Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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lunedì, marzo 31, 2008

TIBET - SUPPORT THE DALAI LAMA

Difendi il Tibet -

Sostieni il Dalai Lama

Dopo decenni di repressioni, i tibetani chiedono al mondo un cambiamento reale.In questo momento i leader cinesi stanno decidendo se intensificare la violenza o tentare il dialogo.

Tutti noi possiamo influenzare questa decisione critica, che potrebbe determinare il futuro del Tibet e della Cina. La Cina ha a cuore la sua reputazione internazionale, ma è necessario mobilitare il maggior numero di persone in tutto il mondo per ottenere l'attenzione del governo. Il Dalai Lama, leader spirituale tibetano, ha fatto appello alla moderazione e al dialogo: ha bisogno del nostro sostegno.Compila i campi qui sotto per firmare la petizione e spargere la voce.

Continua a leggere »

http://www.avaaz.org/it/tibet_end_the_violence/

«Grazie per aver aggiunto la tua voce alla nostra richiesta alla Cina di cessare le violenze in Tibet. La faremo arrivare direttamente ai rappresentanti Cinesi, ma abbiamo bisogno di una adesione massiccia per poterla sostenere--piu' persone la firmeranno e piu' forte sara' il messaggio. Quindi per favore gira la mail qui sotto a tutti i tuoi amici e familiari.

Grazie ancora per il tuo aiuto,

Ricken, Paul, Pascal, Iain, Graziela, Galit ed il team di Avaaz

-----------------------

Cari Amici,

Dopo decenni di repressione i Tibetani stanno gridando al mondo la loro richiesta di cambiamento. I riflettori dei Giochi Olimpici sono adesso in Cina, ed il leader Tibetano Dalai Lama ha chiesto di far cessare le rivolte con la moderazione ed il dialogo.

In Cina i sostenitori della linea dura attaccano pubblicamente il Dalai Lama--ma molti leader Cinesi ritengono il dialogo la migliore opzione per la stabilita’ del Tibet. Il Governo in questo momento e’ davanti alla alternativa cruciale fra repressione e dialogo, che potrebbe determinare il futuro del Tibet--e della Cina.

Possiamo influenzare questa scelta storica-–la reputazione globale della Cina e’ molto importante per il Presidente Hu, e questi deve sentire da noi che il marchio ‘Made in China’ e le Olimpiadi di Pechino che si avvicinano avranno successo solo se sceglie il dialogo e non la repressione dei falchi. Una valanga fatta con il potere delle genti del mondo si sta muovendo per ottenere la sua attenzione. In una sola settimana oltre 1 milione di persone hanno firmato la nostra petizione, che verra' consegnata nel corso di marce verso le ambasciate Cinesi Lunedi'--sotto per aggiungerti anche tu al grido globale, e poi gira subito questa mail ad amici e familiari:

http://www.avaaz.org/it/tibet_end_the_violence/97.php/?cl_tf_sign=1

L’economia Cinese dipende dalle esportazioni “Made in China” che compriamo tutti, ed il Governo punta a fare delle Olimpiadi di Pechino di questa estate la celebrazione di una Cina nuova e rispettata. La Cina e' anche un paese particolare, in espansione, con un passato tormentato e con ragioni per essere preoccupata della propria stabilita' -- alcuni dimostranti Tibetani hanno ucciso degli innocenti. Ma il Presidente Hu deve comprendere che il pericolo maggiore per la stabilita' e lo sviluppo Cinesi viene dai falchi che vorrebbero piu' repressione, non da quei Tibetani che chiedono dialogo e riforme.

Il popolo Tibetano ha sofferto in silenzio per decenni. E’ venuto il loro momento di parlare--dobbiamo aiutarli ad essere ascoltati.

Con speranza e rispetto,

Ricken, Pascal, Graziela, Iain, Paul, Galit, Milena, Ben e tutto il team Avaaz

Qui trovi alcuni link con maggiori informazioni sulla protesta Tibetana e la reazione Cinese:

http://rampini.blogautore.repubblica.it/
http://lanostracina.corriere.it/
http://www.agi.it/world/news/200803191258-pol-ren0032-art.html


CHI SIAMO

Avaaz.org è un'organizzazione non-profit indipendente, che lavora con campagne di sensibilizzazione in modo che le opinioni e i valori dei popoli del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali. (Avaaz significa "voce" in molte lingue.) Avaaz non riceve fondi da governi o aziende ed è composta da un team internazionale di persone sparse tra Londra, Rio de Janeiro, New York, Parigi, Washington e Ginevra.

Vai a vedere le nostre pagine su Facebook e Myspace

--

[Immagine: Per gentile concessione della BBC news ]

postato da: Lioa alle ore 07:13 | link | commenti (2)
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sabato, marzo 29, 2008

UN TROMBONE SI AGGIRA PER LA RETE

f01-8.JPG 

[Franz Krauspenhaar ]

C'erano una volta i BLOGDISCOUNT che assegnavano i BlogAworse annuali. Esempio:

Premio Peggior commentatore da lit-blog:

 

Wu Ming 1
perché ha sempre la ragione in tasca, c’ha gli scagnozzi che scendono dalla
montagna in caso di flame e sputa commenti ex cathedra lunghi anche tre schermate.

Nominati dalla giuria:
Giuseppe Iannozzi
perché ci ficca sempre le sue preferenze in materia di letteratura e di sesso (e ne azzeccasse una che fosse una)
Georgia Mada
Perché gEorgia con la E

Premio Peggior commentatore di Blogdiscount:
 

(da http://www.blogdiscount.org/?p=362 )

Poi c'era GIANLUCA NERI che assegnava i Macchianera Blog Awards eccetera.

Non originalissimo, quindi, il Carlo SCELSIT - presto identificato come Franz Krauspenhaar -, che di recente ha assegnato i TROLL 2007. Copio-incollo da: 

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/03/25/mister-troll-2007-prima-edizione/#more-4496

«L’Associazione Culturale Franco Trantafilo, in collaborazione con la Franco Scelsit Bulloni & Trafilati di Travagliato (BS) ha indetto un premio per il miglior “troll” che ha imperversato nei litblog italiani durante l’anno passato.

Il premio di Mister Troll 2007 è andato a Giuseppe Iannozzi, di Torino.
Al secondo posto è andato Lucio Angelini, di Venezia.
Al terzo, Dario Borso, di Milano.

Le motivazioni sono state lette dal Dottor Scelsit durante la cerimonia di premiazione avvenuta nella sala riunioni della Franco Scelsit Bulloni & Trafilati S.p.a. di Travagliato, alla presenza di numerose maestranze. Sono stati donati ai tre vincitori una confezione ciascuno di Amaro Averna Gran Riserva.

Ecco le motivazioni:

Giuseppe Iannozzi: aspirante critico, aspirante scrittore, aspirante poeta, bricoleur e do it yourselfer della letteratura, nominato più volte dai suoi ammiratori “l’Ed Wood dei litblog”, ha dimostrato di poter mettere insieme letteratura su vasta scala e softporno, Novella 2000 e Bustine di Minerva, chat per sedicenni al brufolo inguinale e grandi classici della recente letteratura come La macinatrice di Massimiliano Parente. Come commentatore, Iannozzi ha saputo essere feroce critico con tutti meno che con Fabrizio De Andrè, Salgari, (deceduti) e Umberto Eco (vivente).
Un esempio di equilibrio e di conoscenza.

Lucio Angelini: uomo mite, di grande equilibrio, ha fatto del rancore per alcune editor per ragazzi (covato per circa venticinque anni) il motivo di una fama che non conosce flessioni, perlomeno nel suo visitatissimo blog-park, dove il vincitore Iannozzi gli fa spesso da spalla d’occasione.

Dario Borso: una testa di filosofo mancata all’apicoltura. Scoperto da Domenico Pinto e Gianni Biondillo, redattori di Nazione Indiana, Borso è famoso per il celeberrimo Premio Baghetta e per i ventisettemila eteronimi tutti però facilmente riconducibili a lui. Ha nel citazionismo ossessivo il suo tratto-pen distintivo. Una assoluta mancanza di fantasia corredano il profilo, per questo terzo posto assolutamente meritato.

Fuori concorso per le quote rosa:

Georgia, tenutaria di un famoso blog letterario linkato addirittura da quegli snobboni de Il primo amore, pasionaria della sinistrina che pensa e scrive, toscana, dal cognome e dalle vere faccende ignote, bravissima nel riempire di emotikon assolutamente inutili i suoi chilometrici interventi. Ha trovato nell’ischitano Giorgio Di Costanzo (professione lettore e amico di numerosi letterati italiani deceduti da anni) un partner webbico di assoluto rilievo.

Molti auguri dalla redazione di La poesia e lo spirito al dottor Scelsit e alla sua meritoria iniziativa che speriamo abbia seguito anche l’anno prossimo.»

Lì per lì ho commentato:

"Bella trollata, indubbiamente. Ah, da che pulpito:- )"

Poi, come sempre quando non gli si dice che è grande! grande! grande!, Franz Crespicapelli l'ha buttata in flame e a un certo punto ha urlato:

"Angelini, non ti vergogni mai? Sei una nullità, lo sai? ma sì, lo sai. E ora sparisci."

Ho provato a rispondere:

"Sì, io lo so
tutta la vita sempre solo non sarò
un giorno troverò
un po' d'amore anche per me
per me che sono ***nullità***
nell'immensitààààà.

Vergognati e sparisci tu, vecchio trollone impenitente!"

Non l'avessi mai fatto! La mia replica è stata subito censurata e rimossa dal blog "La poesia e lo spirito (di patate di FK)". Non ancora contento, Krauspenhaar ha bloccato il mio Ip impedendomi qualsiasi ulteriore commento a qualsiasi post del blog, suo o di altri. È sparito, per esempio, un altro mio innocente commento a un post di Stefania Nardini su Bonura...

Insomma Lpels sarà anche un blog COLLETTIVO, ma Krauspenhaar se ne considera signore e padrone assoluto. Nel corso della giornata, a sorpresa, un ulteriore coup de théâtre: il rissoso trollone ha dato le dimissioni da Lpels, non senza aver prima ribadito in

http://www.markelo.net/2008/03/27/in-c/#comments

"Ti informo, anche, che l’interdizione continuerà
nonostante la mia uscita da Lpels, risalente a oggi.
Ho buoni uffici, là. E ora sparisci."

Comment by krauspenhaar — March 28, 2008 @ 5:36 pm

Che abbia le caldane da andropausa?

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[Immagine da http://www.markelo.net/fk-photogallery-roba-di-lusso/ ]  

postato da: Lioa alle ore 01:03 | link | commenti (15)
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venerdì, marzo 28, 2008

"LONTANO DA OGNI COSA", di MATTIA SIGNORINI (3)

Away from It All

 

PARTE TERZA
 
Stefano e Saverio Fucqa lavorano alla sceneggiatura con un accanimento “non frenabile”. Il titolo a cui hanno pensato è Buongiorno Margherite, ma Fucqa, nonostante “quella sua solita energia”, appare sempre più stanco. Il produttore Gualtiero Brighi li va a trovare “con QUESTA Bentley” e l'io narrante puntualizza: “Portava al polso un vistoso orologio, ma tuttora non saprei dire di che marca fosse” [tranquillo, Signorini, della marca del vistoso orologio non frega nulla a nessuno, n.d.r.]. Quelli della Polipo [un’allusione alla Medusa Film?, n.d.r.] non accettano che la vicenda sia ambientata a Padova, a cui preferiscono senz’altro la Grecia. Ed è così che il produttore Gualtiero Brighi e lo sceneggiatore Stefano Bersani sono costretti a fare le valigie e a trasferirsi a Mykonos. Purtroppo hanno idee diverse. Stefano dice: “Dovremmo raccontare quello che vediamo. Questa energia continua e imperfetta. Mostrare come, dopo qualche giorno in questo posto, qualsiasi forma di eternità [???, n.d.r.] e incapacità di fermarsi cominci a trasformarsi in una specie di routine”. Ma Gualtiero Brighi è teso a “voler mischiare pochi tratti di situazioni che succedevano a quintali di altri che scivolavano addosso a liceali del tutto normali; contesti in cui poco o niente era fuori posto” (p. 220). Gualtiero, inoltre, trova incredibile “l’energia che scatena questo posto”, mentre Stefano presto non ne può più di “tutta quella gente inesausta”, senza contare che ormai considera Gualtiero Brighi “incapace di distinguere la luce di una stella cadente da quella di un Boeing” (p. 222). Rientrano in Italia, dove Saverio Fucqa peggiora a vista d’occhio. Le gambe di Chiara Valentini, al contrario, risplendono in bella mostra su cartelloni pubblicitari affissi per tutta Roma. La fanciulla convive adesso con il prestigioso scrittore-attore Liberio Carli, di trentacinque anni più vecchio di lei, ma la cui partecipazione al film potrebbe sbaragliare le perplessità di molti sponsor. Chiara si offre di cercare di convincere Liberio a recitare nel film e ci riesce. Quando Stefano rivede Chiara, le dice pieno di gratitudine: “Energia, Chiara”.
Alberto Lari, intanto, si è spostato a Londra, dove convive con una certa Giulia e un gatto di nome Faith. Ha smesso di dipingere e ripreso a fotografare con la stessa Pentax con cui una volta faceva scatti agli alberi. L’unica differenza è che adesso lo interessa “raccontare il mondo di fuori da come lo vedeva lui dentro”, mentre in passato... pure.
Iniziano le riprese del film, sotto il coordinamento di Elena Fiori che “aveva QUESTO modo involontario e distaccato di percepire il mondo e di dare alle cose la giusta importanza ed era quello che ci voleva” (p. 243). La ragazza ha una peculiarità: ad ogni parola che sente pronunciare, vede mentalmente il numero delle sue lettere costitutive: se, per esempio, le si dice “TRE”, le si accende in testa il numero “3”. A metà delle riprese una lettera di Alberto Lari ne preannuncia l’arrivo su una Citroën scassata. Quando, un mattino, Chiara Valentini si presenta sul set con un occhio pesto, Alberto Lari va a cercare il colpevole (Liberio Carli) e gliele suona di santa ragione, così compromettendo la partecipazione al film dell'importante attore. Gli sponsor se la danno a gambe e anche Alberto torna a Londra, dove, probabilmente a corto di energia naturale, si infila in vena una poltiglia di pastiglie per l’ansia. Se ne vanno, ovviamente, anche Chiara e Liberio.
Il set si sposta a Padova per gli esterni [che la figura di Saverio Fucqa sia ispirata al regista Carlo Mazzacurati?, n.d.r.], ma in dirittura d’arrivo, ovvero appena prima che sia finito il montaggio, il regista muore. Sulla sua tomba Stefano e Gualtiero faranno scrivere: “Credere nell’invisibile, nell’erba, nella poesia”, convinti che adesso Saverio Fucqa vaghi “nel flusso della Grande Energia[Bastaaaaaaaaa!!!!!, n.d.r.], anche se il mondo ha un poeta in meno. Quando il film è pronto, nessuno pare volerlo distribuire. Stefano, sconfortato, trova lavoro come commesso in un negozio di CD "per una paga da schifo". Di Alberto Lari non sa più nulla. “Non avrei mai pensato - si lagna di nuovo - di ritrovarmi ad avere un lavoro regolare e di finire a letto ogni sera prima di mezzanotte. Pensavo spesso a cosa avrebbe detto il me di qualche anno prima”. Per non restare con le mani in mano, mette mano a una seconda sceneggiatura. Un bel giorno Gualtiero Brighi si rifà vivo per annunciargli che ha finalmente trovato un distributore. Il loro film è entrato nel circuito delle rassegne d’autore e ne hanno parlato persino il Venerdì di Repubblica e Panorama. Stefano lo raggiunge a Roma. Il film, nel frattempo, ha cambiato titolo: non più “Buongiorno Margherite”, ma “Lontano da ogni cosa”, calco italiano dell' inglese "Away from it all", di John Cleese. Il circolo si chiude con l’incipit del romanzo che, dopo orge di parole in corsivo e di passati prossimi usati anche per eventi molto lontani nel tempo, diventa l’explicit dello stesso.
 
L’opera è dedicata a “tutti quelli che hanno puntato la loro strada, dritta in faccia. E hanno svoltato”. In terza di copertina l’angelico viso dell’angelico Mattia Signorini.
Qui il sito dell’autore:
www.mattiasignorini.com 
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P.S.
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Ciao, Mattia. Non incazzarti per i miei bonari cazzeggi, ma continua imperterrito a svoltare:- )
postato da: Lioa alle ore 00:54 | link | commenti (7)
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giovedì, marzo 27, 2008

"LONTANO DA OGNI COSA", di MATTIA SIGNORINI (2)

[Mattia Signorini, dalle belle guance:-)]

PARTE SECONDA
 
Passa un anno. Stefano si laurea “con QUESTA sensazione di inutilità e idiozia” (p.117) e l’impressione schifata che “l’università con tutto il suo fagotto [fagotto???, n.d.r.] di professori e studenti rinsecchiti fosse diventata una specie di contenitore vuoto con parentesi rade di divertimento e fasci di energia pulita”. Per consolarsi, va a vivere con Marta Ferro in un alloggetto dietro la stazione. Non ha nessuna intenzione di finire in una fabbrica o in un ufficio o in un qualsiasi posto con un orario stabilito e le sue ricerche di qualcosa di più gratificante lo conducono alla grande officina creativa Armadillo, dove nel dipartimento di fotografia tale Cesare Borromeo ha da poco sostituito l’iperfamoso Fiorenzo Carciofi [si noti l'inventiva di Signorini nell'ideare cognomi, n.d.r.] (p.120). Nell’ambiente razzolano anche due stagiste, Giorgia Paoli e Lavinia Manca. Il Borromeo, purtroppo, si rivela un paraculo & figlio di puttana che fa lavorare gli altri per poi attribuire a se stesso ogni merito dei vari progetti, così Stefano abbandona lo studio e si mette alla ricerca di una nuova opportunità di lavoro: è preso in simpatia da tale Letizia Marechiaro, che lo fa assumere come maschera strappa-biglietti in un cinema della catena Multiflex. Marta, nel frattempo, è diventata barista e ha introdotto surrettiziamente nel loro menage la detestabile gatta Misa. Stefano non tarda a scoprire che “strappare i biglietti e restare fermo ore nella stessa posizione distrugge le cellule del suo cervello”, spegnendole “una dietro l’altra a velocità pazzesca” (p.136), così, guardando “i suoi ventisette anni”, torna a domandarsi “cosa penserebbe di tutto questo il me di qualche anno fa”. Si chiede, inoltre, "dove cazzo" sia finito Alberto Lari. A quest’ultima curiosità risponde Chiara Valentini, che, materializzatasi all’improvviso, lo trascina a Milano con “addosso un misto di emozioni elettriche[elettricità ed energia sono, come ognuno avrà ormai intuito, un po' i chiodi fissi di Signorini, n.d.r.]: sono stati entrambi invitati, infatti, alla vernice di una mostra di Alberto Lari presso la galleria Ljegerbach. Nel corso dell’evento Alberto Lari risponde con menefreghismo e fastidio ai numerosi giornalisti e fotografi intervenuti. È come se “la sua stessa energia pura e violenta fosse stata rispedita a tutti gli sconosciuti presenti con le stesse velocità e vibrazioni scoperte” (p.151). I suoi quadri hanno raggiunto una perfezione di cui Stefano non l'aveva quasi ritenuto capace: “Non c’è una sola pennellata fuori posto”, è costretto ad ammettere, ma si rifà pensando che “a guardarli bene mancava qualcosa… gli spazi bianchi senza-colore e la difformità di altri spazi troppo pieni”. Alberto, Stefano e Chiara vanno a cena “in QUESTO ristorante con i camerieri in livrea”, ma subito dopo si fiondano a casa di Alberto, impazienti di baloccarsi con due bustine di una sostanza psicotropa chiamata “Mondi paralleli”. Tra le conseguenze, un lungo bacio tra Alberto e Stefano. Durante il viaggio di ritorno in treno, Stefano e Chiara fanno all’amore in uno scompartimento. "Due o tre volte la porta scorrevole viene aperta e richiusa subito dopo". Stupefacente il loro commento: “Chissà cosa credono stiamo facendo!” (p. 161). Il successo di Alberto mette addosso una compulsiva urgenza di esprimersi anche a Stefano, il quale, tuttavia, per differenziarsi dall’amico, decide di cimentarsi nel campo della sceneggiatura. Tra una trombata e l’altra con Chiara Valentini, il ragazzo si chiede se “le storie sognate, le storie che iniziano con un’energia [aridajjje!, n.d.r.] violenta e un insieme di sensazioni forti e incontrollabili durino per sempre”. [È evidente che non ha letto l'Ecclesiaste, n.d.r.]. Marta Ferro, capìto l'andazzo, gli dà il benservito e si dilegua con un altro a bordo di un furgoncino. Verso la fine di settembre Alberto Lari riappare nell’appartamento padovano di Stefano, ma “il suo baricentro energetico sembrava come imploso nel centro dello stomaco”: insomma ha litigato con Ljeberbach. I due amici riprendono a convivere, Stefano tutto compreso nella propria scrittura, Alberto nella propria pittura. A una festa universitaria Stefano dice a una certa Emma Bini (con “addosso QUESTO cappellino rosso”): “Tu ci credi, nell’energia?” E lei: “Quale energia?”. Stefano: “Non si può spiegare. O la senti o non la senti”. [Si confronti il Quélo di Corrado Guzzanti: "La risposta è dentro di te, solo che è sbajjata!", n.d.r.] Segue un nuovo episodio di amore a tre.
A un certo punto nel cinema Multiplex viene programmato un ghiotto evento: la presentazione dell'ultimo film del mitico Saverio Fucqa [ma per piacere!, n.d.r.], di cui Stefano conosce a memoria ogni pellicola precedente. Il nuovo capolavoro si intitola “Poche luci a cielo aperto” [forse qualcuna di più a cielo chiuso?, ci si domanda, n.d.r.]. Stefano, purtroppo, ne rimane deluso e lo dice senza tanti peli sulla lingua al regista intervenuto alla serata, aggiungendo che vorrebbe fargli leggere la propria sceneggiatura. Fucqa accetta di esaminarla e - tu guarda la vita! -, la trova “maledettamente fresca”, così anche per Stefano paiono spalancarsi le porte del successo artistico. Per aiutare il destino, il ragazzo lascia non solo il lavoro, ma anche la sonnolenta città di Padova per muovere alla conquista di Roma. “Non sapevo cosa mi preparava il futuro, ma adesso sapevo almeno che ogni spirale in cui ci sentiamo costretti ha sempre una via d’uscita” (p.198). Ce la farà il nostro eroe a entrare nel magico mondo del cinema? Lo sapremo alla prossima puntata...
. 
[CONTINUA]
--

(Foto di Maurizio Sabbadin)

postato da: Lioa alle ore 01:23 | link | commenti (3)
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mercoledì, marzo 26, 2008

"LONTANO DA OGNI COSA", di MATTIA SIGNORINI (1)

(Mattia Signorini)

Il 5 marzo 2002 alle 23.03 aprii in it.cultura.libri un thread intitolato "IL DEBUTTO DI MATTIA SIGNORINI". Chi vuole, può controllare qui:

Il debutto di Mattia Signorini

Il post terminava con le parole "In bocca al lupo, Mattia. Sei partito benissimo. Sento che andrai lontano". Non intendevo "lontano da ogni cosa", a dire il vero... Comunque, visto che ormai Mattia è approdato alla SALANI, penso di potermi permettere di prenderlo un po' in giro raccontando a modo mio le tre parti del suo libro:-)

PARTE PRIMA (1)

All'inizio del romanzo siamo a Padova e l’energia che Alberto Lari, il compagno d’università e di appartamento dell’io narrante Stefano Bersani, “sprigiona nell’aria” è tale che “se ne accorgevano le signore che ci passavano accanto e i professionisti con le ventiquattore e gli studenti che ci incrociavano nel giro di qualche metro”, tutti inesorabilmente colpiti dalla sua “presenza scenica”. Alberto Lari  ha, inoltre, “occhi elettrici e spiritati” che a pag. 15 bloccano e schiacciano una commessa di libreria, e a pag. 17 “mandano in proiezione veloce segnali chiari dal cervello”. Anche durante la lezione di marketing lo sguardo di Alberto Lari è “pieno di energia”, mentre la profe, da par suo, cerca di spingere in avanti “l’energia barcollante”. Apprendiamo presto, tuttavia, che Alberto è soggetto a “variazioni d’umore e istintive e del tutto irrazionali passioni” (p.25), e tende a cadere preda di "un’insoddisfazione elettrica” che evidentemente non giova alla conservazione delle suddette risorse energetiche. A un certo punto, infatti, il suo amico Stefano è costretto a chiedersi dove sia nascosta “questa sua energia”, o peggio, a pag.  40, addirittura a dichiarare che “l’energia che aveva in ogni situazione e lo rendeva così magnetico e irresistibile” è ormai “quasi assente”.
 
Flash Back. Tempi del Liceo. Alberto Lari ha idee molto precise su Leopardi e non si perita di manifestarle a un’imbarazzata insegnante di letteratura: “Se Silvia gliela dava non avrebbe scritto quelle cose, allora meglio vivere e restare senza scrivere una sola parola”.
 
Attualmente Alberto Lari fotografa alberi con una Pentax, sviluppa i negativi in bagno e ne trae spunto per quadri che però si guarda bene dal completare. Sostiene di non credere negli artisti, ma se appena appena Stefano si permette di criticare le sue opere incompiute subito obietta: “Senti caro mio, chi è dei due l’artista?” (p.33). Un bel giorno, miracolosamente, un quadro viene portato pressoché a termine. Dopo aver commentato: “Questo albero sembra una persona”, Stefano si mette allora alla ricerca di un gallerista che possa valorizzare il talento del suo amico. Gira a lungo e sta quasi ormai per rinunciare all’impresa quando si imbatte in Giovanni Lando, che “aveva QUESTO suo modo di camminare non stabile…” e secondo il quale l’arte non è una definizione, ma una sensazione (p. 51). Il Lando si dichiara interessato alla pittura del Lari e a quel punto, per festeggiare, Chiara Valentini, Stefano Bersani e Alberto Lari si arrotolano una canna sul letto e fanno l’amore a tre su sottofondo musicale di Morissey. A guastare la festa, purtroppo, interviene una triste novità: il nonno di Stefano viene portato all’ospedale (“L’ospedale era QUESTA struttura a somma di parallelepipedi…”, p. 63). La nonna ripete meccanica “Perché proprio a lui?” e a completare il tutto Stefano sente che Alberto Lari è “distante come sta diventando distante tutto il resto delle cose” (p.67). A pag. 69 il nonno di Stefano tira le cuoia e allora Stefano torna in famiglia per i funerali. Una volta lì agguanta una videocamera e riprende scene dalla mesta cerimonia, alle quali nei giorni seguenti aggiunge immagini di “stralci di alberi” catturate in strade di campagna. Il materiale girato viene riversato in una videocassetta intitolata “Natale ’98” e per il momento accantonato lì. Il 31 dicembre Stefano lascia la cupa atmosfera domestica e si porta di nuovo alla stazione. Al bigliettaio che gli chiede dove voglia andare risponde: “A casa” (p.75). Non sa che Chiara e Alberto, nel frattempo, se la sono svignata ad Amsterdam e al povero Stefano non resta che trascorrere la notte di capodanno a casa di Mario Granata, un tizio con cui un tempo aveva seguito un esame di estetica. Anche Mario Granata denota un “entusiasmo elettrico”, ma “diverso e di intensità molto inferiore a quello che aveva Alberto Lari quando era convinto di dover fare una cosa”. Alla fine Stefano si stende sul futon di Mario e si concede una nuova canna, pensando che “se manca un amore allora manca tutto”. La sua elucubrazione è casualmente interrotta dall'ingresso in scena, anzi nella stanza, di Marta Ferro, “ragazza strapiena di visioni positive e non problematiche sul mondo” (p. 84) e Stefano ne approfitta per farci all’amore. Qualche giorno dopo Alberto rientra dall’Olanda, ma è “disattento e lontano” ["da ogni cosa?", si domanda il lettore]. A detta di Chiara Valentini “ha QUESTO modo odioso di allontanare tutti e di farli sentire completamente sostituibili” (p. 88). Il gallerista Giovanni Lando non ha perso fiducia nel ragazzo e un bel giorno gli annuncia che lo metterà in esposizione alla Fiera dell’Arte, costituita da tre capannoni giganteschi. Alberto, ringalluzzito, si mette a dipingere quadri “sempre più pieni di elettricità”. L’ultimo giorno della Fiera l’importante Giovanni Ruggero Ljegerbach compra tutti e tre i quadri di Alberto e gliene commissiona almeno un’altra decina. Le cose, insomma, paiono volgere al meglio, ma i travagli dell'arte impediscono ad Alberto di essere completamente felice. I suoi  nuovi alberi sono  “esseri vivi in grado di trasformarti, di farti del male” (p.104). Stefano, comunque, ha la vaga sensazione che “l’energia di quei primi lavori così dispersivi e del tutto incompleti rispetto a questi stesse via via sbiadendo” (p.104). Anche il talento di Chiara Valentini riceve un incoraggiamento: dovrà posare per dei cartelloni pubblicitari a Roma e al povero Stefano non resta che osservare: “Tutti che fanno grandi cose eh?”. Forse rosica un po’ per il successo dei suoi amici e nemmeno lui riesce “ad essere completamente felice per Alberto Lari", anche se il suo "grado di felicità è enorme” (p. 110) [non si capisce l’orgia di corsivi distribuiti per tutto il testo, se posso permettermi l'annotazione, n.d.r.]. Questa volta i tre amici festeggiano con prosecco di Valdobbiadene. Alberto, ormai lanciatissimo, sospende temporaneamente “quell’alternanza insopportabile di umori prima al massimo, e subito dopo completamente a terra” e si trasferisce a Milano, incurante dell’università. Qui finisce la I parte.
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[CONTINUA].
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[La foto di Mattia è di Maurizio Sabbadin]
postato da: Lioa alle ore 00:08 | link | commenti (5)
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giovedì, marzo 20, 2008

ESSERE, APPARIRE, RISORGERE...

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Un po' per pigrizia, un po' perché sto partendo per Fano, un po' perché mi piace davvero tanto, riprendo anche per le vacanze pasquali di quest'anno un pasqualissimo, anche se lievemente dissacratorio, brano di Antonio Moresco, già postato in questo blog il 15 aprile del 2006. Chiarisco, però, che se se il mistero della Croce e della Resurrezione "ci assicura che L'ODIO, LA VIOLENZA, IL SANGUE, LA MORTE non hanno l'ultima parola nelle vicende umane" (Giovanni Paolo II), mi unisco volentieri a tale nobilissima speranza. 
 
«COME ASCENDERE
 
"Sono passati già quaranta giorni...", constatò Gesù. "Mi tocca ascendere." 
Il sentiero cominciava a salire, non si poteva guardare dalla parte di Betania...
Uno degli apostoli gli si era accostato, gli stava dicendo qualcosa, sottovoce.
"Sapevo da sempre che questa battuta sarebbe stata pronunciata...", mormorò Gesù passandosi una mano sulla fronte...
... [cut]...
Erano ormai arrivati quasi in cima.
"Come posso tenerle, le mani?", si ricordò di chiedersi Gesù. "Non tutte e due incrociate sul petto come un bambolotto, ma neppure stecchite lungo i fianchi... A tenerle tutte aperte e allargate ai lati della testa assumerei un aspetto insopportabilmente pretenzioso durante l'ascensione... Ecco... potrei forse tenerle dietro la schiena, con le dita intrecciate, la testa leggermente inclinata da una parte, le spalle un po' strette... Potrei grattarmi d'un tratto un angolo della bocca, o di un occhio, volendo, per minimizzare un po' la cosa..."
Non sentiva già più il terreno sotto i piedi, gli apostoli dovevano già arrovesciare la testa per vederlo, sulla cima del colle che oscillava.
"Forse non ci sarà più nessuno ad aspettarmi...", si disse ancora Gesù, "troverò tutto vuoto e deserto, abbandonato, le luci spente, cartacce che volano, sedie rovesciate..."»

(Antonio Moresco, "Gli esordi", Feltrinelli)

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(Immagine da http://www.juancarlosgarciaweb.com/ascension.jpg )

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mercoledì, marzo 19, 2008

BULLISMO

.

.

BULLISMO

 

Pare che

la Cina

stia

per occupare

San Marino

Quando la storia

bussa

alle porte

di un piccolo paese

regolarmente

non si tratta

che di guai

Zia Rudi

sostiene

che questi

fenomeni

di bullismo

ci siano sempre

stati

anche se oggi

hanno

l'aggravante

di presentarsi

con etichette

politiche

               (Lucio Angelini)

.

.

 

Tibet: Cry of the Snow Lion

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[Immagine di San Marino da www.hotelfree.it/.../img/san_marino.gif ;

Immagine al centro da http://static.flickr.com/31/47673272_477a66ca84.jpg ;

Immagine in basso da static.flickr.com/31/47673272_477a66ca84.jpg ]

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martedì, marzo 18, 2008

CANTO DELL'ANTILOPE TIBETANA

«L’occupazione cinese presenta tutte le caratteristiche del dominio coloniale:

- Oltre 1.000.000 Tibetani sono morti a causa dell’occupazione.
- Il 90% del patrimonio artistico e architettonico tibetano, inclusi circa seimila monumenti tra templi, monasteri e stupa, è stato distrutto.
- La Cina ha depredato il Tibet delle sue enormi ricchezze naturali. Lo scarico dei rifiuti nucleari e la massiccia deforestazione hanno danneggiato in modo irreversibile l’ambiente e il fragile ecosistema del paese.
- In Tibet sono di stanza 500.000 soldati della Repubblica Popolare.
- Il massiccio afflusso di immigrati cinesi sta minacciando la sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione autoctona a una minoranza all’interno del proprio paese. Mentre prosegue la pratica della sterilizzazione e degli aborti forzati delle donne tibetane, la sistematica politica di discriminazione attuata dalle autorità cinesi ha emarginato la popolazione tibetana in tutti i settori, da quello scolastico a quello religioso e lavorativo.
- Lo sviluppo economico in atto in Tibet arreca benefici quasi esclusivamente ai coloni cinesi e non ai Tibetani.»

[Da  http://www.italiatibet.org/history/tibethistory.htm ]

 “Sotto questi cieli azzuri / Sotto le nuvole bianche / Vivono le più belle creature dell’universo / All’improvviso siete arrivati voi / Con le vostre armi e la vostra avidità / State uccidendo l’ultima antilope / Ci state divorando / Lasciateci vivere / Lasciateci vivere”. 

(Da "Canto dell’Antilope Tibetana", del gruppo hard rock Vajara)

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[Immagine da bhima.stumbleupon.com ]

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lunedì, marzo 17, 2008

¡QUE VIVA TIBET!

Bandiera del Tibet prima del 1950. Questa versione è stata introdotta da Thubten Gyatso nel 1912. È utilizzata dal Governo tibetano in esilio e, per questo, vietata dalle autorità cinesi in quanto simbolo di separatismo.

(Bandiera del Tibet prima del 1950)

Il disegno è costituito da[1]:

  • Una montagna innevata che rappresenta il Tibet, anche conosciuto come "paese delle nevi".
  • Sei raggi rossi attraverso il cielo blu, simbolo delle sei tribù (Se, Mu, Dong, Tong, Dru e Ra) che secondo le leggende diedero origine al popolo del Tibet.
  • Un sole splendente che rappresenta la libertà, la felicità materiale e spirituale e la prosperità per tutti gli esseri viventi in terra tibetana.
  • Due leoni di montagna per simboleggiare l'unione tra la vita secolare e la vita spirituale.
  • I "tre Gioielli" del buddhismo: il Buddha, il Dharma ed il Sangha.
  • L'altro emblema fra i leoni rappresenta la pratica delle dieci virtù e dei sedici modi di condotta umani.
  • Il bordo giallo, presente su tre lati, simboleggia gli insegnamenti del Buddha.

-

[1]^ (EN) Dal sito del Governo tibetano in esilio

P.S. Altro possibile riferimento cinematografico, dopo quello a M. Ejzenstejn di ¡Que Viva Mexico! (1931): "La gatta (cinese) sul tetto (del mondo) che scotta", di Richard Brooks:- (((

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[Da http://it.wikipedia.org/wiki/Bandiera_del_Tibet ]

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sabato, marzo 15, 2008

METTO IN RELAZIONE DUE FATTI...

1) La stampa di ieri ha evidenziato un caso che ha dell'incredibile. Edi Pinatto, attualmente Pubblico Ministero a Milano, in quasi otto anni non è riuscito a scrivere e depositare le motivazioni di una sentenza da lui stesso emessa nel 2000 allorché era giudice presso il Tribunale di Gela. Tale mancato deposito ha comportato la scarcerazione di soggetti che, in primo grado, erano stati condannati a pene rilevanti per delitti di criminalità organizzata.

[Si veda: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/mafia-3/boss-liberi/boss-liberi.html ]

2) Roma, 14 mar. (Adnkronos/Ign) - La camorra non si ferma e torna a minacciare giornalisti e magistrati. Lo ha fatto durante l'udienza del processo 'Spartacus' contro il clan dei Casalesi in corso a Napoli. Secondo quanto riportato questa mattina da 'Il Mattino', l'avvocato dei boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine ha letto in aula un documento nel quale si chiede che il processo venga trasferito in un altro distretto giudiziario per 'legittima suspicione'. Nell'istanza si sostiene che l'autore di 'Gomorra', Roberto Saviano, con il suo libro "avrebbe tentato di condizionare l'attività dei giudici", mentre con le sue inchieste giornalistiche una cronista de 'Il Mattino', Rosaria Capacchione, avrebbe favorito la Procura di Napoli. Accuse anche all'ex pm della Dda Raffaele Cantone... 

[Da http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Campania.php?id=1.0.1975638139 ]

"... Non mancano riferimenti a Roberto Saviano, autore del best seller sulle pagine più nere scritte dalla camorra campana. Quella pronunciata ieri dall’avvocato Santonastaso è il primo caso di richiesta di sospensione di un processo a causa di un romanzo. Nelle sessanta pagine lette ieri in aula viene citato uno dei brani di «Gomorra», tanto che i due boss chiedono «al buon Saviano» di conoscere la fonte di un episodio raccontato nel corso del fortunato romanzo. Anche questo - si legge - «è un tentativo di condizionare l’attività dei giudici», tanto che l’autore viene esortato a «fare bene il proprio lavoro». "

[Da Il Mattino del 14 marzo 2008, ripreso in www.robertosaviano.it]

Torna in mente la macabra battuta: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno giustiziati" :-(((((

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[Immagine da http://video.libero.it/static/video03/2/d/a/2da7e46ff25da016a868cfb8ad726dde_0.jpg ]

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venerdì, marzo 14, 2008

RIMPICCIOLIRE COMOTTI...

(Un omonimo dell'autore de "L'organigramma": Andrea Comotti, che nell’organigramma del Moto Club  Bergamo rappresenta i piloti ed è capitano della Scuderia BG Treviza)

Dopo aver fatto, nella mia vita, i mestieri più umili:-) o almeno peggio pagati (l'insegnante di lettere, lo scrittore per ragazzi, il traduttore letterario a un tot a cartella, il microeditore eccetera), di recente ho aggiunto una nuova esperienza lavorativa al mio già deprimente curriculum: quella di riduttore-adattatore di un romanzo FIUME in tre volumi ("L'organigramma" di Andrea Comotti, di cui Vibrisselibri ha pubblicato on line la prima parte, El largo adiós) ad audiodramma RIGAGNOLO: si è trattato, in pratica, di trasformare un'opera di circa 1.600.000 caratteri in un copione di appena 300.000, al grido, naturalmente, di "Tajjja ch'è rrrosso!".

Niente bisturi di precisione, quindi, ma un rude coltellaccio da angurie.

Si tenga presente che, ad ogni affondamento della lama, il cuore dell'autore - con cui procedevo a stretto contatto -, sanguinava copiosamente. Ebbene, il 29 febbraio scorso www.vibrisselibri.net ha potuto dare l'annuncio ufficiale. Ne copio-incollo la parte centrale:

«... L’organigramma sta per diventare un libro da ascoltare: con parole, musica, suoni e tutto il resto. Se ne volete ascoltare un assaggio in Mp3,

vi basta cliccare qui.

Tra l’altro, il numero uscito proprio in questi giorni della rivista Nuovi argomenti ospita un estratto dalla prima parte de L’organigramma. Il che non può che farci piacere.

Se vi siete incuriositi: con un semplice clic potete scaricare gratuitamente L’organigramma. (Ah: anche la copertina).

Faq. Ma che storia racconta, L’organigramma? Eh, una bella storia. Nicotrain è uno scrittore di gialli milanese. Nei suoi romanzi inventa soluzioni reali a casi polizieschi e giudiziari non ancora risolti. Ha successo, guadagna un bel po’ di soldi, e realizza il suo sogno: si compra una casa sul lago. Durante i lavori di ristrutturazione si accorge che dietro una falsa parete c’è uno scatolone di fotografie. Guarda. Riconosce. Il luogo, l’occasione, persino alcune facce: Piazza Fontana. Quel 12 dicembre. Nicotrain ricorda: c’era anche lui, quel giorno, arrivato sul posto subito dopo l’esplosione, richiamato dalle voci che già correvano. Di bocca in bocca. Di sirena in sirena, per le vie di Milano… E chi è l’autore? Andrea Comotti è nato nel 1947. Ha lavorato nell’editoria. Nel decennale della morte di C. E. Gadda ha curato una mostra biobibliografica a lui dedicata e un’antologia, La Milano dispersa di C. E. Gadda di brani gaddiani sposati a immagini coeve della città di Milano. E chi è l’editore? È GoodMood. E che differenza c’è tra il libro scritto e quello da ascoltare? Il libro da ascoltare è un adattamento, realizzato da Lucio Angelini. Tanto per dare un’idea: se il libro scritto consiste di circa 800 cartelle, il testo dell’adattamento è di circa 150 cartelle.»

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[Immagine da www.motowinners.it/images/A.Comotti.pp.jpg ]

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giovedì, marzo 13, 2008

ANCH'IO HO SOGNATO PADRE PIO...

Premetto che non ho nessuna intenzione di essere né blasfemo né offensivo. Ieri sera, verso le 23.00, accendendo en passant la tivù mi è schizzata addosso una puntata di "Porta a Porta". L'argomento era la riesumazione delle spoglie di Padre Pio. Fra gli ospiti c'era anche l'ex bambino Matteo Colella, miracolato a sette anni e ora quindicenne. Con lui entrambi i genitori, Irene Pivetti e un'altra manciata di opinionisti...  Il tema e la presenza di Matteo mi hanno subito fatto tornare in mente che qualche settimana fa, esattamente il 26 gennaio scorso, passando verso le 17.00 davanti alla Libreria Mondadori di Venezia, lessi nella locandina appesa all'esterno che proprio a quell'ora era ospite Antonio Socci, in tournée per la presentazione del suo nuovo libro "Il segreto di Padre Pio", dopo i precedenti su Fatima, Medjugorie eccetera. Incuriosito, salii al secondo piano (spazio eventi) e ascoltai dalla sua viva voce proprio la storia del bambino Matteo: colpito a sette anni da meningite fulminante, nel giro di qualche ora era stato dato per spacciato. Il grave collasso cardiocircolatorio, la difficoltà a ossigenarsi nonostante la ventilazione meccanica, la sofferenza renale e la grave alterazione del sangue avevano fatto pensare al peggio. La mamma di Matteo invocò con fiducia Padre Pio, di cui era devota, e il bambino recuperò rapidamente salute e speranza di vita...

Scrive Socci nelle pagine del libro riportate qui:

http://www.antoniosocci.it/Socci/index.cfm 

«La signora riferisce di segni inequivocabili della vicinanza del padre (per esempio un intenso “dolcissimo e gioioso” profumo di rose e viole da lei avvertito) e aggiunge: “Solo il Signore sa il senso di tutto ciò che è accaduto alla nostra famiglia. La mia certezza è che Egli ci è stato vicino e ci ha benedetti, grazie anche alla intercessione e alla preghiera amorevole di Padre Pio che, della sua missione sulla terra, diceva: ‘Come sacerdote la mia è una missione di propiziazione: propiziare Iddio nei confronti dell’umana famiglia’. E così è stato, caro Padre Pio, ci hai abbracciati nella prova e ci hai raccomandati a Dio”... [cut]... E il piccolo Matteo? Ricorda nulla di quelle ore di incoscienza? Per la medicina egli non doveva sentire, né vedere nulla, tantomeno ricordare qualcosa. Ma interpellato subito dopo il suo risveglio, Matteo riferì invece un ricordo molto preciso e sconvolgente: “Durante il sonno io non ero solo. Ho visto un vecchio. Mi sono visto da lontano, in questo letto, attraverso un buco tondo. Io ero vicino ai macchinari e un vecchio con la barba bianca e vestito lungo e marrone, mi ha dato la mano destra e mi ha detto: ‘Matteo, non ti preoccupare, tu presto guarirai’, e mi sorrideva. Per la verità il racconto del piccolo Matteo, nella sua interezza, è ancora più sconvolgente. Infatti prosegue così: “Dall’altro lato ho visto tre angeli (…) i loro visi perché erano luminosi. Un altro giorno ho raccontato poi allo zio Giovanni che sempre quella notte ho guarito un bimbo rigido con gli occhi celesti-verdi e i capelli neri e stava sul lettino di un ospedale a Roma. Poi ho ripetuto il sogno alla mia mamma, la mamma mi ha chiesto: come sei andato a Roma? E io ho risposto: ho fatto una specie di volo con Padre Pio che mi teneva la mano e mi ha parlato con la mente, e quando siamo arrivati mi ha chiesto: ‘Vuoi guarirlo tu?’. E io ho detto: come si fa? Così, con la forza di volontà. La mamma mi ha chiesto: come hai capito che eri a Roma? Ho riconosciuto il Luna Park dove ero andato con zio Giovanni”. Conclusione del bambino: “Mi ha guarito Padre Pio”.»

Dopo la presentazione veneziana del libro, un signore del pubblico fece osservare a Socci che, pur non negando nulla, vicende quali quella del piccolo Matteo lo lasciavano puntualmente perplesso. Erano soprattutto la qualità e la quantità dei miracoli a metterlo in crisi. «Che cosa cambia nel mondo - si chiedeva ogni volta - se a fronte di milioni e milioni di altri bambini (o adulti) che soffrono o hanno sofferto (nel Darfour, nei lager... ), per non parlare di interi popoli travolti dalla guerra, dalle carestie, dalla fame e via discorrendo, qualche singolo caso scampa miracolosamente a una malattia o persino alla morte? Nell'economia generale, nell' oceano del Male, nello scandalo della sofferenza, a che giova che qualche sporadica eccezione la faccia franca? In sostanza: già che si scomoda a intervenire nelle vicende umane, perché la Divinità non risolve qualche problema di portata maggiore o più generale?»

Socci rispose che no, che andava bene così, che lo scopo dei miracoli era semplicemente quello di consolidare la fede nella presenza costante e amorevole della Divinità accanto a noi e nell'efficacia della preghiera...

Ieri sera, a "Porta a Porta", c'era anche lo scettico Odifreddi, secondo il quale invocare i santi per ottenere benefici e favori non è segno di grande spiritualità, bensì di grande materialità. Si invocano i santi,  peraltro, nell'illusione che possano  miracolare in proprio, mentre a quel che risulta a lui possono solo intercedere presso Dio...

A quel punto mi è tornato in mente un "sogno con Padre Pio" capitato nientemeno che... a me!

Nel mio sogno, ovviamente, c'entravano i libri... e guarda caso i miei:- ) Non avevo ancora smaltito, in effetti, il duro colpo di NUVOLE A COLAZIONE con la conseguente cacciata dal mondo dell'editoria ad opera del mio editore di allora, la terribile Orietta Fatucci di Einaudi Ragazzi (qui la storia: http://lucioangelini.splinder.com/post/6257856 ).

Con beneficio d'inventario, mi ero appuntato il sogno su un pezzetto di carta, in attesa di sviluppi che, ad oggi, non ci sono stati... Giustamente, forse, data anche la mia scarsa o inadeguata devozione...

Ecco gli appunti:

«Nelle prime ore del mattino di oggi 25.5.1997 ho avuto questo sogno: c'erano due tovagliette poste su due pance (chissà di chi!), a coprire doni abbondanti e graditi che si stavano preparando. A un certo punto Padre Pio, che era disteso da qualche parte e sofferente, si è sollevato in piedi, si è portato a passi balzellanti nella ex camera dei miei figli V. e F. (appartamento di calle Racchetta, in cui ho abitato fino al giugno 1995) e mentre dicevo: "Nonna, guarda, padre Pio si è alzato!", lui è volato di colpo sopra la porta che dà nell'antibagno e mi ha indicato una vaschetta appesa al muro, una sorta di piccola acquasantiera pensile dai colori indiani (quei celestini sfumati di arancio e rosa pallido...) e mi ha detto: «Lucio, il tuo libro pubblicato è qui con sicurezza, anzi lo scriverai per me!» Lì il sogno si è interrotto. Che cosa cavolo può significare? E che c'entra la nonna [una mistica minore del '900 le cui visioni sono rimaste note solo all'interno della ristretta cerchia famigliare, n.d.r]?»
.
.
Be', a distanza di 11 anni dal sogno, non ho ancora trovato una risposta, e quel che è peggio non ho ancora messo in cantiere alcun progetto di libro da scrivere "per" Padre Pio, con tutto il rispetto per la Sua figura. Che dire se non: "Mah. Bah. Chissà. Se vivrò vedrò... "? Dubito, in ogni caso, che Padre Pio voglia ricompensare con doni abbondanti e graditi proprio me, tra le tante migliaia di vittime dell'ingiustizia, o che persino lui riuscirebbe a sciogliere il duro cuore dell'Orietta:- ) 
postato da: Lioa alle ore 10:21 | link | commenti (2)
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mercoledì, marzo 12, 2008

AIUTO! SE GIUGENNA SCOPRE CHE ANCHE BONURA...

 

Visitando il sito di Giuseppe Genna (www.giugenna.com ) ho scoperto due cose:

1) che ha il pc rotto per cui nemmeno volendolo potrebbe riprendere la mia dolente rece in cinque puntate sul  romanzo con il frego tirato sopra   (comprare un altro pc di scorta per le emergenze no, eh?);

2) che ha avuto un piccolo scontro con il critico letterario Giuseppe Bonura (dell'Avvenire), il quale così si è espresso:

«MA SI POSSONO FARE ROMANZI SUL FÜHRER?

"... il culto di Hitler viene tenuto ancora in vita, purtroppo. E più se ne scrive e più viene tenuto in vita, anche se se ne dice peste e cor­na, naturalmente. Perché? Perché il Male assoluto respinge ogni argo­mento in contrario, anzi lo trasfor­ma addirittura in un evento positi­vo. E poi c’è la sua prosa. L’eccita­zione del suo stile non solo non de­molisce il mito di Hitler ma lo rafforza (involontariamente, si ca­pisce). La metafisica del Male è ma­teria teologica. Non fa per lo scrit­tore, il cui compito è lo svelamento della concretezza sociale del Male. E per finire: lei non sarà uno scrit­tore da bestseller, ma la scelta del te­ma è oggettivamente mercantile, dato il contesto di cui sopra. Un cordiale saluto, Giuseppe Bonura."» (Giovedì 28 Febbraio 2008)

Ora vivo nel terrore. Se Genna scopre che anche Bonura è di FANO (provincia di Pesaro e Urbino, Marche) come me, mi metterà definitivamente nella lista dei cattivi e non mi vorrà più bene. Checché ne dica Iannozzi, non mi servirà proprio a un bel niente continuare a leccarlo:- )

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(Immagine di Bonura da http://www.viverejesi.it/index.php?page=articolo&articolo_id=140449 )

postato da: Lioa alle ore 09:06 | link | commenti (11)
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martedì, marzo 11, 2008

GIUSEPPE GENNA: "HITLER" (5)

GIUSEPPE GENNA, "HITLER".
(Quinta e ultima puntata)
 
Dopo lo scherzetto del "Generale Inverno", il Führer sviluppa una comprensibile forma di chinofobia [disgusto fobico per la neve, n.d.r.]. Goebbels lo trova invecchiato in maniera sconcertante, ma forse è solo "l'inizio della fine che prepara un altro inizio”. Il Führer va a trovare Eva Braun a Berchtesgaden. L’aria è di nuovo strinata (pag. 501) ma, vacca boia [ero tentato di dire "porca Eva!":-), nd.r.], nevica anche lì. Con tutto quel bianco, va in bianco anche Eva Braun, perché il Führer gira i tacchi e abbandona il luogo in gran fretta.
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Fatti due conti, al Führer risulta che in Europa ci siano ancora ben undici milioni di ebrei da eliminare. Undici milioni. Un bel grattacapo davvero, dato che "la soluzione via emigrazione non risulta più praticabile". Come se ciò non bastasse, soffre anche di una fastidiosissima carie. Il 2 febbraio 1943 Stalingrado è sovietica. “La città di Stalin è di Stalin”, ironizza il Narratore Onnisciente,  e aggiunge: "Qui la guerra capovolge i suoi destini… Da questo istante, ovunque Hitler viene sconfitto” (pag. 522). Caduta Stalingrado, cade anche tutto il resto, non ultima El Alamein.
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Quando rientra a Rastenburg il Führer è irriconoscibile: 1) ormai "invecchia di cinque anni ogni anno" [sic]; 2) è curvo e gonfio; 3) il suo colorito è giallastro; 4) si nutre soltanto di una purea di patate e coste bollite prescrittagli dal detestabile dottor Morell. “Hitler - sintetizza a pag. 529 il Narratore Onnisciente - fa sempre più fatica a mascherarsi da Führer”, vive un po' il dramma di Gloria Swanson in Viale del Tramonto, ma quando quell'ubriacone di Churchill osa definire l’Italia “il ventre molle d’Europa” si scuote dal torpore e alza minaccioso il pugno: "Il Duce va protetto!". Lo stesso Genna pare mosso a compassione: “Guardate il Duce - commisera. - Il volto è scavato, giallognolo. Ha passato i sessant’anni, le sue occhiaie da incubo sembrano torba. Sembra uno stivale consumato. La sua nuca rasata a zero è appuntita. Il suo mento è abbassato, smagrito. Questo era l’uomo spavaldo, l’uomo che aveva in mente di emulare Cesare… è il duce che non conduce più” (p. 537). Insomma, tra tutti e due, Duce e Führer non danno certo un bello spettacolo di sé.
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Gli Alleati, frattanto, sbarcano in Sicilia e l’8 settembre si avvicina. Il Führer obbliga il Duce a una residenza sul lago di Garda, di cui Genna ci fornisce il seguente flash: "È sul divano disteso, il capo smagrito sulle cosce di Claretta. Sua moglie vada affanculo. Questo è l’amore. L’amore alla fine della morte che ha imposto al suo Paese. L’amore prima della morte” (pag. 539).
. 
A questo punto (siamo a pag. 543), l'autore inserisce un intermezzo di una ventina di pagine intitolato “Apocalisse con figure” (1941-1945): florilegio di significativi spezzoni su eccidi di ebrei, pagine di diario e altri materiali tesi a far vibrare alta la commozione di chi legge, più una “Istruzione per tutti gli scrittori”. Questa:
“Sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca [perché 'cieca'? Boh!, n.d.r.]è osceno. Maledizione su di lui” (p. 553).
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Che cosa obiettare, se non che a pagina 623, proprio nel finale, si incappa in una raccomandazione di segno apparentemente opposto?: “Sii il maledetto e non colui che maledice”. Ha fatto dunque bene o male, Giuseppe Genna, a maledire chi non compie la suddetta opera di testimonianza cieca? Boh!
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A pag. 562 la narrazione riprende, ma ormai è tutto un precipitare di eventi. Il Führer non esce più all’aperto e conduce vita malsana. “È dal 1941 che non si mostra in pubblico. Nessun comizio. Ha sospeso le visite al fronte. Elabora una guerra mentale”... “Non si pente di niente. Delira. Immagina ancora nuove espansioni. La sua corte è infida. La solitudine in cui si è proiettato fa esplodere conflitti in tutta la gerarchia” (pag. 566). Nel giugno 1944 americani e inglesi "sbarcano a centinaia di migliaia. Sembrano insetti, pulci di mare, se visti dall’alto... ” [ma dall'alto le pulci di mare non si vedono, n.d.r.]. Dove siamo? In Normandia, naturalmente. È arrivato il D-Day...
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A pag. 582 Mussolini, sconfortato, si chiede quali siano le armi segrete a cui qualche tempo prima il Führer gli ha accennato: le armi che dovrebbero rovesciare le sorti della guerra. (“Metà dell’arma è il razzo V2", ci dice in un orecchio il Narratore Onnisciente. "Sulla seconda metà, il buio è fitto.” [Non è chi non pensi all'atomica..., n.d.r.])
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Nell’ottobre 1944 Hitler scampa a un attentato. I suoi pantaloni sono ridotti a brandelli, ma lui sopravvive. “Questo è un miracolo… La Provvidenza mi protegge!”, esclama. E il Narratore Onnisciente: “Quell’uomo non è un uomo”.
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Un pesante raid aereo su Dresda provoca duecentomila morti e la distruzione pressoché totale della città. “Siamo, tutti, insetti in un blocco d’ambra”, ci ricorda Genna. Il Führer, un tempo impeccabile, è ormai vistosamente trasandato: “La pelle cadente, i lineamenti del volto gonfi, le occhiaie incavate sempre più livide. Si muove lungo le pareti del bunker ingobbito, serpeggiando stranamente tra una parete e l’altra, come se cercasse appigli. I capogiri lo sbilanciano… Non cammina, si trascina” (p. 602-603). Mi viene in mente la mia poesia "Dicono che posi":

«Alcuni
dicono
che posi
solo perché
qualche volta
mi hanno visto
trasfigurare
il volto
imporre
alle narici
travagli
estenuanti
roteare
gli occhi
digrignare
i denti
urlare
e mandare
la voce
fuori registro
aggrapparmi
a cuscini
e tendaggi
scivolare
fremente
lungo
i muri
e
infine
arruffarmi
i capelli
con inorridite
mani…»

Arriva l’ultima notizia: il Duce è stato ucciso, e con lui la sua amante Clara Petacci. “Al momento i loro corpi penzolano a testa in giù da una trave di una stazione di benzina nella periferica piazza Loreto a Milano” (pag. 611). Il Führer accelera i preparativi. “Divora sconciamente l’ultimo pasto: lasagnole al ragù [alla faccia del dottor Morell!, n.d.r.]. Le labbra sono unte” (pag. 612), e così combinato sposa Eva Braun, per farla decedere, se non altro, come Eva Hitler. Le fiale di cianuro sono pronte in bell’ordine, nell’astuccio di pelle fornito da Himmler. Il cane Blondi viene suicidato per primo. La sostanza cianica diffonde attorno un intenso sentore di mandorle. Nel pomeriggio del 30 aprile esplode lo sparo. "Il Führer ha la tempia sfondata dal colpo, la fiala tra le labbra scurite. Sulle labbra di Eva, i frammenti di vetro della fiala". I cadaveri vengono gettati nel fango del giardino del bunker collegato alla Cancelleria e irrorati di benzina. Bruciano. I sei bambini sono stati addormentati con un sonnifero da Magda, la moglie di Goebbels. Al figlio di primo letto ha scritto: “La nostra meravigliosa idea va in rovina. Il mondo che verrà dopo il Führer e il Nazionalsocialismo non è più degno di essere vissuto. Per questo ho portato via anche i bambini. Sono sprecati per la vita che verrà dopo di noi” (pag. 613). Magda infila loro le fiale di cianuro tra i denti. Goebbels attende fuori della porta. Quando ha finito, si trasferiscono insieme in giardino e si guardano. Goebbels le spara, Magda muore sul colpo. Poi si punta la pistola alla tempia. Muore anche lui. Fuori, tutta Berlino brucia.
 
Il romanzo col frego tirato sopra, ormai, volge al termine. A pagina 616, in un ultimo sussulto, l'autore allude allo "scandalo di una sacralizzazione postuma" della persona-non persona [ma taaaaaaanto personaggio, n.d.r.], lo scandalo che "lo scrittore cerca di demolire. Questo scandalo. Questa mitizzazione postuma. Esorcismo su chi pratica la memoria di lui come mito”…
.
La sensazione maliziosa, a dire il vero, è che Genna voglia quasi mettere le mani avanti, come a dire: "Dopo questa precisazione, voglio proprio vedere chi oserà accusarmi di aver in qualche modo sacralizzato la figura di Hitler!"
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Eppure l'accusa, in realtà, non sarebbe del tutto peregrina, con 'sto insistito martellamento sulla persona non persona, sull’uomo-lupo divorato dal lupo Fenrir, e vari altri ingredienti epico-declamatorii... ma lascio ai critici di professione l'ardua sentenza e mi guardo bene dal praticare esorcismi di sorta. Mi preme, tuttavia, un CHIARIMENTO:
nella mia personale concezione della STORIA, ciò che mi atterrisce davvero non è tanto la periodica insorgenza di personalità trascinatrici più o meno forti o persino deliranti (e non me ne frega nulla di etichettarle persone o non persone), quanto il fatto che, puntualmente, milioni e milioni di altri individui se ne lascino beotamente soggiogare. Certo, esiste un'attenuante: il sempre efficace ricatto del TERRORE. Ancora oggi bastano poche centinaia di malintenzionati disposti a tutto (a incendiarti il negozio, a scioglierti i figli nell'acido e via discorrendo) perché intere città di onesti cittadini si lascino passivamente sottomettere e tenere in scacco... Lì sta il busillis, secondo me, più che nella non-persona:-/ 
Il capitolo conclusivo, “Postmortem”, si svolge, sì, nel senzatempo, ma non nel senzaluogo: siamo, infatti, ad Hiroshima, sulla scena della bomba. Hitler, uscendo da sé,  ha visto il proprio corpo che bruciava. Sa di essere lui, ma non riesce a vedersi. Ha accanto la sagoma confusa di un cane enorme… il lupo Fenrir, naturalmente. Per l'ultima volta, nel gran finale, il mitologico animale spalanca "le fauci maleodoranti". La bava si riversa copiosamente e frigge sul cemento polveroso che scotta, indi evapora. Più consolatoria, per fortuna, un'altra visione: "A uno a uno, sei milioni, uno a fianco dell’altro, aurei, luminosi, i Santissimi si innalzano, volano verso il Dio che è Uno” (p. 622).
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Siamo giunti nei paraggi del più genniano dei topoi, il topos del BUCO NERO: la terra cede e Hitler sprofonda in una voragine buia. Mentre precipita, “Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo". E dove Fenrir lo squarcia "ricrescono pezzi di buia carne della sostanza del sogno" [ehm…attenzione,  qui pericolo Shakespeare!, n.d.r.]. "Lo divorerà per sempre, cadranno per sempre nel gorgo buio. La terra si richiude sopra di loro… sia lasciato a sé, che non esiste. Sia lasciato.”
 
A pagina 623, in corsivo, un'omiletica battuta finale: “Basta che esista un solo giusto, perché il mondo meriti di essere stato creato. Sii il maledetto e non colui che maledice”.
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P.S. Ciao, Giuseppe Genna. Hai scritto un libro importante e ambiziosissimo, certo, anche se - nella mia tronfia opinione - non perfetto. Forse avresti dovuto lasciarlo decantare un po' di più, asciugarlo di certi svolazzi retorici... Oppure, semplicemente, non sono io il target giusto per una simile rivisitazione della figura di Hitler. Comunque non prendertela per le mie angelinate, o certe mie pignolerie, perché, come ho cercato di chiarire ieri nella sezione commenti a un altro famoso Giuseppe della Rete (l'esecratissimo Iannozzi, che mi segue da lungo tempo come un affettuoso cucciolone Fenrir nei miei vaniloqui webbici), in fondo qui eri solo su
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                            CAZZEGGI LETTERARI!
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P.P.S. Dubito fortemente che in www.giugenna.com mi riserverai gli stessi onori tributati al mio collega vibrisselibraio Demetrio Paolin, che si è cimentato nell'analisi dello stesso romanzo . Ahi ahi, che rosicume! Ahi ahi, che gelosia:-))))))))
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lunedì, marzo 10, 2008

GIUSEPPE GENNA: "HITLER" (4)

GIUSEPPE GENNA: "HITLER". QUARTA PUNTATA.
 
La strinatura è la "bruciacchiatura, spec. di un tessuto, provocata dall’esposizione a una temperatura eccessiva: una s. da ferro da stiro".(http://www.demauroparavia.it/115973 ). Tensione e odore di metallo strinato si avvertono, appunto, ad Aquisgrana all'inizio del capitolo 59°, dopo che Hitler ha ordinato di occupare militarmente la Renania. Il generale Von Blomberg azzarda un preoccupato: “La prego, ritiriamoci”, ma Hitler "batte i pugni sul tavolo, compie un saltello per la foga, urla 'No, no e poi no!'" e Von Blomberg ne resta  comprensibilmente impressionato. Quando, infatti, Hitler "è preso dalla sua furia" - spiega il Narratore Onnisciente-, "si trasforma. Quella possessione spaventa”. A farlo incazzare ancora di più pensa il nero James Cleveland Owens, che alle XI Olimpiadi di Berlino vince ben quattro ori: salto in lungo, 100 metri, 200 metri e staffetta 4 x 100. E 'tte credo!: “Le deità Yoruba hanno forgiato il suo corpo reattivo, imprendibile, perfetto”. Hitler abbandona lo stadio prima di dovergli stringere la mano. Nell’aprile del 1937 la Germania utilizza il fosforo bianco, potente aggressivo chimico, nella guerra di Spagna. Velocissimi bombardieri tedeschi forniscono a Pablo Picasso lo spunto per un tragico dipinto: “Guernica”. A settembre Hitler riceve Mussolini a Berlino e ce la mette tutta a impressionare anche lui, tanto che “il duce si riduce” (pag. 340). Nelle vicinanze dello stadio olimpico la spianata è gremita. Vi si sono ammassati più di due milioni di tedeschi, smaniosi di assistere all'evento. Il Duce prende la parola e attacca: “Sono qui per dare una prova di solidarietà aperta e netta alla rivoluzione nazista”, ma una subitanea tempesta si abbatte su Berlino e di colpo i due milioni di manifestanti si disperdono ed “evaporano a contatto dell’acqua” (ci si crederebbe?). Mussolini “resta da solo sul palco, fradicio fino alle ossa, muto”. A pag. 345 Hitler chiarisce al cacadubbi Von Blomberg che gli è venuta una voglia pazza di incrementare "il benessere del nostro popolo” affrontando il problema “dello spazio”. Cosa? In che senso? Per esempio annettendo l'Austria e invadendo la Cecoslovacchia, tanto ormai lo sanno tutti che il diritto è del più forte. Poiché Von Blomberg tentenna, Hitler - il “rettile che è volpe che è lupo” - ne organizza le spontanee dimissioni per assumere egli stesso il comando delle forze armate. Per maggiore sicurezza, nel capitolo 65° si reca nella stanza del tesoro del Palazzo Reale di Vienna e solleva la teca contenente uno dei chiodi usati per la crocifissione di Cristo, sperando in tal modo di acquisire straordinari poteri di invincibilità, come da leggenda. La legge per l’Anschluss inizia con queste parole: “L’Austria è una provincia del terzo Reich tedesco” e a quel punto Hitler non vede l’ora di farsi abbracciare dalle folle entusiaste, perché, spiega il Narratore Onnisciente, "la folla è la copula, e niente per l’umano e il disumano è più potente della copula, del suo magnetismo animale. Niente nell’umano è più potente dell’animale” (pag. 357). Tale Inno alla Copula è poi attenuato a pag. 382 dalla considerazione hitleriana: “L’amore non esiste. Lo sfregamento dei corpi è un’attività da scimmie”.
Nel capitolo 66° vediamo il nostrano Mussolini prendere parte alla Conferenza di Monaco in una mise che non convince il Narratore Onnisciente: indossa, infatti, “una divisa intatta, da manichino. È plastica. È poliestere slegato da ogni contesto” (p. 359). Ma lululante popolo tedesco esige territori. Se a pagina 184 avevamo letto: “la fame spinge il lupo fuori dal bosco", adesso, a pag. 361, dobbiamo fare i conti con la variante “il lupo spinge la fame fuori dal bosco”. Hitler ordina che il terrore regni e dilaghi ovunque, prima in Germania, poi in direzione Praga. Qui Genna avverte: “Lettore, preparati all’orrore. Preparati al buco nero, a toccare il non umano…". (A me, a dire la verità, piace di più la risposta di Moni Ovadia alla ricorrente domanda “Dov’era Dio ad Auschwitz?”: "Dio non lo so. Di sicuro c’era l’uomo!”.) A pagina 368, nel corso della notte dei cristalli, un vecchio rabbino cade in avanti. Gli incisivi saltano, ma Genna ne approfitta per un effettaccio pulp: “l’incisivo sinistro rimane attaccato per il nervo”. Le sinagoghe sono roghi. Due pagine dopo “il buco nero è già spalancato”. Nel marzo 1939 la Slovacchia, per una sordida macchinazione di Hitler, conquista l’indipendenza, il che induce il Narratore a protestare: “Quando metteranno fine a queste mistificazioni velenose?” (p. 373). Quattro pagine dopo il presidente ceco Hácha è colto da un coccolone davanti a Hitler. Affinché possa firmare la resa di Praga, viene prontamente rianimato con un'iniezione dal dottor Theodor Morell (non bellissimo, dato che ha il "colorito verdastro e brunito e i denti sporgenti gialli di dentina"). Dopo che l'ha fatto, l’euforia di Hitler è così descritta: “Salta, spalanca la porta della sua segreteria, abbraccia e bacia le sue segretarie: «Bambine mie! Questo è il giorno più importante della mia vita! Passerò alla storia come il più grande dei tedeschi! La Cecoslovacchia non esiste più!» e le sue ‘bambine’ ridono, applaudono”. Il Narratore Onnisciente coglie l’occasione per definire Hitler “il più grande attore del suo tempo”, ancorché posseduto “dall’antico terrore di annoiare il pubblico”. Ma la recitazione, si sa, è finzione, e se qualche riga più giù Hitler snocciola “L’ebreo è un insetto, la termite che ha figliato con lo scorpione, il bacillo che avvelena il sangue e sale al cervello e ne altera la lucidità, la febbre del mondo, la patologia da debellare”, il Narratore Onnisciente non manca di osservare: “Non è vero: lo dice, ma sa che non è vero. L’ebreo è umano, è un avversario umano. Va sterminato fingendo che sia una variante delle scimmie". "Il mondo - incalza Hitler - prolifererebbe di agenti patogeni che mirano all’estinzione della specie. Il popolo eletto è eletto ad accelerare la fine. Il popolo eletto desidera un Dio storto, deviante, che predica l’odio verso l’umano sano, l’umano che farà sopravvivere la specie. L’ebreo è l’agente della fine” (pp. 382-83).
Seguono varie antinomie e bipolarità: “Lui [Hitler] è in grado di essere tutto e chiunque: perché in realtà è nessuno”, “lui appare: non è”, “Questo non essere è apparso all’umanità e ritiene di essere, di realizzare la sintesi tra Cesare e l’Onnipotente”. E quando Hitler si ritira a meditare in vetta al monte Kehlstein, anche lassù, a quota 1837 metri, di colpo “una zampata indicibile rimbomba sulla vetrata del Nido d’Aquila”. È quel rompicoglioni del lupo Fernir, naturalmente, che spalanca le fauci e gli lascia intravedere cumuli di cadaveri e città in fiamme. Da un lato Hitler se ne spaventa, dall'altro non ha nessuna voglia di rivedere i propri progetti...
Il riflettore si sposta adesso su Acciaio (in russo “Stalin”), la cui “partita a scacchi con il pianeta è lenta e meccanica e sicura”. Il ventre russo, infatti, la patria del bolscevismo, è stato “inseminato dalla cospirazione giudaica”. Acciaio sostituisce il ministro degli Esteri, che è ebreo, con il cauto Molotov e promette a Hitler di non attaccare la Germania, caso mai gli venisse in mente di invadere la Polonia. Con la firma di un patto segretissimo per la spartizione dell'Europa Orientale, infatti, “il lupo si è fuso con l’acciaio" e "niente e nessuno può fermare la bestia bicefala che esce da quell’innaturale accoppiamento” (p. 386), anche se, quattro pagine dopo, “la bestia bicefala si contrae: una testa osserva l’altra. Attendono prima di divorarsi a vicenda”. Una sera, seduto sul bordo del letto in un “pigiama lindo, privo di pieghe”, Hitler sente che questa vittoria è la sua sconfitta, perché la guerra sarà mondiale e la Germania dovrà battersi su due fronti. Ciò nonostante, alle 5,45 del 1° settembre 1939 la sua macchina bellica supera il confine con la Polonia così segnando “l’inizio, nuovamente, di una nuova fine” (p. 394). A pag. 400 Hitler è definito "l’husky umano che usma [usmare = insospettirsi n.d.r.] la sua fine, la cerca". Quando a PoznaÅ„ il capo distretto nazista fa rastrellare le prostitute, il Narratore Onnisciente osserva che esse “assolvono funzioni arcaiche”.  Rispetto ai polacchi, Hitler ha già dei progetti: nel corso di una cena nella residenza della sede governativa, infatti, annuncia che “dovranno essere gli schiavi del Reich tedesco”. Nessuno batte ciglio, anzi "tutti annuiscono, le dentature triturano e riducono a bolo pezzi di fegato fritto” (così la ricostruzionre storica a pag. 404). In fondo alla stessa pagina i lettori sono invitati a interrompere la lettura del romanzo: “Fermate, vi prego, lo sguardo. Non proseguite. La lettura è colpa”. Colpevolmente, tuttavia, ogni lettore prosegue, immaginando trattarsi di un mero artifizio letterario, al pari di quando Genna, a intervalli irregolari, esorta: “Osservatelo mentre…, guardate la sua testa…” eccetera. Su Oslo, improvvisamente, l’aviazione tedesca “eiacula paracaduti bianchi – piccoli, bianchi, sembrano spermatozoi”. Cercano, infatti, “l’ovulo norvegese. Lo fecondano”. A pagina 411 ci imbattiamo nella frase “Ciò che è macabro è sempre eufemistico” (p. 411), che anticipa la più imbarazzante “L’eugenetica è eufemistica” della pagina successiva, quella che ha indotto Antonio D'Orrico a osservare sul Corriere della Sera: “Non sarebbe stata più bella - la butto là - 'l’enigmistica è mistica'?”:- ) .
Sempre a pagina 411 apprendiamo che dei 25.000 bambini concepiti all'interno delle cliniche Lebesbern  con tecniche volte a fornire materiale umano razzialmente puro (= facendo trombare scelti machi delle SS con altrettanto scelte stangone norvegesi)  (“Piccoli ariani crescono”, celia Genna), Anni-Frid "Frida" Lyngstad diventerà la cantante del gruppo pop Abba. (“Quante vittorie postume vogliamo garantire, tu che leggi e io che scrivo, allo zero umano di cui si racconta qui l’indegnità?”, domanda Genna alla fine del capitolo 75°).
Qualche generale tituba, ma il Führer no. Caduto il Lussembrugo, la Wermacht punta alle Ardenne. Il Duce, che "vuole fare la storia anche lui", il 10 giugno 1940 entra in guerra contro Parigi al fianco della Germania. A pag. 421 riaffiora il tormentone “Hitler non è mai: appare”. Seguono la battaglia d’Inghilterra, la coventrizzazione di Coventry, la messa a punto dell’operazione Barbarossa e il Patto Tripartito tra Germania, Giappone e Italia. “Nessuno profferisce [di rigore la doppia effe, n.d.r.] l’esempio di Napoleone” (p.444). Il maldestro Mussolini continua ad aprire fronti senza - mai una volta che sia una! -riuscire a disincagliarsene. Al Führer tocca spedirgli truppe di soccorso dappertutto, in Africa, in Grecia, in Albania...
Esplode infine, in tutta la sua drammaticità, la guerra contro l’Unione Sovietica, definita “la lotta apocalittica di lui, Adolf Hitler, il diseredato idiota della Männerheim, contro il popolo ebraico. La vede così, la sente così” (p. 461). E Genna: “Tu che leggi, entra con me nella stanza buia [variante del buco nero, n.d.r.]. Dietro l’uscio che apro, trionfa l’accecante disumano”. E alla fine del capitolo 86°: “Babi Yar, solleva la mia preghiera nel vuoto dei cieli. Annulla il rombo dei bombardieri. Che il mio grido si assottigli, invisibile, ultrasonico: raggiunga chi legge queste parole”. (Purtroppo per Genna, devo dire che – secondo me - l'intento si perseguirebbe meglio senza insistere con tali retorici inviti…).
Il capitolo 89° è quasi interamente occupato da un lungo monologo del lupo Fenrir, che, dopo essersi intrufolato in un incubo del Führer, pompa frasi del tipo: “Niente resta. Resta ciò che è… Tu non sei: tu appari… L’Occidente progetta nel vuoto, ritenendo che ciò che è vuoto sia niente. Invece, ciò che è vuoto anzitutto èTu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono… Lo sterminio è illusione… Non sei stato, non sarai… Tu fai il male sapendolo... Non sei metafisico, non sei…Tu sei niente…” (eccetera). Il tutto con voce impostata alla Carmelo Bene. Francamente eliminerei l'intera gigionesca performance.
Epica solitudine di Hitler, dicevamo. Ma epica solitudine anche di Stalin, sotto la cupola del Cremino: “Tutto il governo è fuoriuscito dalla capitale. Lui soltanto è rimasto: il padre titano che feconda la patria” (p. 483). Ciò che non fanno i russi, oltretutto, lo fa l’inverno... Il 7 dicembre del 1941, a sorpresa, l'attacco giapponese alla base navale americana di Pearl Harbour, nelle Hawaii, provoca 3.405 morti, migliaia di feriti e l'intervento nella seconda guerra mondiale degli Stati Uniti, "che dispongono di un'arma di potenza insuperata". La feroce battaglia di Stalingrado segna la prima grande sconfitta militare della Germania nazista. Obbedendo alle direttive del presidente Roosevelt, Walt Disney realizza tre cartoon propagandistici. In uno di essi una voce fuori campo scandisce: “Tasse contro l’Asse!... Grazie a Hitler le tasse non sono mai state così alte. Ma vanno pagate per consentire all’America di vincere la guerra” (p. 495)
"La vincerà davvero?", si chiede incuriosito il lettore. Niente spoiler, per il momento. Lo sapremo alla prossima puntata...
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[CONTINUA]
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venerdì, marzo 07, 2008

GIUSEPPE GENNA: "HITLER" (3)

GIUSEPPE GENNA: "HITLER", terza puntata.
 
Gli editor italiani si dividono in due categorie: quelli che credono che proferire si possa scrivere anche profferire e quelli che credono che si tratti di due verbi distinti, ovvero che profferire significhi offrire (cfr., per es. "profferte amorose") e proferire, invece, "pronunciare/esprimere". Ebbene, la Marilena Rossi ringraziata a pag. 626 per la cura redazionale del romanzo  (col frego rigorosamente tirato sopra, ovviamente, come piace all'autore) dovrebbe appartenere, a occhio e croce, al primo gruppo. Dopo la "testa decapitata" segnalata nella prima puntata, leggiamo infatti a pag. 152 che Hermann Göring “profferisce minacce”:-). Ma forse la doppia effe è dovuta semplicemente al fatto che Göring si fa le pere con la morfina, per esempio a pag. 153, dove è punito con l'allucinazione del lupo Fenrir che digrigna e sbava dalle fauci. 
Ma andiamo con ordine. Tre mesi prima di morire, Tiziano Terzani chiamò il figlio Folco a Orsigna, nella loro casa di montagna, per raccontargli la sua vita. Ne nacque il libro “La fine è il mio inizio”, Longanesi, 2006. Il titolo dovette colpire profodanemente l'immaginario di Giuseppe Genna, che in "Hitler" ne propone continue rielaborazioni e varianti, per esempio a pag. 147: “il suo inizio è la sua fine”. Qualche pagina dopo, invece, ci imbattiamo in un momento tatangelico: l’omosessuale Ernst Röhm dice a Hitler: “Io ti voglio bene”, ma il perfido algidone, al pari del lupo Fenrir, digrigna i denti “sgradevolmente gialli” e miasma: “Io non voglio bene a nessuno. Nessuno mi vuole bene. La questione non è volere bene, idiota!" (p. 157). È, in compenso, attratto dalla nipote Geli, cui impone stressanti sedute di pissing (è lei a irrorare lui). A pag. 192 un doveroso disclaimer : “L’urina non giustifica nulla. Nulla giustifica Hitler”.
Dal capitolo trentaduesimo apprendiamo della gavetta letteraria di Goebbels, “piccola scimmia anoressica”: laureatosi in letteratura, ha scritto un romanzo autobiografico sotto il nome del protagonista Michael Voormann, enunciatore di un "vuoto principio a cui solo Hitler sa dare un contenuto altrettanto vuoto:
          
             'È indifferente in cosa si crede – l’importante è credere’."
 
Osserva il Narratore Onnisciente: "È tutto il programma nazionalsocialista, in una riga”.
Arriva la Grande Depressione del 1929. La folla sconvolta si strappa i capelli non metaforicamente, ma, come tiene a precisare l'autore, letteralmente [= il corsivo è nel testo]. In poche settimane il paese si trasforma in una "landa di derelitti", e chi mal comincia è alla fine dell’opera. La fine (della Germania), infatti, è sì l’inizio (di Adolf Hitler), ma un inizio che "ha in sé la fine". La fame spinge i giorni verso il buco nerotopos tipicamente giugenniano, come evidenziato nella puntata precedente - del tempo, e "il lupo a uscire dal bosco". Dal 1929 al 1932 la Germania precipita in una crisi che pare inarrestabile. A chi meglio attribuire la colpa di tutto ciò, se non al giudeo?
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“La finanza è ebraica: ha voluto questo crollo, è pronta a bolscevizzare la Germania! Il marxismo internazionale è la mira di questi vampiri, che corrompono e succhiano il sangue delle genti! Estirperemo il bacillo ebraico dalla nazione! Noi siamo la risoluzione al problema dell’infezione giudaica…”
Questo, in sintesi, il programma elettorale di Hitler, che adesso macina chilometri  in treno,  quando non si sposta in Mercedes “rutilantemente rosse” [rutilante = rosso vivo, n.d.r.]per andare ad arringare le folle in ogni dove. È il marzo del 1931 e Goebbels, da par suo, gigioneggia a Berlino:
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“Come il lupo Fenrir, generato nella foresta di ferro Járnviðr, riuscirà a spezzare la catena che lo lega ai massi dell’isola Lyngvi e a liberarsi, dopodiché scatenerà Ragnarök, la suprema battaglia finale in cui divorerà Odino; così il nostro Führer ha spezzato ogni indugio e ogni resistenza, e si appresta a trascinarci al suo Ragnarök, la suprema battaglia in cui divorerà il Reichstag!”
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E inscena un primo tentativo di pogrom localizzato: uomini delle SA infrangono le vetrine dei negozi gestiti da ebrei, i passanti ebrei sono malmenati. (Per una più generale e meglio organizzata notte dei cristalli occorrerà aspettare il 1938).
Da un lato la Germania impara a ululare “Heil!”, dall'altro uno dei nomi di Fenrir  resta pur sempre Thjóvitnir, che significa “il lupo nemico del popolo” (pag. 197). Lo spettro del lupo Fenric spicca "da ogni uomo, da ogni donna, da ogni giovane di Germania", e non serve a nulla che proprio negli anni '30 la Disney tenti di banalizzarlo nel personaggio di Ezechiele Lupo.
Nell'occasione anche un lieve, sommesso omaggio a Giacomo Leopardi, il più autorevole segnalatore  del distacco e della noncuranza della luna nei confronti delle vicende umane, nella frase: "Fenrir pianta le zampe nel territorio della Germania e spalanca le fauci immense al disco indifferente della luna".
 
A pagina 107, invece, una strizzatina d'occhio a Pirandello. Quando la povera Geli - undinista malgré soi -, viene ritrovata cadavere, Hitler è definito "uno, molti, nessuno". “Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è." [Cfr. anche Samantha De Grenet: "Essere o apparire?", n.d.r.]. Sulla stessa unda, ehm, onda: "Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è, e lui naviga, bolla oscura nel non essere”. Il fatto di "non essere" non impedisce a Hitler quantomeno di "avere" [Cfr., stavolta, Erich Fromm, "Avere o essere?", n.d.r.]. Nel gennaio 1933, infatti, si accaparra la carica di Cancelliere della Germania. “Questo - commenta il Narratore Onnisciente - è il momento tanto a lungo atteso. Il riscatto dal pane sporco, dai baffi asburgici del padre, dalle sue api vorticanti in ronzio mentre defecano miele nei favi schifosi [???, n.d.r.], dal volto anchilosato del cadavere di Geli, dalla lesione tumorale e dagli zigomi sporgenti nel rantolo della madre, dalle rivolte politiche intestine, dagli sforzi umilianti, dalla cecità dell’isteria e dell’iprite a fine guerra, dal carcere e dal disdegno dieci anni prima a Monaco. Qui, ora, lui esorbita”.
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La sera del 27 febbraio 1933 il Reichstag è in fiamme. È "il più grave attentato mai attuato in Germania". Ne viene incolpato, naturalmente, un comunista: Marinus van der Lubbe, di origini olandesi. Le SS si mettono in azione. Le SA si mettono in azione. L’incendio spinge la nazione ad autorizzare qualunque misura...  E Adolf Hitler, che alle elezioni non ha ottenuto la maggioranza assoluta, ritto sulle rovine del Reichstag, "innalzato il volto cereo verso il cielo bianco [quindi diligentemente ton sur ton, grazie al pittore che si nascondeva in lui, n.d.r.], pianta nella palta [regionale per fango, melma, n.d.r.] il nuovo vessillo nazionale: la bandiera rossa, il cerchio bianco, all’interno la svastica nera" (pgg. 245-46).
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Il capitolo 48° è una sorta di “racconto nel racconto” dedicato alla figura di Erik Hanussen, a sua volta una sorta di Mago Otelma dell’epoca. Erik Hanussen, nel Palazzo dell’Occulto, presentisce (così a p. 252) che Hitler diventerà il condottiero supremo della Germania, ma anche che il paese perderà la guerra. L'incauta anticipazione gli costa la vita.
Nel cap. 50° anche un'altra sensitiva, la contadina Therese Neumann, ha atroci visioni di massacri. La donna non si nutre e non beve, ingurgita a stento un’ostia consacrata al giorno, pur continuando a vivere [è umana o non umana?, n.d.r.]. “Attenti a lui!”, raccomanda angosciata. “È un uomo e non è umano”. ["Senti da che pulpito!" si immagina che avrebbe ironizzato Hitler, se solo gliel'avessero raccontato, n.d.r.].
Si avvicina la sera del 10 maggio 1933 e Genna innalza uno squillante pistolotto antiwuminghiano a favore dell’autorialità: “Lo scrittore smuove l’asse terrestre, diffonde una lebbra che non dà scampo, intercetta verità aeree e nascoste, nasconde tra le parole le chiavi dello spirito…”, ma il momento è bruciante: a Babelplaz vengono ammassati e dati alle fiamme, infatti, 20.000 volumi: "Brucia Gorki. Si incenerisce Proust. Incarbonito Dos Passos. Combusto Hemingway. Evapora Einstein. Ridotto a brace Freud. Incendiato Gide. Avvampa London. Arde Schnitzler. Si ustiona Mann. È corroso Zola... " (p. 259). Poi, visto che “ogni rivoluzione divora i suoi figli” (pag. 277), la notte dei lunghi coltelli pone fine all'esistenza delle SA e sancisce l'ascesa delle SS. Il 2 agosto 1934 muore il Presidente Hindenburg e il Cancelliere Hitler ne approfitta per avocare a sé anche la carica di Presidente.
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Nel 56° capitolo un tenero omaggio al cinema. Hitler chiede di poter visionare il massimo successo di botteghino inglese “Un Lupo Mannaro a Londra”. Da un lato se ne dichiara annoiato, dall'altro ne è indotto a stringere, il 19 aprile 1935, un patto segretissimo con l’Inghilterra, che gli consenta di riarmarsi e ripristinare la flotta. Chiarisce il Narratore Onnisciente: “Hitler non è il lupo mannaro. Nessun lupo lo ha morso. È lui che morde. È lui che contamina. Il lupo mannaro è il suo esito, non la sua origine”.
I giudei, frattanto, proliferano come topi e come topi è diventato improcrastinabile, a quel punto, avvelenarli. Sono i cospiratori dell’universo. Se non si corre al più presto ai ripari, la loro supremazia convertirà il pianeta in una landa desolata in cui non ci sarà più scampo per l'uomo bianco, come ribadisce a ogni missiva l'amico americano Henry Ford. È il 15 settembre 1935. E se “l’ebreo non è un uomo” (pag. 312) tanto vale emanare le leggi di Norimberga.  
“Infamia: tu ti condensi qui, tu prendi corpo qui… Infamia, insetto vorace, inizia il tuo pasto. Nutri il tuo feto oscuro, dàgli il nome che attende: Orrore”, inveisce il Narratore Onnisciente alle pagine 313-314.
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[CONTINUA]
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mercoledì, marzo 05, 2008

GIUSEPPE GENNA: "HITLER" (2)

 

GIUSEPPE GENNA: "HITLER", seconda puntata.
«Il giovane Adolf lascia la scuola e tenta di promozionarsi come artista. Non se lo fila nessuno e si ritrova a vivere “in una sfera vuota e trasparente, in una bolla di sé, priva di contenuto”. Per spiccare un salto economico di qualità, acquista un biglietto della lotteria, ma anche stavolta il sogno si infrange (il giorno dell’estrazione, naturalmente). Decide, allora, di spostarsi a Vienna, perché “l’anonimato non è il suo destino, lo teme come l’apocalisse”. “Devo fuggire da questa maschera vuota", si ripete irrequieto. "Sono un artista!” 
Vienna è "una perla che sta perdendo luminosità”: in meno di cinquant’anni l'opacizzante popolazione ebraica è salita dal 2 % all’8,5% e nel distretto di Leopoldstadt è riuscita a costituire addirittura un terzo del totale. Sono “gente mite, dalle tendenze egualitarie, spesso moderniste", il che non può che far dilagare la paura e sollevare la classica “nube purpurea [si veda il post del 28 febbraio scorso, n.d.r.]fatta di sospetti e sguardi in tralice, e parole dette alle spalle e gesti trattenuti”. La pupilla azzurra metallica del giovane Hitler misura l’occhio immobile di questo ciclone, “punto zero dove niente è e tutto finisce” [Non si dimentichi che il tema del buco contrassegna pressoché tutta la produzione giugenniana, n.d.r.]. A un certo punto una lettera lo avvisa che sua madre sta morendo. Il giovane Adolf sente che il suo posto è accanto a lei e torna immediatamente a casa. (“La madre farebbe la differenza”, petula inesausto il Narratore Onnisciente, aggiungendo: “La non-persona non ammette differenze”. (Non è chi non ne convenga.)
 
È un medico ebreo, il dottor Eduard Bloch, a occuparsi delle metastasi conclusive di sua madre: settantasette visite domiciliari, quarantasette somministrazioni di medicinale in cambio di appena trecentocinquantanove corone, quando potrebbe pretenderne almeno il triplo. Adolf Hitler se ne ricorderà nel lontano 1938, quando aiuterà il dottor Bloch a fuoriuscire dal Reich. Bloch o non Bloch, la donna comunque perisce, fornendo al Narratore Onnisciente una nuova occasione per litaniare: “La madre non ha fatto la differenza. La madre non spiega niente”. E se lo dice lui, che per convenzione sa tutto ("ne sa come Dio"), c’è da crederci…
Intanto il giovane Adolf frequenta con crescente soddisfazione i circoli antisemiti presso i quali spera di trovare valide opportunità di auto-evidenziazione. Abbandonati pastelli e carboncini, si è adesso rifugiato nelle parole, “queste blatte che erodono la ragione, dopo averla condotta al suo culmine… queste verminazioni che si agitano sui cadaveri cartacei delle pagine” (sta probabilmente accumulando appunti per il futuro blockbuster & long-seller Mein Kampf, il piccolo catechismo della futura gioventù hitleriana). La musica di Richard Wagner lo aiuta a capire che “tutto deve crollare” [OT: "Tutto deve crollare” è - peraltro - il titolo del prossimo romanzo in uscita per Vibrisselibri; l'autore è Carlo Cannella, n.d.r.]
Nell’agosto del 1913 l’agente di polizia Zauner gli dà la caccia come renitente alla leva. Scopre che Hitler è riparato a Monaco, prima a casa di un omosessuale, Josef Greiner, poi a pensione in un alloggio del sarto Popp…
 
“E il lupo Fenrir dov’è finito?”, si chiederanno preoccupati i miei venticinque lettori. Tranquilli, è sempre in agguato dietro le quinte, pronto a ululare non appena il copione lo richieda. Ulula, per esempio, a pagina 82, e lo fa così forte, lassù nell’alto dei cieli, da convincere la commissione di leva incaricata di esaminare il caso Hitler a dichiararlo “inabile al servizio attivo e ausiliario, perché di costituzione troppo gracile”. Fuori di sé dalla gioia per essere stato riformato, il giovane Adolf torna a Monaco in treno, mentre il lupo Fenrir, con la sua “sirena a ultrasuoni” avverte il mondo che il baratro è vicino e sta per inghiottire il continente. Da questo istante è tutta “un’accelerazione”. La Germania dichiara guerra alla Russia e il costituzionalmente gracile Adolf - pur non essendo tedesco - invia un’istanza a Ludovico III, re di Baviera, affinché lo ingaggi come volontario per un reggimento dell’esercito del Kaiser. La non-persona spera in tal modo di cominciare a personalizzarsi un po', ma a pagina 98, tre anni dopo, lo troviamo ridotto a mal partito: ex-caporale, neo-mendicante e per giunta mezzo ciecato. Visto che a Monaco si è da poco insediato un fastidioso regime bolscevico, gli viene allora in mente di farsi assumere come delatore dalle milizie controrivoluzionarie. È il 1923. La disperazione collettiva è in continua crescita e ... perché non tentare di cavalcarla? Il giovane Adolf ce la mette tutta a promettere un mondo migliore e senza ebrei. Sorgono i primi comitati per le dispari opportunità, i primi hitler-fan-club. Il mondo che conta pare finalmente accorgersi di lui, forse sta davvero iniziando a ingranare, anche se non manca qualche nuovo momento di sconforto. A pagina 117, per esempio, lo vediamo paragonato a una “bambola svuotata e priva di energie, l’uniforme azzurra afflosciata, lo sguardo fisso nel cristallo del bicchiere vuoto, assorbito dalla trasparenza, privo di pensieri”. La notte dei cristalli, in effetti, è ancora lontana, ma bisogna che pensi positivo, che guardi al futuro con fiducia. Solo la voce chioccia del Narratore Onnisciente, a intervalli ciclici, rompe là da ponente alla montagna ripetendo il suo verso: “È l’uomo che non è, è l'uomo che non è, è l'uomo che non è… » Glielo farà vedere lui, al Narratore Onnisciente, se è l'uomo che non è o invece l'uomo che è, e se c'è davvero o ci fa soltanto:- /
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(CONTINUA)
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(Immagine da hodgeandbraddock.com/caricature.jpg )
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martedì, marzo 04, 2008

GIUSEPPE GENNA: "HITLER" (1)

Giuseppe Genna, “HITLER” (1)
 
All’inizio del romanzo siamo a Lambach (Austria), nel marzo 1897. L’autore ci sorprende subito con un singolare interrogativo, in parte ispirato a Primo Levi: “Vi sembra un uomo uno che si scatena nei cieli, digrigna i denti giallastri e illumina le notti future con occhi di brace?”. “No”, risponde tra sé e sé, vagamente allarmato, il lettore medio. E Genna, condiscendente: “Non è un uomo, infatti, ma il Lupo della Fine, il Fenrir”. “Ah, volevo ben dire!”, gorgoglia sollevato il lettore medio. E si lascia docilmente trasportare sulle ali del mitico animale che, a narici dilatate, ispeziona ogni angolo dei cieli e delle terre europei alla ricerca della Non Persona. Quando, finalmente, l’avvista, si fionda giù decisissimo a legarsi a lui “perché entrambi sono niente”. Questo, per lo meno, il pretesto dichiarato.
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(Stacchetto)
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Entrano in scena Caino e Abele. Caino ha otto anni e dice ad Abele “Andiamo ai campi” [Quasimodo, adesso, - "Uomo del mio tempo" - dopo il Primo Levi di "Se questo è un uomo", n.d.r.], anzi no: “Andiamo nei boschi”.
Una volta imboscati gli propone un gioco: “Tu fai il negro, io il cacciatore bianco e ti sparo”. Abele non ci sta (buono sì, ma non coglione) e se la dà a gambe. Caino vorrebbe inseguirlo, ma una mirabile visione (una sorta di variante fantasy della scena dei tre pastorelli a Lourdes) lo raggela: quella del lupo Fenrir, che scandisce: “Tu sei ciò che sei. Imparerò da te, perché io sono niente”.
Il bimbo, stralunato, torna a casa e racconta la storia del prodigio al padre che non la beve, anzi estrae la cinghia e urla: “Adolf Hitler, hai passato ogni misura!”. (Qui il pensiero corre al Mickey Rooney/Mr. Yunioshi di Colazione da Tiffany, quando rimprovera Audrey Hepburn/Holly Golightly per avergli suonato il campanello in piena notte).  Il giovane patito del gioco del Black & White -veniamo così a sapere - era proprio lui: quell’Adolf lì.
 
Altri due flash back. Prima si retrocede al momento in cui lo “stridio da cavalla” [Cfr. "Mia madre alzò nel gran silenzio un dito/... sonò alto un nitrito" in Pascoli, "La cavalla storna", n.d.r.] della mamma di Adolf, Klara, prelude alla nascita della Non Persona (aka Bambino Vuoto), poi a una scena ancora più lontana: quella in cui tira le cuoia la genitrice di Alois, il papà di Hitler. Alois supplica invano la moribonda di non lasciargli appiccicata addosso l’etichetta di figlio illegittimo, ovvero di rivelargli il nome di suo padre. La donna non si commuove e porta il segreto con sé nella tomba. Lì per lì Alois si dà per vinto, ma ventinove anni dopo ci ripensa e si procura dei finti testimoni analfabeti, disposti a giurare che un padre l’ha avuto anche lui: Georg Hitler. Da quel momento in poi potrà dismettere per sempre il fasullo cognome precedente: Schicklgruber.
 
Ci spostiamo al 3 gennaio 1903. Babbo Alois è decisamente scontento del giovane Adolf perché è stato bocciato e ha una testa da anarchico. Nessuno gli ha spiegato – come a noi Daniel Pennac in questi giorni - che un cattivo profitto scolastico non necessariamente impedisce di farsi un nome:-). Quel cretino, tra l’altro, da un lato si lascia picchiare senza batter ciglio, dall’altro si vendica incendiandogli gli alveari…  (“Si cresce così, opponendosi”, spiega il Narratore Onnisciente).
 
Ulteriore flash forward: sul sentiero che scende a Leonding, stavolta il lupo Fenrir cerca di impressionare direttamente Alois (così impara a non credere alle Apparizioni Magiche!). Alois, per lo sgomento, crolla a terra. Qualcuno lo trascina all’osteria, dove poco dopo esala l'ultimo respiro. Sopraggiunge il giovane Adolf che, lì per lì, si mette a piangere, poi, sul bancone dell’osteria, scorge il lupo Fenrir: per risultare inquietante al massimo, l'animale stringe adesso tra le zanne la testa decapitata [sic, p. 23 (forse la testa senza testa del padre della persona non persona, n.d.r.)] di Alois…
"Il padre non fa la differenza", osserva il Narratore Onnisciente. E aggiunge:
"Il padre non spiega nulla".
(Continua)
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(Immagine da www.webalice.it/.../BAMBINO%20HITLER.jpg )
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lunedì, marzo 03, 2008

RISPOSTA AL COMMENTATORE NUMERO 2

Scrive l'anonimo autore del commento n.2 al post di ieri a proposito delle affermazioni Sturm und Drang del cardinale Tonini sull'omosessualità:
"Io sono gay e lo sono FELICEMENTE. Essere GAY non è affatto RASSEGNARSI O ESSERE IN DISORDINE. Conosco decine e decine di gay che hanno un ordine ben superiore a quello che io definerei caos vaticano..."
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Questa la mia risposta:
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"Figurati se non sono d'accordo con te. Un conto sono i pedofili, ai quali la società non può NON chiedere di reprimere i propri impulsi, un conto sono le interferenze indebite nella sessualità dei privati cittadini, i quali hanno ogni diritto di amarsi e godere come più a loro piace, laddove non vi sia coercizione o danno per nessuno. Non si capisce a chi giovi che un omosessuale rinunci all'esplicazione della propria sessualità. Tra adulti e consenzienti  né stato né religione dovrebbero mettere il dito."
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Ripropongo, sul tema della diversità, una mia ironica fiaba in versi:
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   SCHERZI DI NATURA
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C'era una volta
un brutto cigno.
Poveretto,
aveva il collo
taurino!
Un giorno
incontrò un toro
assai ridicolo:
poveretto,
aveva un collo
da cigno!
Il cigno
lo guardò
con aria arcigna,
poi prese il toro
per le corna
e disse:
“Madre Natura
si è divertita
alle nostre spalle... ”.
“Mi pare evidente”,
convenne il toro
con aria scornata.
“Be'”,
disse il cigno. 
“Non prendiamocela.
Non ne vale la pena.
In fondo
siamo solo
degli innocenti
scherzi di natura!”
 
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sabato, marzo 01, 2008

TONINI CONTRO TATANGELO: LUCRA SU DISGRAZIE E DIVERSITÀ:-)

AGGIORNAMENTO AL POST PRECEDENTE:

Da:  http://www.papanews.it/dettaglio_interviste.asp?IdNews=6073#a


Sanremo, il Cardinale Tonini 'scomunica' la canzone della Tatangelo: “Strumentalizza e danneggia gli omosessuali”

di Bruno Volpe
CITTA’ DEL VATICANO - Sanremo non vuol dire solo musica ma anche critiche. Se ne saranno resi conto Pippo Baudo (dall’alto della sua esperienza) e Piero Chiambretti, i conduttori di questa edizione, che ben presto hanno dovuto fare i conti su un vorticoso calo degli ascolti. Che il Festival di quest’anno non piaccia agli italiani? Difficile dirlo, anche se non sembrano esserci particolari entusiasmi all’interno stesso dell’entourage Rai. Di sicuro, la kermesse nazional-popolare non è di gradimento del Cardinale Ersilio Tonini, che ha trovato particolarmente di cattivo gusto l’ammissione in gara della canzone ‘Il mio amico’, che tratta una storia tra omosessuali, della super-favorita Anna Tatangelo.
Allora, Eminenza, ci illustri le Sue perplessità.
"Ad esser sincero, anche per l'età piuttosto avanzata (questo illustre porporato ha 93 anni, ndr) vado a letto presto e non guardo il Festival, ma ho sentito ugualmente parlare della canzone della Tatangelo. Ritengo che un tema così scottante, così delicato e tanto controverso come l’omosessualità non possa essere oggetto di una canzonetta. Mi sembra assurdo, oltre che offensivo verso gli omosessuali stessi, fare di questa diversità l’oggetto di un concorso televisivo. Ma si sa, oggi si sacrifica tutto sull'altare dell'audience, sia per rendere il prodotto più morboso e prurigginoso, sia per riempirsi il portafogli ai danni di quella parte debole che si pretende, falsamente e con ipocrisia, di difendere. Non ho dubbi: boccio su tutta la linea la canzone di Anna Tatangelo quella canzone, e penso che neppure ai gay piacerebbe".
Il Suo è davvero un giudizio molto severo, una vera e propria stroncatura…
"Parlo così in difesa degli omosessuali. Ma, aggiungo, anche se oggi ormai vale tutto e la morale sembra non contare più nulla, non è plausibile che un argomento delicato come quello dell’omosessualità, sia pure in termini musicali, venga trattato in prima serata, e per giunta al Festival di Sanremo, durante la cosiddetta ‘fascia protetta’, quando cioè ci sono milioni di bambini e adolescenti davanti alla Tv. Così si lanciano messaggi sbagliati”.
Lei sembra davvero avere molto a cuore i problemi degli omosessuali.
“Guardi, sono stato parroco a Salsomaggiore, e le assicuro che i ‘diversi’ vivono un grandissimo dramma interiore, per questo mi dà fastidio che si speculi su di loro. Dio solo sa quanti di essi mi hanno chiesto aiuto piangendo per uscire dalla loro diversità o, comunque, per essere aiutati a superare i pregiudizi della gente. Con questo non voglio dare giustificazioni all’omosessualità, perché si tratta comunque di una
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                                    tendenza contro-natura
               e di un gravissimo disordine mentale ed esistenziale,
 
ma è palese che i gay vivano una
                                    immensa tragedia interiore".
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Cardinale Tonini, dalle Sue parole emergono accoglienza e fermezza.
"Nutro verso gli omosessuali, come del resto fa la Chiesa, dolcezza, carità e misericordia. Ma con ciò non legittimo l'omossessualità sotto l'aspetto etico. Chi sbaglia nei confronti dei gay è chi scrive racconti e canzonette per
. 
                                   lucrare sulle loro disgrazie"...
[eccetera]
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Insomma: gay, alla lettera, vorrà anche dire "gaio", ma per Gigi D'Alessio e il cardinale Tonini un giovane che scopra  di essere gay ha ben poco da stare allegro, in realtà. Meglio che si rassegni fin da subito, anzi, a sentirsi uno SCHERZO DI NATURA:- /
postato da: Lioa alle ore 16:45 | link | commenti (5)
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