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Da "IL FANTOMATICO PIACERE DELLA ETTURA" (Dialogo tra un Appassionato di Libri e un Giovane Alitterato (1) in "Quel bruttocattivo di papà Cacciari!", di Lucio Angelini, © Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia.
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[CUT]
"Ma che bisogno c'è di scrivere?"
"Tutto quello che l'uomo inventa gli serve per potenziare qualcuna delle proprie capacità naturali. Quando inventò il cannocchiale, per esempio, l'uomo moltiplicò le possibilità del cosiddetto occhio nudo; quando inventò l'aereo, moltiplicò la propria capacità di spostarsi velocemente da un luogo a un altro; quando ideò la scrittura, invece, moltiplicò... lo chiedo a te: che cosa moltiplicò?"
"I propri fastidi."
"Ma no. Moltiplicò la propria memoria, sciocco!"
"In che senso?"
"Nel senso che moltiplicò la propria capacità di conservare e utilizzare informazioni, cioè di ricordare. Tu, per esempio, potresti mai ricordare tutti i numeri telefonici degli abbonati della tua città, o dell'intera Italia?"
"No."
"Be’, con la scrittura ci riesci. L'elenco telefonico, che è un deposito di informazioni scritte, moltiplica la nostra capacità di conservare e recuperare le combinazioni numeriche con cui ci mettiamo in contatto con gli altri abbonati."
"E gli scrittori di romanzi che cosa moltiplicano?"
"La nostra possibilità di viaggiare con la mente. Ci portano in mondi nuovi e sconosciuti, oppure ci permettono di conoscere meglio quelli vecchi; ci presentano dei personaggi e delle vicende che possono divertirci, arricchirci, farci sognare, farci riflettere, migliorarci... "
"Anche peggiorarci?"
"Certo, nei casi... peggiori. Ti assicuro, però, che, nei casi migliori, i libri ci regalano quel famoso 'piacere della lettura' che non è affatto una chimera, ma esiste veramente. Qualcuno l'ha definito, scherzosamente, libridine."
"Io non l'ho mai provato. È proprio sicuro che esista?"
"Certo che esiste. Il compito dello scrittore per ragazzi, in particolare, dovrebbe essere proprio questo, anche se difficilissimo da affrontare: proporre delle storie che sappiano 'acchiappare' (per usare una parola del vostro gergo) il giovane lettore e abituarlo ad associare all'idea della lettura di libri quella di divertimento, di liberazione da tensioni interiori e via discorrendo. Il lettore adulto non si improvvisa: va coltivato da piccolo. 'Per l'uomo', dice Pennac, 'la lettura è una compagnia che non prende il posto di nessun'altra, ma che nessun'altra potrebbe sostituire'."
"E chi è questo Pennac?"
"Uno scrittore francese."
"Per quanto mi riguarda, l'idea di leggere un libro mi suscita solo visioni di bocche che sbadigliano e di nasi che si arricciano. Lo so che ad alcuni la lettura piace moltissimo e la considerano un hobby eccellente, ma che ci posso fare se in me non produce nessun effetto?"
"Semplicemente ti sei arreso troppo presto. Non hai capito che non tutti i libri sono fatti per piacere a tutti. Quando si dice che la lettura è un piacere, non si intende dire che ogni libro darà necessariamente e automaticamente piacere a chiunque: ognuno di noi deve avere la pazienza di individuare i propri particolari libri, di formarsi i propri particolari gusti. Anche andare al cinema è considerato un piacere. Non per questo ogni film è in grado di accontentare i gusti di chiunque. Se si esplora con pazienza il pianeta libri, prima o poi ci si imbatte in quelli 'che stavano aspettando proprio noi', come dice il mio amico Petrosino, e allora, finalmente, si riesce ad assaporare questo benedetto piacere della lettura sulla cui esistenza circola tanto scetticismo."
"E che effetto si prova?"
"Be’, ci si sente come sollevati in aria di colpo... se posso usare un'immagine, e trasportati... Hai presente lo slogan: 'Libriamoci con i libri'?"
"No."
"Non importa. L'effetto, più o meno, è quello lì. Se leggere, come ti dicevo, significa 'raccogliere con gli occhi', capirai che con gli occhi si possono raccogliere sia cose che piacciono, sia cose che dispiacciono."
"E allora come ci si deve regolare?"
"Si assaggia questo e quello fino a quando non si incontra il libro giusto."
"E come si fa a capire di essersi imbattuti nel libro giusto?"
"La sensazione è nettissima."
"Quella di volare?"
"Sì, di librarsi."
"Può succedere anche subito, con il primo libro che si assaggia?"
"Se si è fortunati, sì. Ma il più delle volte, almeno all'inizio, bisogna avere pazienza, perseverare nella ricerca lasciandosi guidare dai titoli, dalle copertine, dagli incipit... "
"Che cos'è l'incipit?"
"Le prime parole di un libro, l' 'attacco', per intenderci. Ma si può dare un'occhiatina anche all'explicit."
"Che cos'è l'explicit?"
"Le ultime parole di un libro, o 'finale'. L'importante, quando si va a caccia di libri, è non lasciarsi condizionare da nessuno."
"Non si fa prima a chiedere agli esperti?"
"Solo in parte. La cosa più saggia è frequentare da soli le librerie, soprattutto quelle specializzate in titoli per ragazzi; prendere in mano e sfogliare in assoluta libertà quanti più volumi possibile, leggiucchiare qualche paragrafo qua e là. Certo, il successo di alcuni libri può anche nascere da una sorta di tam tam, di 'voce che si sparge' tra i lettori a partire dalle buone impressioni di qualcuno. Ma c'è più soddisfazione a formarsi i propri gusti da soli, credimi. Senza contare che, quando si parla di libri per ragazzi, in realtà si fa di ogni erba un fascio: non esiste un libro che vada bene per 'tutti' i ragazzi, come se l'età dai cinque ai tredici anni fosse un blocco unico."
"È vero. Noi ragazzi delle medie non abbiamo niente a che vedere con i piccoletti delle elementari."
"Proprio per questo, al giorno d'oggi, gli editori hanno preso l'abitudine di ripartire i titoli per fasce di età: dai 3 ai 5 anni; dai 6 agli 8; dagli 8 agli 11; dagli 11 ai 14. L'ultima nata è la fascia dei cosiddetti young adults, o giovani adulti, dai 14 ai 16. Naturalmente le divisioni non sono così nette."
"E se un libro non piace?"
"È bene riconoscere anche ai più giovani, come ha scritto Pennac, gli stessi diritti che i lettori adulti riservano a se stessi: il diritto di mollare un libro in qualunque punto, se non interessa; di spizzicare qua e là; di saltare le pagine; di leggere qualsiasi cosa o anche... di non leggere niente."
"Fantastico. Quest'ultimo diritto mi piace più di tutti."
"Riguarda i casi di pigrizia estrema. Credo che Pennac si riferisse alla lettura libera, non a quella a cui si è inevitabilmente sottoposti a scuola."
"Sarebbe bello se gli stessi diritti si potessero applicare anche al fatto stesso dell'andare a scuola."
"Che cosa vuoi dire?"
"Che dovrebbero essere i ragazzi stessi a decidere se andarci tutti i giorni, capitarci solo qualche volta, o non andarci per niente."
"Ti piacerebbe, eh? Per tua sfortuna, invece... anzi, per tua fortuna!, elementari e medie sono chiamate scuola dell'OBBLIGO. Bisogna frequentarle per forza."
"So di certi ragazzi che disertano la scuola senza che a loro succeda niente."
"I genitori ne sono al corrente?"
"Certo, ma non gliene importa nulla. Li lasciano fare."
"Begli irresponsabili! Comunque è vero, quello dell'evasione scolastica è un grosso problema. Non sempre si riesce a intervenire nel modo più vantaggioso per i ragazzi."
[CONTINUA]
[1] Calco sul neologismo inglese aliterate (persona poco abituata a leggere o a cui non piace leggere), a sua volta coniato su illiterate, che indica colui che non sa leggere, che è analfabeta.
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August 29th, 2007 at 5:31 pm
[ricordarsi] d’afferrare un’affilata cortellessa e con gesto pavloviano far vendetta
[fuggire]a Calatrava, cantare in viaggio canzoni popolari. Belle, ma così belle che non me le ricordo nemmeno a fischiarle
[confessione]l’accoppai all’ente nazionale della cinematografia popolare, aveva parlato male delle mie scarpe nuove. Vergogna!
August 29th, 2007 at 5:54 pm
Io, scapperei da questo libro dopo aver letto le prime sei righe. Comprendo le ragioni che hanno portato Andrea Cortellessa a definire il lavoro di Nori in quel modo. Posso anche capire l’operazione di ricerca fatta dal Nori per rendere al massimo questo “essere in trappola” dell’individuo odierno. Il punto è, a mio modestissimo avviso, che dovendo già vivere emotivamente ogni giorno molte situazioni deprimenti, una lettura del genere non ti conquista, non ti prende, non ti inchioda. Questi pensieri, sono già i nostri. Stesso assillo, stesso peso, stessi tarli, stesse… “mancanze”.
Magari, chissà, a epoca superata, dopo aver digerito e assimilato il boccone amaro. Chissà.
Succede anche di fronte a certe opere d’arte. La critica ne illumina la lettura, eppure sembra non bastare. La si guarda un minuto, poi via, a cercare qualcosa che ci emozioni nel profondo.
Parere mio, assolutamente soggettivo.
laura
August 29th, 2007 at 6:31 pm
Laura, la spiéga di Cortellessa non mi è chiara per niente. Visto che condividi, ti va di parlarne? Vedi mai che qui si facesse un po’ di critica estemporanea? Grazie di farlo, veh
August 29th, 2007 at 6:42 pm
Forse il buon Cortellessa voleva dire che “le pratiche disumanizzanti del lavoro flessibile in epoca postindustriale” provocano sui soggetti più sensibili un decadimento rapidissimo dei processi cognitivi. Oppure forse ai critici succede quel che succede a noi comuni mortali parlanti quando ci concentriamo su una parola e la ripetiamo più e più volte. Alla fine si svuota di ogni significato e diventa impronunciabile. Così concentrati sull’opera, troppo concentrati, non capendo più dave sta il sopra e il sotto, se sia giorno o notte, pensano di aver trovato la chiave di lettura pure per le scritte sul cartone del latte. Di certo c’è che Antonio Silva è grande, vero. Ma anche Obdulio. Ed è grande l’Atahualpa che ci guarda sempre con gli occhi socchiusi vedendo meglio di qualsiasi altro.
August 29th, 2007 at 7:05 pm
Cara Ipazia, noi, forse, saremo grandi, ma Atahualpa è immenso. Anzi, irragiungibile.
obdulio
August 29th, 2007 at 7:07 pm
Al mio paese dicono:
c’è gente che può pisciare a letto e dire che era sudore
Aggiungo titoli e non autori:
Boccalone, Jack Frusciante, Woobinda, Bassotuba
Esattamente uno ogni dieci anni
Rivendono agli adolescenti lo stereotipo sinistrese della scrittura giovane e svirgolata. Rimangono scrittori giovani anche a cinquant’anni.
La scrittura del quotidiano post-industriale, dice il critico.
Come se la scrittura fosse la bava che uno si lascia dietro, anzichè una freccia scoccata altrove.
August 29th, 2007 at 7:07 pm
Vero, caro Obdulio. Come è vero. Grazie per averlo ricordato.
August 29th, 2007 at 7:20 pm
Salve Giovanni.
Non potrei farlo meglio di Ipazia che ringrazio perché inoltre, ha aggiunto quello che avevo in mente. Io guardo i critici, tutti, quasi di traverso. Non mi fido mai molto di loro perché non sai quanto essi credano in quel che scrivono o se siano solo mossi da contratto economico. Solitamente, le cose che mi emozionano me le vado a cercare da sola. fatico un po’ e per quelle mi muovo, altrimenti nisba. Il critico tende sempre un po’ a “confezionare il prodotto”. Dargli retta o meno dipende dal fruitore. Per quanto riguarda la grandezza di cui parlate, mi sento di aggiungere che chiunque riesca ancora a ragionare con la propria testa sia, nel proprio piccolo, un grande.
laura
August 29th, 2007 at 7:36 pm
Vbinaghi, quant’è bello quel detto del tuo paese!
E quant’è vero!
Mi prendo una licenza e aggiungo: ma perché se si tratta di piscio tocca per forza venderlo come sudore? Non sarebbe più nobile riconoscerlo come tale ed accettarne tranquillamente la formula chimica?
D’accordo pure sul quel tuo stereotipo.
Non posso aggiungere nulla per quel che dici dei titoli citati. Non li ho mai letti, quindi non saprei.
laura
August 29th, 2007 at 7:39 pm
Laura, il critico non esiste. Esiste una comunità di lettori che instaura una relazioe critica, come il famoso e mai abbastanza letto saggio di Jean Starobinski. La cosa che ho scritto su Nori viene dopo altre di Cortellessa, Arcangeli, Barilli, Guglielmi e anche mie, sì. Il critico racconta che c’è in un libro e, se gli riesce, spiega perché val la pena di perderci del tempo. I contratti economici di cui parli mi sono ignoti - e su qualche giornalino scrivo pur’io, per cui (e, in ogni caso, non c’è professione italiana in cui non esistano prostituti/e con relativi lenoni/e).
Ipazia, la tua glossa alla spiéga di Cortellessa fa onore a lui, che non la leggerà, ma mi convince come anche no. E anche questo è il motivo per cui Obdulio Pepe Coggiola e Antonio Silva sono grandi, no?
August 29th, 2007 at 9:05 pm
ola giovanni,
uso e abuso di questo pubblico spazio non per postare del tema - di cui non so una beneamata - ma per avverirti che se non rispondi alle mail all’indirizzo privato, le cose che ti ho da dire le posto qui. e non è bello tutto ciò, no no no no.
e non è un avvertimento, ciò va detto a pubblica… cosa… cosa lì… come si dice…
vabbè, ti saluto, con il fiasco e con l’imbuto.
August 29th, 2007 at 9:27 pm
Meri’, ho risposto.
August 29th, 2007 at 9:50 pm
e io ho risposto.
e poi dice che le minacce…
August 29th, 2007 at 10:09 pm
Caro caro Giovanni, la mia glossa che ti convince come anche no mi dici, se puoi, come anche no? perché se dicevi così, come anche no, così per dire va bene, che mi fido di te.
I critici, i critici. Quante cose abbiamo visto coi loro occhi, che altrimenti avremmo ignorato? Dài spezziamo una penna stilografica e inondiamoci di inchiostro a favore dei poveri critici.
Ma c’è una razza di critici che detesto, a pensarci bene. E’ una razza che incontri al cinema, quella delle persone che mangiano quintalate di pop corn e te le alitano nell’orecchio per tutta la durata del film, con quell’odore rancido e acre di olio di sansa andato a male, quelle che commentano ogni passaggio, che ridono nel momento più tragico, quelle che praticano petting selvaggio costringendoti a muoverti come un pendolo a seconda che la testa di lei vada verso lui o viceversa. Quelle stesse persone , all’uscita, proprio quelle lì, sono proprio quelle che si sentono immediatamente di dare un giudizio sul film. Allora viene fuori che Kubrick è una ciofeca, che Lynch non vale una cicca, che Ermanno Olmi che palle.
Allora, vorrei vedere se farebbero altrettanto davanti a un Picasso dopo aver becciato con la fidanzata due ore sulla poltroncina del museo. Lo farebbero, lo farebbero. Di sicuro mio nonno buonanima contadino non l’avrebbe fatto, perché prima di parlare pensava e parlava solo di ciò che conosceva. Oggi no. Si può parlare di tutto, anche se non si sa una ci…,scusate, anche se non si sa di che cosa si sta parlando. Che bello, che bello. Che bella la libertà di parola, forse troppo spesso confusa con la libertà di dire ciò che si vuole.
A lei Merisi, grazie per aver pronunciato una delle mie parole preferite: imbuto. ma meglio ancora sarebbe stato: ‘MBUTO uno due più ‘MBUTI ‘MMBUTI ‘MMMBBUTI
Stasera la vostra Ipazia è un po’ agitata, scusatela
August 29th, 2007 at 10:17 pm
ipazia,
profferisco tale parola - ‘mbuto - solo sul blog di rieduchescionalchannel.
ossecqui… ossecui… osseqi… ehm
saluti
August 29th, 2007 at 11:03 pm
Ipazia, la stilettata contro certi e taluni precisi critici mi trova concorde. Su un singolo sintagma verbale incontro però qualche difficoltà. Come si vòlge, in lingua franca, l’infinito presente da te usato “becciare”? Ha a che vedere con il becchime dei volatili (meglio uccelli) o altro?
Grazie delle ulteriori spiegazioni, di che peraltro anche il Nori sovrannominato trarrebbe diletto.
August 29th, 2007 at 11:28 pm
Giovanni caro, alle elementari e medie non erano i maschietti soliti, dove andavi a scuola tu, tirare fuori questo termine a ogni pié sospinto a causa dei primi subbugli ormonali? E’ un termine fra il puerile e il becero, e mai l’ho utilizzato, l’ho riesumato stasera qui proprio in onore di tutti quei beccioni che mi hanno dato fastidio al cinema o a teatro(e persino al tenco, da non credere) nella mia vita di spettatrice. Vedo che sul vocabolario non c’è, e questo un po’ mi spiace e un po’ no. Esclusi dal vocabolario forse i beccioni disturbatori del mondo un giorno scompariranno e noi potremmo goderci lo spettacolo in santa pace. L’unico dubbio che mi resta è che io abbia senza volerlo storpiato un termine esistente. Se è così illuminami, non lasciarmi brontolare nel buio. (Ve l’avevo detto che stasera Ipazia è un po’ così, chiedo venia).
August 29th, 2007 at 11:47 pm
beccioni?
bacioni!
ma.. ipaz… è così bello baciarsi al cinema… è un classico a suo modo. Non ci faccia la vecchia zitella vittoriana che non le si addice al nick. Anche ridere fuori tempo è mitico. L’unica osa che scoccia nelle multisala e che non puoi stare a vedere il film due o tre volte. Che essendosi baciati è assai utile.
(Su quasi tutti i blog e forum c’è un’Ipazia è sempre lei?)
August 29th, 2007 at 11:59 pm
becciare o beciare: limonare di brutto ovunque capiti/ storia violenta e solo di lingua che dura non più di un pomeriggio.
es.
- bella quella lì, la conosci?
- no, però l’ho beciata in discoteca un pomeriggio.
credo che sia un modo di dire prettamente ligure: nella mia zona di levante, sul confine bastardo e in piena terra di lunigiana, si dice senza la doppia come tante altre parole, aumentando la grezzaggine del termine che, all’atto pratico, ho portato a termine molte con vero godimento.
August 30th, 2007 at 12:09 am
C&C No. Io sono solo qui, mai frequentato alcun blog, è la prima volta.
Ho capito, lei fa parte del gruppo. Guardi, niente da dire sui baci, solo che io al cinema e a teatro ci vado per godermelo. Altro che zitella vittoriana, anche lo spettacolo è godimento, è una forma di godimento appunto, come l’eros. Solo che se ci sono due che mi si agitano davanti, niente, me lo rovinano in modo inesorabile. Credo ciò dipenda da come si intenda quel momento lì, quello in cui ci troviamo nella sala buia, protetti dal mondo esterno e catapultati in un modo nuovo, magico, dove le leggi del tempo e dello spazio vengono sovvertite. Veda, ho la fortuna, almeno ritengo per me che sia una fortuna, di pormi in quel modo lì, che è lo stesso medesimo che avevo da bambina. Poi lo spettacolo può essere più o meno riuscito, posso satncarmi e uscire dalla magia ma, la condizione di partenza è sempre la stessa, ed è qualcosa che mi dà molta soddisfazione. Capirà ora il perché della mia invettiva contro i critici disturbatori.
Un saluto
August 30th, 2007 at 12:16 am
oh grazie merisi per il suo contributo. Al suono di queste frasi che esemplificano alla perfezione mi pare di risentirli i miei compagni adolescenti. E che definizione, si vede che lei ha vissuto una bella adolescenza, bella sana. Dico sul serio eh?! Senza la minima ironia.
August 30th, 2007 at 12:20 am
essù che scherzavo…
io di solito sto dall’altra parte della quarta parete. E penso che se il pubblico è intemperante la colpa stà un po’ anche lì.
Certo che lei perora (voce del verbo perorare) a raffica…