
(Sergio Garufi)
Uno dei primi dei circa 450 commenti (destinati - peraltro - a crescere) accumulatisi in coda al post Nella stanza separata di Emanuele Trevi su Nazione Indiana recitava:
«Lucio Angelini ha deviato e monopolizzato questa discussione, rendendo un pessimo servizio a Trevi, a Garboli, a Sorrentino e a Nazione Indiana.»
Nessuno, però, (e meno che mai Wu Ming 1, per il quale ogni aumento di risonanza intorno alla sua stronzatina è grasso che cola) ha più trovato alcunché da ridire quando la discussione è proseguita per centinaia di altri commenti completamente off topic. Il topic sarebbe stato la ripubblicazione della prima raccolta di saggi del defunto Cesare Garboli. L'off topic la recente pubblicazione del saggio del novello Geno Pampurioni.
Voglio qui raccogliere gli interventi dello smaliziato Sergio Garufi, che ho visto crescere negli anni (dai tempi di it.cultura.libri) fino a giganteggiare tra gli squallidi nani dell'oggi°-* (Nessun riferimento a Brunetta, per carità. Alludo alla semplice statura morale. N.d.r.)
1) Emanuele Trevi è un grande, questo è un bellissimo pezzo. Fra l’altro oggi sempre su Alias stronca il NIE di Wu Ming1, e che stronchi lui, che non parla mai male di nessuno, è proprio significativo.
2) (A Wu Ming 1). Mi scuso per l’OT, ma a proposito della “Redazione di Carmilla”, Emanuele Trevi non era da lei ritenuto un critico dall’autorità indiscussa ("data l’autorevolezza del recensore") che scrive “recensioni splendide” come quella su Battisti, o un critico smette di essere autorevole quando non apprezza più quello che scrivi?
3) (Sempre a Wu Ming 1) Se è uno giudicato autorevole quando concorda con te (vedi il caso Battisti) e diventa un fesso nel momento in cui ti critica, qualche sospetto viene. ad ogni modo faccio i miei complimenti sinceri a WM1, col suo saggio è riuscito a mettere d’accordo critici che la pensano diversamente su tutto (per es. Carla Benedetti e Belpoliti).
4) A me non sorprendeva il silenzio della critica ufficiale sul saggio di WM1, perché penso che sia talmente sconclusionato e dilettantesco che l’unica reazione possibile da parte loro fosse quella. Ed è vero, come dice WM1, che il pezzo di Trevi sul NIE non è uno dei suoi migliori. Lui sempre così chiaro nell’esposizione degli argomenti qui invece è imbarazzato, confuso, non sa da dove iniziare, e forse l’unica cosa sensata e appropriata è proprio quel NO perentorio ripetuto in modo stizzito. Che si può dire, infatti, di un saggio critico sulla nuova narrativa italiana che istituisce la categoria degli “UNO”, gli oggetti narrativi non ben identificati, i libri che non si sa bene come classificare? Che se ne può dire seriamente, intendo, se non che ricorda la tassonomia fantastica di Borges circa gli animali che si dividono in a) appartenenti all’imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini di latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione ecc? Ecco, per me il NIE è una tassonomia letteraria che istituisce la categoria de “i libri inclusi nella presente classificazione”. Poi magari il saggio di WM1 in futuro ispirerà un altro capolavoro come quella tassonomia borgesiana ispirò “Le parole e le cose” di Foucault, ma sarà qualcosa di totalmente involontario, e ad ogni modo Borges scherzava… Perché il problema è che anche una stroncatura è una forma di legittimazione, vedi per es. la recente punzecchiatura delle vespe di Chiaberge proprio sul NIE, tant’è che nel loro sito i Wu Ming danno molto risalto alle liquidazioni più brutali della Benedetti e a quest’ultimo pezzo di Trevi. Il consenso oggi si fonda soprattutto sul parlar male, i programmi di maggior successo (vedi il Grande Fratello) nascono già con la loro satira incorporata (la Gialappa’s), Fabrizio Corona e la Gregoracci devono il loro successo ad uno scandalo infamante che li ha portati alla ribalta. La critica letteraria ufficiale in genere ignora ciò che non considera meritevole di attenzione, oppure si limita a una battuta denigratoria, come appunto Carla Benedetti, ma perché è tale il divario che non ci si mette neppure. Sarebbe come lamentarsi che Federer non voglia giocare a tennis con noi che ci vantiamo di essere arrivati in finale al campionato interregionale under 16. In più c’è il fatto che quello della rete è un ambito molto diverso dalle pagine dei giornali, anche solo per ragioni oftalmiche, qui prevalgono le battute brillanti, non i ragionamenti, per questo mi ha stupito l’intervento di Trevi in questo thread, e se da un lato mi auguro che voglia frequentarlo con assiduità, che sarebbe di arricchimento a tanti, dall’altro in tutta onestà non glielo consiglierei. Il rischio è la fine che ha fatto un fine biblista, un accademico di 60 anni invitato a discutere in tv con Antonio Socci che gli dava dell’incompetente e lo irrideva. In ogni caso mi fa piacere che almeno per una volta il “buonista” Trevi ci abbia parlato di cosa non gli piace (anche se nel commento ha corretto il tiro sottolineando ciò che gli piace di WM). Onofri in “Recensire” glielo rimproverava, ricordando quando nelle “Istruzioni per l’uso del lupo” lui raccontava il proprio apprendistato all’università e il fatto che desse 30 a tutti gli esaminandi. Garboli, uno dei suoi padri adottivi, aveva tante cose da prendere ad esempio - e mi limito in questo caso a elogiare la sua cultura interdisciplinare, come i suoi magnifici discorsi sull’arte, che mi sorprende sempre constatare quanto poco i critici della mia generazione la conoscano (non Trevi, che difatti da Garboli ha preso molto) - ma la sua idiosincrasia verso la stroncatura era a mio avviso deleterea, e dare solo 30 a tutti i libri di cui si parla significa non fare un buon servizio al lettore, il vero e unico interlocutore di ogni critico letterario.
5) (A Gianni Biondillo) “Critica ufficiale” è lessico da NIE, lo usavo appunto per farmi capire. se controlli su google vedrai che all’espressione si accompagnano spesso complimenti tipo “pugnettari” ecc.; per cui, per rispondere alla tua domanda, direi che si tratta di una categoria liquida, a volte sta nelle accademie a volte no, a volte risparmia un critico e magari pochi anni dopo lo fulmina come un anatema (vedi Trevi battistiano e quello di oggi). in definitiva l’unica caratteristica certa che contraddistingue “la critica ufficiale” è il non apprezzare il NIE.
6) ... credo che sarebbe un bel passo avanti partire da qui, e cioè dalla buona fede dell’interlocutore, invece di accusare chiunque lo critichi di non averlo letto o di difendere il proprio orticello contro un altro che lo avrebbe invaso (le espressioni usate da WM1 in commenti o interviste varie sono molto più colorite, parla di gente che marca il territorio pisciandovi ecc). proviamo ad affrancarci per un attimo dal vizio di ragionare per schieramenti, per dicotomie oppositive (guelfi e ghibellini, pandoro e panettone). ora prova a immaginare il contrario, e cioè che non ti sia piaciuto, come a me e ai “pugnettari” della “critica ufficiale”: perché avresti l’obbligo di parlarne, se lo ritenessi una baggianata?
7) ... trovo questo dibattito sul NIE divertente e istruttivo. Era molto divertente per esempio il confronto radiofonico a fahreneit tra Lipperini e Ferroni [sulla wuming-dipendenza della Lipperini si veda il post di ieri, N.d.r.], con la prima che incalzava il secondo come Socci col biblista accademico; oppure gli interventi di Girolamo De Michele su Carmilla con l’invenzione di un Benjamin newagizzante a puntellare il saggio di WM1, roba che Agamben si rivolterà nella cattedra. Un Benjamin più simile a Button che a Walter, con quella sua escatologia rovesciata tutta tesa a propiziarsi il passato (diciamo il periodo fra il 93 e il 2008), anziché il futuro. Ma la vera folgorazione l’ho avuta in un commento di questo thread, quando WM1 si è appoggiato all’autorità di Serino, e ha scritto: “almeno Serino…”. Ecco, quelli sono dei momenti che valgono una vita, tipo quando Ulrich legge su un giornale che un cavallo da corsa era stato definito “geniale”, e in quel preciso istante capisce di essere “un uomo senza qualità”. Leggendo “almeno Serino” io ho visto all’improvviso il nuovo spirito del tempo, “l’annuncio di una rigogliosa estate”, ho avuto la consapevolezza che è definitivamente saltato un sistema di riferimento, un’assiologia, una visione del mondo.
8) ... negli stati uniti c’è stato un lungo e appassionato dibattito in questi anni sull’antielitismo, considerato uno dei pilastri culturali della demagogica e populista ideologia di destra che si affermò lì e anche da noi nell’era bush e berlusconi. in rete puoi trovare un riassunto abbastanza esaustivo di questo dibattito sul blog di sofri jr, basta digitare su google antielitismo e wittgenstein (il nome del blog). l’antielitismo si fonda sul rifiuto del principio di autorità e su una falsa democratizzazione della società, la cui classe dirigente non sarebbe più espressione dei migliori, ma specchio del paese. pensa a berlusconi, quando attaccò i giudici o chiunque non fosse d’accordo con lui perché rivestiva quel ruolo per aver fatto un concorso mentre lui godeva dell’investitura del popolo, come se la gente disponesse degli strumenti necessari per capire chi è più meritevole da eleggere come primario d’ospedale o direttore del c.n.r . o pensa al linguaggio del potere, che non è più l’oscuro latinorum che atterriva il povero renzo manzoniano, bensì il “ce l’ho duro” di bossi, le barzellette idiote del premier, il lessico basico di gasparri…d’altronde è stato proprio franco cordelli, di recente e a proposito di certi atteggiamenti tipici wuminghiani, a far notare come molte idee di destra siano trasmigrate a sinistra, vedi l’accusa di “invidia” rivolta a chi critica libri molto venduti. stupirsi perché chi scrive su liberazione non ama la demagogia del rifiuto dell’autorità è perlomeno ingenuo, a parte che tutta l’espressione (”Ma non eri un compagno che scriveva per Liberazione?”) è perlomeno ingenua. l’autorità esiste, in tutti i campi, rifiutarla suscita un facile consenso ma equivale a negare la realtà. se lavori in università è paradossale che tu ti faccia paladino di questi pregiudizi, perché quello è uno dei luoghi elettivi dell’autorità. il professore non è sullo stesso piano dello studente, e neppure del dottorando, c’è una gerarchia che può non piacere, può essere contestata e svillaneggiata ma persiste, inamovibile. è il professore che giudica l’allievo, gli dà un voto, lo promuove o lo boccia, indipendentemente se occupa quel ruolo con merito o meno. ma questo accade ovunque. io sono un libero professionista, in teoria non dipendo da nessuno, eppure un datore di lavoro c’è sempre, e nel mio caso è il cliente. è lui che se non compra più di fatto mi costringe a chiudere. anche nella democraticissima rete è lo stesso. le parole di chi scrive un post qui hanno un’evidenza e un risalto maggiore di chi scrive un semplice commento. il problema non è il “qual’è” su cui si è fatta altra demagogia patetica, con le sollecite e gratuite solidarietà (anche a me, anche pasolini). certo che gli errori li fanno tutti, che discorsi, ma se un dottorando sale in cattedra e pontifica ha responsabilità maggiori, e se io non rifiuto il principio di autorità, perché so che continuerebbe ad esistere anche se lo negassi, dal mio banchetto in fondo alla classe mi permetto comunque di fargli la pernacchia. cosa che non farei per esempio a un compagno di banco, che è al mio stesso livello e che parlando probabilmente non aveva alcuna velleità di spiegarmi “gli incroci tra critica e semiologia” e “il concetto di stile di gusto”. ferroni può legittimamente non piacere, può commettere errori marchiani, ma quel che è certo è che appartiene alla ristretta cerchia di persone che “fanno” il canone, l’elenco degli autori e delle opere che i nostri figli studieranno un domani. qello che leggiamo è il frutto di mille filtri: ciò che gli editor decidono di pubblicare, ciò che arriva effettivamente in libreria, ciò che viene recensito e pubblicizzato; fingere di ignorarlo può essere consolatorio, come se fossimo noi gli artefici di tutto. ma noi determiniamo ben poco, e pure le classifiche, che dovrebbero essere l’apoteosi del lettore comune che si ribella all’autorità e se ne infischia delle recensioni, in realtà sono frutto di mille condizionamenti, ben più sottili, efficaci e subdoli di quelli di una stroncatura su alias. il minimo che possiamo fare è cercare almeno di esserne consapevoli.
9) ... non voglio convincere nessuno della mia opinione negativa circa il NIE, men che meno i fan di wu ming che mi danno dell’omertoso. m’interessa però, e molto, il tema del rifiuto dell’autorità e dell’antielitismo, che carsicamente riaffiora in questa discussione, e che a mio avviso è legato a pratiche di potere e condizionamento e che innerva pure la struttura del NIE. pensavo a un bel saggio di david foster wallace, non ricordo dove anche perché non ho più i miei libri con me, in cui si analizzava con grande acume la comunicazione di un famoso spot della pepsi, quello il cui slogan dice: “the choise of new generation”, dove i pubblicitari sono riusciti a far passare un riflesso pavloviano per una scelta deliberata (la massa di giovani che accorre al baracchino della pepsi in spiaggia appena sente il rumore delle bollicine della bottiglietta stappata). anche l’idioletto basico e becero del potere persegue le stesse finalità, vuole produrre identificazione, io che sono uno importante parlo come te quindi fidati, ti capisco. è una trappola, seppur lusinghiera, questo falso egualitarismo. non è vero che “è tutto intorno a te”, come dice la pubblicità di vodafone e di mediolanum. mi vengono in mente pure gli studi di antropologia del turismo, forse i primi ad accorgersi di questo fenomeno, lo snobismo di massa, quando evidenziavano come il discorso della promozione turistica dovesse essere antituristico, perché oramai il turista ha fatto suo il disprezzo che il viaggiatore gli riservava. come crizia, il cretese bugiardo, il turista enuncia instancabilmente un paradosso, dicendo di continuo “io non sono io”, cioè in sostanza nega se stesso e si disprezza. cos’hanno in comune tutti questi esempi eterogenei che ho fatto? appunto l’antielitismo, una pratica di potere che attraverso la comunicazione vuol farci credere che ognuno di noi esprime delle libere scelte (i giovani pavloviani della pepsi); è speciale, al centro dei loro interessi (vodafone e mediolanum, il turista); e che non esistono gerarchie, perché il potente è uguale a noi (il linguaggio di berlusconi ecc). il risultato è una massa di persone atomizzate, che fanno le stesse cose degli altri mentre pensano di essere unici e irripetibili. come in quella storiella di logica sulla donna americana di nome norma, che veniva importunata al telefono ad ogni momento dai sondaggisti per conoscere le sue preferenze in fatto di detersivi, proprammi televisivi o candidati presidenziali, e quando si stufa e chiede perché interpellano sempre lei un sondaggista onesto risponde che lei è l’unica ad essere interpellata perché incarna alla perfezione i gusti dell’americano medio, per cui sapere chi voterà significa sapere prima chi sarà eletto. al che lei protesta, dice “non è vero, io sono unica e irripetibile”, e il sondaggista replica “appunto”, ossia come l’americano medio. il fine del potere è sempre lo stesso da migliaia di anni: divide et impera.
10) ... ho deviato il discorso su altri ambiti per diverse ragioni, la prima perché è falsa la contrapposizione tra muffiti accademici detrattori del NIE vs. “giovani critici” (definizione di dimitri) estimatori del NIE. trevi non è un accademico, per dirne uno. l’unica cosa che hanno in comune ferroni, belpoliti, trevi, carla benedetti, la porta, rondolino ecc (fra un po’ l’elenco sarà talmente lungo che somiglierà al censimento di un formicaio) è che non gli è piaciuto quel libro, e l’unico grande merito del saggio di WM1 per me è proprio quello di aver messo d’accordo gente che la pensa diversamente su quasi tutto. in quanto al testo ho già detto che mi riconosco in molte osservazioni di trevi, quando parla di “dittatura della trama”, di “mistica del romanzo” e “culto delle classifiche”. continuare a scannarsi con questa logica di contrapposizione non ha molto senso. ogni volta che mi inserisco in una di queste discussioni finisce che tutta la ciurma delle mie nere ombre junghiane prende il sopravvento, ed io, come benito cereno, so con certezza che a salvarsi sarà solo la parte più idiota di me, perché a lei soltanto è destinata quella stucchevole, cerulea indignazione.
11) Niente da fare, pur con tutta la buona volontà trevi e cortellessa non cambiano idea. vabè, consoliamoci, “almeno serino…”
12) Il primo commento è ciò che ha dato il via a questa discussione, se no ce ne sarebbero stati solo 3 di una riga ciascuno in cui si facevano i complimenti all’autore per il pezzo su garboli. io finora ho visto che nessuno sostanzialmente si è schiodato dalle proprie posizioni, anzi in certi casi si irrigidiscono ulteriormente, vedi trevi. l’unico beneficiario di tutto questo sei tu, e l’obiettivo non è tanto il desiderio di legittimazione da parte di chi altrove si schifa (”la critica ufficiale”) - che sarebbe l’ennesimo paradosso del tuo saggio, dopo il voler incarnare “sia l’anarchico bombarolo che il carabiniere a cavallo” - quanto piuttosto la creazione di un “caso” intorno al tuo libro, perché solo con accese polemiche ci s’impone all’attenzione del pubblico. e in ogni caso per la legittimazione c’è sempre serino…
13) ... e chi li dimentica i lettori? la creazione di un caso è in funzione loro, per destare la loro attenzione, mica serve a chiarirsi con i critici.
14)... l’appello all’autorità di serino non è solo un segno dei tempi, lui incarna l’apoteosi del bee-jay, il “promotore letterario” per eccellenza, quello che ti vende i “titoli spazzatura” creando i casi con la critica urlata, denunciando i plagi da operetta e scoprendo gli inediti dell’acqua calda. serino è la critica al tempo dei wu ming.
15) “L’appello all’autorità di Serino è, molto ovviamente, un’invenzione di Garufi” (Wu Ming 1).
No guarda, nessuna mia invenzione. Rileggiti il tuo commento del 16/2 alle h13, parli dell’accoglienza critica al tuo testo, e fra le voci favorevoli citi, con notevole sprezzo del ridicolo, Mastrantonio, Serino con riserva e una nota di Forlani. Non aggiungo altro.
16) Basta col principio di autorità, con questi fossili che presidiano le terze pagine e non capiscono il nuovo, diamo voce alla gente comune, un bel televoto sul NIE!
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(Immagine da http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/06/sergio-garufi1.jpg )
«>Trovami una sola fiaba in cui non parli qualche sasso o nuvola o rospo…
Appunto, nelle fiabe. Ma nei thriller e nei romanzi di spionaggio io davvero non l’avevo mai visto succedere. E’ qui la cosa particolare, non ha senso dire che a l t r o v e si trova questo oppure quello oppure quell’altro, è il fatto che nei romanzi italiani degli ultimi anni si trovino i n s i e m e tutte o quasi tutte le cose dette da wu ming a creare una atmosfera, un qualcosa che segna il tempo di oggi.»
Io ad Aldo:
«@Aldo. Ma no. Fiabe a parte, punti di vista inconsueti ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Quando si parla di “originalità” di un’opera secondo te a che cosa ci si riferisce? All’utilizzo di cliché triti e ritriti? Wu Ming trilla di gioia all’idea che nel Ciclo del Metallo di Evangelisti la nascita del capitalismo industriale venga vista con gli occhi di uno stregone del culto afro-cubano noto come “Palo Mayombe”. A me, sinceramente, interessano altri elementi.
P.S. Sento dall’altra stanza annunciare il titolo sanremese: “Piove il sole”, della figlia di Zucchero. Più inconsueto di così…»
Giorni fa, in uno scambio privato, le avevo anche scritto:
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(Immagine da http://www.giocattoleria.it/wp-content/uploads/ragazze-pon-pon.jpg )