Cazzeggi letterari

"Chi scrive libri", ammonisce Karl Kraus, "lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo."

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venerdì, ottobre 31, 2008

RITORNO ALL'AIO

Nel divertente post "Una riforma molto innovativa" leggibile qui, dopo aver ricordato i noti provvedimenti per un ritorno al grembiulino, al maestro unico e al tempo semi-vuoto, Luca Tassinari si permetteva di concludere:

«Sono sicuro che la ministra della Pubblica Istruzione apprezzerà i miei suggerimenti per riformare la scuola in senso ancora più drasticamente innovativo, suggerimenti che vado lesto a elencare:

- Obbligo di tenere le mani dietro la schiena mentre la maestra spiega.
- Recita di una preghierina (cattolica, ovvio) all’inizio delle lezioni.
- Abolizione dell’insegnamento di qualsivoglia lingua straniera.
- Uso obbligatorio di penna e calamaio.
- Abolizione dei quaderni a fogli mobili.»

In un mio commento, mi permettevo a mia volta di fargli notare:

«Luca, sei sciocco quanto la Gelmini. La vera soluzione è il

                               ritorno all’aio.

E non mi riferisco all’associazione italiana odontoiatri, ma a :
http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/A/aio.shtml »

(Lucio Angelini Says:

postato da: Lioa alle ore 09:02 | link | commenti (9)
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giovedì, ottobre 30, 2008

VITA DA AUTORE CHE SI È FATTO UN NOME

Dedico a Sergio, mio commentatore di ieri, uno stralcio da "Canti del caos" di Antonio Moresco. Potremmo intitolarlo "Vita da editore":

"... succede sempre così, non appena scoprono che sono un editore. Dovunque vada, in qualunque posto. Mi fermano per strada, mi rifilano un dattiloscritto mentre sono fermo a un incrocio col finestrino dell'auto abbassato, buttandolo dentro da una macchina ferma di fianco, allo stesso incrocio. Sono già seduto sopra la tazza, in un cesso pubblico, quando l'inserviente bussa alla porta. 'Dottore, ha dimenticato la carta!' dice gentilmente da fuori. Saltello a piedi uniti e coi calzoni abbassati fino alla porta, metto fuori la mano, prendo il segmento di carta ripiegato tre o quattro volte. Lo apro: c'è sopra l'epopea romanzata [probabilmente un romanzo new italian epic, n.d.r.]di un venditore porta a porta di fon per le orecchie... scritta in soli tre giorni e in stato di trance, si assicura nella premessa, dopo aver subito l'amputazione di un papilloma al glande..."

(Da Antonio Moresco, 'Canti del caos')

Nemmeno la vita di uno scrittore che si sia fatto un nome o uno pseudonimo, comunque, dovrebbe essere granché divertente, a giudicare da quanto Wu Ming 1 lamenta qui :

«Quando hai un minimo di fama (meritata o meno che sia, su questo ai posteri l’ardua sentenza), un sacco di conoscenti, anche vaghi, si autopromuovono parassitariamente a “grandi amici”

(Ce l'aveva con gli 11.353 iscritti a Giap*, naturalmente.)

--

[* http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap1_IXa.htm  ]

postato da: Lioa alle ore 00:57 | link | commenti (12)
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mercoledì, ottobre 29, 2008

PAOLO GIORDANO E I GRIMALDELLI DELLA VITA

«I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi... [cut]... In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l'11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli... Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.»  [pp. 129.130]

«L'amore di Denis per Mattia si era consumato da solo, come una candela dimenticata accesa in una stanza vuota, e aveva lasciato il posto a un'insoddisfazione famelica. A diciannove anni, nell'ultima pagina di un giornale della zona, Denis aveva trovato la pubblicità di un locale gay, l'aveva strappata e aveva conservato il brandello di carta nel portafoglio, per due mesi interi. Di tanto in tanto lo srotolava e rileggeva l'indirizzo che già conosceva a memoria... Una sera che pioveva c'era andato, senza neppure deciderlo sul serio... Si era seduto al bancone, aveva ordinato una birra chiara e l'aveva sorseggiata piano... Un tizio si era avvicinato dopo non molto e Denis aveva deciso che ci sarebbe andato, ancora prima di guardarlo in faccia... Dentro il bagno il tizio gli aveva sollevato la maglietta sulla pancia e si era piegato in avanti per baciarlo, ma Denis l'aveva scansato. Si era inginocchiato e gli aveva sbottonato i pantaloni. L'altro aveva detto accidenti quanto corri, ma poi l'aveva lasciato fare. Denis aveva chiuso gli occhi e aveva cercato di finire in fretta...» [pp.163-164]

«Alice li guardò salire in macchina e Viola le lanciò un'occhiata da dietro il finestrino. Di sicuro avrebbe subito detto a suo marito di lei, di come fosse strano essersela trovata lì. L'avrebbe descritta come l'anoressica della sua classe, quella zoppa, una che lei non aveva mai frequentato. Non gli avrebbe detto della caramella, della festa e di tutto il resto. Alice sorrise al pensiero che quella potesse essere la loro prima mezza verità di sposi, la prima delle minuscole crepe che si formano in un rapporto, dove presto o tardi la vita riesce a infilare un grimaldello e fare leva... » [ p. 197]

Eccetera.

postato da: Lioa alle ore 07:33 | link | commenti (13)
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martedì, ottobre 28, 2008

TIZIANO SCARPA: STABAT FILIA DOLOROSA...

«Negli anni sessanta del secolo scorso, il reparto di maternità dell’Ospedale Civile di Venezia si trovava nella sede dell’antico Ospedale della Pietà. Io sono stato partorito in quell’edificio, sono nato nelle stanze dell’ex orfanotrofio, dove Vivaldi insegnava e dirigeva le sue allieve, componendo per loro un’infinità di concerti e musiche sacre. Per me questa coincidenza è stata una specie di ammonimento del destino, un sigillo all’origine della mia fantasia, del mio pensare attraverso personaggi diversi da me… Da tanto tempo desideravo offrire un tributo alla musica del mio compositore preferito e alla malinconica sorte delle sue allieve. La Pietà era una delle quattro istituzioni della repubblica veneziana in cui venivano allevate le piccole orfane, per dare loro un’educazione, un mestiere e una possibilità di inserimento sociale, non solo attraverso il matrimonio ma anche concedendo loro di impartire lezioni private di musica. Alcune delle ragazze facevano parte dell’organico musicale di quegli istituti, che richiamava pubblico, benefattori e donazioni per il sostentamento degli orfanotrofi. Grazie alla loro eccezionale maestria esecutiva, le musiciste della Pietà attraevano ascoltatori da tutta Europa, soprattutto nei decenni in cui don Antonio Vivaldi prestò il suo impareggiabile estro all’istituto… Le musiciste della Pietà suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la sagoma ma non permettevano di scrutarne i volti… [CUT]... Il mio libro è colmo di clamorosi anacronismi. Ne menziono solo un paio: né lo splendido oratorio Juditha triumphans, né tantomeno i concerti delle Quattro Stagioni sono stati composti nei primi anni dell’insegnamento di Vivaldi alla Pietà, come le mie pagine lascerebbero intendere. La lista delle incongruenze di Stabat Mater sarebbe molto lunga e costellata di gravi falsificazioni. Basti dire che ne sono perfettamente consapevole; chiedo indulgenza agli storici e agli estimatori di Vivaldi. Mi sono preso la libertà di fantasticare a partire da una suggestione storica, senza badare troppo alla verosimiglianza documentaria… »
 
Così Tiziano Scarpa alle pgg 139-142 della sua ultima opera narrativa: Stabat Mater, Einaudi 2008.
 
«Il tuo Vivaldi è come una fiammata di vita in un deserto. È stato così anche per te, in qualche modo?» chiede Monica Capuani a Tiziano nell’intervista leggibile qui http://www.ilprimoamore.com/testo_1160.html . E Tiziano:  «Io sprofondo nella sua musica scura quando mi assale il fantasma dei bambini che non ho avuto. » 
 
Stabat Mater racconta la storia della violinista Cecilia, che di notte scrive lettere allucinate alla madre mai conosciuta e parla con una specie di testa di Medusa dai capelli di serpente. “È un'amica immaginaria che non la consola affatto, ma la punzecchia, la rimprovera, la sprona. La morte ci prende in giro. Dobbiamo essere alla sua altezza” (Tiziano Scarpa, stessa intervista citata sopra).
 
Ecco un “compact” dal libro:
 
“Signora Madre, vi è mai capitato di immaginarmi? Vi siete mai chiesta come ho trascorso i miei primi anni di vita?... Volete sapere come mi sento quando sto male?... Esiste al mondo una persona meno sola di me?... Molte di noi vengono abbandonate nella nicchia dell’Ospitale con un segnale addosso. Sono piccole medaglie tagliate a metà, o pezzi di immagini sante, strappate in modo che non vi siano dubbi sull’identità di chi si presenta a riprendersi la figlia, portando la metà del segnale perfettamente combaciante con quella custodita nei registri dell’archivio. Signora Madre, avete fatto lo stesso anche voi?... Perché si nasce? Perché mi avete fatta nascere, Signora Madre?... Noi siamo una parvenza che secerne musica… Signora Madre, sono disperata. Qualcuno ha scoperto le lettere che vi ho scritto e le ha rubate… I giorni passano senza senso… Don Antonio, il nuovo insegnante di violino e compositore dell’Ospitale, ci porta la musica che ha scritto… Passo la vita in estraneità totale, non me ne importa niente degli altri, non riesco a interessarmi alle preoccupazioni delle mie compagne, non partecipo alle loro beghe, non ascolto i loro pettegolezzi… Oggi, alle prove, don Antonio ci ha chiesto se abbiamo mai visto arrivare la bella stagione in campagna… Tutta la città è rimasta conquistata dai concerti sulle stagioni… Ieri abbiamo suonato per il re di Danimarca… Don Antonio ha voluto che fossi io a suonare la parte principale a due violini insieme a lui… Don Antonio prepara musica per tutte le occasioni, sposalizi, funerali, feste e lutti. Sono sicura che lo faccia in anticipo, senza aspettare una richiesta specifica… traduce tutti i suoi umori in musica, li fa ascoltare e la gente s’infervora… Canteremo la storia di Giuditta che si offre al capo dei nemici per salvare il suo popolo, entra nella tenda di Oloferne per concedergli il suo amore e invece gli taglia la testa… so che da un momento all’altro potrebbe arrivare don Antonio a chiacchierare con me per qualche minuto… Signora Madre, don Antonio non viene più a trovarmi di notte, a parlare con me su questo gradino… Signora Madre, sono sconvolta. Il mio sangue mensile è in ritardo… Alle prove non rivolgo mai lo sguardo a don Antonio. Ricevo ordini e obbedisco… Signora Madre, questa è l’ultima volta che vi scrivo…»
.
Lo STABAT MATER di Tiziano Scarpa verrà presentato oggi pomeriggio qui a VENEZIA al Caffè Ateneo di Ca’ Foscari, Dorsoduro 3246, alle ore 17.30. 
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lunedì, ottobre 27, 2008

INFANZIA DI ANTONIO CANOVA

Francois Xavier Fabre - Ritratto di Antonio Canova (particolare) - 1812 - Museé Fabre – Montpellier

(F. X. Fabre, ritratto di Antonio Canova)

Giorni fa Marco Lodoli, alla biblioteca di Mestre, accennava alla "deiezione dell'essere", quel sentirsi un po' buttati nella vita in un punto casuale del tempo e dello spazio, a chiedersi con un filo d'angoscia "Che ci faccio qui?"...

Ebbene, ad Antonio Canova capitò di nascere, ovvero di essere scaraventato nella vita, in un oscuro punto della pedemontana del Grappa: il paesino di Possagno, tutt'altro che l'ombelico del mondo. Poi capitò di rimanere orfano del padre a quattro anni. Poi capitò che la madre si risposasse e andasse ad abitare in una cittadina un po' più in là, lasciandolo a Possagno abbarbicato al nonno Pasino... 

Come sperare, con quelle premesse e dati i tempi (si era alla metà del Settecento), senza nemmeno l'aiuto di un programma televisivo quale l'odierno "L'isola dei Famosi",  di poter diventare una celebrità mondiale?

Invece fu esattamente questo il miracolo che capitò al giovane Tonin... dotato, bisogna aggiungere, di un enorme talento naturale.

Come riuscì ad affinarlo ed esprimerlo? Per brevità, vi rimando a Wikipedia:

 http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Canova#Infanzia_e_adolescenza:

«È famoso l'episodio che narra di un giovane artista che, verso i sei o sette anni di età, durante una raffinata cena di nobili personalità veneziane nella villa di Asolo del senatore Giovanni Falier suscitò enorme meraviglia fra gli invitati incidendo nel burro in breve tempo, ma già con grande maestria e bravura, la figura di un leone. Il padrone di casa, intuendo le grandi potenzialità artistiche ed il grande talento del giovane, si interessò personalmente del suo futuro, avviandolo allo studio e ad una idonea formazione professionale. All'età di undici anni Canova iniziò a lavorare a Pagnano d'Asolo, in uno studio di scultura di Giuseppe Bernardi Torretti, non molto lontano da Possagno. Furono certamente quelli l'ambiente e la scuola d'arte che fecero crescere artisticamente il piccolo Tonin. Tramite i suoi maestri, i Torretti, Canova ebbe modo di essere introdotto nel prestigioso mondo veneziano, già ricco di molti fermenti artistici e culturali, ma ancora di influenza Rococò. Nella città di Venezia egli approfondì e studiò il disegno, frequentando la scuola di nudo dell'Accademia dove si esercitava, facendosi ispirare dai calchi in gesso della Galleria di Filippo Farsetti... »

Eccetera.

Sabato scorso, stuzzicato dalla mostra "LA MANO E IL VOLTO DI ANTONIO CANOVA", mi sono recato a Possagno. Come dire che, anziché in discoteca, mi sono scaraventato in gipsoteca. E sulla parola gipsoteca vi raccomando il divertente articolo: «Possagno e lo scherzo di Antonio Canova agli americani». Qui:

http://www.italiaplease.com/ita/megazine/giroditalia/gorizia/

Ha scritto Evelina Bergamasco su IlSole24Ore:

«Una serie di ritratti che sorprende e che si conclude nell'ultima sala con un'esposizione particolare, che regala alla mostra un tocco vagamente macrabo, ma dalla storia affascinante: la mano destra di Antonio Canova. Una sorta di "reliquia" che torna a Possagno dall'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove è stata custodita negli ultimi 180 anni. Al momento della morte di Canova, nel 1822, la sua salma fu smembrata secondo una tradizione riservata ai principi e agli imperatori. Il corpo fu portato nel Tempio di Possagno, la mano all'Accademia di Venezia e il cuore alla chiesa dei Frari, sempre a Venezia. La mano ora torna a Possagno e verrà custodita nella teca realizzata dal vincitore del concorso indetto dall'ateneo.»

Al momento la mano di Canova è perfettamente visibile in una saletta della casa-museo, immersa in un liquido di colore giallastro. Effettivamente fa un po' senso:- )

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(Immagine da www.museocanova.it )

postato da: Lioa alle ore 08:10 | link | commenti (4)
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venerdì, ottobre 24, 2008

INFANZIA DI UN ANGELO

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Dalla raccolta "Nuvole a colazione", Panini Ragazzi, Modena, 1995, estraggo e vi propongo il mio racconto "INFANZIA DI UN ANGELO".
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INFANZIA DI UN ANGELO, di Lucio Angelini
 
Dopo essere stato petrolio, lepre, felce, Anselmo si era incarnato adesso in un delizioso bambino dagli occhi viola, al centro di una moltitudine di messaggi che parevano emanare contemporaneamente da tutti gli oggetti e da tutte le persone verso di lui. Questo, almeno per un po’, gli fece confusione. Non era facile isolare uno alla volta gli elementi di quelle sue percezioni globali per metterli in opposizione o farli concordare con altre percezioni dello stesso ordine.
Un giorno vide un triangolo rosso e un quadrato rosso e capì che cos’era il rosso. Un altro giorno vide un bambino nero e un bambino giallo, e capì che cos’era un bambino. Un venerdì gridò forte, batté forte, saltò forte, lanciò forte la palla e capì che cosa volesse dire forte.
Poco a poco capì che, nel mondo, c’erano delle cose forti, dure, pesanti, calde, grandi, lontane, alte… e altre deboli, molli, leggere, fredde, piccole, vicine, basse, sottili, lente. Era un mondo fatto di più e di meno, di destra e di sinistra, di dentro e di fuori. Ma che fatica organizzare lo sfarfallio delle qualità delle cose!
C’erano uomini grandi e piccoli: il suo babbo era enorme, la mamma gli arrivava alla cinta, ma a sua volta lui arrivava alle ginocchia della mamma. E avevano una macchina che andava veloce, ma che poteva anche rallentare e fermarsi, se lui chiedeva di fare la pipì.
Potevano scegliere di andare verso il mare o verso le colline, da soli o invitando anche la cugina Clementina.
Clementina sapeva quanto lui che tra avere una caramella e non averla c’è una bella differenza: una caramella era ben diversa da niente caramelle, zero caramelle. Un giorno parlarono, appunto, dello zero. Clementina gli confessò che, per lei, lo zero assomigliava al silenzio, all’assenza di rumori, o al buio, in cui non si vedeva più niente.
 
Quando arrivarono in spiaggia, si divertirono a riempire di acqua di mare o di sabbia le bottiglie vuote dell’aranciata.
“Guarda, è piena!”, si dicevano, oppure: “Adesso è vuota”, o anche: “È quasi piena”. Dalla luce e dal silenzio potevano sbocciare infiniti rumori e colori. E se volevano muoversi, dopo aver giocato alle belle statuine (Anselmo, a dire la verità, detestava stare assolutamente immobile) potevano camminare, correre, saltellare, arrampicarsi, per poi fermarsi di nuovo. Potevano girare la testa senza coinvolgere il resto del corpo, agitare i piedi senza muovere le ginocchia, roteare gli occhi tenendo ferma la testa. Se si stendevano sulla sabbia, vedevano le loro pance abbassarsi ed alzarsi, ma lasciavano che si sbizzarrissero liberamente, senza comandarle. Sentivano l’aria entrare dalle narici, scendere nella gola, scivolare giù… giù… sempre più giù, nel petto e nei polmoni.
 
Quando fu un po’ più grande, Anselmo prese a seguire una serie televisiva su un orfanello piovuto da un pianeta lontanissimo, a forma di barattolone variopinto. Il piccino disponeva di armi micidiali: missili perforanti, tuoni spaziali, boomerang elettronici, lame rotanti, disintegratori paralleli, senza contare un’alabarda spaziale e un doppio maglio anch’esso perforante. Il personaggio gli piaceva, ma non lo sbalordiva. Soprattutto, lo seccava ritrovarlo nei libri, nelle figurine, nei pupazzi, nei quaderni, nel diario, nelle gomme americane, nelle penne, nel temperamatite, sui cuscini, nelle lenzuola, nei panini, nei biscotti, nelle patatine fritte, nei puzzle, nei giochi, nei dischi.
I suoi genitori, le sue zie, gli amici che invitava alle feste di compleanno gli regalavano un sacco di giocattoli.
Giocando, anche Anselmo si trasformava ogni volta, inesorabilmente, nell’oggetto con cui era alle prese, fosse un’automobile o un aereo o un missile.
Le favole tradizionali lo avevano già stancato. Che gusto c’era, per esempio, a svegliare con un bacio una ragazza addormentata? A lui la cosa aveva fatto anche un po’ schifo, quando l’aveva sentita raccontare per la prima volta.
 
L’infanzia stava ormai per finire.
Anselmo aveva capito da un pezzo che si poteva volere e non volere, accettare e rifiutare.
Dopo le elementari, passò alle medie.
Studiò che Alessandro Magno aveva fondato la città di Alessandria, Romolo quella di Roma.
 
Ormai nella magia non credeva più. C’era questa realtà, adesso, intorno a lui. Se la sentiva colare addosso: gli colava dagli scherzi crudeli di certi compagni malevoli, dalla televisione, dai giornali, dai discorsi della gente.
Non capiva perché mezzo mondo fosse in guerra. Perché lui fosse pulito e lustro, col giubbottino alla moda, mantenuto e accudito dai suoi genitori, e gli zingarelli all’angolo delle strade sporchi e laceri, costretti a raggranellare loro i soldi per mantenere gli adulti, mica gli adulti per mantenere loro. La professoressa di lettere diceva che “diverso è bello”, che le culture “hanno pari dignità”: be’, a lui, francamente, una cultura fatta di adulti-che-sfruttano-i-bambini, di bambini-che-mantengono-gli-adulti pareva solo diversa, non necessariamente anche bella.
Il telegiornale vomitava notizie di violenze sconvolgenti: bambini gettati nei cassonetti, schiavizzati, trascurati, violati, abbandonati, disamati.
 
Alessandro Magno aveva fondato la città di Alessandria? Romolo quella di Roma?
Be’, perché no? Forse, da grande, avrebbe potuto fondare anche lui una città: Anselmia, la città dei ragazzi, in cui avrebbe accolto tutti i bambini maltrattati e senz’amore, perché vi trovassero amicizia e protezione.
Sarebbe stata una città bellissima, disposta attorno a un grande giardino rotondo, difesa da mura altissime: un incredibile laboratorio in cui sperimentare forme di convivenza “diverse e belle”.
L’egoismo, l’invidia, la prepotenza avrebbero continuato ad assediarla, minacciandola coi loro sinistri arieti. Non sarebbe stato semplice, probabilmente, respingerne gli assalti. Ma ci avrebbe provato.
Certo… sì, era ancora piccolo, doveva studiare molto, prepararsi, accumulare competenze, sviluppare e migliorare il progetto curandolo in tutti i suoi dettagli, renderlo concreto, nitido, il meno fumoso possibile, farlo uscire dall’indeterminatezza.
Ma si sentiva sorretto da una grande vitalità, da una grande energia positiva, anche se non capiva bene di dove gli provenisse.
Un giorno gli venne addirittura il sospetto di essere un angelo, una di quelle creature meravigliose inviate quaggiù a dare una mano agli uomini, immemori esse stesse della propria natura.
Ma si vergognò di quella fantasia.
Forse era solo un gran presuntuoso, un fanfarone.
Non per questo, però, avrebbe gettato la spugna o si sarebbe arreso, rinunciando al suo sogno.
postato da: Lioa alle ore 06:22 | link | commenti (4)
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giovedì, ottobre 23, 2008

FERRATA TRUPPE ALPINE AL COL DEI BOS

(Lucio Angelini in sosta sotto la rustica croce di Punta Lagazuoi)

Una divertente ferrata che ho percorso di recente è quella denominata "Truppe alpine al Col dei Bos" [nulla a che vedere con i boss della mafia, ovviamente. N.d.r.]".  È una ferrata nuova di zecca, non ancora inserita nelle carte topografiche della zona, impegnativa solo nel primo tratto, poi di media difficoltà. Da Cortina si segue l'indicazione verso il passo Falzarego. Si lascia l'auto al parcheggio del ristorante-bar Strobel, a un chilometro circa dal passo. Si imbocca il sentierino verso i ruderi della I guerra mondiale sotto le Torri del Falzarego e in circa 20-30 minuti si arriva all'attacco della ferrata. Qui una descrizione con foto:

http://www.vieferrate.it/ferratacolbos.htm

Una volta conquistata la Piramide del Col dei Bos, l'escursione  può proseguire in direzione rifugio Lagazuoi, poi di Punta Lagazuoi. Il ritorno al passo Falzarego avviene scendendo l'erto ma sfizioso sentiero del Kaiser.

Qui l'anello completo dell'interessante escursione:

http://www.giscover.com/tours/tour/display/6372

Ieri sera, nella riunione tenutasi alla sede della Giovane Montagna di Venezia

http://www.gmvenezia.it/

l'ho proposta per il calendario-uscite 2009 (con buona pace di Wu Ming1 che proprio ieri mi ha accusato di essere poco propositivo). È stata collocata in data 13 settembre, ma non ditelo a nessuno. La notizia non è ancora ufficiale:-)

--

(Foto di M. Benedetti)

AGGIORNAMENTO SULLA PARTIGIANA LIPPERINI

Il lettore che visitasse OGGI il commentarium al post

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/10/22/trilogie-e-altre-letture/

vedrebbe ancora in bella evidenza tutti gli insulti a me diretti, ma non più le mie repliche.

W la partigiana Lipperini. W il coraggio della viltà.

Ecco una replica ***cancellata con solerzia*** a proposito dell'AMICO IMMAGINARIO:

«Se mi permetti, cito il contenuto delle mail private che mi hai inviato negli ultimi anni. Certo, non ci siamo mai visti, ma la rete consente scambi di idee senza bisogno di toccarsi fisicamente (e di toccare te è l'ultima cosa di cui ho bisogno). Sei un finto-sinistro, un furbacchione, un superstronzo, e mi detesti perché ho sputtanato le tue fumisterie miserande

Postato Giovedì, 23 Ottobre 2008 alle 1:06 am da Mondic

E un'altra riguardante l'inno a se stesso di WM 1 ("Viva l’occhiata selvaggia, allora, perché ogni volta rinnova e “ricarica” il mondo, oltre le miserie del presente"):

«Se le opere che ricaricano il mondo fossero tutte come Manituana, ci sarebbe di che slogarsi le mascelle dagli sbadigli.» [Cfr. il parametro WHAT IF, n.d.r.]

Postato Giovedì, 23 Ottobre 2008 alle 12:09 am da Mondic

postato da: Lioa alle ore 08:41 | link | commenti (7)
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mercoledì, ottobre 22, 2008

GLI EDITORI COME LA MADONNA DI LOURDES

«... nella mia visione gli editori sono un po' come la Madonna di Lourdes. Vedono arrivare da ogni parte folle di anime dolenti, schiere di scrofolosi della penna, di derelitti fiaccati dalla tabe letteraria... ogni tanto ne miracolano qualcuno e tutti gli altri ritornano a casa tali e quali... »

(Dall'intervento di Lucio Angelini a Fano il 10 ottobre, in occasione della presentazione di "Nero Marche")

http://lucioangelini.splinder.com/post/18697827/%22VISIONI+E+SOFFERENZE+SEMPRE%2C+

--

(Immagine da http://img.dailymail.co.uk/i/pix/2008/02_02/pilgrimage2EPA_468x312.jpg )

postato da: Lioa alle ore 07:35 | link | commenti (12)
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martedì, ottobre 21, 2008

MARCO LODOLI E I LIBRI DEGLI ALTRI

La Biblioteca Civica di Mestre ha promosso un breve ciclo di incontri, curati dallo scrittore Enrico Palandri, in cui alcuni esponenti del panorama culturale nazionale sono invitati a raccontare la propria esperienza come lettori. La serie si intitola "I LIBRI DEGLI ALTRI", in omaggio al Calvino de I libri degli altri (Torino, Einaudi, 1991, p. 645: “Il massimo del tempo della mia vita l'ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento”, Italo Calvino.)

Il primo ospite, ieri pomeriggio alle 18.00, è stato lo scrittore Marco Lodoli. Venerdì 31 toccherà al giornalista Marino Sinibaldi, il 6 novembre alla poetessa Patrizia Cavalli e il 20 novembre al saggista e critico letterario Alfonso Berardinelli.

Di Marco Lodoli ricordavo alcune recenti puntualizzazioni in Lipperatura:

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it:80/lipperatura/2008/04/23/new-italian-epic/

proprio negli stessi commenti in cui Loredana, che ha più o meno il sense of humour di un paracarro, annunciava la mia definitiva cacciata da quel blog. Dichiarava Lodoli:

«Magari è vero, magari la nueva hola è l’epica, però non dimentichiamoci che il più bel romanzo italiano dell’anno, il più profondo e imprevedibile, è “La solitudine dei numeri primi”, tutto centrato sullo sgomento della vita, su un’interiorità sofferta, su due esistenze malinconicamente separate dal mondo. Insomma, la letteratura crea tensioni generali, spinte collettive, scuole e etichette, però poi arriva un ragazzo di venticinque anni che va per conto suo e scrive un capolavoro. Un caro saluto agli epici e ai lirici, Marco Lodoli

Postato Sabato, 26 Aprile 2008 alle 9:13 pm da marco lodoli»

E anche:

«Ho cominciato a pubblicare in un’epoca in cui andava molto di moda il minimalismo americano. Poi c’è stato il postmoderno, l’avantpop, il romanzo storico, il noir, ora la nuova epica. Poi verrà altro, è il lavoro del mondo produrre forme nuove. Non credo però di essere in grado di adeguarmi a ogni nuova folata. Credo invece di poter continuare, con molta fatica e purtroppo con modesti risultati, a dare forma a certe vaghe intuizioni sulla vita che mi accompagnano o mi perseguitano fin da quando ero adolescente. Tutto qui. Kubrick non è il mio regista preferito. Mi sono sempre sentito più in sintonia con Fellini o con Bergman. Comunque chi è bravo a raccontare l’epica attuale lo faccia senza alcuna esitazione e senza preoccuparsi di chi bravo non è. Io lo leggerò con molto interesse. Un saluto da Marco Lodoli

Postato Lunedì, 28 Aprile 2008 alle 12:27 pm da marco lodoli »

E anche:

«In Italia, tra il ‘93 e il 2008, sono stati scritti eccellenti libri che magari con l’assunto del nuovo romanzo epico non c’entrano nulla. Penso ai romanzi e ai racconti di Michele Mari, di Claudio Piersanti, di Giulio Mozzi, tanto per citare tre autori che apprezzo moltissimo. Artisti che stanno fuori dal seminato, non per scelta o per superbia, ma semplicemente perché hanno scritto le uniche cose che potevano scrivere, senza badare granché ai flussi e riflussi. Solo questo sostengo: che la letteratura è fatta di singolarità irriducibili a uno schema, che i migliori quasi non sanno dove e come va il mondo dell’espressione. Tirano dritto perché nulla li può distrarre o convincere. Un caro saluto da Marco Lodoli

Postato Lunedì, 28 Aprile 2008 alle 5:47 pm da marco lodoli »

E infine (dopo vari attacchi di sapientoni del Nie):

«Vabbè, finiamola qui. Ognuno segua la sua strada e buona fortuna a tutti.

Postato Martedì, 29 Aprile 2008 alle 10:03 pm da marco lodoli »

Di Marco Lodoli avevo presente anche una curiosità: aveva aiutato a esordire (per le edizioni Theoria) un giovane autore che gli aveva inviato un racconto promettente: Giulio Mozzi.

(Vedi: http://www.bombasicilia.it/rubriche/?p=808  )

Ma torniamo a bomba. Che cosa ha raccontato, in sintesi, Marco Lodoli della propria esperienza come lettore? Prima di tutto ha ricordato il fatto che, da bambino triste y solitario qual era, cercò subito una compensazione e una prima espansione della realtà (= una prima via di fuga dalla deiezione dell'essere*-°) nella lettura di Salgari. Più grandicello, ebbe un importante incontro formativo: quello con il suo professore di lettere Walter Mauro, critico letterario e di musica jazz, che gli dischiuse orizzonti nuovi. Per esempio un anno gli assegnò in lettura estiva Jonesco e Beckett, e fu così che il giovane Lodoli comprese appieno come la letteratura possa essere ben altro che una mera "copisteria della realtà". Parimenti importante fu l'incontro con i poeti surrealisti francesi (Lodoli ha dichiarato di aver sempre letto molta poesia: Rilke, Saba, Penna, Orazio eccetera). Importanti anche le letture di filosofi e specialisti della meditazione sulle eterne domande leopardiane (che cos'è la vita, che senso ha il dolore eccetera). Quindi Spinoza, Schopenhauer, testi buddisti e via discorrendo. Ha infine confermato di aver aiutato diversi giovani autori a esordire (Giulio Mozzi, Veronesi, la Stancanelli...). Un signore del pubblico gli ha chiesto se avesse letto "Manituana" dei Wu Ming, premio Emilio Salgari 2008. Ha risposto di no, respinto soprattutto dall'argomento (una storia di lealisti e ribelli alle prese con gli indiani irochesi, di cui non potrebbe fregargliene di meno).

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(Immagine da www2.regione.veneto.it/videoinf/giornale/newg... )

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lunedì, ottobre 20, 2008

GENNA MI DÀ RAGIONE

giuseppe genna

Esiste o non esiste un movimento neo-epico italiano? Accanto al fenomeno GOMORRA (libro davvero importante sul piano letterario e sociale) e a ROBERTO SAVIANO ci sono altri autori dotati dello stesso sguardo non OBLIQUO, ma perfettamente DIRITTO (ovvero capace di guardare con fermezza negli occhi del reale)?

Secondo Marco Amici sì:

"Se questa tendenza sia realmente in atto o sia solo espressione della
volontà di potenza del collettivo Wu Ming
[cfr. "Non esiste ciò che esiste, esiste solo ciò di cui si riesce a far parlare", n.d.r.], lo si DIBATTE ASPRAMENTE [ma ci faccia il piacere! mai dibattito fu più masturbatorio, n.d.r.] nei SALOTTI [ma ci faccia il piacere! Maria Bellonci è morta da un pezzo!, n.d.r.] delle lettere italiane. Dal mio punto di vista il New Italian Epic esiste, le istanze che pone sono reali e la sua consistenza letteraria segna una frattura rispetto al passato recente della letteratura italiana."

(Da http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002808.html ) 

Secondo Sergio Garufi il NIE è invece una montatura mediatica cui hanno finito per credere gli stessi montatori.

Di beffa mediatica, nel mio piccolo, avevo parlato anch'io mesi prima. Qui:

http://www.lucioangelini.splinder.com/post/16883086/SMASCHERATA+LA+NUOVA+BEFFA+DEI

Vi asserivo tra l'altro:

"Non c’è New Epic come la Old Epic, e la sola idea che qualcuno abbia tutta questa fretta di autoinserirsi in un preteso siffatto filone mi dà l’orticaria...
Secondo me, per raggruppare e incasellare la produzione letteraria, bisogna che passino periodi più lunghi. Non si fa storia della letteratura scandendola lustro per lustro, ma ripeto, solo secondo me. Se uno vuole, può inventare e archiviare movimenti letterari anche di settimana in settimana. Ciao."
.
Ora leggo in Giugenna:
.
.
"Sono certissimo che la maggior parte dei lettori ha considerato Gomorra per quanto è, cioè un'opera letteraria, che il tempo selezionerà eventualmente tra le opere che rappresentano un'epoca - non possiamo saperlo, la tradizione letteraria del presente non è afferrabile a partire dal presente stesso, dipende molto dalle teste future che leggeranno.»
.
Appunto!
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(Immagine da http://www.mentelocale.it/eventi/contenuti/index_html/id_contenuti_varint_6257 )

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sabato, ottobre 18, 2008

"MAMMA MIA", INDIMENTICABILI ABBA...

La madre, come è noto, è sempre certa, il padre molto meno...

In "Buonasera, signora Campbell", di Melvin Frank con Gina Lollobrigida (1968) un'italiana mette al mondo una bambina durante la guerra, poi le assicura per vent'anni gli assegni di tre ex soldati americani, ciascuno dei quali potrebbe esserne il padre, finché un giorno i tre tornano in Italia...

In "Mamma Mia" di Phyllida Lloyd, versione cinematografica del noto musical imbastito sulle canzoni degli  Abba

http://it.wikipedia.org/wiki/ABBA

abbiamo di nuovo tre possibili padri per una sola fanciulla nata da un'avventura estiva della madre. Alla vigilia del matrimonio della giovane i tre uomini convergono nell'immaginaria isola greca di Kalokairi (ma le location appartengono alle splendide e reali isole di Skiatos e Skopelos)...

Ovviamente la storia è un mero pretesto per calare lo spettatore nel flusso delle canzoni degli Abba, così come in "Across the universe" ci si immergeva in un mare di canzoni dei Beatles. Piacevolmente melenso (ogni tanto bisogna sapersi abbandonare al nazional-popolare americano), vivace, coloratissimo, con una Meryl Streep energetica al massimo, il film ha i suoi apici coreografici al momento delle canzoni MAMMA MIADANCING QUEEN

... You are the dancing queen, young and sweet, only seventeen
Dancing queen, feel the beat from the tambourine
You can dance, you can jive, having the time of your life
See that girl, watch that scene, diggin' the dancing queen..."

[Tu sei la Dancing Queen (regina danzante), giovane e dolce, appena
diciassettenne
Dancing queen, senti il battito dal tamburello
Puoi ballare, puoi scatenarti, goderti la vita
Vedete quella ragazza, guardate la scena, dacci sotto regina danzante]

Per la cronaca è proprio "Dancing Queen" del gruppo svedese degli ABBA, la canzone più gay (1) della storia. "A proclamarla regina dell'immaginario canoro omosessuale sono stati gli utenti del sito SameSame, rivolto alla comunità gay australiana, chiamata a stilare la speciale classifica in occasione del 30esimo anniversario del carnevale gay e lesbico di Sydney. Il motivo - che descrive le sensazioni di una diciassettenne alla ricerca di se stessa nelle danze scatenate del venerdì sera - precede altri due classici della disco music anni '70 e del pantheon melodico omo: I Will Survive di Gloria Gaynor e YMCA dei Village People ".

(Da http://ossigeno.wordpress.com/2008/03/05/dancing-queen-abba-gayest-song/ )

(1) A "drag queen" is a man who dresses (or "drags") in female clothes and make-up for performing or entertaining as a stage artist.

Non c'entra molto col film, ma una ricerca su Google/Image dà velocemente anche questa copertina da The Economist:- )

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venerdì, ottobre 17, 2008

ANGELINOCCHIO E LA FATA LIPPERINA

«Ora immaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quando, aprendo il blog della Fata Lipperina, Angelinocchio si accorse che il suo ultimo commento non era stato cancellato. Dunque non era più considerato un troll di legno? Dunque era stato riammesso al dibattito al pari di tutti gli altri? Andò a guardarsi allo specchio e vide l'immagine vispa e intelligente di un signore coi capelli rasati, cogli occhi verdognoli e un'aria allegra e festosa come una pasqua di rose. In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre, Angelinocchio non sapeva più nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti.

- E il vecchio troll di legno dove si sarà nascosto?

- Eccolo là, - rispose la vocina di Iannozzi; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Angelinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: "Com'ero buffo, quand'ero considerato un troll di legno!... e come ora son contento di essere stato di nuovo scambiato per un commentatore perbene!»(1)

--

(1) Nuntio vobis gaudium magnum: l'ultimo commento di Lucio Angelini in Lipperatura, forse perché sotto il nick "Labuttolì", non è stato (ancora) censurato*-°

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/10/15/le-parole-degli-altri/#comments

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(Immagine da http://files.intellicontact.com/00/07/02/00070251/56c5e31638e0e00314eaade27fcbea70.jpg )

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giovedì, ottobre 16, 2008

LA GIOVINE ITALIA: "PENSIERO E AZIONE"

«Pur nella consapevolezza di essere stato importante per la coscienza di molti, quando mi sveglio la mattina, e mi ritrovo in uno stato d`assedio, mi chiedo se ne sia valsa la pena»

(Roberto Saviano in " Roberto Saviano a Fahrenheit ")

«Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni!»

(Da http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/camorra-3/lascio-italia/lascio-italia.html )

«C’è stato il 68, c’è stato il 77, ci sono stati flussi e riflussi, sono stati gambizzati o uccisi giornalisti e sindacalisti nemmeno troppo reazionari, eppure - cosa che non finisce di sorprendermi - non vi è MAI stato un vero e duro movimento di popolo o di giovani contro la mafia, cancro sociale sotto gli occhi di tutti, composto di persone che dichiaratamente si astengono dal lavorare per vivere sfruttando il lavoro degli altri, cui infliggono conclamate ingiustizie. Bravissimo Saviano, certo, ma a patto che le coscienze smosse traducano le parole (di denuncia) in azioni davvero collettive e concrete.»

(Labuttolì, aka Lucio Angelini, in Lipperatura di ieri)

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(Immagine da http://www.la7.it/img/video/320X240/17771.jpg )

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mercoledì, ottobre 15, 2008

WU MING 1 AL LIDO DI VENEZIA

(Wu Ming 1 - il finto rosso dei due - posa con Lucio Angelini davanti all'Excelsior del Lido di Venezia)

Come temevo, ieri pomeriggio Wu Ming 1 è venuto di persona qui al Lido di Venezia per tentare di convincermi dell'esistenza del NIE. Si è persino offerto di posare con me per una foto ricordo, malgrado il mistico voto di non farsi giammai riprendere dai media. Ma io niente. Sdegnoso e freddo come il marmo. "Roberto, lascia perdere. Il NIE, se mai è nato, è nato morto. Non si è mai mosso." Alla fine Wu Ming 1 ha sospirato galileianamente: "Soc'mel! And yet it moves.... that fucked New Italian Epic" ["Suck it to me! Eppur si muove... quel fottuto movimento neo-epico italiano" n.d.r.] ed è tornato mogio mogio a Bologna, dove quel gran tenerone di Valerio, per consolarlo, gli ha pubblicato su Carmilla l'84°pezzo sul NIE:

http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002808.html#002808

"Su, dai, non piangere", pare gli abbia detto. "Vedrai che domattina ne parleranno anche zia Lippa e zio Giugenna".

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martedì, ottobre 14, 2008

COME SIMBOLEGGIARE UNA SOFFERENZA ENORME

 (Il ministro Mara Carfagna)

Spesso, quando incappo in una notizia curiosa, strappo la striscia di giornale che la contiene e me la metto in tasca. Il 10 ottobre scorso, per esempio, mentre ero a Fano, ho asportato da Il Resto del Carlino:
 
«Sabina Guzzanti rivela: “Mara Carfagna mi ha chiesto un milione di euro di danni. Bella donna, ma che tariffe!”. Il ministro replica: “La cifra simboleggia l’enormità della mia sofferenza dinnanzi a tanta cattiveria (1)”.»
.
Proprio ieri sera la strisciolina è riemersa dalla tasca. La cosa più comica, secondo me, è l'implicito augurio - da parte della ministra - di una satira tutto zucchero e miele e magari anche un cicinino neo-epica, anziché solo squallidamente postmoderna*-°...
--
(1) Il riferimento è alle dichiarazioni rilasciate dalla comica durante la manifestazione "NO CAV DAY" dell'8 luglio scorso a Roma.

--

(Immagine da http://www.puta.it/blog/wp-content/uploads/2008/05/mara-carfagna-sedere.jpg )

postato da: Lioa alle ore 08:10 | link | commenti (5)
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domenica, ottobre 12, 2008

"VISIONI E SOFFERENZE SEMPRE, MA DORA SQUARCIALENZUOLA MAI PIÙ"

Fano, 10 ottobre 2008, Libreria del Teatro, presentazione di "Nero Marche". L'attore fanese Augusto Spadoni legge il monologo conclusivo di "Dora Squarcialenzuola". Al tavolo, da sinistra a destra, il moderatore Ermanno Lolli, Chiara Bertazzoni di ThrillerMagazine, il curatore Giuseppe D'Emilio e infine l'autore del racconto ambientato a FANO, Lucio Angelini.

Ai quattro succitati si sono aggiunti Roberto Fogliardi (a sinistra) e Alessandro Papini (a destra) del collettivo Paolo Agaraff.

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sabato, ottobre 11, 2008

LA LIPPERINI E L'INDEX POSTATORUM PROHIBITORUM

Ispirandosi al famigerato Index Librorum Prohibitorum, LOREDANA LIPPERINI, ragazza sandwich della ditta Genna & Bui, insiste nel purificare il  commentarium del proprio blog da qualsiasi osservazione contraria al NIE.

Lo scorso 8 ottobre, per esempio, non ha mancato di riverberare dalla propria postazione blogghica il «lungo intervento di Wu Ming 1 alla conferenza  londinese “The Italian Perspective on Metahistorical Fiction: The New Italian Epic” e di aggiungere che "il racconto iniziale Su Carmilla è di una forza emotiva rara, di questi tempi"», ma quando mi sono permesso di contestare i sette pilastri della saggezza wuminghiana, ha subito cancellato l'intervento, che riproduco:

1) > Impegno etico nei confronti dello scrivere e del narrare, il che
significa: profonda fiducia nel potere curativo della lingua e delle storie;

È UN'OVVIETÀ PER CHIUNQUE SCRIVA

2) >
Un senso di necessità politica - e potete scegliere tra il senso stretto e il senso lato dell'aggettivo;

CHIUNQUE SCRIVA SOGNA DI INCIDERE NEL REALE CON IL PROPRIO LIBRO, ANCHE SE I LIBRI A TESI SONO QUELLI CHE RIESCONO PEGGIO NELL'INTENTO.

3) >
La scelta di storie che abbiano un complesso valore allegorico. La scelta iniziale può anche non essere conscia: l'autore può sentirsi sospinto verso quella storia e soltanto in seguito capire cosa stava cercando di dire;

ALTRA OVVIETÀ. NON C'È STORIA CHE NON POSSA ESSERE LETTA A VARI LIVELLI. SI METTA UNA PANTOFOLA IN UNA CORNICE ED ESSA ASSUMERÀ IMMEDIATAMENTE UN VALORE SIMBOLICO. LA BIENNALE INSEGNA.

4) >
Un'esplicita preoccupazione per la perdita del futuro, con propensione a usare fantastoria e realtà alternative per sforzare il nostro sguardo e spingerci a immaginare il futuro;

LO SI FA DA SEMPRE. NON SI VEDE IL NEW

5) >
Sovversione sottile dei registri e della lingua. "Sottile" perché quel che conta non è la sperimentazione linguistica fine a se stessa: quel che conta è raccontare la tua storia in quello che senti essere il miglior modo possibile;

OGNI SCRITTORE USA LA LINGUA A PROPRIO MODO. IL PIÙ ECLATANTE ESEMPIO DI SPERIMENTAZIONE LINGUISTICA, IN TEMPI RECENTI, È STATO QUELLO DI COMOTTI, MA WM 1 NON SE NE È MINIMAMENTE ACCORTO.

6) >
Sintesi di fiction e non-fiction diverse da quelle a cui siamo abituati (es. il "gonzo journalism" alla Hunter S. Thompson), un modo di procedere che oserei definire "distintamente italiano", e che genera "oggetti narrativi non-identificati".

BASTA CON 'STA MENATA DEGLI OGGETTI NARRATIVI NON IDENTIFICATI, IN REALTÀ IDENTIFICABILISSIMI.

7) > Ultimo ma certamente non ultimo, un uso "comunitario" di Internet al fine di - qui uso un'espressione di Genna - "condividere un
ABBRACCIO con il lettore".

PURCHÉ INTERNET NON VENGA USATO PER ANNIENTARE IL
DISSENSO:-/

(Giotto, "Il caldo abbraccio" )

A un certo punto è intervenuto Sergio Garufi:

«... Non mi piace la digressione eco-apocalittica, che continuo a pensare non c’entri nulla né qui né nel memorandum del NIE, anche perché dilettantesca nell’esposizione e nei toni (anche questo è “assunzione di responsabilità”), e soprattutto non la considero credibile come riflessione a supporto del memorandum sul NIE, che a mio avviso resta una beffarda e per certi versi geniale beffa mediatica sullo stile di quelle del Luther Blissett Project o delle false teste di Modigliani. Il problema è che quelle teste, nel caso del NIE, sono state prese sul serio non solo da molti addetti ai lavori, ma dagli stessi autori, che hanno finito per credersi l’incarnazione di Modigliani.»

[Postato Mercoledì, 8 Ottobre 2008 alle 2:27 pm da sergio garufi ]

Tale commento è stato curiosamente tollerato, probabilmente perché da Bologna non era ancora pervenuto il bollettino con l'aggiornamento della lista nera dei nemici del NIE...

La mia replica, invece, è stata cassata lì per lì:

«Chissà perché se dico io che il NIE è una beffa alla Luther Blissett scatta la censura. se lo dice garufi ci può stare». 

La cosa della beffa, peraltro, l'avevo già espressa molto prima di Garufi:

http://lucioangelini.splinder.com/post/16883086/SMASCHERATA+LA+NUOVA+BEFFA+DEI

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giovedì, ottobre 09, 2008

G. GENNA SFORZA LO SGUARDO E IMMAGINA IL FUTURO

 

Scopro che G. Genna ha ricevuto una menzione speciale per l'opera "LE TERRE IMMORTALI DI GOVAR" al Concorso Nazionale di Letteratura per Ragazzi bandito da Ennepilibri in occasione del centenario della morte del noto scrittore e giornalista Edmondo De Amicis, autore del libro “Cuore”, nato a Oneglia il 21 ottobre 1846 e morto a Bordighera (Imperia) l'11 marzo 1908.  La notizia è qui:

http://ennepilibri.spazioblog.it/143507/I+vincitori+di+due+concorsi+Ennepilibri.html

Parto per Fano, ombelico del mondo (vedi ieri)*-°.

--

(Immagine da http://users.unimi.it/esamanat/Cuore-03.jpg )

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mercoledì, ottobre 08, 2008

QUELLA SPORCA QUINDICINA

(Fellini, Otto e Mezzo: la Saraghina)

Domani prendo il treno e "scendo" a FANO, dove il giorno dopo, 10 ottobre, alle ore 21.00, si terrà la più volte annunciata presentazione di NERO MARCHE presso la Libreria del Teatro. Interverranno Chiara Bertazzoni di ThrillerMagazine, Giuseppe D'Emilio, curatore della raccolta, ed Ermanno Lolli, che ha firmato la rece appena apparsa in Carmilla:

http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002801.html#002801

Due parole su ciascuno dei racconti: 

1)     Paolo Agaraff: “Scapeccio’ ”. Lo snuff movie sbarca tra le rasserenanti colline anconetane. “Il matrimonio è il carcinoma dell’amore ed Elvira s’impegna a diffondere la metastasi”, dichiara il protagonista del racconto, che colleziona e commissiona video imperniati sulla lenta morte di vittime sottoposte a torture erotiche (dall' inglese to snuff: "spegnere lentamente")...
. 
2)     Alberto Cola, “Le bastarde”. A far sparire e uccidere a Civitanova Marche prima una coppietta, poi un bagnino, poi ancora un barbone, infine una bambina non è un temibile serial-killer, ma strane creature che arrivano dal mare una volta al mese, in una notte senza luna, “nuvola di puntini rossi, come goccioline di sangue, ma brillanti”...
.
3)     Lucio Angelini, “Dora Squarcialenzuola”. Una sorta di felliniana Saraghina
 
        [ http://it.youtube.com/watch?v=cJQuZXoyc5U
.
        e soprattutto:
.
     http://it.youtube.com/watch?v=cbiLyepkVTo&NR=1 ]
.
     divezza “adolescenti ancora ignari della vita, che conoscono anche attraverso il suo matriarcale dispotismo" (Cesare De Michelis). Il barbiere Saturno viene trovato ucciso nel giardino di piazza Leopardi a Fano...
.
4)     Manuela Maggi, “Suor Cecilia”. La maestra delle bambine del secondo anno di asilo impone loro piccole regole sadiche. “Una mancina come me non può permettersi i capelli lunghi perché, se ti piace disegnare e sei mancina, le suore ti legano la mano sinistra dietro la schiena con uno spago”, si lamenta la giovane protagonista del racconto. Per fortuna ha dalla sua parte un misterioso gatto che la guarda con un piccolo lampo giallo negli occhi...
.
5)     Raffaello Ferrante, “Quella notte d’inverno”. Amilcare, ennesimo marito inquieto e insoddisfatto, si ubriaca, va a puttane e a notte fonda torna a casa, dove Amanda l’aspetta con la solita rassegnata pazienza. Solo che questa volta ha il cranio fracassato...
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6)     Enrico Santori, “Verità”. Incubi e allucinazioni di un moribondo, fra cui l’apparizione di un bambino dal ghigno scheletrico, con cappellino da baseball dei Red Stox, brandelli di pelle semimarcita e un verme giallo e schifoso nella cavità dove un tempo era stato il naso…
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7)     Piero Calibano, “Morte di un tramonto”. I nuovi palazzi di Pesaro sono talmente alti che “in gran parte del centro non si vede più la luce del tramonto perché alle tre del pomeriggio già non c’è più il sole”… “pochi si erano resi conto prima d’ora del ruolo che gioca la luce del sole nella nostra vita, un ruolo fondamentale che influenza l’umore e il nostro rapporto col mondo”, ma tutte le licenze, le concessioni e i permessi erano stati rilasciati molti anni prima che arrivasse il nuovo sindaco. “Così si uccide un tramonto. Dicono si chiami democrazia”.
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8)     Biancastella Lodi, “Dalla finestra”. Un’algida Madre, un austero Padre, lo Zio Marchese, il ragazzo Mino… “Gli studi, a cui aveva finito con l’affidare la sua sopravvivenza al clima opprimente e claustrale della casa e del paese, rischiavano di diventare un’altra sbarra per la sua prigione”… Carramba che sorpresa! Vuoi mai che quel Mino lì sia Giacomino Leopardi??? “Me ne uscirò, si disse, me ne andrò e vivrò finalmente la vita che voglio. Sospirò di nuovo, ma con un senso di attesa e di speranza. Era duro, a sedici anni, vivere in un borgo come Recanati.”
.
9)    Alessandro Cartoni, “Il mare colore del vino”. Il bar della stazione di Falconara pullula di extracomunitari. Per la serie “Le generazioni cambiano come gli insetti dopo l’autunno” (pensiero del protagonista). “Le donne ti fanno diventare cattivo, non cercarle e vedrai che starai bene”, dice il maresciallo delle guardie carcerarie al profe che sta per uscire di prigione. Ma l'uomo non gli dà retta, cerca la sua Linda e...
10)  Carlo Cannella, “Lo strano caso del calciatore di colore Kofi Mensah”. Il calciatore ghanese Kofi Mensha va a rimestare nel marciume delle mafie ascolane e questo “certa gente non poteva perdonarglielo”, benché sul valore delle sue prestazioni calcistiche siano tutti d’accordo. “Il calcio è lo specchio della decadenza culturale dei bianchi”.
.
11) Roberto Fogliardi, “Fermati attimo”. Nulla è come sembra. Una diagnosi errata genera la decisione di farla finita, poi la speranza riaffiora, ma il destino, al solito, si rivela “cinico e baro”...
.
12) Elena Coppari, “La pulizia prima di tutto”. Il maresciallo Nevia Grassi indaga su recenti casi di omicidio per avvelenamento in Ancona. Per poco non ci lascia le penne quando sta per accettare un the offerto da una delle indagate...
13) Davide Miliozzi, “Lo scrittore autobiografico”. Uno scrittore ombelichista pensa in grande, ma riesce a scrivere solo in piccolo, perché si ostina ad attingere alla banalità del proprio vissuto, finché un giorno succede qualcosa di eclatante anche a lui, dato che la "bianca polverina" ha ormai raggiunto anche Macerata...
.
14) Marica Petrolati, “Favola nera della campagna marchigiana”. Il monastero delle Clarisse a Serra de' Conti ospita suor Angela. Un contadino giovane e bello cura l’orto delle suore e anche nel ventre di suor Angela cresce un frutto... Suor Angela scappa e scompare, ma nelle notti di vento si sente ancora il pianto di una donna e quello di un bambino mai nato...
.
15) Pelagio D’Afro, “In questa mortal marca”. Una prostituta viene trovata uccisa con un pezzo degli scacchi (una regina) infilato nella vagina. L’ispettore Dante Iaccarino, che si occupa del caso, cita continuamente Dante. Di qui l'arcaicità del titolo del racconto...
.
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martedì, ottobre 07, 2008

DALLE PALLE DI CANNONE ALLE PALLINE DA GOLF

 

Così si intitolava la visita di ieri pomeriggio, guidata dalla dott.sa Daniela Milani Vianello, all'area degli Alberoni

(in fondo all'isola del Lido di Venezia verso Chioggia) attualmente occupata dal GOLF CLUB. E non a caso: i magnifici prati, collinette, laghetto eccetera, oggi riservati esclusivamente ai circa 450 iscritti (poco significativa la quota di cassintegrati e turnisti del Petrolchimico di Marghera, n.d.r.), coincidono esattamente con l'area su cui fino alla I guerra mondiale sorgeva un forte (per lungo tempo veneziano, poi austriaco), detto "di Punta", perché in passato il Lido finiva lì. In seguito la costruzione delle dighe foranee fece emergere un nuovo tratto di spiaggia strappato al mare, e l'estremità dell'isola si spostò più in là. Il percorso è ricco di alberi: pini marittimi, salici, pioppi e gelsi; il fondo è sabbioso, il drenaggio naturale e il campo sempre verde e praticabile per 12 mesi all'anno.  Fagiani e fagianelle, nutrie... e anche tante zanzare hanno espresso la loro curiosità nei nostri confronti (una cinquantina di appassionati di storia locale) al nostro passare. Il mio amico Cesare, strabiliato dalla bellezza del parco, ha chiesto se fosse possibile frequentarlo da semplice iscritto non giocatore. Gli è stato risposto che bighellonare e passeggiare nell'area comporta notevoli rischi di impallinamento (palle da golf, ovviamente, non di cannone), ma che - se proprio ci tiene - può sempre iscriversi per frequentare almeno il ristorante :-/  

Il Golf Club ha un sito ( http://www.circologolfvenezia.it/ ) su cui si possono leggere informazioni più specifiche, anche sulle attuali 18 buche:

http://www.circologolfvenezia.it/descrizionecampo.htm .

Prossimo appuntamento:
Lunedì 13/10/2008
"UN MONASTERO... UNA FORTEZZA"
Visita all'area nord del Lido del 1100
Ritrovo alle ore 16.00 alla Chiesa di San -Nicolò.

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(Immagine in alto da http://www.circologolfvenezia.it/descrizionecampo.htm )

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lunedì, ottobre 06, 2008

C'ERA UNA VOLTA A CASTELLINO DELLE FORMICHE...

formiche4.

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Ci sono posti, nella REALTÀ, che hanno inequivocabili nomi da FIABA. Ieri, per esempio, dopo aver rasentato il paese natale di Vasco Rossi (la mitica Zocca, nell'Appennino modenese), sono finito in un borgo chiamato, udite udite!... Castellino delle Formiche.

"Se avessi ancora voglia di scrivere fiabe", ho pensato lì per lì, "ci ambienterei senz'altro una storia ad hoc!"

Google, ovviamente, mi ha più tardi ricordato che "la denominazione Castellino delle Formiche è, con ogni probabilità, il frutto di una errata traduzione popolare del medievale Castrum Formigis che in realtà rimanda al latino formido, formidabilis cioè castello che incute timore" e che "il fortilizio del Castellino nel Medioevo fu sede di un ramo dei Malatigni proveniente dalle omonime rocche situate presso i Sassi di Roccamalatina e passò poi, nel '300, ai Montecuccoli che lo conservarono fino al 1623, anno in cui fu aggregato alla Podesteria di Guiglia, anch'essa poi infeudata, dal 1630, ai Montecuccoli eccetera eccetera"

(I Sassi di Rocca Malatina)

La meta dell'escursione, va senza dire, erano proprio i Sassi di Rocca Malatina. Ebbene, dopo essermi arrampicato sul Sasso della Croce (all'inizio del percorso c'è un cartello in cui si raccomanda di affrontare la salita solo se in possesso di adeguata PRESTANZA FISICA) ho poi imboccato un sentiero tra i castagni verso il suddetto falso termitaio... 

Effettuata, sulla via del ritorno, la visita di rito anche al Museo del Castagno, con assaggio di sopraffini B0RLENGHI:

http://museodelcastagno.promappennino.it/index.php?type=borlengo

sono infine rientrato a Venezia, dove ho scoperto che:

CARMILLAONLINE riportava una recensione fresca di giornata di NERO MARCHE

http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002801.html#002801

e che il mio album su FACEBOOK

(cui possono accedere solo gli iscritti che cerchino "Lucio Angelini") non era stato ancora intercettato dal pugnace (dall'emiliano "pugnetta", n.d.r.) Iannozzi:- )

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(Immagine dei Sassi di Rocca Malatina da http://www.agraria.org/parchi/emiliaromagna/sassidiroccamalatina.jpg )

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sabato, ottobre 04, 2008

IL GARBINO E I BARBONI DA SPOMPINARE NEI CESSI

Pelagio d'Afro da cantelmodecantelmi.
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(Foto dei Pelagio D'Afro ripresa col cellulare tenuto in mano... )
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Oggi, come si sa, gli scrittori si dividono in due categorie: quelli individuali e quelli collettivi. Per quanto mi riguarda, sono un obsoleto rappresentante della prima categoria o “vecchia guardia” , ma nella raccolta NERO MARCHE (vedi ieri) che verrà presentata venerdì sera 10 ottobre alla Libreria del Teatro di Fano non mancano un paio di rappresentanti della nuova tendenza alla scrittura a più mani (tipo quella dei Wu Ming, dei Kai Zen ecetera). Per gli scrittori consorziati, infatti, abbiamo il collettivo Paolo Agaraff [Roberto Fogliardi + Gabriele Falcioni + Alessandro Papini] e il collettivo Pelagio D’Afro [Giuseppe D’Emilio, Roberto Fogliardi, Arturo Fabra, Alessandro Papini]. La tendenza alla scrittura di gruppo cresce forse anche in relazione all’aumento della complessità del mondo da rappresentare (cfr. Fellini: “io non voglio DIMOSTRARE, voglio solo MOSTRARE”). Personalmente ho sempre guardato con una punta di perplessità a questo tipo di scrittura, ma ho trovato molto convincente l’apologia che Paolo Agaraff ne fa nella bella intervista rilasciata ad Annalisa Strada e consultabile sul sito di Arcoiris TV:
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L'intervista a Paolo Agaraff, a cura di Annalisa Strada (su Arcoiris TV)
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A chi volesse accusarmi di credere ancora alla Musa Ispiratrice o Insufflatrice (come dire alla Befana) da invocare prima di sedermi al tavolo di scrittura (cfr. “Cantami o diva del peloso Achille…”, come celiano gli studenti) chiarisco che per Musa intendo solo quella parte del mio cervello in cui si sono accumulati gli spunti, le esperienze, le letture eccetera, insomma i materiali preparatori al parto di una nuova opera, che è comunque sempre un atto fondamentalmente ri-creativo – nel senso di combinatorio – più che creativo. Nemmeno l’amore, ovvero quel PROCESSO per il quale due persone iniziano a sopravvalutarsi a vicenda:- ) , scatta perché Cupido ha scagliato la freccia…
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Vi propongo due assaggi della prosa di PELAGIO D'AFRO:

"Nata dal sospiro di un tuareg innamorato o forse dall'urlo terrificante di una fiera africana, la folata malsana di quel vento noto come Garbino passò sopra i tetti di Ancona, portando il suo alito di passione e di morte. Un brivido percorse le chiome dei platani disposti su due file parallele, mentre qualche metro più in là la processione dei mezzi a quaranta all'ora scandiva il frusto rituale del ritorno al focolare."

"Mentre aspettava il cliente, nel tepore del suo appartamento vicino piazza Diaz, Rosa Sanna, in arte Lorena, pensava alla buona salute del suo conto corrente. Glielo ripeteva spesso, la sua amica Giulia: nel loro lavoro era fondamentale mettere sempre da parte una metà dei soldi guadagnati, altrimenti si rischiava di fare la fine di Maria 'pocce di gomma', ridotta a spompinare barboni nei cessi della stazione in cambio di un bicchiere di vinaccio dell'hard discount."

(Pelagio D'Afro, "In questa mortal marca", in NERO MARCHE, Ennepilibri Editore, 2008)

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(Immagine da flickr.com/photos/cantelmodecantelmi/369122923/ )

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venerdì, ottobre 03, 2008

DAR SOSTANZA AI SOGNI

(Nicoletta Vallorani)

«Sono nata nelle Marche, ai confini con l'Abruzzo, e me ne sono andata presto, come molti. Sebbene non sia mai stata capace di dimenticare il mare (che è il posto dove torno, sempre: il luogo del respiro libero), non ho mai creduto di avere radici, né nelle Marche né altrove. In parte, è per questo che mi infastidisce l'idea di una scrittura legata a un luogo specifico. Pare sempre una trovata commerciale, un modo per rinnovare cliché, per sedurre un lettore che si presume debole e sperso, e che dunque ha bisogno di riconoscere luoghi familiari nelle geografie immaginate da uno scrittore... [cut]... dunque questa è la prima cosa che ho da dire sul libro NeroMarche, facente parte della nuova collana editoriale di Ennepilibri npl-le regioni del male: non amo, appunto, le storie a targa regionale e a specifico territoriale, eppure questa è una raccolta che a me pare straordinariamente riuscita... [cut]... ci sono storie tragiche e storie divertite, un racconto che ricorda i resoconti indimenticabili di Soriano sul calcio, una vicenda tra le braccia capaci di Dora Squarcialenzuola, notti d'inverno intrise di fumo, echi di bagni di sangue in cronaca, racconti di barca, una Recanati di sapore leopardiano, una Civitanova straordinaria raccontata con voce bambina, brodetti, favole nere nelle campagne marchigiane, ipocondrie contemporanee, riflessioni sulla scrittura, una verità sfuggente che prende corpo a Grottammare, una divagazione divertita su una metafora scacchistica. Insomma, una collezione di tutto rispetto, pulita e ben curata, e con l'attenzione anche stilistica che si deve alla letteratura: l'intelligenza dei particolari, che poi diventa rispetto per il lettore... [cut]... il lettore è la sola ragione per cui noi scrittori esistiamo, e ci tiene in pugno, dunque dovremmo averne a cuore le esigenze. Anche da questo punto di vista a me pare che questa raccolta abbia almeno un requisito raro: è un libro onesto, che consegna a chi legge quel che il titolo promette. Nella loro singolarità, le vicende si radunano come parti di un quadro che alla fine convince, spaventa, intimorisce, diverte, rivela e scatena la fantasia. Insomma fa quel che un buon libro deve fare: dar sostanza ai sogni

(Da "DAR SOSTANZA AI SOGNI", di Nicoletta Vallorani, Prefazione alla raccolta "NERO MARCHE", Ennepilibri 2008.)

(Il libro verrà a presentato a FANO la sera del 10 ottobre alle ore 21 alla Libreria del Teatro)

copneromarche.

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(Immagine di N. Vallorani da www.fantascienza.com/.../ARTICOLI/vallorani.jpg )

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giovedì, ottobre 02, 2008

LO SCRITTORE AUTOBIOGRAFICO

«Sono uno scrittore come tanti. Penso in grande, ma quando scrivo divento piccolo. La mia scrittura è sfacciatamente autobiografica, da sempre riesco a scrivere solo di quello che vivo in prima persona, per un innato disinteresse verso i punti di vista altrui. Così, eccomi a inseguire e a vivere fatti e situazioni eccezionali, pronto a trasformarli in inchiostro. Spesso mi capita di rimanere deluso, perché a non inventare ci si rende conto di quanto la nostra esistenza sia meschina e banale nonostante lo sforzo di convincersi del contrario. Mi hanno rubato la fantasia qando ero piccolo, e ora che sono uomo fatto e scrittore di discreto talento, mi rendo conto che la mancanza di immaginazione mi sta condannando a un'esisenza compiaciuta e senza speranza. Cosa posso farci? Dipendesse da me rinascerei fata turchina, ma ognuno di noi è quello che è, a prescindere da ambizioni e desideri.

È il 22 settembre e ormai sono quasi le 18 e 10. Aspetto due telefonate da cui, almeno in questo momento, mi pare dipenda il mio futuro. La prima, oggettivamente più importante, dal Provveditorato, per sapere se anche quest'anno insegnerò. La seconda da una ragazza conosciuta la settimana scorsa e non più rivista. Valentina... »

(David Miliozzi, "Lo scrittore autobiografico", in NERO MARCHE, Ennepilibri editore, 2008)

(Il libro verrà a presentato a FANO la sera del 10 ottobre alle ore 21 alla Libreria del Teatro)

copneromarche.

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(Immagine da http://www.new.facebook.com/pages/David-Miliozzi/31712589128 ) 

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mercoledì, ottobre 01, 2008

IL POSTMODERNO DEBUTTA IN ECONOMIA

 

Di recente qualcuno che non nomino* (se no Iannozzi mi stressa) ha dichiarato  per iscritto: «Il postmoderno è finito perché era un lavoro a tempo determinato. Di più: il postmoderno è finito perché è finito davvero - e non per finta - il "moderno", inclusa la sua fase di crisi interlocutoria, la fase "post-". Il "moderno" - cumulo di conquiste, di orrori, d'occasioni perdute - finisce con le risorse che ha divorato e cagato via, con la chimerica eternità del tran tran petrolivoro e monnezzogeno.»
 
Invece proprio ieri André Glucksmann sul CORRIERE DELLA SERA ha firmato un articolo intitolato
       "IL POSTMODERNO DEBUTTA IN ECONOMIA"
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(cfr il motto sessantottesco: "Ce n'est pas que un debut"):
 
«... Una bolla speculativa si regge su una scommessa che si conferma da sé. È "performativa", secondo il linguista Austin. Per lo speculatore, accordare crediti significa far esistere... la realtà si regola sul dire, mentre nei casi ordinari il dire, che non è più performativo ma indicativo, si regola sulla realtà. La bolla finanziaria accumula crediti su crediti e si arricchisce della propria auto-affermazione. Si rinchiude in un rapporto autoreferenziale e progressivamente abolisce il principio di realtà: sono effettivi soltanto i prodotti finanziari che i miei investimenti inventano. Simile fantasma di onnipotenza napoleonica non anima solamente i trader, ma anche coloro che li lasciano rischiare; non solamente i titolari degli istituti finanziari, ma le autorità politiche, universitarie e mediatiche, che non si preoccupano di nulla. L'ideologia performativauna cosa diventa vera per il solo fatto che la diciamo [come nel caso del finto fenomeno NIE, per intenderci. N.d.r.],governa l'occidentalizzazione del pianeta dalla fine della guerra fredda: poiché il campo avverso si è disgregato, l'avvenire ci appartiene e i pericoli fondamentali sono svaniti. Si può riconoscere nel diniego "performativo" di ogni riferimento al reale la follia chiusa dell' "immaginazione". Il postmoderno, che si istituisce "al di là del bene e del male" e se ne infischia della distinzione tra vero e falso, presunto idolo del passato, dà libero sfogo alla propria immaginazione e abita una bolla cosmica. L'euforia non è minore in materia politica che in manipolazione borsistica... »
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IL RESTO QUI:
Il post-moderno debutta in economia
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* Vabbè, non voglio violare le norme sul copy left: WM1 nel suo saggio sul Nie°-*.
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