(Ada Tondolo in una foto recente)
Uno dei giochi preferiti di Giulio Mozzi è spacciare la realtà per fiction e viceversa. ("Fiction" è anche il titolo di una sua opera del 2001).
Leggo su Nazione Indiana ( esattamente qui ):
«Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi. Ne ho un bisogno disperato. Io non sono mai stato attaccato ai soldi. È per questo, forse, che non ne ho. Non sono mai stato capace di mettere i soldi in cima ai miei pensieri. Non credo di avere mai buttati via i miei soldi. Ho sempre pensato che se avessi sempre lavorato, avrei avuti sempre i soldi. Ho sempre risparmiato. Sono stato educato al rigore. Ho accettata l’educazione al rigore che mi è stata impartita. Ho sempre pagate le tasse. Ho sempre pagati i contributi volontari. Mi sono fatto un’assicurazione sulla vita. Ho regolarmente comperati i Buoni di Risparmio Postale. Non sono mai vissuto alla giornata. Mi sono sempre sentito tranquillo. Lavoravo, guadagnavo, pagavo le tasse i contributi l’assicurazione, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. A volte andava meglio, a volte andava peggio. Ci sono stati degli anni nei quali ho guadagnato molto e degli anni nei quali ho guadagnato poco. Non sono mai stato veramente in difficoltà. Quello che ho risparmiato è sempre bastato a tenermi al sicuro. Non mi era mai successo di dare fondo a tutti i miei risparmi...» [ Leggi il seguito ]
Nella premessa Giulio chiarisce:
«Ovviamente il testo va letto per quello che è: un brano di romanzo, nel quale parla un personaggio la cui biografia e le cui opinioni sono frutto di pura invenzione. gm»
Ho commentato:
«Ricordo che anni fa, al tempo dei panettoni avvelenati [cfr. http://www.italyflash.com/italyflash/shortt/newsit/archive/981216_2.shtml ], dopo circa tre anni di traduzioni regolarmente eseguite, consegnate e pubblicate da una NOTA casa editrice, ma da questa MAI pagate, inviai all'Ansa il seguente messaggio:
"Ho avvelenato con estratti della mia bile due volumi della casa editrice Tal dei Tali" , spiegando i motivi della protesta.
La notizia, evidentemente ironica, fu controllata e ripresa da tutta la stampa nazionale. Fu il mio andywarholiano quarto d'ora di celebrità. Naturalmente la casa editrice, davanti allo sputtanamento, si affrettò a saldare il suo debito.
(Da: http://www.lucioangelini.splinder.com/post/7968850 )»
Va da sé che non mi ero minimamente sognato di lesionarmi il dotto epatico per estrarne alcun quantitativo di bile, mentre era verissimo che la casa editrice mi dovesse svariati milioni di lire di arretrati. Di rivolgermi a un avvocato, anticipando altri soldi, non avevo nessuna voglia. Si sa quanto siano lente e incerte le cause in Italia, dove la Giustizia - ahinoi! - tutela più Caino che Abele...
Ricordate il mio post su Alfonso Berardinelli:
http://lucioangelini.splinder.com/post/19137629/ALFONSO+BERARDINELLI+SPENNA+MA ?
Ho ripensato alla poesia "La blanche neige" di Apollinare in mezzo alla neve di malga Foca, nell'agordino...
LA BIANCA NEVE
Gli angeli gli angeli nel ciel
Uno è vestito da ufficial
Uno è vestito da cucinier
E gli altri a cantar
Bell'ufficiale color del ciel
Dopo Natale maggio verrà
E d'un bel sole ti decorerà
Ti decorerà
Spenna le oche il cucinier
Le oche oh che
Oh che neve cade e perché
Fra le mie braccia la mia bella non c'è
(G. Apollinaire)
[Les anges les anges dans le ciel
L'un est vêtu en officier
L'un est vêtu en cuisinier
Et les autres chantent
Bel officier couleur du ciel
Le doux printemps longtemps après Noël
Te médaillera d'un beau soleil
D'un beau soleil
Le cuisinier plume les oies
Ah! tombe la neige
Tombe et que n'ai-je
Ma bien-aimée entre mes bras]
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(Foto di A. Bianchi)
Non tutti i negozianti veneziani sono rimasti soddisfatti delle vendite natalizie. In un caso la reazione è stata alquanto esasperata...
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(Foto con il cell. di Mario Donatiello )
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Il 22 dicembre scorso ho ricevuto "a ciel sereno" il seguente sms da Giulio Mozzi:
«BRUCHI UMIDI OTTUSAMENTE NUOTANO NELL'ACQUA TORBIDA AFFOGANDO LENTAMENTE. EVVIVA!»
Sconcertato, ho digitato:
«Che 'vvor di'?»
Risposta di Giulio:
«Eh, tu con gli acronimi non vai tanto forte... »
Allora mi è tornato in mente un antecedente. Agli inizi di dicembre, Giulio Mozzi aveva girato ai vibrisselibrai (= nella nostra lista interna) il comunicato dell'Ufficio Stampa dell'AIE «L'editoria in Italia è donna: dal 1991 a oggi le donne editrici o in ruoli chiave in editoria sono cresciute del 119%. L'8 dicembre a Più libri più liberi a Roma un convegno con le grandi donne della piccola editoria».
Commentai scherzosamente:
«Sono anni che segnalo in rete il FUMER (Fronte Unito Megere Editoria per Ragazzi)*-° »
E lui:
«Combattute alacremente dal Partito dei Traduttori Liberi, Integerrimi, Onorati e Astemi.»
Non capendo, ribattei:
«Un momento. Io sono soprattutto uno scrittore per ragazzi.»
Allora Giulio, sciogliendo l'arcano:
«Sì, Lucio, ma in Ptlioa non ci sono né "S" né "R". E non è colpa mia.» (Il mio indirizzo email inizia appunto con "ptlioa@....... ", n.d.r.)
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Nell'immagine in alto: la copertina di un mio vecchio libro natalizio illustrato da John Betti. Il racconto fu ripreso qui:

Un editore si aggira per Facebook, il social network più visitato del mondo. È Alberto Castelvecchi,
che il 17 dicembre scorso ha animato la seguente discussione:
«Secondo il Reverendo Cooper, un vero uomo non dovrebbe possedere più di 12 paia di scarpe, una vera donna non meno di 50. Siete d'accordo? Ah, la shoe-mania ;-).»

Confesso che per la cioccolata non nutro una generica stima, ma una profonda e bruciante passione. Piaceva molto anche al ragazzino di "Né qui né altrove", di Gianrico Carofiglio. Quando lo zio Franco gliela offriva nella libreria Rinascita (vd post del 17 dicembre scorso) il giovane divoratore di libri si sentiva privilegiato e orgoglioso, oltre che organoletticamente appagato. Di tutt'altro avviso sua madre:
«... Ora va detto che la cioccolata, a qualsiasi temperatura, era stata inserita da mia madre nella tabella delle sostanze pericolose e tendenzialmente proibite. Stando ad alcune informazioni riservate in suo possesso, tutta la produzione industriale delle cose più buone era nelle mani di una sorta di SPECTRE della sofisticazione alimentare. In particolare wafer, nutella, coca-cola, nonché ogni tipo di cioccolata che non fosse belga, costosa e inavvicinabile, erano il risultato di impasti immondi che sobbollivano in giganteschi calderoni nei quali veniva gettato di tutto, manici di ombrello e animali morti inclusi.»
(Gianrico Carofiglio, Nè qui né altrove, Laterza, p.19)
Rabbia - e non orgoglio - era associata al titolo originale di un romanzo di qualche anno fa: "Como Agua para Chocolate", di Laura Esquivel. Il riferimento era al passo: "Tita si sentiva letteralmente ribollire di rabbia, come l'acqua per la cioccolata" [in Messico la cioccolata si prepara stemperando il cacao nell'acqua bollente, n.d.r.]. Nella traduzione italiana quel titolo diventò, - vai a capire perché! -, "Dolce come il cioccolato", anche se il film tratto dal romanzo messicano rese poi giustizia alla similitudine originale.
Una sinteticissima "storia del cioccolato" è presente nel sito della Lindt:
http://www.lindt.com/845/976/5246.asp
Quando arrivano le feste di Natale, non dimentico mai di mettermi sotto l'albero una bella provvista di cioccolatini quadrati rossi e blu di quella marca. Sono meravigliosi: un paradiso di scioglievolezza. E questo non è uno spot, ma la più pura e disinteressata verità:-)
(Immagine in alto da http://www.lastampa.it/multimedia/costume/6153_album/1-cioccolata-colata.jpg )
Anche MASSIMO CACCIARI, l'indaffaratissimo sindaco-filosofo di Venezia, contagiato dalla facebook-mania? Pareva di sì:
http://it-it.facebook.com/pages/Massimo-Cacciari/18870038556 .
Poi, il 12 dicembre scorso, il "Gazzettino di Venezia" ha smascherato la bufala:
«Il sindaco finisce su Facebook, ma la pagina è un falso.
Una foto che più glam non si può, di quelle che fanno impazzire gli ormoni della parte - non indifferente - di pubblico femminile che pende dalle sue labbra. Eppoi una valanga di messaggi politici e del tipo "Ciao Massimo, come faccio a mettermi in contatto con te? :-)" oppure, senza perifrasi, "Cacciari lei è l'uomo dei miei sogni". Peccato solo che quella pagina su Facebook sia un falso del quale il sindaco non sa nulla. Perché lui, in tempi in cui i suoi colleghi si costruiscono blog e controblog, tiene a precisare di "non avere nemmeno un sito web".
Data e luogo di nascita, incarico e partito di appartenenza: è bastato solo questo (oltre alla foto rubata a Vanity Fair) ad un anonimo fan del sindaco, per iscrivere Massimo Cacciari nel sito di Facebook , quello che viene definito come un "social network" in cui si intrecciano amicizie e relazioni, nato nel 2004 negli Stati Uniti per mettere in rete gli studenti universitari, e poi esteso a tutti fino ad esplodere come fenomeno di massa.
Così lo spazio web del sindaco-filosofo ha raccolto in pochi mesi decine di visite e commenti, ma soprattutto è stata "linkata" dai politici locali del centrosinistra (come il presidente della Provincia Davide Zoggia, che ha un sito, un blog e si è iscritto volontariamente a Facebook ) segnalando quella di Cacciari tra le pagine "degli amici".
Facile, allora, cadere nel tranello. Il 9 dicembre Raffaele scrive a Cacciari di aver visto la puntata di "Porta a Porta" sulla cristianità: «Mi chiedo perchè Cacciari non si converte! Io penso che lei non sia totalmente indifferente altrimenti tale profondità da dove deriva?». Michele annuncia di aver creato il gruppo "Cacciari for president del Pd" e, dal fronte femminile e dopo diversi messaggi, Maria Antonietta sbotta: «Massimo... ma non rispondi mai!».
Non risponde, sindaco? «Macché, non ne so nulla - replica Massimo Cacciari -. Questa cosa su Facebook è un falso assoluto. Non c'entra niente con me, non ho mai fatto alcun tipo di iscrizione e non ho nessun sito in Internet». E ora come facciamo a dirlo ai 687 "sostenitori" di Facebook che si sono già gemellati con la pagina di Cacciari ?» (Fulvio Fenzo)
In effetti, chiunque può iscrivere su Facebook chiunque, anche se spacciarsi per qualcun altro non è poi questa gran genialata. C'è chi - molto più sobriamente - si è inserito in FB come signor "FATTI CAZZITUOI", per esempio, mentre non manca chi invoca un maggior controllo...

(Cangiari tutti cosi pi nun cangiari nenti... )
Come dire: 'sti qua si sono inventati lo SGUARDO OBLIQUO e il WHAT IF ("Se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una carriola???"), ma il risultato non cambia. Qualcuno gli darà pure retta, ma se posso dare una risposta tipicamente fanese agli sproloqui del neo-marinettiano Wu Ming 1, essa è questa: " 'A Robbè, guarda che a me non m'incanti!". N.d.r.
(Immagine da http://www.pasqualinonet.com.ar/images/Gattopardo.jpg )

(L'incendio del teatro Petruzzelli a Bari)
Ieri sera accendo la tv, incrocio il programma della Dandini, e chi ti vedo come ospite? Gianrico Carofiglio, magistrato, scrittore e pure senatore del PD. Insomma: lanciatissimo. Pare che il libro sulla rimpatriata rivelatrice di tre amici al bar... ehm, a BARI!, da me terminato qualche ora prima, abbia già venduto 125.000 copie... Tutto, dunque, pare andargli per il meglio. Bravo Carofiglio! [si noti l'allitterazione con il suono "gl", n.d.r.]. Sapevo a malapena chi eri sabato mattina scorso, e adesso so che hai scritto un libro molto intenso e toccante, peraltro in vendita a soli 10 euro.
Un episodio che ho trovato particolarmente coinvolgente è quello della libreria "Rinascita", la prima libreria frequentata dall'io narrante.
«Era di un cugino di mio padre, Franco, ex rappresentante di libri scolastici e vecchio militante del partito comunista. Era in via Roberto da Bari, a sei isolati da casa, e si chiamava Rinascita, come la rivista del Partito. Un pomeriggio, avevo dieci anni, entrai con mio padre in quella libreria. Franco era un signore dalla carnagione scura, occhiaie profonde, l'aria mite e un po' triste. "Ti piacciono i libri?" mi chiese, forse facendo caso e come mi guardavo attorno, lì dentro. Se mi piacevano i libri? Avevo cominciato a leggere a sette anni, e subito dopo mi ero messo a dichiarare che da grande avrei fatto lo scrittore. I libri erano la cosa che mi piaceva di più, assieme ad alcuni giocattoli (meccano, lego e subbuteo, per completezza di informazione), ad alcuni fumetti (Alan Ford, Uomo Ragno e Tex, anche qui per completezza) e soprattutto a una meravigliosa bambina di nome Laura... [cut]... dissi con tono compito che sì, i libri mi piacevano molto. "Allora vieni quando vuoi. Ti scegli un libro, ti siedi lì - indicò una sedia vicina alla cassa - e leggi gratis."... [cut]... Ci sono state poche volte in cui sono stato così consapevole di un privilegio come in quei pomeriggi alla piccola libreria Rinascita... [cut]... e io sceglievo, aggirandomi fra i banchi e gli scaffali circondati da manifesti di Che Guevara, di Angela Davis, di Gramsci... [cut]... Poi accadde che per qualche settimana non andassi alla libreria. Forse mi ero ammalato, forse c'erano state di mezzo le vacanze di Natale o di Pasqua. Certo è che un pomeriggio dissi a mio padre che uscivo e andavo alla libreria Rinascita. Mio padre mi guardò qualche istante e dalla sua esitazione, dalla sua faccia capii che non stava per dirmi niente di buono. "Non c'è più, la libreria." "Che vuol dire: non c'è più ?". Ancora un'esitazione. Poi mi spiegò. Qualcuno aveva lanciato una bottiglia incendiaria nella libreria, il locale era rovinato, tanti libri erano andati a fuoco. E Franco aveva deciso di chiudere e tornare a fare il rappresentante di libri scolastici. Non mi ricordo se chiesi chi avesse lanciato questa bottiglia incendiaria e perché lo avesse fatto, e dunque non mi ricordo quando - allora o molto tempo dopo - seppi che lo scempio era opera di una squadra fascista proveniente dalla vicina sede del Movimento Sociale. Invece mi ricordo che uscii comunque. Per fare una passeggiata, dissi. Percorsi via Putignani e in cinque minuti arrivai all'angolo con via Roberto da Bari. Di lì, quando andavo a leggere, potevo vedere la vetrina della libreria, illuminata e con la scritta Rinascita, in rosso. Anche quel pomeriggio la vidi. Era spenta, sbarrata, e la scritta era quasi ttta coperta da una macchia nera bruciata... [cut]... In quel momento scrissi nella mia testa la scena che stavo vivendo. Più o meno così: il ragazzino passò davanti alla libreria e vide che qualcuno l'aveva bruciata. Era una cosa molto triste e molto ingiusta, si disse mentre tratteneva le lacrime, distoglieva lo sguardo e proseguiva per via Putignani, verso il Petruzzelli [cui sono dedicate altre pagine più avanti, n.d.r.] e le luci del centro.»
(Gianrico Carofiglio, Né qui né altrove, Laterza, 2008, pp. 17-21)
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(Immagine da http://www.lucaturi.it/upload/2006/02/petru.jpg )

(Santa Klaus)
Come fu che San Nicola divenne patrono di Bari? La risposta è a pagina 79 del librino (160 pagine appena) di Gianrico Carofiglio citato ieri. Trascrivo il passo:
«La storia è singolare. Le ossa del santo furono rubate a Mira (oggi Demre) in Turchia nel 1087 da un equipaggio di marinai baresi che le portarono nella loro città, fino ad allora sprovvista di un santo patrono. Fu così che Nicola diventò coattivamente il protettore di Bari. Ogni richiesta di restituzione incontrò un cortese ma fermo diniego. L'argomento, non privo di originalità, era che San Nicola aveva scelto Bari come sua città. Se fosse stato contrario all'idea, avrebbe impedito il furto delle sue ossa o scatenato una tempesta per impedire la fuga dei marinai baresi. Non essendosi verificato nessuno di questi eventi, l'unica interpretazione possibile era che San Nicola volesse rimanere a Bari. E se questo argomento non vi convince, peggio per voi. San Nicola è rimasto a Bari e Bari è diventata meta di pellegrinaggi da tutto l'Est, e in particolare da ogni zona, anche le più remote, della grande Russia. In certe luminose giornate di primavera lo spettacolo delle comitive di preti ortodossi nei loro abiti tradizionali, come gigantesche formiche sullo sfodo bianco delle pietre romaniche, è indimenticabile.
Nei secoli successivi alla traslazione (adoro questo eufemismo) delle ossa da Mira a Bari, il culto di Nicola, che secondo la leggenda e la devozione era un santo dispensatore di doni, si diffuse in tutta Europa e fu poi esportato dagli olandesi a Nuova Amsterdam (detta poi New York) dove l'ex vescovo di Mira, che da quelle parti chiamano Santa Klaus, diventò addirittura Babbo Natale.» (Gianrico Carofiglio, Né qui né altrove, Laterza editore, pp. 79-80).
Devo dire che nemmeno San Marco, qui a Venezia, scelse di diventare patrono della città "motu proprio". Anche le sue reliquie, come è noto, furono avventurosamente TRASLATE (leggi "trafugate") da Alessandria d'Egitto nell'anno 829 per iniziativa di due leggendari mercanti veneziani: Rustico da Torcello e Buono da Malamocco. Per riuscire a passare senza ispezione la dogana, Rustico e Buono occultarono il corpo di San Marco sotto un carico di carne di maiale, così sfruttando il noto disprezzo dei mussulmani per tale alimento, e mercantilmente ignorando il detto:
«SCHERZA COI FANTI, MA NON RUBARE I SANTI»*-°
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(Immagine di Santa Klaus da http://www.marchidigola.it/wp-content/uploads/2006/12/Santa-Claus2.gif )
Ci raccomandano di tenere pulita la città... e guardate che bell'esempio ci danno!
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(Foto di Lucio Angelini)

(Una scena dal film "The millionaire", di Danny Boyle)
Scrivevo in Nascere da un uovo di cigno :
«Il fascino dei romanzi dell’Ottocento, e di questo in particolare ["Il violinista, di Hans Christian Andersen, Fazi editore, a cura di Lucio Angelini, n.d.r.], sta esattamente nel proporre storie in cui “tutto si tiene”, ovvero in cui ogni dettaglio ha un proprio preciso posto all’interno di un’ORDINATA economia narrativa. Chi scrive un romanzo, infatti, può perseguire essenzialmente due scopi:
- mimare, attraverso la scrittura, campioni di realtà piú o meno rappresentativi/interpretativi della stessa;
- tentare di esorcizzare la realtà nel suo aspetto forse piú inquietante: l’apparente (o effettivo) DISORDINE con cui spesso essa risulta procedere. In tal caso la vita romanzesca finge solo apparentemente di rappresentare la vita vera, intendendo soprattutto consolarsene.
Chi non ha mai nutrito il sospetto che, nelle nostre vite, certi fatti accadano invano, o che certi incontri inizialmente esaltanti non lascino poi la traccia che si vorrebbe, o che certi faticosi sforzi finiscano in fumo, o che l’economia complessiva delle nostre vite risulti tutt’altro che ben congegnata e consequenziale? A volte si ha piuttosto l’impressione che la realtà sia una sorta di puzzle in cui nessun pezzo si incastri in nessun altro, o che il succedersi degli eventi si sbandi senza alcun disegno accettabile. In un romanzo ben architettato, invece, personaggi e oggetti hanno ruoli e funzioni precisissime... [cut]... Anche in “Solo un violinista ambulante” [ma il titolo scelto da Fazi editore è semplicemente ‘Il violinista’] tutto si tiene. Non ci sono centinaia di personaggi sottoposti a un’inarrestabile entropia, ma appena una manciata, e il destino li lega cosí saldamente tra loro che dovunque essi vadano, foss’anche in capo al mondo, tutti re-incontrano tutti, in una sorta di continuo carrambachesorpresa!, e sono condannati a interagire fino alla fine. Mica come nella vita vera (o in quella dei romanzi moderni), in cui la gente si passa accanto, ha qualche rarefatto scambio e poi tanti saluti, ognuno per la sua strada. In “Solo un violinista ambulante”, una volta che un bimbetto di pochi anni sia rimasto favorevolmente impressionato dalla nipotina del vicino di casa, l’amerà perdutamente per tutto il resto della sua vita. Senza contare che, in questo tipo di narrazioni, sani antidoti alla noia e alla lentezza del quotidiano, succedevano cose mica da poco: incendi di case, suicidi, assassini, fughe con cavallerizzi del circo, attacchi convulsivi, guarigioni miracolistiche… »
Ebbene, questa lunga citazione calza a pennello con il film che ho visto ieri pomeriggio qui al Lido di Venezia, il premiatissimo "The millionaire" di Danny Boyle (il regista del mitico "Trainspotting"). Le coincidenze sono talmente tante e talmente spericolate che alla fine lo spettatore ne esce sì stordito, ma, almeno in parte, anche consolato. "Almeno in parte" perché nel film la cornice narrativa (l'edizione indiana del gioco televisivo "Chi vuol essere milionario?") è un mero pretesto per raccontare aspetti dell'India tutt'altro che improbabili, anzi!, fin troppo vicini al vero. Consolazione e denuncia, quindi, in un gioco ad incastri mirabilmente riuscito.
Rubo dal sito: http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=56916
la seguente perfetta descrizione:
« Padroneggiando l'estetica e il "fondamentalismo" melodrammatico del cinema bollywoodiano, Doyle mette in scena un eroe virtuoso che (da tradizione) sconfigge il male e salva i deboli senza dimenticare di mostrare le fratture presenti nella società indiana, prodotte da un sistema nel quale sopravvivono forti disuguaglianze. Jamal è un ragazzo comune che decide di reagire alla propria condizione di impotenza spalleggiato dal fratello maggiore Salim, un "angryyoung man" , alla Amitabh Bachchan dotato di carisma e potere. Duro, vendicativo e leale come l'idolo del cinema indiano degli anni Settanta, Salim è un delinquente di buon cuore che ha scelto la strada del crimine per reagire ai soprusi della metropoli. Nella Mumbai della loro infanzia i "due moschettieri" sviluppano personalità opposte che determineranno destini profondamente diversi. Latika, tra loro, a unirli e a separarli, è da convenzione elemento femminile e decorativo la cui debolezza esalta la virilità maschile. Danny Boyle interpreta e utilizza con competenza la musica, un'altra componente essenziale del cinema popolare e della cultura indiana. Sostenuto dal ritmo e dalle note di Allah Rakha Rahman, uno dei più grandi compositori indiani di soundtracks, il regista usa le canzoni in funzione narrativa, lasciando che la musica si fonda con le immagini, sottolineando e guidando le emozioni. Autore versatile, che attraversa incolume generi ed estetiche, Danny Boyle gira un film che riposa nell'alternanza del suo fortissimo e del suo pianissimo, in quella brusca scansione tra dolly sconfinati e scontri di classe, assoli sentimentali e crudeltà brutali. Tra il volo di una stella in elicottero e il tuffo di un bambino nella latrina più sporca (e lirica) di tutta l'India.»
Alto grado di improbabilità anche nella storia (o meglio, "parabola") raccontata dal regista Giulio Manfredonia nel film "Si può fare", sul disagio psichico e la possibilità di fronteggiarlo seguendo le rivoluzionarie raccomandazioni basagliane.

"La follia è una condizione umana" sosteneva Basaglia, psichiatra. "In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla".
Il film comunica un messaggio importante, è piaciuto sostanzialmente a tutti quelli di cui mi fido, eppure... devo confessare che a me ha fatto lo stesso effetto di "La vita è bella" di Benigni. L'ho trovato stucchevole, furbesco e di conseguenza anche complessivamente irritante...


Il commento di Kalle, titolare del blog "Collezione di sabbia" (http://collezionedisabbia.blogspot.com/ ) al post di ieri mi ha fatto tornare in mente che già nel gennaio 2001 avevo citato Bruno Bettelheim nel newsgroup it.cultura.libri. Qui
Dice Kalle: "Il valore di un'illustrazione sta nella capacità di evocare. Le stesse immagini filmiche possono agire allo stesso modo. Quanto più le immagini di un testo illustrato sono evocative, tanto più rimarranno impresse nella memoria e continueranno ad operare nella nostra fantasia, pur col passare del tempo. Certo ciò non vale per libri illustrati o film di scarsa qualità. Ma lo stesso si potrebbe dire per i cattivi testi scritti. Quindi non sono molto d'accordo con questa svalutazione dell'immagine. Vabbe', ho detto la mia :-)"
Ed ecco la citazione da "Il Mondo Incantato" di Bruno Bettelheim che avevo proposto in it.cultura.libri:
(Roberto Denti alla libreria "Il libro con gli stivali" di via Mestrina a Mestre)
Ha 84 anni suonati, ma la sua autorevolezza e la sua competenza nell'ambito della letteratura per ragazzi sono ancora al top. Fondò nel 1972 a Milano, con la moglie Gianna, la prima Libreria per Ragazzi italiana. Il suo esempio fece scuola. Oggi le librerie specializzate in letteratura giovanile si sono moltiplicate e quella di via Mestrina a Mestre - "Il libro con gli stivali" - l'ha avuto ieri pomeriggio come ospite per un incontro con il pubblico. Roberto Denti, infatti, non è solo un libraio, ma anche un raffinato scrittore e un critico letterario di vaglia. Ecco un compact delle dichiarazioni più importanti:
«Siamo noi librai a cogliere per primi i cambiamenti nei gusti dei lettori più giovani. E da una ventina d'anni a questa parte i cambiamenti sono stati sostanziali. Libri e autori che vent'anni fa piacevano molto, oggi non piacciono più. Salgari stesso è diventato illeggibile, perché troppo lento. Sandokan ci mette circa 400 pagine a baciare la Perla di Labuan... mentre in un solo minuto di cartoni animati si susseguono dozzine di avvenimenti grandi e piccoli. Le nuove generazioni, sottoposte a massicce dosi di televisione, si abituano molto presto ai ritmi incalzanti del cartone animato, tecnica espressiva basata appunto sulla rapidità. Solo Pinocchio resiste, ma viene accettato proprio perché, anziché camminare, corre!... come tutti i bambini. Le nuove narrazioni hanno ritmi velocissimi. I classici, invece, sono scritti secondo tempi narrativi molto più rilassati.
Negli anni 70 uscivano 250-300 novità l'anno, oggi circa 3.000. Ciò nonostante leggere è diventata un'attività sempre più difficile da incentivare, soprattutto se i genitori non sono in grado di dare il buon esempio come forti lettori o non hanno la pazienza o il tempo di praticare la lettura ad alta voce. La lettura ad alta voce è particolarmente importante perché il bambino l'avverte come un dono di attenzione e partecipazione alle proprie esigenze. Grazie ad essa, finisce per associare all'idea di lettura emozioni positive. Capisce che l'adulto gli sta dedicando del tempo e gli vuole bene. I bambini, come si sa, imparano tutto per imitazione, osservando i comportamenti degli adulti. E non si desiderano le cose che non si conoscono. Leggere, malgrado l'odierna abbondanza di forme di intrattenimento alternativo, resta un'attività fondamentale non solo per il piacere che arreca una volta che si siano scoperti i libri più adatti a toccare le nostre corde emotive, ma soprattutto perché potenzia l'immaginazione più di qualunque altro mezzo narrativo.
Chi sfrutta al massimo i poteri dell'immaginazione è lo scienziato, che parte da dati oggettivi e incontrovertibili per ideare possibilità non ancora esistenti. Cerca di immaginare come si possa curare, per esempio, il cancro. Occorre dunque favorire con ogni mezzo lo sviluppo della capacità di prospettare soluzioni nuove ai problemi che via via ci affliggono. Le api e le formiche sono bravissime e precisissime, ma fanno sempre le stesse operazioni, non hanno immaginazione:-)
La lettura stimola l'immaginazione molto più delle immagini, grazie all'innesco fornito dalle storie. Chi legge deve dare personalmente un volto ai vari personaggi di cui segue le vicende, rappresentarsi a proprio piacimento contesti e situazioni. Chi guarda un film, invece, non deve costruire nulla, ma limitarsi a contemplare ciò che gli scorre davanti. Certo, il discorso può essere applicato in parte anche ai libri illustrati. Bruno Bettelheim, infatti, sosteneva che le illustrazioni limitino l'immaginazione. Quello che di sicuro non si dovrebbe fare è mostrare a un bambino un solo tipo di illustrazione. Meglio fargli confrontare tante diverse Cenerentole disegnate da tanti illustratori diversi, che proporgli una sola e unica Cenerentola, magari quella waldisneyana. I bambini, a differenza dei genitori, sono capaci di accettare ogni tipo di illustrazione. Si pensi al successo del rivoluzionario "Piccolo blu e piccolo giallo" di Leo Lionni.

La prima lettura nasce quando un genitore mostra ad un piccino l'immagine di un gatto e dice "gatto". Il bambino impara che da un lato esiste il gatto, dall'altro la sua rappresentazione. E quando poi il genitore scandisce: "Il gatto beve il latte", ecco enucleata la prima storia. La lettura insegna che da un lato c'è la realtà di tutti i giorni, dall'altro la realtà che si vive con la fantasia. Il meccanismo dell'immedesimazione (nei personaggi e nelle loro situazioni) consente al bambino un arricchimento dell'esperienza e un ampliamento di orizzonti.
Negli ultimi anni, il maggiore incremento di mercato lo si è registrato nel settore delle pubblicazioni per i piccolissimi. In molti casi la caduta a picco dell'abitudine alla lettura pare coincidere con il passaggio dalla terza media alla I superiore, da un lato perché alle superiori gli studenti sono costretti a sobbarcarsi un congruo numero di ore di lettura obbligata (= testi scolastici), dall'altro perché a quell'età la ricerca dell'approvazione del gruppo dei coetanei comincia a diventare il problema priotario. Se nel gruppo non c'è almeno un altro compagno che legge, è difficile che un giovane lettore mantenga i ritmi di lettura acquisiti in precedenza.»
Altre dichiarazioni che mi sono appuntato:
«L'Italia, paese diviso, è tuttavia unita da almeno un elemento comune: l'odio per I Promessi Sposi, grazie al cattivo servizio reso alla lettura dalle scuole... Nei programmi della riforma scolastica Moratti, la parola 'lettura' non compare nemmeno una volta... »
«I libri non sono reliquie da baciare nella speranza che possano miracolisticamente risolvere i problemi del mondo. Il discorso evangelico "della montagna" (con l'elenco delle beatitudini), per esempio, è la più alta pagina di pace mai scritta, eppure, malgrado quella pagina, l'Occidente è andato in giro per il mondo a spargere distruzione e morte...»
[A incontro concluso, mi sono avvicinato a Denti e gli ho detto: "Una volta eravamo amici, poi ci fu un episodio che ci allontanò: l'iniziativa NUVOLE A COLAZIONE... [si veda il mio post dell'11 novembre 2005 , n.d.r.]

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Le propongo, ora, a distanza di tanti anni, di scambiarci il segno della pace." Denti, che non mi vedeva dal lontano 1995, ha risposto stringendomi la mano: "Certo, ma mi ricordi il suo nome". "Angelini", ho mormorato. Allora mi ha teso la mano una seconda volta. Sono tornato a casa a Venezia decisamente alleggerito e felice:-)]
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(La foto di Roberto Denti è di Lucio Angelini)

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Premetto che non ruberei o torcerei mai un capello a una mosca:- ), ma ho sempre amato il canto popolare veneto "Il primo furto da me compiuto", di Anonimo. Ecco il testo:
«Il primo furto da me compiuto è stato quélo de la signora, col pugnale ne la gola quanti schèi che ghe g'ho ciavà! [quanti soldi le ho rubato!] Sinquesento marenghi d'oro mescolati con altri d'arsento e si misero a cuor contento a l'ostarìa a magnar e a ber. Quando suona la mesanote una patuglia di polissia circondavano l'ostarìa, a Santamaria(1) i me g'ha portà.
Chi mi ha tradito era un mio amico che di nome si chiamava Nero; io lo credevo un amico sincero e invece el m'ha rovinà. O Nero Nero, dove tu sei, inganatore de la vita mia? fosti tu la mala spia che in galera m'ha fato 'ndar»
(1) Santa Maria Maggiore = carcere veneziano, n.d.r.
(Da http://www.ildeposito.org/archivio/canti/canto.php?id=418 )
Anche il mio amico Mario Donatiello
canta di incalliti BRIGANTI ("Brigante se more") qui
(Clicca sull'immagine).("Noi combattiamo per il re Borbone,la terra è nostra e non si deve toccare...Il vero lupo che mangia i bambiniè il piemontese/e dobbiamo cacciarlo...")--.(Immagine in alto da http://www.venetoinfo.it/images/stories/images/salute_societa/carcere.jpg )
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(La ciclabile lungo i Murazzi del Lido)
«Sono reduce da una pedalata lungo la più bella ciclabile del mondo, ovvero quella che costeggia i Murazzi del Lido di Venezia fino alla spiaggia degli Alberoni, e ho un groppo alla gola. L' alta marea del primo dicembre scorso ha accumulato tonnellate di bottiglie di plastica e altre oscene immondizie tra il muretto che delimita la pista stessa verso il mare e la scogliera. Ci vorrebbe davvero l'esercito per ripulirla, o centinaia di spazzini arruolati ad hoc. Sono ancora scosso dalla visione di questa chilometrica distesa di scoasse. Vi prego, lanciate un grido d'allarme. Qualcuno intervenga... »
(Lettera di Lucio Angelini al Gazzettino di Venezia, pubblicata il 5 dicembre 2008)
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(Foto in alto di A. Bianchi; foto in basso da www.inquinamentoambientale.it/

(Giacomo Leopardi morente)
«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo esclude...»
Scrive Andrea Barbieri, ex Pinocchietto della rete ormai diventato bambino vero (1), nei commenti al post:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2008/11/genere_young_ad_1.html#more
«E nel valutare L'infinito bisogna tener conto della fisicità di Leopardi. Infatti è evidente che il 'colle' allegorizza la gobba, e la 'siepe' il naso, si guarda infatti oltre il proprio naso. Dalle fonti iconografiche leopardiane è noto che la lamina quadrilatera cartilaginea nonché l'ipercifosi erano piuttosto pronunciate.» (2)
Pubblicato da: andrea barbieri - 03.12.08 09:04
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(1) Cfr. "Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d'essere un altro. Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l'immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un'aria allegra e festosa come una pasqua di rose." (Collodi, Pinocchio)
(2) Ovviamente, scherzava. O forse non del tutto:- )
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(Immagine da http://digilander.libero.it/A_GiacomoLeopardi/img/giacomo.jpg )

Avevo ormai quasi rimosso il mio vecchio trauma editoriale del 1995 (si veda il post dell'11 novembre 2005 ), quello che pose bruscamente termine alla mia carriera di autore per ragazzi, quando proprio ieri trovo in coda a un altro vecchio post (LETTERE A ORIETTA FATUCCI, del 28 aprile 2006) un commento firmato LIBRERIA ATLANTIDE di Castel San Pietro:
«Non può lasciare indifferenti la lettera di Roberto Innocenti a Orietta Fatucci: il libro ERA CALENDIMAGGIO di Angela Nanetti, di cui aveva curato le illustrazioni, era stato posto fuori catalogo (leggi destinato al macero o ai remainders), e la direzione di Einaudi Ragazzi aveva proposto agli autori l’acquisto di copie del testo, prima che il libro subisse tale sorte. Roberto Innocenti, per chi fosse stato assente, è fra i migliori illustratori del mondo, premiato proprio quest’anno con Hans Andersen Award per tale arte, che equivale ad un Nobel per l’infanzia. Angela Nanetti è fra le migliori autrici italiane, e il libro era stato apprezzatissimo dalla critica, e aveva avuto buona fortuna in libreria. Nonostante tutto ciò, l’editore decide di porlo fuori catalogo, confermando le ipotesi più nere su una industria editoriale per ragazzi più propensa a sfornare valanghe di nuovi titoli, senza troppo soffermarsi sulla qualità, che a curare le perle del catalogo. Meglio pubblicare due tremila copie di un nuovo testo, che accontentarsi delle vendite regolari di uno vecchio. Da qui la giusta reazione di Roberto Innocenti, da qui la tristezza nostra nell’assistere a politiche che mirano solo a far cassa.»
Vado nel sito della libreria
http://buoneletture.wordpress.com/
e trovo la vicenda - e soprattutto la lettera - di Roberto Innocenti a Orietta Fatucci, storica boss delle edizioni EL-Emme-Einaudi Ragazzi, mia personale talent scout (fino al novembre 1995), poi talent killer:
«Gent.ma Sig.ra Orietta Fatucci
La sua pregevole lettera con argomento l’offerta di acquisto di copie del volume “Era Calendimaggio”, (con lo sconto per gli autori) prima del ritiro dal mercato e conseguente invio al macero, mi ha fatto riflettere sui miei ultimi tentativi di non rifiutarmi pregiudizialmente all’Editoria di questo pittoresco Paese, e alla sua in particolare. Non mi piaceva essere considerato snob o antitaliano, e avevo pensato dopo tante cattive esperienze, che qualcosa fosse cambiato, e si potesse “riprovarci”. Accettai la sua proposta di illustrare quel libro, non per stima verso di lei, ma per ritentare ad avere qualche rapporto di lavoro con l’editoria di questo colorito Paese dove malgrado io abbia il permesso di soggiorno illimitato, continuo a sentirmi straniero. Già una volta, tanto tempo fa, mi emozionai quando fui chiamato dalla Einaudi Ragazzi a Torino. La cosa mi costò dieci ore di treno in un giorno, andata e ritorno. Mi ricevette il Preg.mo Davico Bonino, che mi propose di sforbiciare le pellicole di Pinocchio per farlo entrare in un formato più piccolo, riducendo il numero delle illustrazioni a 20. Pazienza, mi dissi evitando di offendere il prestigioso interlocutore, vuol dire che in questo stravagante Paese non sarò pubblicato… Dunque, il suo volume “Era Calendimaggio” prevedeva 8 illustrazioni a colori da consegnare entro due o tre mesi , per un compenso di 3000 (tremila ) Euro, e credo d’essere stato trattato con “riguardo” rispetto ad altri illustratori. Facendo i conti con aggiunti 600 Euro di IVA e sottratti 600 di Ritenute d’Acconto rimase la bella somma di 2.400 Euro per poco più di due mesi di lavoro. Vorrà convenire, che se fosse uno stipendio, sarebbe assai modesto. Qualsiasi suo dipendente le costa molto di più.
Ma la mia spettanza non prevede trattenute, né spese, che restano sempre a carico di noi fortunati collaboratori esterni o “liberi” professionisti che dir si voglia. Oltretutto, a quel libro, non ha fatto nessuna promozione: un bel risparmio, da parte sua. Praticamente in questo caratteristico Paese gli illustratori non costano niente. Lo so che lei non è d’accordo su di un punto: quello che lei paga, è solo un anticipo sui diritti, non un saldo, o compenso! Una tesi simpatica; infatti anch’io lavorando per l’Estero, seguo queste regole e leggi, e le dirò che a volte non chiedo neanche l’anticipo, fidandomi di quegli editori. Ho già provato un’altra volta a fare un libro per la sua Casa Editrice, nel 1993, si ricorda? Si trattava de “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern, un testo che avrebbe meritato molto più che una edizione tascabile. Furono i soliti 2.000.000 di lire, col solito +20-20%. Non ho mai visto una lira di diritti da allora, quindi era un saldo. Oppure anche quel libro è andato malissimo. Non capisco perché se produco un libro all’Estero lo ristampano anche dopo 20 anni, e se li faccio qui, vanno al macero. C’è un mistero, e non è il solo. Nel secondo mistero si contempla la strana ed inconsueta via che prendono i Diritti di Stampa ed anche i miei d’Autore. Sarebbe normale che un editore di questo curioso Paese li incassasse per le concessioni all’estero, anziché pagarli per pubblicazioni in Italia.
Non sarà perchè voialtri, invece di essere imprenditori, preferite essere padroni per il gusto di comandare e sopraffare? Non le pare un criterio primitivo? Le scrivo per capire se riesco a chiarire con una mia piccola personale indagine le cause di un simile illogico comportamento del mercato. Le scrivo da una situazione assolutamente marginale e provinciale, da un posto chiamato Estero che comincia dovunque subito sopra le Alpi, e non so dove finisca, ma una volta ci ho messo sedici ore di volo per andare a trovare un mio Editore. Le sottopongo una indagine a quiz per cercare di capire la logica della sua Spett.le Casa Editrice e delle sue Spett.li ragioni. Se la compila segua le istruzioni, grazie, altrimenti cestini pure.
La Spett.le Einaudi Ragazzi ha ritirato l’edizione di “Era Calendimaggio” di Angela Nanetti, e illustrato da Roberto Innocenti, per i seguenti motivi:
(segnare con la crocetta la casella relativa alla voce che considerate esatta)
(1) Era scritto in modo sgrammaticato dall’autrice.
(2) C’erano passi poco adatti ai minori, contrari al decoro o troppo violenti.
(3) Le illustrazioni facevano schifo, non erano al livello della Einaudi Ragazzi.
(4) p.O.S. ( per Ordini Superiori).
(5) Per un improvviso attacco isterico della Direzione.
(6) Perché il padrone fa quello che gli pare e non rende conto a nessuno.
(7) Perchè non sappiamo come si fanno i libri.
(8) Perchè gli Autori e gli Illustratori, se fanno i soldi, si montano la testa.
(9) Perchè costava troppo la fascetta “H:C:Andersen Award 2008″ della IBBY.
(10) Perchè il lavoro continui ad essere dato come elemosina e pretenda gratitudine eterna.
Comunque sia, non credo le capiti spesso, ma si ritenga licenziata . Distinti saluti. Roberto Innocenti »
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(Immagine da http://webopac.csbno.net:80/coverimage.php?id=343018 )
L'acqua alta del 1° dicembre 2008 ha raggiunto un picco di 156 cm, il quarto di sempre. Il record è quello del 4 novembre 1966 (la cosiddetta "acqua granda"): 194 centimetri. Il 22 dicembre 1979, la seconda marea di sempre arrivò a quota 166 cm; infine, il 1° febbraio 1986, si toccarono i 159 centimetri. In piazza San Marco, l'altro ieri, la situazione era questa:
(Clicca sull'immagine qui sopra)

Le tre bocche di porto attraverso cui l'acqua dell'Adriatico entra nella laguna di Venezia.
Le paratie mobili del progetto MOSE (acronimo di MOdulo Sperimentale Elettromeccanico ) da collocare alle tre bocche di porto.
Sul MOSE si veda il seguente video tratto dal sito
Su un quotidiano locale un lettore ha scritto:
«Per il problema delle acque alte stagionali a Venezia ho una proposta alternativa al MOSE che farebbe la felicità dei veneziani (quelli privi di incarichi politici) e consentirebbe un grosso risparmio complessivo, rispetto alle stratosferiche cifre preventivate: al posto delle costosissime (e pericolosissime) barriere mobili, propongo di consegnare a ogni cittadino veneziano maggiorenne la somma di mille euro per ogni acqua alta superiore ai 110 cm. I veneziani, adoratori degli SKEI, smetterebbero di lamentarsi e di considerare calamitosi gli eventi in questione: li attenderebbero, anzi, con impazienza e darebbero loro il benvenuto. Tutti sarebbero felici, a parte, naturalmente, i soliti scarnificatori di stanziamenti pubblici, sempre pronti ad auspicare nuovi studi, nuovi osservatori e nuovi monitoraggi.»
(Mario Donatiello con il gruppo "Chitarre e Tammorre")
Si veda, infine, per lo spettacolo "LUCANI ALTROVE":
http://www.lagazzettadelsudafrica.net/Articoli/2008/Aprile/Art_080408_6.html
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APPELLO A MARA MAIONCHI:
«ATTENTA, MARIO DONATIELLO CI HA L'X-FACTOR. NON LASCIARTELO SFUGGIRE:-)»
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(La foto di Mara Maionchi è tratta da www.markingegno.biz )

E chi si immaginava che a Milano ci fosse un posto così? Stavo passeggiando nei pressi del Duomo con il mio amico Rikki-Tikki-Tavi (a volte lo chiamo così per scherzo, anche se non è una mangusta), quando all'improvviso lui mi fa: "Aspetta, voglio mostrarti una chiesa abbastanza curiosa, appena qui dietro".
Lo seguo fino a San Bernardino Alle Ossa, ad angolo con Santo Stefano. Entriamo, facciamo il giro della Chiesa e... nessuna particolare emozione. Poi, all'improvviso, la scritta "OSSARIO". "Ah, ecco, sì!", mi fa Rikki Tikki Tavi. Ci infiliamo in uno stretto corridoio e sbuchiamo in uno dei luoghi più macabri, credo, di tutta Milano, anzi dell'intera Lombardia, ma che dico?, di tutto il Nord d'Italia! Migliaia e migliaia di teschi, tibie, femori e altre ossa assortite accatastati uno sull'altro a comporre motivi geometrici e decorativi dal pavimento al soffitto (quest'ultimo affrescato da Sebastiano Ricci). Mi guardo attorno incredulo, passo e ripasso gli occhi su ciascuna parete, mi soffermo sui dettagli più sorprendenti. Il mio stato d'animo è palesemente ossimorico: a un tempo divertito e orripilato... Rikki Tikki Tavi, da par suo, sembra palesemente soddisfatto di avermi stupito.
Più tardi, a casa, consulto Internet. Qui alcune notizie:
http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Bernardino_alle_Ossa

"... Nel 1738 Re Giovanni V del Portogallo venne talmente colpito dalla cappella che decise di ricopiarla in ogni particolare per farne erigere una uguale a Evora, vicino a Lisbona."
Poi anche:
"... Riaperta finalmente dal 1997, dopo lunghi restauri, questa piccola Cappella-Ossario è uno dei luoghi più incredibili e lugubri di Milano e merita sicuramente una visita approfondita... [cut]... Entrando nell'Ossario, la cosa che più colpisce il visitatore è l'incredibile numero di ossa e teschi affastellati gli uni sugli altri fino a ricoprire interamente le pareti della camera. Questi vengono usati anche come fregi delle porte e per ornare i pilastri, mescolati a decori in stile rococò. Sulla cupola, l'affresco di Ricci contrasta vistosamente con l'atmosfera cupa, illuminata dalle candele, del resto dell'Ossario. Con colori vivaci e luminosi è rappresentato il trionfo delle anime beate fra uno stormo di Angeli..."
(Da http://www.emmedici.com/milano/ottobre.htm )

E inoltre:
"One of my favorite places in Milan is a chapel in Piazza Santo Stefano called San Bernardino Alle Ossa. It was built in the 1600's in memory of plague victims. Their bones, carefully and beautifully arranged, cover walls and ceiling. When American guests see this place, they say, "Weird, gross, spooky." But, after living here for many years, I see it differently. The bones seem to speak to me..."
(Da www.theamericanmag.com )
Insomma datemi retta. So che per nulla al mondo in questo periodo pre-natalizio di CRISI - capitando a Milano - rinuncereste a setacciare a tappeto i negozi di via Montenapoleone per accaparrarvi i doni più costosi, ma se per caso dovesse restarvi uno scampolo di tempo, ebbene, non esitate a regalarvi questa piccola deviazione verso San Bernardino... Ne vale la pena.
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Immagini dall'alto al basso:
1) Da http://www.stidy.com:80/Viaggi/Luoghi/Milano/bernardino_ossa/BernardinoPict/images/bernardino_ossa_09.jpg
2) http://farm4.static.flickr.com/3088/2597707862_88c85fb035.jpg?v=0 ; 3) Da http://www.emmedici.com/milano/img/bernardino04.htm