

"L'ANNO LUCE",
di Giuseppe GENNA
Ho capito perché il primo capitolo de L’anno luce inizia con “Era una volta” (vedi ieri). Ma certo! Per richiamare il classico incipit delle fiabe: “C’era una volta”. E di una fiaba, ancorché metafisica e per adulti, in effetti si tratta.
Mesi fa dichiaravo in rete che Giuseppe Genna, al di là di certi suoi vezzi adolescenziali e di certi nostri scazzi nello spazio-commenti di Lipperatura, era un “giovanottino promettente”. Be’, oggi 4 novembre (commemorazione della vittoria sulle truppe austro-ungariche) sono felice di aggiungere che il giovanottino ha ampiamente mantenuto la promessa e che, come direbbe Armando Diaz “i resti dei suoi giovanilismi risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.
Ho acquistato il libro con una certa diffidenza alla Mondadori di Venezia (vicinissima a San Marco). Avevo chiesto: “È arrivato L’anno luce di Genna’?”. Risposta: “Sì, è tra i gialli”. Cazzo, adesso che l’ho letto mi domando perché diavolo mai un libro del genere dovesse essere collocato proprio lì, anziché, chessò io?, nel settore “Filosofia”.
La trama-pretesto (pura cornice esteriore) è ormai nota: il Mente, un manager malato di potere (“il più potente antidoto contro l’angoscia dell’effimero”, asseriva giorni fa Maria Rita Parsi al Telecom Future Centre di Venezia) torna a casa e trova la moglie Maura all’apparenza morta, in realtà solo sprofondata in un “coma psichico transitorio”, dovuto a uno shock devastante. Se “giallo” c’è, tale tinta si esaurisce nella ricerca della risposta alla domanda: “Quale shock?”. Ma il libro è ben più di questo. Via via che lo scorrevo, “allo sconcerto è seguita la curiosità. Alla curiosità è subentrata la brama. Alla brama si è sostituita la concentrazione. Alla concentrazione l’incanto. Dall’incanto, male compreso, sono trapassato nella seduzione. Per farla breve, quando ho iniziato L’anno luce ero un uomo. Quando l’ho terminato ero un altro uomo”:- )…sì, è vero, sto rielencando le progressive reazioni dell’insegnante Maura, la moglie del Mente, al “Capolavoro Misterioso” propinatole da uno dei suoi allievi, il talentuoso diciassettenne scrittore (in cui non va ravvisato in alcun modo Leonardo Colombati, autore di tutt’altro capolavoro misterioso, a cui un anno fa Genna dedicò una serie di considerazioni sul suo sito I Miserabili.)
«“Hai scritto un romanzo?” sorride Maura e gli carezza la nuca, come un’insegnante carezza la nuca a un allievo, e quella carezza non è tale e di qui fluisce il futuro tutto.» (p. 137).
La qualità della scrittura de L’anno luce è davvero alta, a parte qualche ripetizione (eccessiva frequenza di termini quali “allucinare”, “beanza” e soprattutto lo svarione “presentisce” di p. 155) e qualche ridondanza o digressione più o meno tediosa. Ma proprio come Maura che scorre il Capolavoro Misterioso, il lettore de L’anno luce ha sempre più la sensazione di trovarsi davanti a un libro importante… diciamo un quasi-capolavoro (il prudenziale “quasi” è dovuto alle recenti polemiche sul dilagante capolavorismo). Non sto scherzando. L’Anno-luce è un’opera di grande compattezza stilistica e costruttiva sulla vita, sulla frode, sul tradimento, e nello stesso tempo un violento assalto a quelle che Genna chiama “le aspettative inculcate”. Certo, i personaggi del libro sono finti, ma anche veri. Accadono fatti sincronici, coincidenze, presagi, tumescenze, visioni in sogno, allucinazioni, esagerazioni, improbabilità in cui tuttavia vibrano enormemente il passato, il presente e il futuro. (Mi sto divertendo a recensire il libro di Genna con le parole stesse di Genna). E come non riconoscersi, alla MIA età (non necessariamente anagrafica:- ) ), in un passo come questo: “Del resto, sopraggiunge un’età (non necessariamente anagrafica) in cui commettere errori non importa più. Siccome non importa più, non si commettono errori. Sembra un miracolo. Si hanno in mente altri fini, altre fini. Si sopporta l’imperfezione del mondo e di se stessi con malcelata ironia. Alle spalle, agli òmeri fisici, fanno contrappunto spalle interiori: si allargano. La stanchezza che si sperimenta maturando è un sovrappiù di potenza, il legittimo fastidio che aumenta il desiderio del corpo – che non siamo noi – a seguire i voli dell’ideale. È un segno di salute. Il dramma sfuma, il teatro del mondo si manifesta per quello che è: non mondo, ma teatro.” (p. 155).
A parte questo tema squisitamente shakesperiano ("All the world's a stage,/And all the men and women merely players", As you like it), Giuseppe Genna ne affronta con chirurgica precisione molti altri: quello dell’ideale, quello del fallimento, quello della nostalgia di una patria più vasta, quello della composizione di un androgino, ovvero dell’unità spirituale, quello dell’ “oggettività in forma di sogno”, quello della cultura/natura e via discorrendo.
“Il potere”, dice a p. 194, “è antievolutivo: esercitandolo, manteniamo in allenamento gesti primordiali, che hanno permesso alla specie di diventare cosa è ora: cioè la stessa specie di prima, caverne eccetera, con qualche apparato culturale a occultare la propria natura bruta. Tutta la saga del potere si riassume in questo pugno, in questa violenza cieca, sistemativa, liberatoria, scatenata nella parodia della natura, nel parco metropolitano che simula giungla pluviale da cui la specie emerse e prese coscienza di sé… siamo produttori di atti di dissimulazione che abbiamo battezzato ‘cultura’. La cultura è la natura che va in maschera al carnevale. Le cose non tendono né all’ordine né al caos. Le cose sono buddhiche e indifferenti alle cazzate astratte della cultura umana. La cultura è un culto. L’innaturalità è una maschera apposta sul volto buddhico della natura.”
E poco più giù: “Il potere è questa difesa fuori del tempo: la forza isterica e preternaturale della sopravvivenza. Ci illudiamo di essere cultura e siamo natura… gli ominidi restano tali. I loro denti non modulano fricative, sono zanne”, p. 195. (Vedi Quasimodo, “Uomo del mio tempo”)
E le speranze comuniste? Niente da fare nemmeno su quel fronte:
“Comunismo significa cieca fede nell’emozione. Per i comunisti, l’emozione è salvifica, ma in realtà le cose non vanno così.”
E tuttavia, dopo che il Faccendiere (la controparte di Mente) ha sistemato tutto e “vinto su tutti i fronti”, - zanne in luogo dei denti -, “avverte una pena all’altezza dello sterno. La cosiddetta pena nel cuore”. Cioè, wow!, riaffiora l’emozione. Capisce che la sua “è stata una sconfitta.”
E allora “ovunque esplodono, puntinati, i momenti veri. Verità più vere della verità assalgono i protagonisti della nostra storia, i protagonisti delle storie.” (p. 199)
Ma di nuovo, a pag. 204: “L’amore è la cultura con cui si maschera la forza bruta della sopravvivenza. È qui trasportata dalla reazione della specie: la corrente cieca della vita che vuole erompere, che vuole aprire gli occhi, non paga del sonno di beanza in cui è immersa finché non nasce.”
Insomma, romanticismo o no?
“Noi che abbiamo superato i sessant’anni siamo romantici. Lo siamo sempre stati. A differenza di voi, anche se ci sono eccezioni. Il romanticismo, questo romanticismo di cui parlo, è la chiave. Romanticamente abbiamo conosciuto il mondo. Senza romanticismo voi sopravvivete. Non si sopravvive, verrete travolti”, aveva detto il Faccendiere a Maura a p. 159.
A Wu Ming 1 verrà di sicuro un coccolone.
Sia come sia, alla fine del libro un bimbo nasce e anche se non è il figlio del tizio a cui sua madre si illude di poterlo attribuire, “il mondo - annuncia l’autore con algido sorriso - è rinnovato”.
Come se non bastasse, nel finale lo stesso cardinale che a pag. 173 ci aveva mostrato un minuscolo modello di chiesa sotto cui si allargava uno spazio gigantesco (un’astronave immensa), diviene papa. Affinché i destini si compiano? E quali?
Questi, forse. Udite:
“Profezie confuse e offuscate, che non lasciano però adito a dubbi… Gli angeli esistono. Anche gli arcangeli. E i troni, le dominazioni… ascenderemo, andremo nei cieli, solcheremo le atmosfere, addormentati in un sinodo criogenizzato, negli immensi sarcofaghi bianchi e oculari che ci terranno a temperatura fissa, in un sonno da cui ci risveglieremo quando avremo raggiunto le mete previste, che la tradizione chiama ‘giardino’ o ‘eden’.” (p. 174)
Pietà, dunque, non l’è morta. Giove e oltre l’infinito. Kubrick. Odissea nello spazio. O anche Shining, volendo…
Be’, non voglio farvela più lunga di così. Ma se non avete ancora comprato e letto “L’anno luce”, affrettatevi a farlo. Questa volta Giuseppe è stato davvero “bravo bravissimo”. E potrebbe tranquillamente evitarci tutti quegli inutili pop-up del suo sito. Il libro camminerà da solo.
P.S. Troppo scolastico, a mio avviso, il titolo (“L’anno luce”). Qualche riserva anche sulla copertina.
