Che brutta cosa essere come l'amico gay di Anna Tatangelo! Di notte non si dorme mai, ma si resta svegli fino a quando la mattina con il viso stanco e ancora un po’ di trucco [vedi foto] si lasciano i sogni chiusi dentro ad un cuscino. Invano si ha molta luce dentro gli occhi perché tanto si guarda "solo chi non c’è". Si fa di tutto per assomigliare a lei perché si vuole amare come la Tatangelo ama Tato D'Alessio. Se ci s’incammina per strada, si fanno solo accenni di saluto perché si è avvolti dentro l'amarezza. Ma anche nei casi in cui nasce un'alba più sicura, d'un tratto arriva la notte e, zac!, regala la paura. Infine, ciliegina sulla torta, c'è pure chi ti "guarda con disprezzo perché ha il cuore di un pupazzo" e non sa che "siamo tutti figli dello stesso Dio", malgrado i continui moniti di Tato Radzinger, che non perde occasione per ricordare urbi et orbi: "L’amore non ha sesso, il brivido è lo stesso o forse un po’ di più...".
...
Ha scritto Matteo B. Bianchi nel suo blog:
http://matteobblog.splinder.com/post/16100602
«Non bastava vivere in un paese che non riconosce i diritti per le coppie di fatto, adesso siamo anche diventati amici della Tatangelo. Le disgrazie non hanno mai fine.»
Leggiamo, invece, qui:
http://www.sdamy.com/sanremo/2008/cantanti-big/anna-tatangelo-il-mio-amico
«Anna ha davvero un amico gay, si chiama Claudio e quando Anna gli ha fatto sentire il brano è scoppiato in lacrime.»
[E 'tte credo!, n.d.r.]
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[Immagine da http://i43.photobucket.com/albums/e375/big_league_chewbacca/this-thread-is-gay.jpg ]
Prima di affrontare in maniera sistematica la lettura di "Hitler", di Giuseppe Genna, l'ho sfogliacchiato qua e là traendone l'impressione che stavolta Giugenna tenti con la scrittura una nube purpurea. Non so se ci riesca, l'esito può essere errato o grossolano, ma il tentativo, a occhi e croce, è consapevole.
Faccio un salto nel suo sito, precisamente qui:
http://www.giugenna.com/hitler_romanzo/su_freaks_messa_in_discussione.html
e cosa leggo?
Esattamente questo:
"Io tento con la scrittura una nube purpurea: non so se ci riesco, l'esito può essere errato o grossolano, ma il tentativo è consapevole".
Ci resto di sasso:- )
«Morire... addormentarsi: nulla più.
E con un sonno dirsi di por fine
alle doglie del cuore e ai mille mali
che da natura eredita la carne.
Questa è la conclusione
che dovremmo augurarci a mani giunte.
Morir... dormire, e poi sognare, forse...
Già, ma qui si dismaga l'intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
Se no, chi s'indurrebbe a sopportare
le frustate e i malanni della vita,
le angherie dei tiranni,
il borioso linguaggio dei superbi,
le pene dell'amore disprezzato,
le remore nell'applicar le leggi,
l'arroganza dei pubblici poteri,
gli oltraggi fatti dagli immeritevoli
al merito paziente,
quand'uno, di sua mano, d'un solo colpo
potrebbe firmar subito alla vita
la quietanza, sul filo d'un pugnale?»
(W. Shakespeare, Amleto. Brano copia-incollato da http://www.liberliber.it/biblioteca/s/shakespeare/amleto/html/testo_03.htm )
Il tema del suicidio, con l'annesso dubbio se essere o non essere, non ha lasciato indifferenti nemmeno gli ElioeleStorieTese e Fabri Fibra, shakesperiani loro malgrado e a modo loro:- )
1) Da "Suicidio a Sorpresa", in Studentessi, il nuovo CD degli Eelst:
«... Qui nel mio cuor, ci sono i Sodom e i Resuscitator
I Septic Flesh, gli Impaled Nazarene e i Sepultura
Certo però che il brutal death mi dà più stimoli
Dei Kataklysm, dei Luciferion, dei Cadaver, dei Minotaur
Dei Pessimist e degli Urgrund tutti insieme
- W gli Urgrund -
Concluderò la letterina che scrivendo vi sto
Poi sfamerò con un topino il mio serpente boa
Ora però vi lascio perché suicidandomi sto
Voi perdonatemi ma ricordatemi quando ascoltavo
Hush hush ariuai dei Kajagoogo.»
***
2) Da "CENTO MODI PER MORIRE" di FABRI FIBRA:
«Ci sono cento modi per morire,
cento modi per morire,
cento modi, cento modi, cento modi per morire...
Ci sono cento modi per morire, funzionano tutti
se in giro vedi un ponte, cazzo fai, non ti butti?
il modo migliore per morire? con la droga
un mix di pasticche, eroina e altra roba
mangiato da un cinese, così tanto per gioco
hai preso un'infezione intestinale allo scroto
alle sei di mattina vomitavo in mezzo a un prato
mi ha investito Valentino Rossi in macchina ubriaco.
[Metal Carter]
Oh, pago un tipo pe' dilaniarmi e farmi buttare in un cassonetto
oppure per farmi soffocare col cuscino nel letto
cerco il suicidio perfetto, ma non esiste!
il bello è che la fattura persiste.
visto che il triste Dio esiste
la mia voglia di inferno non resiste, insiste
c'è chi fa e c'è chi assiste
ma stare al mondo, in fondo, IN CHE COSA CONSISTE?»
--
[Immagine di Elio da www.cnimusic.it/
"Porge il LABBRO TUMIDO al peccato", diceva la nota canzone femminista di E.A. Mario "Balocchi e profumi".
[«Ella nel salotto profumato
ricco di cuscini di seta
porge il labbro tumido al peccato
mentre la bambina indiscreta
dischiude quel nido
pieno d'odor di Coty...
Mamma
mormora la bambina
mentre pieni
di pianto ha gli occhi
per la tua piccolina
non compri mai balocchi
Mamma tu compri soltanto
i profumi per te»]
Nella copertina del nuovo CD degli Elio e le Storie Tese ("STUDENTESSI") la donna si spinge ancora più in là: porge al peccato nientemeno che due LUMACHE tumide... Davvero non c'è più limite allo spostamento in avanti della frontiera della peccaminosità femminile, come non si stanca mai di ricordare anche la Lipperini:- )

Spiega Elio: «''Studentessi" continua la nostra tradizione sia di copertine con immagini forti che di ospiti. Abbiamo cominciato dalla mucca con i piedi di donna e dalla faccia di un nero mescolata a una di una bianca bionda e siamo arrivati a oggi con la lumaca al posto delle labbra. Il nostro primo disco è del 1989 e andando avanti nel tempo sono cresciute qualità e quantità. E anche la tecnologia, al punto che gli ospiti noi non li abbiamo mai incontrati, abbiamo fatto tutto attraverso il telefono e il computer».
(Da http://www.ancorassieme.net/partecipazioni/studentessi.htm )
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(Giuseppe d'Emilio, il primo a sinistra, con Valerio Evangelisti e Lucio Angelini a Fano l'estate scorsa)
Premessa. Per chi non sappia cos'è SECOND LIFE, cutto & pasto la spiegazione da www.secondlife-italia.it:
«Second Life è un mondo virtuale 3D costruito e posseduto dai propri abitanti. Una Seconda Vita ricreata nei minimi particolari, da quelli più prettamente fisici, come case, edifici e paesaggi ad aspetti più complessi come la struttura sociale, le regole economiche e via dicendo. Ci affacceremo a questo nuovo mondo attraverso un Avatar, una riproduzione digitale della nostra persona, il quale sarà il primo mezzo di comunicazione con gli altri abitanti di SL. L'Avatar è totalmente modificabile dandoci quindi la possibilità di ricrearci con l'aspetto che più ci aggrada. Come nel mondo reale vi è una valuta, una moneta i Linden Dollars (L$), che può essere sfruttata all'interno del gioco per acquisti e investimenti oppure essere riconvertita in Dollari reali creando di fatto una vera e propria economia. Ormai la struttura di questo mondo è consolidata da anni e questo ha portato a ricreare delle dinamiche economiche e sociali del tutto simili alla realtà e che rendono SL ancor di più interessante e che lo differenziano da tutti gli altri "giochi" virtuali rendendo di fatto un "simulatore di vita"... [cut]... In ogni caso è molto facile iniziare una seconda vita su Second Life, dove ognuno potrà costruire i propri oggetti per poi metterli in vendita, comprare lotti di terra dove costruire la sua casa o il suo negozio oppure, come già detto, provare a creare una nuova e fruttuosa attività o molto più semplicemente stringere amicizie con persone provenienti da tutto il mondo.» (Eccetera)
Premesso ciò, cutto & pasto adesso un delizioso micro-racconto di Giuseppe D'Emilio pubblicato qualche giorno fa da Barbara Garlaschelli nel suo blog. Questo:
Avevo appena finito di scorrere una annichilente raccomandata dell'amministratore del condominio in cui abito, quando una mail di Federico Platania mi avvisa dell'uscita del suo nuovo romanzo, "Il primo sangue":
http://www.fernandel.it:80/index.php?option=com_jbook&task=view&Itemid=&catid=&id=144
"Benissimo!", esclamo tra me e me. "Federico ce la sta facendo. Spero che, passo dopo passo, conquisti il famoso GROSSO EDITORE di cui parlavo nel mio post del 23 gennaio scorso:-)".
Depongo la raccomandata dell'amministratore e dal link sopra riportato scarico le prime pagine del testo. Questo l'incipit:
«Ci sono sempre più insetti al mondo. Non te ne rendi conto, ma ogni giorno che passa ci sono più insetti. Solo pochi di più. Aumentano un po’ per volta, così non te ne accorgi. Un giorno però diventeranno così tanti che non potrai più fare finta di niente. Aprirai la finestra e vedrai un muro di vespe, zanzare e mosche davanti a te. Allora capirai tutto di colpo. Sarà così che andrà il giorno in cui finirai tutti i tuoi soldi, un euro alla volta, magari solo un centesimo alla volta. All’inizio non te ne accorgerai. Poi un giorno perderai il lavoro, i tuoi genitori saranno morti, non ci sarà più nessuno che potrà darti una mano. Allora ti dirai "Per un po’ posso tirare avanti con i soldi sotto il materasso". Alzerai il materasso e ti accorgerai che i soldi sono già finiti. E così ti renderai conto di non avere più niente. Ti guarderai allo specchio e ti vedrai per quello che sei: un disperato, un cane disperato costretto a vivere in mezzo alla strada, mentre intorno volano tutte le mosche e le zanzare del mondo. Tutto il cielo sarà pieno di insetti e tu sarai un povero disperato e ti chiederai "Ma come è potuto succedere tutto questo? Dove ero io, che non mi sono accorto di niente?". E invece ecco, centesimo dopo centesimo, euro dopo euro, mosca dopo mosca, la fine del mondo è arrivata.»
Riprendo in mano la raccomandata dell'amministratore e la rileggo con allarmato sgomento. Mi si avverte che, avendo lasciato il precedente proprietario dell'appartamento un debito condominiale di circa 15.000 euro (relativo a già avvenuti restauri della palazzina), il condominio si rivarrà su di me. Pare che la legge lo consenta, anche se non c'entro nulla e se avevo fatto scrivere nell'atto di compravendita che ogni spesa pregressa era da attribuirsi alla parte venditrice. "Vaffanculo!" esclamo tra me e me. "La fine del mondo è arrivata!"

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Qui al Lido di Venezia il barbiere di riferimento è Loris, in via Negroponte (una traversa del Gran Viale). Anch'io, da quando sono diventato lidiota (senza l'apostrofo tra la prima e la seconda lettera, per piacere), mi affido a lui per una semplice "pareggiata" periodica agli ultimi capelli rimasti:-). Si discuteva, l'ultima volta, di crisi delle vocazioni nel settore (anche lì!), considerando che le nuove leve tendono a preferire il femminile; del fatto che è scomparsa da decenni l'abitudine di andare a farsi fare la barba, appunto, dal barbiere, in barba all'etimologia del termine (i barbieri di oggi sono soprattutto "capellieri"); e dello speciale "osservatorio" che un salone di barbiere può costituire, con la sua variegata clientela, in genere abbastanza comunicativa. Tra una sforbiciata e l'altra un barbiere può, infatti, cogliere e riciclare storie, umori, pettegolezzi, informazioni di varia natura concernenti i più disparati campi dell'attività umana...
Era il 12 febbraio scorso e proprio quel giorno, qualche ora dopo, trovo sul Gazzettino il seguente articolo di Predrag Matvejevic:
«Sono tanti i mestieri, gli artigianati, le botteghe a Venezia. È difficile contarli e quasi impossibile descriverli. Non si può resistere, tuttavia, al fascino particolare dei saloni da barba. Un tempo facevano concorrenza alle osterie e sostituivano talvolta anche le sagrestie. Si trovavano a ogni passo, oggi sono più rari. E i pochi superstiti non somigliano a quelli di una volta. Il lavoro dei barbieri non era soltanto un mestiere, ma anche una vocazione o perfino un sacerdozio. I loro gesti erano più eleganti dei gesti degli artigiani. Il loro parlare era più elevato del parlare dei commercianti. Le loro mani erano più mansuete delle mani degli amanti. Il loro nome si trasformava spesso in cognome. Nella bottega di barbiere si poteva venire a sapere quello che succedeva in giro, conoscere quasi tutto sulla città e la sua storia. Talvolta si aveva l'impressione che lì si svolgesse la storia stessa. I barbieri veneziani sapevano raccontare come veri narratori. Sapevano divertire, consolare, talvolta anche commuovere o turbare i clienti con i loro racconti. Conquistarono ruoli incomparabili sulle scene: in commedie, drammi, melodrammi e opere liriche. Sono entrati anche nella letteratura - anzi è strano che non vi siano ancor più presenti, essendo veri e propri personaggi letterari. Goldoni non poté fare a meno di dedicargli la propria attenzione. Quando i nobili ed i cittadini d'alto rango si tolsero dal cranio la parrucca , al momento in cui cadde l'aristocratica Repubblica che la privilegiava, i barbieri continuarono comunque a mantenere l'appellativo di parrucchieri. E continuarono a occupare il proprio posto sui palcoscenici. Gli attrezzi e strumenti del mestiere, di cui si servivano e continuano a servirsi, sono semplici e utili: il pennello da barba e il rasoio, varie specie di forbici, il lavamano e l'accappatoio, il pettine e la spazzola, la saponiera e la schiuma di sapone. Gli svariati profumi, ciprie, pomate e lozioni da loro adoperati e le fluidi frasi in lingua italiana e in dialetto veneziano completano l'inventario. I barbieri più (istruiti) provveduti si esprimevano anche in furlan, e conoscevano perfino qualche parola tedesca o slava. In nessun'altra parte d'Europa, nemmeno a Siviglia, c'erano tanti conciatori di teste, tonsori e barbitonsori, "figari" di mano lesta e di lingua sciolta, quanti ce n'erano a Venezia. Rossini conosceva meglio i barbieri che operavano nei pressi del teatro La Fenice che quelli di Castiglia.Non c'era una sola galea veneziana di grosso tonnellaggio che, mettendosi in viaggio per lidi lontani, non prendesse a bordo un marinaio incaricato di sbarbare una parte dell'equipaggio, soprattutto gli ufficiali e il capitano. La Serenissima ci teneva a che i propri cittadini, sbarcando in porti e città di altre sponde, mostrassero un volto sereno. Intorno all'Arsenale erano ogni giorno al lavoro una decina di questi barbieri-marinai. Alcuni barbieri divennero famosi per la loro maestria, ma nessuno di loro fu eletto doge. Nonostante sapessero tutto della politica - in politica non ebbero successo. Molti uomini politici, invece, erano dei barbieri mal riusciti o irrealizzati. Sono scomparse le vecchie e buone guide turistiche che sapevano indicare dove e quando c'era stata una bottega da barbiere, nel centro città o in periferia, dalla Riva dei Sette Martiri ai Giardini di Papadopoli.»
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Si veda anche il link:
ANTICA BARBIERIA COLLA LA CURA DEL CAPELLO DAL 1904
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Approfondimento wikipedico:
Il barbiere di Siviglia è un'opera lirica di Gioacchino Rossini su libretto di Cesare Sterbini tratto dalla commedia omonima di Beaumarchais
Qui il libretto on line:
http://www.librettidopera.it/barb_siv/barb_siv.html
da cui:
«Rasori e pettini,
lancette e forbici,
al mio comando
tutto qui sta.
Rasori e pettini,
lancette e forbici,
al mio comando
tutto qui sta.
V'è la risorsa
poi del mestiere
con la donnetta...
col cavaliere...
con la donnetta...
trallalallero
e col cavaliere
la la!
Ah, che bel vivere,
che bel piacere
che bel piacere
per un barbiere
di qualità
di qualità !
Tutti mi chiedono,
tutti mi vogliono,
donne, ragazzi,
vecchi, fanciulle:
Qua la parrucca
Presto la barba
Qua la sanguigna
Presto il biglietto
Tutti mi chiedono,
tutti mi vogliono,
tutti mi vogliono,
tutti mi vogliono,
Qua la parrucca
Presto la barba
Qua la sanguigna
Presto il biglietto
Figaro, Figaro
Figaro, Figaro
Figaro, Figaro
Figaro, Figaro
Figaro
Ahimè, ahimè, che furia!
Ahimè, che folla!
Uno alla volta,
per carità ,
per carità ,
per carità!
Figaro
Son qua!
Figaro
Son qua!
Figaro qua,
Figaro la
Figaro qua,
Figaro la
Figaro su,
Figaro giù
Figaro su,
Figaro giù»
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(Nell'immagine: i dogi barbuti della boutique di Fiorella Mancini a Venezia. Foto di A. Bianchi.)
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Finalmente individuato il sito in cui inabissare una volta per tutte le sempre più imbarazzanti immondizie napoletane. Ci ha pensato un mese fa Miss Filter qui:
http://missfilter.blogspot.com/2008/01/sotto-il-vulcano-alle-citt-ferite.html
Quale miglior TERMOVALORIZZATORE naturale, effettivamente, del cratere del Vesuvio?

Ma poiché questo è un lit-blog, ovvero un blog letterario (ancorché di cazzeggi letterari), non mancherò di aggiungere una citazione autorevole:
“La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per fare posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono godere delle cose nuove e diverse o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori delle città, certo; ma ogni anno la città si espande e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste si innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto: aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. È una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altro ieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo se sullo smisurato immondezzaio non stessero premendo, al di là del crinale, immondezzai di altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti: forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari di anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita di nuovo. Già dalle città vicine sono pronti con i rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai... ” (Da "Le città invisibili", di Italo Calvino)
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[Immagine in alto da http://www.riptidetravel.it/public/6_vesuvio_big.jpg ]
«È il '77 e ogni cosa è politica, non c'è nulla di neutro, men che meno gli accessori. Io so da che parte stare, quella dei miei fratelli, quindi compro una "Tolfa", una borsa di cuoio piuttosto rozzo che a Roma indicava l'essere compagni meglio di un distintivo. Essere di sinistra mi pare un'ovvietà alla quale chiunque sia dotato di buon senso può - deve - aderire. Sono convinta che chi non è comunista lo diventerebbe senz'altro se solo qualcuno gli spiegasse meglio. Basterebbe spiegare bene ai democristiani che il messaggio di Gesù è molto più simile alle dottrine marxiste che a quelle di Fanfani, e loro farebbero "Ah già!" e passerebbero dall'altra parte. I fascisti poi si stanno estinguendo, sono rimasti in quattro gatti, generazioni di anziani induriti troppo vecchi per mutare opinione. Morti loro, non ci sarà più il fascismo, mentre il nazismo, quello è morto da un pezzo, chi è che può rifarsi a quella banda di assassini feroci? Sono passati più di trent'anni dalla fine della guerra ma nella consapevolezza collettiva c'è ancora la puzza dei cadaveri cremati e un senso di orrore paralizzato. Anche Guccini contribuisce a tenerlo vivo. Il sapore della guerra senza vincitori lo porta De André. Bennato attualizza, e De Gregori, ma Rimmel è uno dei miei album mantra, lo ascolto tutti i giorni dal mio stereo che ripropone sempre la stessa facciata, e io sento solo il lato A, quello che finisce con Buonanotte fiorellino. La mia illusione politica deriva anche dal fatto che la musica dei cantautori piaceva a tutti, anche ai ragazzi bene del mio quartiere. Quelli coi mocassini troppo lucidi e le Clarks troppo nuove. Quelli che una volta, a una festa, hanno tirato fuori dei 33 giri, ridacchiando. Imbarazzati, ma un po' ostentati, ridacchiando. Hanno messo su questo disco toccandolo con tatto e cura, "Se glielo rovino mio padre si incazza". La punta si abbassa e il 33 gracchia un po', poi un applauso e la voce caprina e romagnola di Mussolini. Un gruppetto, cinque-sei, all'inizio un po' timidi, ma poi insieme in piedi a braccio teso, ridacchiando. Li guardo, questi ragazzini, e cerco di capire. Cerco lo scherzo, la rassicurazione. "Vabbè, togliamolo", "Ma no ascolta, è fichissimo, senti che dice adesso", "Dài, ragazzi, rimettiamo la musica", "OK, rimettiamo la musica, se vuoi vieni un altro giorno che te lo faccio sentire tutto", ridacchiando. Ma era solo perché nessuno gli aveva spiegato bene. Potevo farlo io. Fare ragionamenti sui valori e il senso della vita...»
(Da Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, di Monica Viola, Rizzoli, pp. 49-50)
E nei ringraziamenti finali, a pag. 159:
"Ai miei cento pre-lettori che spesso hanno pianto e riso con me, commuovendomi, colmandomi, consigliandomi. Vibrisselibri. I punti G: Gaja Cenciarelli, Giulia Tancredi, Giuseppe D'Emilio e Giulio Mozzi. A Lucio Angelini e Luca Tassinari, magnifici lettori, e Grenar che mi ha fatto piangere con la sua videorecensione... "
Su www.24sette.it:
TANA PER LA BAMBINA CON I CAPELLI A OMBRELLONE di Monica Viola: in libreria in formato cartaceo il romanzo pubblicato in precedenza solo online da vibrisselibri.it di Giulio Mozzi. L'educazione alla vita di una bambina nella Roma degli anni settanta e ottanta, tra il mitico Piper, la psichedelia dei Pink FLoyd e l'Italia che rideva con il «Drive In» di Italia 1. Una famiglia-tribù di fratelli, sorelle e "aninali vari"; uno spaccato sugli anni che hanno segnato la storia del nostro Paese - come il sequestro Moro - con una prosa autentica ed equilibrata che erompe dalla gabbia classica del romanzo di formazione. Pubblichiamo un articolo di Stefano Gallerani per 24sette.it e un recente articolo di Valeia Parrella per «Grazia».
E il link:
http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=1359
Nato in prima versione sul web, per vibrisselibri.it, di Giulio Mozzi, l’esordio narrativo di Monica Viola, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, guadagna finalmente la carta stampata con i tipi di Rizzoli (“24/7”, pp. 160, € 15,00). Più che il semplice riconoscimento di una scrittura arrivata in libreria dopo essere già passata al vaglio di lettori e recensori internauti, si tratta piuttosto dell’espressione di una nuova forma di produzione letteraria, cui sono legate possibilità inedite, dal semplice calco di post e commenti alla costante esposizione di sperimentali work in progress; una specie di circuitazione costante, insomma, di cui oltre a Tana è recente esempio, da ultimo, anche Hitler, il romanzo che Giuseppe Genna ha appena pubblicato facendolo seguire al libro on line Medium, che tra il nuovo titolo e il precedente, Dies Irae (uscito nella stessa collana della Viola due anni fa), fa quasi da spola e ne rappresenta, per così dire, il palinsesto di lavoro.
Quanto al romanzo di Monica Viola, attraverso quarantasette stazioni – quarantasette capitoli sincopati, lunghi in media tre pagine e mezzo – si spiega sotto i nostri occhi l’intera educazione sentimentale di un’adolescente nata negli anni sessanta. Più che una famiglia, la sua sembra una tribù: «otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici [...] Bisogni, voci, pianti e urla si accavallavano e incrociavano nelle stanze disposte in fila, come un lungo e lento verme». Sullo sfondo, Roma è la spianata sorniona che ospita il villaggio: la Roma che la protagonista vive in prima persona, quella dei licei borghesi, dei pomeriggi Genesis e delle notti Piper; ma anche la Roma degli scontri tra estremisti di destra e esponenti della sinistra radicale, la Roma di Via Fani e del sequestro Moro: «la sensazione dominante era quella di una generica e diffusa insicurezza, come se qualcosa di inaudito e sconvolgente fosse accaduto, uno spartiacque senza ritorno».
Una città tutta da scoprire, aperta come la vita e al pari della vita interdetta dal lutto, dalla morte: «un pomeriggio mi chiama Alice da una cabina, in lacrime. Mi grida “Hanno sparato a Luca” […] Accendo il telegiornale, lo presentava Emilio Fede quella sera. Dice che qualcuno ha sparato al volto di un giovane, in una via a due isolati da casa mia […] Non faccio mai quella via, quella dove il giorno dopo la morte di Luca ho visto il suo sangue sul marciapiede». Nella scrittura di Viola niente resta fuori – il dramma familiare, la scoperta della sessualità, la coscienza di una generazione -, e se per un attimo ci perdiamo nelle estati di Santa Marinella o nelle vacanze in Veneto, è solo una parentesi, perché quelli sono pur sempre gli anni delle “strategie”: «la strategia della tensione produceva efficaci paranoie collettive. Per un periodo inizio a pensare che forse mi riconosco più nel socialismo che nel comunismo, che il comunismo ha in sé qualcosa di potenzialmente pericoloso, senza ritorno. Che ci sono libertà che il comunismo non tutela. Non sono pensieri veri e propri, sono sensazioni di un pensiero, qualcosa che respiro, nel 1978, in terza media». Niente resta fuori, ma niente prende violentemente il sopravvento sullo sguardo della “bambina con i capelli a ombrellone”. E a ben riflettere è proprio in questo equilibrio tra facilità di respiro, sua autenticità, e sicurezza nella prosa che sta il carattere più impressionante della scrittura di Monica Viola. (Stefano Gallerani)

«Esimio Ferrara,
leggendo il Corriere apprendo che ha deciso, eroicamente, di sottoporsi a esami del sangue per testare di non esser lei stesso affetto dalla sindrome diagnosticata al feto tanto discusso in questi giorni. Il suo scopo, se ben intendo, sarebbe quello di dimostrare che con quella sindrome si può viver comunque, e dunque non c'è ragione che una madre consideri la possibilità dell'aborto: perché sa, lei non può saperlo, ma fabbricare o non fabbricare un figlio è una faccenda che riguarda il corpo delle donne: per quanto tondeggiante lei sia, mi spiace, ma trattasi di adipe e non di gravidanza, ed è cosa diversa...»
IL RESTO QUI:
http://barbara-garlaschelli.splinder.com/tag/nicoletta_vallorani
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[Immagine da http://modestino.files.wordpress.com/2007/06/giuliano_ferrara.jpg ]
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(Carlo Cannella)
Scriveva ieri Riccardo Ferrazzi nel post "Romanzo: menzogna o verità?" qui:
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/02/13/romanzo-menzogna-o-verita/#more-4061
“... narrare una storia dal punto di vista del cattivo anziché da quello dell’investigatore offre più possibilità. L’investigatore deve sempre far trionfare la Giustizia, invece il cattivo può 1) rivelarsi un buono sotto mentite spoglie, 2) essere sì cattivo, ma con un codice morale che lo riscatta, 3) essere sconfitto dalla polizia, da una ragazza di cui si fidava o da circostanze imprevedibili (cioè dalla Giustizia Divina), oppure 4) può vincere e farla franca... A quelli che non vogliono leggere soltanto fiabe bisognerebbe raccontare i guai e le stranezze della vita senza farle seguire da incredibili colpi di genio investigativi, o da pestilenze che arrivano al momento giusto per togliere di mezzo tutti i cattivi, o da improbabilissimi conti di Montecristo che trovano tesori abbandonati e si dedicano a far vendetta. Sarò anche duro di comprendonio, ma non vedo perché un romanzo non dovrebbe dire la verità, e cioè che la maggior parte dei delitti resta impunita, che la gente fa finta di credere alla Giustizia perché altrimenti tanto varrebbe spararsi un colpo in testa, che ognuno di noi subisce dei torti, li manda giù e passa oltre, e prova a rifarsi cercando gratificazioni di altro genere. E non solo: un romanzo dovrebbe dire chiaro e tondo che anche noi infliggiamo dei torti a chi non ci ha fatto niente, per pura incosciente cattiveria; e dovrebbe smascherare le bugie con cui ci giustifichiamo davanti a noi stessi, la vergogna con cui comprendiamo quanto siano false quelle giustificazioni, la viltà con cui fronteggiamo il rimorso, l’ipocrisia con cui cerchiamo di espiarlo aiutando altri che magari non se lo meritano. Ma naturalmente la difficoltà è sempre quella: la maggior parte dei lettori non vuole guardarsi dentro e preferisce essere consolata. A chi ne ha già fin sopra ai capelli dei casini quotidiani come si fa a proporre un giallo in cui non si scopre il colpevole? E qual è l’editore che rinuncia d’acchito al grande pubblico per puntare su una nicchia di lettori? Forse solo Vibrisse..."
A lui Carlo Cannella [l'autore dell'imminente TUTTO DEVE CROLLARE, n.d.r.]:
Carlo Cannella Says:
February 13, 2008 at 3:57 pm
"Non per farmi pubblicità gratuita, ma solo per assecondare il pensiero di Ferrazzi. Anche a me Vibrisse pubblicherà a breve un romanzetto(1) che non è propriamente consolatorio. Gli editori tradizionali, invece, nemmeno a parlarne. Ma mica perchè lo hanno trovato brutto. No, mi dicevano che la scrittura era fluida e agile, e il ritmo buono, ma che davvero non sapevano a chi proporla, una roba del genere. Il guaio è che io non ci credo alle alterne vicende del gusto e della moda e pian piano mi sto convincendo a smettere di scrivere."
Riccardo Ferrazzi, di rimando:
rferrazzi Says:
February 13, 2008 at 5:27 pm
"Eh, ti capisco. Figurati se non ti capisco! Comunque, finché credo di avere qualcosa da dire, andrò avanti a scrivere."
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(1) Qui le anticipazioni su TUTTO DEVE CROLLARE, di Carlo Cannella:http://www.vibrisselibri.net/?page_id=36; la scheda de "I NOMI SACRI", di Riccardo Ferrazzi, invece, è qui: http://www.vibrisselibri.net/?p=265

(Emile Hirsch)
Chiedevo il 14 gennaio 2001 su it.cultura.libri:
"L'arte del riassumere ha qualcosa da invidiare all'arte del 'narrare per esteso' o può anche raggiungere una propria autonoma 'dignità'...?
Il cocente interrogativo è riaffiorato ieri mentre leggevo sul Gazzettino il riassunto del film "Into the wild" (vedi post precedente) nella rubrica Cinema & Teatro a cura di Giuseppe Ghigi:
"America, primi anni Novanta, Bush senior presidente. Christopher, fresco di laurea e pronto ad iniziare una brillante carriera, preso da furore anticonsumistico e anticapitalistico molla tutto, si libera di ogni risparmio e inizia un lungo viaggio on the road verso l'Alaska. Un percorso estremo di comprensione e crescita per trovare il vero senso della vita anche a costo di perderla. Dal regista de "La promessa" il film manifesto per i giovani del terzo millennio."
Devo dire che, quando ho visto il film, avevo effettivamente davanti a me una piccola rappresentanza di ragazzini del terzo millennio, purtroppo ridanciani e rumorosi (a un certo punto ho dovuto persino sgridarli). Per fortuna, a circa mezz'ora dalla fine della proiezione, si sono alzati in massa e hanno abbandonato la sala, tutt'altro che desiderosi di conoscere l'explicit del loro film manifesto. Che sia io il vero prototipo di ragazzino del terzo millennio? :-)
Sempre a proposito di film, ieri pomeriggio (qui al Lido la proiezione delle 17.00 costa solo 3 euro), ne ho visto un altro di cui si sta parlando molto: Caos Calmo, di Antonello Grimaldi, tratto dall'omonimo romanzo di Veronesi. Alla promozione del film, come è noto, stanno dando un importante contributo sia la Cei, sia Famiglia Cristiana. Pare, infatti, che la loro condanna della teribbbbbbile scena hot - quattro lunghi minuti di sesso con variazioni alla turca - tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari, stia stuzzicando gli ultimi indecisi ad andare a verificare di persona:-).
Ho trovato il film dignitoso, ma niente di più. Ora mi cimento nella difficile arte del riassunto:
"Protagonista della storia è il dirigente televisivo Pietro Paladini, in stand by dopo la morte della moglie. Tocca a sua figlia riscuoterlo dall'oziosa attesa di un dolore che pare proprio non voler arrivare, sostituito com'è dallo stato di caos calmo del titolo... Affianca Nanni Moretti un Gassman junior pieno di denti scintillanti e stortignaccoli."
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[Immagine da http://www.vh1.com/sitewide/promoimages/movies/i/into_the_wild/01/281x211.jpg ]
Ivi anche l'intervista al giovane Emile Hirsch con la domanda: "Come hai fatto a perdere tutto quel peso [da circa 71 kg a circa 52 nelle scene finali del film, n.d.r.]?"
VH1: How'd you lose all the weight?
EH: Willingness to punish oneself. Working out. Jumping on the treadmill and hitting an hour...every day. I went from 156 pounds when I got the part to 115 pounds at my lowest weight, so that's 41 pounds. But mind you, I was overweight when I got the part, probably 26 pounds overweight, and I'm 5'6". So I made it a lot harder on myself by being heavier in the beginning.
Uffa. Dopo tutto quello che ho letto sui pericoli dell'immedesimazione, cui andrebbe senz'altro preferito un sano e sociologicamente più utile straniamento (= evitare che le proprie percezioni e sentimenti di spettatore si uniformino a quelle dei personaggi in scena; sollevarsi, invece, a una visione il più possibile critica delle situazioni drammatiche rappresentate, razionalizzando sentimenti e fenomeni sociali) vado a vedere "INTO THE WILD", l'ultima fatica di Sean Penn, e che mi capita? Che mi calo a poco a poco, anzi sprofondo di brutto e senza ombra di tentennamento nel personaggio di Christopher McCandless, brucio con lui soldi e documenti e mi costruisco un' identità nuova di zecca, quella di Alexander Supertramp. Non ancora contento, spazio con Alexander Supervagabondo dall'Arizona al Pacifico, affronto in kajak le rapide del Colorado e punto impavido verso l'Alaska... finché le luci in sala non si accendono e mi ritrovo con i lucciconi agli occhi come e peggio di una sartina, con buona pace dei formalisti russi, di Bertold Brecht e di tutti quegli altri fottuti anti-immedesimazionisti:-)
Scherzi a parte, il film mi ha emozionato profondamente e ve lo raccomando. Certo, come ha osservato Stefano Lo Verme, "il film di Penn può risultare a tratti magari un po’ programmatico (hippie simpatici, borghesi antipatici), e il messaggio proposto rischia forse di apparire quasi ingenuo nel suo assoluto radicalismo" (http://filmedvd.dvd.it/drammatico/into-the-wild/ )
ma, incalza ancora Lo Verme, "il regista rifiuta facili soluzioni e si dimostra abilissimo nel coinvolgere lo spettatore [ahi ahi, immedesimazionista pure lui!, n.d.r.] nelle vicende narrate, grazie anche alla colonna sonora composta da Eddie Vedder (in cui le canzoni contribuiscono a sottolineare gli stati d’animo del protagonista) e soprattutto all’intensa interpretazione del giovane Hirsch, spalleggiato da un cast di ottimi comprimari. I momenti commoventi non mancano di certo; e il finale, drammatico e devastante, è di quelli che lasciano il segno".
Pensavo, peraltro, di essere stato l'unico ad aver accostato mentalmente il giovane Supertramp del film (e del romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme da cui è tratto) al giovane Holden di Salinger, ma, dopo una rapida ricerca in Google, ho scoperto che il 3 febbraio l'aveva già fatto un altro blogger qui:
http://tommypynchblog.splinder.com/post/15785060
tanto da intitolare il proprio post "THE CATCHER IN THE WILD" [= fusione di The catcher in the rye, titolo originale de 'Il giovane Holden', con Into the wild, n.d.r.].
Il giovane Holden, a dire il vero, progetta la fuga dopo essere stato espulso da Pencey per basso rendimento in tutte le materie, mentre l'eroe del film prima si laurea a pieni voti e solo dopo decide di intraprendere un iniziatico viaggio verso la natura selvaggia, dando un taglio a ipocrisie e convenzioni sociali. Tutti e due hanno un'importante sorellina (mitica quella di Holden Caulfield, la piccola Phoebe) e un rapporto conflittuale con gli adulti, ma Holden torna sui suoi passi e opta per la ripresa degli studi, mentre Alexander Supertramp fugge davvero e lascia per due interi anni i genitori senza notizie di sé.
Leggiamo in
http://it.movies.yahoo.com/i/into-the-wild/recensioni-175370.html
"Nonostante il piacere iniziale e la gioia di una libertà senza limiti, una nota stonata, sfocata, non meglio definita, compare a ogni passo durante i quattro lunghi mesi di Chris in mezzo alle nevi; nota che si delinea via via nei flashback, ma senza didascalismi, con una leggerezza di tocco davvero sorprendente. È il lento riconoscimento di Chris dell' impossibilità di darsi la felicità da solo, la tremenda consapevolezza che tutta la libertà di cui può godere nell'immensa solitudine dell'incontaminato non regge il confronto con la concreta verità di un rapporto umano. Sia esso il rapporto con la sorella, con un improvvisato datore di lavoro, con una coppia di antesignani hippy, o con un padre che ha sempre desiderato ma che non ha mai veramente avuto: 'La felicità è reale solo quando condivisa', arriverà a scrivere, quasi come un epitaffio, sul suo sgangherato furgone."
Similmente Tommy Pinch:
"Alexander Supertramp scrive, alla fine del suo diario, in punto di morte, quella che è la rivelazione più importante del suo viaggio spirituale nelle vene dell'America selvaggia: che la felicità è reale solo se condivisa."
E Mauro Gervasini su Carmilla:
(http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002532.html )
"La parabola di Alex Supertramp assume dunque un valore in questa prospettiva: l'immersione nella natura e il raggiungimento dei propri limiti per una piena coscienza di sé, hanno senso solo se anche gli 'altri' fanno parte del contesto con il quale interagire. Altrimenti si rischia di restare schiacciati da una diversa forma di egoismo, non 'migliore' di quella dalla quale si scappa."
Parlavo, prima, di viaggio iniziatico. Come dimenticare, a questo proposito, le parole di Tiziano Scarpa riportate nel post di sabato 9 febbraio scorso?:
"Tu racconti il trauma di coloro che hanno subito la sottrazione del trauma...! Il principe ha una vita durissima, un’infanzia tristissima, in cui nessuno gli eroga più il simbolico! Ce la deve fare lo stesso, la sua prova iniziatica è l’assenza di prove iniziatiche! Deve crescere in un mondo in cui la crescita è demandata tutta all’educazione, e non all’iniziazione..."
Ecco, volevo aggiungere che il film "Into the wild", invece, racconta la tragica storia di un giovane che il simbolico e la prova iniziatica decide di erogarseli da sé...
SITO UFFICIALE DEL FILM:
http://www.bimfilm.com/intothewild/intro.htm
(se cliccate su Colonna Sonora, avrete assaggi di tutti i pezzi usati nel film)
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Dove pensate che sia stato ieri
se non al rifugio ANGELINI?
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Certo, avrei potuto anche scegliere di tornare sulla cengia Angelini
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o alla baita Angelini

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o di percorrere il sentiero Angelini,
ma lassù al RIFUGIO ANGELINI
si stava veramente benissimo...

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(Foto di amici).
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La quarta e ultima puntata di UNA VOLTA C'ERA è una lettera-postfazione di Tiziano Scarpa. Le tre puntate precedenti qui, qui e qui.
"... Caratteristica delle fiabe è quella di mettere in scena prove iniziatiche. Qui (come nella civiltà moderna) alla prova iniziatica (all’esperienza traumatica) si sostituisce l’educazione. Alla notte passata da soli nella foresta si sostituisce il compito in classe, l’esame di maturità... Oppure, per paradosso, si potrebbe sostenere che questa è una fiaba in cui, invece della solita prova iniziatica simbolica (l’essere divorati dal lupo, l’essere impiccati dal Gatto e la Volpe e ritrovare il padre nel ventre di una balena...), la prova iniziatica da subire è quella della sottrazione della prova iniziatica! La prova iniziatica, cioè il trauma regolato, collaudato dalla tradizione che ha brevettato il rito: dove tuttavia, sebbene in forme sorvegliate e protette, si produce una ferita vera, non immaginaria... Bene, tu racconti il trauma di coloro che hanno subito la sottrazione del trauma...! Il principe ha una vita durissima, un’infanzia tristissima, in cui nessuno gli eroga più il simbolico! Ce la deve fare lo stesso, la sua prova iniziatica è l’assenza di prove iniziatiche! Deve crescere in un mondo in cui la crescita è demandata tutta all’educazione, e non all’iniziazione..."
LA LETTERA COMPLETA SU CARMILLA:
http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002538.html
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[La foto di Tiziano Scarpa è tratta da: www.labiennale.org/
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(Antonio Moresco a Venezia)
"Firmamento", ha raccontato Antonio Moresco alla Mondadori di Venezia nel tardo pomeriggio di mercoledì scorso, "è il mio primo scritto teatrale in assoluto". Questa l'occasione ispiratrice: una sera lo scrittore camminava per strada, quando incrociò una coppia proprio nel momento in cui la donna stava dicendo all'uomo: "Sarei disposta a farmi tagliare un braccio perché non fosse successo". La frase gli si impresse con forza nella mente e continuò a produrre associazioni di pensieri, tra cui quello di farne il perno di un testo in cui fosse portata alle estreme conseguenze. Il risultato fu, appunto, "Firmamento", che apre la raccolta "Merda e luce", edito da Effigie. Protagonisti un uomo e una donna nudi, al buio, in una notte d'estate davanti a una portafinestra.
Prima indicazione di regia:
"Il firmamento in primo piano, come una grande macchina scenica: enorme, pulsante e vivo... nei momenti di silenzio, quando lui e lei smettono di parlare, il firmamento si percepisce acusticamente in tutta la sua inconcepibile estensione, come un enorme organismo che respira. Quando appaiono le stelle cadenti, i corpi nudi dei due sbalzano per qualche istante più forte, come rischiarati da un'insegna pubblicitaria intermittente".
A un certo punto l'uomo propone alla donna di tagliarle un braccio con uno spaccaossa da costate, ma lei è perplessa:
LEI: E poi come farò ad abbracciarti?
LUI: Mi abbraccerai con l'altro.
LEI: Non ci sono abituata!
LUI: Ti ci abituerai.
LEI: E come farò a prendertelo in mano?
LUI: Me lo prenderai in mano con l'altra.
Più avanti una nuova indicazione di regia:
"Si sentono, all'improvviso, tre violentissimi colpi dello spaccaossa, in successione, e il rumore dell'osso del braccio che si spezza. Ancora due colpi dello spaccaossa sopra il tagliere, poi, un po' staccato, un altro colpo per tagliare gli ultimi lembi di carne e di pelle. Silenzio. Rumore di spazio. Un urlo improvviso. Lui butta via il braccio, con orrore, sul pavimento."
Nel finale:
LUI: Basta, basta! Sono stanco di questo orrore!
LEI: Mi hai tagliata!
Didascalia scenica conclusiva:
"Lei è immobile in un lago di sangue. Si continua a vedere e a sentire ancora per un po' nel cielo ora leggermente più chiaro che precede l'alba la dilagante macchina acustica del firmamento."
[Moresco, insomma, fa abbastanza rima con Ionesco, ma il vero antecedente illustre è, ovviamente, "Ciaula scopre la luna" di Pirandello:
“Egli veniva su, su, su dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima liberazione, del buio della notte a cui tra poco si sarebbe affacciato. Non vedeva ancora la buca d’ingresso, che lassú si apriva come un occhio d’una deliziosa chiarità d’argento... Restò, appena sbucato all’aperto, sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprí le mani nere in quella chiarità d’argento. Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Sí, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, cosí sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, innanzi alla buca. Eccola, eccola là, eccola la Luna... C’era la Luna! la Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, del gran conforto, della grande dolcezza che sentiva nell’averla scoperta, mentr’ella saliva pel cielo, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva piú paura, né si sentiva piú stanco, nella notte ora piena del suo stupore.”]
Sempre a proposito di "Firmamento", Moresco ha aggiunto il seguente sfizioso aneddoto. Per la prima messa in scena del testo il regista aveva scelto una coppia di attori che erano anche compagni nella vita. Lui non aveva problemi a recitare completamente nudo, lei, invece, parecchi, anzi non ne voleva affatto sapere. Solo quando il regista decise di sostituirla con un'altra attrice, lei disse al compagno: "Eh, no! Tu con quella lì non reciti tutto nudo!". Per tagliare la testa (e non il braccio) al toro, il regista decise a quel punto di far recitare la coppia non già nuda, ma rivestita di peluche nelle forme di due enormi panda.
A quel punto è intervenuto Tiziano Scarpa, che ha osservato: "Capirei se si fosse trattato dell'ennesima messa in scena dell'Otello, con la variante di tutti gli attori neri e la novità di un Otello questa volta unico bianco, tanto la gente sa perfettamente come stanno le cose nell'originale, ma trattandosi della prima messa in scena di un testo di cui non si sapeva nulla, ci vedo una notevole forzatura da parte del regista. Nell'idea dei panda lo spettatore potrebbe cogliere un'intenzionalità del tutto assente nell'originale di Moresco". ("Ha ragione da vendere", mi sono detto tra me. "I panda, peraltro, fanno pensare al wwf, alla difesa dell'ambiente...").
Ulteriore aneddoto riferito da Moresco. Quando, a spettacolo finito, la coppia fece ritorno a Roma con i due testoni di panda sistemati nei sedili posteriori dell'auto, alcuni amici mattacchioni li chiamarono al cell spacciandosi per agenti della polizia: "Ci risulta che state trasportando due panda, ma si tratta di una specie protetta, state commettendo un reato..."
Ed ecco il contenuto degli altri quattro pezzi della raccolta.
In "Duetto" Maria Callas dialoga con la propria tenia ("Lo spunto", ha riferito Moresco, "venne dalla leggenda metropolitana secondo la quale la soprano si era messa in corpo una tenia per dimagrire". Nel testo anche la spiegazione medica: "Se la carne coi cisticerchi viene ingerita dall'uomo, lo scolice si libera, si fissa nella mucosa dell'intestino tenue, dove si forma un solo esemplare. Per questo viene comunemente chiamato 'verme solitario')".
A quel punto la parola è passata all'attore-regista Maurizio Lupinelli, che ha abbandonato il Teatro delle Albe proprio per dedicarsi alla messa in scena delle opere di Moresco. Gli è stato chiesto di effondersi sulla voce dell'attore. "Ogni attore ha tante voci dentro", ha asserito Lupinelli, "tra le quali deve sforzarsi di individuare quella più adatta a restituire i varchi e le altezze di un testo. Paradossalmente, un attore può anche tradire un autore, se questo serve a meglio evidenziare la propria affinità con lui... "

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In "Merda e luce" un siparista muove un sipario stellato, lo fa palpitare eccetera, finché "si ficca una mano profondamente in gola, ne tira fuori un'enorme resca di pesce, intera, con la testa e la coda ancora attaccate, di gomma, bagnata, la scaglia verso il pubblico prima di chiudere fulmineamente e definitivamente il sipario grande". Ma a quel punto, dietro il sipario, irrompe una fragorosissima motocicletta. Tra i personaggi anche un cazzo.
In Magnificat una donna sta a gambe spalancate nella posizione del parto. Dalla sua enorme vagina aperta filtra un lancinante taglio di luce. La voce del feto con cui la donna si mette a dialogare è quella di un uomo adulto. A un certo punto rumore di colpi, grida disarticolate del feto, clangori metallici e il feto che domanda: "Mamma, sei morta?... Io non voglio nascere, se tu sei morta!" Il canto cosmico dell'Amen che chiude il Magnificat di Monteverdi chiude anche la scena, ormai "tutta di sangue".
Quinto e ultimo pezzo della raccolta: "Fuoco nero", che in serata è poi stato effettivamente rappresentato al teatro delle Fondamente Nove (si badi bene: Fondamente, NON fondamenta! Fondamenta è una parola veneziana che designa una strada lungo un rio o canale, e non ha nulla a che vedere con le fondamenta dell'italiano).
Il monologo era recitato dallo stesso Lupinelli, che dava voce a tutti i personaggi del testo: la supernova, la galassia densa, la meteora, la luna, il sole, la materia oscura... in una parola, il firmamento:- ), ma con l'aggiunta di Lady Diana, Eva Braun, Dodi Al Fayed, Adolf Hitler, il millestronzi eccetera.
Ah, dimenticavo. Quando Scarpa mi ha presentato Moresco, al termine dell'incontro pomeridiano, ho chiesto all'autore dei Canti del caos di autografarmi una copia di Merda e luce. E sapete che cosa mi ha scritto nella dedica quel gran burlone che in fondo è Antonio?
Mi ha scritto:
"A LUCIO, VISTO DAVANTI, DURANTE LA NOSTRA VITA."
Divertente presa per i fondelli, no?
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[Foto di A. Bianchi]
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L'alpinista ciabattone a sinistra nella foto, goffamente seduto con il sacchetto della Billa in mano, sono io; quello baldamente in piedi con la corda d'ordinanza a tracolla è il mio amico ALVISE FEIFFER, uno dei più giovani e promettenti elementi della Giovane (e promettente pure lei) Montagna di Venezia. In quella foto dell'estate 2006 siamo ad appena 3597 m. sulla cima del Similaun (sì, quello della mummia Ötzi, l'uomo venuto dai ghiacci). Ebbene, solo due anni dopo, il boccia Alvise da alpinista in boccio è diventato un fiore perfettamente dispiegato, ovvero ha conquistato la massima cima delle Ande, l'Aconcagua (6959 m), insieme a un altro giovane montagnardo veneziano (Francesco Pasqualato) e alla mitica guida alpina Nane Venzo, in giacca azzurra nella foto qui sotto.
Eccoli in vetta:
Alvise, inginocchiato a sinistra con gli occhialoni, e Francesco, accucciato a destra, reggono insieme il drappo della Giovane Montagna di Venezia. Complimenti vivissimi a tutti e due, Alvise e Francesco. L'Everest è lì che vi aspetta:- )

[Mappe tratte da www.alpineascents.com/.../
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(Lucio e Alvise nella sede della GM di Venezia)

Ricevo dall'associazione culturale "VORTICE" il sg comunicato, che giro ai fan di Moresco
[fan = 1. device for moving air: a device to circulate currents of air, especially one with rotating blades; 2. personal cooling device: a flat disk on a handle or a folding semicircular device for waving back and forth in order to cool the face... - ma sì, ventaglio, con figurata allusione agli sventolatori ufficiali di Moresco -, (da http://encarta.msn.com/dictionary_/fan.html )]:
«Mercoledì 6 e giovedì 7 febbraio alle 21, uno degli attori più interessanti della scena italiana, Maurizio Lupinelli [di cui ricordiamo la fondamentale esperienza con il Teatro delle Albe] porta in scena "Fuoco nero", testo dell'originale scrittore Antonio Moresco, autore la cui visionarietà è per il teatro di oggi fonte di continue sfide.
In stretto collegamento con lo spettacolo, nel programma di Esperienze al Teatro Fondamenta Nuove promosso da Giovani a Teatro,
mercoledì 6 febbraio alle 17.30, presso lo spazio Eventi della Libreria Mondadori,
ANTONIO MORESCO
presenta il nuovo libro "Merda e luce", raccolta di cinque testi teatrali scritti negli ultimi anni. Intervengono all'incontro lo scrittore Tiziano Scarpa e Maurizio Lupinelli. L'ingresso è libero, con priorità d'entrata e disponibilità del 30% posti per i tesserati Giovani a Teatro.»
"Merda e luce, viscere e firmamento, in un "pentateuco" del cosmo, dove sono protagoniste le soglie varcate (e spesso brutalmente violate o esplose), le barriere sfondate, le porte spalancate dal pensiero e dai gesti, nei continui attraversamenti e nei dialoghi: tra la carne e il grido, tra il corpo e il sogno, tra l'inconcepibile e il quotidiano. Il volume raccoglie cinque testi dominati dall'elemento materno e cosmico. Ne "Il firmamento" ci sono un uomo e una donna nudi in una notte d'estate, il cielo stellato e uno spaccaossa; in "Duetto" domina la scena Maria Callas, che dialoga con la sua tenia; in "Merda e luce" compaiono un siparista, un sipario, un motociclista e un pene; in "Magnificat" una partoriente dialoga con il proprio feto e con la sua voce a venire. Chiude "Fuoco nero" dove sotto il sole, la luna e una meteora si fanno avanti un cielo nero e Kleist, Adolf Hitler e la materia oscura, Primo Levi e Alessandro Magno. Dentro il flusso della vita, Antonio Moresco trova il punto dove la parola teatrale riacquista il suo peso e la sua radicalità, la fragilità, la poesia e la violenza." (Da www.hoepli.it )
MERDA, TENIA, PENE... cosa chiedere di più per affrontare con la dovuta compunzione/contrizione il mercoledì delle ceneri?

Volli
sempre volli
fortissimamente volli
volare
oh oh

nel blu
dipinto
di blu
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[Immagine in alto da www.magictv.tv/.../
Immagine in basso da www.parcoletterario.it/.

Si sa che la gente è generosissima con ciò che non costa nulla: non ci mette molto, per esempio, a largheggiare propinando dei veri e propri "salutoni", anche laddove potrebbero essere sufficienti dei normali "saluti" di medio calibro. Molto più oculata, se mai, si dimostra quando deve cacciar fuori qualche euro in più... Ma andiamo con ordine.
Sommerso di dattiloscritti (da valutare e far valutare) come sono, ricevo da Gianluca Parravicini - non in privato, ma all'indirizzo redazionale di Vibrisselibri - il consiglio di portarmi con un balzo sulla piattaforma di Lulu
http://www.lulu.com/content/1261005
e scaricare gratuitamente il suo libro “L’officina dell’outsider”.
Gli rispondo:
"Ciao. Se sei interessato a far valutare la tua opera da Vibrisselibri, per favore segui le modalità indicate nel sito. Grazie. Lucio Angelini".
E lui:
"Oltre che su Lulu lo puoi leggere gratuitamente in pdf attraverso il mio blog
sono 165 pagine in pixle, ci vuole un coraggio presbiteriano.... c'è anche il formato cartaceo, utile per appagare l'ego dell'autore. Se vi (ti) interessa per volerne fare una recensione vi (ti) mando una copia, come vedi qualche batterio utopico ancora è rimasto."
Qui la sua battuta che, lo confesso, mi ha divertito molto:
"Ah... ti prego, gli 'auguroni' no! Ho la casa piccola e non saprei nemmeno dove metterli!"
:-)
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Da http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002529.html
...[cut]...
“Non c’è fiaba, per concludere, che non prometta il massimo premio possibile (ovvero una vita felice e il regno di cui sopra) all’eroe che, attraverso una coraggiosa lotta, arrivi a procurare la giusta soluzione ai conflitti edipici, trasferendo l'amore per la madre - o, peggio ancora, per la nonna! -, a una partner adeguata alla sua età. Quanto alla figura di tuo padre, lungi dall'essere un minaccioso rivale, non tarderà a rivelarsi a sua volta per quello che è: un protettore benevolo e pronto ad approvare suo figlio per essersi realizzato come adulto.”
“Sulla benevolenza di mio padre, a dire il vero, manterrei ancora qualche riserva”, sospirò il principe. “Ma non voglio precorrere i tempi. Aspetterò di vedere come mi accoglierà al mio ritorno, e soprattutto come reagirà alla mia ingiunzione di consegnarmi le chiavi del regno… Detto questo, non ci resta che congedarci da voi, amici lettori. La dissolvenza finale è già iniziata da diversi minuti e non vorrei mai che, tra una disquisizione e l’altra, Desiderata e io perdessimo di vista l’orizzonte.”
“Quel romantico orizzonte contro cui siamo spiritosamente disposti a stagliarci nel fotogramma finale, debitamente di profilo, teneramente abbracciati l’uno all’altra.”
“Adieu, dunque. Si è fatto tardi, ma il lieto fine è assicurato. Siatene lieti anche voi. E grazie a tutti per l’attenzione con cui avete seguito la nostra simbolicissima vicenda. Diffondetela a chi volete, se vi va. Cambiatene le parole a vostro piacimento, stravolgetene i dialoghi e i dettagli, moltiplicatene i pericoli e le peripezie, ma rispettatene almeno un elemento, per favore: la formula iniziale. Niente ‘C’era una volta’, per una volta, bensì ‘Una volta c’era...’.”
[Qui termina il saggio mascherato da racconto di Lucio Angelini. Come preannunciato, la quarta parte sarà costituita da un commento al testo di Tiziano Scarpa, originariamente concepito come prefazione.]
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Qui la prima puntata:
http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002514.html#002514
Qui la seconda:
http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002521.html#002521
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Bisogna sapere che anche per il 2008 la Biblioteca Civica di Mestre ha proposto una rassegna di Prime Lezioni di... appuntamenti di un'ora circa con carattere divulgativo, pensati per affrontare nuove conoscenze e mettere in movimento il patrimonio librario. Queste le prime date:
mercoledì 30 gennaio 2008, ore 18.00
Al termine della conferenza ("Qualche domanda dal pubblico?"), volevo chiedere a Cacciari: "Ma un sindaco che quasi ogni giorno, nel suo piccolo, ha a che fare con il cosiddetto 'marcio in Danimarca', non è mai attanagliato da dubbi amletici?"
Per fortuna, poi, il comune senso del pudore ha avuto il sopravvento e ho ricacciato giù la domanda, peraltro squisitamente retorica (chi non sa che Cacciari recita la parte di sindaco?):- )
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(Foto di A. Bianchi)