni e il fascino di una personalità che non cede ai capricci delle mode. Ci sono le ballate come la Canzone dell’agiatezza e la splendida Canzone dei marinai, ma ci sono anche le ninne nanne, struggentissime, e soprattutto le superbe figure femminili brechtiane. La puttana ebrea Maria Sanders perseguitata dai nazisti, che Milva canta nascosta dalla spessa cortina dei suoi capelli rossi, o le indimenticabili donne perdute di Bilbao Song o di Surabaja Johnny. Milva canta Brecht non è solo una straordinaria prova interpretativa. E’un mondo intero che si spalanca." (© La Repubblica )
"Milva dei miracoli. Con la sua voce e la sua energia ha soffiato nuova vita nel superbo repertorio brechtiano. Ieri in prima allo Strehler, per il recital Milva canta Brecht ha scaricato colate di suono caldo nel freddo, rigido ritmo della musica di Weill e Eisler. Ma che musica! Sono sembrate, così, potenti e sarcastiche le ballate morali di Brecht (di cui ricorre il cinquantenario della morte il prossimo anno) anche grazie alla fresca regia di Cristina Pezzoli che ha vestito e svestito più volte “la rossa”: dal doppiopetto grigio con cui la cantante berlsuconeggia tra lanci di euro, ai pantaloni rincalzati dell'assassino lattante Apfelböck, alla bucolica camicia con gilet per cantare il ricordi di un amore sotto una nuvola bianca. Ogni brano è un vero pezzo di teatro, senza risparmio di mezzi: anche l’autoironia, la camminata buffa, la bellezza del viso camuffata da occhialini e fazzoletti alla Mutter Courage. Efficaci, ma forse un po’ ingenui e soprattutto già visti, i video delle guerre di ieri e di oggi, con le parole di Brecht a sfregiarle tutte con la poesia e i songs, settant’anni prima, per la loro violenza stupida. “Chi ha occhi per vedere ha già capito che cosa accadrà”, canta la Ballata di Maria Sanders. Dieci con lode all’interpretazione di una Mila scarmigliata e in camicia da notte. La seconda parte, quella che si concentra sul “Brecht delle puttane sante”, è iniziata con una sorpresa: un filmato girato negli anni Cinquanta con Giorgio Strehler, che alle prove, canta la “Moritat di Mackie Messer”, dall’Opera da tre soldi messa in scena dal regista triestino alla presenza dell’autore: irresistibile per fascino. E’ in questa parte del recital che, accompagnata da quattro musicisti (Vicky Schaetzinger al piano, Poletto alla fisarmonica, Ulivi al banjo, Albonetti ai sax) sfidati con mosse “panteresche” salendo in piedi sul pianoforte o mimando una danza con il sassofonista, Milva ha definitivamente sedotto il pubblico, In giacca da smoking, poi tolta con mossa da strip, abito di tulle nero e lamé anni Venti/Trenta, calze velate sulle lunghissime gambe, si è buttata a capofitto nella “Ballata del magnaccia” o in “Bilbao Song”, tutte Brecht-Weill, scatenando applausi e urla di brava, fino a sciogliersi d’amore e rabbia in “Surabaya Johnny”. (© Corriere della Sera )
"Eccola. Milva la rossa è tornata e con lei è tornata la donna e la diva, la sua generosità e la sua bravura ancora una volta impegnate nella circumnavigazione del “continente Brecht”. Alle soglie del inquantenario della morte del grande autore tedesco, lei guarda al maestro di sempre perché un artista ha bistogno di confrontarsi con se stesso, con il suo cammino e Brecht sicuramente rappresenta per lei un momento irrinunciabile, un’iniezione di energia pura, un modo di guardare alla realtà sempre dubitando, senza certezze assolute. Eccola, dunque, con tutta la sua passione civile, con il suo cuore progressista. E’ Milva e non potrebbe essere diversamente: già nell’entrata in scena, nella lunga falcata con cui percorre il grande palcoscenico del Teatro Strehler di Milano, c’è l’unghiata della pantera, tutta la sua storia. E’ Milva uguale ma diversa, inaspettata per certi aspetti, guidata dall’intelligente regia di Cristina Pezzoli che accentua questo risvolto, questa novità mostrandocene altri percorsi possibili anche se la sua voce, la sua strepitosa bravura nel recitarcantando, fanno parte del nostro Dna e anche di quello dei moltissimi spettatori che affollano il teatro dove sarà in scena con Milva canta Brecht fino a domenica. Arriva vestita da ragazzo, i capelli raccolti, giacca e cravatta e scarpe piatte: è la Milva “politica” che canta la mortificazione della povertà e l’arroganza così “berlusconiana” di chi ha denaro e lo sbatte in faccia a tutti in La ballata dell’agiatezza. Che, attraverso le parole e la musica di BB, ma soprattutto di Kurt Weill e di Hans Eisler, getta uno sguardo sugli orrori di un sonno della ragione che genera mostri e che si mescola inaspettatamente alla poesia della memoria, al ricordi di un bacio, al passaggio di una nuvola nel cielo. La seconda Milva è una madre in lungo e casto camicione che, mentre scorrono su di uno schermo-sipario le immagini terribili della strage di Beslan, canta ninne nanne cercando di tenere accesa a tutti i costi la luce dell’amore della sua semplice candela. Ma è anche Maria Sanders prostituta per ebrei con i lunghi, mitici capelli rossi sciolti sulle spalle, un fiume di calore che scende in platea e riscalda i cuori. E’ la Milva pacifista contro tutte le guerre e tutti gli abusi di potere che canta l’egoismo colpevole di chi se ne frega degli altri e non vede la violenza attorno a sé. Intanto passano sullo schermo alcuni fotogrammi delle prove dell’Opera da tre soldi messa in scena da Giorgio Strehler nel 1973 di cui è stata protagonista, che ci rimandano un’immagine di provocatoria energia: non un’operazione nostalgia, semmai un ricordo di chi ha guidato l’artista al suo incontro con Brecht; un punto di partenza irrinunciabile, ma per andare avanti. Accompagnata da Vicky Schaetzinger (piano), Bruno Paletto (fisarmonica), Federico Ulivi (chitarra), accarezzata e provocata del sax soprano di Marco Albonetti, Milva ci presenta tre volti di una stessa donna. Così nell’abito da sera, dà vita a una galleria di donne protagoniste di tanti songs indimenticabili: la Jenny dell’Opera da tre soldi; la ragazza da balera di Bilbao Song; la straordinaria canzone della giovane puttana di Eisler; Mandelay e i suoi bordelli; la donna da marciapiede di Surabaja Johnny… Scattano gli applausi, i bis, i fiori, i sorrisi,i ringraziamenti, mentre un fan di Francoforte le consegna un suo regalo. Milva è anche una donna che si batte perché le cose cambino. Chissà forse le piacerebbe, fra qualche mese, cantare per le strade quel suo antico, magnifico Ça ira. Anche noi lo speriamo. (© L'Unità )
"Milva canta Brecht . Nel cinquantenario della morte. Ricordando Strehler. Con la regia, appassionata, di Cristina Pezzol, Accompagnata da un quartetto eccezionale (la Schaetzinger al piano, Albonetti, Ulivi e Paletto), che si discosta dalla timbratura tipica delle musiche di Weill ma attualizzandola. Strehler è in cartellone come traduttore dei song e in video come cantante. Milva? La leggenda vocale intatta, accenti popolari e raffinati, plebee e sognanti, un recitare che abbraccia la musica, la maturità che scolpisce ogni figura: in una parola magnifica. Anche per una sua personale “distanziazione” da Brecht (quello degli astratti furori dell’impegno) che si colora di ironia, ammicca con eleganza all’attualità. Con incursioni, prima, in un repertorio meno noto (“La ballata dell’agiatezza” che chi vuole dedicherà a Berlusconi, o la “Ninna nanna” su immagini della strage degli innocenti di Beslan), e poi con la riproposta dei grandi motivi intorno – trionfo confermato – a “Surabaja Johnny”. Perché Brecht, ancora, l’aveva detto Strehler nell’ultimo recital del ’96: perché seppe vedere molto avanti nella società del benessere; delle guerre ideologiche, del fallimento di molte utopie. E oggi – come mostra la regia della Pezzoli, con immagini metaforiche mai propagandistiche – perché stiamo aspettando la fine della guerra fra sfruttatori e sfruttati. Potete non andare a vedere “Milva canta Brecht”, ma in tal caso starete dalla parte degli indifferenti. (© Il Giorno )"
Il 9 novembre scorso dedicai un post a "La nuvola. La profezia", ovvero a un beneaugurante passo tratto da "Nenio" di Eugenio De Medio. L'autore scoperto da www.vibrisselibri.net sta adesso cercando di ricavarne un book-trailer per il suo sito www.nenio.org. Manca ancora la parte audio, ma intanto guardate com'è carina la formazione della nuvola: cliccate sull'immagine qui sopra.
Segnalo, inoltre, la recensione di Arturo Fabra qui:
http://www.paginatre.it/online/?p=245#more-245
P.S. Cosa aspetta Einaudi Stile Libero ad allungare le mani sui diritti del romanzo?

(Scarlett O' Hara in "Manituana" dei Wu Ming)
«Le donne strillavano e inveivano. Grida di donne. Le donne del campo li vessavano con calci, pugni e lanci di pietre. Le donne lo finirono a bastonate. Le donne lo presero a calci prima di pugnalarlo a morte. Molly, da sola, teneva testa ai guerrieri. Uomini e donne sguazzavano in pozzanghere d'alcol. La moglie scese le scale con in braccio un fucile. Susanna gli servì il pranzo. Margaret sputò nel fuoco. Tua moglie potrà farti una giacca per l'inverno. Donne nere cucinavano cibo, inseguivano bambini, sgobbavano bucato. La donna proseguì l'arringa. Le donne punteggiarono il discorso con cenni d'approvazione. Mary era di nuovo incinta. "Zucchero Fornaciari?", chiese la serva. Judith dedicò al padre uno sguardo luminoso. La levatrice si inginocchiò sul pavimento. La partoriente era accasciata su una seggiola. Intorno alla sedia, le donne offrivano brodo di pollo e rum. Mary era sdraiata nel sangue. Nuda, immobile, il taglio che squarciava la pancia. Guy estrasse l'amuleto che la strega gli aveva venduto. Esther celava una forza singolare e primitiva. Per essere una donna minuta zia Nancy aveva una presa forte. Una donna deforme avanzò nella sala. "Anche le nostre donne sono ottime trasportatrici", commentò Joseph. Di lui si prendeva cura Betty, detta "la Mangiona". Ellie non aveva un braccio, ma in compenso la natura le aveva donato due minne spaventose. Trombone aveva ribaltato la gonna sopra la testa di Culona, le aveva infilato la fava e la sbatteva da dietro. Le mignotte, Culona più di tutte, scricciavano come aquile. La Regina, ormai prossima al parto, aveva scelto una veste rosa. Il manicomio di Santa Maria di Betlemme. La donna scoppiò a piangere. La donna continuava a piangere. La donna riprese a piangere. Spaventata dal suo stesso sangue, Esther si era nascosta nella legnaia. Fu allora che Betty capì la parte che aveva in commedia... quelle porcate con le minne che arrazzavano tanto i poldi rattusi. Palparsele, muoverle, scrollarle, portarle alla bocca e passarci sopra la lingua, le solite sguanate. Nerchie di tutte le fogge e misure, staccate dalle figure dei loro padroni, rette da granfie giganti, questo vedeva. Lei s'era sborsata le minne, le aveva apparecchiate sul davanzo e s'era messa a sgolare un'aria porca, di quelle che le senti e hai già voglia di ficcare. Susanna si affrettò a portare cibo caldo. Mi chiamo Esther Johnson, figlia di Mary, nipote di William. Questa è la terra dove sono nata, questa è la mia gente. Esther scese dai bastioni con gli occhi che bruciavano per aver scrutato l'orizzonte tutto il giorno. Molly guidò il convoglio verso Fort Niagara. Quando Donna della Terra sognò per la prima volta, fertili campi nacquero da quel corpo rigoglioso. Una nuvola da occidente prese diverse forme per compiacerla, finché non divenne un giovane uomo. Donna della Terra si innamorò all'istante e desiderò avere l'uomo nuvola dentro di sé. Anche le altre donne chiesero figli e mariti. Nessuna scelse di dare la morte. "Come va la guerra?" chiese Molly. Esther si avvinghiò a lui, respirando il suo respiro. Son qui, respiro il tuo respiro, son l'edera legata al tuo cuor. Non c'è saccheggio senza stupro. I cadaveri delle donne sembravano vuoti manichini. Esther pensò alla vita che l'attendeva e al mondo nuovo che avrebbero costruito, nel Giardino al centro dell'Acqua. Le Mille Isole. Manituana. "I'll think of it all tomorrow, at Manituana", si disse. "I can stand it then... After all, tomorrow is another day."»


Mo' pure Nenio s'è fatto er sito. Questo il link:
Fra le curiosità: le "prove di copertina" (quella sopra riportata è dello stesso Eugenio De Medio), le foto dei gatti con cui il Nostro divide la casa e la vita, il dizionarietto dei termini abruzzesi utilizzati nel romanzo eccetera. Il sito ha sezioni ancora in costruzione, ma lancia la proposta di un'associazione a cui l'autore di "Nenio" tiene in modo particolare: "La casa di Nenio", un centro deputato all'assistenza degli adulti in difficoltà per le violenze subite da bambini (le conseguenze di certi traumi possono affiorare a distanza di anni, se non adeguatamente elaborati).
Si tratta solo di un progetto, al momento. De Medio intende metterne a punto i dettagli e l'implementazione (come dicono a Pescara) insieme a quanti gli manifesteranno la diponibilità a collaborarvi e a sostenerlo.
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P.S. By the way. Editori cartacei, i diritti di "Nenio" sono ancora acquistabili. Non siate timidi, osate! Vibrisselibri vi aspetta a braccia aperte, qui:

Qualche tempo fa, a un mercatino di beneficenza del Lido di Venezia, ho acquistato una vecchia videocassetta di free climbing intitolata "METAMORFOSI", sul retro della quale era scritto:
"Un vero e proprio balletto sulla roccia, interpretato in modo spettacolare da PATRICK BERHAULT e ambientato nel suggestivo paesaggio della Costa Azzurra e di Finale Ligure. Le evoluzioni di questo grande free climber contengono eccezionali difficoltà tecniche, che possono essere ammirate anche per il valore estetico della sua gestualità".
Tutto vero alla lettera. Niente pubblicità ingannevole. Non semplice arrampicata, ma ARRAMPICATA ARTISTICA, cazzo!
Guardando Patrick spostarsi come un acrobata su pareti di roccia a tetto con la levità di un ragno e l'eleganza di un ballerino classico, mi sono detto: "Questa è poesia pura, una performance di livello talmente alto che mi sento traboccare di gratitudine per avervi potuto assistere anche solo in differita, grazie alla videoregistrazione che ne è stata effettuata."
Spento il videoregistratore, ho poi acceso il pc e mi sono precipitato a cercare notizie su Patrick.
Ho trovato uno dei suoi libri:

pubblicato da CDA & Vivalda, Torino, 2002.

http://www.8000.it/jumpNews.asp?idLang=IT&idChannel=348&idUser=0&idNews=9680
"Alpinismo
Ciao Patrick
Con un volo di 600 metri si chiude un capitolo dell’alpinismo moderno, il capitolo intitolato Patrick Berhault. Oltre che nei ricordi di ogni appassionato di montagna il suo nome rimarrà impresso sui monti più alti della terra grazie a Simone Moro.
Mercoledì, 12 Maggio 2004
Michaela Gornati
La fine di aprile ha chiuso un capitolo dell'alpinismo moderno: Patrick Berhault, 47 anni, una vita "alpinistica" alle spalle, è caduto sul Taschhorn (4491m), in Svizzera.
Il 28 aprile Patrick e Philippe Magnin sono partiti dal campo di Mischabeljosh, a quota 3851m, per scalare quatto cime di 4000 metri, parte di un loro particolare progetto che li avrebbe portati a salire 82 "4000" in 82 giorni. Un cornicione di neve a quota 4400 è franato trascinando nella sua corsa l'alpinista francese, non assicurato al compagno vista la scarsa difficoltà dell'itinerario. Il giorno successivo il corpo di Patrick è stato rinvenuto 600 metri più in basso, ormai privo di vita."
Allora mi sono ricordato dell'incidente, di cui avevo ben letto sui giornali nel 2004 e che, chissà perché, avevo nel frattempo dimenticato. "Povero Patrick", mi sono detto. "Morire così banalmente dopo aver spinto le possibilità performative dell'uomo a un simile livello di sublimità e spettacolarità."
Ho spento il pc e riacceso il videoregistratore, per seguire di nuovo con aumentata commozione i suoi delicati volteggi sulla roccia. E alla fine mi sono sfuggite le parole: "Grazie, Patrick", ma anche un verso di T.S. Eliot: "Aprile è il mese più crudele..."
Edoardo Brugnatelli è l'ideatore della collana di Mondadori Strade Blu, con i suoi Eggers, Palahniuk, Evangelisti, Gibson e molti altri [qui l'albero genealogico dei Brugnatelli: http://www.brugnatelli.net/, n.d.r.]. Compattando i suoi contributi al dibattito avvenuto in Lipperatura nello spazio-commenti al post "Saviano su Manituana" del 20 aprile scorso [dibattito che, a dire il vero, si è incentrato soprattutto sul dilemma se Saviano abbia incensato 'Manituana' per pura amicizia verso i Wu Ming o perché effettivamente affascinato dall'opera], se ne ricava un interessante scorcio sul mondo dell'editoria. Eccolo:
«Spessissimo nei vari interventi su libri editoria etc etc etc quando deve entrare un Orco Cattivo Causa di Tutti Mali viene evocato IL MARKETING. Qualcuna delle persone che evocano questo Male Radicale sa di cosa si tratta? Sa di che cosa sta parlando? Sa che rapporto c'è all'interno delle varie case editrici (TUTTE le case editrici, si noti bene) tra le varie funzioni: editoriali, di ufficio stampa, commerciali, di marketing etc etc? L'impressione che continuo ad avere è che ci si immagini un mondo quasi fatato popolato di figure ora eroiche (L'Autore che non si piega alle Esigenze Commeciali; l'Editor Duro e Puro e compagnia bella) ora malefiche (Il Marketing e le Sue Lusinghe, la Logica Commerciale, l'Editor malvagio assetato di soldi, sesso e potere) ora struggenti nella loro miserabile stupidità (i Lettori che Non Leggono i Classici, i Lettori Schiavi della Pubblicità, i Lettori di Dan Brown, sempre gli ALTRI LETTORI, quelli che leggono cose diverse da me/da noi). In questo mondo - al cui confronto Il Lupo e i Sette Capretti è un modello di severo realismo socialista - ci sono congiure, trame, complotti, regna il vizio, la smodata fame di denaro e di abiezione. Lavorando in questo mondo ahimé da quasi 20 anni devo dare una cattiva notizia: non è un mondo così fatato (nel bene e nel male) e a forti tinte dove risuonano a ogni piè sospinto arie wagneriane. Proprio per niente. È uguale al mondo che ciascuno di noi/ di voi incontra quotidianamente in metropolitana, alle scuole dei figli, alle code in posta, all'Ikea etc etc etc un mondo con le colonne sonore più svariate e spesso poco esaltanti, un mondo ricco di mezze tinte di sfumature, di grigi, di persone perbene e di individui nocivi a sé e agli altri, di mascalzoni e di sprovveduti. Amo i libri sopra ogni cosa e benedico ogni giorno quella divinità impazzita che per motivi a me ignoti mi ha fatto la grazia di lavorare e di guadagnarmi da vivere facendo questo lavoro (editor? direttore di collana? Sulla Carta d'Identità, preda della hubris e dell'invidia per mia moglie ho scritto Funzionario Editoriale che fa tanto Hegeliano). Cionondimeno mi rendo conto benissimo che - per quanto un lavoro straordinario e intellettualmente ulttrastimolante - questo resta un lavoro che cerco di svolgere in mezzo a delle altre persone, più o meno normali e più o meno decenti. Come me, come voi.
Come noi. So che è un grosso dolore per chi non si è rassegnato alla morte dell'Eliocentrismo, alla fine dei sogni del Creazionismo, alla scoperta che Babbo Natale e il Topolino dei Denti etc etc (spero di non aver svelato qualcosa che non andava svelato) ma è così. E allora non potremmo ogni tanto discutere, magari anche accapigliarci, arrovellarci, dialogare su QUESTO mondo non sull'altro?