Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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giovedì, settembre 27, 2007

V GIORNATE DELLA TRADUZIONE LETTERARIA

(Urbino, il Palazzo Ducale)

Sono in partenza per Urbino, dove dal 28 al 30 settembre si terrà la quinta edizione delle "Giornate della Traduzione Letteraria" a cura di Stefano Arduini e Ilide Carmignani, con tanta gente dell'editoria, compresa Margherita Forestan, ex direttrice editoriale di Mondadori Ragazzi da me trasformata - anni fa - in personaggio fantastico nell'opera "L'incredibile storia della Fata Fatuccia e della Strega Forestana":-)

Questo il programma della prima giornata:

VENERDI' 28

ore 10.30 Accoglienza partecipanti

ore 15.00 Saluto del Rettore e delle Autorità Accademiche

Giovanni Bogliolo

Saluto del MInistero per i Beni e le Attività Culturali

Vitaliana Vitale, Umberto D'Angelo

Saluto Reference Mondadori

Margherita Forestan, Elena Dal Pra

Apertura Giornate

Stefano Arduini, Ilide Carmignani

ore 15.30 Conferenza inaugurale

Peeter Torop

ore 16.30 Consegna del Premio per la Traduzione

ore 17.30 Seminari

Susanna Basso, Traduzione e creatività

Alessandra Bazardi (Harmony), La traduzione del romanzo rosa

Massimo Bocchiola, Tradurre lo slang (inglese)

Mariarosa Bricchi (BUR), La scheda di lettura come microgenere letterario

Marisa Caramella (Mondadori), Come affrontare una prova di traduzione per un editore

Roberto Danese, Vortere italice. La traduzione dei classici greci e latini nell'editoria odierna

Umberto D’Angelo, Tradurre da lingue altre: aspetti culturali e forme di sostegno istituzionali

Lorenzo Enriques, La Zanichelli e i traduttori

Enrico Ganni, L'edizione delle opere di Walter Benjamin (tedesco)

Giuseppe Grilli, Interpretare e tradurre: il caso Cervantes

Elena Liverani, Fraseologia e dizionari (spagnolo)

Ena Marchi (Adelphi), Editing e traduzione

Yasmina Melaouah, Il mondo fuori dal dizionario (francese)

Bruno Osimo, Conseguenze delle scelte traduttive con esempi basati sulla traduzione della Bibbia

Alberto Rollo (Feltrinelli), Prima dei libri, intorno ai libri

Giovanna Scocchera, Le deviazioni dallo standard linguistico (inglese)

E qui il programma integrale:

http://www.centroeditoria.it/index.php?option=com_content&task=view&id=38&Itemid=0

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Propongo, adesso, uno spunto di riflessione:

come tradurre dall'italiano all'inglese la struggente poesia "IL DRAMMA ECOLOGICO"?

Questo il testo:

"Il mare

era

così sporco

che invece

della risacca

c'era

la ricacca"

               (Lucio Angelini)

Difficile trovare una soluzione traduttoria che riproduca in inglese il gioco italiano tra 'risacca' e 'ricacca'... In genere si ricorre a soluzioni più o meno vagamente imparentate con gli anafonismi originali. Ecco il tentativo di un amico di madrelingua inglese:

"The sea

was

so dirty

that

instead of the

usual UNDERTOW

there was only

a huge pile  

of NUMBER TWO"

Peccato solo che, partendo da questa traduzione inglese, un altro amico abbia ritradotto in italiano:


"Il mare era cosi inquinato
che non c'era risucchio
ma solo tanta merda"

Non è chi non colga l'impoverimento avvenuto nel passaggio da una traduzione all'altra:- )

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Altro esempio. Come tradurre in inglese il seguente gioco di parole:

"Sapete perché il maialetto è un nottambulo?"
"No, perché?"
"Perché non va mai-a-letto." ?


Eccetera.

postato da: Lioa alle ore 06:06 | link | commenti (3)
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mercoledì, settembre 26, 2007

FRANCIS LONEY A VENEZIA

Sono amico del fotografo inglese Francis Loney dai tempi dei Beatles e di Carnaby Street. In questi giorni è mio ospite a Venezia. Il suo sito professionale è qui:

www.francisloney.co.uk

Ieri abbiamo visitato insieme la mostra "VENEZIA E L'ISLAM" a Palazzo Ducale. Oggi lo porto a guazzare nelle piscine calde delle Terme Euganee, visto che piove:-)

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(Immagine dal sito di Francis).

postato da: Lioa alle ore 05:45 | link | commenti (3)
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martedì, settembre 25, 2007

BEPPE GRILLO SUL PONTE DI CALATRAVA

(Il ponte di Calatrava)

Da "La NUOVA VENEZIA" di ieri:

IL CICLONE GRILLO A JESOLO

"Quel ponte di Calatrava ditemi a cosa serve"

«[cut]... questo Calatrava, sapete come lo chiamano all'estero? Dalìalà, perché non si capisce a cosa servano i ponti che fa. Utilissimo, quello di Venezia, costato milioni di euro, unisce il parcheggio alla stazione, la stazione al parcheggio, così chi arriva in auto va a vedere chi scende dal treno. Bisogna fermarla, questa gente qui... »

Immagine da http://www.invenicetoday.com/tour/ponti/4ponte.htm

postato da: Lioa alle ore 00:15 | link | commenti (17)
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lunedì, settembre 24, 2007

IL GRIDO DI GIUSEPPE GENNA

demetriopaolin.jpg.

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(Demetrio Paolin)

«Sto leggendo un manoscritto, un romanzo inedito: si intitola Il mio nome è legione, il suo autore è Demetrio Paolin, autore tra l'altro di Una tragedia negata, un saggio sui Settanta in uscita per il Maestrale, dopo essere passato per la fionda di vibrisselibri. [cut]... Non voglio dire nulla della storia, voglio soltanto asserire che Paolin fa crescere, con una pressione interna che schianta, un personaggio universale, ai limiti del teologico (no: oltre i limiti del teologico), una stazione dopo l'altra, in una via sacra affrontata da una santità ambigua e inconsapevole, al di là della morale e alla ricerca dell'appiglio morale. Il suo protagonista è l'uomo dostoevskijano oggi: il residuo coriaceo che rimane, il dubbio e lo schianto nel mondo di oggi e nella memoria di ogni ieri."»

A entusiasmarsi così è Giuseppe Genna, un recensore tutt'altro che facile a lasciarsi schiantare dalla pressione interna di un libro o dalla rappresentazione dello schianto nel mondo oggi e nella memoria di ogni ieri. Il titolo del pezzo è: "PUBBLICATE IL MIO NOME È LEGIONE!", un grido apertamente rivolto agli editori.

Il resto dell'articolo è qui:

http://www.giugenna.com/interventi/pubblicate_il_mio_nome_e_legio.html#040499

Complimenti, dunque, al vibrisselibraio Demetrio Paolin e complimenti anche a Giuseppe Genna per essersi complimentato con lui. Se la fionda di Vibrisselibri ha lanciato Paolin come saggista, quella di Genna tenta di farlo come romanziere. Speriamo che, lancia oggi, lancia domani, il buon Demetrio finisca per schiantarsi davvero sul mercato (editoriale) sottostante:- ).

postato da: Lioa alle ore 03:24 | link | commenti (4)
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giovedì, settembre 20, 2007

LO SCRITTORE PER RAGAZZI. 8° E ULTIMA PUNTATA

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Da "IL FANTOMATICO PIACERE DELLA LETTURA" (Dialogo tra un Appassionato di Libri e un Giovane Alitterato) di Lucio Angelini.
[CUT]
"Per tornare alle fiabe, desidero leggerti una lettera che ho trovato nella rubrica della posta del quotidiano ‘La Repubblica’ proprio qualche giorno fa. L' ho ritagliata e incollata qui sull'agenda. Si intitola ‘RICOMINCIAMO DALLE FIABE’. Ascolta:
 
'Cara Barbara Palombelli'"
 
"Chi è Barbara Palombelli?"
 
"La redattrice che cura la rubrica, e che aveva già ricevuto e pubblicato molte lettere sullo sbandamento e il disagio di vivere di molti giovani. Ascolta: '... a proposito di anoressia, bulimia, suicidi giovanili e altre forme di resa alle difficoltà della vita, variamente avvertita come insostenibile, vorrei rivolgere un tempestivo consiglio non tanto alle persone già coinvolte in tali vicende, quanto ai nuovi genitori, per aiutarli a strutturare meglio la personalità dei propri 'cuccioli'; forte della mia piccola competenza settoriale, vorrei ricordare loro la fondamentale importanza di una bella scorpacciata, negli anni giusti, di... fiabe! Ci sono, nelle fiabe, due ingredienti assolutamente salutari e determinanti: 1) le peripezie (o prove che l'eroe deve superare); 2) il lieto fine (vittoria dell'eroe). I bambini hanno assolutamente bisogno di consolidare la propria capacità di speranza, di fortificare un automatismo che li spinga a considerare ogni batosta solo momentanea, accessoria, assolutamente non pregiudizievole del successo finale, una sorta di inevitabile scotto da pagare, semmai, per averlo. A questo servono le cosiddette peripezie delle fiabe. Identificandosi nell'eroe di una fiaba, il bambino si allena da un lato a incassare (insieme a quello) tutta una serie di scacchi, dall'altro a considerarli irrilevanti ai fini del successo complessivo. Nelle fiabe nessuno si arrende al proprio destino e i brutti anatroccoli diventano regolarmente degli splendidi cigni. I personaggi delle fiabe vivono una vita intessuta di desideri che si realizzano ad onta di qualunque ostacolo di partenza o incidente di percorso (una famiglia poverissima, un padre che li porta a perdere nel bosco, delle prove da superare... ). Finché si è piccoli, poco strutturati, si ha assolutamente bisogno di fare un bel pieno di fiducia. Poi, quando si è preso coraggio, si abbandonano le fiabe e si fa il gran salto nella realtà, ma, e qui sta il punto, ARMATI DI SPERANZA. Ecco, dunque, in sintesi, il mio consiglio: RICOMINCIARE DALLE FIABE.'"
"Be’, credo di aver capito che cosa intendesse dire quel lettore con la propria lettera. Ma il problema vero, secondo me, non è quello di far amare le fiabe. Non ci vuole molto. Figuriamoci, piacevano anche a me!... forse perché, in fondo, dovevo solo ascoltarle. Il problema vero è far amare ai ragazzi la lettura di libri quando sono un po' più grandi. Per quanto mi riguarda, la sola idea di prendere un libro in mano mi fa star male."
"È proprio di questo che abbiamo parlato fin adesso. La soluzione, come ho cercato di farti capire, è combattere i pregiudizi con cui in genere si guarda alla lettura libera. Leggere libri è una cosa bella, capace di regalare enormi e impensate emozioni. Solo che bisogna avere la pazienza di individuare gli autori giusti e i libri giusti, che non sono gli stessi per ognuno. Non tutti i libri, ti ripeto (e vorrei che te lo ficcassi bene in testa), sono fatti per piacere a chiunque. Il piacere della lettura va conquistato attraverso una faticosa esplorazione personale. È un po' come per L’isola del tesoro. Bisogna prima cercarla, per poterci mettere piede. Se poi si ha anche una mappa, tanto meglio."
"Ma se un ragazzo non ne vuole proprio sapere e si rifiuta di aprire un libro?"
"Be’, in quel caso conviene lasciarlo in pace, come dice Pennac, ad evitare che l'idea della lettura gli si abbini per sempre, nella mente, a quella di tortura. Meglio più tardi, magari, che mai."
postato da: Lioa alle ore 17:13 | link | commenti
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martedì, settembre 18, 2007

PERCHÉ SCRIVERE?

 

(Milena Agus)

Ogni tanto faccio una capatina nel deterioratissimo niusgruppo it.cultura.libri , tanto per vedere che aria tira.

Proprio ieri ho beccato questa perla di thread, avviato da tale Moor il 16/09/07:

"PERCHÉ SCRIVO - MILENA AGUS"

«Ciao, se non sbaglio è appena uscito 'perchè scrivo' di Milena Agus. Qualcuno di voi lo ha letto? Cosa ne pensate? Le recensioni sembrano entusiaste... Saluti. Moor»

Ha risposto tale Laura:

«Il titolo esatto è "Perché scrivere". Avendo letto "Mal di pietre", penso sia giusto che Milena Agus si ponga l'angoscioso quesito. Anzi, potesse arrivare alla conclusione che non c'è nessuna ragione perché lei scriva, ne sarei entusiasta anch'io.»

E tale "w":

«ROTFL!

(se tu ci recensissi "Mal di pietre", potrebbe essere un buon contravveleno).»

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Di "Mal di pietre", però, finalista allo Strega, Giovanna Zucconi ha scritto:

tuttolibri -la stampa del 31/03/2007
Parigi scopre un bijou sardo di giovanna zucconi
Libro: Mal di pietre

«"Ce livre est un bijou". In classifica, sia pure al sedicesimo posto, c'è questo romanzo-gioiello, la storia di una donna dai lunghi capelli neri che trova prima marito e poi l'amore, durante una cura termale. Chissà se, per rimbalzo esterofilo, anche gli italiani lo leggeranno in massa e con altrettanto entusiasmo. Non occorre neanche aspettare che sia tradotto, il bijou. Mal de pierre altro non è che Mal di pietre della scrittrice sarda Milena Agus, pubblicato da nottetempo. Merita.»

E F.G. su L'ESPRESSO del 19/04/07:

Milena chi? di F. G.
Libro: Mal di pietre

«Le vie del successo sono misteriose. Quasi sconosciuta in Italia, [ma ormai famosa in Francia] dove i suoi romanzi hanno venduto migliaia di copie, Milena Agus è stata una degli autori più corteggiati all'ultimo Salone del Libro di Parigi. Recensioni superlative, interviste, file di lettori in attesa. Tradotto dalla piccola casa editrice Liana Levi, il suo romanzo "Mal di pietre", grazie all'appoggio entusiastico della critica e al passaparola dei lettori, ha già bruciato 60 mila copie, conquistando i piani alti delle classifiche. Adesso l'editore italiano, nottetempo, spera che il successo d'oltralpe risvegli l'attenzione dei lettori nostrani.»

[Immagine da http://www.edizioninottetempo.it/ ]

postato da: Lioa alle ore 08:36 | link | commenti
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lunedì, settembre 17, 2007

TEMA: COME HO PASSATO IL WEEKEND

(Ferrata Stella Alpina)

Bisogna sapere che alla mia collezione di ferrate difficilissime mancava solo la "Stella Alpina" sul Monte Agner, nelle Pale di San Lucano. Ebbene, proprio sabato mattina, in compagnia dei bolognesi Paolo e Matteo, e del mestrino Stefano, ho finalmente chiuso la serie (ma sì, che dite? certo che avevo già fatto la Costantini, la Piazzetta, la Tomaselli, la Pisetta e la Mori!!!). Raggiunto con la seggiovia da Frassené (a pochi chilometri da Agordo) il rifugio Scarpa, ci siamo incamminati trepidanti verso l'attacco, a una quarantina di minuti circa più in alto. Per i dettagli della ferrata vi rimando all'accurata descrizione e alle foto presenti nel sito:

http://www.vieferrate.it/ferratastella.htm

Direi che l'aspetto da tenere maggiormente in considerazione è la lunghezza del percorso completo. Arrivati al bivacco Biasin, sotto la cima dell'Agner, abbiamo trovato un piccolo branco di camosci bighelloni che poi ci hanno accompagnati anche per un tratto del sentiero di ritorno (cfr. l'esclamazione: "Non ci sono più i timidi camosci di una volta!").

stellalpina2.

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(Apro la porta del bivacco Biasin. Foto di Paolo Venturi)

Nel libro di vetta, peraltro, dentro il bivacco, abbiamo letto le righe scritte dall'escursionista bolognese Andrea Guglielmi che un paio di settimane fa è morto scendendo dalla parte sbagliata. Aveva scritto: "L'ho trovata particolarmente difficile, e sì che ne ho fatte un centinaio. Ora scendo verso Col di Prà". Qualcuno aveva aggiunto in calce: "perito nel Vallòn delle Scandole". Povero ragazzo...

http://www.montagna.tv/?q=node/5832

Noi, per scendere, abbiamo optato per la via normale, purtroppo interminabile, e così alle nove di sera eravamo ancora in mezzo al bosco. Sono tornato al Lido di Venezia che era l'una di notte e ho messo la sveglia per le 6. Per ieri, domenica, infatti, mi ero iscritto a un ampio giro in barca con Trekking Italia nella laguna sud (la parte dietro la Giudecca verso Chioggia, per intenderci). Per fortuna è stata una splendida giornata di sole e così ho potuto rilassarmi spaparanzato per ore e ore sulla prua del barcone in costume da bagno. Abbiamo vagato per canali, canaletti, barene, canneti, piante di salicornia, eriche di palude fino allo stucchevole casone di valle Zappa

http://sbmp.provincia.venezia.it/mir/itinera/archeo/zappa0.htm

con tappe a terra nell'isola di Pellestrina, a Malamocco eccetera. Il rientro, per accontentare i milanesi, è avvenuto lungo il Canal Grande. Insomma, un bellissimo week end, anche se ancora risento della sfacchinata della Stella Alpina. Ma credetemi, provo la stessa soddisfazione di un bambino che abbia completato il suo primo album di figurine Panini:- )

Buona settimana a tutti.

[Immagine in alto tratta dal sito www.vieferrate.it]

postato da: Lioa alle ore 07:31 | link | commenti (9)
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venerdì, settembre 14, 2007

LO SCRITTORE PER RAGAZZI (7° puntata)

(Gianni Rodari)
Da "IL FANTOMATICO PIACERE DELLA LETTURA" (Dialogo tra un Appassionato di Libri e un Giovane Alitterato) di Lucio Angelini.
[CUT]
"Secondo lei sono più importanti gli scrittori per adulti o gli scrittori per ragazzi?"
"Vuoi sapere se lo scrittore per ragazzi è uno scrittore di serie B, uno scrittorino, come pretendono molti, o se ha la stessa dignità dello scrittore per adulti?"
"Sì."
"Be’, proprio ultimamente vi è stata una polemica sui giornali riguardo alla figura dello scrittore per ragazzi: tutto è iniziato con un articolo di Nico Orengo, direttore dell'inserto libri del quotidiano La Stampa, che si è domandato: 'L'isola del tesoro' è un libro per ragazzi o per adulti? E 'La fattoria degli animali'? E la trilogia di Calvino sugli 'Antenati'?"
"Trilogia, ha detto?"
"Sì, non spaventarti. Vuol dire solo 'discorso in tre libri'. Nel caso di Calvino Il Barone rampante, Il Cavaliere inesistente, Il Visconte dimezzato."
"Ma lo scrittore per ragazzi si distingue o no da quello per adulti?"
"La risposta di Nico Orengo è che uno scrittore non ha etichette: o è scrittore o non lo è."
"E dunque?"
"A Nico Orengo, qualche giorno dopo, ha risposto un altro scrittore chiamato Roberto Denti, che è anche critico."
"E che cosa ha detto?"
"Che da un lato Orengo ha ragione: o si è scrittori o non li si è; che il confine tra il libro destinato ai ragazzi e quello destinato agli adulti è molto labile; ma che esiste comunque una specificità, che non può venire dimenticata: la letteratura per ragazzi, secondo lui, è una letteratura basata sull'avventura e sulla capacità dello scrittore di far viaggiare i propri lettori con la fantasia, e di catturarne l'attenzione con forti stimoli."
"Secondo me, se uno scrittore vuole essere sicuro di poter piacere ai ragazzi, è sufficiente che infili nei suoi romanzi una buona dose di mostri e di cose disgustose."
"La mia amica Margherita Forestan[1] sostiene che uno scrittore per ragazzi non deve solo addentrarsi nei nuovi stereotipi che si vanno formando (un filo di crudeltà, tante schifezze che piacciono ai più giovani, zanne e orchi a volontà), ma costruire una storia che sia intrigante, che tenga desta l'attenzione, che accenda l'interesse e spinga il lettore a continuare la lettura per vedere come una situazione si evolve o va a finire. Purtroppo i ragazzi, abituati dalla televisione a stimoli di ogni genere, sono diventati molto esigenti: non è poi così semplice accontentarli."
"Soprattutto se assomigliano a me. Le ho già detto che non sono per niente attratto dalla lettura."
"Vuoi, comunque, che ti dica quali sono i requisiti più gettonati dai ragazzi, secondo un'indagine commissionata di recente dagli editori? Me li sono appuntati qua sull'agenda... aspetta un attimo. Ah, eccoli qua."
"I requisiti di un libro per ragazzi?"
"Sì. Per prima cosa un libro per ragazzi deve avere una trama appassionante; per seconda cosa, le vicende devono essere movimentate e avvincenti, con quel tipo di 'suspence' che non permette quasi di chiudere il libro e di fare qualcos'altro. Per terza cosa, il finale non deve deludere."
"E gli argomenti?"
"Gli argomenti prediletti da voi ragazzi? Be’, si va dalla rabbia impotente del più debole nei confronti del più forte al senso eroico dell'amicizia; dalla paura della malvagità senza forma ai racconti che, esplicitandola, la esorcizzano; dal tema dei genitori che non capiscono, all'umorismo che smonta la boria dei prepotenti; dagli animali schiavi dell'uomo (come il bambino lo è degli adulti!) agli incontri con alieni provenienti da altri mondi... "
[CONTINUA]


[1] Ex direttrice editoriale di Mondadori Ragazzi.
postato da: Lioa alle ore 06:31 | link | commenti (3)
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giovedì, settembre 13, 2007

LO SCRITTORE PER RAGAZZI (6)

cordatadiscrittori.
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Da "IL FANTOMATICO PIACERE DELLA LETTURA" (Dialogo tra un Appassionato di Libri e un Giovane Alitterato) di Lucio Angelini.
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[cut]
"Lo scrittore, come ogni artista, non imita o fotografa il mondo: lo reinventa e lo interpreta in maniera originale. Ne dà una propria versione. Il solo fatto che scelga di narrare certe vicende scartando tutte le possibili altre, implica un'astrazione."
"Non capisco bene."
"Il mondo, voglio dire, è grande. Nel mondo, per giunta, ognuno si ritaglia un proprio e più piccolo 'mondo', dall'interno del quale giudica il mondo più grande in cui si trova a vivere: gli artisti sentono in modo particolarmente assillante l'esigenza di esprimere (alcuni la chiamano 'urgenza espressiva') tale propria raggiunta visione del mondo e non trovano pace finché non l'hanno trasfusa in una o più opere: benché sia solo la loro 'particolare' visione del mondo, in realtà la ritengono significativa o valida anche per altri, degna di essere sottoposta all'attenzione dei propri simili, 'comunicata' loro."
"E come procedono?"
"Attraverso una serie di scelte e di rinunce progressive che, di volta in volta, escludono tutte le possibili altre."
"Non capisco."
"Il mondo, ripeto, è grande. Siamo in tanti. Nel mondo ognuno di noi, e ogni artista in particolare, si costruisce un proprio osservatorio in cui si sente di vedetta e in cui elabora le informazioni e i dati che raccoglie dal mondo e sul mondo. Dall'alto di tale osservatorio l'artista rilancia la verità o il pezzetto di verità che gli è parso di captare o intuire sul mondo. Lo fa attraverso le proprie opere e in un linguaggio che non è razionale, ma basato su immagini simboliche: immagini, cioè, che non stanno per se stesse, ma per dare forma all'informe verità che sente di avere colto."
"Mi faccia un esempio."
"Prendiamo il caso di un pittore: non appena comincia a sentirsi 'agito' dalla suddetta urgenza espressiva, per prima cosa sceglie uno spazio e lo circoscrive, rinunciando a tutto il rimanente. Ritagliato o delimitato lo spazio (di solito un rettangolo di dimensioni ragionevoli), lo incornicia (se vuole) e ci mette dentro delle cose."
"Quali?"
"Lì viene il bello. La scelta è infinita: nella realtà esterna ci sono miliardi e miliardi di soggetti e stimoli, e altrettanti nella nostra realtà interiore, per non parlare di quelli fattici balenare dalla nostra fantasia (l'artista ha capacità creativo-combinatorie particolarmente accentuate). Quali scegliere? A quali altri rinunciare?"
"Già, a quali?"
"L'artista restringe progressivamente e drasticamente il campo per concentrarsi su una sparuta manciata di elementi, da inserire nella tela ad esclusione di tutti gli altri. Ma proprio in quanto selezionati fra i miliardi e miliardi di altri che ribollono nel magma indistinto della realtà esteriore o interiore, e in quanto inseriti nello spazio privilegiato e ben delimitato del quadro, gli elementi rappresentati assumono una fortissima valenza simbolica. Si incaricano di esprimere, cioè, non solo se stessi, alla lettera, ma l'intero mondo interiore dell'artista, insieme alla sua particolare visione della vita: una visione che può essere ottimistica, pessimistica, perplessa, inorridita e chi più ne ha più ne metta."
"Insomma un quadro avrebbe due significati: uno più superficiale e immediato, l'altro più profondo e complesso."
"Esattamente. La vera opera d'arte è caratterizzata, anzi, proprio dal suo essere polisensa, cioè dotata di molti significati; sa comunicare messaggi diversi a persone diverse, o addirittura messaggi diversi anche allo stesso destinatario, in momenti diversi del tempo. Parla simultaneamente alla mente, al cuore, all'intelletto. Il suo significato è aperto. Cambia nel tempo e da persona a persona. Può essere captato facilmente o con difficoltà... "
"E come si fa a essere sicuri di aver interpretato un quadro in modo corretto?"
"Be’, la sicurezza completa non c'è mai. E questo vale non solo per i quadri, ma anche per i libri o qualunque altro tipo di opera d'arte. Il loro valore, anzi, sta proprio nella capacità di parlare a livelli diversi a persone diverse e a seconda dei tempi."
"Sono un po' spaventato. Dev'essere molto complicato giudicare un'opera d'arte."
"Eh, sì. Sensibilizzarsi all'arte e al bello non è mai qualcosa di gratuito: occorre affinare con lo studio i propri strumenti di valutazione, inquadrare le varie opere nel tempo storico in cui sono state prodotte eccetera eccetera. La competenza, insomma, (ma questo vale in tutti i campi) non si improvvisa, richiede preparazione e fatica."
"Io, in genere, mi lascio guidare dall'istinto. Un quadro o mi piace o non mi piace. È una sensazione immediata."
"Non sei il solo. La maggior parte delle persone si accontenta di rilasciare giudizi estemporanei, legati alle reazioni istintive del momento. Ma se si vuole arrivare a una valutazione più seria, occorre avere l'umiltà di accostarsi a un'opera d'arte con la necessaria preparazione. È vero, comunque, che il successo e la fortuna di un'opera o di un artista sono legati a fattori complicati e spesso imprevedibili. L'arte ha a che vedere sì con il bello, ma un particolare tipo di bello che, a sua volta, ha a che vedere con la verità. E la verità, purtroppo, è un diamante dalle molte facce e dai molti splendori. Un artista può piacere poco o molto nel suo tempo, oppure solo dopo morto, e così via. Inoltre, nel campo dell'arte ci sono più santi che nicchie: tantissimi artisti dotati di grande talento restano sconosciuti e solo un ristretto drappello di essi (non sempre i migliori) ottiene il giusto riconoscimento o la giusta remunerazione. Ma tutto questo vale anche per i libri. Ci sono libri che spariscono senza lasciare traccia, altri che restano nel tempo come pietre miliari... La vera opera d'arte, in ogni caso, riesce sempre a trasmettere qualche barbaglio di verità."
"E se questo pezzetto di verità coincide con quello già espresso da altri artisti?"
"Può succedere. Non c'è nulla di male. L'importante è che non coincida il modo in cui è stato espresso, la storia o il quadro o la scultura o la musica o il film a cui è stato affidato. Considero ogni vero scrittore, per esempio, un anomalo teso a dissomigliare dagli altri, a cercare una propria strada espressiva, a costruire un proprio universo originale fin dall'Incipit... uno sperimentatore, insomma."
[CONTINUA]
postato da: Lioa alle ore 06:41 | link | commenti
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mercoledì, settembre 12, 2007

A CIASCUNO IL SUO MESTIERE

Ha scritto Roberto Pugliese sul Gazzettino, a proposito del Leone d’Oro ad Ang Lee:

“Il giudizio sulla qualità della 64° Mostra va diviso da quello sul verdetto strabico, e stavolta francamente indecente, di una GIURIA DI REGISTI. È un esercizio retorico ricorrente e futile, ma è anche la prova ulteriore, se mai ve ne fosse bisogno, che ***i cineasti devono fare film, non giudicare quelli altrui perché non è il loro mestiere***”. 

Piero Sorrentino - su Nazione Indiana - si è inventato addirittura il neologismo "scrittico" per bollare i critici con il vizietto segreto dell'autorialità anche narratoriale:

http://www.nazioneindiana.com/2007/09/10/gli-scrittici/#more-4411

"... Tu sei una figura ibrida, un essere bicefalo, stai a metà, un po’ qui un po’ là, un po’ scrittore, un po’ critico. Sei tutt’e due: sei uno scrìttico...

Vuoi fare questo e quello?
Bene, benissimo. Fallo!
Lo si fa, lo si è sempre fatto.
Però, caro scrìttico, dillo.
Dichiaralo.
Affermalo.
Ammettilo.
Proclamalo...

Tu che scrivi narrativa.
Tu che mandi i tuoi manoscritti in giro per case editrici.
Tu che fingi di fare solo critica letteraria, e invece nel buio e nel silenzio della tua stanza butti giù romanzi, organizzi raccolte di racconti, conti gli endecasillabi dei tuoi versi.
E, soprattutto, tu che, dalle colonne dei giornali sui quali scrivi, dalle frequenze delle trasmissioni radio che conduci, dagli schermi delle emittenti televisive che ti ospitano, dai server della Rete che pubblicano il tuo sito, soprattutto tu, che sbavi e sbraiti contro quegli editori che rifiutano il tuo manoscritto; tu che sputi veleno contro il resto dei libri che quello stesso editore decide di pubblicare; tu che diffondi maldicenze e falsità; tu che stronchi in modo violento e immotivato chi non ti vuole; tu che fingi di avere a cuore le sorti della letteratura, e invece ti maceri e struggi solo per difendere la tua letteratura; mi rivolgo proprio a te, scrìttico, perché so che siamo ancora in tempo per salvarci, per salvarti."

E Tiziano Scarpa, già autore di un altro celebre neologismo (bee jay) di rincalzo:

"... Lo scrìttico oltre a leggere libri ama scriverli, è parte in causa. Si ripropone il paradosso kafkiano: 'Solo la parte in causa può giudicare, ma in quanto parte in causa non può giudicare'..."

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Che dire?

Ah, bei tempi quelli della servitù della gleba (1), quando ognuno era fissato senza scampo al suo posto:- )

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(1) "Il feudatario non aveva diritto sulla vita del servo della gleba che però poteva essere venduto insieme alla terra, su cui aveva il diritto-dovere di restare" [da Wikipedia ]

[Immagine da http://www.24sette.it/myfiles/Image/sorrentino.jpg ]

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martedì, settembre 11, 2007

Zero. Perché la versione ufficiale sull'11/9 è un falso

"ZERO. PERCHÉ LA VERSIONE UFFICIALE SULL’11/9 È UN FALSO" di Giulietto Chiesa, Piemme Edizioni.

"La ragione principale che mi ha spinto a promuovere questo lavoro collettivo risiede nella mia profonda convinzione, che so essere condivisa da tutti coloro che vi hanno preso parte, che l’11 settembre è stato non solo un colossale inganno, perpetrato ai danni dell’intera umanità, ma che esso è stato ed è un’arma di tremenda potenza puntata contro la pace mondiale e i cui effetti – se non impediti – potrebbero mettere in causa la stessa sopravvivenza di milioni e perfino di miliardi di individui.

Come è stato detto autorevolmente, la verità sull’11 settembre non la conosceremo mai: non nei prossimi cento anni almeno. E questa realistica affermazione già implicitamente contiene l’ipotesi che la versione ufficiale non solo non ci ha detto la verità, ma è stata dettata da una ferrea ragion di stato, ben più tremenda del bilancio delle vittime di quel giorno, perché ha aperto la via a mostruose carneficine di innocenti. Che sono in corso mentre scrivo queste righe, e che possono dilagare se non ci sarà qualcuno capace di fermare la mano degli insensati che guidano il pianeta... "

IL RESTO QUI:

http://www.carmillaonline.com/archives/2007/08/002358.html

O QUI:

http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=710

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lunedì, settembre 10, 2007

VIBRISSELIBRI AL COPYLEFT FESTIVAL

logocopyleft.jpg

FESTIVAL DEL COPY LEFT AD AREZZO DAL 13 AL 16 SETTEMBRE.

IMPERDIBILE - IN PARTICOLARE - L'INCONTRO DI VENERDÌ 14 ALLE ORE 18.00 con Alessio Paša e il suo Appuntamento con il notaio / Paura della notte.

Lo stand di VIBRISSELIBRI sarà presidiato dal giovane e aitante FRANCESCO SASSO, forse affiancato, venerdì pomeriggio, dal brutto e attempato GIULIO MOZZI :- )

Qui il programma:

http://inprospettiva.altervista.org/

A proposito di copy-left, "The Disney Trap", il video sull'argomento con Monica Mazzitelli de iQUINDICI sfonda il tetto del milione di spettatori su YouTube! Volete rivederlo? Cliccate qui:

Add Video to QuickList

http://www.youtube.com/watch?v=MqySp7Nq5j0

ALTRA NOTIZIA. Mi scrive Bartolomeo Di Monaco:

"Dai primi di settembre ho avviato, insieme con l'Associazione culturale lucchese 'Cesare Viviani', che contribuii a fondare nel 1993, e di cui sono presidente onorario, la rivista web PARLIAMONE (tutto maiuscolo), già attiva e di cui potete farvi un'idea cliccando sul link sottostante. Essa ospiterà in particolare articoli su: letteratura, cinema, fumetti, musica, pittura, oltre ad altri articoli che mostreranno speciale interesse. Sulla qualità cui potrà pervenire la rivista non so dire ancora, ma ho avuto l'adesione a collaborare di una ventina di buoni, se non addirittura ottimi scrittori, che mi inducono a ben sperare.
 
Mi piacerebbe che nei vostri siti, se lo vorrete, poteste indicare il link alla rivista, che è questo:
 
Rivista PARLIAMONE
http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?cat=17  "
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Ecco fatto, Bart. Auguroni.
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sabato, settembre 08, 2007

LEONE DELUDENTE

ledger.

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(Heath Ledger)

Se penso a quanto esultai il 10 settembre 2005 per l'assegnazione del Leone d'Oro all'Ang Lee di "BROKEBACK MOUNTAIN"  (che definii: "il Wuthering Heights dei nostri tempi" ) qui al Lido di Venezia

http://lucioangelini.splinder.com/post/5671389#comment

e alla delusione provata stasera all'annuncio del nuovo Leone d'Oro  tributato allo stesso regista per il film "Lust. Caution" , l'unica consolazione che trovo è nella convinzione che, in fondo, una scelta valeva l'altra, dato che nessun film aveva fatto "il chioppo" o indotto alcuno ad esclamare "Leone! Leone!". 

In passerella, peraltro, è sfilato proprio quell' Heath Ledger che in Brokeback Mountain aveva impersonato uno dei due cowboy travolti dalla passione nel profondo Wyoming degli anni '60, e che quest'anno figura come uno dei sei improbabili Bob Dylan della fanta-biografia di Todd Haynes "I'm not there". Ce l'ha messa tutta, Heath, ad apparire simpatico (calzoni corti, calzettoni da clown a righe bianche e rosse, zainetto sulle spalle), ma questa volta niente strette di mano, per cui posso lavarmi tranquillamente:- )

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[Immagine da http://www.fantasymagazine.it/imgbank/ARTICOLI/hl101106.jpg ]

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venerdì, settembre 07, 2007

LO SCRITTORE PER RAGAZZI (5). ATAVICHE PAURE

 
Da "IL FANTOMATICO PIACERE DELLA LETTURA" (Dialogo tra un Appassionato di Libri e un Giovane Alitterato) in "Quel bruttocattivo di papà Cacciari!", di Lucio Angelini, © Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia.
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[CUT]
...
"Anche se ormai non leggo quasi più, ricordo che, quand'ero piccolo, mi piacevano un sacco le fiabe. Ne avevo un'intera collezione, incisa su cassette. La mamma me le faceva ascoltare la sera, prima di venire a darmi la buonanotte."
"Le fiabe sono qualcosa di meraviglioso: offrono un grosso aiuto ai bambini."
"Che tipo di aiuto?"
"I motivi e i personaggi delle fiabe simboleggiano i problemi del bambino nei diversi momenti della sua crescita: l'insicurezza dei primi anni (pensa a Pollicino abbandonato nel bosco!); i conflitti con i genitori e la ricerca di una propria identità, espressi nel motivo dell'andarsene per il mondo, presente in molte fiabe; le rivalità con i fratelli (il più piccolo di tanti fratelli, spesso, è l'eroe-protagonista); il timore delle scelte sbagliate nelle amicizie (gli orchi, le streghe); la fiducia nella felicità dell'età adulta (il povero che sposa la principessa) e così via. Se la paura di essere divorati assume la forma di una strega di cui è possibile sbarazzarsi gettandola nel forno, il gioco è fatto: lo scontento originario dell'ansia si trasforma nel piacere dell'ansia affrontata con successo."
"Così il bambino si sente più sollevato... "
"Esattamente. Le fiabe lo aiutano a sperare di poter vivere felice e contento, dopo aver superato peripezie e ostacoli."
"Ma perché i bambini hanno tanta paura del buio?"
"Ci sono diverse spiegazioni. Una delle teorie più bizzarre è quella di un certo Alfred Alvarez, secondo il quale i bambini nascono già con tracce del terrore che la notte incuteva all'uomo primitivo, e degli orrori che essa gli riservava... La verità, naturalmente, è che la notte contiene qualunque cosa ci si prenda la briga di metterci, e poiché quando è notte non si vede nulla, o ci si vede in ogni caso molto poco, essa dà all'immaginazione spazio illimitato per dispiegarsi."
"Mi risulta che il genere preferito da molti miei amici sia l'horror."
"Lo so bene. E ti sei mai chiesto perché l''horror' abbia tanto successo?"
"Me lo dica lei."
"Perché per un ragazzo le ansie astratte e informi sono le più difficili da sopportare: meglio dare un volto e una forma precisi, per quanto raccapriccianti, alle paure senza nome che ciascuno di noi si porta dentro; si ha bisogno, insomma, di esternarle e concretizzarle, per poterle affrontare o controllare adeguatamente, e istituire un rapporto con esse. Così, attraverso dei processi di equivalenza simbolica, i nostri più feroci nemici interiori possono diventare, a seconda delle età, il lupo cattivo, l'orco, il fantasma, il vampiro, il mostro, lo zombie e così via."
"Anche a me i mostri piacciono da pazzi. Ma al cinema."
"Il meccanismo dei film è lo stesso. A proposito, credo di essermi segnato sull'agenda una poesia che la dice lunga sull' horror. Aspetta un attimo. Ah, eccola qua. Ascolta:
 
Datemi tanti viscidi
squamosi trucidi
verdastri orribili
(ma riconoscibili!
ma affrontabili!)
bavosi mostriciattoli
perché io possa
attribuire volti
e assestare colpi
ai fantasmi informi
che mi porto dentro.
 
I mostri, insomma, aiutano a dare forma all'informe, alle nostre paure ataviche."
" 'Ataviche', ha detto? E che significa?"
" 'Atavico' viene dal latino atavus, parola che indica il genitore del trisavolo, ovvero il bisarcavolo."
"Non ho capito bene."
"Hai presente il padre?"
"Sì."
"Hai presente il padre del padre?"
"Certo, il nonno."
"E come si chiama il padre del nonno?"
"Bisnonno, credo."
"Infatti. Bisnonno o bisavolo."
"E allora?"
"Allora, retrocedendo ancora, il padre del bisavolo si chiama trisnonno o trisavolo o arcavolo... "
"Arcavolo? Che nome buffo. Mi fa pensare ai cavoli. Forse per questo si dice che i bambini nascono sotto i cavoli... "
"Sciocco. Proseguiamo: il padre del trisnonno, a sua volta, si chiama quadrisnonno o bisarcavolo o, in latino, ATAVUS. Hai capito, adesso, chi è l'atavo?"
"Il padre dell'arcavolo."
"Esattamente. Ma ricordati che, quando si parla di paure ataviche, non ci si vuole riferire alle particolari paure del bisarcavolo. Si vuole semplicemente dire che la loro origine si perde in un passato molto lontano."
[CONTINUA]
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[Immagine da http://www.sergiobonellieditore.it/dylan/servizi/mostri4.jpg ]
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giovedì, settembre 06, 2007

IL COMPITO DELLO SCRITTORE PER RAGAZZI (4)

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Da "IL FANTOMATICO PIACERE DELLA ETTURA" (Dialogo tra un Appassionato di Libri e un Giovane Alitterato (1) in "Quel bruttocattivo di papà Cacciari!", di Lucio Angelini, © Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia.
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[CUT]
"Ma che bisogno c'è di scrivere?"
"Tutto quello che l'uomo inventa gli serve per potenziare qualcuna delle proprie capacità naturali. Quando inventò il cannocchiale, per esempio, l'uomo moltiplicò le possibilità del cosiddetto occhio nudo; quando inventò l'aereo, moltiplicò la propria capacità di spostarsi velocemente da un luogo a un altro; quando ideò la scrittura, invece, moltiplicò... lo chiedo a te: che cosa moltiplicò?"
"I propri fastidi."
"Ma no. Moltiplicò la propria memoria, sciocco!"
"In che senso?"
"Nel senso che moltiplicò la propria capacità di conservare e utilizzare informazioni, cioè di ricordare. Tu, per esempio, potresti mai ricordare tutti i numeri telefonici degli abbonati della tua città, o dell'intera Italia?"
"No."
"Be’, con la scrittura ci riesci. L'elenco telefonico, che è un deposito di informazioni scritte, moltiplica la nostra capacità di conservare e recuperare le combinazioni numeriche con cui ci mettiamo in contatto con gli altri abbonati."
"E gli scrittori di romanzi che cosa moltiplicano?"
"La nostra possibilità di viaggiare con la mente. Ci portano in mondi nuovi e sconosciuti, oppure ci permettono di conoscere meglio quelli vecchi; ci presentano dei personaggi e delle vicende che possono divertirci, arricchirci, farci sognare, farci riflettere, migliorarci... "
"Anche peggiorarci?"
"Certo, nei casi... peggiori. Ti assicuro, però, che, nei casi migliori, i libri ci regalano quel famoso 'piacere della lettura' che non è affatto una chimera, ma esiste veramente. Qualcuno l'ha definito, scherzosamente, libridine."
"Io non l'ho mai provato. È proprio sicuro che esista?"
"Certo che esiste. Il compito dello scrittore per ragazzi, in particolare, dovrebbe essere proprio questo, anche se difficilissimo da affrontare: proporre delle storie che sappiano 'acchiappare' (per usare una parola del vostro gergo) il giovane lettore e abituarlo ad associare all'idea della lettura di libri quella di divertimento, di liberazione da tensioni interiori e via discorrendo. Il lettore adulto non si improvvisa: va coltivato da piccolo. 'Per l'uomo', dice Pennac, 'la lettura è una compagnia che non prende il posto di nessun'altra, ma che nessun'altra potrebbe sostituire'."
"E chi è questo Pennac?"
"Uno scrittore francese."
"Per quanto mi riguarda, l'idea di leggere un libro mi suscita solo visioni di bocche che sbadigliano e di nasi che si arricciano. Lo so che ad alcuni la lettura piace moltissimo e la considerano un hobby eccellente, ma che ci posso fare se in me non produce nessun effetto?"
"Semplicemente ti sei arreso troppo presto. Non hai capito che non tutti i libri sono fatti per piacere a tutti. Quando si dice che la lettura è un piacere, non si intende dire che ogni libro darà necessariamente e automaticamente piacere a chiunque: ognuno di noi deve avere la pazienza di individuare i propri particolari libri, di formarsi i propri particolari gusti. Anche andare al cinema è considerato un piacere. Non per questo ogni film è in grado di accontentare i gusti di chiunque. Se si esplora con pazienza il pianeta libri, prima o poi ci si imbatte in quelli 'che stavano aspettando proprio noi', come dice il mio amico Petrosino, e allora, finalmente, si riesce ad assaporare questo benedetto piacere della lettura sulla cui esistenza circola tanto scetticismo."
"E che effetto si prova?"
"Be’, ci si sente come sollevati in aria di colpo... se posso usare un'immagine, e trasportati... Hai presente lo slogan: 'Libriamoci con i libri'?"
"No."
"Non importa. L'effetto, più o meno, è quello lì. Se leggere, come ti dicevo, significa 'raccogliere con gli occhi', capirai che con gli occhi si possono raccogliere sia cose che piacciono, sia cose che dispiacciono."
"E allora come ci si deve regolare?"
"Si assaggia questo e quello fino a quando non si incontra il libro giusto."
"E come si fa a capire di essersi imbattuti nel libro giusto?"
"La sensazione è nettissima."
"Quella di volare?"
"Sì, di librarsi."
"Può succedere anche subito, con il primo libro che si assaggia?"
"Se si è fortunati, sì. Ma il più delle volte, almeno all'inizio, bisogna avere pazienza, perseverare nella ricerca lasciandosi guidare dai titoli, dalle copertine, dagli incipit... "
"Che cos'è l'incipit?"
"Le prime parole di un libro, l' 'attacco', per intenderci. Ma si può dare un'occhiatina anche all'explicit."
"Che cos'è l'explicit?"
"Le ultime parole di un libro, o 'finale'. L'importante, quando si va a caccia di libri, è non lasciarsi condizionare da nessuno."
"Non si fa prima a chiedere agli esperti?"
"Solo in parte. La cosa più saggia è frequentare da soli le librerie, soprattutto quelle specializzate in titoli per ragazzi; prendere in mano e sfogliare in assoluta libertà quanti più volumi possibile, leggiucchiare qualche paragrafo qua e là. Certo, il successo di alcuni libri può anche nascere da una sorta di tam tam, di 'voce che si sparge' tra i lettori a partire dalle buone impressioni di qualcuno. Ma c'è più soddisfazione a formarsi i propri gusti da soli, credimi. Senza contare che, quando si parla di libri per ragazzi, in realtà si fa di ogni erba un fascio: non esiste un libro che vada bene per 'tutti' i ragazzi, come se l'età dai cinque ai tredici anni fosse un blocco unico."
"È vero. Noi ragazzi delle medie non abbiamo niente a che vedere con i piccoletti delle elementari."
"Proprio per questo, al giorno d'oggi, gli editori hanno preso l'abitudine di ripartire i titoli per fasce di età: dai 3 ai 5 anni; dai 6 agli 8; dagli 8 agli 11; dagli 11 ai 14. L'ultima nata è la fascia dei cosiddetti young adults, o giovani adulti, dai 14 ai 16. Naturalmente le divisioni non sono così nette."
"E se un libro non piace?"
"È bene riconoscere anche ai più giovani, come ha scritto Pennac, gli stessi diritti che i lettori adulti riservano a se stessi: il diritto di mollare un libro in qualunque punto, se non interessa; di spizzicare qua e là; di saltare le pagine; di leggere qualsiasi cosa o anche... di non leggere niente."
"Fantastico. Quest'ultimo diritto mi piace più di tutti."
"Riguarda i casi di pigrizia estrema. Credo che Pennac si riferisse alla lettura libera, non a quella a cui si è inevitabilmente sottoposti a scuola."
"Sarebbe bello se gli stessi diritti si potessero applicare anche al fatto stesso dell'andare a scuola."
"Che cosa vuoi dire?"
"Che dovrebbero essere i ragazzi stessi a decidere se andarci tutti i giorni, capitarci solo qualche volta, o non andarci per niente."
"Ti piacerebbe, eh? Per tua sfortuna, invece... anzi, per tua fortuna!, elementari e medie sono chiamate scuola dell'OBBLIGO. Bisogna frequentarle per forza."
"So di certi ragazzi che disertano la scuola senza che a loro succeda niente."
"I genitori ne sono al corrente?"
"Certo, ma non gliene importa nulla. Li lasciano fare."
"Begli irresponsabili! Comunque è vero, quello dell'evasione scolastica è un grosso problema. Non sempre si riesce a intervenire nel modo più vantaggioso per i ragazzi."
[CONTINUA]

[1]  Calco sul neologismo inglese aliterate (persona poco abituata a leggere o a cui non piace leggere), a sua volta coniato su illiterate, che indica colui che non sa leggere, che è analfabeta.
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mercoledì, settembre 05, 2007

WOW! MI HA STRETTO LA MANO RICHARD GERE:-)

(Richard Gere)

Come sapete, dal 29 agosto all' 8 settembre chi abita qui al Lido di Venezia deve rassegnarsi a convivere con la mostra del cinema & annessi e connessi... per esempio la voglia di essere sempre là a ubriacarsi di film:- )

Ci fu un anno in cui mi procurai addirittura l'accredito e così ne guardavo anche quattro o cinque al giorno, sentendomi spesso, al contempo, cinefilo e cinofilo: da molti film, infatti, si esce proprio con la coda tra le zampe.

Oggi, per fortuna, vivo la faccenda con un maggior senso della misura e ne scelgo solo qualcuno.

Tra i film visti finora il più divertente mi è sembrato "The Darjeeling limited" (nome in India del treno - qui multicolore e senza ombra di miseria - diretto al Rajasthan, n.d.r.), di Wes Anderson, che vi faccio raccontare da Roberto Pugliese:

«... è un film che osa, nella sua stralunata, cartoonistica e coloratissima demenzialità, scompaginare le carte del road-movie o del "brother-movie" all'insegna di una inesauribile fantasia. Adrien Brody, Owen Wilson (attore-feticcio del regista, con testa rotta e aria confusa, tristemente presaga delle sue recenti disavventure) e Jason Schwartzman (protagonista insieme a Natalie Portman di uno stravagante e osé prologo parigino, "Hotel Chevalier") sono tre fratelli in rapporti non idilliaci che attraversano l'India per rintracciare la madre (Anjelica Huston) che non si è fatta vedere al funerale del loro padre (Bill Murray, cameo di tre minuti). Sembrano tre scemi, conciati come i Beatles nel loro periodo "Hare Krishna", ma il loro peregrinare, dopo disavventure di ogni strampalato genere, si concluderà con un lancio liberatorio di valige Vuitton e un improbabile ma sincero ritrovarsi. Sghembo e atipico come la faccia di Brody, il film è sconquassato e anarcoide proprio come un cartoon e gioca le proprie carte surreali e assurde con una leggerezza onirica unita a un'impalpabile malinconia.»

Altri film da me visti: "Sleuth" di Kenneth Branagh (niente male, anzi elegante e sagace); "Michael Klayton" di Tony Gilroy, con George Clooney: complessivamente tedioso. "Taiyang zhaochang shengqi (The sun also rises)" del regista cinese Jiang Wen: singolare e suggestivo; "Se, jie (Lust, Caution)", ovvero il nuovo film di Ang Lee, il regista di Brokeback Mountain: sciccoso, patinato, scassapalle.

Nel pomeriggio di ieri, infine, ho seguito una delle conferenze del ciclo "Lido Philo", in cui alcuni tra i più importanti esponenti del pensiero filosofico contemporaneo incontrano il pubblico della Mostra per parlare di cinema. Il tutto all'interno dello spazio 'Cinecittà a Venezia 2007', presso il Westin Excelsior. Il ciclo è stato tenuto a battesimo, prevedibilmente, dal sindaco-filosofo Massimo Cacciari. Questi gli altri filosofi in programma: Umberto Curi, dell'Università di Padova (30 agosto); Giulio Giorello (31 agosto ); Oleg Kireev dell'Università di Malmoe (1 settembre); Giacomo Marramao (2 settembre); Franco Berardi (3 settembre); Remo Bodei (4 settembre); Massimo Donà (5 settembre); Enrico Ghezzi (6 settembre); Jacques Ranciere (7 settembre).

Remo Bodei ha detto, in sostanza, che ognuno di noi, a seconda della lotteria della sorte, vive una certa precisa vita all'interno di un altrettanto preciso contesto spaziotemporal-culturale, ma può comunque arricchirsi vivendo per procura altre storie, altre vite, e modificarsi di conseguenza. Dove? Al cinema, naturalmente.

Ha poi accennato al cinema come virtuosa ek-stasis, attraverso la quale usciamo da noi stessi per farvi ritorno in qualche modo più attrezzati, capaci di analizzare diversamente, al confronto con tali storie, la nostra esperienza. Il cinema, ha aggiunto, moltiplica anche i luoghi comuni (non nel senso di banalità, ma di topoi): l'amore, la passione, la morte... palesando allo spettatore ciò che spesso è solo latente in lui o che non saprebbe esprimere o mettere a fuoco adeguatamente. Insomma il cinema lega il vicino e il lontano, fa passare dal negativo al positivo la nostra lastra interiore: de te fabula narratur. Per andare al cinema, oltretutto, non occorre nemmeno essere alfabetizzati, a differenza di quanto avviene per i libri. Eccetera.

Una curiosità: alle sette di sera c'è il rito della passerella e chi ne ha voglia può andare a guardonarsi da vicino, a seconda delle sere, George Clooney, Woody Allen o magari solo il ministro Rutelli. Se sono in zona, mi piace osservare le reazioni della gente mentre sfila qualche volto noto. Un paio di sere fa, per esempio, a un certo punto c'è stata una vera esplosione di urla. "Breeeeeeed! Breeeeeed!!!!!", gridavano le ragazzine impazzite. Non volevano pane: era arrivato Brad Pitt.

Ieri sera mi trovavo di nuovo a tiro, essendo appena uscito dalla conferenza di Bodei. Ero insieme a una mia amica piuttosto nanerottola e quando  è apparso all'improvviso Richard Gere ho dovuto protendere io la mano per lei. Voi non ci crederete, ma me l'ha stretta:- )

Adesso sono dilaniato da un dubbio: dovrò evitare di lavarmela per qualche giorno o potrò continuare a vivere come se nulla fosse successo?

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martedì, settembre 04, 2007

CONTRO PAOLO NORI

Attacco frontale, qualche giorno fa, nel blog "La poesia e lo spirito", all'ultimo libro di Paolo Nori. Riproduco post e dibattito da Google che, purtroppo, non dà più gli interventi segnalati qui: http://www.societe.splinder.com/post/13654747

Ad minchiam # 6

Posted by giovannichoukhadarian on August 29th, 2007

paolo-nori.jpg

[scappare] Un treno che passa in stazione a tutta velocità tutte le volte per me è una cosa che mi vien da scappare.
[cominciato] Ho cominciato La coscienza di Zeno non mi ricordavo, che fosse così bello. Che era bello me lo ricordavo, ma così bello non mi ricordavo.
[passato] C’è stata un’estate, a Basilicanova, che abbiamo iniziato a prendere le mosche con le mani.

P. Nori, La vergogna delle scarpe nuove, Milano, Bompiani, 2007, è 254 pagine scritte così. 7 anni fa, parlando di Le cose non sono le cose, Andrea Cortellessa (l’ottimo Cortellessa, onore a Cortellessa) diceva che questa scrittura rimanda alle “pratiche disumanizzanti del lavoro ‘flessibile’ in epoca postindustriale”. Qua di disumano c’è, sempre con il dovuto rispetto, solo la pazienza richiesta a chi legge questa sbòbba. Anche per ragioni simili non si discute il fatto che Antonio Silva è grande.

Posted in Divagazioni22 Comments »

  1. antonio Says:

    [ricordarsi] d’afferrare un’affilata cortellessa e con gesto pavloviano far vendetta
    [fuggire]a Calatrava, cantare in viaggio canzoni popolari. Belle, ma così belle che non me le ricordo nemmeno a fischiarle
    [confessione]l’accoppai all’ente nazionale della cinematografia popolare, aveva parlato male delle mie scarpe nuove. Vergogna!

  2. Laura Says:

    Io, scapperei da questo libro dopo aver letto le prime sei righe. Comprendo le ragioni che hanno portato Andrea Cortellessa a definire il lavoro di Nori in quel modo. Posso anche capire l’operazione di ricerca fatta dal Nori per rendere al massimo questo “essere in trappola” dell’individuo odierno. Il punto è, a mio modestissimo avviso, che dovendo già vivere emotivamente ogni giorno molte situazioni deprimenti, una lettura del genere non ti conquista, non ti prende, non ti inchioda. Questi pensieri, sono già i nostri. Stesso assillo, stesso peso, stessi tarli, stesse… “mancanze”.
    Magari, chissà, a epoca superata, dopo aver digerito e assimilato il boccone amaro. Chissà.
    Succede anche di fronte a certe opere d’arte. La critica ne illumina la lettura, eppure sembra non bastare. La si guarda un minuto, poi via, a cercare qualcosa che ci emozioni nel profondo.
    Parere mio, assolutamente soggettivo.
    laura

  3. giovannichoukhadarian Says:

    Laura, la spiéga di Cortellessa non mi è chiara per niente. Visto che condividi, ti va di parlarne? Vedi mai che qui si facesse un po’ di critica estemporanea? Grazie di farlo, veh

  4. Ipazia Says:

    Forse il buon Cortellessa voleva dire che “le pratiche disumanizzanti del lavoro flessibile in epoca postindustriale” provocano sui soggetti più sensibili un decadimento rapidissimo dei processi cognitivi. Oppure forse ai critici succede quel che succede a noi comuni mortali parlanti quando ci concentriamo su una parola e la ripetiamo più e più volte. Alla fine si svuota di ogni significato e diventa impronunciabile. Così concentrati sull’opera, troppo concentrati, non capendo più dave sta il sopra e il sotto, se sia giorno o notte, pensano di aver trovato la chiave di lettura pure per le scritte sul cartone del latte. Di certo c’è che Antonio Silva è grande, vero. Ma anche Obdulio. Ed è grande l’Atahualpa che ci guarda sempre con gli occhi socchiusi vedendo meglio di qualsiasi altro.

  5. Obdulio Says:

    Cara Ipazia, noi, forse, saremo grandi, ma Atahualpa è immenso. Anzi, irragiungibile.
    obdulio

  6. vbinaghi Says:

    Al mio paese dicono:
    c’è gente che può pisciare a letto e dire che era sudore

    Aggiungo titoli e non autori:
    Boccalone, Jack Frusciante, Woobinda, Bassotuba
    Esattamente uno ogni dieci anni
    Rivendono agli adolescenti lo stereotipo sinistrese della scrittura giovane e svirgolata. Rimangono scrittori giovani anche a cinquant’anni.
    La scrittura del quotidiano post-industriale, dice il critico.
    Come se la scrittura fosse la bava che uno si lascia dietro, anzichè una freccia scoccata altrove.

  7. Ipazia Says:

    Vero, caro Obdulio. Come è vero. Grazie per averlo ricordato.

  8. Laura Says:

    Salve Giovanni.
    Non potrei farlo meglio di Ipazia che ringrazio perché inoltre, ha aggiunto quello che avevo in mente. Io guardo i critici, tutti, quasi di traverso. Non mi fido mai molto di loro perché non sai quanto essi credano in quel che scrivono o se siano solo mossi da contratto economico. Solitamente, le cose che mi emozionano me le vado a cercare da sola. fatico un po’ e per quelle mi muovo, altrimenti nisba. Il critico tende sempre un po’ a “confezionare il prodotto”. Dargli retta o meno dipende dal fruitore. Per quanto riguarda la grandezza di cui parlate, mi sento di aggiungere che chiunque riesca ancora a ragionare con la propria testa sia, nel proprio piccolo, un grande.
    laura

  9. Laura Says:

    Vbinaghi, quant’è bello quel detto del tuo paese!
    E quant’è vero!
    Mi prendo una licenza e aggiungo: ma perché se si tratta di piscio tocca per forza venderlo come sudore? Non sarebbe più nobile riconoscerlo come tale ed accettarne tranquillamente la formula chimica?

    D’accordo pure sul quel tuo stereotipo.

    Non posso aggiungere nulla per quel che dici dei titoli citati. Non li ho mai letti, quindi non saprei.
    laura

  10. giovannichoukhadarian Says:

    Laura, il critico non esiste. Esiste una comunità di lettori che instaura una relazioe critica, come il famoso e mai abbastanza letto saggio di Jean Starobinski. La cosa che ho scritto su Nori viene dopo altre di Cortellessa, Arcangeli, Barilli, Guglielmi e anche mie, sì. Il critico racconta che c’è in un libro e, se gli riesce, spiega perché val la pena di perderci del tempo. I contratti economici di cui parli mi sono ignoti - e su qualche giornalino scrivo pur’io, per cui (e, in ogni caso, non c’è professione italiana in cui non esistano prostituti/e con relativi lenoni/e).
    Ipazia, la tua glossa alla spiéga di Cortellessa fa onore a lui, che non la leggerà, ma mi convince come anche no. E anche questo è il motivo per cui Obdulio Pepe Coggiola e Antonio Silva sono grandi, no?

  11. merisi Says:

    ola giovanni,
    uso e abuso di questo pubblico spazio non per postare del tema - di cui non so una beneamata - ma per avverirti che se non rispondi alle mail all’indirizzo privato, le cose che ti ho da dire le posto qui. e non è bello tutto ciò, no no no no.
    e non è un avvertimento, ciò va detto a pubblica… cosa… cosa lì… come si dice…
    vabbè, ti saluto, con il fiasco e con l’imbuto.

  12. giovannichoukhadarian Says:

    Meri’, ho risposto.

  13. merisi Says:

    e io ho risposto.
    e poi dice che le minacce…

  14. Ipazia Says:

    Caro caro Giovanni, la mia glossa che ti convince come anche no mi dici, se puoi, come anche no? perché se dicevi così, come anche no, così per dire va bene, che mi fido di te.
    I critici, i critici. Quante cose abbiamo visto coi loro occhi, che altrimenti avremmo ignorato? Dài spezziamo una penna stilografica e inondiamoci di inchiostro a favore dei poveri critici.
    Ma c’è una razza di critici che detesto, a pensarci bene. E’ una razza che incontri al cinema, quella delle persone che mangiano quintalate di pop corn e te le alitano nell’orecchio per tutta la durata del film, con quell’odore rancido e acre di olio di sansa andato a male, quelle che commentano ogni passaggio, che ridono nel momento più tragico, quelle che praticano petting selvaggio costringendoti a muoverti come un pendolo a seconda che la testa di lei vada verso lui o viceversa. Quelle stesse persone , all’uscita, proprio quelle lì, sono proprio quelle che si sentono immediatamente di dare un giudizio sul film. Allora viene fuori che Kubrick è una ciofeca, che Lynch non vale una cicca, che Ermanno Olmi che palle.
    Allora, vorrei vedere se farebbero altrettanto davanti a un Picasso dopo aver becciato con la fidanzata due ore sulla poltroncina del museo. Lo farebbero, lo farebbero. Di sicuro mio nonno buonanima contadino non l’avrebbe fatto, perché prima di parlare pensava e parlava solo di ciò che conosceva. Oggi no. Si può parlare di tutto, anche se non si sa una ci…,scusate, anche se non si sa di che cosa si sta parlando. Che bello, che bello. Che bella la libertà di parola, forse troppo spesso confusa con la libertà di dire ciò che si vuole.

    A lei Merisi, grazie per aver pronunciato una delle mie parole preferite: imbuto. ma meglio ancora sarebbe stato: ‘MBUTO uno due più ‘MBUTI ‘MMBUTI ‘MMMBBUTI
    Stasera la vostra Ipazia è un po’ agitata, scusatela

  15. merisi Says:

    ipazia,
    profferisco tale parola - ‘mbuto - solo sul blog di rieduchescionalchannel.
    ossecqui… ossecui… osseqi… ehm
    saluti

  16. giovannichoukhadarian Says:

    Ipazia, la stilettata contro certi e taluni precisi critici mi trova concorde. Su un singolo sintagma verbale incontro però qualche difficoltà. Come si vòlge, in lingua franca, l’infinito presente da te usato “becciare”? Ha a che vedere con il becchime dei volatili (meglio uccelli) o altro?
    Grazie delle ulteriori spiegazioni, di che peraltro anche il Nori sovrannominato trarrebbe diletto.

  17. Ipazia Says:

    Giovanni caro, alle elementari e medie non erano i maschietti soliti, dove andavi a scuola tu, tirare fuori questo termine a ogni pié sospinto a causa dei primi subbugli ormonali? E’ un termine fra il puerile e il becero, e mai l’ho utilizzato, l’ho riesumato stasera qui proprio in onore di tutti quei beccioni che mi hanno dato fastidio al cinema o a teatro(e persino al tenco, da non credere) nella mia vita di spettatrice. Vedo che sul vocabolario non c’è, e questo un po’ mi spiace e un po’ no. Esclusi dal vocabolario forse i beccioni disturbatori del mondo un giorno scompariranno e noi potremmo goderci lo spettacolo in santa pace. L’unico dubbio che mi resta è che io abbia senza volerlo storpiato un termine esistente. Se è così illuminami, non lasciarmi brontolare nel buio. (Ve l’avevo detto che stasera Ipazia è un po’ così, chiedo venia).

  18. c&c Says:

    beccioni?

    bacioni!

    ma.. ipaz… è così bello baciarsi al cinema… è un classico a suo modo. Non ci faccia la vecchia zitella vittoriana che non le si addice al nick. Anche ridere fuori tempo è mitico. L’unica osa che scoccia nelle multisala e che non puoi stare a vedere il film due o tre volte. Che essendosi baciati è assai utile.

    (Su quasi tutti i blog e forum c’è un’Ipazia è sempre lei?)

  19. merisi Says:

    becciare o beciare: limonare di brutto ovunque capiti/ storia violenta e solo di lingua che dura non più di un pomeriggio.
    es.

    - bella quella lì, la conosci?
    - no, però l’ho beciata in discoteca un pomeriggio.

    credo che sia un modo di dire prettamente ligure: nella mia zona di levante, sul confine bastardo e in piena terra di lunigiana, si dice senza la doppia come tante altre parole, aumentando la grezzaggine del termine che, all’atto pratico, ho portato a termine molte con vero godimento.

  20. Ipazia Says:

    C&C No. Io sono solo qui, mai frequentato alcun blog, è la prima volta.

    Ho capito, lei fa parte del gruppo. Guardi, niente da dire sui baci, solo che io al cinema e a teatro ci vado per godermelo. Altro che zitella vittoriana, anche lo spettacolo è godimento, è una forma di godimento appunto, come l’eros. Solo che se ci sono due che mi si agitano davanti, niente, me lo rovinano in modo inesorabile. Credo ciò dipenda da come si intenda quel momento lì, quello in cui ci troviamo nella sala buia, protetti dal mondo esterno e catapultati in un modo nuovo, magico, dove le leggi del tempo e dello spazio vengono sovvertite. Veda, ho la fortuna, almeno ritengo per me che sia una fortuna, di pormi in quel modo lì, che è lo stesso medesimo che avevo da bambina. Poi lo spettacolo può essere più o meno riuscito, posso satncarmi e uscire dalla magia ma, la condizione di partenza è sempre la stessa, ed è qualcosa che mi dà molta soddisfazione. Capirà ora il perché della mia invettiva contro i critici disturbatori.

    Un saluto

  21. Ipazia Says:

    oh grazie merisi per il suo contributo. Al suono di queste frasi che esemplificano alla perfezione mi pare di risentirli i miei compagni adolescenti. E che definizione, si vede che lei ha vissuto una bella adolescenza, bella sana. Dico sul serio eh?! Senza la minima ironia.

  22. c&c Says:

    essù che scherzavo…

    io di solito sto dall’altra parte della quarta parete. E penso che se il pubblico è intemperante la colpa stà un po’ anche lì.

    Certo che lei perora (voce del verbo perorare) a raffica…

postato da: Lioa alle ore 01:31 | link | commenti (11)
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lunedì, settembre 03, 2007

IL COMPITO DELLO SCRITTORE PER RAGAZZI (3)

Da
"IL FANTOMATICO PIACERE DELLA LETTURA" (Dialogo tra un Appassionato di Libri e un Giovane Alitterato (1) in "Quel bruttocattivo di papà Cacciari!", di Lucio Angelini, © Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia.
.
[... ]
"Posso farle una domanda un po'... delicata?"
"Prego."
"Secondo lei, è giusto che nei libri per ragazzi vengano censurati certi argomenti?"
"Bianca Pitzorno, una scrittrice con la quale concordo pienamente, è convinta che nei libri per ragazzi non ci debbano essere CENSURE; che vi si possa parlare di tutto quello che interessa realmente i giovani lettori o che fa parte della loro esperienza... Secondo la Pitzorno, l'unica censura non solo lecita, ma addirittura necessaria, è quella che riguarda la noia, l'ipocrisia, la menzogna, l'edulcorazione addomesticata, la mancanza di chiarezza. E la disperazione."
"Che c'entra la disperazione?"
"La speranza, dice la Pitzorno, è una virtù indispensabile per affrontare la vita. Qualche volta, dice, noi grandi ci sentiamo scoraggiati, pensiamo che il mondo stia andando in malora senza rimedio, che la natura umana sia tale da volgere sempre al peggio qualunque situazione. Spesso siamo così stanchi e delusi da aver voglia di gettare le armi. Be’, Bianca Pitzorno è convinta che tale sensazione, tale 'visione del mondo', non vada mai comunicata ai più giovani, non foss'altro che per un atto di umiltà. Chi ha detto, si domanda lei, che le nuove leve non siano più forti e più brave di noi? Chi ha detto che non possano raggiungere gli obiettivi che a noi sembrano irrealizzabili?"[2]
"Che simpatica!"
"Lo scrittore per ragazzi, in effetti, dovrebbe sforzarsi di inoculare la speranza. Ben venga tutto il resto, la trama avvincente e avventurosa e ogni sorta di ritrovato capace di catturare l'interesse dei giovani lettori, ma una cosa deve restare chiara: mentre lo scrittore per adulti può rappresentare anche la SCONFITTA FINALE e la DISPERAZIONE del protagonista o lo scacco che lo porta al SUICIDIO, lo scrittore per ragazzi, soprattutto se si rivolge ai più piccoli, dovrebbe evitarlo. Non si può proporre al bambino, che si identifica nell'eroe, questo tipo di SOLUZIONE alle difficoltà di vivere: il bambino non può far proprio un modello così rinunciatario e autolesivo. Non deve essere indotto a credere che sia questo il MODO GIUSTO di risolvere o semplificare i problemi che la vita propone a tutti e sempre. La vita è come un videogame a vari livelli di difficoltà: chi gioca deve fare di tutto per schivare gli ostacoli che via via gli si parano davanti, e cercare di VINCERE; se, poi, non dovesse vincere SUBITO, dovrebbe sentirsi stimolato a ritentare, anziché scoraggiato da insuccessi e incidenti di percorso, per poi passare al livello di difficoltà superiore... per questo trovo che i videogame, in qualche modo, abbiano una funzione educativa."


[1]  Calco sul neologismo inglese aliterate (persona poco abituata a leggere o a cui non piace leggere), a sua volta coniato su illiterate, che indica colui che non sa leggere, che è analfabeta.
[2] Le opinioni della Pitzorno sono tratte dal volume autobiografico "Storia delle mie storie", Pratiche Editrice, 1995.
postato da: Lioa alle ore 06:41 | link | commenti (3)
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sabato, settembre 01, 2007

L'AUTORE È UN DIO

Di solito mi specchio totalmente nei giudizi di Roberto Pugliese, il critico cinematografico del Gazzettino, ma 'stavolta, con "ESPIAZIONE", è andato giù troooooooooppo pesante:- ). Sentite:

"Se la scrittura può servire, come qualunque altra forma di espressione artistica, ad espiare i sensi di colpa, può accadere che il cinema - il quale in materia di sensi di colpa nei confronti della letteratura non è secondo a nessuno - azzeri questa vocazione penitenziale nei toni morbidi e un po' melensi di una 'novelization' vagamente televisiva. Accade, prevedibilmente, con ATONEMENT, definito dal Time 'uno dei cento migliori romanzi di tutti i tempi' (bum?), firmato da uno scrittore, Ian McEwan, che col cinema ha ormai lunga e fruttuosa frequentazione. Ci si mettono in tanti a trasformare questa storia metalinguisticamente simbolica e gravida di significati in una soap opera tematicamente ambiziosa quanto stilisticamente amorfa... [cut]... sciorina una quantità di luoghi comuni che vanno dalla sempre funzionante campagna inglese agli ancor più garantiti dettagli macabri sugli orrori della guerra per terminare con cinque minuti finali dell'anziana e gloriosa Vanessa Redgrave che alle soglie dell'Alzheimer si confessa ad una telecamera: il tutto senza mai raggiungere un minimo di autentico coinvolgimento intellettuale o financo di semplice passionalità romanzesca."

Natalia Aspesi (La Repubblica del 30 agosto."McEwan per signore romantiche"):

"Per accontentare il pubblico esibizionista delle inaugurazioni, cui piacciono le belle storie possibilmente d'amore e di guerra, con belle case bei vestiti e qualche pensiero intelligente ma non troppo, magari con tumulti romantici sottolineati dalle note della Bohème, c'era un film perfetto, Atonement, 'Espiazione'... "

E Chiara Pavan:

"«L'arte è la via verso la redenzione»: lo giura lo scrittore inglese Ian McEwan nel suo "Atonement", e lo ribadisce il regista inglese Joe Wright nel film ispirato al romanzo, drammone tutto lacrime e sospiri che ieri sera ha inaugurato la 64° Mostra di Venezia".

Ebbene, non date loro retta. I critici cinematografici, si sa, si divertono a decantare film solo rigorosamente spaccapalle, fingendo di impazzire, chessò io, per il nuovo cinema del Burundi o giù di lì:- ) 

In realtà, come dicevo a botta calda due giorni fa, almeno la prima parte del film è semplicemente splendida. Più stucchevoli, semmai, le scene con la guerra e Dunquerque, ma nel complesso un risultato davvero niente male.

Ha dichiarato Keira Knightley, l'ex piratessa della saga Disney: "I film hanno a che vedere con la fantasia e 'Atonement' indica il pericolo in cui si incorre quando il confine tra la realtà e l'immaginazione si offusca" Nel libro e nel film - come è noto - le bugie della ragazzina Briony rovinano la vita agli amanti Cecily e Robbie, che finisce addirittura in galera. Divenuta grandicella, vorrebbe espiare la propria colpa, ma, come ricorda Rossella Mamoli Zorzi: "... Non può esservi riconciliazione per Briony. Per lei ogni 'atonement' è impossibile, perché lo scrittore/la scrittrice è come Dio, può far finire la storia come vuole. La parola 'atonement' viene da 'at one', essere insieme, essere riconciliati, ritornare 'uno': "Chi scrive un romanzo come può ottenere riconciliazione (atonement ), quando, con il suo potere assoluto di decidere il finale, è anche Dio?"  

postato da: Lioa alle ore 04:00 | link | commenti (7)
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